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"LA FINE DEL CETO MEDIO"

di materialiresistenti (18/02/2006 - 12:56)

 

Borghesia, la cara estinta


di ROBERTA CARLINI


Nel pieno di una campagna elettorale nevroticamente tesa alla conquista di un ipotetico «centro», piomba un libro di successo con un titolo tranchant: «La fine del ceto medio», e un sottotitolo che è un altro titolo: «e la nascita della società low cost». Scritto da Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera a New York, ed Edoardo Narduzzi, manager e imprenditore, il libro si presenta come il racconto dello «smottamento in atto nelle vecchie classi medie occidentali, quelle che sono state la colonna portante della Rivoluzione industriale e la vera sentinella a difesa dei diritti di proprietà». Insomma, la fine della borghesia media e piccola, non più centrale per gli equilibri economici, politici e sociali. All'origine dello «smottamento» - che riguarda le «nostre» classi medie, non quelle fiorenti dei paesi emergenti -, gli autori vedono tre grandi fenomeni: la globalizzazione, che ha avvicinato la concorrenza nel tempo e nello spazio redistribuendo le produzioni nel mondo; le tecnologie dell'informazione; l'onda lunga della fine dei due blocchi. Cina più internet, per banalizzare, sarebbero gli ingredienti essenziali della «società low cost»: nella quale il consumatore e il produttore delle merci non vivono nello stesso posto né nello stesso stato né nello stesso continente, mentre i servizi sono rivoluzionati dalle innovazioni tecnologiche. Seppellito il fordismo, salutato l'operaio-produttore-consumatore, l'analisi va tutta sul consumatore e sulla carica dirompente del «low cost»: che venga dalle merci cinesi per l'abbattimento del costo del lavoro, o dai voli Ryanair per la flessibilità dell'organizzazione e l'uso dell'e-ticket, o dal «design democratico» dell'Ikea prodotto - di nuovo - all'Est, o ancora dall'invezione di Skype (il telefono via internet), o dalla rivoluzione organizzativo-finanziaria di Wal-Mart, l'effetto è sempre lo stesso: abbattere il prezzo, allargare la domanda. Non vale protestare sull'abbattimento del costo del lavoro, presente in ciascuno di questi famosi casi: c'è sempre, ma non è quasi mai la spiegazione unica, dicono gli autori. Che fanno derivare dalla «rivoluzione democratica » - che poi sarebbe l'abbattimento dei prezzi al livello del costo marginale, ossia quello che secondo i nostri menzogneri manuali di economia dovrebbe essere la regola del capitalismo - una nuova divisione sociale: una grande «classe della massa», quella che può consumare i prodotti low cost senza marchio ma spesso di buona qualità, e accedere così anche a consumi nuovi; e, fuori, da un lato i tanti poveracci che non arrivano neanche al low cost da un lato, e dall'altro l'aristocrazia dei consumi alti. Molte le domande indotte da questa analisi: sul gap atlantico, sulla stasi europea, sulla sorte dei sistemi di welfare e di quelli produttivi, sui destini della specializzazione italiana (dovremmo produrre beni per l'aristocrazia mondiale, stile Montezemolo, o servizi per la nuova classe low cost, inseguendo gli indiani?). E molte le ricette proposte, che non piaceranno a chi vuole far politica per incidere sulla realtà e non per spalmarcisi sopra. Ma certo «la fine del ceto medio» dà degli squarci efficaci e sintetici sulla conoscenza dei processi in atto. Così come dà spazio a una fondata preoccupazione politica: che le domande provenienti dal magma sociale del ceto low cost trovino una risposta politica fatta di populismo, protezionismo, xenofobia o - in alternativa - tecnocrazia. Per chiudere con una nota di speranza, in una risposta europea improntata a un «neoumanesimo». Low cost, s'intende.

Massimo Gaggi, Edoardo Narduzzi. La fine del ceto medio. Einaudi, 2006. € 13,50

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