capitalismo cognitivo

| Capitalismo cognitivo, ruolo della conoscenza e controllo sociale | ||
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Cybersoviet

Le illusioni perdute della Rete
La dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow fu lanciata, nel lontano 1996, come un sasso nello stagno e a cerchi concentrici di diffuse su Internet. Un testo che letto ancora oggi ha il fascino indiscusso del pamphlet, con quel misto di preveggenza, semplificazione che raramente hanno i documenti politici. John Perry Barlow aveva fatto parte del mouvement contro la guerra del Vietnam, scritto poesie e, soprattutto, era stato nei Grateful Dead, il gruppo rock interprete di quell'attitudine underground che in California stabiliva una linea di continuità tra il free speech di Berkeley, la produzione artistica «di strada» e le prime tecnologie digitali. La sua dichiarazione di indipendenza divenne così il documento politico di chi considerava la frontiera elettronica il luogo, seppur virtuale, dove sperimentare forme diverse di relazioni sociali, di sottrazione dal potere soffocante delle corporate company e del governo federale, nonché di costruzione della decisione politica all'insegna di una democrazia radicale che vedeva nel principio della rappresentanza un fardello da cui liberarsi al più presto. Per anni quel testo è stato il background teorico a cui attinto filosofi, economisti, sociologi e mediattivisti. Internet, il personal computer e il free software erano una «tecnologia della liberazione» che consentiva al cyberspazio di essere un habitat socio-tecnico altero, se non antagonista dell'economia di mercato.
Pragmatici e visionari
Una convinzione che ha caratterizzato anche la produzione teorica di Carlo Formenti, che ha dedicato a Internet due saggi (Incantati dalla rete e Mercanti di futuro, pubblicati rispettivamente da Raffaello Cortina e Einaudi) fortemente condizionati da quella visione libertaria del cyberspazio, seppure con una capacità innovativa e interlocutoria verso il pensiero critico di ispirazione marxiana. A sei anni dalla pubblicazione dell'ultimo saggio Carlo Formenti affronta nuovamente lo stato dell'arte della Rete nel volume Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media (Raffaello Cortina, pp. 279, euro 23). Gran parte delle tesi del passato sono passate al setaccio di un principio della realtà e con onestà intellettuale l'autore afferma che le speranze riposte nella Rete come laboratorio sociale per sperimentare nuove forme di democrazia - i soviet del postmoderno - e di produzione alternativa della ricchezza - l'«economia del dono» - si sono dissolte al sole della trasformazione di Internet in un luogo dove è invece egemone una logica capitalista.
Saggio autocritico, dunque, che ha il merito di ripercorrere criticamente il meglio della produzione teorica attorno alla Rete - le teorie di Manuel Castells e Yoachai Benkler, ma anche le riflessioni del media theorist Geert Lovink, del «cripto-marxista» Wark McKenzie e del visionario Richard Florida - mettendolo in un rapporto di tensione polemica con il percorso di ricerca che Formenti definisce «postoperaismo», in particolare con il concetto di moltitudine di Toni Negri.
Macchine dell'innovazione
È noto che lo studioso catalano Manuel Castells ha considerato le tecnologie digitali il medium per l'affermazione di un «capitalismo informazionale» che ha «colonizzato» gran parte del pianeta e che è rappresentato come un flusso di capitali, informazioni, merci, uomini e donne che può essere governato solo grazie alla presenza di organizzazioni produttive reticolari e attraverso l'uso intensivo di tecnologie digitali. Allo stesso tempo lo studioso catalano considera le relazioni di complementarietà anche conflittuale delle quattro componenti culturali - tecno-scientifica, hacker, imprenditoriale e degli utenti - presenti nella Galassia Internet come fattori dinamici che garantiscono la costante innovazione della rete sia dal punto di vista del software, dei prodotti e dell'organizzazione produttiva della rete. Una teorizzazione, quella di Castells, che auspica un rinnovamento del compromesso tra capitale e lavoro che consenta una riqualificazione dei diritti sociali di cittadinanza in un mondo che prevede una flessibilità della forza-lavoro complementare a quella dell'organizzazione produttiva reticolare.
Più radicali sono le posizioni di Yochai Benkler, che parla di un «capitalismo in assenza di proprietà privata»; o quelle di Richard Florida che sostiene l'egemonia della «classe creativa» rispetto all'insieme della forza-lavoro; lettura speculare a quella di Wark McKenzie che parla della formazione di una nuova classe sociale che chiama «vettoriale» e caratterizzata da un'etica hacker del lavoro.
Un accumulo di sapere che, seppur diversificato e spesso divergente rispetto agli esiti politici, ha rappresentato Internet come un'anomalia rispetto al mondo fuori allo schermo. Ed è con la convinzione che questi autori siano riusciti a mettere a fuoco alcune tendenze del capitalismo a partire da un'analisi di come funziona Internet che Carlo Formenti giunge alla conclusione che il World wide web è stato colonizzato dalla cultura corporate. Ma più che colonizzato sarebbe meglio parlare del fatto che quel laboratorio chiamato Internet ha funzionato a pieno regime e che ha rotto lo schermo del video, diventando il sistema vigente di produzione della ricchezza. E che i nodi e le aporie nel rapporto tra cooperazione sociale produttiva e capitale cognitivo attendono ancora di essere sciolti in un'ottica di un superamento del regime del lavoro salariato.
Sovranità in formazione
C'è infine un aspetto minore di Cybersoviet che invece apre un terreno di ricerca fin qui poco esplorato. È quando l'autore parla del «neomedievalismo istitutuzionale» che caratterizza le norme internazionali e la legislazione nazionale sulla rete. In questo caso è avvenuto che il processo in corso nella formazione di una nuova sovranità che stabilisca un rapporto dinamico e flessibile tra locale, nazionale e sovranazionale da fuori lo schermo venga esteso anche a Internet. Lo stato, così come gli organismi sovranazionali, hanno infatti perso il monopolio della decisione politica a causa della presenza di factory law private che definiscono norme e regole che spesso aggirano quelle istituzionali. La sovranità ha dunque necessità di una governance dove organismi sovranazionali, stati nazionali, imprese, factory law private e associazioni della cosiddetta società civile «cooperino» tra di loro in un rapporto asimmetrico di potere.
Sgomberato il campo dalle illusioni che il web potesse essere esso solo l'habita per costruire l'altro mondo possibile, il panorama è occupato da quella cooperazione sociale produttiva che deve essere precaria, e quindi assoggettata al capitale cognitivo, senza però che questa precarietà le impedisca di essere la fonte dell'innovazione. Dunque libertà e assoggettamento, gerarchie light ma all'interno del regime del lavoro salariato. Il problema dunque non è immaginare un cybersoviet, ma un soviet adeguato a una forza-lavoro che manipola manufatti linguistici e manufatti «fisici». Un soviet, cioè, che sia dentro e fuori lo schermo. Come dentro e fuori il video è il capitalismo cognitivo.
coca operaia (4, fine)
«Io ho sempre apprezzato moltissimo Pantani. Mi ha colpito il ragionamento che faceva ancora prima di diventare un grande campione: 'io sono il più forte, diceva, ma se gli altri prendono le sostanze resto indietro. Bisognerebbe che tutti smettessero, e siccome questo non avviene sono costretto a prenderle anch'io'. Il ragionamento non fa una piega, ma così si alza il livello dello scontro. Conosco un gruppo di bolognesi che pratica il ciclismo per passione, diciamo che fanno cicloturismo. Lo sai che si bombano anche loro? Mica lo fanno per vincere, non c'è niente da vincere; lo fanno per competere, per reggere il livello degli altri. Per non lasciare adito a dubbi di sorta preciso subito che di questo gruppo non fa parte Romano Prodi». La competizione, il miglioramento delle prestazioni, sono i nodi centrali della chiave interpretativa che ci offre Rebecchi. Ma procediamo con ordine. «Io non criminalizzo la chimica: la chimica esiste, è utile in mille circostanze. Ma se la utilizzi per aumentare le tue prestazioni, sessuali, lavorative, persino per divertirti, allora vuol dire che c'è un problema. Intendiamoci, tanti artisti, poeti, scrittori hanno assunto droghe per curiosità, per conoscenza. Lo stesso Siegmund Freud. Ma stiamo parlando del Medio Evo. Oggi i ragazzi si drogano come noi si beveva il caffè o si succhiava il latte dalla mamma. Per loro farsi una striscia di coca o un'anfetamena è un fatto normale, persino ovvio. Senza alcuna solida motivazione il giovane diventa 'spontaneamente' consumatore. Incindono molto i modelli culturali (la competizione spinta all'esasperazione) e interviene un fatto imitativo. Così come da bambini si vuole andare al Burghy o al Mcdonald's perché lo fanno tutti a prescindere dalla schifezza che ti danno da mangiare, così qualche anno più tardi, con lo stesso atteggiamento, può capitare di farsi di cocaina. Questo segnala la presenza di un vuoto che spesso si tenta di riempire con la droga. E siccome la società è classista, se non hai soldi di famiglia, per pagarti la dose rubi, o spacci, o ti prostituisci».
Arriviamo al mondo del lavoro. Se con le categorie interpretative classiche si comprendono alcuni comportamenti 'devianti' nel sottoproletariato, è più difficile farsene una ragione quando il soggetto interessato è l'operaio di fabbrica. «Saltano le differenze etiche. Ammettiamo pure che in fabbrica a spingerti al consumo possa essere una condizione difficile, segnata dalla fatica. La fatica alla linea di montaggio, dove la durata della mansione che si ripete sempre uguale a se stessa è al di sotto del minuto, provoca effetti negativi sulla salute dell'operaio, dolori, lombalgie. Una situazione di questo tipo farebbe pensare che la sostanza adatta ad alleviare la condizione di sofferenza sia l'eroina che è un anestetico e dunque attenua il peso e le conseguenze di un lavoro faticoso. Invece sempre più spesso la droga assunta, anche in fabbrica, è la cocaina. La cocaina è un eccitante, serve ad aumentare la produzione». Le parole di Rebecchi sono confermate dal racconto di tanti operai che abbiamo intervistato: il picco produttivo spesso e volentieri si verifica durante il lavoro notturno, il terzo turno che è quello dove il consumo di cocaina è più alto, anche per una rarefazione dei controlli. Se ne deduce, chiedo a Rebecchi, che la cocaina è funzionale alla produzione e dunque è una 'droga di sistema'? «Negli anni Settanta l'uso di sostanze poteva avere una qualche connotazione antisistema, oggi è tutta interna, verrebbe da dire funzionale al sistema. Non vale solo per gli operai, vale per i manager, per gli sportivi». In fabbrica c'è chi sostiene che si riesce a convivere meglio con l'eroina che non con la cocaina... «E' verissimo, con l'aggravante che la cocaina ha un'azione sulle arteriole, può provocare microinfarti. Alla lunga ti brucia il cervello. Un effetto analogo può essere provocato dalle anfetamine di cui è quasi sempre sconosciuta la composizione».
Come si può intervenire rispetto a questo fenomeno, come si possono aiutare i giovani operai finiti nell'imbuto del consumo, in molti casi nello spaccio per potersi pagare la dose quotidiana? «La cosa che rende più difficile l'intervento è proprio la mancanza di motivazione sociale nella decisione di assumere sostanze, che non sia l'aumento della prestazione individuale e di conseguenza della produzione. Sei disarmato, anche gli strumenti tradizionali come la psicoanalisi sono spuntati. Ti può capitare di chiedere a un giovane paziente di fare delle libere associazioni, dopodiché a un certo punto ti domandi: ma che vuoi che associ questo poveraccio, se non ha un cazzo di idea nel cervello? Dico che ti senti disarmato perché se il giovane consumatore, che sia operaio o studente, non ha una motivazione, quando gli dici di smettere ti risponde semplicemente 'e perché? Mi piace'. Guarda che domani starai male, avrai delle conseguenze gravi sulla salute, gli contesti, ma ti accorgi che non glie ne frega niente. Il che vuol dire, lo ripeto, che nelle giovani generazioni c'è una caduta, una rinuncia a costruirsi un futuro, una prospettiva di vita». E la vita stessa perde di valore... «Senza ideali, non solo politici o religiosi ma semplicemente civili, si resta solo dentro una realtà durissima che non si sopporta più. Così si finisce per tornare all'infanzia, si regredisce allo stadio all'oralità. Vuoi dimostrare di essere più potente di chi ti sta vicino».
La scelta può essere individuale, ma un fenomeno di queste proporzioni assume inevitabilmente un carattere sociale. Dice Rebecchi: «La regressione è legata alla natura della società in cui viviamo, e l'aumento della prestazione individuale, in qualsiasi campo, risponde al comandamento della competitività». Alcuni operai, a conferma di quanto ci dice Rebecchi, ci hanno spiegato che ci si fa, e si convince anche il partner o la partner a tirare coca, prima del rapporto sessuale per migliorare le prestazioni. «E' la logica maschile classica di chi vuole dimostrare che ce l'ha più lungo, la sessualità si riduce all'aspetto penetrativo. Pensi che in un rapporto sia questo e solo questo a interessare la donna. E ti esalti perché una striscia di cocaina ti fa sentire più potente ma non sai, o non ti interessa sapere che col tempo quella roba ti renderà impotente».
Rientriamo in fabbrica. Alcuni operai sostengono che la cocaina aiuti la socializzazione con gli altri operai, oltre a migliorare la prestazione individuale. «Certo - risponde Rebecchi - ma è la socialità della colpevolezza, certo non è la socialità della condivisione. E' la denuncia estrema di una condizione di solitudine. E se in passato drogavi generazioni intere per mandarle a combattere e morire in guerra, oggi con la caduta dei valori le distruggi drogandole per farle produrre di più alla catena di montaggio». Rebecchi conclude il suo ragionamento tornando al concetto della mancata motivazione nell'assunzione di sostanze 'dopanti', da cui discende la mancata motivazione a smettere: «Il generale cinese Zhu De era dedito al consumo di oppio. Quando iniziò la Lunga marcia, prima di assumerne il comando fece una scelta, aveva una motivazione forte per smettere. L'unico luogo in cui era vietato il consumo dell'oppio era il fiume Yangtze, così salì su una barca che scendeva il fiume chiedendo al proprietario di non fargli mettere i piedi a terra per alcuni mesi, per nessuna ragione. Così, con una motivazione forte, vinse le sue due guerre». (4, fine)
Bologna 09
Questo documento viene diffuso da Valerio Monteventi e Franco Berardi per
lanciare il processo di formazione di una lista cittadina che si presenterà
alle elezioni amministrative bolognesi del 2009.

Abbiamo deciso di compiere questo passo non solo (e non tanto) per la
ripugnanza che provoca in noi la politica razzista e ignorante del partito
sedicente democratico, e del suo rappresentante bolognese, Sergio Gaetano
Cofferati. L'orrore che costoro provocano nelle persone dotate di
sentimenti umani ci indurrebbe forse a ritirarci nell'eremitaggio, se solo
di questo si trattasse.
Quel che ci muove è la convinzione che si possa iniziare una nuova storia,
libera dall'eredità del ventesimo secolo, dopo la clamorosa debacle
elettorale di coloro che, sia pur fingendo di averlo dimenticato, portano
l'eredità dello stalinismo, oggi convertita in una forma inedita di
riformismo razzistoide.
La nostra idea è di organizzare nella prima metà del mese di giugno una
assemblea pubblica per discutere di questo progetto.
IZ 2
INQUINAMENTO ZERO
IGNORANZA ZERO
RIPASSANDO LA STORIA
Guardate la foto che è apparsa sui giornali giovedì 15 maggio, dopo che a
Ponticelli la popolazione aveva bruciato un campo nomadi. Sullo sfondo del
cielo violaceo il fumo sale dall'incendio, copertoni di gomma immondizie e
pompieri che cercano stancamente di spegnere l'incendio. A sinistra un
edificio colorato, forse un centro commerciale che finge un'allegria
impossibile in questo spazio desolato. In primo piano, rivolti verso il
fotografo, un uomo e una donna gridano tenendo accanto alla bocca una mano
come megafono. Un uomo magro con pochi capelli porta una maglietta
decisamente brutta sulla quale si legge la scritta Gothic style. E una
donna dal corpo sformato chiude le palpebre pesanti e rugose la bocca
spalancata sdentata sostenuta dalla mano grassoccia e sgraziata. Secondo lo
stereotipo che mostra i rom come poveri sporchi malaticci sdentati vestiti
male sguaiati diremmo che sono zingari. Invece non lo sono, anzi stanno
gridando
qualche urlo razzista di gioia rabbiosa contro gli intrusi le cui case
stanno bruciando là in fondo.
E' l'Italia del 2008, il paese che ha appena votato per Berlusconi.
Un paese in cui la scuola e l'università sono in rovina, in cui gli
insegnanti vivono in condizioni di miseria e di precarietà, in cui
centosessantamila giovani fanno la fila per poter partecipare alla
trasmissione televisiva più odiosa, un paese che non sa più nulla della sua
storia e difatti ne sta ripetendo i capitoli più truci.
Torna alla mente l'anno 1936. Vinta la guerra d'Etiopia dove su larga scala
ha utilizzato armi di sterminio della popolazione civile, il regime può
dichiarare che l'Impero risorge sui colli di Roma.
Tutti gli italiani erano fascisti allora? Non proprio tutti, perché non lo
erano i prigionieri politici, non lo erano gli esiliati, non lo erano i
morti nelle patrie galere, e non lo erano pochissimi professori
universitari (undici su diecimila) che rifiutarono di firmare fedeltà al
regime.
Non proprio tutti, ma era fascista una maggioranza che sfiorava
l'unanimità. L'avvenire appariva radioso, per il regime, fin quando, pochi
anni dopo, l'alleato più potente decise di rompere l'equilibrio europeo e
invase la Polonia. A quel punto, nel settembre del 1939, il caricaturale
impero di Mussolini fu posto di fronte alla scelta, e non scelse. Fin
quando si era trattato di sterminare con i gas venefici africani disarmati
l'ardimento non era mancato, ma ora si trattava di fare sul serio. E
Mussolini si cagava sotto. Si cagò sotto fino alla primavera successiva,
quando la Wehrmacht occupò Parigi, e a quel punto Mussolini non potè più
avere dubbi. La guerra era vinta, la Francia sottomessa, dunque si poteva
entrare in guerra, e si poteva invadere la Francia. Il dieci giugno del
1940 il popolo ascoltò il discorso del Duce con entusiasmo decisamente
inferiore a quello con cui aveva acclamato la proclamazione dell'Impero.
Il popolo italiano impiegò ancora tre anni, fino al marzo del '43, per
imparare la lezione. Ma ora l'ha dimenticata, perché trent'anni di rumore
bianco hanno ridotto in poltiglia i suoi neuroni.
C'è un film di Bergman che racconta il retroscena della formazione del
regime nazista.
Siamo nel 1923, e a Berlino c'è una coppia: David Carradine e Liv Ullmann
si amano e
vivono insieme in un piccolo appartamento procurato loro da amici. Poco
alla volta il loro amore si trasforma in odio, la loro gioia si trasforma
in nervosismo e angoscia. Loro non sanno che dalle pareti della loro casa
filtra un veleno che si insinua nel loro cervello e nel loro cuore, non
sanno che da un pertugio qualcuno filma la loro mutazione. L'uovo del
serpente romperà il guscio dopo dieci anni di lento ma inesorabile
avvelenamento. Il popolo italiano è stato esposto a questo avvelenamento
per trent'anni, e ora saluta il suo nuovo Duce, più soffice del cialtrone
di Predappio, ma non meno pericoloso di lui.
E ADESSO?
Ci rivedremo solo al prossimo dieci giugno millenovecentoquaranta?
Da questo incubo non si uscirà prima che abbia prodotto tutto l'orrore che
porta dentro di sé? Cosa dobbiamo fare nel frattempo?
La forma totalitaria contemporanea è molto diversa da quella degli anni
trenta, dal punto di vista della gestione del potere, per la semplice
ragione che quella contemporanea, a differenza di quella passata, non si
fonda sul consenso ma sulla saturazione, e quindi non ha bisogno di
censura, dal momento che dispone della tecnica di produzione del rumore
bianco. Non ci sarà impedito di esprimerci, dal momento che tanto nessuno
ascolta perché i canali di comunicazione sono occupati, e l'attenzione
sociale saturata.
Anzitutto dobbiamo definire i nostri obiettivi. Il primo obiettivo è quello
di mantenere vive le condizioni dell'intelligenza etica e di mantenere
attiva una minoranza capace di comprensione e di comunicazione.
Nella dimensione cittadina possiamo creare le condizioni di una pausa
nell'incalzante ritmo dell'imbarbarimento, e possiamo sperimentare forme di
vita che serviranno come punto di partenza per l'epoca che seguirà la
barbarie.
DISEGNARE UNA NUOVA GEOGRAFIA POLITICA
Tra i nostri obbiettivi non c'è quello di ricostruire la sinistra né quello
di salvaguardare qualche bastione locale di sinistra, ma quello di scoprire
in che modo la società potrà organizzarsi in modo autonomo partendo dai
suoi saperi e dalle sue competenze.
La democrazia rappresentativa non è in crisi, essa è defunta da un pezzo.
Permangono i suoi rituali, e alcuni spazi che essa apre vanno utilizzati,
ma essa non svolgerà mai più una funzione socialmente utile. Le forze
politiche della sinistra hanno creduto che la democrazia rappresentativa
avesse qualche funzione socialmente utile, e hanno pensato che fosse
possibile esercitare governo senza diventare strumento volontario o
involontario della violenza capitalista: la loro illusione ha prodotto il
risultato del 13 e 14 di aprile.
Oggi, la prima operazione da compiere è quella di disegnare una nuova
geografia politica, di ridefinire le caratteristiche del campo in cui si
gioca. La percezione del campo politico novecentesco era dominato
dall'opposizione tra destra e sinistra. Questa opposizione non
è superata, se intendiamo con quelle parole il fronte degli sfruttatori e
quello degli sfruttati, ma la rappresentazione politica non ha più alcun
rapporto con la contrapposizione sociale.
Ciò vuol dire che non dobbiamo essere succubi di una mappa politica che non
descrive più in alcun modo il territorio, e vuol dire che su un punto
occorre essere chiari fin dall'inizio: non collochiamo la lista che
intendiamo presentare entro le linee della geografia politica esistente,
perché quella geografia intendiamo scompaginarla, e da quella mappa ci
proponiamo di uscire. Ciò vuol dire che la nostra lista non è "alleabile",
non è disposta ad allearsi con nessuno dei due blocchi PD o PDL.
NON SOLO ANTICOFFERATIANI
Il nostro obiettivo è quello di elaborare un'idea di città "aperta e
viva", non di spostare a nostro favore qualche equilibrio secondario
rimanendo testimoni impotenti di un governo della città, asservito ai
poteri forti e affogato nello stagno di una percezione della paura da lui
stesso alimentata.
In subordine, il nostro scopo è quello di costituire un'opposizione al
governo cittadino e alla minaccia del proseguimento di altri 5 anni di
azione amministrativa (quale?) sotto lo scettro di Sergio Gaetano
Cofferati.
Per essere chiari: per nessuna ragione ed in nessun momento daremo
indicazione di voto per le forze politiche che intendono ancora appoggiare
(o puntellare) il peggior sindaco della storia di Bologna e per chi ha reso
possibile l'attuale stato di agonia della città.
Chi è stato corresponsabile del sindaco più autoritario che si è visto
sotto le Due Torri non potrà, in nessun caso, essere considerato da noi
come il minor male. Dove sta la differenza con la destra rispetto al mix di
autoritarismo, di razzismo e di subalternità agli interessi economici delle
banche e dell'automobile, che ha caratterizzato il governo di Bologna negli
ultimi anni?
La nostra iniziativa cittadina non deve proporsi semplicemente in termini
di buona amministrazione, ma deve farsi carico
della gravità estrema della situazione generale, e proporsi come officina
delle idee per una nuova politica, sperimentando nella dimensione locale
esperienze di autonomia dalla violenza del capitale. Dobbiamo trasformare
un'esperienza amministrativa in un esperimento di reinvenzione della
politica, di fuoriuscita dall'epoca della barbarie economicista.
Qualcuno può obiettare che questo non è un programma di amministrazione
della città ma di sperimentazione di un modello politico. In effetti è
proprio così. Il compito di aprire la strada a un nuovo processo di
autorganizzazione sociale e di liberazione dell'ambiente cittadino dalla
violenza economica neoliberista può riattivare energie che rischierebbero
di spegnersi, può attrarre una larga parte di cittadine e cittadini.
La presentazione di una lista indipendente a Bologna può ottenere consenso
sulla base della sua opposizione alla gestione Cofferati, ma sarebbe
pericoloso e sbagliato identificarci come gli anticofferati.
Occorrerà rapidamente liberarsi dal riferimento agli anni precedenti,
trattare l'attuale sindaco come l'imbarazzante residuo di un passato triste
e provinciale, per caratterizzarci in base a un'immagine autonoma,
tutta proiettata in avanti, oltre le vecchie storie della sinistra, per
proporre
un orizzonte condivisibile da larghi settori dell'opinione pubblica cittadina.
La lista a cui pensiamo dovrà caratterizzarsi, nella sua composizione
interna, nel suo linguaggio e nelle sue proposte, come una lista europea,
innovativa, postmoderna e postindustriale.
Non parleremo al governo di Roma del quale disconosciamo la legittimità
storica, e ci proponiamo di entrare in sintonia con l'opinione antifascista
e antiberlusconiana che nella città è maggioritaria.
QUALI SONO LE NOSTRE LINEE PROGETTUALI E QUALE DI CONSEGUENZA L'IMMAGINE
CHE VOGLIAMO PROIETTARE?
Fino ad ora, l'iniziativa politica di alcuni di noi (dentro e fuori le
istituzioni) si è caratterizza agli occhi della cittadinanza come quella
dei difensori dei deboli e degli oppressi. E' una caratterizzazione nobile
e indispensabile alla quale per nessuna ragione al mondo dobbiamo
rinunciare, e che non deve affievolirsi in nessun momento. Ma se pure
questa immagine ci permetterebbe di raccogliere un consenso elettorale
sufficiente per avere una rappresentanza nel prossimo consiglio comunale,
non è sufficiente per presentarci come forza che aspira ad avere i numeri
per trasformare questa città.
E' questo invece il passaggio concettuale e politico che dobbiamo compiere
nei prossimi mesi.
Dobbiamo presentarci come il nucleo progettuale di una città europea, che
vuole parlare all'Europa per chiedere scusa dello spettacolo indecoroso che
il paese Italia sta dando di sé, ma anche per chiedere con forza all'Europa
di abbandonare le sue politiche liberiste, restrittive nei confronti della
pressione migratoria e stitiche nei confronti dell'innovazione sociale.
La nostra idea di Bologna è quella di una città nuova, capace di accogliere
gli studenti fuori sede e i lavoratori immigrati, ma anche capace di
lanciare progetti produttivi e sociali che siano all'altezza delle sfide
post-industriali e neo-moderne.
Dobbiamo insistere molto su questo punto: una città che voglia essere
innovativa, in grado di superare l'industrialismo mortifero non è affatto
in contraddizione con una città solidale, capace di accogliere e di
integrare.
INQUINAMENTO ZERO
Il tema che dobbiamo porre al centro della nostra azione politica è quello
dell'ambiente. La città di Bologna è diventata un luogo inquinante
e pericoloso per la salute fisica e psichica dei suoi abitanti.
E' nostra intenzione invertire la tendenza, portando anzitutto a piena
realizzazione la volontà espressa nel 1984 dal 70% dei cittadini: liberare
la città dalle automobili.
E' nostra intenzione lanciare una campagna di riconversione totale del
sistema di riscaldamento, sperimentando tecniche non inquinanti e
abbandonando tendenzialmente l'uso di combustibili inquinanti nelle
abitazioni. E' nostra intenzione lanciare un piano di riconversione
ecologica della produzione industriale cittadina.
Ci batteremo per avere una città che voglia essere tenera e piacevole da
vivere, lenta nei suoi ritmi di vita e veloce nelle sue intuizioni
innovative, questo non è affatto in contraddizione con il realismo
delleconomia post-industriale e post-meccanica.
Il ceto economico dirigente della Regione Emilia Romagna e della città di
Bologna è un ceto mentalmente pigro e passatista, legato a forme produttive
antiche e inquinanti. Dobbiamo proporre (provocando uno scandalo nazionale
e affrontando l'ira dei tanti che perseguono i loro interessi a danno della
salute altrui)
l'allontanamento del Motorshow dalla città di Bologna. Quello spettacolo
non è compatibile con gli interessi della città, non è compatibile con gli
stili di vita e di civiltà che vogliamo promuovere, non è compatibile con
una cultura di progresso e di buona vita.
Inquinamento zero può diventare uno slogan centrale di una campagna che si
opponga alla tetraggine degli zeloti di "Tolleranza zero".
Le nuove tecnologie al servizio di un ambiente in cui i ragazzi non
respirino quotidianamente sostanze cancerogene.
In questo modo ci rivolgiamo alle sezioni dell'economia cittadina che non
si riconoscono nellindustrialismo e nell'automobile, e possono capire il
valore economico di una riconversione dell'intero sistema urbano verso le
energie rinnovabili, verso la sperimentazione biotecnica, e possono
intravvedere la possibilità di una nuova era dell'economia bolognese,
un'era nella quale la meccanica di precisione cittadina si impegni a creare
le infrastrutture di una città ad inquinamento zero e l'Università si
impegni a dirigere la ricerca in direzione della vita buona.
IGNORANZA ZERO
La città di Bologna è stata sottoposta in modo programmatico alla paranoia
securitaria, allo stress da inimicizia generalizzata. E' nostra intenzione
lanciare un progetto di educazione alla convivenza e alla tenerezza,
moltiplicando i luoghi dell'incontro, finanziando le strutture di
integrazione, sottraendo alla speculazione abitazioni per metterle a
disposizione a costi accessibili.
La città che menava vanto di essere luogo della cultura e del sapere sta
riducendosi a un luogo di barbarie e di ignoranza. Proprio a Bologna venne
elaborata nel 1999 la carta che programmava la trasformazione
dell'università europea in sistema aziendalizzato di sottomissione
all'economia precaria, e di riduzione del sapere a sistema di competenze
funzionali all'economia di profitto.
Perciò, a Bologna come dovunque, l'università sta morendo. E' nostra
intenzione avviare una reinvenzione del sistema di produzione e di
trasmissione di sapere, creando luoghi che integrino l'Università
riattivando le funzioni che essa ha perduto, coinvolgendo gli studenti in
un processo di reinvenzione del sistema educativo che dappertutto sta
cadendo a pezzi.
Noi vogliamo ridare alla città il gusto della sperimentazione
tecnico-scientifica. Ripensando all'esperienza della Giunta Vitali,
amministrazione che contrastammo per molte sue scelte politiche e sociali
(in primo luogo per le politiche di privatizzazione), riconosciamo a quegli
amministratori almeno la capacità di aprire spazi all'innovazione, come fu
il lancio della rete civica Iperbole. Sicuramente quello fu il segnale di
comprensione e di anticipazione dell'epoca Internet che stava arrivando.
La giunta Cofferati è stata in grado soltanto di distruggere o contenere
forme di aggregazione sociale già esistenti, producendo al contempo
ignoranza e aggressività.
L'UNIVERSITA' PUNTO CENTRALE DELLA NOSTRA CAMPAGNA
Da quando lo spettacolo del nono centenario l'ha trasformata in un
baraccone affaristico la qualità della ricerca e dell'insegnamento è
precipitata. Il ceto accademico è il prodotto delle politiche clientelari
del partito che ha sempre dominato la vita cittadina imponendo la sua
ideologia il suo conformismo e la sua ignoranza. La funzione
dell'Università è diventata quella di spremere soldi dagli studenti e di
supportare le scelte conservatrici di un sistema produttivo antiquato e
inquinante.
La carta di Bologna del 1999 ha sancito la subordinazione del sistema
universitario europeo alla riproduzione di un'economia basata sulla
precarietà e sul conformismo. Noi dobbiamo assumere come punto qualificante
della nostra campagna il superamento della carta di Bologna, della politica
del 3+2.
Dobbiamo mettere al centro il discorso sulla ricerca come fattore
essenziale del progresso cittadino. Dobbiamo coinvolgere la massa dei
contrattisti universitari, docenti e ricercatori precari, chiedendo loro di
elaborare progetti tecnico-scientifici, progetti sociali, progetti
artistico-comunicativi per un futuro libero dall'inquinamento, dallo stress
e dall'intolleranza.






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