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Naoki Sakai

di materialiresistenti (27/02/2008 - 08:59)

Quella traduzione del mondo nelle parole della sovranità
 
Il traduttore rende rappresentabile la differenza tra due lingue. In questo senso, è un soggetto in transito che tuttavia esercita un dominio perché è lui a decidere di mettere in comunicazione l'interno (la mia lingua) con l'esterno (la lingua dell'altro) L'identità nazionale è l'esito di una relazione di potere e di adattamento che ogni paese stabilisce con le immagini dominanti di «national building». Un'intervista con lo studioso giapponese, animatore della rivista
 
di Giuliana Benvenuti e Paolo Capuzzo
 

Nei giorni scorsi Naoki Sakai, uno dei più originali critici postcoloniali asiatici, ha partecipato a un convegno svoltosi a Rimini, dedicato alle prospettive internazionali su lingua, cultura e cittadinanza, e a un seminario bolognese.Sakai insegna negli Stati uniti, al Dipartimento di «Asian Studies»» della Cornell University, e si è occupato delle dinamiche politiche connesse alle relazioni di potere transnazionali, alle trasformazioni dello stato-nazione, ai concetti di moltitudine, soggettività e «razza», nonché al dibattito filosofico e linguistico sulla traduzione. Il suo viaggio in Italia ha rappresentato un'importante occasione per discutere le sue tesi sulla complicità tra globalizzazione e culture nazionaliste e per un confronto sulle identità interrelate di Asia ed Europa. Ma anche per porre al centro dela discussione pubblica un innovativo punto di vista sulla traduzione, elemento fondante non solo dell'analisi dei rapporti di potere del mondo globalizzato, ma anche della formazione di un nuovo «soggetto moltitudinario». Lo abbiamo incontrato dopo il seminario bolognese.
Nelle giornate di studio bolognesi ha introdotto il concetto di «co-figurazione» in riferimento al rapporto tra Europa e Asia. Può spiegare cosa intende con questo termine?
Credo che ogni definizione dell'identità sia in primo luogo una questione di identificazione e che l'Asia non sia un'eccezione.
La questione della soggettività, nell'orizzonte moderno, è stata tradizionalmente posta nei seguenti termini: come una o più persone rappresentano sé a se stesse. Quando parlo di «co-figurazione» voglio introdurre una dimensione dialogica nella questione della definizione dell'identità. Penso che dobbiamo chiederci in che modo la rappresentazione che gli altri danno di noi influenzi la costituzione dell'identità. Nel caso dell'Asia lo schema della «co-figurazione» ci mostra come il «noi» degli asiatici si sia formato storicamente attraverso la costruzione immaginaria di un «loro» da parte degli europei. Non dobbiamo tuttavia pensare una logica binaria, perché la costruzione dell'identità ha una natura dialogica che implica l'interazione di diversi soggetti con diversi livelli di relazione e di potere. Prendiamo l'esempio del Giappone. Nel Settecento si è posta la questione della nazione. Per il Giappone il riferimento nazionale era la Cina, ma alla metà dell'Ottocento il riferimento divenne la Gran Bretagna, che soppiantò decisamente il modello cinese.
In questa fase storica il modello di identificazione aveva come principale riferimento la borghesia britannica, che divenne l'immagine dell'intero Occidente. Dopo la Seconda guerra mondiale l'Occidente, per i giapponesi, ha iniziato ad includere l'America e America significava esclusivamente Stati Uniti, non certo l'America Latina. Oggi l'identità giapponese è ancora molto influenzata da come viene rappresentato l'Occidente e questo pone non pochi problemi perché il Giappone ha sempre avuto e continua ad avere relazioni importanti con paesi come la Corea e la Cina. Ma non è più chiaro come rapportarsi ad essi, visto che l'identità giapponese si è costruita nella relazione privilegiata con l'Occidente. E anche dall'altra parte vi sono difficoltà perché il Giappone è stato percepito come un paese facente parte dell'Occidente, come un impero al pari degli Stati Uniti.
Certo, il Giappone ha conosciuto l'esperienza di un doppio livello di relazioni imperiali. Da una parte ha vissuto una condizione di soggezione a grandi imperi come la Cina o gli Stati Uniti, ma al tempo stesso ha esercitato una funzione imperiale in varie parti dell'Asia....
L'impero cinese ha avuto un ruolo importante per il Giappone fino all'inizio dell'Ottocento, ma teniamo presente che non è mai stato una nazione. È un fatto importante perché il Giappone, al contrario, ha costruito la propria identità come nazione. Anzi, si è considerato l'unica entità nazionale presente in Asia, almeno fino al collasso dell'impero giapponese nel 1945. I suoi modelli di nazione sono comunque sempre stati occidentali. In particolare l'Inghilterra e la Francia sono stati i modelli di nation building nella storia giapponese. È solo con il '45 che si è iniziato a percepire il processo di nation building giapponese come un processo di progressiva inclusione di minoranze, avvenuto attraverso l'apparato imperiale.
A questo proposito, è interessante porre la questione del postcolonialismo, in particolare nella relazione tra Giappone e Corea. Non crede?
Per quanto riguarda la Corea dobbiamo riferirci al momento della sua indipendenza, avvenuta nel 1945 in seguito alla sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale. Il Giappone, che non aveva riconosciuto fino a quel momento un'identità coreana separata dall'identità imperiale, non sapeva più come relazionarsi a questa nuova entità. La stessa difficioltà valeva anche per la Cina. Il problema si è posto in modo molto evidente a partire dagli anni Ottanta, quando le relazioni economiche, complicate dal processo di globalizzazione, hanno reso Cina e Corea concorrenti diretti del Giappone. E ciò ha avuto ripercussioni nei rapporti con gli Stati Uniti, anche perché gli americani nel dopoguerra avevano una qualche fantasia imperiale rispetto al Giappone. Ma negli anni Ottanta si sono confrontati con una concorrenza molto efficace. L'acquisto del Rockfeller Center da parte della Sony fu soltanto l'episodio simbolicamente più plateale di queste mutate relazioni.
Tutto ciò mi sembra un buon esempio di «co-figurazione», vale a dire di identità che si definiscono dialogicamente attraverso relazioni multiple. Quindi, nella mia prospettiva, il postcolonialismo ha poco a che fare con la caduta dei regimi coloniali. Il post di postcolonialismo indica piuttosto che l'immaginario che segnava la relazione coloniale è inscritto incisivamente nelle identità odierne, al di là di quanto esse corrispondano o meno a delle esperienze collettive del passato.
Una delle relazioni che lei ha problematizzato è quella tra l'unità della lingua e l'unità della nazione. Perché è improprio parlare di unità della lingua?
Non sostengo che oggi giorno non vi siano lingue nazionali. Il mio problema è un altro. È quello di pensare all'origine delle lingue nazionali in un senso genealogico. Ad esempio, nel Settecento in Giappone non vi era alcuna idea di una lingua giapponese. La lingua scritta e quelle parlate facevano riferimento ad una molteplicità di fonti e i parlanti spesso non si capivano tra di loro. Anche i dialetti e le forme regionali erano davvero molto diversificati e avevano tutta una serie di varianti ibride. Le èlite invece comunicavano attraverso il cinese classico. Lo stesso si può dire della Cina. E allora mi domando: perché le lingue dovrebbero essere unità discrete come le mele e le arance e non invece fluide come l'acqua?
L'idea di un giapponese standard viene introdotta soltanto nel 1868, al momento della restaurazione Meji. Si trattava di una lingua del tutto artificiale, introdotta intenzionalmente al fine di superare i conflitti locali. E per realizzare questo processo fu determinante la creazione di un sistema scolastico nazionale. Lo stesso si può dire dell'esercito. La creazione di un esercito nazionale fu un fondamentale veicolo di unificazione linguistica. Si mise insomma in atto un consapevole processo di nation building che ebbe un successo molto rapido. Il punto è che si è trattato di un processo artificiale, cioè costruito: non vi era nulla di naturale, perché avrebbero potuto prendere la lingua nazionale da qualsiasi parte. Alla scelta di elaborare un giapponese standard hanno inoltre contribuito anche discipline moderne come la linguistica.
Posto che l'unità della lingua nazionale è strettamente connessa alla costruzione di un'identità nazionale e si propone di sostanziare un sentimento di integrazione nazionale, esaminare genealogicamente la formazione dell'unità della lingua consente di mettere in discussione l'idea di un'identità etnica fondata su delle origini naturali e dunque tutto l'immaginario associato con la lingua e la cultura nazionali.
Le sue riflessioni sul linguaggio portano ad una rinnovata attenzione alla traduzione, intesa in senso ampio entro la rete di relazioni tra lingua, cultura e identità. Nel suo libro del 1997, ha parlato di «soggettività in transito», che cosa intende con questa definizione?
Si tratta di un concetto correlato a quello di «co-figurazione». Quando si parla di traduzione generalmente si fa riferimento al rapporto tra due lingue. Ma a questa prospettiva manca la percezione della presenza di un terzo agente nella comunicazione. Ad esempio, io non conosco la lingua russa e quando incontro un russo non capisco che lingua sta parlando. È solo la presenza di un interprete a farmi capire che si tratta del russo. Senza la sua presenza non sarei neppure in grado di capire che si tratta di un'altra lingua e che esiste un gap tra le due lingue. Questo significa che il traduttore è colui che rende rappresentabile la differenza tra due lingue. In questo senso il traduttore è un soggetto in transito perché si sposta continuamente da una lingua all'altra ed esercita una sovranità in quanto è lui a decidere di mettere in comunicazione l'interno (la mia lingua) con l'esterno (la lingua dell'altro). È un soggetto che si definisce in termini di «co-figurazione», di relazione, non semplicemente di autorappresentazione e per questo è un soggetto frammentato perché si definisce attraverso le sue molteplici relazioni.
Lei è tra i promotori della serie di volumi «Traces», che hanno alcuni centri di interesse privilegiati (biopolitica, modernità, globalizzazione) e tra questi la traduzione. Può raccontarci com'è nato questo progetto e quali sono le sue intenzioni?
Il gruppo si è formato negli anni Novanta sulla base di un comune interesse per il rapporto tra lingua inglese e imperialismo. Generalmente l'approccio critico a questo tema conduce alla rivalutazione delle lingue nazionali. Non era questa la nostra posizione e abbiamo perciò cercato di creare uno spazio di relazione tra lingue - del quale l'inglese fa parte, ma sul quale non esercita una funzione dominante - e di collocare la nostra attività intellettuale in questo spazio. Ho girato il mondo per espandere questo progetto. Sono stato in Inghilterra, Francia, Germania, Singapore, Cina, Giappone, Australia e naturalmente in Canada e negli Stati Uniti.
In questo momento i volumi della collana escono in quattro lingue (coreano, cinese, giapponese e inglese) e l'abbiamo collocata in quattro mercati editoriali nazionali. Non si tratta insomma di volumi scritti in quattro lingue, ma di quattro edizioni che fanno riferimento ai relativi mercati editoriali. E con una certa sorpresa abbiamo costatato che il mercato americano è quello più modesto. Siamo consapevoli dei limiti di questo progetto, ad esempio le lingue in Cina sono numerose e non raggiungiamo perciò l'intero pubblico. Ma si tratta di un passo in avanti. Stiamo attualmente trattando con degli editori tedeschi. È una serie di volumi monografici che si caratterizza per la forte interdisciplinarietà, ma la gran parte del lavoro riguarda la traduzione perché riceviamo testi da più lingue che vengono poi tradotti. È il tentativo di aprire uno spazio comune di riflessione intellettuale sulla base di una molteplicità di lingue e non sull'universalismo della lingua inglese. E questo riguarda anche gli autori che sono chiamati a rivolgersi ad un pubblico moltitudinario, alla «moltitudine che io sono».
 
 
Postcoloniale
Relazioni transfrontaliere di un intellettuale

Naoki Sakai nasce e studia a Tokyo. È un intellettuale molto presente nel dibattito giapponese anche dopo il trasferimento negli Usa, dove insegna prima all'Università di Chicago e poi alla Cornell University. Della sua ampia produzione, in parte disponibile solo in giapponese e in altre lingue asiatiche, vanno segnaliti due volumi usciti in inglese: «Voices of the Past: The Status of Language in Eighteenth-Century Japanese Discorse» (Cornell University Press) e «Translation and Subjectivity: On "Japan" and Cultural Nationalism» (University of Minnesota Press). Alla fine degli anni Novanta ha lanciato la collana «Traces»: attualmente pubblicati dalla Hong Kong University Press, i volumi della collana - fino a oggi ne sono stati pubblicati quattro - escono contemporaneamente in inglese, cinese, giapponese e coreano. «Traces» è intesa come una radicale sfida alla «differenza coloniale» che secondo Naoki Sakai continua a organizzare la produzione e la circolazione del sapere e si presenta come spazio transnazionale e translinguistico di elaborazione critica della propria collocazione geografica nell'Asia orientale ma aperto a contributi provenienti da altre realtà. Per una presentazione del progetto, il sito internet: www.arts.cornell.edu/traces/index.htm
 

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'68

di materialiresistenti (26/02/2008 - 18:16)

Quel movimento che aprì la via alla globalizzazione
 
Il Sessantotto si diffuse nel pianeta cambiando radicalmente il mondo anche se fu sconfitto. E può essere considerato come l'avvio di una rottura antropologica che vent'anni dopo è emersa con forza alla superficie
 
di Marco Revelli
 

Valle Giulia. Era il primo marzo del 1968. La rivolta degli studenti arrivava per la prima volta sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Per la verità il Sessantotto italiano era incominciato qualche mese prima, già dalla fine del '67, quando erano state occupate prima la Cattolica di Milano - un vero e proprio sacrilegio -, poi Palazzo Campana a Torino. Ma le notizie erano rimaste confinate nelle pagine locali. C'erano volute le cariche della polizia in assetto da combattimento, le camionette rovesciate, il fuoco e le pietre, gli arresti e i feriti, perché il sistema dei media si accorgesse della cosa. C'era voluta, insomma, la violenza perché il Sessantotto diventasse un evento mediatico. Le riflessioni sofferte dei cristiani ribelli di Milano, i controcorsi di Torino, più di un mese di studio collettivo e autogestito da parte di centinaia di giovani in rivolta mentale, le «tesi della sapienza» di Pisa, non avevano ricevuto nessuna attenzione al di fuori degli ambienti universitari in sommovimento, né da parte della politica, né da parte dell'informazione. Le immagini (ancora in bianco e nero, allora) delle scalinate di architettura di Roma, invece, esplosero sugli schermi televisivi con la forza di un terremoto.

Il maggio francese
Pochi giorni più tardi, alla metà di aprile, le stesse immagini aprono i telegiornali tedeschi, con i violenti scontri di Berlino, seguiti al grave attentato contro Rudi Dutschke - uno dei leaders del movimento studentesco tedesco - colpito con tre colpi di pistola da un fanatico di estrema destra al culmine di una aggressiva campagna stampa mossagli contro dai giornali della catena mediatica Springer. Poi, è la volta di Parigi, dove ii 2 maggio le autorità accademiche avevano deciso la serrata dell'università di Nanterre, in risposta ad alcune azioni di protesta da parte degli studenti. Era l'inizio del «maggio francese». Il nocciolo duro del Sessantotto. Il suo luogo simbolico, con la Sorbonne in mano agli studenti, il Quartiere latino in fiamme, le barricate sul Boulevard Saint Michel, i Crs, i grandi cortei imponenti, con gli intellettuali - Sartre, Simone de Bouvoir, quelli del «Nouvel Observateur» - a braccetto, in testa, a formare cordone come negli anni Trenta, e il difficile ma incendiario rapporto con gli operai, Flins, Billancourt, i metalleaux della Renault, il servizio d'ordine della Cgt... Tutto insieme. Tutto comnpresso in un solo mese, anzi in venti giorni, con l'apoteosi dello sciopero generale del 20 e 21: tutti fermi, dai musicisti dell'Opera ai taxi, dai ferrovieri alle maestre d'asilo.
Intanto era iniziata, al di là della «cortina di ferro», la Primavera di Praga, e si era innescato il processo che in poco tempo porterà all'invasione sovietica della Cecoslovacchia - 20 e 21 agosto - con i carri armati in Piazza San Venceslao, Jan Palach che si dà fuoco e le sue immagini, terribili, che fanno il giro del mondo, il socialismo reale che muore in diretta, per eccesso d'esibizione di forza.

I pugni chiusi di Mexico City
Quasi contemporaneamente, la rivolta che si accende dall'altra parte dell'Atlantico, nel Messico che si prepara a un altro evento globale, le Olimpiadi, e l'eccidio di Piazza delle Tre culture, gli studenti fucilati dall'alto, dagli elicotteri, sotto gli occhi dei giornalisti di tutto il mondo, fino all'epilogo inatteso, il 16 ottobre: i due atleti neri americani - Tommie Smith e John Carlos - vincitori rispettivamente della medaglia d'oro e di quella di bronzo nei 200 metri piani che, sul podio, alzano il pugno destro avvolto nel guanto nero nel saluto del Black Power. Il gesto costò loro caro: per «vilipendio alla bandiera» e «oltraggio allo spirito olimpico» furono espulsi dai giochi. Ma il loro gesto lasciò un segno indelebile, questa volta sulla falsa coscienza dell'Occidente: era l'onda lunga dell'esplosione seguita all'assassinio di Martin Luther King, il 5 di aprile di quell'anno, con le comunità nere di 110 città americane in rivolta, i ghetti in fiamme, 39 morti, 2500 feriti, 5000 arresti.
Nell'altro emisfero, infine - a completare il panorama globale di quell'anno così denso di eventi da assumere il peso specifico di un intero decennio e anche di più -, l'insurrezione degli Zenga Kuren giapponesi, con l'assedio alle basi americane, retrovie della guerra nel sud est asiatico. E, soprattutto, la rivoluzione culturale cinese, con Mao Tze Tung che invitava a «bombardare il quartier generale» e le guardie rosse che imponevano nelle università le «squadre di controllo operaio», dando l'illusione (oggi sappiamo quanto falsa) di una rivolta antiburocratica e libertaria, di una «rivoluzione nella rivoluzione» in cui soffiasse lo stesso spirito di Parigi o di Praga, di Roma o di Berkeley.

Il Vietnam in casa
Su tutto - a costituirne, per così dire, l'involucro metallico, e a segnare il clima dell'anno - la guerra del Viet-nam: il grande «buco nero» dell'Occidente. Il segno della sua caduta morale, e la ferita aperta nella sua legittimazione etica. E insieme, il segno della sua debolezza sul terreno stesso che gli era più favorevole: quello della forza. Della potenza tecnologica e militare. È il contesto senza il quale è impossibile concepire il Sessantotto. La maledizione di quella guerra segnerà l'anno in tutta la sua estensione, fin dal suo inizio, dal gennaio 1968, quando in corrispondenza del Capodanno buddista, tra il 30 e il 31 gennaio, fu lanciata la celebre «offensiva del Têt» nel delta del Mekong, la quale investì tutte le principali città sud-vietnamite e la grande base americana di Khe Sahn. Da allora, giorno per giorno, il Vietnam entrerà nelle nostre case, con le sue immagini di distruzione, di tortura, di morte, come una sorta di contrappunto costante alla nostra vita quotidiana, con una tacita investitura morale all'opinione pubblica mondiale, chiamata a giudicare quell'orrore reso visibile. Ed i campus, le aule universitarie, le piazze, si trasformarono in pubblici «tribunali delle coscienze», in cui in qualche misura si finiva anche per giudicare noi stessi, e la nostra passività.

Passaggio d'epoca
Dunque, cosa è stato il Sessantotto? Sulla base di questa sommaria mappa geografica e cronologica, un primo punto possiamo stabilirlo, con relativa certezza. Il Sessantotto è stato il primo, esplicito anticipo della globalizzazione. Se vogliamo, il punto storico d'inizio di quel processo che solo negli anni Novanta apparirà alla sperficie nella sua dimensione conclamata, e che segna il passaggio - storicamente decisivo e periodizzante - a una spazialità inedita e, appunto, «globale». Lo rivela la successione degli eventi, la loro straordinaria sincronicità, e l'impressionante tendenza a «divorare lo spazio», da parte di quel movimento magmatico, senza centri di direzione e strutture organizzative visibili: la circolazione su scala mondiale delle esplosioni di rivolta (il loro rimbalzare da un continente all'altro, indifferenti alle distanze e ai confini, persino ai differenti contesti politici e ideologici). La relativa omogeneità delle forme di espressione di essa, dei linguaggi utilizzati, delle figure stesse dei protagonisti (i giovani, gli studenti).
Da questo punto di vista, il Sessantotto sembrerebbe richiamare un altro «anno dei miracoli», e un'altra «rottura rivoluzionaria» di dimensione trans-nazionale, di più di un secolo prima, anch'essa terminante per otto: il Quarantotto. E infatti l'analogia è stata sottolineata da più parti, autorevolmente. «Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968.
Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo», hanno scritto ad esempio Giovanni Arrighi, Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein, nel libro Antisystemic movements (manifestolibri). E ciò è senz'altro vero sul versante del bilancio: davvero quelle rivoluzioni «fallite» hanno lavorato nel profondo dei rispettivi secoli e delle rispettive società (nel costume, nell'antropologia, nel contesto culturale e comportamentale), più di tante altre rivoluzioni «riuscite». Ma richiede una precisazione sul versante del contesto. Della rispettiva natura «spaziale».

Una rivolta globale
Perché il Quarantotto di metà Ottocento fu «mondiale» nel senso che fu caratterizzato in senso forte dall'esplosione simultanea o comunque in rapida successione di una molteplicità di «rivoluzioni nazionali» all'interno di uno spazio internazionale segmentato nettamente in una pluralità di Stati cui si trattava di far corrispondere le relative Nazioni. In questo senso esso inaugurò l'epoca delle «questioni nazionali», e della politica moderna incentrata sul contesto assorbente dello Stato-nazione. Il Sessantotto di fine Novecento, invece, nasce esplicitamente come «rivolta globale»" (o, come si disse allora «contestazione globale»). Assume come proprio habitat naturale uno spazio strutturalmente «globalizzato», indifferente ai confini, alle distinzioni di lingua o di cultura nazionale. Potremmo dire addirittura che esso segna la fine delle culture nazionali. E apre l'epoca della «questione globale»: della definizione del destino del pianeta. Dell'assunzione dell'«Umanità» come soggetto storico e morale di riferimento.

La terra come patria
Mentre il Quarantotto, dunque, aveva attraversato lo spazio internazionale radicando tuttavia le proprie identità nei diversi contesti nazionali, il Sessantotto si costituisce invece ex origine come globalità. Non si comunica per «imitazione» di un altrove, ma per «identificazione» entro una totalità spaziale che è il pianeta. È sulla dimensione-mondo che elabora la propria «geografia mentale», anticipando, per molti aspetti, quella rottura «antropologica» che, quasi un quarto di secolo più tardi, all'inizio degli anni '90, Ernesto Balducci sintetizzerà nell'idea del passaggio dal vecchio «uomo delle tribù», identificato nella dimensione esistenziale nazionale, all'inedito «uomo planetario» mentalmente radicato nello spazio-mondo. E che Edgar Morin esprimerà con l'assunzione, anch'essa senza precedenti, della Terra-patria.
Né stupisce che quella «rottura antropologica»" fosse compiuta allora (o meglio «vissuta») solo da una parte - da uno strato sottile ma enormemente esteso - di popolazione: dai giovani, e in particolare da quelli acculturati, dagli studenti. Che essa assumesse, cioè, una dimensione generazionale, essendo appunto i giovani coloro che esperivano, esistenzialmente, in tutta la sua portatata, la trasformazione radicale del mondo, in un certo senso la sua «palingenesi integrale», nei convulsi, densissimi decenni, seguiti all'orrore globale della seconda guerra mondiale, e segnati da un mutamento tecnologico di portata dirompente.

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"IL PORTO DELLE NEBBIE: 11 SETTEMBRE 2001"

di materialiresistenti (25/02/2008 - 19:33)

POTERE CONTEMPORANEO, SINISTRA E 11 SETTEMBRE: "IL PORTO DELLE NEBBIE"


 di  FRANCO SOLDANI


Pubblichiamo in anteprima la Prefazione del nuovo libro di Franco Soldani "Il porto delle nebbie", casa editrice Faremondo Edizioni. Questa casa editrice appena nata fa riferimento alla associazione culturale Faremondo, che da tempo si distingue, tra le altre cose, per le sue inziative in favore della diffusione della verità sull'11 Settembre

La convinzione che il mondo sia profondamente cambiato dopo l’11 settembre 2001, è ormai "conventional wisdom", come amano dire gli economisti, presso l’opinione pubblica internazionale e persino per la comunità accademica dell’intero Occidente. Nondimeno, come tutte le "saggezze convenzionali" anche quella in causa è invece sostanzialmente falsa nella specifica accezione in cui è largamente diffusa e viene ritenuta fondamentalmente vera. Tuttavia, diversamente da altre verità fabbricate ad arte, la convinzione in oggetto è illusoria non perché non sia reale, bensì perché non è quello che si vorrebbe far credere. Il mondo odierno, in altre parole, è in effetti intimamente mutato rispetto al passato, ma per ragioni altrettanto essenzialmente differenti da quelle di solito additate.

Quella data, in effetti, non è affatto uno spartiacque tra epoche diplomatiche differenti della storia più recente del pianeta, né una sorta di segnavia politico tra diversi orientamenti dell’ amministrazione statunitense rispetto alle relazioni internazionali, come se l’apparente multilateralismo e il fittizio approccio cooperativo dei democratici ai problemi fossero stati sostituiti dall’aggressivo decisionismo militare e politico – illegale e sovversivo, si noti la cosa, dal punto di vista della stessa Costituzione statunitense e dell’ordinamento giuridico internazionale (duplice violazione che del resto comincia sin dagli anni ’50 del Novecento) – dell’attuale governo Bush. Niente di tutto questo. La sua natura è invece enormemente più sottile e complessa. Del resto, a voler essere rigorosi, nemmeno si può dire che gli eventi di New York e di Washington abbiano avuto origine quel fatidico giorno. Se li consideriamo infatti la punta di un iceberg, quello che conta nel loro drammatico affiorare alla luce del sole è spiegare a causa di che cosa siano emersi.

Si può in effetti dire che l’11 settembre nasce perlomeno agli inizi degli anni ’80 con Ronald Reagan e la fine della "Cold War Era", e si perfeziona in crescendo infine nel corso dello stesso decennio. Giunge in ultimo al suo culmine al momento della dissoluzione ufficiale dell’Unione Sovietica (formalmente nel 1991), non appena le classi dirigenti degli Stati Uniti decidono di riempire il vuoto creato dal tramonto dell’URSS con il nuovo ruolo geopolitico globale della potenza USA. Cosa che potranno fare solo tramite un crescente "military spending", in linea tra l’altro con tutta la tradizione precedente, almeno dal conflitto coreano (1951) in poi. Non è certo un caso che gli Stati Uniti fossero "già ben preparati per una guerra quando Bush Jr. prese pieno possesso delle sue funzioni". A ben vedere le cose, d’altro canto, a sua volta tale decisione cruciale possiede le sue radici più profonde nell’unilateralismo economico-finanziario susseguente al collasso di Bretton Woods, non appena il capitale finanziario statunitense sceglierà di fondare il suo dominio di lunga durata sia sull’uso permanente e universale del dollaro come "riserva valutaria internazionale [world’s reserve currency]", sia sulla voluta e pianificata impennata dei prezzi del petrolio agli inizi degli anni ’70 del Novecento (cresciuti del 400% nel periodo compreso tra l’ottobre 1973 e il gennaio 1974), sia infine sul controllo strategico diretto, militare e diplomatico, delle (e non sul mero accesso alle) più importanti fonti energetiche planetarie (gas e petrolio, fondamentalmente). L’intima simbiosi di questi tre fini complementari, e simultaneamente perseguiti dalla potenza dominante dell’Occidente, è sotto gli occhi di tutti.

Alle spalle e a monte dell’11 settembre sta dunque la possente natura più profonda delle attuali tendenze del capitale finanziario USA, dei processi economici e geopolitici di lunga durata che trascendono di gran lunga ruolo e funzioni del personale politico oggi all’apparente guida degli Stati Uniti. Maturata perlomeno nell’arco di un decennio (i cruciali inizi degli anni ’90), la decisione di fabbricare una "New Pearl Harbor" direttamente sul suolo patrio è stata così dettata da imperativi grandiosi che sono senz’altro apparsi alle classi dominanti USA obbligatori e imprescindibili se si voleva realizzare l’intenzione di ridisegnare il paesaggio geopolitico ed economico-finanziario dell’intero globo, la cartografia complessiva dell’impero, al fine di dare vita ad un’altra epoca storica del predominio statunitense e proiettarne il tal modo nel futuro più lontano l’esistenza e l’egemonia planetaria.

Da questo punto di vista, il mondo è stato radicalmente trasformato dall’11 settembre in un senso decisamente più specifico e dirimente rispetto alla vulgata ufficiale. Le ragioni di tale metamorfosi sono molte, e tutte interdipendenti, come è del resto nella natura stessa della società del capitale. In primo luogo, infatti, l’imperialismo attuale rappresenta cosa ben diversa dall’immagine e dall’analisi tradizionale consegnataci dai grandi intellettuali, marxisti e no, del passato: da Hobson a Lenin. Nelle condizioni date, il capitale finanziario possiede oggi caratteri altamente peculiari e persegue strategie d’insieme, sia monetarie sia industriali, sia geopolitiche sia bancarie (governo del credito), che si distinguono nettamente da quelle d’inizio Novecento. Non solo. Tanto la struttura gerarchica dell’impero è oggi ben diversa da quella originaria, e viene messa in ordine e preservata con mezzi profondamente innovativi rispetto all’epoca precedente, quanto la stessa natura più profonda e sofisticata del capitale finanziario rappresenta, ora lo possiamo capire meglio, un oggetto completamente distinto dalle spiegazioni classiche. Insomma, la strategia di superficie dell’imperialismo attuale, sia quella osservabile sia quella tendenzialmente invisibile, accuratamente occultata dai dominanti, differisce notevolmente da quella esistente tra XIX e XX secolo. La mente sovrana che si fa carico della sua direzione e organizzazione d’insieme ha sede nel governo da parte degli Stati Uniti della "world’s reserve currency", nel ruolo e nelle funzioni determinanti della "High Finance" e delle "Global Banks" statunitensi, nel capitale manifatturiero USA che ha il quasi monopolio internazionale degli armamenti, nelle "Giant Firms" della industria civile (un insieme di sottosistemi, si noti il fatto, in stretta simbiosi reciproca), nell’estensione ormai planetaria delle sue basi militari, nei suoi sistemi di intelligence globali, e non ultimo nella ormai stretta integrazione funzionale tra circuito finanziario internazionale e grande crimine organizzato.

D’altro canto, tale complesso sistema di cose, con la sua intrinseca dinamica, dipende a sua volta da un meccanismo più interno, dalla sottostante logica più sofisticata del capitale, che stando sullo sfondo e in maniera estremamente sottile ne genera cicli di sviluppo e modalità di realizzazione, ne media anonimamente l’evoluzione temporale. Un’idea, quest’ultima, che non esiste nella cultura liberal-democratica e nel marxismo ortodosso delle origini (né è mai emersa successivamente nel pensiero occidentale, in qualunque sua variante marxista e no). Tale semplice constatazione segna tutta la cruciale distinzione del presente rispetto al passato. È precisamente questa chiave di lettura a renderci edotti, oggi, almeno potenzialmente, di quello che nemmeno poteva essere immaginato, né tanto meno spiegato, dalle concezioni antecedenti.

In secondo luogo, i dominanti, i soggetti che personificano il capitale finanziario e gli danno la sua tipica impronta intenzionale, hanno ormai da tempo assunto la proprietà e la direzione dei giganteschi Netwok planetari che, dando forma preventiva al flusso complessivo dell’informazione circolante sul pianeta, letteralmente creano la realtà osservabile degli accadimenti quotidiani e dunque preformano – scientemente, seguendo intenti predefiniti – il significato e financo la natura sia di quello che sarà visto sia di quello che sarà compreso dalla pubblica opinione. Se a tutto ciò si aggiunge il controllo pressoché completo della formazione culturale delle nuove generazioni da parte del sistema universitario e delle mille Foundation che finanziano i numerosi centri di ricerca dell’Occidente, si avrà credo un’idea più precisa dell’estensione e delle radici più profonde del potere in questione e della sua egemonia societaria d’insieme.

In terzo luogo, grazie probabilmente anche a questa sua presa capillare sul complesso della società civile e delle sue istituzioni, il capitale finanziario attuale può fare affidamento sulla dichiarata connivenza politica, ora esplicitamente diretta ora sottilmente mediata, sia del pensiero cosiddetto “di sinistra” e dei suoi numerosi outlet mediatici, sia dell’intera cultura marxista odierna, del resto quasi esclusivamente accademica e confinata all’interno di pingui campus universitari (dipendente dunque, per la sua esistenza, dal beneplacito e dai finanziamenti dell’establishment ufficiale). In effetti, questi due ambienti, ramificati e diffusi come sono all’interno perlomeno di una parte rilevante delle moltitudini occidentali, rappresentano ormai solo una "fake opposition" estremamente funzionale ai disegni dei dominanti.

Tale "opposizione fittizia" – o in ragione di un’esplicita committenza o a motivo di una forma mentis in sé (per la sua storia, per la sua formazione culturale) subalterna dei soggetti che la incarnano – viene usata dalle classi dirigenti dell’Occidente tanto per ottenere il consenso dei dominati, quanto per controllare e dirigere, conformemente ai loro interessi, il dissenso societario e la eventuale resistenza delle masse ai loro crimini domestici e internazionali. Tali fini, del resto, si noti la cosa, tanto più e tanto meglio vengono conseguiti quanto più la finta avversione per il potere assume i toni e le condotte di un’opposizione radicale e apparentemente intransigente, fatto che le consente di assumere gli stessi scopi dei dominanti sotto le mentite spoglie di una loro critica a prima vista incondizionata. Come si vedrà, tutte le interpretazioni dell’11 settembre che ricalcano, alla lettera, la spiegazione ufficiale, siano esse di diretta ed esplicita emanazione governativa oppure di filiazione marxista e “di sinistra”, tanto rendono impossibile capire cosa sia realmente accaduto quel giorno negli Stati Uniti, quanto vietano qualunque comprensione delle effettive, nuove caratteristiche dell’imperialismo odierno, due approdi che le rendono particolarmente charming agli occhi dei dominanti.

Nondimeno, una cosa interessante da notare è il fatto che questo arcipelago di tendenze e punti di vista costituisce un ambiente articolato, in cui esistono perlomeno quattro (4) diversi strati di agenti sociali. Ne do qui di seguito una breve descrizione di comodo nel seguente organigramma:

 

Gli strati interni della "opposizione controllata"

I due strati della "opposizione fittizia"

► lo strato intellettuale finanziato e coltivato come in una serra dalla Foundations per depistare e fuorviare l’opinione pubblica domestica e internazionale, per creare letteralmente un mondo politico-culturale dis-simulato in cui far vivere gli individui societari;

► lo strato, di regola in simbiosi col precedente, che per propria vocazione, per convenienza accademica, per indole mentale personale, per i propri interessi privati, insomma per proprio discernimento e convinzione, autentica o riflessa, è suddito della visione del mondo dei dominanti (la linea di confine che li divide è d’altro canto sottile come una falsa promessa);

I due strati della "opposizione innocua"

► il primo strato rappresentato da soggetti provenienti dall’ambito accademico e no, intellettuali di varia estrazione marxista oppure liberal-democratica che occupano una serie di posizioni di un certo rilievo all’interno di un’ampia gamma di discipline sociali: economia, filosofia, storiografia, sociologia, scienze politiche, e simili;

► il secondo strato rappresentato questa volta da liberals generici provenienti di solito dalla cosiddetta società civile, fautori di una concezione democratica dello Stato e di una visione progressista dell’impegno politico, dediti ad attività e funzioni afferenti in gran parte al mondo delle professioni e del lavoro dipendente (sindacalismo, associazionismo, ecc.).

 

Nel suo complesso, questo ultimo tipo di opposizione è innocua sia perché la sua prima frazione è in generale trincerata nelle Università e si trova quindi in stretta associazione, volens nolens, con la "fake opposition" (sono pesci, in definitiva, che nuotano nelle stesse acque), sia perché i suoi argomenti sono in linea di massima funzionali alla cultura dominante e non possono in alcun modo scalfirne l’egemonia complessiva. Oltre al fatto che può venir e viene di norma colonizzata dai due strati sovrastanti e così resa ad essi complementare, questo tipo di dissenso risulta inoltre essere interessante ai nostri occhi anche per un’altra ragione.

Se infatti la "opposizione fittizia" è istituzionalmente e costituzionalmente votata a costruire mondi di fumo e la si può considerare naturalmente asservita ai fini specifici delle élite dirigenti, in genere la "opposizione innocua" si subordina spontaneamente – tramite i molti concetti con cui interpreta la realtà, mediante la sua stessa mente – al pensiero regnante. Essa, in tal modo, funziona da sola e da sola si sottomette attivamente all’imprinting del potere, della cui tutela non può liberarsi, perché quest’ultima s’identifica col sistema di conoscenze di cui consta la sua comprensione del mondo.

Se la prima opposizione è indifferente alla ricerca della verità e alla spiegazione delle cose, che deve anzi far sparire dalla scena per sostituirle con le sue rappresentazioni prefabbricate, la seconda si rivela persino più subdola della precedente, giacché tramite il suo apparente pathos etico-politico e le sue analisi a prima vista controcorrente può dare l’impressione di produrre una lettura alternativa degli eventi osservabili, nel mentre, invece, mette sostanzialmente capo ad una visione del mondo di per sé vassalla dell’establishment dominante, di cui ricalca punto per punto, come si vedrà, gli stessi identici ragionamenti.

Dopo il détour nelle versatili e ambigue distinzioni interne alla "opposizione controllata", si può dire che gli avvenimenti dell’11 settembre, in quarto e ultimo luogo, oltre a metterci in grado di capire le cose suesposte e le tendenze prevalenti del capitale odierno, ci hanno anche svelato la natura più intima dei contegni politici dei soggetti al potere, portando alla luce del sole la logica efferata sottostante alla finzione giuridico-legale dello Stato di diritto, all’intera civiltà occidentale. Il suo mondo di superficie, l’ordine apparentemente impersonale e avalutativo delle norme e degli imperativi etici incorporati nelle Istituzioni del governo democratico della società, ci ha infine fatto intravedere le potenti forze societarie che dall’interno e dagli strati più profondi della realtà odierna determinano e decidono il corso visibile delle cose.

Che il capitale finanziario, nella persona dei suoi molteplici funzionari politici (ai vertici dello Stato, all’interno degli apparati militari, nel campo della cultura, ecc.), sia stato in grado di concepire, organizzare e infine realizzare l’11 settembre non deve in fin dei conti stupirci più di tanto se si fa mente locale alla posta in gioco alle spalle dell’affaire e al sostanziale nichilismo dei dominanti. Questi ultimi, del resto, han potuto preordinare l’intero avvenimento, inclusa la sua legittimazione e amplificazione massmediatica, perché è nella natura del loro intelletto decisionistico pianificare e programmare in anticipo gli eventi, predisporre le migliori condizioni al contorno possibili – preventive – per la realizzazione dei loro intenti tramite l’agire in segreto e l’ausilio delle agenzie di intelligence. Ciò allo scopo di contornare e addomesticare, per così dire, il contingente e la casualità degli avvenimenti, e imprimere così al corso del mondo uno sviluppo tendenzialmente predeterminato, in grado di favorire le (e conformarsi, possibilmente, alle) decisioni assunte in precedenza e ai loro intendimenti strategici. Preformare virtualmente il futuro, in ultima analisi, è la forma specifica che nell’agire politico prende la predizione sperimentale dei fatti entro il pensiero scientifico. Senza un disegno preliminare e un dato set di concetti precostituiti, preesistenti, sarebbe impossibile poter calcolare in anticipo gli esiti desiderati e voluti, previsti e preventivati sin dall’inizio. Pianificare i risultati attesi e da attendersi è per la logica intenzionale dei dominanti la stessa cosa che pensare ai propri interessi e ragionare in modo naturale.

Stando così le cose, se Grandi Banche, Grande Finanza, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Giant Firms, Governo, "Pentagon Contractors", Grande Crimine Transnazionale, Network Giganti e Megamedia definiscono i contorni del capitale finanziario attuale e costituiscono i pilastri dell’intero sistema dell’economia planetaria: diventa allora possibile spiegare in quale senso più sofisticato il mondo sia effettivamente e definitivamente cambiato dopo l’11 settembre. La realtà contemporanea è stata radicalmente mutata da quell’avvenimento perché questo ha fatto finalmente emergere alla luce del sole la natura più intima dell’intera società occidentale, facendoci capire quanto sia oggi necessario e urgente cominciare a pensare diversamente, con un’altra mente ed una più specifica costellazione di principi cognitivi totalmente distinti dal passato. Ecco perché il mondo che ci circonda non è più quello dell’epoca precedente. Ormai ne abbiamo compreso, potenzialmente almeno, natura e struttura, organizzazione più interna e tendenze di fondo.

Tale universo è ormai da considerarsi una sfera di realtà complessa in cui sono da distinguere perlomeno quattro diversi livelli:

 

L’ordine societario del capitale finanziario

►l’agire diplomatico politico esplicito dei dominanti tramite il cosiddetto Stato di diritto, gli apparati del consenso afferenti alla società civile, la colossale "war machine" del Pentagono, proiettata ormai su tutto l’orbe terracqueo, e gli altrettanto potenti mezzi di repressione domestica, i Megamedia (un complesso di istituti non poco differenziato al suo interno);

►l’agire intenzionale in segreto tramite le molte agenzie di intelligence del potere, aventi ormai anch’esse un raggio di azione di tipo planetario, e ormai in stabile simbiosi sia col Grande Crimine Organizzato, sia con le istituzioni finanziarie internazionali dell´Occidente (una dimensione di realtà anche questa, in ragione prima di tutto della sua natura, estremamente diversificata e apertamente criminogena);

►il sistema manifesto degli avvenimenti socio-economici risultante dalle condotte finanziario-imprenditoriali (bancarie, creditizie, industriali) visibili dei soggetti, (un contesto, questo, a sua volta anch’esso non poco stratificato al suo interno), condotte del resto rivolte sia all’interno dell’ambiente metropolitano, sia sull’arena internazionale tramite le istituzioni globali (WTO, IMF, ecc.) che governano e disciplinano i circuiti monetari e commerciali mondiali;

►infine, a fondamento di questa già di per sé formidabile piramide del dominio, il motore immobile invisibile più profondo del meccanismo interno, il "principio determinante" (Marx) che genera lo strato complesso sovrastante e che tutti, in modi diversi e a diversi livelli di comprensione, possono vedere e osservare.

 

Per quanto l’ultimo criterio interpretativo possa sembrarci paradossale e financo inverosimile, ci è nondimeno necessario immaginarlo. Siamo obbligati a farlo se vogliamo distinguerci da tutte le interpretazioni correnti del capitalismo odierno. Queste infatti prendono le mosse da un oggetto ignoto – la sete di potere dei soggetti al comando della società, l’imperialismo come politica, la logica di potenza, le decisioni dei dominanti, il principio volontà di cui consta l’agire intenzionale delle classi, e simili: tutte istanze in genere trattate come premesse date per scontate – e presumono di poter poi dedurre da quest’ultimo una determinata e storicamente specifica spiegazione della realtà. Dovremmo, in altre parole, poter inferire da qualcosa che non abbiamo dimostrato né compreso, la conoscenza razionale del mondo. Il che non può essere. Dobbiamo dunque per forza di cose assumere che quel sostrato esista. Che proprietà esso abbia, che origine abbia avuto e quale esso sia è ovviamente un’altra questione.

Se questo è il quadro d’insieme che risulta da uno studio più attento della realtà attuale, scopo del presente saggio è soprattutto quello di documentare l’odierno stato delle cose limitatamente (ma non esclusivamente relativo) alle interpretazioni che circondano l’11 settembre e spesso lo avvolgono in una nebbia profonda, sia con l’intenzione di sottoporre a più fine analisi e scrutinio, innanzitutto, la raffigurazione che ne viene data dalla cultura cosiddetta alternativa al potere costituito (presunta antagonista, libertaria, ecc.), sia allo scopo di delineare perlomeno un nuovo modo di pensare, di leggere e comprendere la realtà osservabile dell’attuale geopolitica planetaria del capitale. Se a conclusione di questo lungo e impegnativo viaggio nella geografia economico-sociale del dominio e delle sottili forme del potere contemporaneo una diversa concezione del mondo, oppure, più semplicemente, una sua più chiara visione, dovesse emergere nella mente del lettore potremmo forse entrambi esclamare insieme un sobrio: “Ben scavato vecchia talpa!”.

Indice

Prefazione

1. La forma mentis della “sinistra” occidentale: la sua cultura subalterna

2. Il caso Noam Chomsky: gli intellettuali “di sinistra” come agenti dei dominanti

3. One way ticket ovvero la denigrazione delle spiegazioni alternative dagli Stati Uniti all’Italia: natura e funzione della "opposizione fittizia" e della "opposizione controllata"

4. Lo stato delle cose oggi: nascita e ascesa di uno Stato di polizia in America

5. Le concezioni marxiste odierne: la sopravvivenza del meno adatto

6. Il pensiero nomade, ovvero sentieri che non portano da nessuna parte

7. Le trame più profonde del potere e i mondi surreali dei marxisti

8. Riveder infine le stelle. I fiori nuovi del pensiero postoccidentale

Quarta di copertina

Basato su un originale lavoro di ricerca e una imponente documentazione in gran parte inedita nel nostro paese, Il porto delle nebbie rappresenta il primo saggio in Italia a comprovare in maniera impeccabile, e con una profusione di fonti, il ruolo di primo piano svolto dagli intellettuali “di sinistra” e dai marxisti nell’attivo insabbiamento delle responsabilità del governo Bush e dell’establishment finanziario, militare e industriale dominante nell’organizzazione dell’11 settembre. Di contro agli odierni ideologi dell’impero, l’analisi alternativa del libro porta alla luce del sole sia le numerose false piste disseminate in lungo e in largo dai media europei e statunitensi per fuorviare la pubblica opinione internazionale in merito ai veri perpetratori dell’attacco, sia la fallacia degli argomenti da tutti addotti per convalidare la loro spiegazione fotocopia, rigorosamente sulla scia della storia ufficiale, degli avvenimenti del 2001. Franco Soldani tratteggia una critica serrata del pensiero liberal-democratico e della cultura subalterna esistente alle spalle dei variegati punti di vista – di stretta osservanza governativa – attualmente in circolazione. Descrive inoltre i pericolosi processi politici involutivi in avanzata fase di sviluppo negli Stati Uniti, proponendoci infine di cominciare a ragionare in maniera differente rispetto alla logica ancor oggi prevalente nelle società occidentali. Facendo leva sul principio di Jago (il famoso personaggio dell’Otello di Shakespeare) e ricorrendo alla scienza di David Bohm, siamo invitati ad osservare con una diversa mente e un più specifico set di concetti la realtà odierna e il mondo in cui viviamo. Il fine è quello di poterli comprendere entrambi conformemente alla loro complessa natura più intima, resa oggi sempre più opaca e irriconoscibile dall’azione congiunta delle sottili, e tutte oltremodo potenti, mediazioni del potere. Per poter entrare finalmente, con consapevole intelletto, in un altro e distinto universo di conoscenza.

Franco Soldani vive e lavora a Monaco di Baviera. Studioso della società e del pensiero occidentale, è tra i fondatori di Faremondo. Tra i suoi ultimi libri: "La strada non presa. Il marxismo e la conoscenza della realtà sociale", Pendragon, Bologna, 2002; "Le relazioni virtuose. L´epistemologia scientifica contemporanea e la logica del capitale", 2 voll., UNI Service, Trento, 2007. Insieme a Roberto Di Marco ed Emanuele Montagna ha pubblicato un manifesto intellettuale per il XXI secolo: "Scrivere il domani. Logica del capitale, intelletto scientifico e riproduzione di società", Pendragon, Bologna, 2003.

Link al sito di Faremondo e Faremondo Edizioni

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Marco Revelli

di materialiresistenti (23/02/2008 - 00:41)

Marco Revelli, L'inferno dei nuovi Ulisse. Prima che «'l mar fu sovra noi richiuso»
 
La ricerca disperata dell'«Altra Italia»
«Tra burocrazia, superficialità e stereotipi l'arcobaleno è ancora drammaticamente arretrato. Ma questa sinistra è l'unico modo per tenere aperto un piccolo varco» «Il Pd è il trionfo della non politica. E' tragico che abbia reciso gli ultimi legami con un'identità di sinistra. Candidare un operaio e Colaninno jr. è un atto di cinismo spaventoso»
 
di Matteo Bartocci
 

Il «cratere» scavato dai due anni di governo. La «liquidazione della sinistra» decisa dal Pd. La natura «non negoziabile» delle politiche di mercato. Lo «spavento e la disperazione» di milioni di donne e di uomini. Marco Revelli non risparmia toni apocalittici sullo stato delle cose e le prospettive della sinistra. Nell'«inverno del nostro scontento», il colloquio con il sociologo torinese non può non partire però da un bilancio del governo Prodi.
«Gli ultimi due anni hanno scavato un cratere con cui dobbiamo per forza fare i conti - avverte Revelli - soprattutto Rifondazione è stato colpita al cuore. Non per un fallimento amministrativo o per incapacità delle persone, dei ministri o dei singoli parlamentari. Il problema è che è stata completamente sconfitta una linea politica: quella secondo cui era possibile spostare gli equilibri politici e sociali da una posizione di governo. E' la vera differenza con il '900 maturo del «compromesso socialdemocratico»: questa società non si lascia attraversare da un governo non omologato. Le politiche hanno una «anelasticità» inedita e non sono, per così dire, «negoziabili». Questo è stato il quadro del governo Prodi. E dopo il voto temo che sarà anche peggio. Siamo entrati in un'epoca strutturalmente «impolitica». Intendendo con questo termine il venir meno dell'essenza della politica moderna: la capacità di deliberare l'ordine sociale sulla base di un progetto o di un'idea di «società giusta». La capacità di trascendere l'ordine dell'esistente per «edificarne» un altro liberamente e collettivamente scelto.

Proprio la caduta del governo ha costretto la sinistra ad accelerare il processo unitario. Ma questa accumulazione di forze può bastare a cambiare il quadro?
E' una sinistra dai riflessi spaventosamente lenti, che stenta a cogliere la dimensione di quello che sta succedendo. La svolta impressa dal Pd sconvolge tutta la mappa delle identità politiche italiane. E' una liquidazione chiarissima, esplicita e credo irreversibile, perfino del concetto di centrosinistra. Di una possibile (e naturale, vista la natura del centrodestra italiano) alleanza tra la sinistra cosiddetta moderata e la sinistra cosiddetta radicale. Possiamo dire anche di più: il Pd è il taglio voluto, deliberato e proclamato con le ultime radici di un'identità «di sinistra». Penso ai suoi simboli, alla negligenza su resistenza e antifascismo nella carta dei valori, ai suoi temi identificanti. Penso alla scandalosa campagna d'autunno contro la «città fragile» - lavavetri, vagabondi, mendicanti, nomadi - scatenata dai sindaci «democratici» come primo atto di quel processo «costituente». E' tragico che la parte maggioritaria dell'ex-sinistra abbia fatto questa scelta.

Ma perché consideri la fine del centrosinistra un male? La sinistra non è finalmente più libera di essere se stessa?
Certo, ma ciò che mi rende in qualche misura «disperato» è che un'alternativa credibile e all'altezza del «terremoto centrista» ancora non si vede. Ovunque vada, e giro parecchio, trovo gente frastornata e spaventata dalle scelte del Pd che però non sembra prendere in grande considerazione il voto a sinistra. Se l'alternativa di sinistra vuole essere davvero «nuova» dovrebbe misurarsi con una società trasformata nel profondo, essere capace di superare vecchi dogmi (come quello sviluppista) o il modello di partito burocratico novecentesco, o almeno di metterli apertamente in discussione. Invece mi sembra di assistere a una sorta di congelamento delle idee di fronte alle minacce, e al prodromo, della liquidazione della sinistra tout court. C'è una forte difficoltà a guardare oltre la scadenza elettorale: al quadro e al vuoto che si apriranno se non si innova radicalmente. Soprattutto c'è, e pesa, una totale sottovalutazione dei guasti profondi di questo anno e mezzo di governo.

Si profila se non un «governissimo» tra Pd e Pdl quanto meno una condivisione esplicita dell'agenda e delle forme della rappresentanza. In qualche caso perfino dei programmi politici.
Il Pd, in questo senso, è un emblema paradossale di questa «fine della politica» o della sua «inoperosità». Proprio il Pd, che si presenta come iper-politico, come il trionfo della tecnicalità politica, è in realtà essenzialmente im-politico. La sua linea è accettare il reale così com'è, cioè la negazione stessa della politica. Per Veltroni il paese reale è irriformabile (per questo sceglie di «riformare» se stesso, per adattamento). E quando dice che «non ci sono due Italie ma una sola» condanna a morte la politica, perché fa coincidere il paese reale con la sua autobiografia negativa. Perché sanziona la riconciliazione di tutta l'Italia, compresa la minoranza che vi si era opposta, con la propria parte peggiore, con i propri vizi più radicati, mentre la politica dovrebbe servire proprio al riscatto. L'idea di un'altra Italia non è più data, oppure è presentata come un'ostacolo alla «bella unità degli opposti», come un'idea residualeo di pura testimonianza.

In questo quadro la sinistra parlamentare rischia veramente di scomparire?
Che dire? Ha consumato gli ultimi 4 mesi a discutere di riforma elettorale. E quando propone la propria immagine di società la dipinge in modo stereotipato o aproblematico. Va benissimo dire che si deve partire dal lavoro e dal rapporto capitale-lavoro. Ma quale lavoro? Quali «figure» del lavoro nella frantumazione del modello fordista e della grande fabbrica? E' un momento in cui il lavoro stenta persino a fare racconto di sé. Devono bruciare vivi i lavoratori, i loro corpi, perché ci si accorga che c'è ancora chi lavora con il ferro e con il fuoco. Che non ci sono solo «Imprenditori» e «imprenditori di se stessi».

Perché secondo te il lavoro stenta ad assumere una sua soggettività? Perché l'unico soggetto su piazza è il capitale?
Sono domande impegnative ma se la sinistra non risponde è fuori gioco. Gli altri, purtroppo, una risposta l'hanno data: per loro l'unico soggetto in campo è l'impresa (e questo mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, il grado di impoliticità della situazione, perché l'impresa è soggetto «privato» per definizione). Il Pd di Veltroni presenta il programma della Confindustria punto per punto. Candida come capolista il figlio di un imprenditore secondo il vecchio principio dinastico. E non è nemmeno il figlio di un «capitano d'industria», di un self made man con vocazione da produttore ma il figlio di un imprenditore - finanziere, uno scalatore d'imprese altrui. Poi, certo, candida anche un operaio, uno che ha dovuto rischiare la pelle per conquistarsi una visibilità simbolica e come ornamento simbolico è stato scelto: il testimone di un residuo e di una difficoltà. A me pare un'operazione spaventosamente cinica, ma i nostri che dicono? Sono silenti.

Come ti spieghi questa afasia?
La sinistra è afona per due motivi. Per la voragine dell'esperienza di governo non ripensata (e un lutto non rielaborato è velenoso come ogni «rimosso»). E per un ritardo culturale pesante nell'analisi della società. Anche se comprendo che è difficile affrontare questi temi in una campagna elettorale in cui lotti per la sopravvivenza.

Ti aspettavi un'offensiva clericale come quella sull'aborto, che ormai non salva più nemmeno le apparenze?
E' un altro aspetto di debolezza di una sinistra troppo timida anche sul terreno dei valori. Oggi se vuoi conquistare il campo devi avere una visione etica e valoriale molto forte. Non ti puoi muovere solo a difesa delle conquiste dei decenni scorsi, devi presentare una visione coerente capace di suscitare passioni ed entusiasmo per le generazioni che vivono nel mondo trasformato di oggi. Devi toccare i nervi della vita vissuta. Invece persino nei suoi comportamenti quotidiani, questa sinistra politica, nei suoi protagonisti pubblici, è desolante. Nelle relazioni al suo interno, per dire, è incapace di offrire l'esempio di uno stile diverso, non riesce a superare le meschinità di una pratica micro-competitiva. Di un ben visibile «marcarsi a vicenda». Anche il modo in cui si è arrivati, obtorto collo, a questa Sinistra arcobaleno è un po' desolante, senza entusiasmo e senza segnali nuovi. Il movimento operaio delle origini lanciava una profonda speranza di palingenesi, di cambiamento morale, che oggi è spaventosamente assente. Gli altri ripropongono le peggiori visioni tradizionaliste però intanto si accampano e condizionano il terreno dei valori. Non puoi affrontare la loro sfida con una logica burocratica.

Ma non ti pare che questa competizione sui valori sia fuori dal tempo? Se guardiamo gli Usa a me pare che la campagna presidenziale 2008 si muova su tutt'altro: assistenza sanitaria, crisi economica, fallimenti in politica estera...
Qui in Italia siamo arretrati, è vero. L'operazione delle destre è tecnicamente reazionaria, da Restaurazione stile 1815. Non ci si accorge nemmeno più che proprio le figure che hanno incarnato quelle idee politiche non reggono il terreno da loro stessi prescelto. Lasciamo stare Bush ma anche Sarkozy si sta rivelando un guitto di periferia, un bambolotto di pezza. La nostra è una destra che mescola impunemente i «padre pii» con le veline. Che fa uno spettacolo grottesco di uomini che celebrano il family day con 2 o 3 famiglie a carico. Come si fa a non vedere la mistificazione di chi celebra la famiglia di giorno e la sera si vanta di andare al night? La grande stampa nazionale su questo è compiacente o reticente. Non siamo più nemmeno capaci di giudicare gli uomini per quello che sono. Per demistificare aspetti così ridicoli ormai servirebbe un neopuritanesimo molto forte, da levellers della rivoluzione inglese del 1648, il radicalismo etico di Puritanesimo e Libertà, contro la controriforma postmoderna di una combriccola di reazionari che usano l'innovazione più radicale per restaurare la peggiore Tradizione. Come antidoto una volta c'erano i Salvemini, i Gobetti, gli Ernesto Rossi... esponenti, appunto, di un'«Altra Italia», ma io oggi tutto questo rigore non lo vedo. Vedo tanti seguaci di Padre Pio e dell'Opus dei a destra, al centro, e anche più in qua...

Dipingi un quadro veramente devastante. Ma c'è una possibilità di essere ancora interessati a questa sinistra?
Un interesse c'è sempre. Per me la priorità, oggi, è tenere aperta la possibilità di una lotta politica. Bisogna tenere un varco. Per questo spero che da queste elezioni non esca distrutta o tanto marginale da risultare invisibile. Ma questa speranza non ha nulla a che fare con ciò che questa sinistra è oggi. Riguarda quello in cui potrebbe trasformarsi. Senza la possibilità di un'alternativa, la notte della politica calerà del tutto e il mare si chiuderà sopra di noi, come nel ventiseiesimo canto dell'Inferno.
 
 

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Ignacio Matte Blanco

di materialiresistenti (22/02/2008 - 00:18)

Dedicato al grande psicoanalista cileno, è uscito per Franco Angeli un volume di saggi a cura di Alessandra Ginzburg e Riccardo Lombardi, sotto il titolo «L'emozione come esperienza infinita»
Tra sentire e pensare, l'universo semantico di Matte Blanco
 
di Sarantis Thanopulos
 

Conosciuto e internazionalmente stimato anche oltre la soglia dell'ambiente psicoanalitico, Ignacio Matte Blanco ha ampliato, e per certi aspetti rivoluzionato, la teoria dell'inconscio così come è stata concepita e elaborata da Freud, e lo ha fatto costruendo una teoria di grande originalità, ma così complessa da dissuadere coloro che non sono disposti a dedicarsi alla formulazione di concetti non facilmente maneggevoli o basati sulla immediatezza del contatto emotivo. Tanto più provvidenziale, dunque, è l'uscita di un libro dedicato ai contributi del grande analista cileno alla psicoanalisi, curato da Alessandra Ginzburg e Riccardo Lombardi con il titolo L'emozione come esperienza infinita (Franco Angeli, pp. 311, euro 26,50), una raccolta di saggi in cui si rende evidente come la complessità dell'impianto teorico di Matte Blanco non necessariamente conduca a intellettualizzazioni inaridenti della pratica clinica, che anzi ne risulta sostenuta e alimentata anche nella sua fluidità.

La questione dell'inconscio viene affrontata da Matte Blanco attraverso la definizione di due logiche del funzionamento mentale, due diverse organizzazioni della attività di rappresentazione di sé e del mondo: la logica simmetrica e la logica asimmetrica. La prima, che ignora il principio aristotelico della non contraddizione e si dispiega in uno spazio (virtuale) multidimensionale, elabora i dati della rappresentazione secondo processi di generalizzazione e di infinitizzazione che tendono ad abolire la differenza tra le cose rappresentate, nonché la distinzione tra la rappresentazione e l'emozione che la genera. La seconda, che si fonda sul principio della non contraddizione, si struttura all'interno della percezione tridimensionale della realtà e articola tra loro oggetti di rappresentazione pienamente differenziati e finiti, ossia misurabili.
Estendendo e trasformando il concetto di propaggini inconsce di Freud (i luoghi in cui il desiderio inconscio penetra il pensiero conscio deformandolo) Matte Blanco mette in evidenza la compenetrazione costante tra logica simmetrica e logica asimmetrica e di conseguenza il funzionamento bi-logico della mente umana. Se un eccessivo gradiente di simmetria rende la rappresentazione inaccessibile alla coscienza, dall'altra parte una presenza sufficiente di simmetria - una buona dose di «logica» emotiva - è indispensabile per un buon funzionamento razionale del pensiero cosciente: un funzionamento mentale puramente logico è, infatti, l'obiettivo impossibile perseguito dagli psicotici. L'altro importante pilastro della teoria di Matte Blanco sta nella sua concezione dell'emozione come composto di sensazione-sentimento (che radica l'emozione nell'incontro tra psiche e corpo) e pensiero. Da una matrice di base nella quale la sensazione-sentimento prevale sul pensiero (e dove la simmetrizzazione raggiunge il massimo della sua presenza all'interno del pensiero cosciente), si sviluppa un'attività di rappresentazione altamente asimmetrica, sufficientemente emancipata dall'emozione - e quindi capace anche di pensarla - ma sempre ad essa ancorata. Vista in questa prospettiva, l'emozione assume la funzione di luogo di transito fra le due logiche di rappresentazione (e anche tra inconscio e coscienza) diventando il collante del pensiero bi-logico.

Contando sui contributi di alcuni tra i massimi esperti al mondo del pensiero di Matte Blanco, L'emozione come esperienza infinita affronta questi temi con rigore e insieme con uno spirito innovativo, esprimendoli quasi sempre tramite una chiarezza encomiabile. Il primo dei saggi di Riccardo Lombardi apre il libro utilizzando interessanti materiali clinici per mostrare come le idee di Matte Blanco siano particolarmente funzionali a uno spostamento della prospettiva psicoanalitica dall'ambito ristretto dei conflitti circoscritti all'ambito più ampio di una particolare ontologia dell'essere, in cui viene messo in primo piano il destino della soggettività nel suo insieme. Vista da questa angolazione, l'analisi avrebbe come obiettivo la costruzione di un percorso personale, tra pensare e sentire, che porterebbe l'analizzando a sentirsi vivo e ad abitare il proprio corpo e le proprie emozioni in modo autentico. Proprio la questione del rapporto tra pensare e sentire, proposti come poli di una oscillazione costante e (antinomicamente) costitutiva dell'esperienza di essere, occupa anche il secondo dei contributi che Riccardo Lombardi ha scritto per il volume. Pure qui, l'uso del materiale clinico gli consente di dare forma a una feconda lettura del pensiero di Matte Blanco, applicato all'analisi di pazienti caratterizzati da un accesso particolarmente precario alla vita soggettiva. Sono persone, queste, fortemente attratte dalla dimensione del «non essere», e quindi dalla morte - fisica, mentale o simbolica - immaginata come dimensione infinita estranea a ogni limite. Nel loro caso hanno un particolare significato clinico sia l'esplorazione delle dimensioni mentali che rimandano al non essere, che la possibilità di restituire pensabilità alla discrepanza tra esistenza definita nello spazio e nel tempo e esistenza senza limiti. Pensare la vita nel momento in cui viene vissuta - conclude Lombardi - dovrebbe essere la prospettiva di ogni seduta analitica.

In un altro tra i saggi più importanti del volume, Alessandra Ginzburg espone con la sua consueta eleganza i principi di generalizzazione, secondo il quale l'inconscio tratta ogni cosa individuale come membro di una classe e ogni classe come sottoclasse di una classe più generale, e il principio di simmetria, secondo cui l'inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come se fosse identica alla relazione stessa: due principi che sono la struttura portante della teorizzazione dell'inconscio fatta da Matte Blanco. Di particolare interesse, poi, la lettura del lavoro analitico basato sugli isomorfismi, ossia l'associazione tra testi narrativi apparentemente molto eterogenei tra loro ma equivalenti sul piano dell'emozione rappresentata, che consente l'accesso a vissuti avvertiti come troppo scottanti per potere essere espressi immediatamente.
Grande esegeta di Matte Blanco, Pietro Bria ha scritto per il libro un contributo che riesce in modo al tempo stesso rigoroso e suggestivo a descrivere il pensiero dello psicoanalista cileno in termini di quell'incontro tra inconscio e infinito che consente un nuovo fondamento empirico all'esperienza interna degli affetti. Alla pregevolezza del volume contribuiscono, inoltre, una serie di interventi scritti da analisti di fama internazionale, e tra questi Salomon Resnik, che usa il concetto di multidimensionalità applicandolo alla comprensione del linguaggio e della logica dell'inconscio nell'analisi dei pazienti psicotici; J.S. Grotstein, che legge Matte Blanco alla luce di alcuni concetti di Bion e Fiorangela Oneroso, che esplora il rapporto tra emozione e tempo; ma di grande interesse risulta anche l'intervento di Francesco Orlando, il critico e francesista cui si devono alcune tra le più belle letture freudiane di testi letterari.
 
 

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