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Pierre Hadot

di materialiresistenti (15/05/2008 - 21:14)

LE CONVERSAZIONI «BIOGRAFICHE» DI PIERRE HADOT


Il quotidiano dei filosofi


Ne «La filosofia come modo di vivere» lo studioso francese spiega il coefficiente esistenziale del pensiero antico, mettendo in dialogo Plotino e Marco Aurelio con Wittgenstein e con se stesso

di Dino Piovan



In principio era la meraviglia, dice Aristotele nella "Metafisica". Ma già nel "Teeteto" Platone fa dire a Socrate: «è proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia, né altro cominciamento ha il filosofare che questo». Che la meraviglia come capacità di stupirsi di fronte alle cose date per scontate, come consapevolezza della nostra ignoranza e conseguente desiderio di conoscere, stia all’inizio dello sguardo filosofico sul mondo, è dunque una lezione che gli antichi avevano ben chiara. Colpisce che proprio Pierre Hadot, lo studioso che forse più di ogni altro, negli ultimi decenni, ha contribuito a riportare all’attenzione di un pubblico non solo specialistico la filosofia antica, non richiami né Aristotele né Platone, anzi distingua con nettezza la meraviglia degli antichi da quel sentimento primigenio provato da adolescente di fronte alla natura che, a posteriori, identifica come inizio del suo essere filosofo, «se per filosofia si intende la coscienza dell’esistenza, dell’essere al mondo».

Non è l’unica sorpresa, né forse la maggiore, di "La filosofia come modo di vivere - Conversazioni con Jeannie Carlier e Arnold I. Davidson" (Einaudi «Pbe», trad. di Anna Chiara Peduzzi e Laura Cremonesi, pp. 280, € 17,50), libro già parzialmente tradotto da Aragno nel 2005, che raccoglie gli incontri dell’autore con due diversi interlocutori separatamente (il che spiega ripetizioni e sovrapposizioni) sulla sua vita, studi, pensiero. Quel sentimento primigenio non è in effetti già un interrogarsi sul mondo, quanto piuttosto un sentirsi immerso in esso, la percezione eccezionalmente intensa di un’appartenenza al Tutto che più tardi egli definirà, con le parole di Romain Rolland, «sentimento oceanico».

Una meraviglia del mondo e del nostro stare in esso destinato a ritornare più volte nella sua vita e in cui si può già cogliere il futuro interesse per la mistica, prima cristiana e poi soprattutto filosofica, neoplatonica (si pensi a "Plotino o la semplicità dello sguardo", tradotto da Einaudi nel 1999). Il passaggio per la mistica cristiana viene solo accennato, nel testo, eppure rimane il dubbio di qualcosa di poco esplorato, come in generale del rapporto di Hadot con la Chiesa a cui deve quasi tutta la sua formazione. Perché «tra le sottane della chiesa» (titolo della prima sezione) non è un’espressione metaforica. Hadot non ha solo compiuto i suoi studi in seminario, è stato anche ordinato sacerdote e tale è rimasto per una decina d’anni, tornando allo stato laicale per potersi sposare.

Col tempo l’allontanamento dalla chiesa si è fatto sempre più profondo, anzitutto per insofferenza dei (robusti) residui di inquisizione, che si manifestarono nella vicenda dei preti operai francesi al tempo di Pio XII, ma anche per il tutt’altro che scomparso «soprannaturalismo», la tendenza a trascurare le virtù naturali per la fiducia cieca nell’onnipotenza della grazia divina, che finisce spesso negli ecclesiastici in una pratica morale ben poco evangelica, col pretesto della difesa dell’istituzione – come si è visto nella triste vicenda dei preti pedofili. Un allontanamento netto, insomma. Però, chissà, forse non è proprio un caso se nel periodo in cui inizia questo allontanamento si fa strada anche la scoperta che caratterizzerà tutto il resto degli studi di Hadot, dando vita ai suoi testi più originali e noti su Plotino, Epitteto, Marco Aurelio: la comprensione della dimensione esistenziale della filosofia antica, del suo essere non tanto teoria o trattato sistematico, ma un esercizio spirituale mirato a trasformare l’io. In ogni attività interpretativa capire l’intenzione dell’autore distinguendola da altri significati che l’opera può assumere indipendentemente dalla volontà del suo artefice rimane fondamentale, sostiene Hadot in polemica con le correnti ermeneutiche relativistiche del tipo «l’autore non esiste»; volontà dell’autore che già si esplicita nella scelta del genere. E il senso delle opere antiche è antico, punto e basta.

I problemi della storiografia tradizionale, di spiegare le incoerenze dei testi antichi, sono (wittgensteinianamente) dei falsi problemi, perché lo scopo di quegli scritti non era cercare di presentare una teoria sistematica della realtà, ma piuttosto di formare l’io, aiutandolo a superare l’io parziale, egocentrico ed egoista, per attingere a una prospettiva universale, in cui l’io si riconosca parte del cosmo. I "Pensieri" di Marco Aurelio, ad esempio, vanno intesi come atti filosofici, esercizi concreti di pensiero e di contemplazione con cui si cerca di vivere correttamente, secondo l’insegnamento stoico, nella quotidianità. Una tradizione, quella antica, che non distingue la filosofia dal concreto stile di vita ma che è stata in seguito dimenticata, lasciando il posto al discorso quasi esclusivamente teorico. Questa in fondo era già la lezione del libro più bello di Hadot, "Esercizi spirituali e filosofia antica" (Einaudi 1988 e 2005). In più in queste conversazioni c’è il tentativo di rintracciare dei fili di continuità di questo primato della ragione pratica nella cultura moderna e contemporanea. In questa genealogia che oppone, kantianamente, agli «artisti della ragione» (i professori della filosofia paghi della speculazione pura) i «filosofi del mondo», trovano posto Montaigne, Kant, Bergson, Heidegger per la distinzione tra vita autentica e vita in autentica (idealmente ci starebbe anche Michelstaedter, probabilmente non conosciuto oltralpe).

E naturalmente Wittgenstein: come era noto già da "Wittgenstein e i limiti del linguaggio" (Bollati Boringhieri 2007), nato dalle conferenze che ebbero il merito di introdurre in Francia l’autore del "Tractatus logico-philosophicus" alla fine degli anni cinquanta, nelle sue opere Hadot vede dei veri esercizi filosofici contemporanei, il tentativo di usare la filosofia come terapia dei falsi problemi del linguaggio. Wittgenstein nelle cui ricerche logiche emerge, inaspettata, una dimensione mistica di fronte alla quale i problemi filosofici devono tacere. Colpisce invece, e un po’ spiace, la netta chiusura verso Michel Foucault, che pure parlava con entusiasmo dei lavori di Hadot, tanto da utilizzare il concetto di «esercizi spirituali» (ma più spesso usa «pratiche» o «tecniche») in "L’uso dei piaceri" e "La cura di sé", II e III volume della "Storia della sessualità". Se il debito umano con Foucault è pienamente riconosciuto (fu lui a sostenerlo per la cattedra al Collège de France), viene tuttavia escluso qualsiasi scambio intellettuale; la concezione di Foucault gli sembra troppo limitata a un livello estetico-edonistico, quasi una nuova forma di dandismo. Degno di nota, nel curriculum di Hadot, l’essere approdato alla massima istituzione culturale francese senza passare per l’Ecole Normale, il che lo rende un’eccezione nel suo mondo accademico.

Questo probabilmente spiega la sua estraneità al linguaggio, spesso ostico e talvolta fumoso, che caratterizza tanta produzione francese, da lui criticato senza remore; e forse anche la sostanziale estraneità al marxismo, ridotto a possibile «stile di vita»: un fatto abbastanza singolare se si pensa all’importanza che il confronto con il marxismo ha rivestito anche per gli antichisti della sua generazione, pur con esiti poco ortodossi, basti pensare a Vernant, a Vidal-Nacquet e ancor più a Nicole Loraux. Verrebbe da chiedersi se non ci sia anche un influsso legato alla sua formazione cristiana. E così pure, e ancora più, nella critica che muove alla massima di Plotino «distogliti da tutte le cose», che per Hadot va riproposta con una splendida aggiunta: «accogli anche tutte le cose». Perché accanto alla mistica del distacco ci deve essere anche quella dell’accettazione, «una mistica in cui le cose non sono uno schermo che ci impedirebbe di scorgere la luce, ma un riflesso cangiante che la rivela e in cui ‘noi abbiamo la vita’», conclude Hadot citando Goethe.

http://www.ilmanifesto.it/rec/recetalpa.html

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