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YES WE CAN

di materialiresistenti (30/04/2008 - 22:38)


 

 

 

 "i nostri programmi: tutti a puttane!!"

 

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neoliberismo

di materialiresistenti (30/04/2008 - 09:58)


L'egemonia proprietaria dell'«uomo nuovo»
 
Dalla critica alle società del welfare state alla retorica di una libertà individuale incardinata su dispositivi securitari. Un percorso di lettura per mettere a fuoco le caratteristiche del pensiero «neoliberale».
 
di Roberto Ciccarelli
 
 
La scomparsa della sinistra italiana dalla rappresentanza parlamentare non è solo l'ultimo colpo di coda dell'insensato cupio dissolvi che l'ha accompagnata dal 1989, ma il sintomo plateale della sua inadeguatezza rispetto alla trasformazione dell'ormai trentennale ciclo politico neoliberale in cui ci troviamo. Di questo ciclo, delle sue contraddizioni politiche e delle sue rotture storiche, questa sinistra nulla o quasi ha compreso, se non quando ha denunciato con qualche approssimazione e genericità l'«americanizzazione» della società italiana. La tonalità penitenziale che hanno assunto le analisi del voto convergono in gran parte su questo punto. È un gigantesco passo in avanti per chi non ha quasi mai praticato la virtù del dubbio, preferendo attribuire gli errori della propria proposta politica all'incapacità della società di coglierne il senso. Ammettere tuttavia di non avere compreso nulla della «realtà» è una conclusione imbarazzante che assomiglia ad una penosa autoassoluzione e non spiega la ragione per cui questo processo si è consolidato al punto da avere raggiunto conseguenze così imprevedibili.

Vittoria senza partito
È una salutare novità che alcuni protagonisti della sinistra politica abbiano invitato ad analizzare la sua disfatta politica a partire dai suoi presupposti culturali. Solo che non ci si può accontentare di pensare che le «culture della destra» si siano impadronite della società e che per questo motivo la sinistra non riesce più a capirla. Applicare lo schema «destra/sinistra» al ciclo politico neo-liberale può forse appagare l'istinto di conservazione di una cultura penalizzata dal suo originario storicismo, ma non spiega come una battaglia culturale potrebbe intervenire nella costruzione di un'identità politica alternativa. In un'intervista intitolata significativamente Building a New Left (Costruire una nuova sinistra), rilasciata addirittura alla fine degli anni Ottanta nell'Inghilterra di Margaret Thatcher, il filosofo (gramsciano) Ernesto Laclau ha spiegato che l'egemonia attribuita alla «destra» neo-liberista è un artefatto complesso che unisce tutti i livelli nei quali gli uomini condividono l'identità collettiva e le loro relazioni con il mondo (la sessualità, il privato, l'intrattenimento, il potere). L'egemonia non è dunque mai un partito, o un soggetto, ma l'espressione di molteplici operazioni che si cristallizzano in una configurazione, quella che Michel Foucault ha definito «dispositivo».
Così come il neo-liberismo non è l'espressione di un partito, né s'incarna in un soggetto (Thatcher? Tony Blair? Silvio Berlusconi?), perché rientra in un «dispositivo» più ampio, in un'«egemonia» appunto, anche chi vorrebbe contrastarlo dovrebbe accettare l'idea per cui l'esercizio di una critica non ha bisogno solo di un partito, ma di capire quale funzione egli svolge nel dispositivo in cui si trova. Oggi, la faticosa, e non scontata, riscoperta del principio di realtà dovrebbe giovare a questo compito: non si tratta, infatti, di essere solo contro il neo-liberismo, come se fosse possibile astrarsi dalla sua presa, magari praticando la retorica angelicata dell'alternatività della proprio «essere di parte». Si dovrebbe capire, una volta per tutte, di essere dentro un ciclo politico nel quale le identità politiche tradizionali evaporano, mentre le nuove sono il risultato di contrattazione politica permanente.

Primato della contingenza
Si potrebbe allora immaginare, in questa cornice, un primo passaggio che ha messo all'angolo la «sinistra», in quanto portatrice di una cultura politica espressione della classe operaia, agente della trasformazione e dell'emancipazione: il venir meno di quel soggetto universale nelle forme conosciute nel XX secolo. La «sinistra» non ha dunque colto il senso profondo del nuovo ciclo politico che interroga l'assetto più generale dei saperi: l'universale non è più un'essenza, o qualcosa che si dà nella storia già bell'e pronto, al contrario si costruisce nella contingenza, seguendo le linee eterogenee dei problemi specifici, irripetibili, ed individuali.
Normalmente questo passaggio è stato interpretato come il tentativo di opporre la libertà all'uguaglianza. In realtà, il dispositivo neo-liberale - che non è il liberismo, ma la realtà più ampia dell'egemonia in cui viviamo - ha provveduto a trasformare il significato di queste polarità a partire da un orizzonte unico per tutti, quello della libertà. Di essa, il neo-liberismo ha fornito alternativamente un'interpretazione individualistica o sicuritaria. Ciò non ha impedito, ad esempio al filosofo francese Jean-Luc Nancy ne L'esperienza della libertà (Einaudi), di interpretare la libertà in un senso singolare. Quell'universale che prima veniva identificato nelle grandi identità collettive, garantendo l'esistenza del principio di uguaglianza e la possibilità di rivendicarlo, oggi si configura a livello della vita dei singoli, a livello cioè della qualità esperienziale che rende unica questa vita e, in questo modo, uguale a quella degli altri.
Chi volesse interrogare la natura del dispositivo neo-liberale non dovrebbe trascurare la portata di questa trasformazione radicale. Egli dovrebbe quindi sapere distinguere il canone della filosofia liberale, per il quale la libertà è sempre prerogativa dell'individuo, dal dispositivo di governo che garantisce l'uso politico di questa libertà. È proprio tale uso ad essere l'oggetto della politica, incontrastata, di tipo neo-liberista. L'unico ad avere inteso, finora, questo problema è stato Michel Foucault che ha riassunto in maniera brillante il senso del dispositivo in atto: il liberismo promette libertà. Il suo dilemma, tuttavia, è che la libertà degli individui deve essere governata e questo significa produrre insicurezza. Ciò obbliga a produrre nuove dosi di sicurezza, ma la sicurezza prodotta distrugge la libertà da governare. Questo significa che il dispositivo neo-liberale non è irreversibile, anzi è ricco di aporie e di contraddizioni sulle quali lavorare per trovare alternative.

Management governamentale
Gli «studi sulla governamentalità» rappresentano, ad oggi, uno dei rari percorsi di ricerca ad avere affrontato questo compito, partendo dalle analisi sul neo-liberismo condotte da Foucault in Sicurezza, territorio e popolazione e Nascita della biopolitica (Feltrinelli). Avviati da un ristretto gruppo di intellettuali della «nuova sinistra» inglese, spesso in polemica con le analisi della sinistra marxista (Terry Eagleton) e di quelle degli «studi culturali» (Stuart Hall), questi studi hanno esplorato i singoli campi in cui si è sviluppata la governamentalità neo-liberale durante gli anni Ottanta e Novanta, in particolare le nuove scienze del management, le tecniche assicurative, la bio-medicina e le bio-tecnologie. In una serie poderosa di volumi, mai ancora tradotti in italiano, come ad esempio Foucault and Political Reason. Liberalism, neo-liberalism and nationalities of government, (A. Barry, T. Osborne, N. Rose, 1996), Powers of Freedom. Reframing political thought, (N. Rose, 1999), The Politics of Life Itself. Biomedicine, Power and Subjectivity in the Twenty-First Century, (N. Rose, 2007), questi studi hanno rivelato plasticamente il drammatico ritardo accumulato dalla sinistra sin da quando non ha capito che il dispositivo neo-liberale è una declinazione sicuritaria di quell'orizzonte fino ad oggi insuperato - la libertà - nel quale viviamo.

In cerca di autonomia
Contro questa declinazione che inserisce l'individuo all'incrocio tra i legami e le affinità che si creano nelle comunità territoriali chiuse e nelle scelte individuali utili al consolidamento della propria sicurezza, il pensiero critico - e il progetto politico di cui esso è consapevolmente portatore - dovrebbe opporre un'idea affermativa della libertà. Una libertà intesa cioè come autonomia alimentata dall'ostinata e selvaggia volontà di vivere liberamente da parte dei soggetti; come ethos comune stabilito dal desiderio di affermare la singolarità, e la differenza, di ciascuno; come prospettiva universale capace di formulare una progettualità politica inclusiva e di rinunciare alle identità essenzialistiche che hanno caratterizzato la cultura politica della «sinistra».
Un compito arduo, considerata l'arretratezza politica e culturale che la sinistra ha sedimentato in questi anni. Un compito che diventerebbe però impossibile se si continuasse a credere che la «destra» ha capito un problema che la «sinistra» non ha nemmeno immaginato. La mancanza in Italia di analisi politiche sul «dispositivo» neo-liberale, e sulle gigantesche trasformazioni politiche ed epistemologiche da esso indotte, non è certo una novità.
Continuare ad ignorarla, significa ammettere la propria superfluità in un dispositivo che già da tempo fa a meno di un punto di vista critico.
 
 
 
Processi costituenti
Populisti in nome della libertà
Società Individui proprietari raccolti in ringhiose comunità
 
di Benedetto Vecchi

Il neoliberismo come «anno zero» del politico. È stata questa la convinzione prevalente nel pensiero critico quando Margaret Thatcher e Ronald Reagan cominciarono il loro assalto al welfare state nei loro rispettivi paesi. È noto come andata a finire: lo stato, ben lungi dall'estinguersi, come invece sostenevano alcuni fan del libero mercato, ha costruito la cornice normativa affinché la figura dell'individuo proprietario diventasse il baricentro della vita in società. Dalla scuola alla sanità, dal mercato del lavoro alle pensioni, il singolo è equiparato a un'impresa che ha il suo capitale nelle facoltà generiche della specie umana. In una miscela letale di alleanze contingenti e feroce competizione, i singoli dovevano pensarsi come imprenditori. Lo stato doveva elaborare una tassonomia di norme e di leggi per rendere tutto ciò possibile. Dovevano passare solo alcuni lustri e sarebbe toccato ai reality show mettere in scena l'«uomo nuovo» neoliberista
La più evidente diversità tra il neoliberismo e il pensiero liberale classico risiede proprio nella costruzione di un «uomo nuovo» da parte dello stato. Una vera e propria discontinuità rispetto al pensiero liberale classico, che vede nella dismissione dell'intervento statale la condizione necessaria e sufficiente affinché il mercato creasse quell'equilibrio propedeutico alla soddisfazione dei bisogni di uomini e donne. Nel neoliberismo lo stato deve invece plasmare le mentalità e gli stili di vita in nome del libero mercato. Dunque: superfetazione dell'attività legislativa al fine di amministrare, all'interno di sofisticate strategie di governance, la produzione di un nuovo modello di società.

L'invenzione del popolo
È con questo ordine di problemi che il pensiero critico ha dovuto fare i conti. Ne è nata una divaricazione di percorsi, dove molti sono stati i vicoli ciechi, seguite da un adeguamento alle tendenze in atto. Diverso è il caso delle sinistre socialdemocratiche europee che hanno puntato alla difesa della costituzione materiale e formale dello stato sociale incarnata dallo «stato imprenditore». L'occupazione dello stato da parte dei neoliberisti non serviva però solo a mettere in vendita le sue attività economiche, come pure hanno acutamente scritto il geografo marxista David Harvey nella sua Breve storia del neoliberismo (Saggiatore) e la giornalista Naomi Klein in Shock economy (Rizzoli). Il progetto neoliberista era molto più ambizioso: voleva costruire, riuscendoci, una nuova società.
Siamo dunque ben lontani da quella ingenua convinzione sull'«anno zero» del politico che ha mosso le prime critiche alla «controrivoluzione conservatrice». Più realisticamente, il neoliberismo va visto come la scrittura in corso d'opera di un nuovo lessico politico che risponde, interpreta e costruisce la propria egemonia sulla grande trasformazione dei rapporti sociali di produzione capitalistici. Un lessico politico oscillante tra un populismo incardinato su sentimenti ambivalenti come la paura, la precarietà e una rivendicazione dal retrogusto libertario di diritti individuali da parte di forme di vita sospettose di qualsiasi norma dettata dal legame sociale.
È stata questa commistione tra richiami comunitari e reorica della libertà individuale a mostrare la sua capacità innovativa e egemonica rispetto alla sempre più fragile tradizione democratica, che vede nella rappresentanza politica l'ultima trincea contro la distruttività dell'individuo proprietario. Secondo il postmarxista Ernesto Laclau il populismo non va tuttavia interpretato come un'anomalia del sistema politico. Nel capitalismo postfordista è semmai l'espressione massima del politico, dato che prefigura un agire collettivo non più legato a specifiche classi o blocchi sociali, quanto alla continua invenzione politica di un «popolo» modellato dai flussi produttivi della globalizzazione neoliberista. Allo stesso tempo, l'insofferenza verso lo stato si accompagna a quel paradosso del pensiero liberale, acutamente messo in evidenza dal filosofo, ovviamente liberale, Robert Nozick: la produzione della libertà individuale è regolata attraverso la moltiplicazione delle leggi che delimitano rigidamente i comportamenti individuali.

Nella palude dell'identità
È a questa invenzione del popolo e dell'individuo proprietario che presiede il lessico politico del neoliberismo. Da una parte fa leva su sentimenti quali la paura, la precarietà, il rancore e l'odio, come attestano tutte le inchieste negli Usa, in Inghilterra, in Francia e in Italia; allo stesso plasma un immaginario a cui attingere per sentirsi parte di una «comunità» che condivide la medesima e pur fragile condizione di individui proprietari.
Il pensiero critico finora ha giocato di rimessa. Ha approfondito l'analisi sulla mutazione dei rapporti sociali di produzione, si è spinto con spregiudicatezza sui terreni paludosi dell'identità e di una democrazia radicale tanto auspicabile, quanto sfuggente. Più frequentemente, però, ha rivendicato identità e espresso fedeltà a tradizioni politiche che nulla hanno più da dire sulla nuova realtà plasmata dal neoliberismo. Una realtà che è però nel pieno di una crisi economica che mette in discussione la retorica dell'individuo proprietario. Per questo, il pensiero critico deve fare i conti con la base materiale dei sentimenti su cui si basa il lessico politico neoliberista. Svelandone le ambivalenze per rompere la mefitica «unità del popolo», dove il precario vale come un padroncino. Insomma, un'azione politica che produce immaginario e, al tempo stesso, che non si ritrae di fronte alla nuova società costruita in questi anni dal neoliberismo.
 
 
 
 

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La grande tribù dei prevedibili

di materialiresistenti (29/04/2008 - 18:59)


di Umberto Galimberti*



A nessuno è data la possibilità di scegliersi l'epoca in cui vivere, né la possibilità di vivere senza l'epoca in cui è nato, non c'è uomo che non sia figlio del suo tempo e quindi in qualche modo "omologato". Accade però che, rispetto alle epoche che l'hanno preceduta, la nostra epoca è la prima a chiedere l'omologazione di tutti gli uomini come condizione della loro esistenza. Non dunque un'omologazione come "dato di fatto", ma un'omologazione "di principio", le cui ragioni vanno ricercate in quella condizione per cui, nell'età della tecnica e dell'economia globale, "lavorare" significa "collaborare" all'interno di un apparato, dove le azioni di ciascuno sono già anticipatamente descritte e prescritte dall'organigramma per il buon funzionamento dell'apparato stesso.

1. La coscienza omologata.
Un'azione è omologata quando è conforme a una norma che la prescrive, quindi quando non è un'azione, ma una conformazione. E conformazioni sono tutte le azioni che si compiono in un apparato e in funzione dell'apparato, al cui interno il fare da sé cessa dove incomincia ciò che deve essere fatto in perfetto accordo con le altre componenti dell'apparato. Gli scopi che l'apparato si propone non rientrano nelle competenze del singolo individuo e talvolta, stante l'alta sofisticazione tecnica, nelle possibilità della sua competenza. Ciò comporta che la "coscienza" dell'individuo si riduce alla "coscienziosità" nell'esecuzione del suo lavoro, e in questa riduzione è l'atto di nascita della "coscienza conformista", a cui viene richiesta solo una buona qualità di collaborazione, indipendente dagli scopi che sono di competenza dell'apparato.

2. Il sano realismo.
Sarà per questo che fin da piccoli ci siamo sentiti dire che il successo si consegue più facilmente se ci si adatta alle esigenze degli altri (rinunciando ovviamente a realizzare se stessi), e così abbiamo fatto quando imitavamo i tratti e gli atteggiamenti di tutte le collettività in cui entravamo a far parte. Dal gruppo dei bambini con cui giocavamo, ai compagni di classe, ai gruppi di lavoro, a nostre spese abbiamo imparato che ciò che paga è l'uniformità più rigorosa, dove la capacità di adattarsi all'organizzazione appariva come l'unica condizione per avere una certa influenza su di essa. Alla minima obiezioni c'era sempre chi ci ricordava che questo atteggiamento si chiama "sano realismo", mentre in noi sorgeva il sospetto che con questa espressione non ci si riferiva tanto a una rappresentazione fedele del reale, ma a quella determinata presa di posizione surreale che è l'accettazione indiscussa dell'esistente. Il cui valore consiste semplicemente nell'essere così come esso è, senza la minima cura della sua qualità morale.

3. L'incoscienza della coscienza omologata.
Affinché l'adattamento non venga avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo, che è poi il mondo della tecnica e dell'economia globale, non venga avvertito come uno dei "possibili" mondi, ma come l'"unico" mondo fuori dal quale non si danno migliori possibilità d'esistenza. Allora e solo allora l'ordine e l'obbedienza non saranno più percepiti come fatti coercitivi, allo stesso modo di come i pesci del fondo marino non percepiscono come coercizione la pressione dell'acqua e gli animali di terra la pressione atmosferica. Se il mondo dei beni da produrre e consumare riesce a costituirsi come mondo coeso senza lacune, senza interruzioni, senza alternative, gli obblighi imposti da questo mondo e le obbedienze richieste non saranno più avvertiti come tali, bensì come "condizioni naturali" di essere nel mondo. Ma quando un mondo riesce a farsi passare come l'unico mondo, l'omologazione degli individui raggiunge livelli di perfezione tali che i regimi assoluti o dittatoriali delle epoche che ci hanno preceduto neppure lontanamente avrebbero sospettato di poter realizzare.

4. Il conformismo come condizione d'esistenza.
Senza interruzione, senza lacune, senza sospensione, non ci rendiamo conto da quante catene ci ha reso dipendenti l'età della tecnica e dell'economia globale e, se nel secolo scorso Marx poteva dire che la maggioranza dell'umanità "non aveva niente da perdere tranne le sue catene", oggi si dovrebbe dire che senza queste catene non avrebbe di che sopravvivere. Questa è la ragione per cui, quando le catene si spezzano (sciopero dei mezzi di trasporto, interruzione dell'energia elettrica, ritardo nei rifornimenti alimentari), da parte di tutti ne viene invocata subito la saldatura. Questa richiesta è l'indice non solo del tasso di dipendenza di ciascun individuo dal mondo della tecnica e dell'economia globale, ma anche del tasso di collaborazione spontanea, quindi di omologazione e di conformismo, affinché questo mondo permanga il più possibile garantito e assicurato senza interruzioni, rischi o possibilità di cedimento, anche se al suo interno non è preclusa, anzi è sollecitata, la possibilità di continuare a ripetere il vocabolario dell'individuo.

5. I mezzi di comunicazione come mezzi di omologazione.
La società conformista, nonostante l'enorme quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per questo, parla nel suo insieme solo con se stessa. Alla base infatti di chi parla e di chi ascolta non c'è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo. Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l'ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque. In un certo senso si può avanzare l'ipotesi che la diffusione dei mezzi di comunicazione che la tecnica ha reso esponenziale tende ad abolire la necessità della comunicazione perché non si dà esigenza di comunicazione là dove è abolita la differenza specifica tra le esperienze del mondo che sono alla base di ogni bisogno comunicativo. Con il loro rincorrersi, infatti, le mille voci che riempiono l'etere aboliscono progressivamente le differenze che ancora sussistono tra gli uomini, e perfezionando la loro omologazione, rendono superfluo, se non impossibile, parlare in prima persona. In questo modo i mezzi di comunicazione cessano di essere dei "mezzi", perché nel loro insieme compongono quel "mondo" fuori dal quale non è dato avere altra e diversa esperienza. Questa è la ragione per cui in una società omologata come la nostra, "parlare" non significa come ha sempre significato "comunicare", ma eliminare le differenze che ancora potrebbero sussistere con i nostri simili, in modo che l'anima di ciascuno, già coestensiva al mondo di tutti, diventi coestensiva e al limite sovrapponibile all'anima di chiunque.

6. Cognitivismo e comportamentismo come psicologie del conformismo.
Questo spiega perché nella nostra epoca sono diventate egemoni quelle "psicologie dell'adattamento" il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all'apparato. Non diversamente si spiega il declino della psicoanalisi come indagine sul proprio profondo, e il successo del cognitivismo e del comportamentismo. Il primo per aggiustare le proprie idee e a ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all'ordinamento funzionale del mondo; il secondo per adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto "originale" della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l'"autenticità", l'"essere se stesso", il "conoscere se stesso", che l'antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell'anima, diventa nelle società conformiste e omologate qualcosa di patologico, come può esserlo l'esser centrati su di sé (selfcentred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation) il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest'ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che "essere se stesso" e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia. E in tutto ciò c'è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto "psicologia del conformismo" assumono come ideale di salute proprio quell'esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo, respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale alla società omologata, dove la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto.

15 agosto 2002

* Umberto Galimberti, uno fra i più affermati filosofi italiani, nato a Monza nel 1942, è titolare della cattedra di Filosofia della storia all'Università Ca' Foscari di Venezia. Firma fra le più autorevoli de La Repubblica, è autore di libri di grande successo tradotti in svariate lingue, fra cui Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica (1999) ed il recente L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (2007). Altre sue importanti opere sono Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente (1975), Psichiatria e fenomenologia (1979), Il corpo (1983), La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo (1984) e Gli equivoci dell'anima (1987).

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Valerio Evangelisti

di materialiresistenti (29/04/2008 - 16:03)

Un punto di vista eclettico sulle elezioni
 

di Valerio Evangelisti

Marx.jpgAzzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.

http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002621.html

 

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De la civilisation comme crash-test

di materialiresistenti (28/04/2008 - 08:59)

par Frédéric Neyrat


Démocratie, partenariat, confiance, éducation «durable», on n'a jamais autant entendu, lu, subi ce prédicat depuis qu'il fut originairement accolé au substantif «développement». Prise au pied de la lettre, la notion de «développement durable» est plutôt inquiétante, s'il s'agit en définitive de faire durer le développement éco-technique tel qu'il est par tous les moyens possibles.[1] Mais la prolifération de ce prédicat-à-tout-faire doit cependant être interprétée comme quelque chose de bien plus réel qu'un masque idéologique, ou qu'une technique de marketing, elle traduit manifestement une angoisse contemporaine, soit le fait, précisément, que rien ne semble capable de vraiment persister. «Rien ne dure» se dit-on, en ajoutant aussitôt: «et cela risque de ne plus durer très longtemps». Telle est l'intime formulation de notre rapport paradoxal au temps, celle où se tiennent en réserve nos possibilités politiques les plus fatalistes comme les plus révolutionnaires.

http://www.ctheory.net/articles.aspx?id=580

 

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