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capitalismo cognitivo

di materialiresistenti (30/05/2008 - 20:56)


 Capitalismo cognitivo, ruolo della conoscenza e controllo sociale

Contributo di Andrea Fumagalli per il controlessico



Quando si parla di tecnologia della comunicazione, di capitalismo delle reti, di società della conoscenza si intendono diverse realtà, spesso usate a sproposito e spessi fra loro frammischiate.
Quando si parla di sapere, formazione, competenze, conoscenze, si fa riferimento a concetti che qualche volta rimandano ad analogie (sinonimi) altre volte presentano sfaccettature differenziate.


L’assunto di partenza è che a più di un quarto di secolo dalla crisi del paradigma taylorista-fordista-keynesiano e dopo un decennio di studi e di analisi sulle nuove forme della produzione e dell’organizzazione sociale, è possibile mettere in luce alcuni elementi portanti che caratterizzano in modo strutturale ed irreversibile il nuovo paradigma produttivo, organizzativo e sociale che opera nel nord-capitalistico del pianeta e che chiamiamo “dell’accumulazione flessibile” (meglio) o “post-fordista” (peggio) e anche “capitalismo cognitivo”.

http://www.universitaetica.net/nuke69/modules.php?name=News&file=article&sid=27



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Cybersoviet

di materialiresistenti (29/05/2008 - 21:02)


Le illusioni perdute della Rete
 
«Cybersoviet», il nuovo saggio di Carlo Formenti per Raffaello Cortina. Finite le speranze di potere sperimentare l'altro mondo possibile nel Web rimane una realtà colonizzata dalle imprese
 
di Benedetto Vecchi


La dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow fu lanciata, nel lontano 1996, come un sasso nello stagno e a cerchi concentrici di diffuse su Internet. Un testo che letto ancora oggi ha il fascino indiscusso del pamphlet, con quel misto di preveggenza, semplificazione che raramente hanno i documenti politici. John Perry Barlow aveva fatto parte del mouvement contro la guerra del Vietnam, scritto poesie e, soprattutto, era stato nei Grateful Dead, il gruppo rock interprete di quell'attitudine underground che in California stabiliva una linea di continuità tra il free speech di Berkeley, la produzione artistica «di strada» e le prime tecnologie digitali. La sua dichiarazione di indipendenza divenne così il documento politico di chi considerava la frontiera elettronica il luogo, seppur virtuale, dove sperimentare forme diverse di relazioni sociali, di sottrazione dal potere soffocante delle corporate company e del governo federale, nonché di costruzione della decisione politica all'insegna di una democrazia radicale che vedeva nel principio della rappresentanza un fardello da cui liberarsi al più presto. Per anni quel testo è stato il background teorico a cui attinto filosofi, economisti, sociologi e mediattivisti. Internet, il personal computer e il free software erano una «tecnologia della liberazione» che consentiva al cyberspazio di essere un habitat socio-tecnico altero, se non antagonista dell'economia di mercato.


Pragmatici e visionari
Una convinzione che ha caratterizzato anche la produzione teorica di Carlo Formenti, che ha dedicato a Internet due saggi (Incantati dalla rete e Mercanti di futuro, pubblicati rispettivamente da Raffaello Cortina e Einaudi) fortemente condizionati da quella visione libertaria del cyberspazio, seppure con una capacità innovativa e interlocutoria verso il pensiero critico di ispirazione marxiana. A sei anni dalla pubblicazione dell'ultimo saggio Carlo Formenti affronta nuovamente lo stato dell'arte della Rete nel volume Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media (Raffaello Cortina, pp. 279, euro 23). Gran parte delle tesi del passato sono passate al setaccio di un principio della realtà e con onestà intellettuale l'autore afferma che le speranze riposte nella Rete come laboratorio sociale per sperimentare nuove forme di democrazia - i soviet del postmoderno - e di produzione alternativa della ricchezza - l'«economia del dono» - si sono dissolte al sole della trasformazione di Internet in un luogo dove è invece egemone una logica capitalista.
Saggio autocritico, dunque, che ha il merito di ripercorrere criticamente il meglio della produzione teorica attorno alla Rete - le teorie di Manuel Castells e Yoachai Benkler, ma anche le riflessioni del media theorist Geert Lovink, del «cripto-marxista» Wark McKenzie e del visionario Richard Florida - mettendolo in un rapporto di tensione polemica con il percorso di ricerca che Formenti definisce «postoperaismo», in particolare con il concetto di moltitudine di Toni Negri.


Macchine dell'innovazione
È noto che lo studioso catalano Manuel Castells ha considerato le tecnologie digitali il medium per l'affermazione di un «capitalismo informazionale» che ha «colonizzato» gran parte del pianeta e che è rappresentato come un flusso di capitali, informazioni, merci, uomini e donne che può essere governato solo grazie alla presenza di organizzazioni produttive reticolari e attraverso l'uso intensivo di tecnologie digitali. Allo stesso tempo lo studioso catalano considera le relazioni di complementarietà anche conflittuale delle quattro componenti culturali - tecno-scientifica, hacker, imprenditoriale e degli utenti - presenti nella Galassia Internet come fattori dinamici che garantiscono la costante innovazione della rete sia dal punto di vista del software, dei prodotti e dell'organizzazione produttiva della rete. Una teorizzazione, quella di Castells, che auspica un rinnovamento del compromesso tra capitale e lavoro che consenta una riqualificazione dei diritti sociali di cittadinanza in un mondo che prevede una flessibilità della forza-lavoro complementare a quella dell'organizzazione produttiva reticolare.
Più radicali sono le posizioni di Yochai Benkler, che parla di un «capitalismo in assenza di proprietà privata»; o quelle di Richard Florida che sostiene l'egemonia della «classe creativa» rispetto all'insieme della forza-lavoro; lettura speculare a quella di Wark McKenzie che parla della formazione di una nuova classe sociale che chiama «vettoriale» e caratterizzata da un'etica hacker del lavoro.
Un accumulo di sapere che, seppur diversificato e spesso divergente rispetto agli esiti politici, ha rappresentato Internet come un'anomalia rispetto al mondo fuori allo schermo. Ed è con la convinzione che questi autori siano riusciti a mettere a fuoco alcune tendenze del capitalismo a partire da un'analisi di come funziona Internet che Carlo Formenti giunge alla conclusione che il World wide web è stato colonizzato dalla cultura corporate. Ma più che colonizzato sarebbe meglio parlare del fatto che quel laboratorio chiamato Internet ha funzionato a pieno regime e che ha rotto lo schermo del video, diventando il sistema vigente di produzione della ricchezza. E che i nodi e le aporie nel rapporto tra cooperazione sociale produttiva e capitale cognitivo attendono ancora di essere sciolti in un'ottica di un superamento del regime del lavoro salariato.


Sovranità in formazione
C'è infine un aspetto minore di Cybersoviet che invece apre un terreno di ricerca fin qui poco esplorato. È quando l'autore parla del «neomedievalismo istitutuzionale» che caratterizza le norme internazionali e la legislazione nazionale sulla rete. In questo caso è avvenuto che il processo in corso nella formazione di una nuova sovranità che stabilisca un rapporto dinamico e flessibile tra locale, nazionale e sovranazionale da fuori lo schermo venga esteso anche a Internet. Lo stato, così come gli organismi sovranazionali, hanno infatti perso il monopolio della decisione politica a causa della presenza di factory law private che definiscono norme e regole che spesso aggirano quelle istituzionali. La sovranità ha dunque necessità di una governance dove organismi sovranazionali, stati nazionali, imprese, factory law private e associazioni della cosiddetta società civile «cooperino» tra di loro in un rapporto asimmetrico di potere.
Sgomberato il campo dalle illusioni che il web potesse essere esso solo l'habita per costruire l'altro mondo possibile, il panorama è occupato da quella cooperazione sociale produttiva che deve essere precaria, e quindi assoggettata al capitale cognitivo, senza però che questa precarietà le impedisca di essere la fonte dell'innovazione. Dunque libertà e assoggettamento, gerarchie light ma all'interno del regime del lavoro salariato. Il problema dunque non è immaginare un cybersoviet, ma un soviet adeguato a una forza-lavoro che manipola manufatti linguistici e manufatti «fisici». Un soviet, cioè, che sia dentro e fuori lo schermo. Come dentro e fuori il video è il capitalismo cognitivo.

 
www.ilmanifesto.it
 
 

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coca operaia (4, fine)

di materialiresistenti (28/05/2008 - 08:48)

«Senza la speranza vince la cocaina»
 
Il dominio della competività Emilio Rebecchi analizza i comportamenti in fabbrica e le cause che fanno crescere il consumo. Migliorare le prestazioni è funzionale alla produttività La società è classista, se non hai soldi di famiglia per pagarti la dose spacci, rubi o ti prostituisci
 
di Loris Campetti
 
Bologna

«Il carcerato almeno una speranza ce l'ha: quella di uscire dalla galera, per fine pena o tentando la fuga. Spesso si ha l'impressione che al giovane, al giovane operaio, sia negata anche la speranza di fuga. Se a un ragazzo togli la speranza di costruirsi un futuro gli hai tolto un diritto fondamentale». Il ragionamento di Emilio Rebecchi segue una logica stringente quanto disperante. Psichiatra, psicoanalista, attentissimo ai comportamenti giovanili e alle dinamiche sociali nei posti di lavoro, Rebecchi ha lavorato a molte ricerche e inchieste ed è a lui che chiediamo un aiuto per tentare di decodificare le ragioni che stanno dietro la spaventosa diffusione di sostanze stupefacenti nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri. Il consumo di droghe tra i lavoratori non rappresenta certo una novità, ma oggi sono cambiate le motivazioni, le modalità del consumo, le stesse sostanze assunte e soprattutto, è cambiata la dimensione del fenomeno. Lo incontriamo nel suo studio sulla collina bolognese.
«Io ho sempre apprezzato moltissimo Pantani. Mi ha colpito il ragionamento che faceva ancora prima di diventare un grande campione: 'io sono il più forte, diceva, ma se gli altri prendono le sostanze resto indietro. Bisognerebbe che tutti smettessero, e siccome questo non avviene sono costretto a prenderle anch'io'. Il ragionamento non fa una piega, ma così si alza il livello dello scontro. Conosco un gruppo di bolognesi che pratica il ciclismo per passione, diciamo che fanno cicloturismo. Lo sai che si bombano anche loro? Mica lo fanno per vincere, non c'è niente da vincere; lo fanno per competere, per reggere il livello degli altri. Per non lasciare adito a dubbi di sorta preciso subito che di questo gruppo non fa parte Romano Prodi». La competizione, il miglioramento delle prestazioni, sono i nodi centrali della chiave interpretativa che ci offre Rebecchi. Ma procediamo con ordine. «Io non criminalizzo la chimica: la chimica esiste, è utile in mille circostanze. Ma se la utilizzi per aumentare le tue prestazioni, sessuali, lavorative, persino per divertirti, allora vuol dire che c'è un problema. Intendiamoci, tanti artisti, poeti, scrittori hanno assunto droghe per curiosità, per conoscenza. Lo stesso Siegmund Freud. Ma stiamo parlando del Medio Evo. Oggi i ragazzi si drogano come noi si beveva il caffè o si succhiava il latte dalla mamma. Per loro farsi una striscia di coca o un'anfetamena è un fatto normale, persino ovvio. Senza alcuna solida motivazione il giovane diventa 'spontaneamente' consumatore. Incindono molto i modelli culturali (la competizione spinta all'esasperazione) e interviene un fatto imitativo. Così come da bambini si vuole andare al Burghy o al Mcdonald's perché lo fanno tutti a prescindere dalla schifezza che ti danno da mangiare, così qualche anno più tardi, con lo stesso atteggiamento, può capitare di farsi di cocaina. Questo segnala la presenza di un vuoto che spesso si tenta di riempire con la droga. E siccome la società è classista, se non hai soldi di famiglia, per pagarti la dose rubi, o spacci, o ti prostituisci».
Arriviamo al mondo del lavoro. Se con le categorie interpretative classiche si comprendono alcuni comportamenti 'devianti' nel sottoproletariato, è più difficile farsene una ragione quando il soggetto interessato è l'operaio di fabbrica. «Saltano le differenze etiche. Ammettiamo pure che in fabbrica a spingerti al consumo possa essere una condizione difficile, segnata dalla fatica. La fatica alla linea di montaggio, dove la durata della mansione che si ripete sempre uguale a se stessa è al di sotto del minuto, provoca effetti negativi sulla salute dell'operaio, dolori, lombalgie. Una situazione di questo tipo farebbe pensare che la sostanza adatta ad alleviare la condizione di sofferenza sia l'eroina che è un anestetico e dunque attenua il peso e le conseguenze di un lavoro faticoso. Invece sempre più spesso la droga assunta, anche in fabbrica, è la cocaina. La cocaina è un eccitante, serve ad aumentare la produzione». Le parole di Rebecchi sono confermate dal racconto di tanti operai che abbiamo intervistato: il picco produttivo spesso e volentieri si verifica durante il lavoro notturno, il terzo turno che è quello dove il consumo di cocaina è più alto, anche per una rarefazione dei controlli. Se ne deduce, chiedo a Rebecchi, che la cocaina è funzionale alla produzione e dunque è una 'droga di sistema'? «Negli anni Settanta l'uso di sostanze poteva avere una qualche connotazione antisistema, oggi è tutta interna, verrebbe da dire funzionale al sistema. Non vale solo per gli operai, vale per i manager, per gli sportivi». In fabbrica c'è chi sostiene che si riesce a convivere meglio con l'eroina che non con la cocaina... «E' verissimo, con l'aggravante che la cocaina ha un'azione sulle arteriole, può provocare microinfarti. Alla lunga ti brucia il cervello. Un effetto analogo può essere provocato dalle anfetamine di cui è quasi sempre sconosciuta la composizione».
Come si può intervenire rispetto a questo fenomeno, come si possono aiutare i giovani operai finiti nell'imbuto del consumo, in molti casi nello spaccio per potersi pagare la dose quotidiana? «La cosa che rende più difficile l'intervento è proprio la mancanza di motivazione sociale nella decisione di assumere sostanze, che non sia l'aumento della prestazione individuale e di conseguenza della produzione. Sei disarmato, anche gli strumenti tradizionali come la psicoanalisi sono spuntati. Ti può capitare di chiedere a un giovane paziente di fare delle libere associazioni, dopodiché a un certo punto ti domandi: ma che vuoi che associ questo poveraccio, se non ha un cazzo di idea nel cervello? Dico che ti senti disarmato perché se il giovane consumatore, che sia operaio o studente, non ha una motivazione, quando gli dici di smettere ti risponde semplicemente 'e perché? Mi piace'. Guarda che domani starai male, avrai delle conseguenze gravi sulla salute, gli contesti, ma ti accorgi che non glie ne frega niente. Il che vuol dire, lo ripeto, che nelle giovani generazioni c'è una caduta, una rinuncia a costruirsi un futuro, una prospettiva di vita». E la vita stessa perde di valore... «Senza ideali, non solo politici o religiosi ma semplicemente civili, si resta solo dentro una realtà durissima che non si sopporta più. Così si finisce per tornare all'infanzia, si regredisce allo stadio all'oralità. Vuoi dimostrare di essere più potente di chi ti sta vicino».
La scelta può essere individuale, ma un fenomeno di queste proporzioni assume inevitabilmente un carattere sociale. Dice Rebecchi: «La regressione è legata alla natura della società in cui viviamo, e l'aumento della prestazione individuale, in qualsiasi campo, risponde al comandamento della competitività». Alcuni operai, a conferma di quanto ci dice Rebecchi, ci hanno spiegato che ci si fa, e si convince anche il partner o la partner a tirare coca, prima del rapporto sessuale per migliorare le prestazioni. «E' la logica maschile classica di chi vuole dimostrare che ce l'ha più lungo, la sessualità si riduce all'aspetto penetrativo. Pensi che in un rapporto sia questo e solo questo a interessare la donna. E ti esalti perché una striscia di cocaina ti fa sentire più potente ma non sai, o non ti interessa sapere che col tempo quella roba ti renderà impotente».
Rientriamo in fabbrica. Alcuni operai sostengono che la cocaina aiuti la socializzazione con gli altri operai, oltre a migliorare la prestazione individuale. «Certo - risponde Rebecchi - ma è la socialità della colpevolezza, certo non è la socialità della condivisione. E' la denuncia estrema di una condizione di solitudine. E se in passato drogavi generazioni intere per mandarle a combattere e morire in guerra, oggi con la caduta dei valori le distruggi drogandole per farle produrre di più alla catena di montaggio». Rebecchi conclude il suo ragionamento tornando al concetto della mancata motivazione nell'assunzione di sostanze 'dopanti', da cui discende la mancata motivazione a smettere: «Il generale cinese Zhu De era dedito al consumo di oppio. Quando iniziò la Lunga marcia, prima di assumerne il comando fece una scelta, aveva una motivazione forte per smettere. L'unico luogo in cui era vietato il consumo dell'oppio era il fiume Yangtze, così salì su una barca che scendeva il fiume chiedendo al proprietario di non fargli mettere i piedi a terra per alcuni mesi, per nessuna ragione. Così, con una motivazione forte, vinse le sue due guerre». (4, fine)
 
 

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Bologna 09

di materialiresistenti (26/05/2008 - 19:28)

Questo documento viene diffuso da Valerio Monteventi e Franco Berardi per
lanciare il processo di formazione di una lista cittadina che si presenterà
alle elezioni amministrative bolognesi del 2009.



Abbiamo deciso di compiere questo passo non solo (e non tanto) per la
ripugnanza che provoca in noi la politica razzista e ignorante del partito
sedicente democratico, e del suo rappresentante bolognese, Sergio Gaetano
Cofferati. L'orrore che costoro provocano nelle persone dotate di
sentimenti umani ci indurrebbe forse a ritirarci nell'eremitaggio, se solo
di questo si trattasse.

Quel che ci muove è la convinzione che si possa iniziare una nuova storia,
libera dall'eredità del ventesimo secolo, dopo la clamorosa debacle
elettorale di coloro che, sia pur fingendo di averlo dimenticato, portano
l'eredità dello stalinismo, oggi convertita in una forma inedita di
riformismo razzistoide.

La nostra idea è di organizzare nella prima metà del mese di giugno una
assemblea pubblica per discutere di questo progetto.



IZ 2
INQUINAMENTO ZERO
IGNORANZA ZERO


RIPASSANDO LA STORIA
Guardate la  foto che è apparsa sui giornali giovedì 15 maggio, dopo che a
Ponticelli  la popolazione aveva bruciato un campo nomadi. Sullo sfondo del
cielo  violaceo il fumo sale dall'incendio, copertoni di gomma immondizie e
pompieri  che  cercano  stancamente  di  spegnere l'incendio. A sinistra un
edificio  colorato,  forse  un  centro  commerciale  che  finge un'allegria
impossibile  in  questo  spazio  desolato. In primo piano, rivolti verso il
fotografo,  un uomo e una donna gridano tenendo accanto alla bocca una mano
come  megafono.  Un  uomo  magro  con  pochi  capelli  porta  una maglietta
decisamente  brutta  sulla  quale  si  legge la scritta Gothic style. E una
donna  dal  corpo  sformato  chiude  le  palpebre pesanti e rugose la bocca
spalancata sdentata sostenuta dalla mano grassoccia e sgraziata. Secondo lo
stereotipo  che mostra i rom come poveri sporchi malaticci sdentati vestiti
male  sguaiati  diremmo  che sono zingari. Invece non lo sono, anzi stanno
gridando
qualche  urlo  razzista  di  gioia  rabbiosa contro gli intrusi le cui case
stanno bruciando là in fondo.
E' l'Italia del 2008, il paese che ha appena votato per Berlusconi.
Un  paese  in  cui  la  scuola  e  l'università sono in rovina, in cui gli
insegnanti  vivono  in  condizioni  di  miseria  e  di  precarietà,  in cui
centosessantamila   giovani  fanno  la  fila  per  poter  partecipare  alla
trasmissione televisiva più odiosa, un paese che non sa più nulla della sua
storia e difatti ne sta ripetendo i capitoli più truci.

Torna alla mente l'anno 1936. Vinta la guerra d'Etiopia dove su larga scala
ha  utilizzato  armi  di  sterminio della popolazione civile, il regime può
dichiarare che l'Impero risorge sui colli di Roma.
Tutti  gli italiani erano fascisti allora? Non proprio tutti, perché non lo
erano  i  prigionieri  politici,  non lo erano gli esiliati, non lo erano i
morti   nelle   patrie   galere,  e  non  lo  erano  pochissimi  professori
universitari  (undici  su  diecimila) che rifiutarono di firmare fedeltà al
regime.
Non   proprio   tutti,   ma  era  fascista  una  maggioranza  che  sfiorava
l'unanimità.  L'avvenire appariva radioso, per il regime, fin quando, pochi
anni  dopo,  l'alleato più potente decise di rompere l'equilibrio europeo e
invase  la  Polonia.  A quel punto, nel settembre del 1939, il caricaturale
impero  di  Mussolini  fu  posto  di  fronte alla scelta, e non scelse. Fin
quando  si era trattato di sterminare con i gas venefici africani disarmati
l'ardimento non  era  mancato,  ma  ora  si  trattava di fare sul serio. E
Mussolini  si  cagava  sotto. Si cagò sotto fino alla primavera successiva,
quando  la  Wehrmacht  occupò Parigi, e a quel punto Mussolini non potè più
avere  dubbi.  La guerra era vinta, la Francia sottomessa, dunque si poteva
entrare  in  guerra,  e  si poteva invadere la Francia. Il dieci giugno del
1940  il  popolo  ascoltò  il  discorso del Duce con entusiasmo decisamente
inferiore a quello con cui aveva acclamato la proclamazione dell'Impero.

Il  popolo  italiano impiegò  ancora  tre anni, fino al marzo del '43, per
imparare  la  lezione. Ma ora l'ha dimenticata, perché trent'anni di rumore
bianco  hanno ridotto in poltiglia i suoi neuroni.
C'è un film di Bergman che racconta  il retroscena della formazione del
regime nazista.
Siamo nel 1923,  e a Berlino c'è una coppia: David Carradine e Liv Ullmann
si amano e
vivono  insieme  in  un  piccolo appartamento procurato loro da amici. Poco
alla  volta  il loro amore si trasforma in odio, la loro gioia si trasforma
in  nervosismo  e angoscia. Loro non sanno che dalle pareti della loro casa
filtra  un  veleno  che  si insinua nel loro cervello e nel loro cuore, non
sanno  che  da  un  pertugio  qualcuno  filma la loro mutazione. L'uovo del
serpente  romperà  il  guscio  dopo  dieci  anni  di  lento  ma inesorabile
avvelenamento.  Il  popolo  italiano è stato esposto a questo avvelenamento
per  trent'anni,  e ora saluta il suo nuovo Duce, più soffice del cialtrone
di Predappio, ma non meno pericoloso di lui.


E ADESSO?
Ci rivedremo solo al prossimo dieci giugno millenovecentoquaranta?
Da  questo incubo non si uscirà prima che abbia prodotto tutto l'orrore che
porta dentro di sé? Cosa dobbiamo fare nel frattempo?

La  forma  totalitaria  contemporanea  è molto diversa da quella degli anni
trenta,  dal  punto  di  vista  della  gestione del potere, per la semplice
ragione  che  quella  contemporanea, a differenza di quella passata, non si
fonda  sul  consenso  ma  sulla  saturazione,  e  quindi  non ha bisogno di
censura,  dal  momento  che  dispone della tecnica di produzione del rumore
bianco.  Non  ci sarà impedito di esprimerci, dal momento che tanto nessuno
ascolta  perché  i  canali  di  comunicazione sono occupati, e l'attenzione
sociale saturata.
Anzitutto dobbiamo definire i nostri obiettivi. Il primo obiettivo è quello
di  mantenere  vive  le  condizioni  dell'intelligenza etica e di mantenere
attiva una minoranza capace di comprensione e di comunicazione.

Nella  dimensione  cittadina  possiamo  creare  le  condizioni di una pausa
nell'incalzante ritmo dell'imbarbarimento, e possiamo sperimentare forme di
vita  che  serviranno  come  punto  di  partenza per l'epoca che seguirà la
barbarie.

DISEGNARE UNA NUOVA GEOGRAFIA POLITICA
Tra i nostri obbiettivi non c'è quello di ricostruire la sinistra né quello
di salvaguardare qualche bastione locale di sinistra, ma quello di scoprire
in  che  modo  la  società potrà organizzarsi in modo autonomo partendo dai
suoi saperi e dalle sue competenze.
La  democrazia  rappresentativa non è in crisi, essa è defunta da un pezzo.
Permangono  i  suoi rituali, e alcuni spazi che essa apre vanno utilizzati,
ma  essa  non  svolgerà  mai  più  una funzione socialmente utile. Le forze
politiche  della  sinistra  hanno creduto che la democrazia rappresentativa
avesse  qualche  funzione  socialmente  utile,  e  hanno  pensato che fosse
possibile   esercitare  governo  senza  diventare  strumento  volontario  o
involontario  della  violenza capitalista: la loro illusione ha prodotto il
risultato del 13 e 14 di aprile.

Oggi,  la  prima  operazione  da  compiere  è quella di disegnare una nuova
geografia  politica,  di  ridefinire le caratteristiche del campo in cui si
gioca.   La   percezione  del  campo  politico  novecentesco  era  dominato
dall'opposizione tra destra e sinistra. Questa opposizione non
è  superata,  se intendiamo con quelle parole il fronte degli sfruttatori e
quello  degli  sfruttati, ma la rappresentazione politica non ha più alcun
rapporto  con  la  contrapposizione  sociale.

Ciò vuol dire che non dobbiamo essere succubi di una mappa politica che non
descrive  più  in  alcun  modo  il  territorio, e vuol dire che su un punto
occorre  essere  chiari  fin  dall'inizio:  non  collochiamo  la  lista che
intendiamo  presentare  entro  le linee della geografia politica esistente,
perché  quella  geografia  intendiamo  scompaginarla,  e da quella mappa ci
proponiamo di uscire. Ciò vuol dire che la nostra lista non è "alleabile",
non è disposta ad allearsi con nessuno dei due blocchi PD o PDL.

NON SOLO ANTICOFFERATIANI
Il  nostro obiettivo è quello di elaborare un'idea di città "aperta e
viva",  non  di  spostare  a  nostro  favore  qualche equilibrio secondario
rimanendo  testimoni  impotenti  di  un  governo  della città, asservito ai
poteri  forti  e affogato nello stagno di una percezione della paura da lui
stesso alimentata.
In subordine,  il  nostro  scopo  è quello di costituire un'opposizione al
governo  cittadino  e  alla minaccia del proseguimento di altri 5 anni di
azione   amministrativa   (quale?)  sotto  lo  scettro  di  Sergio  Gaetano
Cofferati.
Per  essere  chiari:  per  nessuna  ragione  ed  in  nessun  momento daremo
indicazione  di voto per le forze politiche che intendono ancora appoggiare
(o puntellare) il peggior sindaco della storia di Bologna e per chi ha reso
possibile l'attuale stato di agonia della città.
Chi  è  stato  corresponsabile  del  sindaco più autoritario che si è visto
sotto  le  Due  Torri  non potrà, in nessun caso, essere considerato da noi
come il minor male. Dove sta la differenza con la destra rispetto al mix di
autoritarismo, di razzismo e di subalternità agli interessi economici delle
banche e dell'automobile, che ha caratterizzato il governo di Bologna negli
ultimi anni?
La nostra  iniziativa  cittadina non deve proporsi semplicemente in  termini
di buona amministrazione, ma deve farsi carico
della  gravità  estrema della situazione generale, e proporsi come officina
delle  idee  per  una nuova politica, sperimentando nella dimensione locale
esperienze  di  autonomia dalla violenza del capitale. Dobbiamo trasformare
un'esperienza amministrativa  in  un  esperimento  di  reinvenzione  della
politica, di fuoriuscita dall'epoca della barbarie economicista.
Qualcuno  può  obiettare  che  questo non è un programma di amministrazione
della  città  ma  di sperimentazione  di un modello politico. In effetti è
proprio  così. Il compito  di aprire la strada a un nuovo processo di
autorganizzazione  sociale  e  di liberazione dell'ambiente cittadino dalla
violenza  economica  neoliberista può riattivare energie che rischierebbero
di spegnersi, può attrarre una larga parte di cittadine e cittadini.

La  presentazione di una lista indipendente a Bologna può ottenere consenso
sulla  base  della  sua  opposizione  alla  gestione  Cofferati, ma sarebbe
pericoloso e sbagliato identificarci come gli anticofferati.
Occorrerà  rapidamente  liberarsi  dal  riferimento  agli  anni precedenti,
trattare l'attuale sindaco come l'imbarazzante residuo di un passato triste
e  provinciale,  per  caratterizzarci  in  base a un'immagine autonoma,
tutta proiettata in avanti, oltre le vecchie storie della sinistra,  per
proporre
un orizzonte condivisibile da larghi settori dell'opinione pubblica cittadina.
La  lista  a  cui  pensiamo  dovrà caratterizzarsi, nella sua composizione
interna,  nel  suo linguaggio e nelle sue proposte, come una lista europea,
innovativa, postmoderna e postindustriale.
Non  parleremo  al  governo  di Roma del quale disconosciamo la legittimità
storica, e ci proponiamo di entrare in sintonia con l'opinione antifascista
e antiberlusconiana che nella città è maggioritaria.


QUALI  SONO  LE  NOSTRE LINEE PROGETTUALI E QUALE DI CONSEGUENZA L'IMMAGINE
CHE VOGLIAMO PROIETTARE?
Fino  ad  ora,  l'iniziativa politica  di alcuni di noi (dentro e fuori le
istituzioni)  si  è  caratterizza agli occhi della cittadinanza come quella
dei  difensori dei deboli e degli oppressi. E' una caratterizzazione nobile
e   indispensabile  alla  quale  per  nessuna  ragione  al  mondo  dobbiamo
rinunciare,  e  che  non  deve  affievolirsi  in nessun momento. Ma se pure
questa  immagine  ci  permetterebbe  di  raccogliere un consenso elettorale
sufficiente  per  avere una rappresentanza nel prossimo consiglio comunale,
non  è  sufficiente per presentarci come forza che aspira ad avere i numeri
per trasformare questa città.
E' questo invece il passaggio concettuale e politico che dobbiamo compiere
nei prossimi mesi.
Dobbiamo  presentarci  come il nucleo progettuale di una città europea, che
vuole parlare all'Europa per chiedere scusa dello spettacolo indecoroso che
il paese Italia sta dando di sé, ma anche per chiedere con forza all'Europa
di  abbandonare le sue politiche liberiste, restrittive nei confronti della
pressione migratoria e stitiche nei confronti dell'innovazione sociale.
La nostra idea di Bologna è quella di una città nuova, capace di accogliere
gli  studenti  fuori  sede  e  i  lavoratori  immigrati, ma anche capace di
lanciare  progetti  produttivi  e sociali che siano all'altezza delle sfide
post-industriali e neo-moderne.
Dobbiamo  insistere  molto  su  questo  punto:  una città che voglia essere
innovativa,  in  grado di superare l'industrialismo mortifero non è affatto
in  contraddizione  con  una  città solidale,  capace  di  accogliere e di
integrare.

INQUINAMENTO ZERO
Il  tema che dobbiamo porre al centro della nostra azione politica è quello
dell'ambiente. La città di Bologna è diventata un luogo inquinante
e pericoloso per la salute fisica e psichica dei suoi abitanti.
E' nostra  intenzione  invertire la tendenza, portando anzitutto a piena
realizzazione  la volontà espressa nel 1984 dal 70% dei cittadini: liberare
la città dalle automobili.
E' nostra  intenzione  lanciare  una  campagna di riconversione totale del
sistema   di   riscaldamento,   sperimentando  tecniche  non  inquinanti  e
abbandonando   tendenzialmente   l'uso di  combustibili  inquinanti  nelle
abitazioni.  E' nostra  intenzione  lanciare  un  piano  di  riconversione
ecologica della produzione industriale cittadina.
Ci  batteremo  per  avere una città che voglia essere tenera e piacevole da
vivere,  lenta  nei  suoi  ritmi  di  vita  e  veloce  nelle sue intuizioni
innovative,  questo  non  è  affatto  in  contraddizione  con  il  realismo
delleconomia post-industriale e post-meccanica.
Il  ceto  economico dirigente della Regione Emilia Romagna e della città di
Bologna è un ceto mentalmente pigro e passatista, legato a forme produttive
antiche  e inquinanti. Dobbiamo proporre (provocando uno scandalo nazionale
e affrontando l'ira dei tanti che perseguono i loro interessi a danno della
salute altrui)
l'allontanamento del  Motorshow  dalla città di Bologna. Quello spettacolo
non  è compatibile con gli interessi della città, non è compatibile con gli
stili  di  vita e di civiltà che vogliamo promuovere, non è compatibile con
una cultura di progresso e di buona vita.
Inquinamento zero può diventare uno slogan centrale di una campagna che si
opponga alla tetraggine degli zeloti di "Tolleranza zero".
Le  nuove  tecnologie  al  servizio  di  un  ambiente  in cui i ragazzi non
respirino quotidianamente sostanze cancerogene.
In  questo  modo ci rivolgiamo alle sezioni dell'economia cittadina che non
si  riconoscono  nellindustrialismo e nell'automobile, e possono capire il
valore  economico  di una riconversione dell'intero sistema urbano verso le
energie   rinnovabili,  verso  la  sperimentazione  biotecnica,  e  possono
intravvedere  la  possibilità  di  una  nuova  era dell'economia bolognese,
un'era nella quale la meccanica di precisione cittadina si impegni a creare
le  infrastrutture  di  una  città  ad  inquinamento zero e l'Università si
impegni a dirigere la ricerca in direzione della vita buona.

IGNORANZA ZERO
La  città di Bologna è stata sottoposta in modo programmatico alla paranoia
securitaria,  allo stress da inimicizia generalizzata. E' nostra intenzione
lanciare  un  progetto  di  educazione  alla  convivenza  e alla tenerezza,
moltiplicando   i   luoghi   dell'incontro,  finanziando  le  strutture  di
integrazione,  sottraendo  alla  speculazione  abitazioni  per  metterle  a
disposizione a costi accessibili.
La  città  che  menava vanto di essere luogo della cultura e del sapere sta
riducendosi  a un luogo di barbarie e di ignoranza. Proprio a Bologna venne
elaborata   nel   1999   la   carta   che   programmava  la  trasformazione
dell'università  europea   in   sistema  aziendalizzato  di  sottomissione
all'economia precaria,  e  di riduzione del sapere a sistema di competenze
funzionali all'economia di profitto.

Perciò,  a  Bologna  come  dovunque,  l'università sta  morendo. E' nostra
intenzione  avviare  una  reinvenzione  del  sistema  di  produzione  e  di
trasmissione   di   sapere,   creando  luoghi  che  integrino  l'Università
riattivando  le  funzioni che essa ha perduto, coinvolgendo gli studenti in
un  processo  di  reinvenzione  del  sistema  educativo che dappertutto sta
cadendo a pezzi.
Noi   vogliamo   ridare   alla   città   il   gusto  della  sperimentazione
tecnico-scientifica.   Ripensando   all'esperienza  della  Giunta  Vitali,
amministrazione  che  contrastammo per molte sue scelte politiche e sociali
(in primo luogo per le politiche di privatizzazione), riconosciamo a quegli
amministratori  almeno la capacità di aprire spazi all'innovazione, come fu
il  lancio  della rete civica Iperbole. Sicuramente quello fu il segnale di
comprensione e di anticipazione dell'epoca Internet che stava arrivando.
La  giunta  Cofferati  è stata in grado soltanto di distruggere o contenere
forme  di  aggregazione  sociale  già  esistenti,  producendo  al  contempo
ignoranza e aggressività.

L'UNIVERSITA' PUNTO CENTRALE DELLA NOSTRA CAMPAGNA
Da  quando  lo  spettacolo  del  nono  centenario  l'ha trasformata  in un
baraccone  affaristico  la  qualità  della  ricerca  e  dell'insegnamento è
precipitata.  Il  ceto accademico è il prodotto delle politiche clientelari
del  partito  che  ha  sempre  dominato  la vita cittadina imponendo la sua
ideologia   il   suo   conformismo   e   la  sua  ignoranza.   La  funzione
dell'Università è  diventata  quella di spremere soldi dagli studenti e di
supportare  le  scelte  conservatrici  di un sistema produttivo antiquato e
inquinante.
La  carta  di  Bologna  del  1999  ha sancito la subordinazione del sistema
universitario   europeo  alla  riproduzione  di  un'economia basata  sulla
precarietà e sul conformismo. Noi dobbiamo assumere come punto qualificante
della nostra campagna il superamento della carta di Bologna, della politica
del 3+2.
Dobbiamo   mettere  al  centro  il  discorso  sulla  ricerca  come  fattore
essenziale  del  progresso  cittadino.  Dobbiamo  coinvolgere  la massa dei
contrattisti  universitari, docenti e ricercatori precari, chiedendo loro di
elaborare   progetti   tecnico-scientifici,   progetti   sociali,  progetti
artistico-comunicativi per un futuro libero dall'inquinamento, dallo stress
e dall'intolleranza.

 

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tutti i nomi del mondo

di materialiresistenti (26/05/2008 - 17:53)


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