crisi finanziaria
di Guglielmo Forges Davanzati
Quando esplose la crisi finanziaria dell’estate del 2007, molti economisti e autorevoli commentatori di orientamento liberista la imputarono alla scarsa ‘alfabetizzazione’ dei risparmiatori, alla loro scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano il funzionamento di quei mercati, alle poche informazioni disponibili all’atto della sottoscrizione di contratti di compravendita di ‘spazzatura’. Alla luce di quanto è accaduto nel ‘settembre nero’ appena trascorso, questa diagnosi sembra, a dir poco, approssimativa. Peraltro, non si capirebbe chi e perché debba informare i risparmiatori, e informarli correttamente; né si capirebbe come rendere possibile un aggiornamento continuo rispetto a una rapidità dell’innovazione finanziaria che gli stessi addetti ai lavori stentano a seguire. In realtà, ben altre sono le cause effettive della crisi, come ormai molti commentatori anche sul versante neoliberista sono indotti a riconoscere. Agli inizi degli anni ottanta, l’amministrazione Reagan – per fuoriuscire dalla recessione del decennio precedente – ritenne praticabile una strategia di politica economica basata su una sorta di keynesismo privatizzato, basato, cioè, sulla tenuta della domanda interna non più mediante il tradizionale strumento della spesa pubblica, ma attraverso l’indebitamento privato, reso possibile da una più accentuata deregolamentazione dei mercati finanziari. Con andamenti altalenanti, questo modello ha fondamentalmente retto per oltre un decennio, garantendo profitti crescenti e crescita delle rendite finanziarie, pagate – in ultima analisi - dall’indebitamento dei lavoratori. Bush jr. ha ritenuto opportuno andare oltre, varando un programma denominato “American Dream Downpay”. Il sogno – quello propagandato - consisteva nel consentire alla working class statunitense di acquistare casa con mutui non coperti da garanzie reali (i subprime, appunto). Il sogno – quello nascosto – consisteva nel garantire ulteriori profitti al sistema bancario e, come recentemente messo in evidenza da tre economisti di Chicago – Mian, Sufi e Trebbi - nel finanziare la campagna elettorale di autorevoli candidati al Congresso, che scambiavano il loro voto a favore della deregulation con l’attività di lobbying da parte dei più grandi istituti di credito del Paese. La quadratura del cerchio doveva, però, passare per la crescita – o almeno la non riduzione – dei redditi più bassi, e, dunque, dei salari reali dei consumatori indebitati: nel caso si fossero ridotti, si sarebbe andati incontro a rischi di insolvenza. La recessione dei primi anni duemila, l’effetto inflazionistico dello stesso indebitamento privato, che, facendo aumentare i margini di profitto, teneva alti i prezzi, la pressoché totale subordinazione dei lavoratori americani incapaci di ottenere incrementi retributivi significativi, hanno distrutto il meccanismo, con gli esiti che conosciamo: aumento delle insolvenze e fallimento di banche. Si è arrivati, infine, a una crisi di liquidità che investe in primo luogo il sistema bancario americano, ma che – tramite i trasferimenti interbancari – riguarderà verosimilmente l’intero circuito della finanza internazionale, con ricadute significative sulle economie reali. La restrizione dell’offerta di moneta, conseguente non solo alle accresciute sofferenze bancarie ma anche alla drammatica caduta della fiducia sulla tenuta del sistema e sui singoli istituti di credito, promette di dar luogo a una sequenza di eventi la cui entità è difficile minimizzare. A fine settembre, nel corso di un paio di giorni, il tasso Euribor, che costituisce il tasso di riferimento sul quale si calcolano i rendimenti sui mutui, è passato dal 5,237% al 5,142% e soprattutto il tasso Euribor a sei mesi ha raggiunto il record storico del 5,315%; il che significa che gli operatori tendono a non prestarsi denaro per più di un giorno, temendo che, il giorno successivo, il debitore sia già fallito. Ora, è palese che riduzione del credito significa caduta degli investimenti, e caduta degli investimenti significa caduta della domanda aggregata. Nelle condizioni date, e in assenza di una radicale modifica degli indirizzi di politica economica dominanti, fatta salva la possibilità (mai negata negli USA) di far crescere la domanda interna tramite le spese militari, ciò che ragionevolmente ci si attende è una fase recessiva di considerevole entità. Le rassicurazioni del nostro Governo sulla stabilità dei mercati italiani sono solo in parte accoglibili. E’ vero che i risparmiatori italiani - rispetto a quelli statunitensi – sono meno indebitati e meno indebitati con tassi variabili e, dunque, il rischio che si verifichi una crisi da mancata restituzione del debito appare in prima approssimazione poco rilevante. Ma il Censis riferisce che ben il 35% delle famiglie italiane è prossimo all’insolvenza: in queste condizioni sarebbe quantomeno saggio evitare di dichiarare di essere un’isola felice. Vi è di più. Il meccanismo più importante di contagio della crisi può passare per canali diversi da quello finanziario. Si consideri che il più ampio mercato di sbocco per le imprese italiane è ancora costituito dagli Stati Uniti. E a ciò si può aggiungere che i conti esteri italiani sono, da qualche anno, in tendenziale disavanzo. Per l’Italia, il rischio – da prendere seriamente in considerazione – riguarda l’impatto sul nostro sistema economico di una caduta delle esportazioni dovuta alla recessione USA, innescando una spirale viziosa di caduta della domanda interna, dunque della produzione, dell’occupazione, dei salari e dei profitti delle imprese esportatrici. La gran parte dei processi economici è irreversibile: ed è verosimile che, almeno nel breve-medio termine, saranno davvero poche le opzioni di politica economica che possano consentire un’inversione di tendenza, contrastando la massima autonomizzazione della sfera finanziaria, che di questa crisi è la causa prima.
Guglielmo Forges Davanzati
(Università del Salento)
Nuovo quotidiano di Puglia (5 ottobre 2008)
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