Sindrome cinese
China Adopted Our Capitalist Model -- Will We Adopt Their Despotism?
Does the "free market" system doom all of us to authoritarianism?
The explosion of capitalism in China has many Westerners asking when political democracy -- as the "natural" accompaniment of capitalism -- will emerge. But a closer look quickly dispels any such hope.
Modern-day China is not an oriental-despotic distortion of capitalism, but rather the repetition of capitalism's development in Europe itself. In the early modern era, most European states were far from democratic. And if they were democratic (as was the case of the Netherlands during the 17th century), it was only a democracy of the propertied liberal elite, not of the workers. Conditions for capitalism were created and sustained by a brutal state dictatorship, very much like today's China. The state legalized violent expropriations of the common people, which turned them proletarian. The state then disciplined them, teaching them to conform to their new ancilliary role.
The Ideology of Free Culture and the Grammar of Sabotage

Abstract
Bringing post-Operaismo into network culture, this text
tries to introduce the notion of surplus in a contemporary media
debate dominated by a simple symmetry between immaterial and material
domain, between digital economy and bioeconomy. Therefore a new
asymmetry is first shaped through Serres' conceptual figure of the
parasite and Bataille's concepts of excess and biochemical energy.
Second, the crisis of the copyright system and the contradictions of
the so-called Free Culture movement are taken as a starting point to
design the notion of autonomous commons against the creative commons.
Third, a new political arena is outlined around Rullani's cognitive
capitalism and the new theory of rent developed by Negri and
Vercellone. Finally, the sabotage is shown as the specular gesture of
the multitudes to defend the commons against the parasitic dimension
of rent.
* The living energy of machines.
* Michel Serres and the cybernetic parasite
* Digitalism: the impasse of media culture
* The ideology of Free Culture
* Against the Creative Anti-Commons
* Towards an Autonomous Commons
* Rent is the other side of the Commons
* The four dimensions of cognitive capitalism
* A taxonomy of the immaterial parasites
* The bicephalous multitude
* The grammar of sabotage
http://www.rekombinant.org/docs/Ideology-of-Free-Culture.pdf
"Bamboo blues"
Da più di vent'anni Pina Bausch, una dei pochi artisti che davvero hanno reinventato nella seconda metà del novecento la scena mondiale, va disegnando del mondo un proprio personale «atlante». Ogni suo spettacolo è dedicato a una città, o a un paese, di cui lei traduce nel linguaggio del teatro e della danza le suggestioni ricevute durante gli scrupolosi sopralluoghi e gli impertinenti e personalissimi affondi. Dall'ormai storico Viktor dedicato a metà degli anni ottanta a Roma (unica città ad aver meritato due di queste «dediche», perché a cavallo del secolo c'è stato poi Oh Dido) fino all'ultimo e appena presentato Bamboo blues (dopo un'anteprima assai riservata a Wuppertal la primavera scorsa) incentrato sull'India e mostrato in queste settimane, dopo New Delhi, anche a Mumbai e Calcutta. Una produzione cui la repubblica tedesca ha partecipato direttamente attraverso il Goethe Institut.
Aver avuto la fortuna di assistervi nella capitale indiana (per quanto il Siri Fort Auditorium non possedesse le «sicurezze» tecniche dei teatri d'opera occidentali) dona un valore aggiunto alla performance dell'artista e dei suoi danzatori: non solo il pubblico era strabocchevole e festoso (anche se per certi versi «sorpreso» dell'avvenimento), ma certo la cultura indiana ha una tradizione spettacolare così specifica, antica e formalizzata, e tutta basata sul corpo, da rendere Bamboo Blues una sorta di questionario pulsante, di sfida continua, di esperienza tanto aperta quanto necessaria di puntelli e di garanzie. Proprio sul piano fisico, che assomma qui su di sé concettualità e riferimenti, visioni e pensieri.
Del resto, se l'India è una sorta di grande e complesso laboratorio continentale, che ora si misura (con una grazia che non riesce a dissimulare la minaccia) con l'intera economia planetaria, anche l'artista tedesca sembra assecondare quel metodo laboratoriale. Le sue immagini, i suoi movimenti, le sue scintille ottenute dall'attrito tra parola e gesto, hanno un andamento piano e interrogativo, da far partecipare e condividere a un pubblico che pure già la conosce fin dal 1979, ma che nessuno poteva sapere, prima, cosa davvero si aspettasse da lei.
C'è del resto una sorta di pudore da parte di Bausch, davanti alla grandiosità complessa di questo paese. Poche le immagini proiettate (a parte una, particolarmente significativa e struggente, e applaudita, raffigurante i volti di due protagonisti di Bollywood). In compenso, se si è limitato nelle proiezioni, lo scenografo Peter Pabst ha costruito una struttura imponente, quasi un castello di velari bianchi, sui tre lati del palcoscenico, sorretto da ardite impalcature proprio di bambù (deve essersi stupita anche Pina, come tutti gli stranieri, scoprendo che i cantieri di costruzioni indiane hanno impalcature vegetali, senza che compaiano tubi Innocenti). Mossi dal vento di una parete di ventilatori, quei veli danno subito la consistenza e la penetrazione dell'aria a questa ricognizione (così come Agua segnava invece lo sguardo sul Brasile di qualche anno fa). In quel paesaggio in continuo movimento, quasi una animistica mozione degli spiriti, si snoda la struttura classica degli spettacoli Bausch. Ma qui emerge un acume certo non casuale nello scoprire dietro visioni maestose e «pacifiche» come può esserlo un gruppo di donne belle ed eleganti distese in posa sul pavimento, una sorda conflittualità tra maschile e femminile. L'armonia innata di una cultura (e di un paese pluralista e «tranquillo» come l'India) non sembra scomporsi, ma scopre ogni tanto lacerazioni e spinte di un dissidio non dissimulabile.
L'ensemble, a parte poche presenze consolidate, punta sui giovani (e alcune sono già straordinarie, come la francese Clementine Deluy, ma sarebbe più giusto citarli tutti). Marion Cito orna le ragazze dei tradizionali, eleganti abiti monocromi (con rari passaggi al sahri); i ragazzi invece lasciano spesso la camicia bianca per il telo chiaro orlato di blu che in Kerala sostituisce i pantaloni, il lunky, che nella nostra mitologia facilona magari leghiamo al Mahatma, se non al velo monacale di Madre Teresa.
In quei binomi di coppia che si cerca e continuamente si disfa, anche l'India si contamina dell'eros impossibile di Bausch. Con il pudore di cui si diceva: ma mentre nei film di Bollywood la danza prende espressamente il posto del sesso, con le sue coreografie dai tempi infiniti, qui è la danza stessa a essere costituzionalmente inappagabile, con i suoi scarti, posture, evocazioni e emozioni e fremiti. Una chiave non banale, e di grande intensità, mentre non mancano citazioni di paesaggi indiani di oggi e di sempre, come una danza di scimmie, o un uomo che porta legni con la sicurezza di un elefante. O ancora il ragazzo del call center di Bangalore che prenota e disloca pizze di pronta consegna fino a Brooklyn.
E tra tanti danzatori, una presenza particolarmente vibrante e significativa è quella di Shantala Shivalingappa, la prodigiosa danzatrice di Chennai nota in Europa per aver già lavorato a Wuppertal ma anche a Parigi con Peter Brook (era Ofelia nel suo Amleto). È lei a srotolare un candido nastro argentato nelle mani degli spettatori della prima fila: «Lo sentite? Lo riconoscete dal profumo? Ma sì è proprio cardamomo». Un sapore inconfondibile di quel paese, una spezia capace di suggestionare l'olfatto e la memoria, più di tanti aspetti più crudamente materiali del continente India. Bamboo blues ha lo stesso penetrante magico profumo del cardamomo.
Un universo di formazione teatrale che in India ha la doppia radice della tradizione culturale propria e di quella inglese che, anche dopo la fine della dominazione, non rinuncia a Shakespeare e alla teatralità «occidentale». Ed è un universo a larga dominanza femminile. Ci sono molti uomini tra gli artisti, ovviamente, ma la stessa Accademia è in mano a due agguerrite signore (e con i saluti inaugurali della presidente della repubblica, della presidente del governo del distretto della capitale, e della intelligente ministra nazionale della cultura, si può pensare per un momento di trovarsi in Finlandia, o almeno non in Italia). La scuola d'arte drammatica si estende per interi isolati nel centro di New Delhi, e per l'occasione la sua atmosfera solitamente quieta si trasforma in una cittadella rutilante dove accorrono anche scrittori, intellettuali e personalità esterne alla cerchia teatrale.
L'inaugurazione del Festival, dopo la parte ufficiale introdotta da ipnotiche percussioni del Kerala, è toccata a una favola visionaria proveniente dallo stesso Malabar: un equilibrio di tradizione e interpretazione del presente, di danza rituale e scherzi impertinenti. Un piacere e una cattura per l'occhio dello spettatore.
Ma già con lo spettacolo successivo il tema del retaggio culturale a confronto con la quotidianità acquista spessore e valenze più profondi. Un regista noto e apprezzato anche in Italia, Roysten Abel, dirige uno degli attori più famosi della scena indiana (e anche dello schermo), Rajit Kapur. Sollevato su una sorta di ferita nel fianco di una nave (o su un altare multireligioso se si vuole) il protagonista scorre in Flowers i petali della propria vita e del proprio «peccato». Uomo di fede e di religione, da anni tradisce la propria moglie con una concubina, che raggiunge scappando dalla propria chiesa. Il suo dramma, e l'ammissione della sua colpa, è anche la sua grandezza. Un attore molto bravo e di grande presenza, che dà pieghe inquietanti e coinvolgenti a un'ora di intima confessione, dove l'intero pantheon indiano viene verificato alla luce dell'esistenza. L'autore del testo, Girish Kamad, è considerato uno dei massimi drammaturghi indiani viventi.
violenza *astratta*

Il limite della psicoanalisi
Alle conseguenze psicologiche dell'insorgere di nuove forme di violenza «astratta» è dedicato un saggio di Catherine Malabou titolato Les nouveaux blessés (I nuovo feriti). Il suo punto di partenza è il limite fatale della psicoanalisi: per Freud e Lacan, l'effetto traumatico di shock esterni, intrusioni o incontri inaspettati e brutali è dovuto al modo in cui essi toccano una «realtà psichica» traumatica pre-esistente. (...) Anche nel caso delle irruzioni più violente del reale esterno - ad esempio, in guerra, l'effetto scioccante dei bombardamenti sulle vittime - l'effetto traumatico è dovuto alla risonanza che queste irruzioni del reale trovano nel masochismo perverso, nella pulsione di morte, nel senso di colpa inconscio.
Oggi, comunque, nella nostra realtà sociopolitica si contano in abbondanza molteplici versioni di intrusioni traumatiche: brutali quanto prive di significato, esse distruggono il tessuto simbolico dell'identità del soggetto. In primo luogo, c'è la violenza fisica esterna: gli attacchi terroristici come quello dell'11 settembre, i bombardamenti americani «shock and awe» («colpisci e terrorizza») in Iraq, la violenza nelle strade, gli stupri, ma anche le catastrofi naturali come i terremoti e gli tsunami. C'è poi la distruzione «irrazionale» (priva di significato) della base materiale della nostra realtà interna - tumori cerebrali, morbo di Alzheimer, lesioni cerebrali organiche - affezioni che possono modificare, e persino distruggere, la personalità della vittima. Infine, ci sono gli effetti distruttivi della violenza socio-simbolica (esclusione sociale, abusi familiari).
La critica fondamentale mossa da Catherine Malabou a Freud è che, di fronte a cose come queste, egli cede alla tentazione del significato: non è disposto ad accettare la capacità diretta degli shock esterni di distruggere la psiche della vittima (o, quantomeno, di ferirla in modo irrecuperabile) senza individuare una risonanza in un trauma psichico pre-esistente. Evidentemente sarebbe osceno collegare, ad esempio, la devastazione psichica del «musulmano» (il «morto vivente» del lager nazista) al suo masochismo, alla pulsione di morte, o a un senso di colpa: un «musulmano» (o la vittima di uno stupro multiplo, o di brutali torture) non è devastato da ansie inconsce, ma direttamente da uno shock esterno, «senza significato», che non può in alcun modo essere integrato dal punto di vista ermeneutico.
Per il cervello ferito, «non c'è possibilità di essere presente alla propria frammentazione o alla propria ferita. Contrariamente a quanto succede per la castrazione, non c'è rappresentazione, non c'è fenomeno, non c'è esempio di separazione che possa consentire ai soggetti di anticipare, di attendere, di fantasticare su cosa possa essere una lesione delle connessioni cerebrali. Non è possibile nemmeno sognarlo. Non c'è una scena per questa Cosa che non è una Cosa. Il cervello non anticipa in alcun modo la eventualità di propri danni. Quando questi si verificano, è un altro sé ad essere colpito, un «nuovo» sé che si fonda su un errato riconoscimento».
Per Freud, se la violenza esterna diventa troppo forte, semplicemente, usciamo dal dominio vero e proprio della psiche. La scelta è: «o lo shock viene reintegrato in una cornice libidinale pre-esistente, oppure distrugge la psiche senza che ne resti niente». Quello che Freud non riusciva a prevedere era che la vittima, per così dire, sopravvivesse alla propria morte: tutte le diverse forme di incontri traumatici, indipendentemente dalla loro natura specifica (sociale, naturale, biologica, simbolica), conducono allo stesso risultato - l'emergere di un nuovo soggetto che sopravvive alla cancellazione della sua identità simbolica. Non c'è continuità tra questo nuovo soggetto «post-traumatico» e la sua soggettività precedente. Le caratteristiche del soggetto che ha subìto un trauma sono ben note per essere state descritte innumerevoli volte: mancanza di partecipazione emotiva, profonda indifferenza e distacco - è un soggetto che non è più «nel mondo» nel senso heideggeriano di una esistenza incarnata partecipata.
Oltre l'interpretazione
Questo soggetto vive la morte come una forma di vita. La sua vita è incarnata nella pulsione di morte, una vita priva di coinvolgimenti erotici, e questo vale anche per i criminali: non meno che per le vittime. Se il XX secolo è stato il secolo di Freud, il secolo della libido, forse che il XXI secolo sarà il secolo di questi soggetti resi distaccati a seguito di un trauma? Questi individui la cui prima figura emblematica - quella del «musulmano» nei campi di concentramento - si sta ora moltiplicando sotto forma di profughi, vittime del terrorismo, sopravvissuti alle catastrofi naturali o alle violenze familiari? Tutte queste figure sono riguardate dal fatto che le cause della catastrofe restano prive di significato dal punto di vista libidico, resistendo dunque a qualsivoglia interpretazione: «le vittime di traumi socio-politici presentano oggi lo stesso profilo delle vittime delle catastrofi naturali (tsunami, terremoti, inondazioni) o di incidenti gravi (incidenti domestici gravi, esplosioni, incendi). Siamo entrati in una nuova era di violenza politica in cui la politica trae le sue risorse dalla rinuncia al senso politico della violenza» - scrive Malabou. E, ancora: «Questa cancellazione di senso non è discernibile solo nei paesi in guerra, è presente dappertutto, come il volto nuovo del sociale che testimonia di una patologia psichica inaudita, identica in tutti i casi e in tutti i contesti, globalizzata».
Il capitalismo globale genera così una nuova forma di malessere, esso stesso globale, indifferente alle più elementari distinzioni come quella tra natura e cultura.
I conflitti sociali sono privati della dialettica che è propria alla lotta politica vera e propria, e diventano anonimi quanto le catastrofi naturali: abbiamo così a che fare con un mix eterogeneo di natura e politica, dove «la politica cancella se stessa in quanto tale e assume le sembianze della natura, e la natura sparisce per indossare la maschera della politica. Questo mix eterogeneo globale di natura e politica è caratterizzato dall'uniformarsi globale delle reazioni psicologiche».
Scienziati troppo umanisti
Catherine Malabou esprime il meglio del suo pensiero con una fine osservazione critica su quei neuroscienziati - da Alexander Luria a Oliver Sacks - i quali insistono sulla necessità di aggiungere alla descrizione naturalistica delle lesioni cerebrali la descrizione soggettiva di come questa ferita biologica non solo incide sulle particolari caratteristiche del soggetto (perdita di memoria, incapacità di riconoscere i volti), ma ne modifica l'intera struttura psichica, il modo fondamentale in cui percepisce se stesso e il suo mondo. (Il primo, grande classico, a questo proposito, è l'insuperata opera di Luria La mente di un mnemonista, in cui descrive l'universo interno di un uomo condannato alla memoria assoluta perché incapace di dimenticare). Tutti questi neuroscienziati restano troppo «umanisti»: concentrano la loro attenzione sugli sforzi della vittima per fare fronte alla propria lesione, per costruire una forma-vita supplementare che consenta in qualche modo di reintegrarsi negli scambi sociali.
Nell'Uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Sacks stabilisce che la cura sta nella sensibilità musicale dell'uomo, non intaccata: anche se non sa riconoscere il viso di sua moglie o dei suoi compagni e amici, egli riesce a identificarli attraverso i loro suoni.
Quel che in ogni caso viene evitato è il pieno confronto con il vero nocciolo traumatico della questione: che non è il disperato sforzo del soggetto di compensare la sua perdita, ma è il soggetto stesso in quanto forma positiva assunta da questa perdita (il soggetto impassibile e distaccato). Questi autori la fanno facile passando direttamente dalla considerazione di questo danno cerebrale agli sforzi del soggetto per fare fronte alla perdita, eludendo quello che è il vero punto critico: la forma soggettiva di questa stessa devastazione.
L'inconscio cerebrale
Il soggetto diventato autistico a seguito di un trauma è la «prova vivente» del fatto che il soggetto non coincide pienamente con le «storie che racconta a se stesso su di sé», con la tessitura simbolica narrativa della sua vita: quando leviamo tutto ciò, resta qualcosa (o, piuttosto, nulla, se non la forma del nulla), e questo qualcosa è il puro soggetto della pulsione di morte. Se vogliamo avere un'idea della forma della soggettività elementare, al livello zero, dobbiamo guardare ai pazienti affetti da forme gravi di autismo.
Ci sono, naturalmente, numerosi problemi nel modo sbrigativo con cui Malabou liquida l'inconscio freudiano per sostituirlo con il nuovo «inconscio cerebrale». Ma prima di passare a un dialogo critico con il suo libro I nuovi feriti dobbiamo riconoscere pienamente l'impatto crudamente traumatico delle sue argomentazioni, oltre che il suo talento più propriamente dialettico nel collegare fenomeni sociali concreti alla più alta astrazione filosofica. Possiamo e dobbiamo criticare I nuovi feriti, ma non possiamo ignorarlo: è una autentica pietra miliare del pensiero contemporaneo.
Traduzione di Marina Impallomeni
www.ilmanifesto.it
Appello Laico
Appello Laico per la Solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere
Al Presidente della Repubblica Italiana Napolitano e al Rettore della Sapienza Guarini
Esprimiamo la nostra piena solidarietà e la nostra gratitudine ai docenti firmatari dell'appello affinché la partecipazione di Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico venisse annullata.
Apprezziamo la sensibilità del Papa per aver declinato l'invito; non altrettanto si puo` dire del Rettore Renato Guarini, che si è mostrato inadatto al ruolo che ricopre, incapace di tutelare la laicità dell'Università e il dialogo universale. Inadempiente alle sue responsabilità di garante, ha posto i firmatari del suddetto appello nella scomoda posizione di dover supplire ai compiti di garanzia che gli sarebbero stati propri e determinato una spiacevolissima situazione.
Siamo inoltre stupiti ed amareggiati per la superficialità con cui esponenti politici e istituzionali di primo piano, tra cui dispiace in particolar modo dover annoverare il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Ministro dell'Università Fabio Mussi, si sono uniti al linciaggio morale cui i firmatari dell'appello sono stati e sono tuttora sottoposti.
Infine, ci dichiariamo esterrefatti dalla devastante superficialità ed incompetenza di gran parte della stampa, che si è lanciata alla ricerca dello scoop nel migliore dei casi, o della strumentalizzazione politica nel piu` frequente. In particolare, è stato completamente stravolto il significato dell'appello, non certo inteso a tacitare una voce e a impedire il dialogo e il confronto, ma a tutelare il profondo significato storico e morale dell'inaugurazione dell'anno accademico, la piu` solenne cerimonia accademica, nella quale l'università celebra la libertà del sapere universale, idealmente libera da qualunque condizionamento e patronato.Sincerely,







Ultimi commenti