Jakob Bohme
di materialiresistenti (10/05/2008 - 09:17)
Il furente ciabattino delle parole combattenti
Finalmente tradotto «Aurora nascente» di Jakob Böhme. Un classico del misticismo protestante che pose le basi della moderna dialettica. E un autore che Hegel ha considerato il primo filosofo tedesco
di Augusto Illuminati

Cecilia Muratori ha tradotto per le edizioni Mimesis i primi sette capitoli di Aurora nascente (Morgenröte im Aufgang) di Jakob Böhme e vi ha premesso un'ampia introduzione (prefazione di Fabio Frosini, pp. 237, euro 17). Impresa eccezionale per la leggendaria difficoltà del tedesco seicentesco (anzi, del böhmese) dell'autore e per il rigore con cui è stato interpretata questa parte fondamentale, inedita in italiano, del primo e incompiuto lavoro del ciabattino di Görlitz.
Chi era Böhme? Un mistico e visionario luterano, che per i suoi scritti cadde in sospetto alle autorità, fu chiamato a discolparsi a Dresda e subì l'interdetto di ulteriori pubblicazioni. Morì nel 1624 prima di passare altri guai e la diffusione della sua opera è dovuta a discepoli che l'esportarono in Olanda e in Inghilterra, dove conobbe una rapida fortuna: si dice che Milton, allora segretario di Cromwell, usasse Aurora come «libretto rosso» per i soldati della New Model Army puritana. Molti degli originali tedeschi andarono perduti (o così fu creduto) fin quando furono ritrovati nel 1934, gelosamente custoditi dalla comunità böhmiana di Görlitz, alquanto riluttante a farli leggere a scopo meramente scientifico.
In molti cercarono di accaparrarsele, comprese le SS nel 1941 per le note smanie occultistiche di Himmler, mentre le vicende della guerra si abbattevano sulla cittadina slesiana, situata sul fiume Neisse che segna il confine odierno fra Germania e Polonia. Come che sia, il filologo Buddecke, che le aveva scovate nel 1934, riuscì a rimetterci le mani nel dopoguerra e a pubblicarle, restituendo tutta l'aspra originalità di una lingua che era stata edulcorata o fraintesa nelle precedenti edizioni. Ciò che peraltro non aveva ostacolato il profondo influsso che ha esercitato su Saint-Martin, Baader, Schopenhauer e Hegel, che riconobbe in Böhme un importante antecedente del metodo dialettico.
Il rapporto tra contenuto e forma dell'illuminazione mistica e la scrittura è in Böhme assolutamente decisivo: per quindici minuti si spalancano i portoni del Cielo e dell'Inferno e l'improvviso vedere si fa convulso dettato di un Memorial, una specie di diario in cui si annota una verità che viene direttamente da Dio, per chiamata singolare, non dalla sapienza delle università e delle gerarchie. E che dunque si dirige a uomini «incolti» altrettanto indifferenti a quella sapienza morta e inutile. Lo vogliamo dire che tre secoli dopo, da una cittadina slovacca distante non troppi kilometri, arriveranno negli States i genitori di Andy Warhol, un altro teorico dei quindici minuti, tutto riversato però verso l'esterno e l'effimero? La ruvidità della lingua e la bizzarria degli etimi intendono restituire l'intreccio cosmico sottostante alle apparenze e far risuonare la difficoltà del concetto, della stessa composizione alchemica dell'universo visibile e invisibile.
Jakob Böhme si impadronisce della verità segreta come il suo omologo biblico; Jakob lotta con l'Angelo fino a sciancarsi per strappargli i segreti di Dio, la sua visione è di fuoco più che di luce, si abbatte come un temporale con i suoi fulmini su chi la riceve e tenta di renderla in un linguaggio rotto e compresso, esibendo la contraddittorietà profonda della storia del mondo scosso dagli opposti principi di Dio e del suo Nemico. Il Diavolo è il principio del dubbio, mai eliminabile e produttivo di positività nella sua negatività - questo e non il misticismo le renderà caro a Hegel, che lo definirà il primo filosofo tedesco. Il libro allora è un manuale di combattimento per impadronirsi militarmente della verità , superando dubbi e malinconia. La lingua che descrive il conflitto si fa essa stessa conflittuale, arbitraria, perché spacca la pacificata universalità del discorso abituale.
Cecilia Muratori cerca con acume di offrire alcuni esempi degli usi linguistici di Böhme, che rendano conto insieme dei contenti del testo e del suo oscuro e rapinoso stile. Così avviene per la lingua di natura o adamitica (Natursprache), che enuncerebbe l'essenza delle cose e cui il mistico accede in trasparenza forzando la propria lingua madre (per Benjamin questo avverrà nel processo di traduzione), la signatura, per cui l'esterno rivela l'interno, trasferendo il termine paracelsiano dalla terapia alla comprensione del divino immanente nella natura, l'interpretazione di Qual come qualità, tormento, furore, sgorgare, ribollire, entrare in tensione.
Lo stesso accade per la falsa etimologia di Essenz da essen (mangiare), che ben rende la famelica avidità con cui l'essenza risucchia il reale; o la riconduzione di Scienz a ziehen, attrarre magneticamente. Uno specifico paragrafo dell'introduzione è dedicato al termine Ungrund, abisso nel senso letterale di senza-fondo, in cui Dio si assimilerebbe al Nulla, se questa mancanza di fondamento non fosse essa stessa anteriore alla divisione fra Essere e Nulla. È l'Uno, né luce né tenebra, né amore né collera, cui il mistico si rapporta in silenziosa vertigine. L'autodidatta ciabattino si ricongiunge qui alla teologia negativa dello pseudo-Dionigi e di Scoto Eriugena, riproducendo sul terreno protestante la stessa operazione sovversiva che sul terreno cattolico avevano compiuto tre secoli prima Meister Eckhart e due secoli prima Cusano, suscitando analoghe reazioni da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Il rischio era che da quell'abisso emergesse poi Dio come fondo comune per sé e la natura, stravolgendo in senso fusionale e panteistico ogni schema creazionistico e trinitario.
In effetti l'ignaro Böhme, ben prima di ispirare la teosofia romantica, conoscerà una certa fortuna in ambienti ben più radicali, quali la sinistra cromwelliana in Inghilterra e i Collegianti olandesi. Un testo dunque importante e una chiave di lettura molto efficace.
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