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Archivio Settembre 2008

Christian Marazzi

di materialiresistenti (30/09/2008 - 20:39)


LA MONETA E LA FINANZA GLOBALE

Tutto ciò che sembrava delineare un funzionamento normale della finanza negli anni Settanta è oggi scomparso, e per questo le teorie economiche si dimostrano obsolete. Negli ultimi decenni, tutto si è trasformato all’interno della finanza e delle sue regole sia per quello che riguarda la gestione del debito pubblico e il finanziamento degli investimenti sia per quello che riguarda invece la gestione delle imprese e soprattutto la creazione di posti di lavoro. Il fatto più rilevante: la finanza ha ormai preso il posto della creazione monetaria, che era stata una costante nel corso dei famosi trenta gloriosi anni del dopo guerra. Durante questa fase di crescita generalizzata del capitalismo occidentale, grazie al legame tra il Ministero del Tesoro e la Banca centrale, le autorità monetarie disponevano del potere di creare liquidità di moneta. Le autorità monetarie avevano, in questo modo, la possibilità di coprire i debiti generati dalle politiche di deficit spending, prima di tutto attraverso una creazione di moneta ex ante che anticipava il divenire-capitale di questa moneta immessa nel circuito economico dalle autorità statali.

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LA GRANDE CRISI DEI MUTUI-SPAZZATURA

di materialiresistenti (30/09/2008 - 09:11)

di Giorgio Gattei



1. Nel 2001, quando al collasso della new economy si è aggiunto l’attentato terroristico dell’11 settembre, gli Stati Uniti se la sono vista brutta. Che potesse prendere piede una economia della paura capace di bloccare la crescita futura del PIL? A rimedio la scienza economica consiglia di aumentare i consumi delle famiglie mediante l’aumento dei salari (che vanno però a discapito dei profitti), di favorire gli investimenti delle imprese con l’abbassamento dei tassi di interesse, di aumentare la spesa pubblica anche in deficit spending, ossia senza copertura finanziaria. E se in quest’ultimo caso si incontrano difficoltà politiche insormontabili, c’è sempre la spesa militare che non ha mai sofferto d’opposizione. Sulla base di queste opzioni il governo di Bush «il piccolo» ha scelto da subito la via della guerra (prima in Afghanistan e poi in Irak), avendo per obiettivo il rilancio del PIL mediante le commesse belliche e la riduzione del prezzo del petrolio che si sarebbe guadagnata quando, a vittoria conseguita, sarebbero affluite sul mercato le ingenti riserve irakene. Ma pure la Federal Reserve ha fatto la sua parte abbassando il tasso di sconto dal 6,5% del gennaio 2001 all’1% del giugno 2003. Tuttavia qui è stata necessaria una modifica rispetto alla teoria, perché in epoca di globalizzazione non si poteva più fare tanto affidamento sugli investimenti delle imprese che, avendo delocalizzato all’estero dove il costo della manodopera è più basso, col credito concesso avrebbero investito sì, ma all’estero. E’ così che, con innovazione pratica straordinaria, il presidente della FED ha deciso di rivolgere la riduzione del tasso di sconto al sostegno dei consumi delle famiglie favorendone l’indebitamento ipotecario immobiliare. Che tutti diventassero proprietari di casa propria a colpi di mutuo! E siccome si annunciava pubblicamente che il tasso di sconto sarebbe ancora diminuito, si incoraggiava la stipula di mutui a tasso variabile, così che sulle rate future da pagare risultassero interessi sempre più ridotti. E siccome il valore di un immobile è misurato dalla somma delle rate da pagare divisa per il tasso di sconto, con la diminuzione di questo le famiglie avrebbero visto aumentare il valore della casa messa a garanzia del debito contratto per acquistarla, e su quell’aumento di valore avrebbero potuto chiedere ulteriore credito alle banche da destinare questa volta direttamente ai consumi. Per sostenere poi al massimo la crescita del PIL si è deciso anche di aprire il credito a chiunque, perfino ai clienti ninja (No Income, No Job and Assets) che sono quelli che non hanno stipendio, occupazione o patrimonio, ma nonostante ciò si sono visti concedere prestiti sebbene privi di alcuna garanzia (ovviamente per tanto favore essi avrebbero pagato tassi d’interesse più elevati, che comunque erano garantiti a calare). Ma non c’era un rischio per le banche ad essere così prodighe di credito senza copertura? Niente affatto se questi mutui, anche i peggiori chiamati sub-prime, potevano venire cartolarizzati, ossia trasformati in titoli commerciabili sul mercato, così che il rapporto creditizio si trasferisse dalla banca emittente al nuovo acquirente. Ma chi si azzarderebbe mai a comprarli? Così come si presentano, nessuno. Ma essi potevano essere nascosti, insieme ad altri titoli più sicuri con tasso d’interesse più basso, dentro obbligazioni collaterali di debito (CDO, o “pacchetti-salsiccia”) che, proprio per la presenza di quei titoli-spazzatura, avrebbero offerto ai sottoscrittori rendimenti superiori, ad esempio, dei titoli di stato. Per ultimo intervenivano le agenzie di rating, che istituzionalmente hanno il compito di valutare i titoli presenti sul mercato misurandone la sicurezza mediante indici di qualità (AAA per quelli più sicuri). Queste valutazioni sono fatte da esperti finanziari, ma siccome per il servizio le agenzie di rating sono pagate dalle banche che emettono i titoli, esse hanno finito per favorire i propri “datori di lavoro” assegnando la qualifica AAA anche a quei CDO con dentro i mutui subprime. I quali, così ben nascosti nei pacchetti-salsiccia e sopravvalutati dagli indici di rating, hanno preso a circolare alla grande per il mondo (1400 miliardi di dollari nel 2005-2006 e altri 700 nel primo trimestre del 2007). Tutto congiurava a renderli apprezzabili quanti altri mai perché capaci di assicurare interessi più alti, dipendendo da debitori ad alto rischio, ma ciononostante presentandosi come più che sicuri perché favoriti della “tripla A”. Gli esperti finanziari ipotizzavano che, spalmandosi su di una vasta massa di risparmiatori, nel caso di una singola insolvenza il danno per il mercato sarebbe risultato insignificante. E su questi “miracolosi” titoli di credito hanno proliferato i contratti derivati (assicurazioni, scommesse e quant’altro) inventati dalla fantasia delle banche d’affari per far sì che tutti, ma proprio tutti, ci guadagnassero dall’indebitamento crescente delle famiglie americane. 2. Gli anni dal 2002 al 2006 sono stati una vera pacchia per i consumatori americani (che nel 2004, per riconoscenza, hanno rieletto Bush «il piccolo» senza necessità di brogli come accaduto nel 2000: non era patriottismo, era tornaconto economico). Ma lo sforzo finanziario è stato veramente imponente se dal 2000 al 2006 si sono fatte indebitare le famiglie di 18.200 miliardi di dollari per produrre 3.800 miliardi di dollari di PIL. Si trattava tuttavia di una pacchia drogata da quel credito illimitato concesso dalle banche “a cani e porci” che sarebbe potuta durare soltanto se i tassi d’interesse avessero continuato a diminuire. Ma questo avrebbe richiesto che la guerra irakena si chiudesse in fretta, consentendo agli Stati Uniti di coprire la “bolla creditizia” interna con i proventi economici della riuscita spedizione militare di rapina. Sappiamo però che così non è stato. A dispetto dell’annuncio di «missione compiuta» dell’aprile 2003, la guerra è proseguita e l’Irak si è trasformato in un «pantano» che ingoia militari (comunque pochi rispetto ai caduti in Vietnam) ma soprattutto consuma risorse finanziarie: 3000 miliardi di dollari, giusta la stima a marzo 2008 del premio Nobel Joseph Stiglitz, quando invece si era promesso che non si sarebbero superati i 50 miliardi. A copertura il Bush «il piccolo» ha dato fondo all’avanzo di bilancio lasciato dalla precedente amministrazione Clinton e poi si è messo a spendere in deficit spending (come da teoria) col bel risultato che il bilancio federale è finito in rosso (da +1,6% nel 2000 a -1,9% nel 2006, ma con una punta a -3,6% nel 2004). Né la spesa militare si è rivelata produttiva perché in Irak non arrivano a fruttare gli investimenti previsti per la ricostruzione, mentre il petrolio stenta ad arrivare sul mercato (si producevano 3 milioni di barili prima della guerra, che adesso si sono ridotti a 2 milioni) proprio quando la domanda internazionale in crescita. Risultato? Il prezzo del petrolio è schizzato dai 20 dollari al barile del 2000 a oltre i 100 $/barile del 2007. Eppure l’inflazione dei prezzi negli Stati Uniti è stata contenuta. Come mai? E’ questa un’altra “magia” della globalizzazione, perché i consumi delle famiglie indebitate si sono diretti verso le merci straniere ampiamente importate dalla grande distribuzione commerciale in quanto più convenienti dei prodotti nazionali. Così i prezzi di vendita sono stati mantenuti bassi, ma al prezzo di una bilancia commerciale (differenza delle esportazioni dalle importazioni) è finita altrettanto in rosso (da -389 miliardi di dollari nel 2001 a -856 miliardi nel 2006), di cui si sono largamente avvantaggiati i paesi che esportano negli Stati Uniti, come ad esempio la Cina. A fronte dei due “deficit gemelli” federale e commerciale che continuavano a crescere le autorità monetarie dovevano. Per favorire le esportazioni si è svalutato il dollaro (che dal cambio 1:1 con l’euro a fine 2002 è finito a 1,5 dollari per euro), mentre per evitare la fuga dei capitali dai titoli in dollari svalutati si è dovuto rialzare il tasso di sconto (dall’1% dell’estate 2003 al 5,25% di metà 2007). Tutto giusto naturalmente, perché la teoria insegna di fare proprio così. Soltanto che l’ultima decisione ha finito per travolgere i bilanci delle famiglie indebitate che sui mutui a tasso variabile hanno visto crescere gli interessi da pagare, mentre contemporaneamente si è ridotto il valore patrimoniale degli immobili acquistati portando allo scoperto eccedenze di credito che le banche si sono affrettate a chiedere di coprire. Chi non è in grado di pagare il mutuo, rischia così di vedersi pignorare la casa posta in garanzia oppure è costretto a venderla, mentre i clienti ninja, per i quali non ci sono garanzie patrimoniali su cui rivalersi, non pagano e basta. Peggio per i loro creditori che, in conseguenza della circolazione dei CDO “a tripla A”, sono ormai sparsi in tutto il mondo. E’ così che, di fronte al rischio d’insolvenza, dappertutto chi aveva titoli ha cercato di realizzarli non appena possibile, da cui l’altalena dei corsi di Borsa che, non appena un giorno vanno su perché c’è chi compra, il giorno dopo vanno giù perché c’è subito chi vende), mentre le banche in crisi di liquidità si tengono ben stretto il contante posseduto, chiudendo i normali canali di finanziamento tra loro oppure facendosi pagare un interesse interbancario più elevato, che è poi quello preso a misura degli interessi sui mutui. Nemmeno il pronto intervento di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che ad agosto 2007 hanno prestato al sistema bancario centinaia di miliardi di dollari e euro (ma con restituzione a breve termine), è stato capace d’invertire la tendenza a “tenersi liquidi”. Così la FED ha dovuto rinnegare la politica monetaria di rigore riducendo il tasso di sconto fino al 2%, ma questa volta senza essere seguita dalla BCE che dal 2% del 2005 lo ha portato al 4% a metà 2007 e continua a tenerlo lì. Di conseguenza l’euro si rivaluta sul dollaro, invogliando i risparmiatori ad abbandonarlo a favore della moneta europea (dove porterà questa “guerra monetaria” non è ancora dato a sapere, ma intanto la sterlina già s’interroga sulla sua incrollabile fedeltà al dollaro...). Da parte sua il governo britannico, al primo fenomeno di “assalto agli sportelli” ad una banca (la Northern Rock), ha invertito la salda tradizione di “privatizzazioni” alla Thathcer-Blair affrettandosi a nazionalizzarla, mentre negli Stati Uniti la Bearn Stearns sull’orlo del fallimento è stata acquistata dalla JP Morgan (ma con denaro preventivamente ricevuto dalla FED). Il fatto è che le aspettative sul futuro restano tutte al negativo perché la dimensione di quella che si presenta come una crisi finanziaria sistemica appare veramente colossale. Una valutazione complessiva di tutto quanto è a rischio d’insolvenza – non solo i mutui sub-prime ma pure i prime a tasso variabile, non solo i debiti delle famiglie ma pure quelli delle imprese, non solo le carte di credito ma pure i contratti derivati – porta ad una cifra sui 1000 miliardi di $, secondo l’ultima stima del Fondo Monetario Internazionale (aprile 2008). E siccome finora banche ed istituti finanziari hanno effettuato svalutazioni, ossia hanno messo a perdita di bilancio, soltanto 200 miliardi, ce ne sarebbero ancora 800 miliardi da “digerire”. A meno che non abbia ragione Nouriel Roubini, il più catastrofista tra gli economisti, che ha parlato di 3000 miliardi di $ di svalutazioni (la stessa cifra stimata da Stiglitz per il costo delle guerre americane in corso) che qualcuno sarà costretto dolorosamente a pagare. Per questo alle «65 raccomandazioni» espresse dal Financial Stability Forum presieduto da Mario Draghi nell’aprile 2008, che consigliano appena «vigilanza prudenziale» sugli intermediari e «trasparenza» nella concessione dei mutui e nella valutazione dei rating, ben si addice il giudizio d’insufficienza espresso da Giulio Tremonti: «è come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati». Né vi si parli dello strumento più efficace che potrebbe essere messo in campo per salvare il sistema finanziario: «le nazionalizzazioni che sono state fatte e si faranno ancora» (20 aprile 2004). 3. Se si credesse però di essere di fronte alla ripetizione della Grande Crisi del 1929, si commetterebbe un grave errore perché la situazione di oggi non è affatto come quella di allora. Oggi, a differenza di allora quando il mondo intero precipitò nella depressione economica, è soltanto una parte del sistema capitalistico che è in crisi di liquidità: gli Stati Uniti e l’Europa. Altrove si procede alla grande, sostenuti dalle straordinarie esportazioni di petrolio e manufatti proprio verso gli Stati Uniti e l’Europa, così che il Fondo Monetario Internazionale può prevedere per 2008 e 2009 un PIL al 6% in Russia, all’8% in India, al 9% in Cina. Ma che c’entrano questi paesi, e il mondo islamico con loro, con la crisi dei mutui-spazzatura? C’entrano perché in cambio di quelle esportazioni crescenti essi ricevono dollari che servono quale riserva delle rispettive monete. Ma siccome adesso quei dollari sono in via di svalutazione e quindi acquistare titoli del debito pubblico degli Stati Uniti, come fatto in precedenza, non è più un investimento conveniente, con le eccedenze valutarie quei paesi hanno costituito dei fondi sovrani (sovereign wealth funds) che sono fondi d’investimento pubblici destinati ad acquistare assets patrimoniali (ossia immobili ed imprese) un po’ dappertutto nel mondo. I fondi sovrani sono nati nei paesi esportatori di petrolio, come Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, ma c’è un fondo sovrano anche in Norvegia (si tratta del fondo pensione pubblico) e poi a Singapore che, incassando i pedaggi per il passaggio dello stretto di Malacca, ha costituito il fondo Temasek che è uno dei più attivi. Anche la Cina, che si trova a possedere un ingente avanzo commerciale, ha costituito nel 2007 il suo fondo sovrano, la China Investment Corporation, con dotazione iniziale di 200 miliardi di $. Sebbene quindi la presenza di questi fondi sovrani non sia una novità, solo con la crisi dei mutui-spazzatura sono venuti alla ribalta perché, disponendo di ingente denaro liquido, possono ripianare “pronta cassa” proprio le svalutazioni a cui banche ed istituti finanziari sono costretti dalla crisi dei mutui. E così è stato: nel 2007 i primi 10 fondi sovrani hanno investito 73 miliardi di $ spalmati su 52 diverse operazioni di salvataggio o acquisizione e nessuno ha eccepito sul fatto che fossero investitori di Stato esteri. Gli Emirati Arabi Uniti sono entrati in Citigroup con 7,5 miliardi di $, Singapore in UBS con 11,5 miliardi di franchi svizzeri e poi in Merrill Lynch con 5 miliardi di $ e in Barclays con 2 miliardi, mentre il fondo sovrano di Pechino ha investito 5 miliardi in Morgan Stanley, 3 miliardi in Blackstone e 1,9 nella petrolifera Total. I fondi sovrani non sono però del tutto innocui, avendo alcune caratteristiche difficili da far digerire ad un “libero mercato”. Prima di tutto sono statali (sono governi, non proprio democratici, a possederli) e perciò non sono trasparenti (non sono tenuti a dare comunicazione ai mercati delle loro operazioni d’investimento); non rispondendo ad azionisti privati, non hanno di mira un dividendo annuo e quindi possono investire a lungo termine con ottica strategica piuttosto che speculativa con obiettivi di partecipazione strategica in settori come infrastrutture, finanza, high tech, risorse energetiche e materie prime; sono particolarmente appetibili perché offrono liquidità immediata, ma se finora sono rimasti investitori “passivi”, potrebbero nel futuro esigere di contare nelle decisioni aziendali (a partire, per esempio, dal diritto di voto in assemblea). Ovviamente c’è già chi si preoccupa per questa invasione di capitale straniero. Ma dire sì o no dipenderà dalla dimensione e dalla durata della crisi. Attualmente i fondi sovrani sono presenti sul mercato con un ammontare complessivamente stimato attorno ai 2500 miliardi di $, ma per il 2015 si prevedono 12.000 miliardi che, tanto per avere un’idea, corrispondono grosso modo al PIL degli Stati Uniti. Troppi soldi per lasciarli stare alla finestra, se la crisi dovesse aggravarsi. E così, come è stato osservato da Francesco Arcucci, «il primo a cogliere questa necessità è stato il presidente della FED Bernanke che ha capito che per scongiurare il disastro... era necessario aprire il capitale azionario del Gotha bancario ai barbari. L’impero romano, mutatis mutandis, non ha fatto lo stesso per sopravvivere ancora alcuni decenni?» (“La Repubblica”, 10.3.2008). Vero, però alla fine Roma i barbari se la sono presa.

* * * Settembre nero. Avevo finito le pagine precedenti a maggio 2008, convinto che la crisi finanziaria si sarebbe approfondita fino ad intaccare l’economia “reale” (il sistema delle imprese). Ma le Grandi Crisi non si manifestano mai con un botto e via (come i terremoti), procedono con movimenti lentissimi e progressivi alla maniera di quei fenomeni di bradisismo che poi alla fine hai Venezia sott’acqua. E’ questo carattere che inganna: al primo segnale di sosta tutti si sbracciano a dire che «ne siamo già fuori» e tu fai la figura del menagramo che si augura sfasci che non ci sono più. Non ero convinto. E così quando Henry Paulson, segretario USA al Tesoro, proclama al mondo che «il peggio è alle spalle; sono ancora possibili sorprese ma non ci sono dubbi che le cose vanno meglio» (26 maggio), mi sono messo a ritagliare i giornali. Dopo il fortunoso salvataggio di Bear Stearns, quale la prossima bancarotta? “Terremoto Morgan Stanley” (22 marzo); “Si aggrava la crisi Merrill Lynch” (18 aprile); “Scossone a Deutsche Bank” (30 aprile); “Affondano AIG e Citigroup” (10 maggio); “Lehman perde 2,8 miliardi” (10 giugno); “Fallimento IndyMac” (13 luglio); “UBS crolla in borsa” (26 luglio); “Merrill: mega-svalutazione” (30.7); “Freddie Mac al tappeto” (7 agosto); “Crolla Fannie Mae” (9 agosto); “Columbian getta la spugna” (25 agosto); “Merrill brucia gli utili” (30 agosto) - e non ho ritagliato tutto. Ritorno dalle vacanze e, come dissero a Chernobyl, «si fonde il nocciolo». Freddie Mac e Fannie Mae sono due benemerite istituzioni finanziarie private, ereditate dal New Deal, che hanno erogato mutui immobiliari alle famiglie per 5.200 mld di $. Ora succede che le famiglie no arrivano più a pagare le rate. Saranno i bassi salari, la disoccupazione in aumento, l’inflazione in crescita, gli alti tassi d’interesse – ma quelle non ce la fanno più ad onorare il debito. Però Freddie Mac e Fannie Mae hanno emesso proprie obbligazioni per fornirsi di liquidità e queste obbligazioni (sicure perché garantite dalle case) sono finite un po’ dappertutto, in altre banche e fondi comuni, perfino nelle casse di banche centrali. Ma senza le rate come possono fare Freddie Mac e Fannie Mae a pagare le proprie obbligazioni in scadenza? Non le pagano e dovrebbero fallire. E’ il mercato, bellezza! - direbbero i liberisti di stretta osservanza. Però ne sarebbero travolti i mille sottoscrittori e proprio mentre si approssimano le elezioni presidenziali. Non si può proprio. E così, a dispetto del mercato «da lasciare a se stesso», si corre al salvataggio. Paulson (sempre lui) annuncia che Freddie Mac e Fannie Mae passano sotto il controllo del governo che ne assume i debiti impegnandosi per 100/300 mld di $ (8 settembre). I liberisti mugugnano, ma non c’è da temere: è solo una misura una tantum, l’eccezione che conferma la regola della non ingerenza dello Stato nel mercato (e così «Obama e McCain: bene così»). Passano pochi giorni ed è Lehman Brothers a vedersi il titolo precipitare in borsa del 40% (10 settembre). Questa volta non si annunciano salvataggi pubblici; si cerca una “cordata privata” ma gli interpellati (tra cui la coreana Kdb, China Investment e l’inglese Barclays) si defilano. Si chiede a Bank of America, è impegnata a salvare Merrill Lynch. Risultato: Lehman Brothers porta i libri in tribunale (16 settembre). E’ fallimento e peggio per il Fondo pensione integrativo Cometa (dei metalmeccanici) che si trova in pancia 3,5 milioni di euro di titoli Lehman. Passa un giorno e la nuova vittima sacrificale è American International Group, la più grande compagnia d’assicurazione del mondo, per cui non si temevano rischi di fuga dei clienti perché (si diceva) «è molto più difficile riscattare una polizza che chiudere un conto corrente» (“La Repubblica”, 13 settembre). Invece tutti vendono e McCain virilmente annuncia: «Lasciamo che fallisca, un salvataggio pubblico sarebbe un azzardo morale» (17 settembre). Ma non si può e il perché me lo spiega Luigi Spaventa (L’enigma americano, “La Repubblica”, 18.9.2008): AIG aveva sviluppato una divisione «gagliardamente impegnata in tutte le magie della nuova finanza», soprattutto in 440 mld di $ di credit default swaps con cui i sottoscrittori si assicuravano da insolvenze delle obbligazioni da loro possedute (io ti pago lo swap, ma se le mie obbligazioni non vengono pagate, me le rimborsi tu). Se fallisse AIG, «vanificando il riparo dall’insolvenza» si metterebbero in gioco non soltanto i CDS, ma si vedrebbero «liquefare i valori degli strumenti protetti nel portafoglio delle istituzioni finanziarie» che non avrebbero più paracadute. Se finisse così, gli investitori potrebbero liquidare in fretta tutti quegli “strumenti”, precipitando la crisi di borsa. Non potendo lasciar fare così al mercato, anche AIG viene salvata dal governo con l’acquisizione dell’80% del capitale in cambio di un «prestito» (ma vorrà dire acquisto!) di 85 mld di $ (18 settembre). E’ la seconda eccezione che questa volta sconferma la regola. E infatti... Mentre si attende un’altra vittima (Goldman Sachs o Morgan Stanley?) il 20 settembre 2008 Bush «il piccolo» annuncia a sorpresa «una svolta nella storia dell’economia americana» che di fatto sancisce la fine della pratica (e dell’’ideologia) liberista. Il governo americano costituisce un «veicolo federale» (leggi: ente pubblico!) che s’impegna ad acquistare da banche e assicurazioni tutti i titoli invendibili sul mercato, in particolare tutti quelli legati ai mutui sub-prime, al 65% del loro prezzo nominale. E’ roba da crisi del ’29 con lui lo Stato si propone come aspirapolvere di spazzatura, liberando la finanza dei suoi guai semplicemente perché se li accolla lui. Paulson (sempre lui) spiega che tutto questo implicherà «un uso significativo di risorse del contribuente» stimabile attorno ai 700/1000 mld di $. Insomma: pagherete caro, pagherete tutto! E forse non sarà abbastanza perché la ricaduta della crisi finanziaria sul sistema delle imprese potrebbe (dovrà) costringere a salvare anche queste. Trasecolo, e mi sovviene un ricordo di Enrico Cuccia, mitico patron di Mediobanca, che appena assunto all’IRI (l’ente di salvataggio costituito negli anni ‘30 da Mussolini) vedeva affollarsi la sala d’aspetto dell’Istituto d’imprenditori che presentavano senza vergogna le ferite dei propri bilanci pur di ricevere soccorso dalla mano salvifica dello Stato. Adesso negli Stati Uniti mi sembra che prenda a girare un po’ così, almeno finché il bilancio federale terrà. Ma poi? Restano solo i fondi sovrani stranieri, «seduti sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere del nemico».

Contropiano

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Zygmunt BAUMAN

di materialiresistenti (27/09/2008 - 00:34)

LA SOCIETÀ DELLA PAURA RINUNCIA ALLA LIBERTÀ




La produzione di scarti umani è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l'origine dell'insicurezza Un'intervista con lo studioso polacco

di BENEDETTO VECCHI

Lo sguardo mite di Zygmunt Bauman si accende ogni volta che si posa su un uomo o una donna che parla a voce alta con un telefono cellulare. E così lo guarda divertito, pensando forse che oltre alla paura e all'amore anche la privacy è diventata liquida. A Roma per partecipare ai lavori del World Social Summit sulle «Paure planetarie», lo studioso di origine polacca è curioso di capire cosa sta accadendo nel nostro paese. Paese che ha cominciato a amare con la lettura, molti anni fa, dei romanzi di Italo Calvino e di Antonio Gramsci. Autore prolifico, a chi gli chiede come sta procedendo il suo affresco sulla globalizzazione Bauman risponde che procede, anche se è convinto che occorre modificare alcune parti del disegno, perché la globalizzazione sta cambiando pelle, senza però nessun ritorno al passato all'orizzonte. Teorico della modernità liquida, attualmente sta studiando come in un mondo dove tutto è diventato fluido e dove l'individualismo sembra essere l'alfa e l'omega delle società contemporanee, il bisogno di stare in società si stia facendo largo seppure con difficoltà. Di tale bisogno e di come esso si manifesti ne scrive in alcuni saggi raccolta dalla casa editrice Diabasis con il titolo Individualmente insieme (pp. 137, euro 10). Bauman sostiene tuttavia che tale bisogno è simmetrico rispetto a quella vita liquida dove l'identità, le relazioni sociali sono all'insegna della contingenza. E alla domanda se tale necessità di stare in società possa essere affrontata con la nozione di «individuo sociale» sviluppata da Karl Marx, preferisce parlare di ambivalenza, di processi contraddittori, talvolta aspramente confliggenti l'un con l'altro, che rendono nuovamente necessario affrontare il tema del «male», argomento che è al centro di un recente saggio che Bauman ritiene adeguato per mettere l'argomento sui binari giusti e che ha voluto introdurre anche nella edizione italiana. Si tratta di Amore per l'odio. La produzione del male nelle società moderne del giovane filosofo polacco Leonidas Donskis (Erickson edizione). Paura, esclusione sociale, produzione del male: sono gli elementi che Bauman ritiene «gli effetti collaterali» proprio di quella globalizzazione che gli ideologi del libero mercato hanno presentato come il migliore dei mondi possibili. Ma come ama sempre ripetere: il pessimismo della ragione non deve necessariamente coincidere con la rinuncia all'azione e si deve nutrire di molto ottimismo della volontà. Nella sua analisi sugli «scarti umani», lei scrive che la loro produzione costituisce una delle industrie più prolifiche del mondo. Uno degli effetti della globalizzazione è l'aumento dell'esclusione sociale e il ridimensionamento del welfare state. Inoltre lo stato-nazione sempre più si caratterizza per le misure contro i «portatori» di insicurezza. Insomma è uno «stato della paura». Cosa ne pensa di questo cambiamento avvenuto nel ruolo dello stato-nazione? Il mondo contemporaneo, con la sua compulsiva e ossessiva bramosia di modernizzare, ha determinato lo sviluppo di due industrie di «scarti umani». La prima è un cantiere sempre aperto, sebbene non produca direttamente «scarti umani». È un'industria popolata da «inadatti» esclusi dalla società a cause delle loro «carenze» nel partecipare alle forme di vita dominanti. La seconda è di recente costituzione e il suo sviluppo non conosce crisi. Potremmo chiamarla l'industria del progresso economico e produce un impressionante e sempre più crescente numero di «avanzi umani»: quelle donne e uomini per i quali non c'è più posto nell'economia e che per questo non hanno nessun ruolo utile da svolgere. Sono uomini e donne che non hanno nessuna opportunità di poter avere il denaro sufficiente per condurre una vita soddisfacente o almeno tollerabile. Lo stato sociale è stato un ambizioso tentativo di scongiurare la presenza di queste due industrie. È stato un progetto politico che aveva come obiettivo l'inclusione universale, ponendo così termine alle pratiche di esclusione sociali allora esistenti. Indipendentemente dal fatto che i successi ottenuti abbiano messo in secondo piano i suoi punti deboli, il welfare state è stato scalzato via, mentre le due industrie di cui parlavo prima sono tornate in azione e lavorano a pieno regime. La prima produce «alieni»: sans papiers, immigrati clandestini, richiedenti asilo politico e ogni sorta di «indesiderabili». La seconda industria produce invece «consumatori difettosi». In entrambi i casi contribuiscono alla crescita dell'«underclass», costituita da uomini e donne che non trovano posto in nessuna delle classi sociali esistenti. Sono i profughi cacciati dal sistema di classe della società normale. Gli stati nazionali sono ormai incapaci o più semplicemente non hanno nessun desiderio o voglia di garantire ai suoi sudditi una sicurezza sostanziale, quella che in un famoso discorso Franklin Delano Roosevelt chiamò «libertà dalla paura». La conquista della sicurezza - il cui ottenimento e conservazione garantiscono la legittimità e la dignità dei singoli di vivere in una società umana - è oramai lasciata alla capacità e risorse di ogni individuo, il quale deve farsi carico degli enormi rischi e della sofferenza necessari che un obiettivo di questa portata necessita. La paura, che lo stato sociale aveva promesso di sradicare, è dunque ritornata sulla scena con propositi di vendetta. Molti di noi, indipendentemente dal posto occupato nella gerarchia sociale, sono terrorizzati di essere esclusi perché ritengono di essere inadeguati al cambiamento avvenuto.

In Europa, la paura è il volto diabolico dei nuovi partiti populisti. Ma proprio in Europa, e negli Stati Uniti, la criminalità - la cui presenza è sintomo di insicurezza - è in diminuzione. Dunque: più diminuisce la criminalità, più viene agitato lo spettro dell'insicurezza. Una vera e propria contraddizione, se non aporia. Non crede? La diffusa e impalpabile paura che satura il presente è usata da molti leader politici come una merce da capitalizzare al mercato politico. Si comportano come dei commercianti che pubblicizzano le merci e i servizi che vendono come formidabili rimedi all'abominevole senso di incertezza e per prevenire innominabili e indefinibili minacce. I movimenti e i politici populisti stanno cioè raccogliendo i frutti avvelenati fioriti con l'indebolimento e in alcuni casi con la scomparsa dello stato sociale. Sono quindi interessati a far aumentare la paura. Ma solo quella paura che possono manipolare per poi mettersi in mostra tv come gli unici protettori della nazione. Il risultato è che la radice dell'incertezza e della insicurezza sociale, che sono le vere cause dell'epidemia di paura che ha colpito le moderne società capitalistiche, rimane intatta e si rafforza sempre di più. Se la vita nelle periferie di Roma, Milano e Napoli è davvero terribile e pericolosa, come viene normalmente affermato, non è perché gli abitanti sono obbligati a vivere in condizioni terribili e perché esposti ai pericoli derivanti dall'avere la pelle di una differente pigmentazione o perché vanno in chiesa o al tempio in giorni differenti della settimana. Nei quartieri periferici italiani, così come nelle banlieue di Parigi o Marsiglia o nei ghetti urbani di Chicago e Washington, la vita è terribile e pericolosa perché sono stati progettati come pattumiere per i reietti, per scarti umani esiliati dalla «grande società». Uomini e donne che condividono la stessa sorte, ma che li porta a configgere invece che a unirsi. Qualunque siano i sentimenti che provano e le umiliazioni subite, sono uomini e donne che non nutrono molto rispetto per i propri vicini, altri scarti umani ai quali, come a loro, è stata negata qualsiasi dignità e diritto a un trattamento umano. Sarebbe però disonesto qualificare il problema dei migranti solo come un problema di «condizione sociale». Gli antichi rimedi dei reietti - i disoccupati o i miserabili di Honoré Balzac - contemplavano la rivolta o la rivoluzione. Oggi nessuno pensa davvero che la resistenza alle attuali ingiustizie sociali possa venire dalle periferie. Soltanto i mendicanti, gli spacciatori, i rapinatori, le bande giovanili si attendono che ciò possa accadere. La grande maggioranza degli elettori è molto attenta al comportamento dei leader politici e li giudica in base alla severità che manifestano nella loro dichiarazioni pubbliche attorno alla «sicurezza». E i leader politici fanno a gara tra di loro nel promettere di essere duri e inflessibili contro gli «scarti umani» ritenuti i colpevoli dell'insicurezza che attanaglia le società contemporanea. Nel vostro paese, partiti come Forza Italia e Lega Nord hanno vinto le elezioni promettendo, tra le altre cose, di difendere i sani e robusti lavoratori settentrionali da chi quel lavoro può rubarlo, di garantire che non ci sarà mai la possibilità, per i nuovi arrivati, di insidiare il frutto del loro lavoro e di difenderli da vagabondi, accattoni, rapinatori. Per questi partiti, la possibilità di avere una vita dignitosa e decente emergerà solo dopo che tutti gli uomini e donne qualificati come scarti umani saranno schedati e messi sotto controllo.

Nel suo libro sull'Europa, lei scrive che il vecchio continente è condannato a essere cosmopolita, indipendentemente dalla volontà dei singoli stati nazionali. Eppure in molti paesi europei i partiti populisti o nazionalisti aumentano i loro consensi... Esiste una ideologia della globalizzazione e ci sono ideologie contro di esse. Poi esiste un punto di vista che viene oramai chiamato altermondialista perché prefigura un altro modello di globalizzazione. Ma non dobbiamo dimenticarci che esistono anche i processi reali della globalizzazione che essiccano ogni sovranità nazionale e che contrastano ogni possibilità di sviluppo sostenibile e autosufficiente. Sono processi che tessono una densa tela che avvolge la terra, definendo così ferrei criteri di interdipendenza tra i paesi del pianeta. È un'interdipendenza che ha assunto una forma capitalistica e si è imposta quando il mercato è diventato la regola dominante. Così, mentre la circolazione dei capitali non conosce limitazioni, gradualmente, ma con inflessibilità, sono state cancellate tutte le forme economiche non capitalistiche. Un processo che potrebbe essere liquidato come una mera invenzione ideologica. Oppure, possiamo ignorare la globalizzazione, ma solo a nostro - e del pianeta - pericolo. Sarebbe un drammatico errore, perché così facendo non affrontiamo una della maggiori priorità del ventunesimo secolo: riportare sotto controllo le forze economiche «liberate» dalla democratica forma di regolazione a cui erano sottoposte. La tendenza in atto nel mondo si può sintetizzare come il passaggio da un mondo di stati-nazione al mondo della diaspora. Il tempo della paradossale alleanza tra stato, nazione e territorio sembra infatti finito, mentre le lancette della storia sono rivolte al passato. Alcuni paesi possono provare a resistere alla riduzione della loro autonomia economica, politica, militare e culturale. Ma è sempre più difficile che ci riescano. Eppure il neoliberismo è in crisi. La sua rappresentazione più drammatica è nel fallimento di molti istituti di credito statunitensi. Molti studiosi parlano espressamente sulla necessità di un ritorno dello stato come regolatore della vita economica. Ma più che un ritorno al keynesismo sembra il disperato tentativo di salvare il neoliberismo... La invito a notare una cosa. Il governo statunitense è entrato in azione soltando quando la suicida tendenza della globalizzazione a deregolamentare completamente i mercati finanziari globali ha raggiunto il suo acme. E la prego inoltre di notare che tutte le misure che sono state repentinamente prese, segnando una contraddizione con i precedenti atti di fede fatti dalle autorità federali, sono animate dalla volontà di salvare dalla catastrofe solo «forti e i potenti». Sono cioè misure che mettono al riparo le élite economiche, salvano i pescecani e non i pesciolini di cui i pescecani si nutrono. In questo modo, tutti i pescecani si rafforzano, non corrono più pericoli e possono tornare a muoversi liberamente nel grande mare che è la globalizzazione neoliberista. In un fiorito editoriale del Financial Times del 20 o 21 settembre, non ricordo bene, si poteva leggere che «i mercati globali approvano» le azioni statunitensi per fronteggiare la crisi finanziaria. Allo stesso tempo, erano riportate sobriamente alcune stime sulla possibilità che avevano le «banche e gli istituti di credito di recuperare le perdite, ricapitalizzarsi e tornare a fare affari». Non una parola era spesa sui motivi che avevano provocato le perdite economiche, né vi erano accenni sul perché i meccanismi di mercato ritenuti fino allora ritenuti infallibili avevano fatto cilecca. Una tesi accreditata che circola in queste settimane è che le misure del governo americano potrebbero mettere a rischio le centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani solo per salvare gli istituti di credito. Accettiamo pure questa tesi, ma io mi pongo alcune domande: chi sono questi contribuenti? In primo luogo, va detto che gli americani sono coperti di debiti fino alle orecchie, che sono terrorizzati perché il valore delle imprese in cui lavorano declina sempre più, con la possibilità di una loro bancarotta e conseguente perdita del lavoro. Non è quindi detto, vista la situazione, che il governo statunitense possa accedere a quelle centinaia di milioni di dollari. Inoltre, sempre quel medesimo governo ha destinato altrettante centinaia di milioni di dollari in spese militari per sostenere la guerra in Afghanistan e in Iraq, tagliando al tempo stesso le tasse per i ricchi, arricchendoli sempre di più. Potremmo dire che gli Stati Uniti si sono comportati come milioni di cittadini americani che si sono indebitati per continuare a vivere. Ora lo stato statunitense è depresso e vive grazie solo a quell'istituzione che è il credito al consumo. Non può più andare avanti così e allora chiede all'Europa, meglio spera che l'Europa, possa temporaneamente aiutarlo a superare la crisi. Lo stesso si può dire dell'aiuto che spera possa arrivare, in qualche forma, dalla Cina e dai paesi arabi ricchi di petrolio. In altre parole, è uno stato insolvente che sta facendo nuovi debiti per pagare quelli già accumulati, posticipando così il giorno in cui l'ufficiale giudiziario passerà a chiedere il pagamento del conto. Secondo le ultime indiscrezioni della stampa, il ministro inglese della cancelleria Alistair Darling ha dichiarato che «proprio come un governo non può combattere da solo il terrorismo globale o i cambiamenti climatici, così non può fronteggiare le conseguenze negative della globalizzazione». Vorrei però aggiungere a questa dichiarazione che «è la globalizzazione stessa che vanifica l'operato di un governo, perché rende impossibile a un singolo governo di risolvere la crisi del paese». Detto in altri termini, la globalizzazione ha conseguenze globali che possono essere affrontate solo globalmente.

IL TEORICO DEL MONDO LIQUIDO Dalla globalizzazione alla crisi del neoliberismo Il primo libro tradotto di Zygmunt Bauman purtroppo è introvabile. Il titolo è algido - «Lineamenti per una sociologia marxista» (Editori Riuniti) - ma in oltre trecento pagine lo studioso polacco affronta appassionatamente per la prima volta i temi che caratterizzeranno tutta la sua produzione teorica. Dalla crisi di una lettura economicista delle classi sociali, al cambiamento della figura dell'intellettuale, sempre più ridotto a opinion maker, al vivere in società che il moderno aveva determinato e che manifestava già allora - metà degli anni Sessanta - linee di frattura che diventeranno vere e proprie punti di rottura alcuni decenni dopo. Bauman, dopo aver lasciato la Polonia dopo la campagna antisemita che lo aveva colpito, scrive dall'Inghilterra il libro «Memorie di classe» (Einaudi), «La decadenza degli intellettuali» (Bollati Boringhieri) e «Le sfide dell'etica» (Feltrinelli). Ma con «Dentro la globalizzazione» (Laterza) la sua produzione si concentra nella descrizione critica di quella modernità che lo studioso polacco qualifica come «liquida» per sottolineare l'indebolimento delle istituzioni e dei legami sociali.

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Isabelle Stengers

di materialiresistenti (24/09/2008 - 18:51)

UN'INTERVISTA CON ISABELLE STENGERS





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SCIENZA DELL'IMMAGINAZIONE Nelle biotecnologie come nella medicina assistiamo a politica di negoziazione tra gli esperti e i «saperi minori» sviluppati dai destinatari dell'attività sceintifica. I laboratori sono cioè luoghi dove si riflettono i conflitti presenti nella società
ROBERTO CICCARELLI
In quanto belga, e non francese, Isabelle Stengers ama ricordare ai suoi interlocutori che la esse finale del suo cognome va pronunciata. Il suo non è un vezzo nazionalistico, ma è un avvertimento umoristico a diffidare del rapporto troppo diretto che i cugini francesi e, più in generale, i laici, gli illuministi e i materialisti hanno con l'universale. Un'attitudine critica verso l'universale emersa nell'intervista, avvenuta durante il Festival della filosofia di Modena, durante la quale ha tenuto ad abbassare i toni enfatici che tanto la filosofia, quanto la scienza, adottano quando si occupano dei problemi che evocano temi come la vita, il progresso e la storia. Sin dalla pubblicazione, nel 1979, de La nuova alleanza, il libro scritto con il Nobel della chimica Ilya Prigogine, che l'ha resa nota e apprezzata come filosofa della scienza, Stengers non ha mai smesso di criticare le forme di perentorietà usata dalle scienze rispetto alle altre scienze, dei saperi tradizionali rispetto ai saperi cosiddetti minori, degli esperti rispetto ai cittadini, del potere rispetto all'innovazione. Il suo impegno si è in seguito sviluppato su due fronti: ricordando ai saperi dominanti le condizioni materiali e storiche delle verità trattate come assolute; oppure prestando voce alle culture tradizionali (le streghe), alle pratiche scientifiche scartate a beneficio delle scienze sperimentali (l'ipnosi). «La scienza - afferma Stengers - tende a cancellare il conflitto che la oppone al reale in nome di una politica della legge e dell'ordine. Per capirlo, basta leggere La s truttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn: ciò che la scienza moderna insegna agli scienziati è risolvere problemi "normali", rompicapi, puzzle per poi passare ad un altro "paradigma". Il problema è, invece, il modo in cui gli scienziati guardano i fenomeni, al modo in cui la scienza dichiara "reale" un fenomeno piuttosto che un altro, al modo in cui una pratica viene definita "scientifica" rispetto ad un'altra pratica giudicata "non scientifica". La rappresentazione di un fenomeno scientifico è un'invenzione politica. A me, questa invenzione, m'interessa nella misura in cui non si colloca in un orizzonte in cui bisogna garantire un ordine ed una gerarchia tra la realtà rispetto all'immaginazione, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere».

Nelle sue opere emerge sempre una tensione costante in direzione di una lettura politica delle scienze, e in particolare verso un'analisi politica del rapporto tra i poteri e i saperi. Quali sono le ragioni profonde di questa lettura? Sono molti i significati che possono essere attribuiti alla parola «politica», almeno quanti sono i modi per parlare della relazione tra scienza e politica. Il problema deve essere affrontato ad un livello generale: chi ha il diritto di parlare di cosa? Prendiamo Galileo. Lui ha negato l'autorità di una determinata rappresentazione scientifica, ispirata alla Bibbia, di stabilire la legittimità di un fenomeno. La scoperta dell'astronomia è stata un evento politico che ha imposto un nuovo tipo di sapere, ha contestato l'autorità della Chiesa in nome di un'altra autorità, quella della scienza sperimentale. Galileo ha creato nel suo laboratorio un evento positivo che ha creato un nuovo conflitto tra divere rappresentazioni del mondo, e quindi tra pratiche scientifiche: quella ispirata alla teologia e quella elaborata nei laboratori. La scoperta di Galileo ha portato anche alla luce l'elemento fondamentale delle scienze sperimentali: il meccanismo di esclusione rispetto ad altre pratiche non scientifiche. Lei ha tracciato una vera e propria genealogia di questo processo attraverso il quale un sapere «maggiore», in particolare quello delle «scienze dure» come la fisica, «squalifica» i saperi «minori». È proprio questo il risultato dell'evento politico di cui lei parla? Ho affrontato questa genealogia dei saperi scientifici a partire dal punto di vista di ciò che essi rifiutano. Questo rifiuto è dovuto al fatto che ai cosiddetti saperi scientifici «minori» viene negata la possibilità di provare la veridicità dei fenomeni di cui si occupano. Le cosiddette scienze maggiori sono, come del resto hanno detto Gilles Deleuze e Félix Guattari, scienze che non studiano un processo in un paesaggio concreto. Hanno imposto l'esigenza della prova e credo che essa sia stata l'arma più importante usata dalle scienze sperimentali per individuare i fenomeni al fine di separarli dal mondo, «purificandoli», prendendo in considerazione la loro astrattezza e non il loro rapporto con altri fenomeni. Ho definito questo processo nei termini di una strategia di squalificazione quando mi sono occupata della storia della commissione nominata da Luigi XVI per verificare l'esistenza del magnetismo animale, uno dei primi tentativi di studio dell'ipnosi. È stato il primo episodio eclatante, avvenuto poco prima della rivoluzione francese, nel quale gli scienziati sperimentali hanno definito i criteri di legittimità di un fenomeno usando la prova come un'arma di guerra per squalificare la pratica scientifica del magnetismo che, da allora, è stata considerata una «scienza minore». Intende dire che c'è stato un momento, nella storia delle scienze moderne, in cui la razionalità è stata concepita come strumento di governo e non solo come analisi del reale o dispositivo di innovazione? È una duplicità presente sin da Galileo ma che si manifesta a partire dall'evento che le ho raccontato. Una volta squalificata l'autorità dell'ipnosi presso la popolazione, quei commissari la destinarono al disprezzo, dichiarandone l'inutilità ai fini scientifici. Il mesmerismo non provava nulla, quindi non esisteva. La commissione degli scienziati nominata dal re instillò la paura dell'irrazionale, di ciò che non può essere provato. Da allora, l'ipnosi è una pratica da ciarlatani, chi la usa viene condannato in senso politico e morale. Questa decisione segna, in un certo senso, la fine dell'Illuminismo, nel senso che da allora la scienza è stata usata sempre più spesso per governare l'ordine pubblico. Quanto agli scienziati, essi iniziano a vivere il proprio ruolo in maniera dualistica: da una parte, affermano la loro libertà di ricerca ma, dall'altra parte, diventano a tutti gli effetti i guardiani dell'ordine costituito. Lei ha una formazione scientifica, poi ha scelto la filosofia. Una volta ha sostenuto che la chimica le ha insegnato l'arte della mescolanza, così come Deleuze le ha insegnato l'arte dell'incontro. Da questo lei ha dedotto un modello per la scienza. Vorrei sapere quale modello oggi trae per la politica. Per capire il rapporto tra filosofia, scienza e politica bisogna innanzitutto sottrarsi all'esercizio dell'autorità. A me non interessa introdurre una gerarchia nei rapporti tra le pratiche politiche e scientifiche, quindi un principio di ordine, o un equilibrio statico, che impediscono il divenire di tali pratiche. Si tratta, al contrario, di stabilire un'ecologia tra le pratiche scientifiche, qualcosa che ho definito nei termini di una farmacologia. Rispetto alla nostra tradizione filosofica e scientifica che ha in odio ogni forma di mescolanza e considera i fenomeni solo in maniera netta e distinta, credo che bisogna adottare questa prospettiva. Questo concetto è stato introdotto da Jacques Derrida, il quale ha spiegato che la scrittura è un pharmakon, una forma di dosaggio della follia. Io preferisco usare pharmakon nel senso tradizionale, quello della medicina. Nella nostra tradizione, sin da Platone, i pharmaka , queste cose pericolose che richiedono un'arte di dosaggio, sono stati squalificati a beneficio dei principî garanti del bene e del vero. L'arte del dosaggio obbliga, al contrario, a trovare un nuovo rapporto tra pratiche scientifiche e pratiche non scientifiche. Essa insegna che le cose non si danno mai in maniera buona o cattiva, razionale o irrazionale. L'ho capito quando ho lavorato, prima in Olanda, poi in Francia, con le associazioni di autosostegno dei consumatori di droghe. Mi sono trovata davanti ad un evento che investe sia la politica, sia i saperi scientifici. Non è possibile pensare il loro ruolo nella società senza porsi il problema democratico per eccellenza: la produzione attiva di saperi da parte dei gruppi che si impegnano politicamente a partire dalla propria situazione. In questi casi, gli scienziati e gli esperti sono stati obbligati a negoziare politicamente l'uso dei propri saperi con i gruppi interessati. Questa negoziazione è stata il risultato di un'intelligenza collettiva che è la forma ideale in cui il pharmakon viene usato. Essa ha permesso di connettersi ad altre idee e ad altre pratiche, di sperimentare nuove connessioni al di là delle gerarchie esistenti tra le pratiche. Lei non ha mai nascosto il suo impegno politico a favore della sinistra. Prima con i Verdi, poi con la Sinistra Unita in Belgio. Le domando, infine, qual è il contributo delle scienze sperimentali per spiegare la sua crisi attuale? Le scienze sperimentali potrebbero spingere la sinistra a pensare un accordo che non deriva da nessuna soggezione a un'autorità, ma al contrario dalla possibilità di affermare un disaccordo per risolvere un problema comune. È quello che ho imparato dagli scienziati: i conflitti tra le interpretazioni di un fenomeno sono secondari rispetto al problema che li ha messi insieme. La possibilità di risolvere tale problema è più forte di ciò che li divide. Ciò che dovrebbe interessare la sinistra sono i problemi che spingono a pensare, producono un divenire. Mi piace molto la definizione che Deleuze ha dato nel suo Abecedario : chi è di sinistra non parte da chi è vicino, ma da chi è lontano. Questo significa sentirsi responsabili per chi ha perso il lavoro, per chi subisce un'ingiustizia. Ma significa anche pensare come comporre un mondo in comune, un problema che obbliga ad un nuovo rapporto con la natura e non solo con gli umani. Per questo la sinistra non dovrebbe schierarsi con le vittime, in quanto vittime, ma sostenerle per ciò che esse possono diventare oltre la loro identità di vittime.>

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UNA FILOSOFA DELLA SCIENZA Dalla chimica allla fisica, la condanna dei saperi minori Isabelle Stengers è una studiosa che da sempre critica la pretesa della scienza di una descrizione oggettiva dei fatti e dei fenomeni che studia. Un'attitudine critica che ha attirato su di lei accuse di pregiudizi antiscientifici. E con sospetto è stata anche sottoposto l'uso che la studiosa belga fa di autori come Michael Foucault, Gillese Deleuze e Felix Guattari. Laureata in chimica all'Università libera di Bruxelles, dove oggi insegna, Isabelle Stengers è tuttavia considerata una delle più penetranti e celebrate filosofe della scienza. Membro del comitato di orientamento della rivista «Cosmopolitiche», laboratorio teorico ecologista che ha elaborato un progetto culturale radicale e democratico, Stengers è autrice dell'omonima opera pubblicata da Luca Sossella Editore, nella quale ricostruisce una potente genealogia della scienza moderna. Insieme al premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, ha scritto il dittico «La nuova allenza» (Einaudi) e «Tra il tempo e l'eternità» (Boringhieri) nel quale elabora una densa critica al primato delle cosiddette «scienze dure», in particolare la fisica. In seguito, Stengers ha intrapreso un intenso dialogo con Michel Foucault, Gilles Deleuze e Fèlix Guattari, formulando una critica delle pretese autoritarie della scienza moderna. Nel libro scritto insieme all'etnopsichiatra Tobie Nathan («Medici e stregoni», Boringhieri) e in «Scienze e poteri: bisogna averne paura?» (Boringhieri) ha sottolineato l'onnipresenza dell'autorità nella scienza, in particolare nella definizione gerarchica tra pratiche scientifiche «minori» e «maggiori». Stengers ha anche lavorato sulla critica della psicoanalisi con lo psichiatra Léon Chertok scrivendo «Il cuore e la ragione. L'ipnosi come problema da Lavoisier a Lacan» (Feltrinelli) e contribuendo al «Libro nero della psicoanalisi». È autrice con Philippe Pignarre de «La sorcellerie capitaliste. Pratiques de désenvoûtement » (La Découverte). Nel prossimo gennaio uscirà la seconda parte. È cofondatrice di «Les Empêcheurs de penser en rond», casa editrice di frontiera tra filosofia, sociologia della medicina, psichiatria e scienze della vita, che oggi fa parte del gruppo Le Seuil.

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Pino Pinelli

di materialiresistenti (24/09/2008 - 08:27)

STRANO VOLO DI UN ANARCHICO - LA MEMORIA DI LICIA PINELLI: «PINO, VITTIMA DI CALABRESI»
A trentotto anni dalla morte di Pino Pinelli, la moglie Licia ritorna su quei giorni e sulle «giustificazioni» oggi di moda: «Mario Calabresi ha scritto un libro che, per difendere la memoria del padre, offende la nostra»
FRANCESCO BARILLI SERGIO SINIGAGLIA



Licia è una donna per nulla incline a sentimenti di vendetta, che ancora oggi chiede giustizia rifuggendo dai sensazionalismi e dal clamore mediatico. Vive ancora oggi a Milano e l'intervista si a casa sua, il 14 gennaio 2008.
Volevamo chiederti qualcosa su quegli anni, sulla militanza di Pino. E sulla vostra vita a Milano, anche paragonandola con il contesto attuale. Sono situazioni totalmente diverse, quasi impossibili da . Un tempo c'era un clima molto più aperto, mentre oggi si ha un'impressione di estraneità, di distacco fra le persone, persino fra chi abita nello condominio. Già un dialogo, un livello minimo di conoscenza, è difficile; l'idea di darsi una mano è addirittura impossibile. A questo discorso si collega pure la militanza di Pino. Alcuni mesi prima di piazza Fontana, c'erano stati altri attentati (in diverse città italiane), e già in questi casi erano stati incolpati gli anarchici. Lui si era attivato subito dopo quelle prime accuse, cercando di portare aiuto. Ricordo gli scioperi della fame, lui che andava a portare da bere a chi era impegnato in iniziative di solidarietà. Spiegare cos'era Milano e la nostra vita è davvero difficile. Quel che voglio farvi capire è che se oggi i rapporti interpersonali si mantengono al minimo essenziale, all'epoca era diverso. All'epoca io battevo a macchina le tesi per diversi studenti, quindi casa nostra era sempre aperta e piena di ragazzi, ricordo la sensazione di avere sempre gente da noi. Quegli studenti venivano per le loro tesi, quindi anche in quel caso in teoria ci si poteva limitare a un rapporto «distaccato»; invece si finiva col parlare di tutto, anche e soprattutto di politica, perché pure quella faceva parte della vita, e il confronto era normale. È vero, erano tempi di conflittualità molto dura, ma c'era un atteggiamento aperto verso l'idea stessa di politica. Pino, poi, figuriamoci!... Non gli pareva vero di poter intavolare una discussione su quegli argomenti; appena entrava in casa e trovava uno di quei ragazzi gli diceva subito «Io sono un anarchico. Voi come la pensate?». Finiva spesso che io facevo da mangiare per tutti e con noi si fermavano anche quegli studenti. Era una vita allegra, malgrado le difficoltà, le bambine piccole, il suo stipendio bassissimo. Ecco, questo mi dispiace: mi chiedevate di Milano come città, e io oggi la ricordo buia, scura, quando ci penso la vedo d'inverno, il cielo coperto come oggi. Probabilmente perché il ricordo di Milano di quell'epoca lo associo e si sovrappone proprio a quei giorni di dicembre 1969. (...)
Dobbiamo chiederti «del fatto». Tu come e quando ne vieni a conoscenza? Dobbiamo fare un passo indietro, prima di parlare della notte del 15 dicembre. Dobbiamo partire dal 12, dal giorno di piazza Fontana. Pino viene invitato in questura, non viene arrestato. Addirittura segue l'invito accodandosi all'auto della polizia col suo motorino, senza nessuna coercizione. Nessuno mi telefona per dirmi che Pino è stato chiamato in questura, lo vengo a sapere qualche ora dopo, quando la polizia viene a casa nostra per una perquisizione. In quel momento io non solo non sapevo che mio marito era in questura, ma non ero a conoscenza nemmeno della bomba alla Banca dell'agricoltura, semplicemente perché avevo il televisore rotto e non avevo sentito i notiziari; per cui anche la perquisizione mi capita come una cosa strana, scioccante... Ricordo i poliziotti che rovistavano per casa, probabilmente alla ricerca di qualcosa di compromettente, e sono finiti con lo scartabellare fra le tesi (i ragazzi spesso me ne lasciavano una copia per ricordo, una volta finita). Fra questi lavori ce n'era uno che attirò l'attenzione dei poliziotti. Adesso non saprei dirti con sicurezza di cosa si trattasse: forse era sulla rivoluzione francese, oppure sull'epoca in cui c'era stata una rivolta contro lo Stato Pontificio nelle Marche, qualcosa del genere... Sta di fatto che gli agenti all'inizio pensavano di aver trovato chissà quale documento rivoluzionario! Spiegai che era una tesi, che io le battevo a macchina per lavoro, e uno di loro mi chiese «ma lei lavora per hobby o per bisogno?». Credo d'averlo guardato con ben poco rispetto: a quell'epoca, coi pochi soldi che giravano, uno lavorava proprio per hobby!... Ecco, ho questo ricordo della perquisizione: io che continuo a brontolare mentre i poliziotti giravano per casa. Poi, ancora più tardi, arrivò la telefonata di Pino: mi disse solo che era in questura, c'era tanta gente e avrebbe tardato. Anche se era un momento drammatico, non fu una telefonata allarmante, ma rassicurante.
Tu riuscisti a vederlo, in quei giorni? No, però ci riuscì mia suocera il giorno dopo, il 13 o forse il 14. Dopo la perquisizione, o dopo la telefonata di mio marito, l'avevo chiamata, le avevo spiegato la situazione. Tra l'altro proprio il 12 Pino aveva appena ritirato la tredicesima, per cui lei andò di persona in questura a farsela consegnare. Era anche un modo per vederlo ed essere rassicurate.
Licia, scusa la domanda, ma con tutto quello che è accaduto, negli anni successivi ti è mai venuto di pensare che la sua attività politica era la causa di quanto vi era successo? Hai mai pensato (irrazionalmente, magari) a una sorta di «rimprovero» verso tuo marito? No. Esiste il libero arbitrio... Capisco quel che volete dire, ma direi di no, non ho mai avuto quel pensiero. Vedi, per spiegarti bene questo aspetto devo fare un passo indietro nel tempo. C'è stato un momento, prima della militanza di Pino (prima della «militanza attiva», intendo, visto che lui comunque era ed è sempre stato anarchico), in cui avevamo le due bambine piccole, io avevo mille lavoretti, le tesi eccetera, e Pino sembrava dibattersi in quella casa che sembrava così stretta. Io allora lo incitavo a trovarsi degli interessi al di fuori della vita familiare. Gli dissi «perché non vai dagli esperantisti, perché non riallacci quei rapporti?», visto che noi ci eravamo conosciuti nel '52, proprio a scuola di esperanto, e ricordavamo quell'ambiente come una bella esperienza. Lui accolse il mio consiglio... Solo che, invece di andare dagli amici di esperanto, andò a trovare gli anarchici del circolo. Scelse la sua passione più vera, la politica: come potrei rimproverarlo, anche irrazionalmente? No, non posso parlare di sue colpe, né di miei ripensamenti sulle sue scelte.
La notte fra il 15 e il 16 dicembre, che Pino è precipitato dalla finestra lo vieni a sapere dai giornalisti...
Sì, vengono a bussare da me verso l'una. Io, le bambine e mia suocera eravamo già a letto. Te lo dico perché in seguito ci fu persino chi disse che dormivo con un amante. Non è una cosa poi così strana: se devi infangare una vittima è meglio infangare anche i suoi parenti... Comunque sono andata ad aprire e ho trovato questi due giornalisti. Sembravano affannati, dopo 4 piani di scale senza ascensore, e soprattutto davano l'impressione di farsi forza l'un altro, cercavano le parole per dirmelo: «sembra che suo marito sia caduto da una finestra». Gli chiusi la porta in faccia e mi precipitai a telefonare alla questura. Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c'erano due giornalisti alla mia porta, gli riferii cosa m'avevano detto, chiesi perché non m'avevano avvertito. «Sa, signora, noi abbiamo molto da fare», mi rispose... Non so se gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli ho sbattuto la cornetta in faccia. Dalla questura non seppi nulla: mentre Pino era all'ospedale, invece di chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza stampa... Mia suocera si vestì e si precipitò all'ospedale, al Fatebenefratelli. Io dovevo aspettare, c'erano le bambine da guardare, non avevo altra scelta. A tanti anni di distanza i ricordi sono confusi, ma rammento bene mia suocera, alla sua età e senza una lira in tasca, precipitarsi in piena notte all'ospedale, dove nessuno le dice nulla, dove non le fanno nemmeno vedere il figlio. Mi telefonò dall'ospedale, dicendomi che c'era un sacco di polizia e non la facevano passare. Poi mi disse «non so cosa sta succedendo, ma temo che...». Aveva capito che era morto perché aveva visto un inserviente tirare fuori i moduli.
La tua reazione quale fu? Dopo un po' ero riuscita a far portare via le bambine, che si fecero svegliare e vestire senza dire nulla. Sempre quella notte, o poco più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna, Stajano, un dottore dell'università cattolica per cui avevo lavorato (che sulla vicenda in seguito scrisse un lungo articolo sull' Europeo ), e qualcun altro ancora. Ad un certo punto non ce la facevo più a stare in quella stanza, volevo andarmene da sola in camera. Mi venne dietro mia suocera. Mi disse: «Vedrà, domani daranno a lui la colpa di tutto». «Va bene», risposi, «ma ci siamo anche noi, con cui dovranno fare i conti». Il giorno successivo, in tribunale, ricordo i capannelli di gente... C'era davvero tantissima gente, la strage di piazza Fontana e la morte di Pino avevano destato uno scalpore enorme. C'erano dei giovani avvocati, che chiedevano (loro a me...) cosa si poteva fare. «Denunciare tutti quelli che erano in quella stanza», rispondevo. E da lì comincia tutta la storia delle varie istruttorie, che è finita come sai...
Licia, tu hai letto il libro di Mario Calabresi (figlio del commissario), «Spingendo la notte più in là»? No. Non voglio leggerlo, non m'interessa. Non potrei mai riconoscermi in quel testo. A volte penso che c'è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no. C'è una distinzione netta, fra noi. Io ho avuto la netta impressione che Calabresi eviti di affrontare la storia di Pino, se non di striscio, e questo mi ha dato fastidio. Capisco l'esigenza di difendere la memoria del padre, però penso che con quell'operazione si neghino almeno due fatti: in primo luogo che le due vicende, piaccia o meno, sono strettamente collegate; in secondo luogo che, indipendentemente dalle implicazioni sul fatto in sé, sul commissario gravano comunque responsabilità «sul dopo», sulle menzogne che raccontarono, il «Pinelli gravemente indiziato»... Direi non solo sul dopo: ricordiamo che Calabresi era titolare dell'ufficio da cui cadde mio marito. Dunque, indipendentemente dalla sua presenza, la responsabilità, anche diretta, c'era. Poi viene il resto, le menzogne su Pino gravemente indiziato eccetera... Tornando sulla presenza o meno di Calabresi nella stanza, non voglio riaprire polemiche, ma mi sembra giusto ricordare che uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti, sostenne di non aver visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pino cadesse, e successivamente confermò sempre la stessa versione: non solo non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz'altro notato se il commissario fosse uscito. Quella dichiarazione la sostenne di fronte alla magistratura, ma non fu mai chiamato a deporre nuovamente davanti a D'Ambrosio, mi disse, nel corso dell'istruttoria decisiva.
Tornando alle menzogne successive alla morte di Pino, alla sentenza D'Ambrosio almeno una cosa bisogna riconoscerla: esclude che Pino si sia suicidato, quindi conferma che tutti quelli che erano nella stanza e dichiararono il contrario mentirono. I 4 poliziotti e il carabiniere presenti hanno avuto conseguenze? Che io sappia no, la storia si è chiusa così. Anzi, per quanto ho saputo alcuni, se non tutti, sono stati promossi. Quando succede un fatto del genere, che vede coinvolti elementi delle forze dell'ordine, alla fine oltre a non arrivare alla verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo anche oggi, per i fatti di Genova.
Negli anni successivi, hai mai avuto altre notizie, anche da fonti «strane» (voci, telefonate dei soliti «bene informati») che ti facessero pensare di poter essere vicina a una nuova svolta? Una volta mi arrivò una lettera anonima di questo tipo. La consegnai all'avvocato Carlo Smuraglia, ma non ne facemmo nulla, era una cosa totalmente delirante.
Sono passati 38 anni da quei giorni, ma ne sono passati anche 25 da quando hai raccontato la tua storia a Piero Scaramucci in «Una storia quasi soltanto mia». È cambiato qualcosa nella tua opinione circa lo svolgimento dei fatti? Quello che penso sia successo lo raccontai innanzitutto al magistrato e te lo confermo ora. È difficile da spiegare, ma si tratta di una convinzione talmente radicata in me che la sento come si trattasse di un avvenimento accaduto con me presente; se ci penso è come se io fossi stata lì, in quella stanza. Quando sono stata interrogata da Bianchi d'Espinosa (procuratore generale a Milano, che poi assegnò il fascicolo a D'Ambrosio) mi chiese proprio quale opinione mi fossi fatta sull'accaduto, e la stessa domanda in seguito me la pose lo stesso D'Ambrosio. Risposi molto semplicemente, come rispondo a voi ora: l'hanno picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l'hanno colpito al termine dell'interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure che dei 5 agenti solo uno (il carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta ancora oggi. Alla tesi del suicidio, poi, non ho mai creduto. Pino non l'avrebbe mai fatto, era un'eventualità che non ammetteva. Una volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo, che aveva tentato il suicidio, e lui era stravolto. Non era una scelta che concepiva, amava la vita, non l'avrebbe mai fatto.

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