Edward Said

Mantenendo ferma l'attenzione alle specificità geo-politiche dell'esilio, Said si sofferma sulle potenzialità insite in un'esperienza controversa e drammatica, destinata, secondo l'indicazione deel filosofo tedesco Theodor W. Adorno nei Minima Moralia, a universalizzarsi nell'epoca dei genocidi, nella quale dev'essere posto il vincolo morale di non sentirsi a casa in nessuna casa. L'esilio, per l'intellettuale, diventa allora una condizione obbligata e nel contempo feconda, poiché «l'esule sa che in un mondo secolare e contingente le dimore sono sempre provvisorie». Sa che i confini e le barriere che ci rinchiudono nella sicurezza del territorio familiare possono anche diventare prigioni, e che sono spesso difese al di là della ragione o della necessità. La condizione dell'esilio porta così a una «coscienza critica» consapevole delle differenze tra le diverse situazioni che nessun sistema o nessuna teoria esauriscono la situazione dalla quale emergono o nella quale sono trasposte.
Dissonanza dell'outsider
Edward Said traccia la figura di un intellettuale che non vuole scendere a patti con il potere, che rimane ai margini del mainstream scegliendo di non integrarsi, di non lasciarsi cooptare, di opporre resistenza. E la prima resistenza che Said, figura intellettuale eccentrica nell'Accademia statunitense, è quella contro l'eccesso di teoria. Un eccesso che ha caratterizzato il New Criticism, bersaglio polemico privilegiato di Said, che continuamente ricorda nei suoi scritti l'assoluta necessità di non eclissare, nascondere, obliare l'esperienza.
L'esperienza, in primo luogo l'esperienza storica, è il centro al quale Said richiama la critica letteraria, che deve mettere in evidenza i nessi tra sapere e potere a partire dal testo, ma anche dalle circostanze materiali nelle quali il testo è stato prodotto. Critico letterario contro corrente, Said ha dimostrato con le proprie letture lo stato di continua tensione che caratterizza una scrittura che presuppone, sollecita e pretende una sorta di perpetua mobilità, di incessante interrogazione sulle condizioni entro le quali la riflessione propria e altrui prende forma, che pratica una «inarrestabile predilezione per le alternative».
Said insite sull'utilizzo in chiave metaforica, o anche «metafisica», del termine esilio. Anche gli intellettuali che restano per l'intero corso della loro vita membri di una società possono essere outsiders, praticare forme di «dissonanza», di resistenza e dissenso. In questo senso ampio, l'esilio significa per l'intellettuale irrequietezza, movimento, la sensazione di essere dislocati altrove, disagio, mettendo a sua volta a disgaio gli altri. La marginalità dell'esilio, che è dunque non soltanto condizione reale, ma anche scelta consapevole, porta con sé una carica di innovazione possibile, diviene la base di una pratica intellettuale che nell'opera di Said trova i propri modelli, accanto a Giambattista Vico e per fare soltanto qualche altro esempio, in Thedor Adorno, C.L.R. James, Frantz Fanon, Noam Chomsky, Michel Foucault, Jonathan Swift, Antonio Gramsci, Joseph Conrad, Aimé Césaire. È una posizione che colloca l'intellettuale in sintonia con il subalterno.
Essere, in senso metaforico e non, intellettuali in esilio, vuole dire inoltre avversare e decostruire l'idea stessa di letteratura fondata sul riconoscimento di un canone stabile di testi tramandati e posti a fondamento dell'identità nazionale. Significa praticare la critica quale luogo di discussione e ridefinizione dell'identità anche alla luce di una produzione letteraria, quella della letteratura di migrazione, che vive nelle pieghe della «doppia coscienza» ed è portatrice di una «doppia prospettiva» destinata ad incrinare la nostra percezione dei «classici» e a ricordarci che occorre uscire dal «labirinto della testualità».
Umanesimo esclusivo
Nella realtà contemporanea la tradizione dell'umanesimo europeo dimostra così di essere più esclusiva che inclusiva, svelandosi per ciò che è sempre stata, ovvero una frazione delle relazioni umane che si danno nel mondo. Per questo, secondo Said, occorre procedere ad una demistificazione di questo falso universalismo e preparare le condizioni di possibilità di un nuovo umanesimo. L'assunzione di questa prospettiva implica per un verso una decostruzione del canone occidentale, per altro verso l'apertura negli studi accademici verso ciò che è prodotto al di fuori del canone. Ma implica anche una critica serrata alla nozione di multiculturalismo dove la costruzione di una immagine dell'altro si addensa attorno alle idee di identità, cultura ed etnia e alla loro pretesa fissità: un'immagine che sorge dalla convinzione diffusa che la capacità di riconoscere la differenza discenda dalla universalità della cultura occidentale.
In Said, la figura dell'esule si contrappone quindi alla mistificante semplificazione dell'essenzialismo identitario, indicando la potenzialità critico-distruttiva, ma anche felicemente creativa, del collocarsi tra culture e identità diverse, senza dimenticare la drammaticità e la tensione, finanche l'angoscia inscritte in questa stessa condizione. Ma, soprattutto, la categoria che più ci soccorre nel mantenere aperta la definizione del migrante, dell'esule, come di ogni altra «identità», è proprio quella di coscienza critica, che altro non è se non un'attitudine. Un'attitudine, potremmo aggiungere, particolarmente in sinstonia con una disposizione accogliente nei confronti della differenza, almeno quanto aspramente oppositiva verso il conformismo e aperta al riconoscimento dei propri errori e fallimenti.
Poiché, secondo Said, l'idea di identità nazionale è stata portata al suo massimo dispiegamento dall'imperialismo, occorre evidenziare come la nascita di partiti indipendentisti e nazionalisti nel Terzo mondo e all'interno dei paesi del Nord e del Sud America «rappresenti una risposta alla dominazione politica e culturale dell'Occidente». Se nel nazionalismo antimperialista della metà del Novecento albergava una potente aggressività «nativista» e una spinta violentemente separatista, a contraddistinguere i grandi movimenti culturali e di liberazione era anche, per altro verso, una potente istanza di liberazione e inclusione. Un nesso quest'ultimo, tra istanza separatiste e carica liberatoria e inclusiva che Said tenta di analizzare nei saggi dedicati alle politiche del sapere, dove emerge il suo ripensamento dell'umanesimo, quello che lo ha poi accompagnato nella stesura del suo ultimo libro (Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, Il Saggiatore, pp. 175, euro 16).
La convinzione che emerge dagli scritti raccolti in Nel segno dell'esilio è che possa darsi, una volta sgombrato il campo da un umanesimo occidentale che si fonda su aspetti anti-universalistici, un linguaggio universalmente umano, che si collochi oltre le rivendicazioni, necessarie in un primo momento, e le politiche identitarie di matrice nazionalista proprie dei movimenti indipendentisti e autonomisti che hanno dato origine ai nuovi Stati.
Il paradosso del nazionalismo
Un aspetto che già Frantz Fanon aveva messo in luce, parlando di «trappola della coscienza nazionale». Occorre, insomma, superare il paradosso iscritto nel nazionalismo indipendentista, trasformando il nazionalismo in «coscienza sociale» che superi ogni sorta di «separatismo autoreferenziale», muovendo verso un'elaborata e compiuta coscienza di sé, che non sostituisca «un set di autorità e dogmi con un altro, un centro con un altro». Per far questo Said rivolge alla critica e all'impegno intellettuale l'appello a divenire consapevoli che si deve considerare il processo culturale nella sua globalità, tenendo sempre a mente che un impegno di questo tipo «coincide con il lavoro intellettuale, che ha un carattere mondiale, che è situato nel mondo e concerne il mondo». Bisogna, allora, uscire dai gerghi tecnici e specialistici, negare che i prodotti dell'agire umano possano essere «tanto rari, limitati e al di là della comprensione da escludere la maggior parte degli altri popoli, delle esperienze, delle storie». Questo il senso di un nuovo umanesimo più universale, fondato sulla critica della discriminazione razziale, ma anche della rigida chiusura delle «identità resistenti», nella convinzione che «nessuna razza ha il monopolio della bellezza, dell'intelligenza e della forza, e ci sarà un posto per tutti all'appuntamento con la vittoria».
Bifo

Quando nacque, in un piccolo incontro parigino del 1975, quello che oggi si chiama G8, era un organismo capace di prendere decisioni e di agire di conseguenza. Oggi il vertice G8 e` un pachiderma spettacolare e gigantesco che mobilita un numero strabiliante di giornalisti, guardie del corpo poliziotti elicotteri e costa una somma spaventosa, ma le sue capacita` di decisione e di azione efficace sono ridotte praticamente a zero. All`ombra del vulcano, metafora di un mondo ingovernabile, hanno deciso che fra quarantadue anni le emissioni inquinanti saranno dimezzate. Avrebbero potuto decidere con la stessa credibilita` che fra cinquemila anni saremo tutti belli come Nicole Kidman. Nessun impegno sull`anno prossimo, ne` sul prossimo decennio. Le discussioni sull`Africa non fanno passi avanti per l`impossibilita` di un accordo sulla questione Zimbabwe. Di crisi alimentare non si e` trovato il tempo di parlare. Il rumore delle esplosioni che arriva dal Pakistan e dall`Afghanistan e` la vera preoccupazione del gruppo di falliti che si e` riunito in Hokkaido.
Mai si ebbe piu` chiara evidenza dell`impotenza attuale della politica. L`ossessione capitalista della crescita ha prodotto effetti che sono irreversibili, e la complessita` dei sistemi globali supera di gran lunga le capacita` di comprensione e di analisi dei sofisticatissimi ma impotenti sistemi di controllo degli Stati. Solo gli automatismi ciechi dell`economia di profitto governano il mondo. Solo il caos governa i sistemi sfuggiti alla volonta` razionale degli umani. La politica recita i suoi mantra e mostra i muscoli contro la societa`. C`e` infatti un solo piano sul quale gli impotenti rappresentanti di un potere rituale sono in grado di agire: la repressione contro la societa`, la violenza sistematica contro chiunque agisca alla luce del sole per denunciare la demenza del potere.
Ieri, otto luglio, mentre gli otto signori della terra si scambiavano gli ultimi saluti dandosi appuntamento in Sardegna per l`anno prossimo (quelli che l`anno prossimo ci saranno ancora) il movimento si convocava nel villaggio di Date, a venti chilometri di distanza dal vulcano, per una lunga marcia sotto il sole. I convenuti sono poche centinaia. L`apparato di sicurezza giapponese schiera in compenso ventunmila poliziotti. Io non posso seguire la marcia, non ho il fisico per reggere una prova come questa. Rientro in citta` nel pomeriggio, e dalle parti della stazione, mentre mi dirigo in albergo mestamente, mi si presenta una scena impressionante. La stazione e` circondata da camion carichi di poliziotti. Agenti in tuta da combattimento con lunghi bastoni bianchi pattugliano le strade. Mi chiedo perche` stanno facendo questo, dato che i pochi contestatori stanno marciando, molto lontano dalla citta`, in un gesto sacrificale sotto il sole. Ad un tratto, mentre sono fermo al semaforo in compagnia di ragazzine dai calzettoni neri e le trecce dipinte di viola, di anziane signore con la borsa della spesa e nervosi impiegati con cellulare all`orecchio, un gruppo di poliziotti blocca il traffico con cavalli di frisia ipertecnologici. Un elicottero ruota minacciosamente sulle nostre teste volteggiando tra i building di acciaio bianco. Una folla ipnotica si immobilizza davanti ai bastoni luminescenti di agenti in tuta azzurra. Mentre il viale centrale e` una pista deserta, nelle vie laterali file ordinate di automobili attendono silenziose: nessuno protesta, nessuno fiata, nessuno si chiede ne` cosa ne` perche`. I minuti passano, ed il lugubre flap flap dell`elicottero e` l`unico rumore dell`universo. Poi finalmente due moto affiancate a velocita` pazzesca, poi un`auto scura veloce, con un invasato che sporge tutto il busto fuori dal finestrino, e infine, con bandierine al vento, sfila una limousine dai vetri azzurrati.
E` passato il potere. La vita riprende. Ognuno per la sua strada. La guerra di sempre, sorda, solitaria, triste, senza speranza.
Franco Berardi (Bifo)
Inflazione

di Maria Turchetto
Allora, la BCE ha alzato i ta
http://ripensaremarx.splinder.com/post/17721247/INFLAZIONE+di+Maria+Turchetto
singolare comune

APPUNTI DAL MARGINE TRA INDIVIDUI E SOCIETÀ
di Rino Genovese
Adesso lo stesso Andolfi, con la collaborazione di Italo Testa, lancia la collana «La Ginestra. Biblioteca per un individualismo solidale» per le Edizioni Diabasis di Reggio Emilia. Si tratta di una collezione di testi agili, editorialmente ben curati, il cui scopo è rendere conto di una tradizione di pensiero sociale importante ma alquanto minoritaria nel corso degli ultimi due secoli. Un lavoro che fa tutt'uno con quello della rivista. I primi due titoli sono: Friedrich Nietzsche filosofo morale di Georg Simmel (pp. 128, euro 10) e Società e solitudine di Ralph Waldo Emerson (pp. 144, euro 10), il primo curato da Ferruccio Andolfi e il secondo da Nadia Urbinati.
Mediocrità democratica
Simmel non è stato, come si sa, soltanto uno dei padri fondatori della sociologia, ma un filosofo a tutto tondo dal marcato accento metafisico. In questi scritti, alcuni dei quali tradotti per la prima volta in italiano, fa i suoi conti con Nietzsche, intervenendo in un dibattito che tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento era molto acceso. Nietzsche non è per Simmel quel pensatore «immoralista» che lui stesso riteneva di essere, ma al contrario un filosofo dall'impostazione quasi kantiana, che rifiuta ogni forma di edonismo o «egoismo epicureo» per proporre una morale degli individui eccellenti, capaci di tenere sotto controllo gli impulsi e le passioni: una posizione, quella di Nietzsche, tesa ad affermare un nuovo tipo di umanità oltreumana, sottratta alla mediocrità «democratica» implicitamente connessa alla nascente società di massa ed esplicitamente annunciata dal darwinismo come trionfo del «tipo medio» a detrimento dell'individuo forte e nobile.
C'è qualcosa di paradossale in questa lettura di Simmel, che pure intende sottrarre, riuscendoci, quel pensatore complesso e contraddittorio che fu Nietzsche alla vulgata che proprio in quegli anni si andava affermando. Il paradosso può essere messo in luce facendo riferimento a un kantiano molto particolare, Adolf Eichmann. Al processo di Gerusalemme (quello seguito da Hannah Arendt e di cui si possono vedere le immagini nel documentario di qualche anno fa Uno specialista), Eichmann, tra lo sconcerto generale, si dichiara discepolo di Kant e del suo «imperativo categorico». Ma come? Il criminale nazista, l'organizzatore del trasporto degli ebrei verso la «soluzione finale», seguace del più alto rappresentante dell'illuminismo tedesco?
Catastrofe europea
Bene, se coloro che assistevano al processo, e la stessa Arendt, avessero avuto sotto mano queste pagine di Simmel forse non si sarebbero stupiti più di tanto. L'imperativo categorico kantiano - con la rottura che propone nei confronti di qualsiasi inclinazione sensibile e di qualsiasi compassione rivolta al sofferente - ha già in sé il germe della crudeltà. Se infatti, per affermare la giustizia, il mondo può anche perire, non c'è spazio per la pietà; anzi, questa diventa un fardello da cui la morale, fondata sull'idea di giustizia, deve sbarazzarsi. E se lo slogan in cui si può riassumere l'imperativo categorico - «opera facendo in modo da trattare l'essere umano sempre come un fine, mai soltanto come un mezzo» - viene inserito nel disegno razzista di epurazione dell'umanità da quegli elementi della sua degenerazione che per i nazisti erano gli ebrei, si può allora arrivare a credere di compiere la suprema giustizia organizzando lo sterminio di massa. Il che, d'altronde, non vuol dire utilizzare l'essere umano come un mezzo, perché agli ebrei veniva negata proprio l'umanità, e anche perché distruggere gli individui in quanto appartenenti a un collettivo indistinto, a una razza, non è esattamente usarli come mezzi. È l'indurimento nello svolgimento del proprio compito l'elemento «kantiano» rivendicato da Eichmann. Ma al tempo stesso senza una morale degli individui eccellenti, che pone alcuni su un piano di superiorità rispetto ad altri, senza l'ossessione di sottrarsi al «gregge» in una società dentro cui irrompono le masse, senza l'aristocratismo disperato di chi sa che qualsiasi aristocrazia derivante dalla nascita è in via di liquidazione, non sarebbe pensabile questa paradossale forma di kantismo.
L'illuminismo si rovescia nel suo contrario grazie a una mistura di Kant più Nietzsche. Il quale - sia chiaro - aveva sì mostrato la necessità per l'illuminismo di procedere a un'autocritica, ma non aveva in alcun modo predetto che si dovesse cancellare l'illuminismo stesso mediante il razzismo e l'antisemitismo, limitandosi a vagheggiare una morale dei forti.
Ciò che insomma si può leggere in filigrana nelle pagine di Simmel dedicate a Nietzsche è né più né meno che l'annuncio della prossima catastrofe europea. Qualcosa che riguarda in modo precipuo il vecchio continente. Si pensi che qui la critica della cultura o della civiltà di marca conservatrice (per esempio, in uno come Ortega y Gasset) non fa distinzione tra democrazia e fascismo: entrambi sono regimi politici che conoscono al loro interno l'odiatissima massificazione, la perdita di sé dell'individuo. Questo aristocratismo di ritorno - in fondo connivente con la catastrofe - è al contrario sconosciuto negli Stati Uniti. In questo paese l'«essere di massa» è stato considerato fin da subito il banco di prova in un certo senso naturale dell'individualismo moderno: al punto che lo specifico individualismo collegato alla cosiddetta civiltà dei consumi, del cui avvento si potrà parlare in Europa solo a partire dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, sarà vissuto per lo più come un'americanizzazione del vecchio continente.
Un pastore della società
Per cogliere la differenza è sufficiente sfogliare le pagine di Emerson. Come nota Nadia Urbinati nel saggio introduttivo, Emerson può essere considerato l'antesignano di una linea di pensiero che, passando per il pragmatismo di William James e Dewey, arriva fino a John Rawls e alla sua teoria della giustizia distributiva. Il punto centrale consiste qui nell'idea che ciascuno ha da essere considerato niente di più che un individuo, senza tener conto di alcuna prerogativa di nascita o di status, mentre al tempo stesso soltanto nel riconoscimento delle sue capacità entro un contesto sociale è possibile la sua autentica affermazione. In altre parole, è l'idea del cittadino democratico come ci viene da quel paese, gli Stati Uniti, che per primo pose la questione dei diritti come aspetto cruciale della convivenza civile. In Emerson, che era stato all'inizio un pastore protestante e che scrive nel cuore dell'Ottocento, si può quindi trovare la potenza per così dire sorgiva dei «padri pellegrini» che hanno fatto l'America e il suo mito.
Ma, appunto, la potenza sorgiva, i cui prolungati effetti hanno sì messo al riparo nel Novecento l'America (del nord) dalla catastrofe propria della storia europea, ma la cui spinta propulsiva appare ormai interrotta e come dissipata. Si pensi anche semplicemente a com'è andato mutando il ruolo delle sette religiose: da momenti di interazione comunitaria a strumenti di propaganda ideologica attraversata da forme di fondamentalismo uguale e contrario a quello che si riscontra in altre parti del globo. Leggere Emerson oggi, respirare l'atmosfera in cui è avvolto, insieme democratica e spirituale, ci riporta a un'America che non c'è più: un po' come guardare un vecchio dagherrotipo.
(((i))) - Indymedia Italia - 4 luglio 2008
(((i)))
IndYpendence Day
4 Luglio 2008: Indymedia Italia torna on-line
E' ormai da più di un anno che i nodi italiani di Indymedia hanno ricominciato a lavorare sui territori riportando in contesti locali le pratiche e i principi che sostanziano/animano il lavoro del Network Internazionale di Indymedia.
La necessità di creare contesti e spazi in cui chiunque potesse continuare a diventare il proprio media, attraverso meccanismi di pubblicazione aperta e di tutela della privacy, rappresentava infatti una realtà che doveva continuare a trovare spazi di esistenza e che quindi non si concludeva con la chiusura di Indymedia Italia. Le limitazioni e i meccanismi dell’informazione mainstream non sono cambiati nel corso di questi anni e lo squilibrio di potere dei processi di comunicazione si è mantenuto intatto, quando non rafforzato.
Oggi il compito della comunicazione indipendente non è solo più quello di offrire uno spazio dove consentire la libera pubblicazione di contributi ed una narrazione "altra" della realtà. Proprio per la rapida evoluzione del web in questi ultimi anni e la sempre più diffusa accessibilità dello strumento, oggi diventa fondamentale salvaguardare la peculiarità del metodo di Indymedia e rendere più fruibile e sinergica l'enorme quantità di informazioni che nella rete si distribuiscono, in modo da renderle facilmente reperibili ed efficacemente utilizzabili.
E' per questo che i nodi italiani di Indymedia nati in questi anni hanno deciso di aprirsi ad un progetto nazionale attraverso la costruzione di un aggregatore. Un luogo nel quale convogliare e moltiplicare le energie e i flussi di comunicazione provenienti da luoghi diversi, che si compone delle diverse visioni e pratiche di mediattivismo determinate dai bisogni contingenti e dalle necessità che ogni territorio esprime.
L’aggregatore può generare una comunità diffusa, risultato della collaborazione di molteplici reti di attivisti, centri sociali e realtà che si occupano di comunicazione, che individuano in italy.indymedia.org il catalizzatore della narrazione dal basso della realtà.
A tutt’oggi, percepiamo ancora l'importanza di una piattaforma di riferimento su cui far convergere le specificità dei progetti di informazione indipendente locali in lingua italiana e di offrire un'occasione di produzione, elaborazione e diffusione dei contributi da essi prodotti, legati ad un modo orizzontale di gestione della comunicazione, nel senso più estensivo di questo termine.
Il lungo processo di ridefinizione dei mezzi e degli scopi di Indymedia Italia si è concluso in questa sua prima parte. Se ne apre una nuova.
Il 4 luglio 2008 Indymedia Italia torna online.
L'IndYpendence Day non è solo una data. E' un simbolo.
- Nel 1054 per i cinesi, era l'esplosione della Supernova del Granchio.
- Nel 1865 per gli inglesi era la pubblicazione di Alice nel paese delle meraviglie.
- Nel 1880 per i Pistoiesi era la nascita dell'anarchica scrittrice Leda Rafanelli.
- Ogni anno, per tutti, è l'afelio, il giorno in cui la Terra è alla sua massima distanza dal Sole.
Per noi, nel 2008, significa il ritorno di un progetto collettivo e indipendente di informazione.
4 luglio - IndYpendence Day
Voi fate i piani - noi la storia
I nodi Indymedia italiani:





Ultimi commenti