"LA FINE DEL CETO MEDIO"
Borghesia, la cara estinta
Nel pieno di una campagna elettorale nevroticamente tesa alla conquista di un ipotetico «centro», piomba un libro di successo con un titolo tranchant: «La fine del ceto medio», e un sottotitolo che è un altro titolo: «e la nascita della società low cost». Scritto da Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera a New York, ed Edoardo Narduzzi, manager e imprenditore, il libro si presenta come il racconto dello «smottamento in atto nelle vecchie classi medie occidentali, quelle che sono state la colonna portante della Rivoluzione industriale e la vera sentinella a difesa dei diritti di proprietà». Insomma, la fine della borghesia media e piccola, non più centrale per gli equilibri economici, politici e sociali. All'origine dello «smottamento» - che riguarda le «nostre» classi medie, non quelle fiorenti dei paesi emergenti -, gli autori vedono tre grandi fenomeni: la globalizzazione, che ha avvicinato la concorrenza nel tempo e nello spazio redistribuendo le produzioni nel mondo; le tecnologie dell'informazione; l'onda lunga della fine dei due blocchi. Cina più internet, per banalizzare, sarebbero gli ingredienti essenziali della «società low cost»: nella quale il consumatore e il produttore delle merci non vivono nello stesso posto né nello stesso stato né nello stesso continente, mentre i servizi sono rivoluzionati dalle innovazioni tecnologiche. Seppellito il fordismo, salutato l'operaio-produttore-consumatore, l'analisi va tutta sul consumatore e sulla carica dirompente del «low cost»: che venga dalle merci cinesi per l'abbattimento del costo del lavoro, o dai voli Ryanair per la flessibilità dell'organizzazione e l'uso dell'e-ticket, o dal «design democratico» dell'Ikea prodotto - di nuovo - all'Est, o ancora dall'invezione di Skype (il telefono via internet), o dalla rivoluzione organizzativo-finanziaria di Wal-Mart, l'effetto è sempre lo stesso: abbattere il prezzo, allargare la domanda. Non vale protestare sull'abbattimento del costo del lavoro, presente in ciascuno di questi famosi casi: c'è sempre, ma non è quasi mai la spiegazione unica, dicono gli autori. Che fanno derivare dalla «rivoluzione democratica » - che poi sarebbe l'abbattimento dei prezzi al livello del costo marginale, ossia quello che secondo i nostri menzogneri manuali di economia dovrebbe essere la regola del capitalismo - una nuova divisione sociale: una grande «classe della massa», quella che può consumare i prodotti low cost senza marchio ma spesso di buona qualità, e accedere così anche a consumi nuovi; e, fuori, da un lato i tanti poveracci che non arrivano neanche al low cost da un lato, e dall'altro l'aristocrazia dei consumi alti. Molte le domande indotte da questa analisi: sul gap atlantico, sulla stasi europea, sulla sorte dei sistemi di welfare e di quelli produttivi, sui destini della specializzazione italiana (dovremmo produrre beni per l'aristocrazia mondiale, stile Montezemolo, o servizi per la nuova classe low cost, inseguendo gli indiani?). E molte le ricette proposte, che non piaceranno a chi vuole far politica per incidere sulla realtà e non per spalmarcisi sopra. Ma certo «la fine del ceto medio» dà degli squarci efficaci e sintetici sulla conoscenza dei processi in atto. Così come dà spazio a una fondata preoccupazione politica: che le domande provenienti dal magma sociale del ceto low cost trovino una risposta politica fatta di populismo, protezionismo, xenofobia o - in alternativa - tecnocrazia. Per chiudere con una nota di speranza, in una risposta europea improntata a un «neoumanesimo». Low cost, s'intende.
Massimo Gaggi, Edoardo Narduzzi. La fine del ceto medio. Einaudi, 2006. € 13,50
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