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Archivio Maggio 2009

Silvano Cacciari

di materialiresistenti (27/05/2009 - 18:07)

Formazione della soggettività nella società mediale

.:SPECIALI:.

Quello che segue è la trascrizione dell'intervento tenuto da Silvano Cacciari in un primo incontro seminariale organizzato in collaborazione con compagni e le compagne del Laboratorio Occupato Crash, sulla formazione delle soggettività in epoca mediale.

Versione in PDF per la stampa

Questo primo ciclo di incontri sulla formazione delle soggettività, sopratutto di quelle politiche, nella società mediale non può che partire da una legge aurea, per quanto non scritta, che si impone nella politica contemporanea ed in particolar modo in quella neo-liberale. Tale legge enuncia il fatto che è un soggetto politico colui che costruisce media e che è un soggetto mediale colui che è in grado di fare politica.

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Julien Coupat

di materialiresistenti (27/05/2009 - 18:02)

Julien Coupat : "La prolungazione della mia detenzione è una piccola vendetta"
LE MONDE | 25.05.09 |

Ecco le risposte alle domande che abbiamo posto per iscritto a Julien Coupat. Arrestato il 15 novembre del 2008 per “terrorismo” con otto altre persone fermate a Tarnac (Corréze) e a Parigi, è sospettato di aver sabotato le linee delle ferrovie francesi. É l'ultimo dei nove ad essere ancora incarcerato.

Come vivete la vostra detenzione?
Molto bene grazie. Trazioni, corsa, lettura.
Potete ricordarci le circostanze del vostro arresto?
Una banda di giovani mascherati e armati fino ai denti si è introdotta con l'effrazione nelle nostre case. Ci hanno minacciato, ammanettato e portati via, non prima di aver fracassato tutto. Ci hanno  caricato su dei potenti bolidi, correndo a più di 170 km/h sulle autostrade. Nelle loro conversazioni, ritornavano spesso su un certo Signor Marion (vecchio patron della polizia antiterrorista) i cui exploits virili li divertivano moltissimo, come quello consistente nel prendere a schiaffi allegramente uno dei suoi colleghi al momento di partire . Ci hanno sequestrato per quattro giorni in una delle loro “prigioni del popolo” stordendoci con delle domande dove l'assurdo si alternava all'osceno.
Quello che sembrava essere il cervello dell'operazione si scusava vagamente di tutto questo circo spiegando che era colpa dei “servizi”, quelli in alto, dove si agitava ogni sorta di persone che ci volevano moltissimo. Quel giorno i miei rapitori correvano sempre. Certi episodi recenti attestano anche che continuano a imperversare in tutta impunità.
I sabotaggi sulle linee SNCF in Francia sono stati rivendicati in Germania. Che ne pensate?
Al momento del nostro arresto, la polizia francese era già in possesso del comunicato che rivendica, oltre al sabotaggio che vorrebbe attribuirci, altri attacchi avvenuti simultaneamente in Germania. Questo volantino presenta numerosi inconvenienti: è stato spedito ad Hannover, è redatto in tedesco e inviato esclusivamente a dei giornali d'oltre-Reno, ma soprattutto non quadra con la favola mediatica sul nostro conto, quella di un piccolo gruppo di fanatici che colpiscono il cuore dello Stato attaccando tre pezzi di ferro su delle linee di alta tensione. Quindi si avrà ben cura di non menzionare troppo questo comunicato, né nella procedura né nella menzogna pubblica.
È vero che il sabotaggio delle linee ferroviarie perde molto della sua aura di mistero: si trattava semplicemente di protestare contro i trasporti di rifiuti nucleari ultraradioattivi verso la Germania per via ferroviaria e di denunciare di passaggio anche la grande truffa della “crisi”. Il comunicato si conclude con uno stile molto SNCF: “ringraziamo i viaggiatori dei treni in ritardo della loro comprensione”. Che tatto hanno questi “terroristi”!

 Vi riconoscete nelle qualificazioni di “movimento anarco-autonomo” e di “ultrasinistra”?
Permettetemi di partire da lontano. Viviamo attualmente, in Francia, la fine di un periodo di gelo storico il cui atto fondatore fu l'accordo stretto tra gollisti e stalinisti nel 1945 per disarmare il popolo col pretesto di “evitare una guerra civile”. I termini di questo patto potrebbero formularsi velocemente così: mentre la destra rinunciava ai suoi accenti apertamente fascisti, la sinistra abbandonava ogni seria prospettiva di rivoluzione. Il vantaggio di cui gode, da quattro anni, la banda sarkozista è di aver preso l'iniziativa, unilateralmente, di rompere questo patto riprendendo “senza complessi” i classici della reazione pura – sui folli, la religione, l'Occidente, l'Africa, il lavoro, la storia della Francia o l'identità nazionale.
Di fronte a questo potere in guerra che osa pensare strategicamente e dividere il mondo in amici, nemici e quantità trascurabili, la sinistra resta tetanizzata. La sinistra è troppo vigliacca, troppo compromessa e, per dirla tutta, troppo discreditata per opporre la minima resistenza a un potere che lei, invece, non osa trattare come un nemico e che incanta uno a uno i più astuti tra i suoi elementi. Quanto all'estrema sinistra alla Besancenot, quali che siano le sue prove elettorali, e pure se uscita dallo stato gruppuscolare in cui vegeta da sempre, non ha alcuna prospettiva che sia più desiderabile da offrire, se non la grisaglia sovietica appena ritoccata su Photoshop. Il suo destino è quello di deludere.
Nella sfera della rappresentazione politica, il potere che è al governo non ha quindi nulla da temere, da nessuno. E certamente non sono le burocrazie sindacali, più vendute che mai, che lo importuneranno, visto che da due anni danzano col governo un balletto veramente osceno. In queste condizioni, la sola forza che la gang sarkozista si trova di fronte, il suo solo reale nemico in questo paese, è la strada, la strada e le sue antiche inclinazioni rivoluzionarie. Essa solamente, infatti, nelle sommosse che sono seguite al secondo turno del rituale plebiscitario del maggio 2007, ha saputo issarsi all'altezza della situazione. Essa sola, nelle Antille o nelle recenti occupazioni delle fabbriche o delle facoltà, ha saputo far intendere un'altra parola.
Questa sommaria analisi del teatro delle operazioni si è imposta molto presto visto che i servizi segreti facevano apparire fin dal giugno 2007, sotto la penna dei giornalisti ai loro ordini (e specialmente in Le Monde) i primi articoli che svelavano il terribile pericolo che pesava sulla vita sociale: gli “anarco-autonomi”. Gli si incolpava, per cominciare, dell'organizzazione delle sommosse spontanee, che in molte città hanno salutato il “trionfo elettorale” del nuovo presidente.
Con questa favola degli “anarco-autonomi” si è disegnato il profilo della minaccia al quale la ministra dell'interno si è docilmente applicata, con arresti mirati e retate mediatiche, per dargli un po' di carne e qualche viso. Quando non si arriva più a contenere ciò che deborda, si può ancora assegnarli una casella e incarcerarlo. O quello di “casseur” in cui si incrociano ormai alla rinfusa gli operai di Clairox, i ragazzini delle cités, gli studenti che bloccano e i manifestanti dei contro-summit, una operazione che certo sé empre efficace nella gestione corrente della pacificazione sociale, la quale permette di criminalizzare degli atti, non delle esistenze. Ed è infatti intenzione del nuovo potere di attaccare il nemico, in quanto tale, senza attendere che si esprima. Questa è la vocazione delle nuove categorie della repressione.
Poco importa, infine, che in Francia non si trovi nessuno che si riconosca come “anarco-autonomo” né che l'ultrasinistra sia una corrente politica che ha avuto la sua ora di gloria negli anni '20 e che non ha, in seguito, mai prodotto altro che degli inoffensivi volumi di marxologia. Del resto, la recente fortuna del termine “ultrasinistra”, che ha permesso a certi giornalisti frettolosi di catalogare senza colpo ferire gli insorti greci dello scorso dicembre, deve molto al fatto che nessuno conosce quello che è stata l'ultrasinistra, né che essa sia mai esistita.
A questo punto e in previsione dei debordamenti che non possono che sistematizzarsi di fronte alle provocazioni di una oligarchia mondiale e francese con le spalle al muro, l'utilità poliziesca di queste categorie presto non dovrebbero più soffrire di grandi dibattiti. Non si può tuttavia prevedere se sarà la categoria di “anarco-autonomo” o di “ultrasinistra” a ricevere infine i favori dello Spettacolo, al fine di relegare nell'inesplicabile una rivolta che tutto giustifica.

La polizia vi considera il capo di un gruppo sul punto di precipitare nel terrorismo. Che ne pensate?
Una così patetica affermazione non può essere che quella di un regime sul punto di precipitare nel nulla.
Che significa per voi la parola terrorismo?
Nulla permette di spiegare che il dipartimento dei servizi e della sicurezza algerina sospettata di aver orchestrato, con la conoscenza della DST, l'onda di attentati del 1995 non sia classificata tra le organizzazioni terroriste internazionali. Niente permette di spiegare anche l'improvvisa trasmutazione del “terrorista” in eroe della Liberazione, in partner frequentabile per gli accordi di Evian, in poliziotto irakeno o in “talebano moderato” dei nostri giorni, al passo con gli ultimi voltafaccia della dottrina strategica americana. Nulla, se non la sovranità. È sovrano, in questo mondo, chi designa il terrorista. Chi rifiuta di aver parte a questa sovranità si guarderà bene di rispondere alla vostra domanda. Chi ne agogna qualche briciola lo farà con prontitudine. Chi non è soffocato dalla cattiva fede troverà abbastanza istruttivo il caso di questi due ex-”terroristi” divenuti uno il primo ministro d'Israele, l'altro il presidente dell'Autorità palestinese, avendo entrambe ricevuto, per colmo, il Premio Nobel della pace. La nebbia che circonda la qualificazione di “terrorismo”, l'impossibilità manifesta di definirla, non appartiene a qualche lacuna della legislazione francese: sono alla base di questa cosa che si può, invece, ben definire: l'antiterrorismo, tramite cui si forma piuttosto la sua condizione di funzionamento. L'antiterrorismo è una tecnica di governo che affonda le sue radici nella vecchia arte della contro-insurrezione, della guerra detta “psicologica”, per restare cortesi. L'antiterrorismo contrariamente a quello che vorrebbe insinuare il termine, non è un mezzo per lottare contro il terrorismo, è il metodo con il quale si produce, positivamente, il nemico politico in quanto terrorista. Si tratta, attraverso tutta una panoplia di provocazioni, infiltrazioni, sorveglianza, intimidazione e propaganda, attraverso tutta una scienza della manipolazione mediatica, di “azione psicologica”, con la fabbricazione di prove e di crimini, con la fusione della sfera poliziesca e giudiziaria, di annientare la “minaccia sovversiva” associando, in seno alla popolazione, il nemico interno, il nemico politico all'affetto del terrore. L'essenziale, nella guerra moderna, è questa “battaglia di cuori e di spiriti” in cui tutti i colpi sono permessi. La procedura elementare, qui, è invariabile: individuare il nemico al fine di isolarlo dal popolo e dalla ragione comune, esporlo sotto le spoglie di un mostro, diffamarlo, umiliarlo pubblicamente, incitare i più vili a riempirlo di sputi, incoraggiarli all'odio. “La legge deve essere utilizzata come una qualsiasi altra arma dell'arsenale del governo e in questo caso non rappresenta null'altro che una copertura di propaganda per sbarazzarsi dei membri indesiderabili del pubblico. Per avere più efficacia converrà che le attività dei servizi giudiziari siano legati allo sforzo della guerra nella maniera più discreta possibile”, consigliava già nel 1971, il brigadiere Frank Kitson (vecchio generale dell'esercito britannico, teorico della guerra controinsurrezionale), che ne sapeva qualcosa.
Per una volta, nel nostro caso, l'antiterrorismo ha fatto un fiasco. Non ci si è prestati, in Francia, a  lasciarsi terrorizzare da noi. La prolungazione della mia detenzione per una durata “ragionevole” è una piccola vendetta ben comprensibile a fronte dei mezzi mobilitati e della profondità della sconfitta; come è comprensibile l'accanimento un po' meschino dei “servizi” dopo l'11 novembre, nell'addossarci per via giornalistica i misfatti più fantastici o a spiare il più piccolo dei nostri compagni. Quanto questa logica di rappresaglia abbia influenza sull'istituzione poliziesca e sul piccolo cuore di giudici, questo è quello che avranno il merito di rivelare, in questi ultimi tempi, gli  arresti cadenzati dei “vicini a Julien Coupat”. Bisogna dire che alcuni si giocano, in questo affare, un intero pezzo della loro penosa carriera come Alain Bauer (criminologo), altri il lancio di nuovi servizi, come il povero Sig. Squarcini (direttore centrale dei servizi), altri ancora la credibilità che non hanno mai avuto e che mai avranno, come Michèle Alliot-Marie.

Voi venite fuori da un ambiente molto agiato che avrebbe potuto orientarvi in un'altra direzione...
"C'è della plebe in tutte le classi” (Hegel).
Perché Tarnac?
Andateci, comprenderete. Se non comprenderete, temo che nulla ve lo potrà spiegare,
Vi definite un intellettuale? Un filosofo?
La filosofia nasce come lutto chiacchierone della saggezza originaria. Platone comprende già la parola di Eraclito come sfuggita da un mondo scomparso. Nell'epoca dell'intellettualità diffusa, non si capisce quello che potrebbe significare “l'intellettuale”, se non lo spazio del fosso che, dentro di lui, separa la facoltà di pensare dall'attitudine a vivere. Sono dei tristi titoli, in verità. Ma, perché, appunto, bisognerebbe definirsi?
Siete voi l'autore de L'insurrection qui vient ?
Questo è l'aspetto più formidabile di questo procedimento: un libro versato integralmente nel dossier d'istruzione, degli interrogatori in cui si cerca di farvi dire che vivete come è scritto nell'Insurrezione che viene, che manifestate come preconizza L'insurrezione che viene, che avete sabotato le linee dei treni per commemorare il colpo di Stato bolscevico dell'ottobre 1917, poiché  è menzionato ne L'Insurrezione che viene, un editore convocato dai servizi antiterroristi. A memoria francese, era molto tempo che non si vedeva il potere prendere paura a causa di un libro. Piuttosto si aveva costume di considerare che, finché i gauchistes erano occupati a scrivere, almeno non facevano la rivoluzione. I tempi cambiano, sicuramente. Le serie storiche ritornano.
Quello che fonda l'accusa di terrorismo che ci riguarda, è il sospetto della coincidenza tra un pensiero e una vita; quello che costituisce l'associazione a delinquere, è il sospetto che questa coincidenza non sia lasciata all'eroismo individuale, ma sarebbe l'oggetto di un'attenzione comune. Negativamente, questo significa che non si sospetta nessuno di quelli che firmano con il loro nome molte delle feroci critiche del sistema al potere di mettere in pratica la minima delle loro ferme risoluzioni; l'ingiuria è pesante. Purtroppo, non sono io l'autore dell'Insurrection qui vient – e tutto questo affare dovrebbe piuttosto convincerci del carattere essenzialmente poliziesco della funzione di autore. Ne sono, in compenso, un lettore. Rileggendolo, non più di una settimana fa, ho meglio compreso l'astio isterico che vi si mette, nelle alte sfere, nel perseguitare i presunti autori. Lo scandalo di questo libro è che tutto quello che vi figura è rigorosamente, catastroficamente vero, e non finisce di avverarsi ogni giorno un po' di più. Perché quello che si avvera, sotto le apparenze di una “crisi economica”, di un “crollo della fiducia”, di un “rigetto di massa delle classi dirigenti”, è la crisi di una civiltà, l'implosione di un paradigma: quello del governo, che in Occidente regola tutto – il rapporto degli esseri tra loro non meno che l'ordine politico, la religione o l'organizzazione delle imprese. Vi è, a tutti i gradini del presente, una gigantesca perdita di dominio alla quale nessuna stregoneria poliziesca offrirà rimedio. Non è trafiggendoci di prigione, di pignola sorveglianza, di controlli giudiziari e di divieti di comunicare col motivo che noi saremmo gli autori di questa lucida constatazione, che si riuscirà a far svanire quello che è stato constatato. Il proprio delle verità è di sfuggire, appena enunciate, a coloro che le formulano. Governanti, non vi è servito a nulla consegnarci alla giustizia, tutto al contrario.


 State leggendo “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault. Questa analisi appare ancora pertinenete?
La prigione è il piccolo sporco segreto della società francese, è la chiave e non il margine dei rapporti sociali più presentabili. Quello che qui si concentra in un tutto compatto, non è un mucchio di barbari selvaggi come piace far credere, ma l'insieme delle discipline che sono la trama, al di fuori, dell'esistenza cosiddetta “normale”. Sorveglianti, cucina, partite di calcio nel cortile, impiego del tempo, divisioni, cameratismo, pestaggi, sporcizia delle architetture: bisogna aver soggiornato in prigione per prendere la piena misura di quello che la scuola, l'innocente scuola della Repubblica, contiene, per esempio, di carcerale. Vista sotto questo angolo imprendibile, non è la prigione che appare un riparo per i falliti della società, ma è la società presente che ha le sembianze di una prigione fallita. La stessa organizzazione della separazione, la stessa amministrazione della miseria attraverso le canne, la televisione, lo sport e il porno regna ovunque ma altrove con forse meno metodo. Per finire, questi alti muri non nascondono alla vista null'altro che una verità di una banalità esplosiva: sono delle vite e delle anime in tutto simili che si trascinano da una parte all'altra dei fili spinati e a causa loro. Se si braccano con tanta avidità le testimonianze dell'”interno” che esporrebbero i segreti che la prigione nasconde, è per meglio occultare il segreto che essa è: quello della vostra servitù, voi che siete reputati liberi fintanto che la sua minaccia pesa invisibilmente su ognuno dei vostri gesti. Tutta l'indignazione virtuosa che circonda lo sporco delle celle francesi e i suicidi a ripetizione, tutta la grossolana contro-propaganda dell'amministrazione penitenziaria che mette in scena per le telecamere dei secondini devoti al benessere del detenuto e dei direttori del carcere che si curano del “senso della pena”, in breve: tutto questo dibattito sull'orrore dell'incarcerazione e la necessaria umanizzazione della detenzione è vecchia come la prigione. Fa anche parte della sua efficacia, permettendo di combinare il terrore che deve ispirare con il suo ipocrita statuto  di castigo “civile”. Il piccolo sistema di spionaggio, di umiliazione e di distruzione che lo Stato francese dispone fanaticamente  attorno al detenuto più di  chiunque altro in Europa, non è così scandaloso. Lo Stato lo paga ogni giorno al centuplo nelle sue banlieues e in tutta evidenza non è che l'inizio: la vendetta è l'igiene della plebe.
Ma la più grande impostura del sistema giudiziario-penitenziario consiste sicuramente nel pretendere che esso esisterebbe per punire i criminali, quando non fa che gestire gli illegalismi. Qualunque padrone – e non solo quello di Total – qualunque presidente di consiglio generale – e non solo quello dell'alta Senna –  e qualunque poliziotto sa che c'è bisogno di illegalismo per esercitare correttamente il suo mestiere. Il caos delle leggi è tale, ai nostri giorni, che si fa in modo di cercare di non farle troppo rispettare. Per quanto concerne le droghe, infatti, si limitano a regolarne il traffico e non lo reprimono, che sarebbe qualcosa di socialmente e politicamente suicida. La divisione non passa dunque, come vorrebbe la fiction giudiziaria, tra legale e illegale, tra gli innocenti e i criminali, ma tra i criminali che si giudica opportuno perseguire e quelli che si lasciano in pace come richiesto dalla politica generale della società. La razza degli innocenti si è estinta da molto tempo e la pena non è ciò a cui vi condanna la giustizia: la pena è la giustizia stessa. Quindi non è questione per me e i miei compagni di “gridare la nostra innocenza”, come la stampa si è ritualmente lasciata andare a scrivere, ma di mettere in rotta l'avventurosa offensiva politica che costituisce questa procedura infetta. Ecco qualcuna delle conclusioni al quale lo spirito è portato nel rileggere Sorvegliare e punire a partire dalla Santé. Si potrebbe suggerire, visto quello che i Foucaltiani fanno, da vent'anni, dei lavori di Foucault, di spedirli in pensione qui per qualche tempo.

Come analizzate quello che vi sta accadendo?
Disilludetevi: quello che accade a me e ai miei compagni, accade anche a voi. Qui risiede, tra l'altro, la prima mistificazione del potere: nove persone sarebbero perseguite nel quadro di una procedura giudiziaria di “associazione a delinquere in relazione con un impresa terrorista”, e dovrebbero sentirsi particolarmente toccate da questa grave accusa. Ma non esiste un “affare di Tarnac” e nemmeno un “affare Coupat” o un “affare Hazan” (editore dell'Insurrezione che viene). Quello che esiste è un'oligarchia vacillante sotto tutti i punti di vista e che diventa feroce come ogni potere lo diviene quando si sente realmente minacciato. Il Principe non ha altro sostegno che la paura che ispira quando la sua vista eccita nel popolo niente altro che odio e derisione.
Quello che esiste, è, davanti a noi, una biforcazione, allo stesso tempo storica e metafisica: o passiamo da un paradigma di governo a un paradigma dell'abitare al prezzo di una rivolta crudele ma sconvolgente, oppure lasciamo che si instauri, su scala planetaria, questo disastro climatizzato in cui coesistono, sotto la frusta di una gestione “decomplessificata”, una élite imperiale di cittadini e delle masse plebee tenute al margine di tutto. C'è dunque una guerra, una guerra tra i beneficiari della catastrofe e quelli che si fanno della vita una idea meno scheletrica. Non si è mai vista una classe dominante che si suicida di buon cuore. La rivolta ha delle condizioni, non ha causa. Quanti ministeri dell'identità nazionale, licenziamenti stile Continental, retate di sans-papiers o di oppositori politici, ragazzini uccisi dalla polizia nelle periferie, ministri che minacciano di privare di diploma quelli che osano occupare ancora la loro facoltà, quanti ne occorrono per decidere che un tale regime, installato con un plebiscito dalle apparenze democratiche, non ha nessuno titolo ad esistere e merita solamente di essere buttato giù? È un affare di sensibilità.
La servitù è l'intollerabile che può essere infinitamente tollerato. Siccome è un affare di sensibilità e questa sensibilità è immediatamente politica (non quella che si chiede “perché vado a votare?”, ma “la mia esistenza è compatibile con questo?), per il potere è una questione di anestesia a cui corrisponde l'amministrazione di dosi sempre più massicce di divertimento, di paura e di stupidità. E lì dove l'anestesia non funziona più questo ordine, che ha riunito contro di lui tutte le ragioni di rivoltarsi, tenta di dissuaderci con un piccolo terrore adattato alla situazione. Io e i miei compagni non siamo che una variabile di questo adattamento. Ci si sospetta come molti altri, come molti “giovani”, come molte “bande”, di desolidarizzarci da un mondo che sta crollando. Su questo punto solamente non si mente. Per fortuna l'accozzaglia di truffatori, di impostori, di industriali, di finanzieri e di ragazze, tutta questa corte di Mazarino sotto neurolettici, di Luigi Napoleone in versione Disney, di Fouché della domenica che per il momento ha in mano il paese, manca del più elementare senso dialettico. Ogni passo che fanno verso il controllo di tutto, li avvicina alla loro sconfitta. Ogni nuova “vittoria” di cui si vantano allarga un po' di più il desiderio di vederli a loro volta vinti. Ogni manovra con la quale pensano di confortare il loro potere ha l'effetto di renderlo odioso. In altri termini: la situazione è eccellente. Non è il momento di perdere il coraggio.

Intervista raccolta da Isabelle Mandraud e Caroline Monnot

Articolo apparso nell'edizione del 26.05.09

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Jayati Gosh

di materialiresistenti (26/05/2009 - 13:02)

I consumi di Cindia - 26/05/09


cina indiadi Jayati Gosh - da ilmanifesto.it

L'Occidente teme il benessere di Cina e India, che «brucia» risorse che considerava sue






Una visita in Europa occidentale lo scorso marzo mi ha offerto una visione lievemente diversa, e un po' inquietante, circa lo svolgersi degli avvenimenti economici e delle loro coordinate. Quando una crisi si sviluppa, in ogni parte del mondo ci si interroga sulle attuali istituzioni economiche - e naturalmente paure, insicurezze e preoccupazioni incidono pesantemente sulla visione del futuro. Le principali domande riguardano le entrate economiche e la distribuzione delle risorse (non succede sempre cosí?), ma in questi tempi di crisi globale le argomentazioni possono diventare piú taglienti e perfino laceranti. Due sono gli argomenti piú usati pubblicamente. Il primo consiste in un'animosità, appena o per niente dissimulata, nei riguardi di Cina e India (inevitabilmente associate, nonostante le enormi differenze), indicate come beneficiarie della globalizzazione e voraci divoratrici di risorse globali. Il secondo rivela una generale incapacitá di concepire una via di uscita dalla crisi attuale che non sia semplicemente replicare il passato, persino quando ció risulti chiaramente insostenibile. L'atteggiamento europeo nei confronti dell'Asia é stata a lungo caratterizzata da una combinazione variabile di paura e fascinazione, rispetto e repulsione, competizione e colonialismo - come gli studi sull'Orientalismo hanno reso fin troppo evidente. Ma le le percezioni più diffuse oggi sono in qualche modo differenti; nutrite da media sensazionalistici che non hanno tempo o spazio da perdere per dedicarsi alle complessità, si muovono come un pendolo passando dall'idea di un'Asia popolosa terreno di crescita per povertà e terrorismo, a quello di un export aggressivo che grazie al basso costo della mano d'opera, porterà alla crescita del livello di vita di una futura classe media di due miliardi di persone, che fagociterà insostenibilmente le risorse mondiali. La pura ignoranza può spiegare molte cose. In Europa, persino nei settori più informati dell'opinione pubblica, quasi non ci si rende conto di quanto la globalizzazione abbia inciso negativamente sulle condizioni di vita e sull'occupazione della maggior parte delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi asiatici a forte crescita. La crisi agraria è considerata storia passata, ormai superata dalla crescita dei prezzi dei prodotti agricoli sul mercato mondiale tra il 2002 e la prima parte del 2008, sebbene le entrate degli agricoltori non siano cresciute e le coltivazioni siano sempre meno accessibili nella gran parte dei paesi in via di sviluppo. A causa del volume dell'esportazione di manufatti asiatici, c'è ancora una diffusa percezione del dirottamento del lavoro manufatturiero dal Nord al Sud - benché l'occupazione manufatturiera sia diminuita nella totalità dei paesi in via di sviluppo, sia a malapena cresciuta nella maggior parte dei paesi asiatici, e sia diminuita dal 1997 in quella che è in genere considerata l'officina del mondo, la Cina. A Londra, durante un dibattito pubblico, uno dei partecipanti si è chiesto se Cina e India, recentemente arricchitesi per avere sfruttato i processi di globalizzazione, sarebbero in grado di usare la crisi corrente come opportunità per cavalcare questo tsunami economico che rischia di sommergere tutti i paesi, e riemergere più forti di Europa e Usa. Un anziano e distinto gentiluomo, all'apparenza eminente, nel corso di un'affollata conferenza a Berlino, è stato ancora più perentorio: «Cina e India hanno tratto profitto della crisi economica che ha colpito l'Asia nel 1997-1998, e ora beneficeranno di questa crisi globale alle spese dei loro vicini». Un altro partecipante ha espresso più o meno lo stesso concetto: «Quei paesi (Cina e India) non sono poveri, sono pieni di miliardari, 4 tra le prime 10 persone più ricche del mondo vengono da là, e nonostante tutto si lamentano di noi e nello stesso tempo ci domandano assistenza». Queste non sono ovviamente posizioni politicamente corrette, né rappresentano la maggioranza delle opinioni, e tra l'altro sono state contestate da altri partecipanti alle conferenze in questione. Nella loro assoluta franchezza però danno un'idea di quanto siano diffuse e sotterranee queste percezioni. Non si tratta solo di spostamenti nell'equilibrio economico e geopolitico. Persino tra le persone più progressiste in Europa esiste una paura palpabile, alcune volte inespressa o espressa solo in argomentazioni molto sottili e sofisticate, che la crescita dei consumi tra quella larga fetta delle popolazioni del mondo eserciterà una pressione insostenibile sulle risorse globali e di conseguenza non va assolutamente essere favorita. C'è una parte di verità in questo: non c'è dubbio che gli attuali standard di vita del nord del mondo non sarebbero sostenibili se dovessero diventare accessibili a ogni abitante di questo pianeta. Ciò implica che la crescita futura dei paesi in via di sviluppo debba seguire un percorso di produzione e consumo più equo e cosciente. Ma ciò si scontra duramente con il problema di fondo. Perché anche se le élites e la classe media nei paesi in via di sviluppo, in particolare Cina e India, cessassero d'improvviso di aumentare i loro consumi e si limitassero a portare la maggior parte delle popolazioni a qualcosa di simile a un accettabile standard di vita minimo, ciò implicherebbe un uso estensivo di risorse globali, e sarebbe inevitabile un maggior uso di risorse naturali e l'aumento delle emissioni inquinanti. Dunque la dura realtà è che il mondo sviluppato deve, nella sua totalità, consumare meno risorse naturali e ridurre il suo contributo al riscaldamento globale. Ciò a sua volta ha effetto sulle entrate economiche. Non è assolutamente chiaro come mai dei paesi in calo demografico debbano incrementare il loro prodotto interno lordo; perché non dovrebbero orientarsi invece verso la redistribuzione interna e il cambiamento degli stili di vita, cose che potrebbero di fatto migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini. La crisi corrente è un'eccellente, forse unica, opportunità per portare a un cambiamento nelle aspirazioni socialmente indotte e nei bisogni materiali, e riorganizzare la vita economica dei paesi sviluppati in modo meno rapace e più sostenibile. Purtoppo questo tipo di messaggio non ha avuto ascolto, almeno tra i decisori politici dei principali paesi capitalistici. Negli Stati uniti, perfino la blandamente ecologista amministrazione Obama parla solo di promuovere «tecnologie più pulite e più rispettose dell'ambiente » invece di fare cessare assurdi sprechi e dispendiosissimi ordini di consumo. Ad esempio le strategie di trasporto restano fondate sull'eccessivo affidamento all'auto privata piuttosto che su un più estensivo ed efficiente trasporto pubblico. Anche in Europa l'interesse si rivolge verso la rivitalizzazione di vecchie e superate maniere di consumare. In Italia Silvio Berlusconi ha appena esortato la popolazione a non cambiare i propri stili di vita a causa della crisi, in quanto ciò ridurrebbe immediatamente l'attività economica! Altrimenti detto, questo implica che lo spreco e l'eccessivo consumo sono socialmente desiderabili in quanto quella è l'unica via per preservare l'occupazione. Anche a livello globale, i politici stanno dimostrando la stessa sorprendente mancanza di immaginazione. Tutti gli occhi sono puntati sugli Stati uniti e sulle misure di salvataggio di Obama in quanto, direttamente o indirettamente, la dipendenza dalle esportazioni verso gli Usa è cosi grande che per la maggior parte dei paesi è vista come l'unica maniera di salvarsi economicamente. Ma gli Usa, molto semplicemente, non possono più essere il motore della crescita mondiale a causa del loro enorme debito estero e dell'attuale deficit, - e non è nemmeno desiderabile che continuino a esserlo. Questo crea per le altre economie il bisogno inevitabile e urgente di ridirezionare il proprio commercio e i propri investimenti. Inoltre questo crea una opportunità per gli altri paesi di concepire forme di consumo differenti, più sostenibili e possibilmente più desiderabili. Perché oggi così poche persone, specialmente tra coloro che sono in posizione di influenzare le politiche economiche, sollevano queste questioni piuttosto ovvie? Quello che non sembriamo realizzare è che, a meno che questi problemi basilari non vengano risolti, non solo marceremo tutti disperatamente verso il mare con l'urgenza dei lemmings, ma continueremo batterci e perfino ucciderci l'un l'altro per avere il privilegio di arrivarci per primi.

(Traduzione G.P. Polloni, Lettera 22)

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titoli tossici

di materialiresistenti (25/05/2009 - 15:29)

Fuori i titoli tossici dalle università

21/05/2009

di Roberta Carlini

La crisi ha messo al tappeto le loro teorie dominanti, ma gli economisti non sembrano pronti a trarne le conseguenze. Come la moratoria di quei libri di testo che sono tossici quanto i titoli insaccati nei prodotti finanziari mondiali. Una campagna per cambiare il modo di studiare l'economia

E adesso, fuori i titoli tossici. Dei libri però. Un nuovo movimento è partito dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, e si sta diffondendo rapidamente tra studenti e insegnanti di economia nel mondo: quello per una moratoria dalle nostre scuole e università dei libri di economia che per anni e anni ci hanno indottrinato ispirandosi a una dottrina che – come ha detto lo stesso Alan Greenspan – è collassata in pochi mesi (“This modern paradigm held sway for decades. The whole intellectual edifice, however, collapsed in the summer of last year." Greenspan, 2008). L'estate scorsa, quella in cui la bolla è esplosa ed è iniziata la crisi mondiale nella quale siamo immersi fino al collo. Un evento che, dal punto di vista epistemologico, “dovrebbe avere la stessa portata dell'osservazione dell'eclissi solare del 1919”, scrive Edward Fullbrook (professore alla Università West of England, autore di “Real World Economics: A Post-Autistic Economics Reader”.). Che continua: se la professionalità degli economisti assomigliasse almeno lontanamente a quella dei loro colleghi nelle scienze naturali, “dovrebbero buttarsi in ginocchio e proclamare la falsità delle loro teorie, l'inadeguatezza dei loro metodi e l'urgente bisogno di nuovi strumenti”. 


Al primo posto nell'elenco del mea-culpa dovrebbero esserci proprio i libri di testo. Di qui la campagna, lanciata con un sito , propagata attraverso un gruppo su Facebook (700 adesioni in cinque giorni), sponsorizzata dalla Real Word Economics Review – e, nel nostro piccolo, da oggi sostenuta anche da sbilanciamoci.info. “Quello dell'economista è in primo luogo un mestiere da insegnante”, scrive Fullbrook citando Galbraith. E come si è insegnato negli ultimi decenni? Spesso, molto spesso, basandosi su testi che hanno spacciato gli assunti per realtà rivelate, l'economia per una legge dettata dall'alto, allontanandosi riga dopo riga dalla realtà effettiva del mondo della produzione e delle merci. Un esempio su tutti, portato nel sito, è quello della “bibbia” di Greg Mankiw, “Princìpi di economia”, pubblicato in tutto il mondo in cinque edizioni mentre il suo autore, come Capo degli economisti del presidente Bush, era direttamente coinvolto nella preparazione del disastro. Nel suo articolo, Fullbrook si diverte a mettere gli enunciati del libro di testo di Mankiw alla prova della realtà. Ma lo stesso esercizio si potrebbe fare con molti dei libri di testo adottati nelle nostre università – anzi, invitiamo caldamente lettori e frequentatori di questo sito a farlo, segnalando i titoli tossici, magari mandandoci delle perle di saggezza da essi estratti, per cominciare a produrre qualche anticorpo culturale ed educativo. E per poter cominciare a costruire una “post-crash economics”, che gli amici di www.toxictextbooks.com vedono ispirata ai seguenti 11 princìpi:

1. Non cercare di farti passare per un parente stretto degli scienziati naturali

2. Non parlare, se non a bambini molto piccoli, di mani invisibili e di magia

3. Quando possibile evitare l'uso di parole emotive
4. Ricorda ogni mattina che il tuo dovere di professore è di educare gli studenti, non di indottrinarli
5. Prova a guardare ai fenomeni economici da punti di vista differenti e insegna ai tuoi studenti a fare altrettanto
6. Incoraggia la diversità di inquadramento concettuale nella ricerca economica
7. Non essere condiscendente con i tuoi studenti
8. Tieni gli occhi sull'economia del mondo reale e non su quello immaginario
9. Non cercare di nascondere ai tuoi studenti e al pubblico la complessa ma affascinante diversità nella storia e nell'attualità della scienza economica
10. Evita i fissati e cerca di non diventarlo tu stesso
11. Non fare mai passare un'ideologia per verità oggettiva

In allegato: il manifesto della campagna contro i libri di testo tossici

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Oliver Sacks

di materialiresistenti (18/05/2009 - 17:57)

L’OCCHIO DELLA MENTE

Adelphiana

www.adelphiana.it

28 novembre 2003

Traduzione di Isabella Blum




Nella sua ultima lettera, Goethe scrisse: «Gli antichi dicevano che gli animali apprendono dai loro
organi; io vorrei aggiungere che altrettanto fanno gli uomini, i quali tuttavia hanno il vantaggio di insegnare, a loro volta, ai propri organi». Queste parole furono scritte nel 1832, un’epoca in cui l’influenza della frenologia era al culmine e il cervello veniva considerato un mosaico di «piccoli organi » preposti a differenti aree come il linguaggio, la capacità di disegnare e la timidezza. Si pensava che ogni individuo ricevesse una determinata quantità di questa o quella facoltà, a seconda di quanto fosse stato fortunato alla nascita. Sebbene oggi non si presti più attenzione alle «bozze» craniche – a differenza di quanto facevano i frenologi, secondo i quali ciascuna diceva qualcosa della parte del cervello o della mente che avvolgeva –, la neurologia e le neuroscienze
sono rimaste fedeli ai concetti di determinazione e localizzazione cerebrali – e soprattutto
all’idea che la parte superiore del cervello, la corteccia, sia efficacemente programmata fin dalla
nascita: una parte destinata alla visione e all’elaborazione visiva, una all’udito, un’altra ancora al tatto, e via di seguito.

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