il secolo di Lèvi-Strauss

Vale la pena a questo punto ricordare che è tipico dello strutturalismo di Lévi-Strauss rifiutare di far coincidere il concetto di struttura con quello di sistema locale, storicamente condizionato: la struttura viene invece intesa come l'insieme delle possibilità di connessione che collegano un sistema locale con una molteplicità di altri sistemi. Questo fascio di connettibilità è ciò che Lévi-Strauss ha più volte chiamato «gruppo di trasformazioni». La struttura, la fonte di intelligibilità antropologica, non è dunque in un sistema particolare, ma è fuori dai sistemi: ovvero per capire un sistema (un fenomeno, una forma) occorre uscirne, conoscere altri sistemi altrettanto particolari e porli in connessione tra loro, farli dialogare. La struttura perciò non è una realtà storicamente data: è invece il fascio di possibilità di cui i sistemi concreti e storici non sono altro che realizzazioni particolari. L'antropologia ha il compito di ricostruire questo quadro più ampio, non lasciandosi intrappolare dalla logica dei sistemi particolari. Per raggiungere questo obiettivo e per garantirsi una connettibilità strutturale più sicura e veloce, lo strutturalismo di Lévi-Strauss ha compiuto due passi: un lavoro di forte astrazione dei fenomeni e la chiusura del numero delle possibilità, passi che oggi gli antropologi non si sentono di compiere, o perlomeno non sempre e non del tutto. E allora il problema si pone in questi termini: con il suo strutturalismo Lévi-Strauss ha indicato una via di salvezza per l'antropologia, un modo per sfuggire alla morsa della profezia di Frederic William Maitland (1899): «ben presto l'antropologia dovrà scegliere di essere storia o di non essere niente». La soluzione di Lévi-Strauss è di praticare un'antropologia come sapere trasversale, un sapere che pone in comunicazione forme diverse di intendere famiglie, matrimoni, politica, arte, umanità.
Il compito di risalire la corrente
Oggi, queste forme ci appaiono assai meno nitide: si presentano ai nostri occhi come tentativi, abbozzi, brandelli di umanità, modelli appannati, sporchi, frantumati e che si situano in un orizzonte di possibilità più vago e indeterminato. In queste condizioni, è comunque proponibile la connettibilità transculturale? È lecito pensare ancora a un'antropologia come sapere trasversale, anche se si tratta di una trasversalità faticosa, rallentata da ostacoli e dal peso dell'esperienza vissuta dei soggetti che vi partecipano? Per chi scrive, la risposta è sì, se si vuole che l'antropologia sopravviva come sapere accademico e nel contempo come una sorta di paradigma per le nostre società interconnesse, per le quali la convivenza si gioca appunto sulla capacità e sulla disponibilità non solo a capire gli altri, ma a capire noi stessi attraverso e grazie agli altri, anche gli altri più lontani e miserevoli, i rifiuti della storia, come appunto direbbe Lévi-Strauss, quelle «periferie dell'umanità» (Marshall Sahlins), pattumiere e fogne «ai margini del mondo capitalistico e industriale» (Eric Wolf) frequentate dagli antropologi. Qui non si tratta semplicemente di possibilità «altre», da capire nella loro pura diversità. Si tratta invece di quelle forme di umanità che la nostra civiltà ha calpestato: la loro miseria e la loro marginalità, il loro stesso scomparire parlano non soltanto di loro; parlano di noi, si connettono a noi, facendoci vedere - secondo una celebre frase di Tristi Tropici - la «nostra sozzura gettata sul volto dell'umanità». Ma, oltre la denuncia di queste nefandezze, l'insegnamento di Lévi-Strauss si traduce in un atteggiamento che qualifica ulteriormente la ricerca antropologica: è un andare à rebours, un ricercare forme di umanità prima dello scempio e dello sfacelo, perché sarà pur vero che da sempre le società si sono ibridate e trasformate (Jean-Loup Amselle), ma ciò non deve farci dimenticare che il cataclisma antropologico contemporaneo non ha analoghi nella storia e che l'antropologia - se vuole salvaguardare la sua missione - ha il compito di risalire la corrente e, con il suo sapere etnologico, di conservare la memoria delle forme di umanità che abbiamo distrutto per sempre.
Questi piccoli gruppi umani, che ancora sopravvivono in alcune regioni del mondo, tentando disperatamente di difendere il proprio diritto a essere diversi e a non farsi inglobare e travolgere dai processi di modernizzazione, sono stati relegati ai margini dagli stessi antropologi contemporanei, un po' come i Guaranì nel bellissimo film La terra degli uomini rossi di Marco Bechis, accampati sul bordo di una strada.
E tuttavia proprio queste sono le culture di cui Lévi-Strauss ha sempre rivendicato il ruolo cruciale per lo sviluppo di un sapere antropologico e all'analisi delle quali ha dedicato i suoi principali sforzi di studioso e di teorico.
Una umanità sconosciuta
La sua monumentale opera sulle mitologie dei popoli indigeni americani, i quattro volumi delle Mitologiche, più altre opere uscite successivamente, può scoraggiare il lettore non specialista per la quantità di pagine e per il percorso intricato che l'autore compie, analizzando centinaia di racconti mitici diversi. Da questi lavori, però, emergono due aspetti rilevanti. Innanzitutto, la dignità intellettuale delle creazioni mitiche dei popoli americani, che viene così posta sullo stesso piano delle grandi produzioni intellettuali del mondo antico o delle civiltà orientali. In secondo luogo, la passione dell'autore per questo mondo apparentemente lontano e inconsueto, a cui egli ha dedicato i suoi ultimi cinquant'anni di lavoro, immergendosi giorno per giorno in un universo di storie e di avventure fantastiche, assaporando la «musica che è nei miti».
Nei suoi primi lavori sulla mitologia, Lévi-Strauss ha posto l'accento soprattutto sul metodo strutturale: le sue analisi, egli afferma, ci fanno scorgere come dietro all'apparente varietà e confusione dei racconti più disparati si celano meccanismi rigorosi di trasformazione, che ci permettono di vedere nei miti un processo grazie al quale è possibile passare da una versione all'altra, applicando un certo numero di operazioni logiche. Diversi critici hanno appuntato le proprie osservazioni sull'aspetto eccessivamente astratto dell'opera, che non si preoccupa tanto dei miti e del loro contenuto, quanto di mettere in luce una serie di meccanismi generali del pensiero umano. È un'accusa in parte fondata, ma che trascura il fatto che se si leggono i volumi mitologici dell'autore, e non solo l'introduzione metodologica, ci si trova immersi e affascinati dalle storie sul giaguaro signore del fuoco, o sull'origine dei maiali selvatici e del tabacco, dal ruolo del fuoco come intermediario tra uomo e animale così come tra cielo e terra, tra il sole e la luna.
Si scopre allora che i miti ci dicono in realtà molte cose, ci fanno scoprire un'umanità sconosciuta che è al tempo stesso molto lontana e molto vicina a noi, un'umanità che non avremmo mai conosciuto se autori come Lévi-Strauss non ci avessero accompagnato alla sua scoperta, suscitando la nostra ammirazione.
Non si può non restare impressionati nel leggere il testo della prima lezione tenuta dall'antropologo francese al Collège de France, nel 1960, davanti a un pubblico composto dal fior fiore dell'intellettualità parigina (opportunamente riproposto in questi giorni da Einaudi, con il titolo Elogio dell'antropologia). Dopo avere presentato il contenuto essenziale degli studi antropologici, Lévi-Strauss richiama l'attenzione degli ascoltatori sui lontani popoli indigeni che, a migliaia di chilometri, conducono la loro vita lottando quotidianamente per la propria sopravvivenza, fisica e culturale.
Questi piccoli popoli, sparsi per il mondo e minacciati continuamente dalle forze devastanti della modernizzazione, sono i detentori di un «povero sapere» che costituisce tuttavia l'essenza dell'antropologia. Nel momento stesso in cui Lévi-Strauss consacra la propria carriera entrando a far parte di una delle più prestigiose istituzioni accademiche del suo paese, si presenta al pubblico non tanto come un interprete delle culture umane o un esploratore dei processi mentali, quanto piuttosto come l'«allievo e il testimone» di lontani popoli sperduti, nei confronti dei quali dichiara apertamente di aver contratto un debito di riconoscenza inestinguibile.
Celebrando il «secolo di Lévi-Strauss» dovremmo quindi accogliere il monito del grande studioso a non farsi trascinare dalle trappole della modernizzazione, a guardare con occhio critico e disincantato al lato oscuro della globalizzazione, che cancella le forme più deboli e più radicali di diversità culturale, e a prestare ascolto a quegli sparuti popoli indigeni, che hanno attirato l'interesse e l'ammirazione del grande antropologo francese e dai quali possiamo ancora apprendere il significato più profondo dell'espressione «essere umano».
La Repubblica Romana
È nata la Repubblica romana
di redazione deriveapprodi
È un foglio. È un percorso. Nato dall'incontro di gruppi e singoli, attivisti ed editori, giornalisti e scrittori, lavoratori della cultura in genere. Parla a chi dentro Roma non si sente sconfitto e guarda con voglia di sperimentare la scena emersa dopo lo sconquasso elettorale.
Ci si interroga su quel che è stato, come sia potuto accadere che il laboratorio Roma, quel modello di governo della città messo in piedi da Veltroni e sembrava invincibile, sia crollato nel breve volgere di una tornata elettorale. Dove, in cosa non ha retto il veltronismo?
Anche la stampella «caritatevole» di questa macchina amministrativa, il cattolicesimo solidarista, ne esce in crisi. Non si può contemperare offensiva ideologica reazionaria con un ruolo di riferimento sociale; non si può avere ruolo di riferimento sociale, attenzione ai deboli, alle nuove povertà e poi mostrarsi remissivi e complici coi poteri.
Ora sembra trionfare la richiesta di sicurezza. Ma il sicuritarismo, con la sua semplificazione delle cose, la sua riduzione a pochi, quando non a uno, dei problemi, provoca il caos dell'ingovernabilità. Una città complessa, una metropoli ha bisogno di risposte complesse, di una crescita complessa, di una moltiplicazione delle risposte di fronte alla moltiplicazione delle questioni. Basteranno quattro proclami e tre sceneggiate d'ordine di Alemanno a sistemare le cose?
A noi sembra piuttosto che la forma di economia che ha governato il mondo sia andata in crisi. Il liberismo è in crisi, ovunque. È in questo passaggio che le contraddizioni sociali ed economiche accumulate esplodono, che i processi di fascistizzazione sociale emergono, che ritornano ammodernati egoismi sociali, razzismi etnici, disgregazione e aggressività, coatterie globali e periferiche.
La destra al potere è una faccia della barbarie già in atto, l'altra, quella forse più feroce, sta in certi comportamenti sociali. Ci sembra pure non ci siano spazi per ammoine: la crisi della politica, che è sostanzialmente la crisi del riformismo del Novecento, si è consumata tutta. Ci restano, ed è tutto, processi di indipendenza economica, materiale, politica, culturale dentro la società, contro questa società.
Ecco, la Repubblica Romana.
Accorrete! Accorrete!
p.s. = si può scaricare con un link in basso
Saskia Sassen
CONFINI MOBILI DELLA SOVRANITÀ
LO STATO DELLA GLOBALIZZAZIONE
In Italia su invito dell'«Associazione di cultura e politica Il Mulino», Saskia Sassen ha tenuto la lectio magistralis che la casa editrice bolognese organizza ogni anno attorno all'emergere di uno spazio politico, giuridico e economico «Né globale, né nazionale» all'interno del quale alcune componenti dello stato moderno e dei i movimenti sociali favoriscono la costituzione di un ordine politico mondiale in cui l'esercizio del potere vede l'interazione, la negoziane e il conflitto tra istituzioni, imprese e movimenti locali, regionali, globali.
Saskia Sassen tiene però a precisare che in tutti i suoi libri, compreso quest'ultimo, si prende la libertà di offrire sì il sottofondo empirico della sue tesi, ma anche di fare «pura teoria». Una libertà che non sempre è apprezzata nel mondo universitario anglosassone. Con un sorriso sornione tiene comunque a a sottolineare che lei è una «nomade intellettuale», perché è nata in Olanda, ma che è stata influenzata della cultura latinoamericana, visto che ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Buenos Aires. Inoltre, per la sua crescita intellettuale è stata significativa la frequentazione della realtà intellettuale italiana,, dato che è vissuta a Roma, mentre la Francia è stata determinante per prendere familiarità con quel marxismo strutturalista che ha condizionato tantissimo il saggio The Mobility of Labor and Capital. Allo stesso modo, il pragmatismo statunitense ha mitigato la sua tendenza all'astrazione. «Sono una straniera che si sente a casa in ogni posto che visito», dice con ironia E alla affermazione che questa sensazione ricorda molto la figura dell'apolide di Edward Said, sorride divertita dal paragone.

Un nomadismo intellettuale, tuttavia, che viene gestito con rigore, come testimoniano i suoi libri sulle Città globali o sulla globalizzazione (Fuori controllo, Globalizzati e scontenti, Sociologia della globalizzazione), dove Saskia Sassen dosa sempre sapientemente l'eterogeneità della sua formazione intellettuale. Una caratteristica che accompagna anche questo ultimo libro, dove la formazione dello stato moderno è vista come un «assemblaggio» di diversi territori retti da autorità spesso in conflitto le une con le altre. Un processo lungo secoli e assai contradditorio. Più o meno come la globalizzazione, considerata a ragione come un work in progress che vede diverse istituzioni, imprese, movimenti sociali che lavorano per assemblare ciò che è distinto per storie, tradizioni culturali, realtà produttive.
Sono molti gli studiosi che sostengono come la crisi finanziaria rappresenti il de profundis della globalizzazione e che Barack Obama sarà costretto a una politica più attenta allla dimensione nazionale che non il suo predecessore George W. Bush, attento invece ad affermare la supremazia imperiale americana nel mondo. Lei che ne pensa?
Non credo proprio che la crisi attuale coincida con la fine della globalizzazione. Penso infatti il contrario. Se guardiamo alle misure prese per reagire alla crisi finanziaria vediamo che c'è un attivo coordinamento dei diversi governi nazionali per affrontarla. L'obiettivo dichiarato è infatti salvare la globalizzazione, mica ritornare al passato.
Negli ultimi venti, trenta anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda dell'attività economica, nel rapporto tra gli stati, nell'azione politica dei movimenti sociali. C'è chi dice che l'interdipendenza tra le diverse realtà nazionali è l'elemento che caratterizza la globalizzazione. Questo è indubbio, ma la globalizzazione è anche altro. Le imprese, ad esempio, progettano il processo lavorativo a livello globale, i capitali ignorano i confini nazionali, le migrazioni coinvolgono centinaia di milioni di uomini e donne, modificando il panorama delle società che lasciano e di quelle che accolgono i migranti. Le città diventano globali, cioè rispondono più a una dimensione sovranazionale che allo stato nazionali in cui sono collocate. Ci sono inoltre istituzioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il Wto che stabiliscono regole che ogni stato nazionale deve poi far sue.
Sono questi cambiamenti irreversibili, che non devono però alimentare una lettura lineare della globalizzazione. La globalizzazione è, infatti, un processo segnato da continuità, ma anche da forti discontinuità. Per queste ragioni non credo che Barack Obama privilegerà il cortile di casa, perché gli Stati Uniti sono parte integrante della globalizzazione. Obama è un leader politico intelligente e sa benissimo che se attuerà una politica «nazionalista» andrà incontro a un insuccesso. C'è ovviamente la pesante eredità che George W. Bush gli lascerà.
Durante la campagna presidenziale Obama ha detto che vuole favorire un grande cambiamento, che lo stato deve intervenire per attenuare le diseguaglianze sociali accentuate del libero mercato. Ma Obama non è un radical, né un roosveltiano; crede nel libero mercato, ma pensa che il mercato lasciato a se stesso è destinato a fallire. Nel vostro paese sarebbe definito un «centrista». Ciò che è importante, tuttavia, non sono i suoi programmi, quanto la diffusa mobilitazione sociale per la sua elezione a presidente. Gli invisibili, i senza potere, le minoranze, i migranti hanno preso la parola e hanno occupato la scena politica. È difficile che tornino a casa senza cercare di condizionare le scelte politiche che farà. Non ho il dono delle preveggenza, ma è abbastanza realistico affermare che Barack Obama dovrà fare i conti anche con loro.
Il suo ultimo libro è in realtà un libro su come sta cambiando il concetto di sovranità. Nel passato, i governi nazionali avevano il monopolio della decisione su un territorio ben definito. Ora non è più così. Spesso le decisioni vanno prese a livello sovranazionale e gli stati-nazionali eseguono. Mi sembra che lei punti a radiografare questo mutamento....
L'idea che io stia lavorando a sviluppare un nuovo concetto di sovranità mi piace. Allo stato attuale delle mie ricerche mi limito a dire la sovranità moderna prevedeva un monopolio della decisioni politica, ma che tale decisione doveva avere il consenso e la legittimazione dei sudditi del sovrano. Nella fase attuale tutto è molto più complesso, perché le decisioni prese dal Wto, dalla Banca mondiale, dal G8 o dal Fondo monetario non hanno né il consenso che la legittimazione dei popoli oggetto di quelle decisioni. Eppure questi organismi istituzionali o informali continuano a operare e che la legittimità avviene assemblando territori, autorità e diritti. Il problema che mi sono posta è quale ruolo possono svolgere gli stati nazionali in questo processo, giungendo alla conclusione che stiamo assistendo a un processo di denazionalizzazione che ha come protagonisti gli stati nazionali.
La globalizzazione non significa tuttavia fine dello stato-nazione, quanto una modificazione dell'equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giuridico. Il potere esecutivo, ad esempio, acquista un ruolo decisivo nel tradurre localmente le decisioni prese globalmente. Allo stesso tempo il potere giuridico deve armonizzare la legislazione nazionale alle norme internazionali. Inoltre, lo stato-nazione esprime un sofisticato know how indispensabile a sviluppare quelle Authority indispensabili a negoziare con gli attori nazionali le decisioni globali. In ogni paese europeo ci sono oramai le Authority per la concorrenza, per le telecomunicazioni, per la privacy o altro ancora. Spesso sono composte da uomini e donne molto competenti che provengono dalla burocrazia statale. Dunque, nessuna scomparsa dello stato-nazione, ma un cambiamento nel suo funzionamento.
Ci troviamo però di fronte a un paradosso: lo stato-nazione che lavora per cedere parte della propria sovranità a istituzioni sovranazionali; oppure uno stato-nazione che diviene il guardiano sul proprio territorio per conto sempre di organizzazioni sovranazionali....
È un paradosso come dice lei, ma che consente ai movimenti sociali di rafforzare la propria azione. Prendiamo la carta delle Nazioni Unite sui diritti umani: può essere impugnata dai movimenti sociali per contrastare delle politiche nazionali; oppure possono rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia e chiedere che l'operato di un governo locale sia sanzionato. La globalizzazione è un processo all'interno del quale lo stato-nazione può anche rinunciare alla propria sovranità, ma questo non significa che sia una situazione che inibisce il conflitto sociale. Anzi, per molti aspetti l'aiuta. Prendiamo i forum sociale di Porto Alegre. Tutti ora dicono che sono finiti, che hanno perso la loro forza propulsiva. Sarà anche così, ma hanno favorito azioni globali, all'interno delle quali tanto le organizzazioni sovranazionali che gli stati nazionali hanno dovuto negoziare con i movimenti sociali globali. I conflitti che li hanno visti protagonisti non sono stati però conflitti antisistemici, per riprendere un'espressione cara a Immanul Wallerstein, bensì conflitti interni alla globalizzazione. Non puntavano cioè a uno sganciamento di questo o quello stato dall'economia e dall'ordine mondiale, quanto ad assumere che la globalizzazione era il contesto dove sviluppare la propria azione politica.
Prendiamo il movimento dei migranti negli Stati Uniti. Erano sans papiers che rivendicavano il fatto che erano loro, gli invisibili alla legge, uno dei motori propulsivi dell'economia statunitense. Erano dei «senza potere» che rivendicano il potere derivante dal loro fare, facendo leva proprio su quella terra di nessuno che non è né globale né nazionale.
Vuole dire che il potere non riesce a fare una mappa esaustiva della realtà sociale e che qualcosa gli sfugge?
Quello che mi preme sottolineare con la la tesi della «denazionalizzazione» è l'insufficienza dei linguaggi dominanti sulla globalizzazione. Negli anni passati abbiamo letto o sentito parlare di una omologazione culturale, dell'avvento di media globali, dell'egemonia di un pensiero unico. Ora abbiamo sì dei media globali, ma devono poi articolare forme locali nella produzione culturale. Il rap è considerato un altro esempio di omologazione culturale, visto che è suonato a Ramallah come a Los Angeles, a Parigi come a San Paulo. Ma, mentre il rap dei giovani palestinesi parla di autodeterminazione nazionale, a San Paulo descrive le favelas come una forma di vita «indipendente» dallo stato. Prendiamo Internet, il simbolo per eccellenza della globalizzazione.
Il web deve necessariamente essere globale e al tempo stesso locale. E tuttavia, nonostante tutti i tentativi di armonizzare le legislazioni nazionali, ci sono esperienze che non sono né globali, né locali e che hanno il potere di modificare la Rete, come testimoniano le esperienze di condivisione di informazione, musica e film. Quello che voglio dire è che nella globalizzazione ci sono appunto terre di nessuno né globali né locali all'interno delle quali i movimenti sociali sviluppano la loro azione che ha il potere di condizionare il suo sviluppo.
Petizione
A SOSTEGNO DEI E DELLE 9 DI TARNAC
Questa operazione ha già cambiato natura: una volta stabilita l'inconsistenza dell'accusa di sabotaggio dei cavi elettrici, l'affare ha preso un tono chiaramente politico.
Per il procuratore della Repubblica, "il fine della loro impresa è di raggiungere le istituzioni dello Stato e di arrivarci con la violenza - Io ripeto con la violenza e non con la contestazione, che è permessa- per disturbare l'ordine politico, economico e sociale"

"Noi non siamo depressi, noi siamo in sciopero"
L'intero testo de L'INSURRECTION QUI VIENT: http://www.lafabrique.fr/IMG/pdf_Insurrection.pdf
del comité invisible
Sito del comitato nazionale di sostegno: http://www.soutien11novembre.org/
aggiornamento:
http://www.t-pas-net.com/libr-critique/?p=1179
Nazismo e classe operaia 1933-1993






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