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diritto proprietario

di materialiresistenti (27/03/2008 - 09:19)

I conquistadores dell'intelletto generale
 
I brevetti legittimano le «enclosures» del sapere operate dalle multinazionali. Allo stesso tempo favoriscono la biopirateria delle virtù nutrizionali e terapeutiche di alcune piante L'appropriazione della conoscenza è giustificata attraverso le opere di John Locke, laddove il filosofo britannico parla del beneficio generale derivato dall'occupazione della «terra nullius». Oggi come allora il privato è sinonimo di innovazione e creatività, mentre il pubblico è il regno della pigrizia
 
di Ugo Mattei
 

Una delle idee più radicate nella cultura occidentale è quella per cui la proprietà privata sia un «diritto naturale», qualcosa di tanto spontaneo da motivare perfino un bambino: «Questo gioco è mio!». Se da molto tempo ormai abbiamo smesso di interrogarci sulle ragioni per cui certi individui «hanno» mentre altri «non hanno», ciò è dovuto principalmente al fatto che abbiamo interiorizzato l'ideologia sui caratteri «naturali» e virtuosi del diritto di proprietà private indipente dalla sua distribuzione. In questo siamo oggi tutti un po' lockiani, perchè abbiamo «risolto» il problema di una società divisa fra possidenti e non possidenti voltandoci all'indietro, con una semplice teoria fondata sulle origini remote della proprietà privata e sulla catena dei trasferimenti fondata su una nozione di «giusto titolo» originario, che prescinde quindi dall'analisi della distribuzione odierna.
Come noto, il filosofo britannico John Locke fondava la propria giustificazione della proprietà privata individuale sulla naturale attività di occupazione di risorse comuni non ancora privatizzate e legittimava il fatto che il governo civile tutelasse (con risorse di tutti, quali la polizia o le corti di giustizia) tale occupazione individuale per due ordini di ragioni: da un lato, sostenendo che l'occupante immette il proprio lavoro, e quindi in parte se stesso, nella cosa bruta, rendendola così fruttifera e quindi benefica per tutti. D'altra parte, il filosofo considerava la naturale occupazione individuale legittima soltanto nella misura in cui rimanessero comuni (e quindi libere per l'occupazione altrui) altre risorse di simile natura e qualità. Con il tempo e l'affollarsi della società, questa seconda specificazione è stata dimenticata e fa oggi quasi sorridere se applicata agli immobili. Essa tuttavia mantieneun immutato potere legittimante criptico. Certo, non esiste (quasi) più terra nullius da occupare, almeno in Occidente, e gli esempi di scuola sull'acquisto della proprietà privata per occupazione sono ormai limitati alle conchiglie sul lido del mare.

Economia dell'innovazione
Nondimeno, gran parte dell'«economia dell'innovazione» ci ha quasi ipnotizzati convincendoci che grazie al progresso tecnologico, la «crescita» possa continuare in eterno sicchè le dimensioni della torta (Pil, il prodotto interno lordo) siano la sola cosa di cui valga la pena di preoccuparsi: «Finirà il petrolio? Inventeremo la fusione fredda!». La presente generazione continui felice a bruciarlo alla guida dei suoi Suv perchè continuando a crescere l'economia, le prossime generazioni inventeranno nuove «risorse comuni» da privatizzare. Della distribuzione non vale la pena di preoccuparsi. Il benessere di tutti seguirà, automatico, alla diffusione geografica dello sviluppo e della tecnologia occidentale.
La teoria «naturalistica» dell'occupazione che lega la proprietà private al lavoro, all' innovazione e alla stessa identità dell'individuo, non giustifica quindi oggi soltanto attività bucoliche e economicamente marginali quali la raccolta delle conchiglie, dei funghi, o magari la caccia e la pesca. Essa continua a offrire una potente legittimazione ideologica a favore del privato rispetto al pubblico, descrivendo soltanto il primo come luogo virtuoso in cui l'individuo mette in gioco se stesso, lavora, rischia, investe, crea, innova. In questa luce, il pubblico è il luogo della pigrizia, della scarsa o nulla produzione di valore aggiunto, delle risorse abbandonate a se stesse e non «messe in valore» perchè nessun individuo, se la privatizzazione non è consentita, vi introduce lavoro ed investimento identitario. L'imagine è suggestiva e profondamente legata all'idea forte, protoilluminista, per cui sia un bene che l'uomo domi la natura, in particolare la terra. La virtù della terra privatizzata è simboleggiata dalle campagne inglesi, successive alle enclosures ben arate e con confini perfettamente tracciati. La terra non domata dalla proprietà private sarà invece selvatica, boscosa, piena di sterpaglia, «inutile».
Tale ideologia, oltre ad essere primitiva ed etnocentrica, risulta infantile nel suo individualismo di fondo, perchè si basa su irreealistiche premesse filosofiche, quale quelle del Robinson Crosue discusso dal teorico libertario Robert Nozick (la verità è invece che un uomo solo, in natura, lungi dall'occupare, muore perchè soltanto la cooperazione di specie ha consentito la sopravvivenza originaria e quindi la proprietàin origine non poteva che essere del gruppo).

Lo spettacolo della ricchezza
L'ideologia della proprietà privata si basa su una concezione riduttiva e semplificata del rapporto fra individuo proprietario (il soggetto) e l'oggetto del suo possesso. Essa, già poco adatta a cogliere la complessità del rapporto fra un individuo ed un bene materiale e tangibile (la terra, un libro, un piatto di spaghetti) mostra i suoi limiti teorici di fondo, ma al contempo la sua potenza suggestive ed ideologica nel momento in cui viene utilizzata per descrivere e gestire rapporti sociali del mondo che stiamo vivendo. Oggi infatti la forma della ricchezza appropriabile è sempre meno quella di beni tangibili e sempre più quella delle immagini, dell'informazione, degli strumenti finanziari complessi, delle idee innovative, in una parola della «ricchezza spettacolo» piuttosto che di quella tangibile. Ma la retorica e gli strumenti intellettuali che ne giustificano il controllo esclusivo in capo ad alcuni privati piuttosto che il loro godimento in commune non sono mutati affatto.
A chi appartiene la mitica foto scattata il 16 ottobre del 1968 a Città del Messico e ritraente Tommie Smith e John Carlos con il pugno guantato delle black panthers dopo il trionfo nei 200 piani? al fotografo? agli atleti? al nostro immaginario collettivo? Chi ha «inventato» l'uso igienico della pianta di neem considerate da generazioni di indiani la «farmacia del villaggio»? I ricchi proventi che le multinazionali del dentifricio derivano dal suo brevetto in Florida a chi dovrebbero appartenere? Alla comunità che utilizzava la pianta per igiene orale e che oggi non può più permettersela perchè i prezzi sono saliti alle stelle? O ai ricercatori che hanno «scoperto» questo antico uso? E che dire della pianta di Maca, da secoli utilizzata delle popolazioni andine e che oggi contende (appositamente brevettato) una fetta del ricco mercato dei prodotti erettili maschili vantando la propria naturalezza? Chi ha inventato la tradizione di ricerca matematica di base, indispensabile radice di tanti miracoli dell'informatica moderna che, brevettati, riempiono le tasche di Bill Gates? E che dire delle nuove frontiere di Internet, quei domain names che si possono «naturalmente» occupare pagando «appena» venti dollari (lo stipendio mensile di qualche miliardo di persone) e connettendosi in rete (un privilegio di un'infima minoranza degli umani)?

Aborigeni e Wto
Sono, queste, domande ormai assai semplici per il mainstream giuridico economico e politico del mondo globale che, grazie alla vecchia ideologia individualistica, fondata su una nozione apparentemente naturale, minima e virtuosa di proprietà privata, come fonte della creatività e laboriosità individuale, trova nelle regole della «proprietà intellettuale» codificate negli accordi Trips («Trade Related Aspects of Intellectual Property») collegati all'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) la risposta ad ogni dubbio su chi sia o debba essere il «proprietario» dotato del potere di escludere tutti gli altri. Colpisce l'uso della medesima retorica del progresso, che legittimò giuridicamente il saccheggio delle terre nullius, che gli Amerindiani sfruttavano collettivamente ed in modo ecologicamente compatibile, non conoscendo l'idea che la terra possa appartenere all'uomo. Gli Amerindiani, infatti, credevano infatti che, insieme a tutte le altre specie animali e vegetali, appartenevano alla terra, così come ad essa ancor oggi appartengono i vari lignaggi africani in cui i viventi ricevono dagli avi il mandato a mantenere la terra nell'interesse delle generazioni future. Il rapporto fra soggetto ed oggetto può presentarsi capovolto e non è affatto detto che capovolto non debba essere anche il rapporto fra privato e publico, se soltanto si sposasse una logica un po' più attenta al lungo periodo e non una dettata dalle scadenze elettorali o dal rendiconto trimestrale con cui le corporations comunicano con gli azionisti.
Proprio come allora i conquistadores consideravano prova della natura selvaggia delle popolazioni aborigine il non conoscere la proprietà privata, oggi la comunità internazionale esercita pressioni poderose a favore dell'appropriabilità privata della terra in Africa e delle idee in Cina. La retorica utilizzata dagli apparati politici ed ideologici dell'Occidente dominante è anche oggi, come allora, quella dell'innovazione, del progresso e dello sviluppo. Molti africani tradizionali resistono o cercano di resistere alla vendita dei loro campi alla Monsanto, che corrompe il sistema per acquistarli e sperimentare l'innovazione «creativa» degli Ogm, che le consentirà di escludere pratiche collettive antichissime quali la selezione e lo scambio delle sementi. Similmente, molti cinesi sembrano ancora credere nella massima confuciana per cui «rubare un libro è una violazione elegante», non concependo l'idea che la cultura, prodotta da tutti, possa essere racchiusa in uno strumento accessibile soltanto a chi possa pagare per possederlo.

Saccheggio oligopolistico
Tali concezioni culturali, diverse dal «naturale» e virtuoso appetito acquisitivo lockiano che fonda l'intera scienza economica dominante, (inclusa la sua teoria della proprietà intellettuale come «monopolio virtuoso») secondo cui nessun individuo creerebbe se non incentivato dalla speranza di una compensazione materiale per il proprio sforzo di creatività, sono ben documente dalla letteratura antropologica. Etnie recessive ma assai sagge quali i Kayapo dell'Amazzonia, non credono che la conoscenza sia il prodotto dell'uomo ma della natura. Inoltre, secondo loro, la conoscenza è sempre intergenerazionale non potendo mai appartenere soltanto alla generazione presente. Essa è sempre ricevuta liberamente e va liberamente tramandata di generazione in generazione. Certo non può esser proprietà privata di un individuo che, anche qualora intelligentissimo ed intuitivo, deve al gruppo la sua intelligenza e a beneficio di questo devono ricaderne i frutti che del resto non sarebbe esistiti se qualcuno non gli avesse insegnato le basi.
Ma il rozzo semplicismo delle teoriche dominanti sulla proprietà intellettuale viene smascherato anche dalle frontiere della conoscenza tecnologica, dove prodotti come l'enciclopedia Wikipedia o il software Linux confutano senza appello le basi motivazionali della teoria lockiana della proprietà.
Una domanda sorge spontanea: se è stato così facile trasferire la retorica della proprietà privata dal mondo materiale a quello delle idee, non dovrebbe essere altrettanto facile tornare indietro, facendo tesoro delle contraddizioni teoriche che l'individualismo proprietario mostra quando esteso al mondo delle idee al fine di travolgerne la funzione di legittimazione della proprietà privata mal distribuita in tutte le sue forme?
Forse allora si capirebbe che la privatizzazione, lungi dal garantire creatività, virtù ed ordine giuridico altro non è che una forma, assai poco sofisticata di saccheggio oligopolistico degli spazi pubblici, per la semplice ragione che un mercato competitivo fra pari non esiste, nè potrà mai esistere, se non nella retorica incolta di qualche promessa elettorale.
 
 
Scaffali
Dai trattati sul governo a Lawrence Lessig

La teoria della proprietà privata di John Locke, elaborata nei suoi trattati sul governo, è stata affinata da Robert Nozick ne «Anarchia, Stato e Utopia» (Il Saggiatore). Un'accessibile ricostruzione filosofica si trova ne «La filosofia politica» di Salvatore Veca (Laterza). Una visione di lungo periodo sul tema caratterizza «Uomini, tecniche, economie» di Carlo M. Cipolla (Feltrinelli); l'attitudine africana verso la terra è discussa ne «La Resistenza dei vinti» di Giordano Sivini (Feltrinelli); William Alford analizza l'atteggiamento cinese verso la proprietà intellettuale ne «To Steal a Book is an Elegant Offence. Intellectual property law in Chinese Civilization» (Stanford University Press). Una critica liberale alla «proprietà intellettuale» è svolta da Lawrence Lessig ne «Cultura libera». Per una critica del concetto: Ugo Mattei e Laura Nader, «Plunder: When the Rule of Law is Illegal» (Blackwell). L' inadeguatezza del modello motivazionale classico presupposto dagli economisti è discussa nel volume curato da R. Caterina «Le basi cognitive del diritto» (Bruno Mondadori).
 
 
 

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Brown e Butler

di materialiresistenti (26/03/2008 - 08:32)

Passare il confine. Dello stato e dell'io
 
di Ida Dominijanni

Che cosa vuol dire il continuo innalzamento di muri, da quello israeliano nella West Bank a quello fra la California e il Messico a quello di via Anelli a Padova, in un'epoca che aveva visto nel crollo del Muro di Berlino l'annuncio di un mondo senza confini? A quale forma della sovranità e della legge corrispondono questi muri eretti da stati nazionali in conclamata crisi di sovranità e di legalità costituzionale? Perché consideriamo tollerabile la violenza della guerra legittimata dagli stati, e inorridiamo di fronte alla violenza dei kamikaze contro la guerra? Perché proviamo repulsione morale di fronte alla distruzione di certe vite, e di fronte alla distruzione di certe altre troviamo invece forme di giustificazione? In che rapporto stanno la distruttività, l'interdipendenza e la sopravvivenza? Partiranno da queste domande le due conferenze che Wendy Brown e Judith Butler terranno il 27 marzo all'Università Roma Tre (aula magna della Facoltà di Lettere e Filosofa, dalle 9 alle 18). Per la prima volta in Italia, le due filosofe femministe americane parleranno di «sovranità, confini, vulnerabilità» in una prospettiva incrociata sulle trasformazioni del politico e della soggettività politica. La globalizzazione, la guerra, la decomposizione del Politico moderno non sono solo la cornice storica della nostra esistenza, né si limitano solo a condizionarla o a piegarla. Ne va di qualcosa di più: del modo in cui queste trasformazioni riscrivono le condizioni di pensabilità della vita e della morte, la percezione del corpo, la definizione di chi siamo «noi» e chi sono «gli altri», del legame che ci unisce e del confine che ci separa; e ancora, i nostri criteri morali, e perfino la qualità dei nostri sentimenti primari. Riconfigurazione del politico e riconfigurazione dell'umano riverberano una sull'altra.
Il tema dei confini si presta particolarmente a questa analisi incrociata del Politico e dell'umano: non solo perché è da lì che passa sia la favola bella della globalizzazione (libertà di circolazione, flussi, potenza del virtuale) sia il suo prosaico risvolto securitario e gerachizzante (politiche di difesa, esclusione e sorveglianza, controllo delle migrazioni). Ma anche perché sia lo Stato sia l'individuo moderni sono costruiti su una certa idea della spazialità, e le loro trasformazioni oggi risentono delle trasformazioni di questa idea. Infine, perché sulla questione dei confini si gioca buona parte sia delle performance sia del potere performativo dello Stato, con tutti gli sconfinamenti fra immaginario e reale che questo comporta. Si può scoprire così, sul versante del Politico, che dietro la performance di potenza messa in scena dal continuo innalzamento di muri non c'è, argomenta Wendy Brown, un ritorno della sovranità e della legalità statuale, ma viceversa la crisi della sovranità, la rottura emergenzialista del costituzionalismo, una relativa impotenza della governamentalità. E sul versante dell'umano, che la costruzione del soggetto impermeabile, inattaccabile, invulnerabile, «confinato», attivamente prodotta e mediaticamente corroborata dal nazionalismo americano post-11 settembre, è fatta apposta per rimuovere la vulnerabilità che tutti ci accomuna e i vincoli di interdipendenza reciproca che definiscono la nostra stessa possibilità di sopravvivenza. Quali spazi si aprono allora, per il pensiero critico e per l'azione politica, se valutiamo quello che i nuovi muri lasciano filtrare sotto i loro proclami difensivi e repressivi? O se prendiamo coscienza di come il discorso ufficiale sulla guerra e il terrorismo lavora, sostiene Butler, per rendere giustificabili gli impulsi distruttivi del popolo americano, e impensabile la sua stessa vulnerabilità? O di come esso prefigura e regola i nostri criteri morali nel giudicare la violenza? O di come la retorica della sovranità politica e della sovranità dell'io concorrono insieme a bloccare l'apertura a una nuova necessaria relazionalità, umana e politica, intersoggettiva e globale? Lettrici e lettori del manifesto conoscono già, non solo dai suoi libri (Vite precarie in particolare), ma da alcuni suoi diretti interventi su queste pagine nell'imminenza della guerra in Afghanistan e in Iraq, la passione politica con cui Judith Butler ha indirizzato il suo lavoro filosofico dall'11 settembre in poi, convogliando sull'analisi dello statuto dell'umano, della precarietà delle vite, della vulnerabilità dei corpi, della dipendenza dagli altri dell'io, la sua precedente ricerca sul rapporto fra soggettività, norme e violenza che attraversa come un filo rosso il suo lavoro, da Scambi di genere a Corpi che contano a Critica della violenza etica a La disfatta del genere. Per quanto la sua recezione prevalente la inchiodi al successo planetario di Gender Trouble (tradotto in venti lingue e ripubblicato nel '99 con una introduzione che ne ridiscute i presupposti) e alla svolta anti-identitaria meritoriamente introdotta da quel libro nel femminismo e nei movimenti omosessuali angloamericani, ma solo arbitrariamente trasferibile nel contesto italiano, Butler si è ridefinita nell'ultimo decennio per il suo cruciale contributo al ripensamento dell'ontologia politica contemporanea, che la sua precedente ricerca sul genere aiuta ma non esaurisce. E per quanto una certa (ma dubbia) lettura di Gender Trouble abbia diffuso in passato un'interpretazione «euforica» della sua concezione post-identitaria e queer della soggettività, Butler si connota sempre più evidentemente come una filosofa del negativo, nella cui visione non a caso l'incombenza della vulnerabilità e della morte, della violenza e del lutto hanno un posto di enorme rilievo. L'incrocio costante fra prospettiva propriamente politica (come nel recente Who songs the Nation State?, scritto con Gayatri Spivak), etica (Critica della violenza etica) e psicoanalitica (La vita psichica del potere) ne fa una pensatrice geniale e complessa, irriducibile a scuole o schiaramenti, anche se proprio per questo soggetta, come lei stessa osserva in una recente intervista (Judith Butler in Conversation, Bronwyn Davies), a giochi di appropriazione e spossessamento - peraltro serenamente accettati, in coerenza con la sua concezione «spossessata» e dislocata del soggetto. A sua volta Wendy Brown, non ancora tradotta in italiano ma anche lei ben nota nella comunità scientifica internazionale, è una pensatrice politica altrettanto radicale e altrettanto radicata nel pensiero e nel movimento femminista (risale al 1988 il suo Manhood and Politics: A Feminist Reading in Paolitical Theory). Studiosa appassionata della libertà e del potere, analista acuta dei paradossi della tolleranza in Regulating Aversion, e in States of Injury delle dinamiche di attaccamento alle ferite subite e di risentimento che condizionano la soggettività degli oppressi, si è dedicata più di recente all'analisi degli effetti devastanti del paradigma di razionalità politica neo-liberista sulla democrazia liberale ( Neo-liberalism and the End of liberal Democracy) e alla ricerca sulla crisi della sovranità nazionale, legandola al riemergere della potenza materiale e simbolica della sfera economica e di quella teologica dalle rovine dell'ordine di Westfalia (nel saggio Sovereignty and the Return of the Repressed). Ma intercetta la sensibilità politica italiana pure per i suoi preziosi interventi sulle ripercussioni sulle ideologie rivoluzionarie della fine del senso progressivo della storia (Politics out of History), e sulla malinconia e i lutti non elaborati della sinistra occidentale dopo l'89, di cui parla appassionatamente anche nell'intervista qui a fianco. Entrambe docenti all'università della California di Berkeley, entrambe iscritte nel campo del pensiero post-strutturalista (che hanno più volte difeso da attacchi conservatori di destra e di sinistra) ma con un solido radicamento Butler in Hegel, Brown in Marx, entrambe in costante dialogo con una genealogia che comprende Nietzsche, Foucault, Derrida, la Scuola di Francoforte, Freud, Lacan e le principali esponenti del pensiero femminista francese e anglosassone da Irigaray e Kristeva a Spivak e Jessica Benjamin, le due filosofe si possono a buon diritto considerare due figure ponte fra il pensiero europeo continentale e quello americano. La loro ricerca trova un facile terreno di incontro con quella parte rilevante della ricerca filosofico-politica italiana, femminile e maschile, che lavora per riconvertire la base identitaria della politica moderna nella prospettiva della differenza (ne ha scritto di recente su queste pagine Giacomo Marramao, che è fra gli organizzatori dell'incontro di Roma 3). Quanto al campo del pensiero femminista, chiuso da tempo il decennio cosiddetto «del soggetto» con le sue infinite, spesso mal poste e qualche volta sterili polemiche fra paradigma del gender e paradigma della differenza sessuale (istruttivo, su questo punto, il dialogo a distanza fra Judith Butler, in La disfatta del genere, e Rosi Braidotti, in In Metamorfosi), i tempi sono maturi per una riconsiderazione dell'elaborazione sedimentata a partire dai suoi esiti politici e dalle prospettive teoriche e pratiche che apre. Su questo piano, che è quello che conta, svariati sono i terreni di dialogo fra le due filosofe di Berkeley e il campo plurale del pensiero della differenza italiano (dialogo peraltro già ampiamente praticato, in varie sedi, tra Judith Butler e Adriana Cavarero, soprattutto sulla questione della vulnerabilità e della relazionalità del soggetto). La critica del legalismo giuridico, cara alla ricerca di Wendy Brown quanto alla nostra; la decostruzione del soggetto «autonomo» moderno e la sua riconversione nel soggetto consapevole della sua interdipendenza; la ricerca di pratiche di risignificazione che incidono sull'ordine del discorso e della norma, che avvicinano in più punti il discorso di Butler alla «politica del simbolico» della comunità di Diotima, sono tutte questioni di interesse comune, pur nelle differenze, che restano, sulla teoria della sessualità, e pur se richiedono una necessaria opera di traduzione culturale fra contesti diversi, ancora tutta da fare. Non è del resto in quest'ottica di traduzione e sconfinamento, e non in quella della difesa di identità e confini, che anche il lavoro del pensiero deve orientarsi per essere efficace fra gli abitatori e abitatrici interdipendenti del mondo globale?

 
L'immaginario nazionale imposto a viva forza
«Sovranità, confini, vulnerabilità»: le due filosofe femministe americane ospiti giovedì 27 di una giornata di studio all'università Roma Tre
Butler: Quelli che gli Usa uccidono non sono veri «esseri viventi», sono minacce per la «vita» come noi la conosciamo
 
I. D.

«Sovranità, confini, vulnerabilità»: questo titolo suggerisce un nesso, se non un isomorfismo, fra la vicenda dello Stato e quella del soggetto. Le due nozioni dello Stato sovrano e del soggetto sovrano nascono assieme nel paradigma del Politico moderno. E' possibile oggi tracciare un parallelo fra la crisi della sovranità statuale e la crisi dell'individuo sovrano? Penso sia possibile considerare certe forme della psicologia dell'io e della psicoanalisi kleiniana come capaci di registrare le tracce della sovranità politica presenti nella psiche. Che tipo di ego o di psiche è quello che ha cara la propria impermeabilità sopra ogni altra forma di connessione o interdipendenza? La mia sensazione è che il «confine» dell'io funzioni diversamente in presenza di determinate condizioni dello Stato nazione, specialmente quelle in cui si teme l'«invasione», in cui viene dato un grande valore all'«integrità interna», in cui si rifiuta la dipendenza e in particolar modo l'interdipendenza globale.


Per quanto fosse rintracciabile già in precedenza, la questione della vulnerabilità umana viene in primo piano nel tuo lavoro dopo l'11 settembre, assieme alla questione del lutto come pratica pubblica e dell'interdipendenza come antidoto alla politica della vendetta. Com'è stato influenzato il tuo pensiero dagli eventi dell'11 settembre?
Mi era chiaro che in risposta all'11 settembre il governo Usa, insieme a un sistema massmediatico di bassa lega, ha cercato di creare un soggetto nazionale pervasivamente maschilista, che si definisse come impermeabile, invulnerabile, perennemente aggressivo, e che rifiutasse i suoi legami internazionali. La questione attiene al modo in cui il soggetto nazionale risponde all'improvvisa presa di coscienza della sua vulnerabilità. Era la prima volta che gli Stati uniti venivano attaccati all'interno dei loro confini, dopo l'episodio di Pearl Harbor durante la seconda guerra mondiale. Gli Stati uniti avrebbero potuto sfruttare questa opportunità per riconoscere la propria vulnerabilità, e anche per riconoscere che questa vulnerabilità è generalizzabile - cosa che avrebbe potenziato gli accordi internazionali e transnazionali miranti a ridurre al minimo il rischio di violenza. Ma la loro strategia è consistita invece nel rimuoverla.
Questa versione del soggetto nazionale (una sorta di immaginario della nazione imposto a viva forza) è stata creata regolando il modo in cui intendiamo la morte o reagiamo ad essa. La morte delle vittime del World Trade Center non è stata considerata solo un fatto gravissimo, ma è stata innalzata ad uno status di straordinarietà, di sacralità. D'altro canto ci è stato impedito - e ci viene impedito tuttora - di vedere i morti di guerra. Ciò significa che la regolazione del campo visivo in cui è possibile incontrare la morte resta cruciale per la guerra e per il nazionalismo su cui essa poggia. Certe vite sono degne di lutto, altre no, e questo serve a giustificare la violenza che infliggiamo e a rimuovere qualunque concezione della nostra precarietà. Quelli che gli Usa uccidono non sono dei veri «esseri viventi», sono popolazioni che minacciano la «vita» così come noi la conosciamo. Questo è una pericolosa schisi che incide sulla cultura della guerra.


L'idea della vulnerabilità e dell'interdipendenza come base di una politica non violenta implica un rovesciamento del paradigma politico moderno basato sulla forza e sulla logica amico-nemico. In Critica della violenza etica definisci la vulnerabilità e l'interdipendenza in una prospettiva etica. Ma etica e politica, come sappiamo, per quanto siano connesse non coincidono. Sul fronte della politica istituzionale, dopo l'11 settembre la logica della forza e della violenza, della difesa della sovranità nazionale e della vendetta ha di nuovo prevalso. Può un'etica della vulnerabilità e dell'interdipendenza farsi strada in pratiche sociali e politiche capaci di disturbare questa sorta di coazione a ripetere del Politico? Nel femminismo italiano, ad esempio, concepiamo la relazione fra donne come una forma sociale e pratica politica che mette in atto l'interdipendenza, contro il paradigma dominante dell'autonomia e della sovranità.
Mi piace molto questa idea della relazione tra donne come forma sociale che mette in atto l'interdipendenza. La mia sensazione è che certi principi etici appaiano con evidenza ed entrino in gioco solo in virtù di situazioni politiche. Così per me non c'è etica al di fuori della pratica sociale e del terreno del potere. Mi sembra che qualunque decisione di mettere in atto la violenza, o di rifiutarla, abbia una dimensione etica, in quanto attiene alla condotta e al modo in cui giustifichiamo la relazione - qualunque relazione - che stabiliamo con la violenza. Ma non saremmo in situazioni di questo tipo se non fosse per l'esistenza dell'aggressione politica e, più specificamente, di forme sociali di aggressione. Il movimento di autodifesa femminista è al contempo una pratica etica e politica. Non sarebbe necessario, se non fosse per la violenza contro le donne. E tuttavia incarna principi etici in forme sociali.


Un tema cardinale del tuo lavoro, secondo me, è la tua interpretazione della dinamica del ricoscimento come processo che non conferma l'identità di chi vi è implicato, ma la destabilizza e la trasforma. Ma il riconoscimento dipende anche, tu sostieni, dalle norme e dallo Stato, che tendono viceversa a fissare, normalizzare e gerarchizzare le nostre identità. Se e fino a che punto affidare, o viceversa sottrarre, il riconoscimento collettivo alla legge, ai diritti e allo Stato, è una questione assai dibattuta nei movimenti politici, anche qui in Italia, dove si è ripresentata di recente a proposito delle convivenze e dei matrimoni gay. Tu che ne pensi?
A mio parere dobbiamo elaborare una nozione di «riconoscimento critico», ossia una pratica che consiste nel cercare riconoscimento nei termini delle norme esistenti (ad esempio, ampliare le norme per l'uguaglianza e la giustizia), ma anche nell'interrogare e mettere in discussione la portata e il carattere di queste norme. Se ci limitiamo a cercare il riconoscimento, resteremo legati alle norme esistenti. Ma se ci sta a cuore chi non riesce a ottenere riconoscimento dalle norme esistenti, o dal loro ampliamento, dobbiamo elaborare nuove forme sociali, ed anche nuove norme. Questo vuol dire interrogare i limiti del riconoscibile e formulare una politica precisamente su questo punto.


Un altro tema importante del tuo lavoro, nella mia prospettiva, riguarda il cambiamento dell'ordine simbolico, questione capitale anche nel pensiero della differenza sessuale italiano. Personalmente leggo la tua teoria della performatività, in Scambi di genere e in Excitable Speech, come una ricerca di pratiche di risignificazione che possono appunto modificare l'ordine simbolico. Altrove però (La rivendicazione di Antigone, La disfatta del genere) sembri delineare un cambiamento dell'ordine simbolico (segnatamente della struttura dell'Edipo) che procede direttamente dal cambiamento sociale (segnatamente dalle nuove tipologie familiari post-nucleari). Che rapporto c'è secondo te fra ordine sociale e ordine simbolico e fra la trasformazione dell'uno e dell'altro, e quali pratiche pensi che possano innescare un circolo fra loro?
A mio modo di vedere, è un errore interpretare l'apparente intrattabilità di certi nuovi rapporti di parentela come il segno di un ordine simbolico che perdura immutato. Ciò che chiamiamo «simbolico» è quella struttura del rapporto di parentela che appare difficile, se non impossibile, da cambiare. Chi difende il simbolico come un ordine dato e immodificabile è molto spesso costretto a patologizzare i rapporti di parentela che non si conformano alla sua legge. Di conseguenza, devono decidere costantemente che cos'è «veramente femminile» o «veramente intelligibile», producendo così un terreno di esclusione per una politica innovativa della sessualità e della parentela. Questa logica dimostra che c'è sempre un «fuori» dal simbolico: un terreno che è anche «vivibile», pur essendo costantemente allestito come «invivibile». Penso che sia possibile, ad esempio, pensare l'Edipo fuori dalla famiglia eterosessuale, ripensare la parentela stessa fuori dalle strutture familiari, e liberare la sessualità dal suo strangolamento nell'identità.


La psicoanalisi gioca un ruolo cruciale nel tuo pensiero politico. Per parte mia, anch'io penso che oggi sia impossible ripensare l'ontologia politica senza uno sguardo psicoanalitico. Tuttavia il rapporto fra il livello psichico, sociale e politico della nostra vita è complesso. Fino a che punto pensi che la psicoanalisi ci sia d'aiuto nel riformulare la teoria e soprattutto la pratica politica?
Penso che sia particolarmente importante, nella politica contemporanea, rintracciare le strategie di rimozione, considerare come il passato continui nel presente, anche come presente. Non so se possiamo riuscire a capire quello che succede in Medioriente senza un senso specificamente politico del trauma. E non so se possiamo riuscire a capire il razzismo, la misoginia, l'omofobia, la xenofobia senza considerare l'ansia e la paura che accompagnano le relazioni di prossimità con gli altri. Noi negoziamo costantemente i confini che ci separano dagli altri o che ci connettono con loro, e ciò dimostra come certi problemi psicoanalitici, concepiti socialmente, informino la politica contemporanea sull'immigrazione (che riguarda sempre il confine: chi può attraversarlo, e a quale prezzo per il sé?) e sulla guerra (chi può irrompere attraverso un confine, e a quale costo?). Non credo che estrapolare un modello individuale della psiche per pensare le relazioni politiche funzioni: la cosa che mi pare più promettente è considerare con quanta frequenza le relazioni politiche siano formulate in termini di ansia, paura, difesa, vendetta, aggressione, ma anche, e viceversa, di riparazione e relazionalità.

(Ha collaborato Marina Impallomeni)

 

Judith Butler

insegna nel Dipartimento di Retorica e Letterature comparate all'Università della California di Berkeley. Nota in tutto il mondo per il contributo decisivo che ha dato al pensiero femminista con la teoria della performatività del genere, lavora al confine fra filosofia politica, psicoanalisi e etica. La sua visita a Roma coincide con l'imminente uscita in italiano del suo ultimo libro, «Who Sings the Nation State?» (in dialogo con Gayatri Spivak) per Filema, e del primo, «Subjects of Desires», per Laterza. Già tradotti «Gender Trouble», 1990 («Scambi di genere», Sansoni 2004; «Bodies that Matter», 1993 («Corpi che contano», Feltrinelli 1996), «The Psychic Life of Power», 1997 («La vita psichica del potere», Meltemi 2005; «Antigone's Claim», 2000 («La rivendicazione di Antigone», Bollati Boringhieri 2003; «Precarious Life», 2004 («Vite precarie», Meltemi 2004; «Undoing Gender», 2004 («La disfatta del genere», Meltemi 2006);«Giving an Account of Oneself», 2005 («Critica della violenza etica», Feltrinelli 2006)

 
 
Chi tiene la democrazia
sotto sequestro?
La politica della guerra dopo l'11 settembre, la crisi di legalità
e lo «scontro di religione» dentro la società americana
Brown: Il fenomeno Obama rivela l'urgenza per la sinistra di ritrovare un senso «religioso» della speranza e del futuro
 
I. D.

Potere e libertà sono due questioni centrali nel tuo lavoro. Un caso raro nel panorama filosofico-politico di sinistra, dominato negli ultimi decenni dalle questioni dell'equità, dei diritti, delle procedure - mentre la libertà, in versione liberista, diventava una bandiera della destra. Tu hai analizzato questo quadro in States of Injury (1997), spostando l'attenzione sul desiderio di libertà e sul suo background storico e psichico. Il paradigma neo-liberista dell'ultimo decennio, che successivamente hai messo a fuoco in Neo liberalism and democracy, ha cambiato i termini del problema, e come?
Quando ho cominciato a lavorare sulla scomparsa della libertà dall'agenda e dal pensiero critico della sinistra, avevo in mente due aspetti della cultura politica europea e americana degli anni '80 e '90: quella che è stata poi chiamata «politica dell'identità», cioè le rivendicazioni di inclusione e di uguaglianza dei gruppi definiti dalla ferita dell'esclusione; e il disperato tentativo della sinistra di aggrapparsi a un welfare in rapida disintegrazione, tentativo che la spingeva ad abbracciare alquanto acriticamente lo statalismo assistenziale gettando a mare la sua precedente critica delle dimensioni regolative e oppressive del capitalismo e dello Stato. Ero preoccupata che, per queste due vie, la sinistra stesse sempre più rinunciando al valore della libertà intesa come l'opposto del dominio, della regolazione e anche della protezione, e dunque all'idea che gli esseri umani possano conquistare un potere collettivo sulle condizioni della loro vita. Ma in seguito, la saturazione del campo del politico da parte del neoliberismo, ovvero il suo assurgere a paradigma di razionalità non solo economica ma politica, ha aggravato i termini del problema. La razionalità neoliberista riduce la libertà a scelta di mercato e definisce il soggetto «libero» come un imprenditore di se stesso in tutti i campi dell'esistenza, dalla professione alla sessualità. Questo toglie valore perfino alla limitata promessa di libertà politica come partecipazione e sovranità popolare propria delle democrazie liberali. E pone nuovamente alla sinistra il problema del che fare quando i soggetti e la cittadinanza si costruiscono senza alcun visibile desiderio di libertà dal dominio del capitale o dello stato.

Sempre in «States of Injury» hai analizzato la politica dell'identità e i suoi paradossi evidenziando il peso dei «wounded attachments» (l'attaccamento alle ferite subite) e del risentimento nella formazione della soggettività degli oppressi. Negli ultimi anni, la politica dell'identità ha assunto per un verso i caratteri estremi del fondamentalismo; per l'altro verso, rimane la base della domanda di riconoscimento e della rivendicazione di diritti per i gruppi svantaggiati. Il superamento della politica dell'identità è un tema centrale per una parte rilevante del pensiero politico italiano, in particolare per il femminismo della differenza, che lo lega alla critica della grammatica dei diritti. Nella sfera pubblica americana vedi soggettività e pratiche che vanno oltre la politica dell'identità? E nella scena mainstream, la competizione fra Hillary e Obama, la donna e il nero, va letta come il trionfo o come il punto limite della politica dell'identità?
Una cosa interessante della competizione Obama-Clinton è che fino a poco tempo fa nessuno dei due faceva ricorso alla politica dell'identità: puntavano entrambi sull'intenzione di intercettare elettorati diversi, unificare le divisioni della comunità nazionale, risanare la reputazione del paese all'estero. Non che rimuovessero l'importanza, per loro e per la nostra storia, del genere e della razza, stile Margaret Thatcher; ma non correvano esplicitamente come donna bianca e uomo nero. Sono stati entrambi letteralmente costretti in queste categorie dai discorsi che li interpellavano attraverso il genere e la razza, da elettorati (sessisti e femministi, razzisti e anti-razzisti) che battevano su questo tasto, da eventi (le lacrime di Hillary, il ministro troppo loquace di Obama) fatti su misura per definirli in questi termini. Questo dice qualcosa sulla presa della politica dell'identità negli Usa, ma anche sulla presa del sessismo e del razzismo: i due candidati, semplicemente, non possono evitare di essere ridotti alla fisiologia e al fenotipo.
Quanto alla tua domanda più generale, secondo me la coalizione queer dietro Act Up, che negli anni '90 ha lavorato sodo per portare la questione dell'Aids/Hiv nell'agenda politica ed economica, ha inaugurato una politica della giustizia post-identitaria. E oggi né i no-war, né i no-global né gli ambientalisti sono identitari. E' sperabile tuttavia che ciascuno di essi porti con sé consapevolezza delle questioni di genere, razza e sessualità - speranza solo a volte esaudita.

Malinconia e conservatorismo della sinistra, due capitoli del tuo lavoro di grande interesse per la sensibilità italiana. Schematizzando, dall'89 in poi in Italia la sinistra si è divisa fra un'area moderata, che ha abbracciato una «nuova» visione del mondo post-socialista e post-ideologica senza elaborare il lutto della sua identità perduta, e un'area radicale, che è rimasta attaccata alla sua identità senza elaborare il lutto per la fine dell'epoca in cui era cresciuta. In un'intervista su Contretemps (2006) hai detto che la sinistra deve imparare ad amare di nuovo, ad aprirsi a una nuova lettura del presente, ad accettare che il «noi» da cui è stata fatta possa diventare diverso da prima. Sono del tutto d'accordo. Nella sinistra americana ed europea di oggi, vedi dei nuovi oggetti d'amore, o una nuova apertura alle possibilità del presente?
Una risposta positiva e una preoccupata. In Europa, negli Usa e altrove, la rabbia contro l'imperialismo americano in Medioriente e la presa d'atto che un capitalismo senza briglie ci sta portando rapidamente verso un collasso planetario stanno dando alimento, a sinistra, alla ricerca - sia pure iniziale, nei fini e nei mezzi - di una diversa economia politica e di un diverso ordine mondiale. Penso che questa ricerca sia animata da quello che Hannah Arendt definiva «amore del mondo», e che questo amore stia riaffiorando a sinistra in forme nuove, dopo decenni.
Detto questo, negli Stati uniti di oggi il desiderio della sinistra di avere di nuovo qualcosa da amare, qualcosa in cui credere, sta emergendo in un modo sgradevole, che smentisce l'idea che la mobilitazione religiosa sia appannaggio della destra. Mi riferisco al folle entusiasmo per Obama di tanti compagni. Niente quanto il fenomeno Obama ha reso palpabile la disponibilità della sinistra al fervore religioso. Rispondere alla disperazione, alla rassegnazione, all'inerzia con la speranza, la possibilità, il cambiamento è la firma della sua campagna; ma il messaggio va oltre. Obama spinge a contrastare il cinismo con il credo, una forma di credo religioso tanto quanto quello contrabbandato dai cristiani evangelici. Il dono di Obama ai progressisti non è la fiducia in un progetto o in un percorso: è il credo in se stesso, il credo nel credo, un credo che solleva, ispira, ci risveglia e ci eccita dopo tanti anni senza credo, senza eccitazione, senza fiducia nel futuro. Obama è certamente un politico di grande talento, ma ciò che colpisce è quello che rivela di noi: quanto noi di sinistra desideriamo questo credo, questa rinnovata speranza, questa eccitazione di desiderio politico...anche se è senza contenuto né scopo, anzi proprio in quanto lo è.
Sotto questo aspetto, la somiglianza di Obama con John Kennedy non sta tanto nel fatto che anche lui è un leader giovane, bello, carismatico, con un'oratoria più di sinistra delle sue scelte effettive: sta nel fatto che in questo momento le doti e l'imprevista ascesa di Obama suscitano un sentimento di redenzione e di speranza nel futuro, proprio come avvenne per l'ascesa di Kennedy dopo gli anni bui di Hoover e McCarthy. Lo slogan di Obama «yes we can» è un sì contro i nostri dinieghi, il nostro inesorabile cinismo, la nostra rinuncia a credere in un futuro promettente, per l'America e per il mondo. L'avversario, il no, non è un nemico esterno, ma il no interno, la negazione del credo e della volontà. Ecco perché per Obama è stato facile respingere l'accusa di Hillary di generare «false speranze». La speranza che lui diffonde non è vera o falsa: è speranza in se stessa. L'attacco di Clinton è stato un boomerang, era come dire a persone rinate di tornare nell'oscurità in cui si erano perse, all'ennui, alla deriva, al nichilismo. Altro che Assault on Reason, il libro del 2007 sui Bush in cui Al Gore sosteneva che i Democratici avrebbero ripreso la Casa bianca perché sono più razionali, si attengono ai fatti, alla scienza e a norme motivate. Oggi la religione viene affrontata con la religione, e davvero l'America potrebbe andare verso un bizzarro tipo di guerra santa: la fede contro la fede, le nostre speranze contro le loro, il nostro Messia contro il loro. Ecco dunque il pericolo insito nell'invitare la sinistra a trovare un nuovo oggetto d'amore - l'amore può essere, e spesso è, illusorio e reazionario, specialmente in politica.
Ciò detto, e stante che tutta questa religiosità difficilmente farà il miracolo di portare alla Casa bianca un uomo nero, di vaga ascendenza musulmana e di secondo nome Hussein, io ho votato per Obama nelle primarie in California e lo voterei come Presidente.

Ti presenti come una pensatrice della democrazia radicale, sottolineando che il compito teorico e politico di oggi è «dissequestrare la democrazia dal liberismo e dal capitalismo». Di nuovo sono d'accordo, ma provo ad andare oltre. Negli ultimi anni, le democrazie occidentali hanno mostrato la loro faccia peggiore: guerre in nome della democrazia medesima, politiche di sorveglianza in nome della sicurezza, subalternità al mercato, corruzione delle classi dirigenti, populismo, crisi della rappresentanza, apatia e manipolabilità delle masse, rovesciamento, come dicono alcuni, del desiderio di libertà in una sorta di servitù volontaria. E' solo un «sequestro» neoliberista della democrazia, o si tratta di una deriva ineluttabile? Nel mondo unificato post-89, dove la democrazia ha trionfato come l'unico regime desiderabile e non è possibile alcuna nostalgia per l'alternativa del socialismo reale che fu, la democrazia è l'orizzonte esclusivo del nostro immaginario politico, o possiamo aprire il nostro desiderio di libertà ad altre possibilità?
E' una questione assai importante e complessa. Importante, perché se una cosa diventa un limite per la nostra immaginazione, si spenge anche dentro di essa. Complessa, perché oggi la parola «democrazia» spesso significa solo elezioni e mercato, ma al tempo stesso porta nella sua stessa etimologia - demos/kratos, popolo/governo - l'opposizione a tutti i poteri che governano l'esistenza umana e planetaria. E' un termine vuoto e degradato, e allo stesso tempo sovversivo e radicale. È il discorso legittimante del dominio e dell'imperialismo Usa, nonché della pretesa di supremazia della civiltà occidentale; è continuamente equiparata al libero mercato; eppure resta un, se non il, termine che ci consente di fare una critica radicale dell'ordine costituito. Mai nella storia le democrazie liberali sono state meno democratiche; il capitalismo è l'antitesi della democrazia; un governo fatto di esperti è antidemocratico; la razionalità politica neoliberista, con la sua enfasi sulla gerarchia e gli interessi personali e la sua antipatia per valori politici che non siano quelli del mercato, è inesorabilmente antidemocratica.
Ti dirò di più. Mi lascia perplessa il modo in cui la democrazia è stata abbracciata non solo dal mainstream ma anche dalla sinistra post-marxista europea e nord-americana. Da Balibar a Derrida, da Habermas a Rancière, la democrazia è diventata, come dici tu, esaustiva del politicamente possibile. Penso che qui non agisca solo una mancanza di immaginazione, ma anche qualcosa di un tantino reazionario: come se la democrazia rappresentasse l'Europa e la civiltà, anche per coloro che dovrebbero essere più avvertiti, contro il suo presunto nemico individuato in un immaginario Islam teocratico. Anche la «democrazia a venire» di Derrida, o la democrazia intesa come l'emergere di «quelli che non contano» secondo Rancière, continua a rimandare a una ragione pubblica laica, al parlamentarismo, al pluralismo, all'individuo moralmente autonomo associato all'Occidente, il cui esterno costitutivo è la teocrazia, l'ortodossia, l'organicismo sociale. Questa opposizione è falsa, xenofobica, auto-ingannatoria e pericolosa, ed è assai negativo che così tanti nella sinistra europea l'abbiano fatta propria.
Dunque sono diffidente, sia per il degrado della democrazia, sia per la sua idealizzazione a scopi reazionari. Tuttavia non sono pronta a buttare via né i valori che la democrazia liberale ha rappresentato (spesso ipocritamente), né il sogno più folle che questo termine serba dentro di sé. Non possiamo abbandonare una cosa solo perché il suo significato e il suo concreto dispiegarsi non sono nelle nostre mani: questa potrebbe essere la prima lezione della democrazia radicale.

(ha collaborato Marina Impallomeni)
 
Wendy Brown

insegna Scienza politica all'Università della California di Berkeley. Studiosa di confine fra teoria politica, teoria critica, studi femministi e postcoloniali, è nota soprattutto per le sue analisi del potere, della libertà, della tolleranza, dell'identità, della cittadinanza, della soggettività politica nelle democrazie liberali contemporanee. Attualmente lavora sulle trasformazioni della sovranità nel quadro del capitalismo globale e del conflitto interculturale. Frai suoi testi, «Manhood and Politics», Rowman and Littlefield, 1988; «States of Injury», Princeton 1995; «Politics Out of History», Princeton 2001; «Left Legalism/Left Critique» (con Janet Halley), Duke 2002; «Edgework», Princeton 2005
«Regulating Aversion», Princeton 2006.
 
 

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Sindrome Cinese

di materialiresistenti (21/03/2008 - 20:12)

"Il Manifesto" del 9 Gennaio 2000
 
Cina: una crisi alla frontiera di una nuova guerra fredda
 
Il mito del Tibet
 
Dall'Impero a Mao, un popolo in gioco tra "modernizzazioni" di Pechino e interessi occidentali in Asia. La fuga del "giovane Buddha" dalla storia all'immaginario
 
Enrica Collotti Pischel
 
La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.
 
Quest'interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel 1959 l'intera classe dirigente tibetana, con alla testa il Dalai Lama si allontanò da Lhasa con una lunga fuga a piedi, nonostante il pattugliamento degli aerei da combattimento cinesi. Fa parte della politica delle autorità cinesi il pensare che gli avversari è sempre meglio tenerli fuori del paese che dentro, meglio lontani dai loro adepti che vicini. Se poi le circostanze equivoche di quest'ultimo episodio - cioè la mancata condanna di Pechino - possano far pensare a ipotesi di contatti con il Dalai Lama e di trattative di conciliazione, è difficile dirlo ora. Certamente il fatto che la grande organizzazione propagandistica che negli Stati Uniti (ma anche in Europa e nello stesso nostro scafato e realistico paese) sostiene la causa dell'indipendenza tibetana si sia buttata sull'episodio, non rende certo facile un'intesa: i cinesi sanno fare molto bene i compromessi e sono disposti a concluderli quando siano convenienti. Ma ritengono che debbano essere cercati e raggiunti con la massima discrezione e comunque al di fuori di pressioni che li possano far apparire come una resa a pressioni straniere. E non dimentichiamo mai che "straniero" per l'intera Asia orientale nell'ultimo secolo e mezzo ha significato umiliazione e asservimento: di essa fece parte anche il tentativo più volte condotto di staccare il Tibet dalla Cina.
 
Il più povero
 
Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico "Shangri-la", al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo "estremo", dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un'affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
 
Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 "schiavi", nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso ad una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.
 
Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non stato "conquistato dalla Cina comunista nel 1950": dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall'impero cinese, nella prima metà del secolo XVIII e da allora stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang. La Cina (in cinese "Stato del Centro") è stato ed è uno stato multietnico nel quale è in corso da millenni un processo di trasferimenti di gruppi etnici e soprattutto di fusione dei gruppi periferici entro quello più importante che rappresenta nove decimi dei cinesi ed è sempre stato capace di offrire ai suoi membri una maggiore prosperità e i benefici di una cultura più concreta. Mettere in discussione la natura multietnica della civiltà e dello Stato cinesi significherebbe mettere in moto la più spaventosa catastrofe degli ultimi secoli.
 
Quella praticata dalla Cina non è mai stata una politica di "pulizia etnica" bensì di fusione entro un insieme non etnico ma contraddistinto da una comune cultura e da comuni pratiche produttive: più che sterminarle, i cinesi hanno comprato le minoranze.
 
E' vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo "Stato del Centro" il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi all'apice del loro potere sull'India all'inizio del secolo XX intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza giungendo, nel 1913 a convocare una conferenza a Simla nella quale le autorità tibetane cedettero vasti territori all'India britannica. Nessun governo cinese ha mai accettato la validità di quella conferenza.
Nel periodo precedente il 1949 il governo del Guomindang considerava il Tibet a pieno diritto, parte del proprio territorio, tanto che durante la Seconda guerra mondiale concedeva il diritto di sorvolo agli aerei alleati.
 
Il ruolo della Cia
 
Non ha quindi alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet nel 1950; nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani arroccati sulle montagne delle regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, lungo la strada che dalla Cina porta al Tibet; i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. Alla fine del 1958 i servizi segreti inglesi annunciarono che all'inizio del 1959 essa si sarebbe trasferita a Lhasa e avrebbe cercato l'appoggio del Dalai Lama. Ed infatti ciò che avvenne: sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda.
 
Nessun governo al mondo ha riconosciuto questa compagine. Recentemente la Cia (i servizi segreti americani sono infatti obbligati a rendicontare prima o poi le loro spese di fronte ai contribuenti) ha ammesso di aver finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana.
 
Pechino: autonomia no
 
Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e "liberò gli schiavi", iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri, infliggendo gravi danni a un patrimonio culturale unico e a un'identità certo non bbandonata dalle masse.
 
Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell'altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che - politico asiatico molto scaltro - non chiede l'indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all'estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un'indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India - segnali "terroristici" in questo senso ci sono già stati.
 
Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l'attacco alla Serbia motivato dalla difesa dei "diritti umani" in Kosovo fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?
 
Per una più ampia documentazione sulla questione del Tibet invitiamo a consultare http://www.cnj.it/documentazione/cina.htm#mito

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utopia

di materialiresistenti (21/03/2008 - 08:58)


L'utopia è morta, viva il desiderio
 
"Una società ideale è un dramma recitato esclusivamente nell'immaginazione",  George Santayana

Tramontato il tempo di ogni esplicita progettazione politico-ideale, è nelle costruzioni letterarie dei grandi utopisti - da Moro alla fantascienza - che bisogna andare a ricercare i segnali positivi del passato e del futuro La tipica dialettica tra identità e differenza è in grado di liberare l'energia per avviare un cambiamento radicale dello stato del mondo? Questa la domanda centrale che Jameson si pone in un suo saggio, ora tradotto da Feltrinelli
 
di Roberto Gilodi
 
 

«Le utopie consolano, diceva Foucault, perché si schiudono in uno spazio meraviglioso e liscio: aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico». Al contrario, le utopie di cui parla Jameson nel libro tradotto di recente da Feltrinelli con il titolo Il desiderio chiamato utopia, appaiono come congegni perturbanti e di difficile collocazione. Non possiedono la facilità edenica di cui parla Foucault e non sono nemmeno frutto della propensione naturale alla pulsione utopica cara a Bloch. Estromessa la natura, nelle utopie dominerebbe, secondo Jameson, una teknè quasi demoniaca. Anzitutto perché gli utopisti «sono sempre stati personaggi strani, maniacali», la cui vocazione nasce nel contesto di società in decadenza e li porta a progettare mondi immaginari, frutto di paranoia, anzi di perversione. I loro «sogni a occhi aperti», anche e soprattutto se appaiono come ingegnose costruzioni razionali, hanno a che fare - in realtà - con quella che Lacan chiamerebbe jouissance, una sorta di sconfinamento doloroso oltre i confini sorvegliati dal principio di piacere.

Il senso da inseguire
Questa miscela di meraviglia e malinconia, di tensione ideale e disincanto, di passato e futuro è già del tutto evidente nel testo capostipite del genere utopico: Utopia di Tommaso Moro. Un libro percorso da polarità continue che Jameson, con il suo tipico gusto delle provocazioni intellettuali, proietta su quello che potrebbe essere un quadro semiotico di Greimas. Confezionando così un testo che vuole agire nello stesso tempo come un travestimento ironico e dissacrante del proprio mondo e come progettazione fantasiosa di un mondo possible.
La domanda centrale che Jameson si pone è se da queste tensioni polari, che contradistinguono fin dai suoi esordi la forma utopica, riconducibili in ultima istanza alla dialettica tra identità e differenza, possa liberarsi l'energia in grado di avviare un cambiamento radicale dello stato del mondo. Domanda per nulla accademica ma - nelle intenzioni dell'autore - calata nel vivo della crisi contemporanea, dove funziona come reazione al dominio universale del tardo capitalismo «che sembra non avere più alcun nemico naturale». Jameson si guarda bene dal dare una risposta univoca: non è tempo di esplicite progettazioni politico-ideali e, se l'utopia ha ancora un senso, questo va cercato nella costruzione letteraria del testo utopico, congegnato in modo tale da «captare i più flebili segnali positivi dal passato e dal futuro in modo da rimontarli e ricombinarli, creando così quello che sembra un quadro rappresentativo» della cultura e dell'ideologia.
Secondo Jameson è da evitare l'errore frequente di scambiare questi testi utopistici come «mere espressioni delle opinioni politiche o dell'ideologia di chi li ha scritti». Bisogna, invece, concentrare l'attenzione sull'utopia in quanto forma, ossia quale dispositivo testuale in grado di produrre quello «straniamento cognitivo» che il formalismo russo assegnava al testo letterario come suo requisito fondamentale.
Quello straniamento che Brecht, con il concetto di Verfremdungseffekt (effetto di straniamento), declinava nella direzione di un potenziamento della consapevolezza critica del fruitore in grado di attivare una intelligenza delle dinamiche storico- sociali e dei loro meccanismi di dominio. Insomma, il testo utopico stimola, assai più di altre forme letterarie, una riflessione su questo mondo, o meglio «sulla natura sistemica della totalità sociale» in cui ci è dato di vivere. La sua decostruzione ermeneutica - direbbe Foucault - è «archeologia del futuro».
Quali siano i testi ai quali Jameson fa riferimento non è, peraltro, affatto scontato: certamente Moro e i suoi emuli, Campanella, Rosseau, Fourier, Saint Simon, Owen, fino a arrivare Edward Bellamy e William Morris; ma anche quella vasta e variegata moltitudine di opere che va sotto il nome di «fantascienza». La convinzione che sta alla base di questo ampliamento dei confini tradizionali è che «l'Utopia sia un sottogenere socioeconomico» di quella forma letteraria di cui Jameson intende trattare, soprattutto, gli aspetti «pertinenti alla dialettica più propriamente utopica tra Identità e differenza».

Tra il tempo e lo spazio
Posta in questi termini, l'esplorazione dei mondi possibili della fantascienza rivela effettivamente all'autore una gamma infinita di travestimenti utopici, tutti percorsi dall'inquietudine epistemologica della scoperta della differenza che obbliga a ridisegnare di continuo i contorni della propria identità. Differenze sociali, politiche, psichiche; ma, fondamentalmente, di percezione del tempo e dello spazio. Se Agatha Christie si limita a inventare un delitto, lo scrittore di Science Fiction «è obbligato a inventare un intero universo, un'intera ontologia, tutto un altro mondo: esattamente quel sistema di differenza radicale che noi associamo all'immaginare un'Utopia».
D'altra parte, già gli utopisti classici non erano solo mossi da passione politica e dall'indignazione per le ingiustizie sociali ma «erano anche degli intellettuali, con un parallelo amore per i sistemi, per le mappe, per i progetti di tutti i generi».
È un allargamento di campo, questo, che trascina il discorso di Jameson verso una inesausta auscultazione dei segnali sotto traccia, allo scopo di identificare quella che chiama, forse con un eccesso di enfasi, la «gravitas epistemologica» del genere. E la conclusione a cui perviene è che se c'è una vocazione politica in questi testi - e non c'è dubbio che ci sia - essa si presenta mettendo in discussione i massimi sistemi filosofici; non diversamente da Platone, il cui Stato ideale è impensabile se non in stretta relazione con i suoi presupposti metafisici.
La stella polare di Jameson, che lo guida nei meandri più complessi della sua estesissima mappa letteraria, resta comunque il libro di Tommaso Moro a cui finisce per ricondurre la vocazione enciclopedica e i sottesi sistemi ideologici di quel lungo tragitto narrativo che dalla Macchina del tempo di Wells conduce attraverso Huxley fino a Stanislav Lem e a Philipp Dick. Una attribuzione di primogenitura, questa, francamente un po' eccessiva, anche se Jameson ha buone ragioni per affermare che il movente utopico - il desiderio, come lui lo chiama - non può essere relegato entro i recinti storici di un genere letterario.
Al lettore di queste pagine viene chiesto uno sforzo di sintesi, che la struttura onnivora del testo mette tuttavia a dura prova. Un esempio lo si ha nel quarto capitolo, che oppone la «scienza utopica» all'«ideologia utopica». La distinzione si spiega a partire da quella attuata da Coleridge tra Imagination e Fancy, vale a dire tra il desiderio orientato a emulare la «primigenia forza creatrice di Dio, che poi un contesto estetico riduce al potere di dare forma» e la mera decorazione retorica dominata da quella che Coleridge chiama la «legge delle associazioni». Il passo successivo conduce l'autore a Freud e alla sua disamina dell'opera artistica come appagamento del desiderio. Da qui il discorso si sposta nuovamente verso la «dimensione epistemologica» sottesa alla fantasia utopica e il cerchio si chiude sulla contrapposizione marxiana tra ideologia e scienza.

Fonti alternative
Da questo complesso e disinvolto percorso Jameson ricava una conclusione interessante: «lo spirito dell'invenzione utopica è cambiato e le sue difficoltà sono cresciute dal punto di vista della Fancy, mentre la funzione dell'Imagination si atrofizza pian piano per l'utilizzo ridotto». Come dire: la coscienza critica contemporanea non sa più dare forma a una vera e solida alternativa politica ma si frantuma «nell'allegro sciame di singoli dettagli utopici che corrispondono alla parcellizzazione e tematizzazione di altrettante singole opinioni utopiche e fantasie personali circa un possible stile di vita.»
Ma se il «desiderio chiamato utopia» ha ormai messo nel cassetto le grandi mappe universali dei mondi possibili per polverizzarsi nelle mille monadi desideranti dell'immaginario contemporaneo, la ragione di ciò non sta forse nella trionfale colonizzazione di ogni diversità che il progetto del capitalismo globalizzato sembra avere attuato all'inizio del terzo millennio?
Da massimo studioso della postmodernità Jameson sa bene che ogni progettualità politica è ormai fatalmente la caricatura di se stessa ma si ostina eroicamente a credere nelle «fonti energetiche alternative» delle molte comunità utopiche che non cesseranno mai di esistere. Se l'Utopia è morta il desiderio è più vivo che mai. Difficile dargli torto.
 
 
 
Fredric Jameson
Il metodo di Brecht che supera le sue verità
 
Benedetto Vecchi

Galileo Galilei e il potere costituito; la scienza e la verità; la verità e l'ideologia. È attorno a queste polarità che Bertolt Brecht sviluppò il testo teatrale dedicato a Galileo Galilei. In quelle pagine il drammaturgo tedesco considera la scelta dello scienziato toscano l'unica possibile rispetto al potere inquisitore della Chiesa. Come è noto, Galileo abiura, chiedendo agli emissari del papa di potersi ritirare in campagna. È la vittoria del dogma della chiesa cattolica sulla scienza. È la rinuncia a difendere le proprie ragioni, gli rimporovera la figlia, in uno dei dialoghi più belli del testo brechtiano. Ma Galileo gli risponde che la verità può essere momentaneamente sconfitta, ma alla fine la storia renderà giustizia agli sconfitti. Il dramma viene scritto alla fine degli anni Trenta, ma Brecht lo modificherà per ben due volte - la prima durante l'esilio in Danimarca, la seconda nel 1956, dopo le rivolte in Germania dell'Est, in Polonia e in Ungheria - e molti critici vi hanno letto una critica alla trasformazione del marxismo in ideologia compiuta dalla Terza Internazionale, ma sopratutto una lettura dei comportamenti di molti militanti comunisti che facevano proprie le accuse, quasi sempre false, nei loro confronti di crimini contro lo stato sovietico o contro le democrazia popolari nell'Europa dell'Est. Quel piegarsi ai dogmi del partito(chiesa) non andava giudicato dal punto di vista morale, ma politico, perché consentiva di salvaguardare il nucleo di verità della scienza (comunismo). Ed è da questa «interpretazione» del testo brechtiano da cui prende avvio il saggio di Fredric Jameson dedicato a Bertolt Brecht in corso di pubblicazione dall'editore Cronopio (Brecht e il metodo, pp. 170, euro 15). Lo studioso statunitense non è certamente interessato a rivalutare l'opera teatrale di Brecht, quanto il suo «metodo letterario», che afferma Jameson, è certo mutuato da quello che orienta la ricerca scientifica, ma che prende decisamente le distanze dalla pretesa di stabilire una verità oggettiva propria del metodo scientifico. L'ipotesi di partenza, la sua verifica e la riproducibilità dell'esperimento non sono tappe e vincoli che riguardano solo gli scienziati, ma anche il pensiero critico. Con la sostanziale differenza, appunto, che ogni «scoperta» non è mai neutra, ma riflette l'ethos dominante. Inoltre, è un metodo che evita la cristallizzazione in dogma di un punto di vista, di una analisi della realtà, di una critica all'economia politica. È inoltre un metodo che invita sempre all'«autocritica», che non va confusa con l'abiura o uno scialbo eclettismo, perché attraverso di essa si può collocare un «sistema di pensiero» all'interno di una contingenza, consumata la quale le «verità» a cui si è giunti mostrano la loro parzialità, ponendo così il problema del loro superamento. In questo testo di Jameson sul drammaturgo tedesco sono messi a fuoco molti dei temi che hanno caratterizzano la sua recente produzione teorica. In particolar modo il saggio Una modernità singolare (Sansoni), nel quale Jameson individua nel «metodo brechtiano» la chiave di accesso alla sua critica. La produzione teorica è infatti un processo in divenire che non tollera alcuna gabbia, sia che si tratti di una ideologia della trasformazione che di un dogma religioso. Non c'è tuttavia un primato del metodo rispetto al contenuto, altro rovello su cui si è applicato Jameson nel saggio Tardo marxismo. Adorno, il postmoderno e la dialettica (manifestolibri). Il metodo, al pari dei risultati a cui lo studioso perviene attraverso di esso, è legato alla contingenza. Muta nel tempo, si arrichisce di strumenti, per abbandonarne altri, evitando così che si trasformi in una «religione». È questa l'eredità di Bertolt Brecht. Non la sua proposta di «teatro epico», quanto l'aver proposto un «metodo letteraio» la chiave di accesso all'elaborazione di un pensiero critico che non tollera di rimanere ancorato alle sue verità.
 
 

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Iraq, 5 anni dopo

di materialiresistenti (19/03/2008 - 21:05)


Iraq, cinque anni dopo

Il 19 marzo 2003 iniziava l'attacco all'Iraq, con i bombardamenti su Baghdad - l'operazione "Colpisci e terrorizza", a cui sarebbe seguita poco dopo l'invasione di terra dal sud, la "caduta" della capitale, il 9 aprile, e poi l'occupazione. Che continua.

Cinque anni dopo, l'Iraq è un Paese distrutto, devastato dalla violenza, profondamente diviso, con una situazione umanitaria disastrosa, e dove è stato "esportato" di tutto, a cominciare dal terrorismo 'jihadista', tranne i diritti e la democrazia. E che è molto difficile raccontare.

Gli iracheni - quelli rimasti, dopo che in quasi due milioni sono fuggiti dal Paese, e altri due milioni e mezzo sono sfollati al suo interno - hanno opinioni articolate e spesso contraddittorie, oltre che profondamente divise a seconda della confessione religiosa o dell'etnia. Ma su una cosa in maggioranza sembrano essere d'accordo: la presenza delle forze straniere nel loro Paese peggiora la situazione.

Ciò nonostante, il governo del premier Nuri al Maliki ha dato inizio ai negoziati con Washington, che dovrebbero portare - entro fine luglio - a definire una presenza a tempo indeterminato delle forze Usa.

Senza più bisogno della foglia di fico del mandato Onu - l'organizzazione internazionale sempre meno "rilevante", ma che in parecchi considerano l'ultima speranza di salvare il Paese.

L'Iraq non è più un Paese. Come per tante altre cose, non era questo il piano

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Patrick Cockburn - The Independent On Sunday

Le organizzazioni umanitarie internazionali denunciano il "disastro" dell'Iraq

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Osservatorio Iraq

Iraq, la storia che non stiamo raccontando

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Rageh Omaar - The Guardian

Iraq, Cinque anni dopo, i diritti umani restano un miraggio

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Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq

Carceri Usa in Iraq vietate all'Onu

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Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq

Iraq, La condizione delle donne è una "crisi nazionale"

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Iraq, A Baghdad la pace si paga in dollari

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Patrice Claude - Le Monde

Iraq, Come ti riciclo gli 007 di Saddam

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Iraq, Medici di Bassora minacciano esodo di massa contro la violenza

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Iraq, Nel sud vinceremo noi, dicono i 'sadristi'

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Iraq, In Kurdistan una minaccia di morte è un attacco alla "libertà di espressione"

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Mariwan Hama-Saeed - Institute for War and Peace Reporting

Iraq, La pulizia religiosa

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Renzo Guolo - Repubblica

Iraq, Sette iracheni su 10 vogliono il ritiro delle forze straniere, dice un sondaggio

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Al via i negoziati sul futuro dei rapporti fra Usa e Iraq

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Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq

"L'Onu prenda il controllo dell'Iraq", chiedono leader e intellettuali iracheni

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