Ned Rossiter
LA TELA DEL RAGNO
di Benedetto Vecchi
RETI ORGANIZZATE PER SFUGGIRE AL CONTROLLO
Un percorso di lettura dedicato a Internet, a partire dal volume di Ned Rossiter. Nel frattempo, l'Europa invita gli stati nazionali a considerare l'accesso al web come un diritto di cittadinanza, mentre oggi a Roma è «Festa dei Pirati»
Sono bastati pochi anni affinché l'utopia del World Wide Web vissuto come regno della libertà lasciasse il posto alla visione di Internet come ultima frontiera da colonizzare per «fare affari». E altrettanto breve è stato il periodo in cui le imprese operanti nelle Rete sono fallite, lasciando sul campo pochi sopravvissuti. Tra questi i soliti noti - Microsoft, Oracle, Sun, Ibm, Dell -, mentre i nuovi arrivati erano nomi conosciuti solo dagli «addetti ai lavori». Google era infatti solo una piccola impresa conosciuta nei collages o nel caotico mondo dei virtuosi della programmazione.
La crisi che aveva sconvolto il World Wide Web tra il 1999 e il 2001 era generalmente letta come un necessario processo di selezione «naturale» in un ambiente fortemente competitivo, dove le risorse cominciavano a scarseggiare. Ciò che gli analisti del settore non potevano immaginare è che dagli angoli meno conosciuti della rete cominciavano appunto a farsi avanti realtà che rivendicavano una sorta di ritorno alle origini di Internet, una tecnologia propedeutica alla condivisione di materiali digitali - testi, immagini, suoni - e alla comunicazione sociale.
Il social networking, il peer to peer sono solo due degli esempi di questo radicale mutamento di scenario che ha caratterizzato la Rete dopo la deflagrazione delle dot-com. Il successo planetario di Google e, in misura minore di Yahoo!, era letto come il segnale che il web poteva essere comunque un habitat che favoriva gli affari, a patto però che le imprese fossero saldamente ancorate al social networking. È a queste new entry che è dedicato il volume di Nicholas Carr Il lato oscuro della rete (Rizzoli-Etas, pp. 270, euro 20), saggio utile proprio per comprendere cosa accade nella produzione high-tech, quali sono i modelli produttivi emergenti, quale il rapporto che intercorre tra imprese e cooperazione sociale. E maggiormente significativa è la pubblicazione del libro Reti organizzate di Ned Rossiter (manifestolibri, pp. 255, euro 28), densa analisi dei rapporti sociali dentro e fuori la Rete, con il pregio di prestarsi a ulteriori percorsi di ricerca.
Problemi di savoir faire
L'autore de Il lato oscuro della Rete, Nicholas Carr, è stato direttore di Harvard Business Review, una specie di vangelo apocrifo del libero mercato in salsa libertaria, in particolare modo per quella centralità data all'homo oeconomicus, figura tanto eterea quanto flessibile nel definire una visione della realtà in cui tanto la società che lo stato dovevano essere considerati sue variabili dipendenti. Il nome di Carr è però legato al provocatorio saggio - Doesi It matter? - dove le tecnologie digitali sono considerati fattori produttivi secondari nella nuova organizzazione dell'impresa. Per l'autore, infatti, l'elemento qualificante di un'economia di libero mercato è la valorizzazione del savoir faire della forza-lavoro, mentre alle tecnologie è delegato il compito di rendere fluido il processo lavorativo. Il potere del management sta nella sua capacità di avere una vision complessiva dei rapporti tra i diversi settori dell'impresa.
Una tesi che non piacque molto ai produttori di computer e di software, data la critica che Carr muoveva al determinismo tecnologico che animava gran parte della retorica sulla nuova organizzazione produttiva basata sulle tecnologie digitali, definita di volta in volta: a «rete», «snella», «orizzontale».
In questo saggio, Carr non fa certo autocritica. Le tecnologie, qualunque esse siano, sono sempre delle macchine che svolgono determinati compiti. Non hanno nulla delle virtù prometeiche che vengono loro attribuite. Semmai sono equiparate all'elettricità, che può essere venduta a chi ne ha bisogno. È su questa analogia tra tecnologie digitali e elettricità che si snoda il saggio di Carr, individuando nella potenza di calcolo e nello spazio di memoria eccedenti una utility che può essere venduta. In altri termini, una impresa si connette alla rete e può collegarsi a un sito che offre programmi applicativi specifici - dall'elaborazione dei testi, alla gestione degli archivi, dalle paghe alla gestione di cartelle cliniche - oppure può usare lo spazio di memoria che gli serve. Così le tecnologie digitali diventano una utility, proprio come l'elettricità agli inizi del Novecento. Certo, le imprese che vendono servizi destinano all'acquisto di macchine e software ingenti investimenti, ma i profitti si fanno attraverso un sofisticato sistema di tariffe che privilegiano il «mondo degli affari», ma che possono essere allargate anche ai singoli.
Il saggio di Carr può essere dunque letto come l'ennesimo pamphlet sulle magnifiche sorti progressive di Internet. E molte potrebbero essere le obiezioni sul «modello di business» avanzato, ma il punto che merita di essere discusso del volume si trova in due capitoli dal titolo «Dai molti ai pochi» e «La tela del ragno» quando l'autore descrive la trasformazione del crowdsourcing in attività economica.
Il potere dei molti
Il termine, praticamente intraducibile, crowdsourcing indica proprio quella cooperazione sociale che sviluppa sia programmi informatici innovativi che procedure altrettanto innovative nelle attività di rete. Carr dice espressamente che questa attività dei «molti» favorisce i guadagni per «pochi». Ciò che l'autore descrive non è altro che la classica appropriazione privata di un bene comune - la conoscenza en general -. È in questa politica dell'espropriazione che si gioca la partita della rete, molto più rilevante del grande risiko tra le grandi imprese hig-tech, gioco composto da fusioni, acquisizioni, strategie di marketing e convergenza tecnologica tra telefonia mobile e informatica che appassiona i media. Ma per comprendere il conflitto tra cooperazione sociale nella rete e imprese occorre partire dalle Reti organizzate del giovane ricercatore australiano Ned Rossiter, uno dei saggi più sofisticati nel mettere in relazione la saggistica dedicata a Internet con il pensiero critico sul capitalismo contemporaneo.
Il punto di partenza di Rossiter è all'opposto di quello di Carr, perché mette al centro i rapporti di lavoro, i programmi politici finalizzati alla crescita delle cosiddette «industrie creative», le norme tanto nazionali che globali sulla proprietà intellettuale e la crisi della democrazia rappresentativa. Temi letti, tutti, attraverso una griglia analitica che si avvale delle opere di autori tra loro eterogenei, da Theodore W. Adorno a Chantal Mouffe, da Harold A. Innis a Scott Lasch, da Geert Lovink a Paolo Virno.
Rossiter respinge in maniera convincente le tesi secondo le quali Internet è l'atteso regno della comunicazione libera, così come rigetta il luogo comune che vede nelle relazioni di lavoro nelle imprese high-tech l'auspicato superamento delle gerarchie e del lavoro salariato. Anzi è proprio a partire da una analisi dei documenti sulle «industrie creative» che l'autore giunge alla conclusione che la trasformazione dei modelli produttivi e le norme della proprietà intellettuale dimostrano chiaramente come i meccanismi di sfruttamento più che superati siano semmai accentuati nel cyberspazio, sebbene presentino caratteristiche diverse dal passato. Da una parte, le materia prime del «lavoro creativo» - espressione che Rossiter utilizza criticamente - è la conoscenza e il sapere sociale. Dunque, ciò che è «comune» diviene proprietà di «pochi» (le imprese) attraverso le leggi della proprietà intellettuale. Allo stesso tempo le gerarchie non scompaiono, ma sono articolate nei rapporti vis-à-vis segnati dalla condivisione di uno stesso progetto lavorativo da svolgere in un'unità di tempo definita.
Nell'impresa contemporanea sono quindi vigenti quelle foucaultiane «tecnologie del controllo» dove tutti controllano tutti e che hanno il loro corollario nella precarietà dei rapporti di lavoro.
Il saggio di Ned Rossiter acquista maggior rilevanza per il fatto che è stato scritto dopo la crisi dell'economia delle dot-com. Cioè negli anni successivi, quando era svanito il sogno di chi aveva individuato in Internet l'«ambiente» che poteva garantire un ininterrotto sviluppo economico, sostituendo così l'industria automobilistica e quella dell'elettronica di consumo come settori trainanti dell'economia mondiale. La messa a tema della crisi da parte dell'autore può essere usata in questi tempi dove la crisi non ha coinvolto solo il cyberspazio, ma si è diffusa al di fuori dello schermo. La retorica attorno al «lavoro creativo» ha infatti lasciato il posto alla consapevolezza sulla necessità di fare i conti con il regime di accumulazione capitalistico nel suo complesso. Questo non significa che gli elementi di conoscenza e di comprensione del capitalismo contemporaneo derivanti dall'analisi della rete siano da gettare alla critica roditrice dei topi. Più realisticamente è di articolarli maggiormente. A partire dal ruolo svolto dai «molti», il contesto cioè dove maturano le innovazioni. E questo indipendentemente se il lavoro viene svolto in uno sweatshop o in una impresa tradizionale, se esso è manuale o «cognitivo», con buona pace di chi insegue ancora la chimera di un tranquillizante quarto stato. Infatti, tanto dentro che fuori lo schermo, il conflitto investe l'appropriazione privata delle innovazioni in quanto prodotto sociale.
Ned Rossiter invita a pensare la rete come una realtà da organizzare in base al rifiuto di questa espropriazione della creatività da parte delle imprese. Dunque organizzare «i molti». Un invito da fare proprio in una situazione dove la crisi va agita, anche come occasione di trasformazione della realtà.
bvecchi@ilmanifesto.it
Tarnac


TOUS COUPAT TOUS COUPABLES
Ce qui est ici en question n’est évidemment pas la nécessité impérieuse que s’organise une solidarité sans faille avec les inculpés de Tarnac, et que celle-ci soit aussi puissante et déterminée que possible. La question est plutôt que cette solidarité s’est déployée sur une ligne de pente dont le propre est qu’elle ensevelit sous l’épaisse couche de cendres d’une police sentimentale et « démocratique » tout ce qui pouvait constituer le venin, le ferment de radicalité de L’Insurrection qui vient, avec son appel à se mettre « en route ». Le rassemblement informe et sans bords qui s’est constitué en faveur des inculpés (et dont, répétons-le, la volte-face des journaux a donné le signal et en quelque sorte défini les conditions) n’est pas sans rappeler le consensus anomique, propre à la « démocratie du public » brocardé par des auteurs comme Rancière et Badiou ; il s’étend maintenant jusqu’aux dirigeants du parti socialiste, voire du Modem et, inclut bien sûr, le télégénique Besancenot ; mais c’est un rassemblement qui se tient aux antipodes de ce que s’efforçait de présenter L’Insurrection qui vient et la décision d’y faire jouer en acte le motif de la communauté.
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Prigogine
I MOVIMENTI DI UN UNIVERSO PLURALISTICO
di Ilya Prigogine
Traiettorie TEMPORALI
Grazie alle scoperte più recenti, la materia non ci appare passiva, come voleva la visione meccanicistica del mondo, ma è associata all'attività spontanea. Un cambiamento così profondo da far pensare a un nuovo dialogo tra uomo e natura. Un'anticipazione da «Lettera internazionale»
Una volta, il giovane Werner Heisenberg andò a fare un'escursione con Niels Bohr. Quello che segue è il racconto di ciò che Bohr disse quando giunsero al Castello di Kronberg: «Non è strano come cambia questo castello appena immaginiamo che Amleto ha vissuto qui? Come scienziati, pensiamo che un castello sia fatto solo di pietre, e ammiriamo il modo in cui l'architetto le ha messe insieme. Le pietre, il tetto con il suo muschio verde, le incisioni in legno della chiesa: tutto questo costituisce il castello. Nulla di tutto ciò può essere cambiato dal fatto che Amleto vivesse in questo luogo - eppure tutto è diverso. All'improvviso, le mura e i bastioni parlano una lingua diversa... Eppure, tutto quello che sappiamo di Amleto è che il suo nome compare in una cronaca del XIII secolo... Ma tutti conoscono le grandi questioni che Shakespeare gli mise in bocca, gli abissi umani che avrebbe rivelato, e dunque anche lui doveva trovare un posto su questa terra - qui a Kronberg».
Alla base del mondo meccanico
Naturalmente, questa storia ci porta a un problema che è antico quanto l'umanità stessa: il significato della realtà. Ed esso non può essere dissociato da un altro: il significato del tempo. Per noi, il tempo e l'umana esistenza, e dunque anche la realtà, sono concetti indissociabili. Ma è necessario che sia così? Cito uno scambio epistolare tra Einstein e il suo vecchio amico Besso. Negli ultimi anni, Besso tornava molto spesso sul tema del tempo. Che cos'è il tempo? Che cosa l'irreversibilità? Pazientemente Einstein rispondeva sempre: l'irreversibilità è un'illusione, un'impressione soggettiva, che deriva da condizioni iniziali eccezionali. La morte di Besso, pochi mesi prima di quella di Einstein, avrebbe interrotto quella corrispondenza. Alla morte dell'amico, in una lettera commovente alla sorella di Besso e al figlio, Einstein scriveva: «Michele ha lasciato questo strano mondo precedendomi di poco. Non è importante. Per noi fisici convinti, la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un'illusione, ancorché persistente». Solo un'illusione. Devo confessare che questa frase mi ha molto colpito. Mi sembra che esprima in maniera straordinariamente efficace il potere simbolico della mente. Di fatto, nella sua lettera a Besso, Einstein reiterava ciò che Giordano Bruno aveva scritto nel XVI secolo e che è diventato il credo della scienza: «È dunque l'universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l'atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo; il quale non deve posser essere compreso; e però infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza inmobile». Per lungo tempo, la visione di Giordano Bruno avrebbe dominato la visione del mondo occidentale. E avrebbe condotto al mondo meccanico con i suoi due elementi di base: le sostanze immutabili come gli atomi, le molecole o le particelle elementari, e il moto. Certo, con la teoria dei quanti, sono intervenuti molti cambiamenti; tuttavia, le caratteristiche di fondo di questa concezione restano immutate. Ma come comprendere la natura senza tempo che pone l'uomo al di fuori della realtà che egli descrive? (...)
Nel Cimitero marino, Paul Valéry descrive la lotta dell'uomo per venire a patti con il tempo in quanto durata, con il suo arco limitato aperto su di noi. Nei Quaderni - quei numerosi volumi di appunti che scriveva di prima mattina - torna sempre e di nuovo sul problema del tempo: «Durata, scienza da costruirsi». In Valéry, c'è un senso profondo dell'inaspettato. Certo, egli non poteva accontentarsi di un determinismo universale che presuppone, in certo senso, che tutto è dato. Scrive Valéry: «Il determinismo - sottile antropomorfismo - dice che tutto accade come in una macchina così come posso comprenderla. Ma ogni legge meccanica è in fondo irrazionale - sperimentale... Il senso della parola determinismo è vago quanto quello della parola libertà... Il determinismo rigoroso è profondamente deista. Perché ci vorrebbe un dio per percepire questo incatenamento infinito completo. Bisogna immaginare un dio, un fronte divino per immaginare questa logica. È un punto di vista divino. Di modo che il dio, sottratto alla creazione e all'invenzione dell'universo, viene restituito per la comprensione di questo universo. Che si voglia o meno, un dio è posto necessariamente nel pensiero del determinismo - ed è un'ironia rigorosa»
L'eredità del XIX secolo
Valéry fa un'osservazione molto importante: il determinismo è possibile solo per un osservatore posto al di fuori del suo mondo - mentre noi descriviamo il mondo dall'interno. Il tema del tempo non è un fenomeno isolato, nella prima parte del XX secolo: possiamo citare alla rinfusa, oltre a Valéry, Proust, Bergson, Teilhard, Freud, Peirce o Whitehead. Come abbiamo detto, il verdetto della scienza è definitivo: il tempo è un'illusione. Eppure, com'è possibile? Veramente siamo costretti a scegliere tra una realtà senza tempo che porta all'alienazione umana e un'affermazione del tempo che sembra rompere con la razionalità scientifica?
La maggior parte della filosofia europea da Kant a Whitehead appare come un tentativo di superare in qualche modo la necessità di questa scelta. La distinzione kantiana tra mondo noumenico e mondo fenomenico era un passo in questa direzione, come anche l'idea di Whitehead di filosofia del processo. Nessuno di questi tentativi ha avuto grande successo e il risultato è la progressiva decadenza della «filosofia della natura». Concordo pienamente con Leclerc quando scrive: «In questo secolo, subiamo le conseguenze della separazione tra scienza e filosofia che ha seguito il trionfo della fisica newtoniana del XVII secolo. E non è solo il dialogo tra scienza e filosofia che ha sofferto». Ecco una delle origini della dicotomia tra le due «culture». Esiste un'opposizione irriducibile tra ragione classica con la sua visione non-temporale e la nostra esistenza con la sua visione del tempo ben rappresentata dalla piroetta che Nabokov descrive in Guarda gli Arlecchini. Ma nella scienza sta accadendo qualcosa di drammatico - una cosa inaspettata quanto la nascita della geometria, o quanto la visione grandiosa del cosmo come è stata espressa nell'opera di Newton. Diventiamo progressivamente sempre più consapevoli del fatto che, a tutti i livelli, dalle particelle elementari fino alla cosmologia, la scienza sta riscoprendo il tempo.
Un dialogo tra scienze naturali e scienze umane, incluse le arti e la letteratura, può essere un nuovo inizio e forse svilupparsi in qualcosa di fruttuoso, come è stato nella Grecia classica o durante il XVII secolo con Newton e Leibniz. Per comprendere i cambiamenti del nostro tempo, può essere utile partire dall'eredità scientifica del XIX secolo. Questa eredità include due contraddizioni fondamentali a cui non è stata data alcuna risposta. Il XIX secolo è stato essenzialmente il secolo dell'evoluzione. Si pensi al lavoro di Darwin in campo biologico, di Hegel in filosofia o alla formulazione della famosa legge dell'entropia in fisica.
Cominciamo da Darwin. A parte l'importanza dell'Origine della specie, pubblicato nel 1859, c'è un elemento generale dell'approccio darwiniano che voglio sottolineare: l'idea di fluttuazioni spontanee nelle specie biologiche che, attraverso la selezione, conducono a un'evoluzione biologica irreversibile. Quindi, il suo modello coniuga due elementi: l'idea di fluttuazione, di casualità, di processo stocastico, e l'idea di evoluzione, di irreversibilità. Diciamo subito che, dal punto di vista biologico, questa idea conduce a un'evoluzione che corrisponde a una crescente complessità, all'auto-organizzazione.
Ciò è in aperto contrasto con il significato che generalmente è associato alla legge dell'aumento entropico così come è stata formulata da Clausius nel 1865. L'elemento fondamentale di questa legge è la distinzione tra processi reversibili e irreversibili. I processi reversibili non conoscono alcuna direzione privilegiata nel tempo. D'altro canto, i processi irreversibili implicano una freccia del tempo. Tale distinzione è ripresa nella formulazione della seconda legge della termodinamica che postula l'esistenza di una funzione, l'entropia, la quale, in un sistema isolato, può solo aumentare a causa della presenza di processi irreversibili, rimanendo invece invariata nel caso di processi reversibili. Dunque, in un sistema isolato, quando il sistema arriva all'equilibrio e i processi irreversibili a una conclusione finale, l'entropia raggiunge il suo massimo. 
Probabilità e irreversibilità
È stato uno dei più grandi fisici teorici di tutti i tempi, Ludwig Boltzmann, a dare la prima interpretazione microscopica dell'aumento dell'entropia. Egli si dedicò alla teoria cinetica dei gas con l'idea che il meccanismo del cambiamento, dell'evoluzione debba essere descritto in termini di collisioni tra molecole. La sua scoperta più importante fu che l'entropia è strettamente collegata alla probabilità. Di nuovo, come in Darwin, evoluzione e probabilità, casualità, sono strettamente connesse. Tuttavia il risultato di Boltzmann contraddice quello di Darwin. La probabilità raggiunge il suo massimo quando viene raggiunta l'uniformità. Si pensi a un sistema di due scatole che comunicano attraverso un forellino. Ovviamente, l'equilibrio sarà raggiunto quando il numero di particelle nelle due scatole è lo stesso. Ergo, l'approccio all'equilibro corrisponde alla distruzione delle condizioni iniziali, all'oblio delle strutture iniziali, in opposizione a Darwin per il quale evoluzione significa creazione di nuove strutture.
Così arriviamo alla prima questione, alla prima contraddizione che abbiamo ereditato dal XIX secolo: come possono Boltzmann e Darwin avere entrambi ragione? Come possiamo descrivere, da un lato, la distruzione delle strutture e, dall'altro, i processi che comportano l'auto-organizzazione? Eppure entrambi i processi usano elementi comuni: l'idea di probabilità (espressa, nella teoria di Boltzmann, in termini di collisioni tra particelle) e l'irreversibilità che emerge come risultato della descrizione probabilistica.
Ma prima di spiegare in che modo Boltzmann e Darwin abbiano entrambi ragione, analizziamo la seconda contraddizione. Le problematiche che affrontiamo ora sono molto più profonde dell'opposizione tra Boltzmann e Darwin. Il prototipo della fisica classica è la meccanica classica, lo studio del moto, la descrizione delle traiettorie che portano un punto dalla posizione A alla posizione B. I due tratti fondamentali della descrizione dinamica sono il suo carattere deterministico e quello reversibile. Una volta indicate le condizioni iniziali, possiamo predire rigorosamente la traiettoria. Quindi, a livello dinamico, sembra non esserci posto per la casualità o per l'irreversibilità. In certo modo, la situazione resta identica nella teoria dei quanti, dove parliamo di funzione d'onda e non di traiettorie. Di nuovo, la funzione d'onda evolve secondo la legge deterministica reversibile.
Un nuovo dialogo tra uomo e natura
Conseguentemente, l'universo appare come un grande automa. Abbiamo già detto che, per Einstein, il tempo nel senso di tempo direzionale, di irreversibilità, era un'illusione. Generalmente, come affermano molti libri e pubblicazioni, l'atteggiamento classico nei confronti del tempo è stato una sorta di sfiducia. In L'universo ambidestro, Martin Gardner scrive che la seconda legge della termodinamica rende solo improbabili certi processi, mai impossibili. In altre parole, la legge dell'aumento dell'entropia si riferisce solo a una difficoltà pratica, senza alcun fondamento profondo.
Analogamente, in Il caso e la necessità, Jacques Monod esprime l'idea che la vita sia solo un accidente nella storia della natura. È una sorta di fluttuazione che per ragioni non chiare è in grado di mantenersi. È certo che, qualunque sia la nostra comprensione di problemi così complessi, il nostro universo ha un carattere pluralistico. Le strutture possono scomparire, come in un processo di diffusione, ma possono anche nascere, come in biologia e, in modo ancora più visibile, nei processi sociali. Alcuni fenomeni sono ben descritti da equazioni deterministiche, come nel caso dei moti planetari; ma alcuni altri, come l'evoluzione biologica, possono comportare processi stocastici. Perfino lo scienziato più convinto della validità delle descrizioni deterministiche esiterebbe nell'affermare che al momento del Big Bang la data di questa mia conferenza fosse già iscritta nelle leggi di natura.
Viviamo in un unico universo. Cominciamo a vedere che l'irreversibilità e la vita sono iscritte nelle leggi fondamentali, anche a livello microscopico. Inoltre, l'importanza che attribuiamo ai vari fenomeni che possiamo osservare e descrivere è molto diversa, per non dire opposta, da quanto suggeriva la fisica classica per la quale i processi erano deterministici e reversibili. I processi che implicavano casualità o irreversibilità erano considerati eccezioni, meri artefatti. Oggi, ovunque vediamo all'opera processi irreversibili, di fluttuazione. I modelli considerati dalla fisica classica sono per noi limitati a situazioni che possiamo creare artificialmente, per esempio mettendo una certa quantità di materia in una scatola e aspettando che essa raggiunga l'equilibrio.
L'artificiale può essere deterministico e reversibile. Il naturale contiene elementi essenziali di casualità e di irreversibilità. Ciò conduce a una visione della materia in cui essa non è più passiva, come affermava la vecchia visione meccanicistica del mondo, ma è associata all'attività spontanea. Questo cambiamento è così profondo che credo si possa veramente parlare di un nuovo dialogo tra l'uomo e la natura. (...)
Se avessimo chiesto a un fisico, solo pochi anni fa, che cosa la fisica è in grado di spiegare e che cosa lascia aperto, ci saremmo probabilmente sentiti rispondere che ovviamente non conosciamo abbastanza le particelle elementari o le caratteristiche cosmologiche dell'universo nel suo insieme, ma tra questi due estremi le nostre conoscenze sono abbastanza soddisfacenti. Oggi, una minoranza crescente (alla quale anche io appartengo) non condividerebbe un atteggiamento tanto ottimistico. Personalmente, sono persuaso che ci troviamo solo all'inizio di una più profonda comprensione della natura intorno a noi, e ciò mi sembra di enorme importanza per includere la vita nella materia e l'uomo nella vita. (...)
Traduzione di Biancamaria Bruno
SCHEDA
PROFILO
Studioso della complessità tra chimica, fisica e ecologia
Molto noto soprattutto per le sue teorie riguardanti la termodinamica applicata ai sistemi complessi (che gli valsero il Nobel per la chimica nel 1977), Ilya Prigogine nacque a Mosca nel 1917, ma trascorse gran parte della vita a Bruxelles, dove è morto nel 2003, dopo essere stato direttore del centro di meccanica statistica all'Università del Texas a Austin, e tra i fondatori del Center for Complex Quantum Systems. Il testo di cui vi proponiamo ampi stralci in questa pagina fa parte di un dossier che l'ultimo numero di «Lettera internazionale» (www.letterainternazionale.it), in uscita nelle librerie nei prossimi giorni, dedica al tempo e che comprende anche scritti di Jerome K. Jerome e André Malraux. La rivista dedica inoltre un dossier all'«Economia-Pianeta», su cui intervengono tra gli altri Serge Latouche, Wolfang Sachs, Muhammad Yunus, Amitav Ghosh.
il manifesto







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