ideologia francese
di Serge Quadruppani. Trad. di Maruzza Loria.
[Il presente articolo è apparso su Il manifesto in versione mutila. Ne proponiamo il testo integrale.]
Forse non è indifferente che, con l’avvicinarsi di una settimana di scioperi e di movimenti sociali che dovrebbe decidere sulle possibilità di riuscita della restaurazione sarkoziana, nel momento in cui risorgerebbe lo spettro del grande sciopero dei trasporti del 1995 di cui Pierre Bourdieu s’era fatto portavoce, e che vide una buona parte della popolazione francese riscoprire il piacere dell’assemblea generale e dello slogan “tutti insieme”, i media dominanti da quella parte delle Alpi abbiano intanto sostenuto con una insistenza e una unanimità nord-coreana la campagna di promozione dell’ultimo libro di un “pensatore” del jet-set (1), prima di dare abbondantemente la parola a un autore che ha preso Bourdieu come bersaglio (2).
La moda anti-Bourdieu
Fare fuoco sul sociologo della dominazione è d’altronde diventata una scorciatoia molto frequentata verso la consacrazione mediatica. Appena tre anni fa, la stampa dominante si era già innamorata di un altro libro che denunciava gli attacchi di Bourdieu contro… la stampa dominante (3). In questa occasione, un giornalista di Le Monde, rendendo conto dell’opera, aveva spinto il processo alle intenzioni un po’ lontano: “Sotto l’apparenza di versare carrettate di offese sui giornalisti, accusati di essere i servi dei potenti, potrebbe proprio succedere che qualcosa come l’ordine stesso della libertà venga rimesso in questione da queste critiche”. E di concludere con uno strano accostamento tra le critiche attuali contro i media dominanti (che vengono da Bourdieu, da Serge Halimi di Le Monde diplomatique, o dal filosofo Jacques Bouveresse), e le critiche del XIX secolo e dell’inizio del XX contro la stampa che “sposano un altro fenomeno: l’antisemitismo (4).
In quel caso, l’accusa era rimasta indiretta e al condizionale. Non lo fu in una trasmissione-faro di France Culture dove Jean-Claude Milner, linguista, assicurava che una delle opere più celebri di Bourdieu, Les héritiers (I delfini, Guaraldi), era antisemita – perché, in effetti, quando Bourdieu se la prendeva con “i delfini” (i figli delle classi dirigenti che, per le loro origini, dispongono di un capitale culturale e relazionale che permette loro di accedere molto più agevolmente a delle posizioni di potere), era agli ebrei che pensava! Come diceva, in reazione a queste dichiarazioni, una petizione firmata da grandi nomi dell’università: “ Queste frasi non meriterebbero che le si rilevi tanto sono assurde e ridicole. Ma, a forza di maneggiare l’offesa così come viene, sono gli atti e le parole realmente antisemite o razziste che si banalizzano”(5).
L’avvertimento potrebbe essere utilmente esteso a Bernard Henry-Lévy: a dar retta alla nostra starlette nazionale, è l’estrema sinistra e tutti gli autori o uomini politici che lui vi collega che possono essere tacciati di anti-americanismo e d’antisemitismo. Il ridicolo e l’assurdità delle sue accuse non hanno impedito l’automatico concerto di elogi. Inoltre, il suddetto concerto questa volta ha ricevuto il rinforzo dei tenori di quella corrente del Partito socialista decisa a imboccare una via blairista-veltroniana, che vi hanno visto un’occasione per attaccarsi a tutto ciò che, da vicino o da lontano, somiglia a una critica del capitalismo come tale. Che si tratti del bombardamento a tappeto di un BHL su tutto ciò che gli sembra di estrema sinistra o dei tiri concentrati contro Bourdieu presentato come icona del radicalismo (6), si scorge, nei partigiani di un neo-liberalismo pure in posizione egemonica, una punta di disagio. Gli ideologi dominanti sono infastiditi da questo incredibile “ritardo” francese: la persistenza, malgrado il trionfo sarkoziano (sarkozista), di mentalità e di idee, di autori e di militanti anticapitalisti.
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002450.html#002450
Washoe

Una questione annosa
Il progetto rappresenta una pietra miliare non solo per lo studio della comunicazione animale, ma anche per la comprensione del linguaggio propriamente detto. Alla sua base sta una annosa questione: il linguaggio umano deve essere considerato in continuità con altre forme di comunicazione animale o rappresenta un evento qualitativamente diverso? Su questo punto il dibattito è tuttora aperto. Noam Chomsky ha sostenuto la tesi della «differenza qualitativa» facendo leva su una ragione importante: nel caso degli umani il linguaggio è uno strumento di costituzione dei pensieri, non solo uno strumento per la loro espressione. Non è cercando gli antecedenti comunicativi del linguaggio, dunque, che è possibile scoprire le caratteristiche più salienti della sua natura.
Forse un modo più proficuo per affrontare la questione è osservare cosa accade quando si provi a insegnare alle scimmie superiori (scimpanzé, oranghi, gorilla) una forma di linguaggio umano. I primi tentativi in questa direzione sono stati catastrofici. Uno dei padri fondatori degli studi sul comportamento degli scimpanzé, Robert Yerkes, sosteneva negli anni Venti che non è possibile aspettarsi che un animale incapace di imitare dei suoni sia in grado di parlare.
Nuove strategie sperimentali
Guidati dal pregiudizio secondo cui il linguaggio va identificato con la verbalizzazione, alcuni ricercatori hanno tentato di fare parlare le scimmie cercando di insegnare loro la corretta articolazione dei suoni linguistici. Gli esperimenti condotti alla fine degli anni Quaranta da Keith Hayes e sua moglie Cathy sono falliti miseramente: dopo anni di apprendistato, Viki lo scimpanzé da loro adottato, riusciva a malapena a pronunciare «mamma», «papà» e «tazza». La lezione di questo fallimento è istruttiva; il problema, infatti, non è soltanto che gli scimpanzé non dispongono del sistema fonatorio adeguato alla verbalizzazione: c'è qualcosa di più profondo, a quanto pare, che impedisce loro di utilizzare i suoni per esprimersi.
Michael Corballis sostiene che il primato attribuito all'espressione verbale deve essere rivisto alla luce della storia evolutiva del linguaggio. Quando si intraprende questa strada, a emergere in primo piano è il gesto, non la parola. In From Hand to Mouth (Princeton University Press, 2002), Corballis sostiene che la priorità accordata al linguaggio verbale impedisce di costruire una linea di continuità tra la comunicazione animale e il linguaggio umano. Nelle espressioni animali, in effetti, i suoni (connessi direttamente agli stati emotivi dell'animale) hanno un carattere involontario e inintenzionale. Cosa trarre da queste considerazioni? Se gli scimpanzé sono incapaci di produrre suoni intenzionali ne consegue forse che sono anche incapaci di produrre un tipo qualsiasi di espressione comunicativa intenzionale?
Per rispondere a questa domanda, i coniugi Gardner idearono una nuova strategia sperimentale: sfruttando la naturale inclinazione degli scimpanzé a gestire compiti che richiedono un uso accurato delle braccia e delle mani, provarono a insegnare loro un linguaggio fondato su un codice espressivo visivo-gestuale: l'American Sign Language. Oltre al fatto che un codice di questo tipo si presta a essere utilizzato con più facilità dagli scimpanzé, il vero punto a favore di questa nuova strategia sperimentale sta nel fatto che il gesto presenta quei caratteri di volontarietà e intenzionalità apparentemente assenti nelle vocalizzazioni delle scimmie. Mentre la vocalizzazione è largamente controllata dai centri subcorticali (i centri di elaborazione cerebrale delle emozioni) i movimenti delle mani e delle braccia sono controllati dai centri superiori della corteccia. La tesi di Corballis è che un controllo delle braccia e delle mani molto sviluppato, insieme a un sistema visivo correlato, rappresenti una base naturale per la comunicazione dei primati. La sua ipotesi è, in effetti, che gli umani condividano con gli altri primati «una lunga storia evolutiva che ha formato mani e braccia come strumenti di manipolazione specializzati per l'azione intenzionale». In questa prospettiva, il passaggio dai gesti al suono è interpretabile nei termini di una continuità tra la comunicazione animale e il linguaggio verbale umano.
Il carattere intenzionale del gesto ha avuto conferme sul piano delle neuroscienze. Vittorio Gallese e Giacomo Rizzolatti devono la propria fama internazionale alla scoperta dei «neuroni specchio» nella corteccia premotoria dei macachi, neuroni dei quali è ormai certa la presenza anche negli umani, e che sono caratterizzati dal fatto di attivarsi durante l'esecuzione di azioni finalizzate - quelle che siamo soliti interpretare nei termini di una intenzione. Ma più interessante ancora è la scoperta che i neuroni specchio si attivano non soltanto nel corso di una azione, ma anche durante l'osservazione di qualcuno che esegue quella determinata azione: per quanto le azioni osservate non vengano effettivamente riprodotte, il sistema motorio si attiva «come se» tali azioni fossero realmente eseguite, e questo significa che l'osservazione stessa di una azione implica la sua simulazione interna. Inoltre, in questa «simulazione incarnata», la distinzione tra chi compie l'azione e chi osserva qualcuno che agisce si riduce drasticamente.
Le implicazioni che la scoperta dei neuroni specchio hanno sul tema dell'origine del linguaggio sono state evidenziate da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia in un saggio titolato So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio (Raffaello Cortina). Ogni comunicazione deve rispettare un «requisito di parità»: il presupposto di base di ogni scambio comunicativo trova fondamento nel fatto che il mittente e il destinatario «devono essere legati a una comune comprensione di ciò che conta». In una prospettiva di questo tipo, la «simulazione incarnata» può rappresentare un buon punto di avvio dello scambio comunicativo. Quando vediamo qualcuno afferrare una tazzina, che lo vogliamo o meno, i movimenti della sua mano ci «comunicano» qualcosa.
Ovviamente, il termine «comunicazione» va inteso, in questo caso, in un senso molto lato. C'è un divario enorme «tra il riconoscimento di un atto, come l'afferrare con la mano, e la comprensione di un gesto (poco importa se manuale, facciale o verbale) compiuto con un intento esplicitamente comunicativo». Tuttavia, come sottolineano Rizzolatti e Sinigaglia, enorme non significa incolmabile. Se ciò che si ha di mira - perché si crede che il tema dell'origine del linguaggio sia degno di essere affrontato - è l'analisi delle fasi iniziali dei processi comunicativi, allora è possibile interpretare la simulazione interna degli stessi gesti osservati nell'altro come la base neurale su cui si innestano le prime forme di comunicazione interindividuale. Il riferimento al sistema della «simulazione incarnata», inoltre, sembra poter far fronte a un problema che ha sempre rappresentato la spina nel fianco delle ipotesi sulla natura gestuale del linguaggio: per quanto i gesti possano essere considerati i precursori evolutivi del linguaggio, resta il fatto che il codice espressivo che noi utilizziamo ha una natura verbale: come si passa dal gesto alla parola?
L'area di Broca, una delle aree cerebrali classicamente considerate responsabili nella produzione del linguaggio, non elabora esclusivamente informazioni linguistiche. Più in generale presiede - come l'area omologa nelle scimmie F5 - all'esecuzione di movimenti orofacciali, brachiomanuali e orolaringei. In questa area è coinvolto un sistema di neuroni specchio, che ha la funzione di legare il riconoscimento alla produzione di una azione. Secondo Rizzolatti e Sinigaglia, dunque, i dati neurofisiologici indicano un percorso evolutivo in cui si succedono diverse tappe: dall'integrazione di un sistema orofacciale con uno manuale, sino alla formazione di un sistema in grado di gestire i protosegni gestuali di matrice per lo più pantomimica, per arrivare all'emergenza di un proto-linguaggio, in cui convivono suoni e gesti in grado di preparare la comparsa di un sistema prevalentemente vocale. L'origine gestuale del linguaggio sembra dunque ricevere oggi importanti conferme sperimentali.
Qualunque sia l'esito futuro dei risultati sin qui raggiunti, è chiaro che gli studi sull'origine del linguaggio rappresentano un punto di vista imprescindibile per affrontare il tema della sua natura. Inserire la riflessione sul linguaggio all'interno del quadro evoluzionista significa affrontare la questione del «perché» il linguaggio sia fatto in un certo modo. Un problema di questo tipo è di enorme rilievo epistemologico: il tema dell'evoluzione del linguaggio, in effetti, non riguarda solo la necessità di capire quale sia il corretto ordine temporale nella successione di ciò che è realmente accaduto, ma investe soprattutto la domanda circa le condizioni di possibilità del linguaggio umano.
L'esempio di Washoe
A dispetto di tali considerazioni, la questione delle «origini» continua a essere un tema malvisto, soprattutto in Italia: un «falso problema», come spesso si sente dire. Le resistenze a un orientamento di questo tipo sono di retroguardia; o, peggio, si traducono in attacchi di ordine ideologico alla prospettiva evoluzionistica. Attacchi del genere, oggi particolarmente forti, provengono da più parti, non solo dall'ortodossia cattolica (basti pensare alla bagarre suscitata dall'articolo di Massimo Piattelli-Palmarini sul Corriere della sera del 4 novembre, abilmente strumentalizzata dal Foglio come una prova a favore dei teocon nostrani). A ben guardare, però, polemiche così veementi non si spiegano soltanto adducendo motivazioni ideologiche o evocando battaglie di retroguardia. C'è qualcosa di più: il dibattito sull'evoluzionismo chiama in causa la visione antropocentrica che gli umani hanno di se stessi.
Washoe è morta a quarantadue anni, il 30 ottobre 2007 alle ore 8.00 del mattino. Tra i molti aneddoti descritti nel libro A scuola dalle scimmie (Mondadori, 1999), Roger Fouts racconta il giorno in cui la scimpanzé incontrò per la prima volta all'Institute for Primates Studies in Oklahoma un gruppo di suoi consimili. È vero che li battezzò senza esitazione «insetti neri» e che mai avrebbe accettato di essere considerata una di «loro».
Le scimmie a un passo da noi
Tuttavia, è anche vero che nel periodo della sua convivenza con il gruppo, Washoe «si scrollò di dosso la sua arroganza e cominciò a prendersi a cuore i compagni, che aveva ritrovato dopo tanto tempo. Fece da madre ai più piccoli, difese i deboli e salvò la vita di uno scimpanzé appena arrivato». Nel commentare questo aneddoto, Fouts invita il lettore a immaginare di trovarsi nella stessa situazione di Washoe: cosa accadrebbe se domani scoprissimo di non essere le creature superiori che abbiamo sempre creduto di essere?
Probabilmente ognuno di noi vive nel sogno rassicurante che agli umani cose di questo tipo non possano accadere. In realtà qualcosa di simile è già accaduto: quando Charles Darwin rivelò la nostra parentela con le scimmie ci pose di fronte a una verità che molti avrebbero preferito non sapere: «loro sono noi». Per quanto scomoda da accettare, una verità del genere rappresenta l'unica chance che gli umani hanno a disposizione per aderire a una visione non antropocentrica della loro natura.
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Giorgio Agamben
Intervista a Giorgio Agamben
Siamo tutti sospettati
Un filosofo e le politiche della sicurezza. "I governi ci considerano terroristi in potenza"
Andrea Cortellessa
Presentando il «pacchetto sicurezza» all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, il ministro dell’Interno Giuliano Amato disse che non occorreva «tirare in ballo la filosofia». Ma che ne pensano i filosofi? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Agamben, uno tra quelli che più ha riflettuto sui dispositivi della politica.
Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?
«Come già lo Stato di eccezione, oggi la Sicurezza è divenuta paradigma di governo. Per primo Michel Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1977-78, ha indagato le origini del concetto mostrando come esso nasca nella pratica di governo dei Fisiocratici, alla vigilia della Rivoluzione francese. Il problema erano le carestie, che sino ad allora i governanti si erano sforzati di prevenire; secondo Quesnay occorre invece quella che definisce appunto "Sicurezza": lasciare che le carestie avvengano per poi governarle nella direzione più opportuna. Allo stesso modo il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori. Nell’inchiesta seguita ai disordini di Genova per il G8, un alto funzionario di polizia dichiarò che il Governo non voleva l’ordine, voleva piuttosto gestire il disordine. Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza. Ma questi controlli non possono certo prevenire i delitti: possono semmai impedire che vengano ripetuti».
Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!
«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e la Sicurezza, non è più una democrazia. All’indomani della Seconda guerra mondiale politologi spregiudicati come Clinton Rossiter giunsero a dichiarare che per difendere la democrazia nessun sacrificio è abbastanza grande, compresa la sospensione della stessa democrazia. Così oggi l’ideologia della Sicurezza è volta a giustificare misure che, da un punto di vista giuridico, possono essere definite solo come barbare.»
Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui la Romania fa parte a pieno titolo. Ma cosa pensare di provvedimenti del genere, che oltretutto lasciano all’opinione pubblica solo un giorno per riflettere?
«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»
Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?
«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»
Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?
«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».
CHI E'
Il fiosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapportitra filosofiae politica. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.
La Stampa, 27 novembre 2007, p. 45
Jacques Derrida

Qualche anno dopo, Derrida trasse da questa esperienza lo spunto di un libro, oggi tradotto con il titolo Toccare, Jean-Luc Nancy (Marietti, pp. 401, euro 35). Libro di amicizia profondissima, di un amore filosofico verso il corpus (altro titolo mirabile di Nancy) dell'opera e verso il suo autore. Con la sua potenza analitica, che si sviluppa nel consueto andamento oscillatorio della scrittura, con i suoi vertici visionari e le sue ridondanze etimologiche, fino al punto da mimetizzarsi con lo stile di Nancy, questo libro di Derrida continua una tradizione tutta contemporanea. Non il dialogo, tipico della corrispondenza esclusiva tra pensatori, ma il pensare con le categorie di un amico filosofo.
L'esperienza del limite
Di questa tensione tra pensiero ed amicizia, Derrida ha scritto molto in Politiche dell'amicizia (Raffaello Cortina), che segnò il suo passaggio dalla «decostruzione» del pensiero filosofico occidentale alla critica del politico. In quel libro Derrida si confrontava con il problema etico per cui la morte di un amico è la fine di un mondo in comune, anche perché la morte è letteralmente impensabile. In Toccare, Jean-Luc Nancy, Derrida tocca l'esperienza di un limite, quello del passaggio dalla prima alla seconda vita dell'amico.
Ciò che, infatti, il pensiero in generale, oggi, tocca è la possibilità di una esperienza che incorpora un limite prima giudicato invalicabile: la malattia, la fine, il trapasso. Per il cristianesimo, il momento della morte ha costituito il punto irrimediabile per la vita e la promessa della resurrezione intesa come evento grandioso per l'eternità. Nel pensiero di questa finitezza, invece, emerge un risvolto inatteso. A chi tocca sperimentare il limite della vita, valicandolo come Nancy, resta un compito inaudito, che è molto di più di un imperativo che spinge il sopravvissuto alla mera testimonianza.
Al di là dell'evento biografico narrato in queto volume, il compito della filosofia, secondo Derrida, è di abitare il limite e di comprendere che l'esercizio del pensiero non è più solo quello di applicare concetti, di ridurre il mondo alle attività della mente, ma quello di confrontarsi con la contingenza di una vita. Il che vuol dire che la filosofia ha davvero raggiunto il proprio limite.
È solo in questo senso che Nancy, ad avviso di Derrida, pensa l'impossibile. E lo fa con la massima esattezza, anche quando i limiti del filosofico vengono a tremare. Nancy si sottomette a questi limiti, ma senza tremare. E arriva alla domanda pericolosa: ma se il pensiero tocca i propri limiti, e deve confrontarsi con la vita, non corre forse il rischio di essere ridotto ad una registrazione dell'empirico, al mantra dell'immediatezza?
In realtà, chi pensa la contingenza sa bene che essa non ha nulla a che vedere con l'immediatezza. La prima è esperienza di un limite, la seconda è dissolvimento dell'esperienza. Più interessante, ed appropriato, sarebbe invece confrontare la posizione di Derrida (e di Nancy) sui limiti della filosofia con quelli della politica, e della sua eredità novecentesca. Si sa che nella tradizione «decostruttiva», alla quale i due filosofi appartengono, è difficile trovare una teoria politica. Questi autori sono invece impegnati nella battaglia contro i principi teologici, metafisici e procedurali, oltre che contro la violenza implicita del pensiero e delle sue pratiche.
Sarebbe tuttavia sbagliato liquidare questa esperienza filosofica come l'esito estremo dell'interrogazione del pensiero su se stesso. È semmai l'opposto. La tesi di Derrida è che il pensiero post-novecentesco, in particolare quello della «differenza», fugga alle aporie che lo costituiscono e lo attraversano verso qualcosa di «assolutamente nuovo» e allo stesso tempo «antico». È la riscoperta della contingenza, nella quale Nancy vede emergere una libertà che mette in discussione le premesse stesse del pensiero, ma dà anche al pensiero una libertà così ampia da far vibrare il cuore stesso della vita.
Le identità mortifere
È in questa riscoperta della contingenza che risiede il contenuto radicale del pensiero di Nancy. Derrida lo dimostra con una risolutezza a dir poco inquietante. Nancy nega la continuità tra l'interrogazione ontologica e quella politica. Per lui, infatti, la politica e la filosofia, binomio inscindibile per la politica novecentesca, e non solo, non realizzano i valori, né incarnano il sogno della Storia, se non nei loro aspetti mortiferi. Oggi, la politica (e la filosofia) hanno il difficile compito di confrontarsi con una libertà che fa paura e per questo viene neutralizzata con nuove identità religiose, etno-nazionaliste o statolatriche. La politica, intesa nel senso di un'esperienza della libertà e non come tecnica di governo, si spiega dunque con un eccesso di libertà, e non con una sua mancanza.
In tempi di bilanci storici, della rivoluzione sovietica e da qui a qualche mese del '68, ciò che è da pensare, per Nancy, non è dunque la gigantomachia tra le classi, o le potenze politiche, e la sconfitta delle illusioni della politica. Per lui non rimane altro che mettersi all'altezza della libertà in cui ci troviamo.
Incontro con Toni Negri
Precari, forza lavoro fuoriuscita dal Capitale?
Precarietà e fine dell’Impero, si potrebbe dire: quale relazione di
amorosi sensi :-) lega l’una all’altro? A rispondere è Toni Negri, ospite
allo spazio di Via della Pergola, 5 a Milano. Non è una lezione, ma una
lunga chiacchierata, inserita all’interno di “A ruota Libera“, miniserie
di incontri organizzati dal gruppo che negli anni ha dato vita a
Intelligence Precaria, Chainworkers, San Precario e numerose altre
iniziative come l’Euro May Day, City of Gods ecc.
È una serata fredda (da grappa al bar prima di iniziare). Giacca di lana e
cravatta, dal suo metro e novanta, Toni Negri affronta una platea
agguerrita di precari molto ben organizzati. Molte sono le domande. Il
tono è alto e il livello degli interventi decisamente complesso. Sono
impressionato: si passa da Deleuze ad Agamben, citando molte volte Sergio
Bologna, già ospite nella serata precedente (che ho perso, acc..!). La
chiacchierata è informale, ma serrata, fatta da numerose controrepliche
del pubblico. Bella, devo dire, e molto dura.
Affinità e divergenze fra il compagno Toni Negri e noi
IL RESOCONTO
Questa è una sintesi (necessaria) degli interventi. Intende essere quanto
più fedele possibile, ma la complessità e le sfaccettature dei temi
trattati sono difficilmente riproducibili. Non è stato possibile tradurre
tutto il parlato in formato testo, anche per la natura dialogica
dell’evento. La struttura della serata prevedeva infatti interventi liberi
dal pubblico, che spesso hanno avuto più una connotazione dialettica e di
contro-deduzioni che di domande vere e proprie. Chi volesse - anche con i
commenti - migliorare la stesura può usare questa versione di base, ma
deve rispettare la licenza con cui è distribuito il testo, che ne
garantisce la gratuità e l’impossibilità di attribuire un copyright. Per
trasparenza di lettura abbiamo riportato il contenuto riferibile a Toni
Negri con un font normale, mentre in corsivo saranno riprodotte le parti
di intervento dei partecipanti.
È il pubblico che prende per primo la parola, ponendo subito alcune
questioni di apertura. Le domande, per rompere il ghiaccio, riguardano
temi classici del pensiero di Toni Negri, recentemente presentati nei sui
scritti “Impero: il nuovo ordine della globalizzazione” e “Moltitudine:
guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale”. Si parte dalla
moltitudine, dal tema della rappresentanza e degli strumenti di lotta,
riferendosi ovviamente al precariato. Le domande sono: A) La condizione
della precarietà è “molteplice”? Quale rapporto esiste tra precarietà
lavorativa ed esistenziale? Il precariato si può considerare una
moltitudine, uno “sciame”, omogeneo, ma non omologabile? B) Quale
rappresentanza può avere? È rappresentabile o vive soltanto per
autorappresentanza? C) Con quali strumenti può manifestarsi? A livello
comunicativo, per esempio..
Toni Negri parte dalla questione del ceto medio, citando l’ultimo libro
di Sergio Bologna “Ceti medi senza futuro?” . Esordisce così: “L’alleanza
tra proletariato e classe media non si è realizzata nel tempo. Ciò che si
pone oggi è dunque la possibilità di parlare o meno di
‘organizzazione’..” L’idea di un tempo di classe e di partito è superata
per Toni Negri. Emergono, invece, nuovi modelli di auto-organizzazione:
ciò è dovuto a uno sfaldarsi del sistema di continuità che univa in
passato la fabbrica al sindacato e questo al partito.
“C’è un fattore ‘tecnico’ legato alla composizione del lavoro che rende
oggi il tema della rappresentanza completamente diverso da quanto avveniva
20 o 30 anni fa”. La parcellizzazione delle funzioni all’interno
dell’organizzazione del lavoro diventa infatti presto “precarietà”. È una
precarietà che opera nel tempo, perché dilaziona il lavoro. E si allarga
nello spazio. Chi affronta concretamente questo tema: la fabbrica, il
sindacato o il partito? Una volta quest’ultimo rappresentava le lotte
sindacali e c’era un rapporto di continuità tra “composizione tecnica” del
lavoro e politica. Chiede dunque Toni Negri, sottolineando l’aspetto
dubitativo: “E se il partito oggi non funzionasse più per questo
compito?”. La composizione tecnica della classe operaia e del suo lavoro è
certamente stabile: questo produce un rapporto isomorfico con la sua
rappresentanza. “Ma come si intrecciano oggi proletariato, sindacato e
partito alla luce delle altre forme di lavoro? In realtà, la filiera è
finita. C’è discontinuità radicale, totale!” E non manca di fare una
battuta: “Anche quando il precariato riconduce le proprie istanze alle
vecchie forme di partito oggi lo fa comunque in maniera compassionevole..”
L’ospite passa poi al tema della moltitudine, una nozione che ha
contaminazioni filosofiche con il pensiero di Spinoza, ma anche, sostiene
Negri, con la sessuologia presente in alcune aree dell’America Latina.
Come si inserisce il tema del precariato?
Il precariato per Toni Negri è l’insieme di singolarità collettive. “Non
si tratta di un’unità organica, ma dell’espressione di desideri che sono
il segno di singole esistenze”. La moltitudine è il prodotto di una
organizzazione che tende alla costruzione di una “casa comune” (d’ora in
avanti “la Comune”, NdR). La vecchia classe operaia, per esempio, non era
una moltitudine perché escludeva le donne o chi si organizzava fuori dalla
fabbrica. Oggi accade il contrario con le istanze avanzate dal precariato.
“I desideri debordano da ciò che stava una volta in relazione con il
potere e con il capitale. L’identità della classe operaia è un vecchio
concetto che è andato perso…”
Oggi si può parlare, invece, di una moltitudine di singolarità. “Non di
individui, ma di singoli”, precisa Toni Negri. “L’orologio che una volta
suonava in fabbrica ora è interno nella singola persona. È diventato un
fattore antropologico”. Di conseguenza il rapporto tra tecnica, struttura
del lavoro e politica è nuovamente da inventare. “Il concetto di
‘rappresentanza’ è vinto! Siamo in un processo in cui dobbiamo inventarci
di nuovo, cercando connessioni, collegamenti, reti..”
Riprende voce l’uditorio, che pone questa domanda: “Un volta eravamo forti
perché trovavamo un’identità nel lavoro. Oggi non esiste più questa
corrispondenza. Ma si può dire che per questo sia andata persa anche la
possibilità di produrre valore sociale? Come si esplica il diritto a
essere produttori di valore?” Chi interviene precisa quanto sia importante
parlare di produzione più che di produttività e che pensando ai lavori
cosiddetti “cognitivi”, forse sia meglio definire i lavoratori
singolarmente, come creativi, piuttosto che appartenenti a una classe
creativa.
Emerge una seconda serie di domande: “Il Capitale oggi cozza prima sulla
questione sociale o su quella ecologica?” La costruzione di una Comune ha
una teoria, ma anche una prassi. Che cosa vuol dire concretamente per la
lotta del precariato? Se la forma su cui si indirizza oggi la maggior
parte delle azioni dei precari è la costruzione di relazioni, ovvero di
una Rete, questo non pone limiti sul piano politico? Una volta la
teleologia che guidava l’azione era la presa del potere: oggi questo non
c’è più! Dove bisogna guardare allora per essere produttivi? Si pone,
infine, una questione di più ampio respiro, legata all’effettivo
superamento del fordismo: “È davvero morto? Non si è piuttosto allargato
su scala mondiale?”
Riprende la parola Toni Negri. “Chiedersi se la produttività è sociale o
economica non ha senso. Si parla della stessa cosa. Esercitare
un’attività, vivere, lavorare: è lo stesso. Siamo in un’epoca in cui è
finita la specificità determinata del lavoro sotto comando”. Il lavoro per
Marx era una parte del Capitale, una quota variabile, ribadisce Negri. Ma
occorre fare un passo avanti. “Oggi il Capitale variabile si è staccato
dal Capitale. La forza lavoro si è staccata dal Capitale!” L’autorità,
derivante dalla metafora dello Stato Nazione, è crollata. È l’elemento
bio-politico del lavoro che conta e che va riscattato. “La forza lavoro,
in quanto si precarizza e si distende nel tempo, non è più sotto comando:
diventa attività in cui ciò che vale e determina valore è il fluire
continuo di energia, di vita…” I nuovi beni delle Nazioni non sono più i
Capitali generati da una classe operaia che produce, ma sono i linguaggi,
le esperienze di consumo, la circolazione di beni materiali e soprattutto
immateriali. “Alla fine il lavoro legato al tempo determinato o
indeterminato è soltanto salario!”, dichiara Toni Negri.
A questo punto l’ospite cerca di rendere più esplicito il passaggio,
particolarmente critico, per fare comprendere come la separazione tra
Capitale e Forza lavoro determini un allargamento di orizzonti nelle lotte
sociali. “Perché un licenziamento deprime?”, chiede Negri. “Il lavoro ha
subito una rottura di orizzonti temporali e spaziali ed eliminato limiti
geografici”. La lotta del precariato assume di conseguenza la forma di una
rete comune e si apre alla dimensione mondiale. “Il lavoro, è vero, è
diventato creativo, ma non solo. Anzi, forse è meglio dire che sia
creativo sempre. Ha rotto i limiti che lo facevano stare all’interno del
Capitale. Meglio ancora: è la Forza lavoro che si è separata dal Capitale.
Il Capitale non è mai stato un Leviatano. Per Marx il lavoro era parte del
Capitale, ma è un concetto errato”. A partire da questa separazione
occorre comprendere oggi come riconquistare la dignità del lavoro. In
primis, è necessario riconoscere che l’attività produttiva può stare fuori
dal Capitale, distruggendo quelle forme in cui il Capitale tiene stretta
la dignità del lavoro. “Le cose importanti le fai solo nella lotta, ma in
autonomia – continua Toni Negri - che non significa però farle ‘in
cooperativa’..”. Le cose importanti stanno nella forza di costruire realtà
diverse. Il vero salario garantito? È il riconoscimento collettivo della
Comune in cui siamo inseriti e che ci libera dal Capitale. È la libertà
del produttore.
Si tenga presente che questa Comune raccoglie elementi eterogenei, come la
base linguistica, la comunicazione e molto altro. Non esclude l’aspetto
singolare e neppure nuove forme di sfruttamento. “Oggi il lavoratore è più
emancipato rispetto al passato, ma lo sfruttamento c’è sempre. È soltanto
diverso…” Per questo dobbiamo riappropriarci del Comune di cui siamo
espressione: è anche più facile di una volta. Le azioni che metteva in
campo l’operaio-massa anni fa, come la riappropriazione della città,
quando scendeva in piazza, o la riconquista dei luoghi di consumo, con
occupazioni simboliche, erano molto evidenti. Ma anche oggi questa
attività può diventare ordinaria perché è “ontologica” e fa parte del
nostro essere, sostiene Toni Negri.
A questo punto la discussione si rende più dialettica. Dal pubblico si
pone la questione della “conoscenza”. Oggi il Capitale si è fatto più
“furbo”, si dice. La forza lavoro che diventa Capitale incorpora i saperi:
è nato il “Capitale Umano”. Come liberarsi di questo nuovo Capitale? Il
rischio è che con la frammentazione del lavoro si assista alla dominazione
di un Capitale Umano su altro Capitale Umano..
C’è poi una novità che si chiama “Governance”: è il nuovo modo di
controllare il Capitale Umano. Come rapportarsi a questa struttura? E, al
contrario, se è vero che la forza lavoro si è separata dal Capitale, è in
grado di essere autoproduttiva? E ancora sulla rappresentanza: finora si è
interpretata come soggetto in grado di portare gli interessi e dunque
rappresentare altro da sé. Nel ’900 la politica e i sindacati hanno sempre
rappresentato (nominalmente) gli altri. Oggi, con il precariato, sorge la
necessità di rappresentare se stessi: l’eterodirezione diventa
monodirezione. Ma siamo in grado di autorappresentaci? Come sviluppare
dunque nuove forme di autorappresentazione?
Un secondo intervento puntualizza poi l’eterogeneità dei singoli. Lo
sciame, si dice, è una metafora usata spesso per indicare l’unità di
singolarità diverse che si muovono insieme, secondo un movimento
condiviso. In verità, però, quando si guarda al precariato, ci si accorge
che in questo sciame sono presenti animali diversi. C’è chi è volatile,
chi quadrupede, chi animale da cortile.. Come possono atti singoli
diventare collettivi? Le forme di autorappresentazione sono valide ai fini
della costituzione di un movimento condiviso?
Toni Negri riprende il filo del discorso. “Si deve partire
dall’Istituzione”. L’esperienza interna del movimento new global è stato
importante sotto il profilo della sperimentazione. Oggi però è esaurito e
si parla di ‘esodo’ dove con questo termine si intende ‘la volontà di
togliersi dal comando capitalistico’”. Una forma che trova concrete
azioni, per esempio, in molti Paesi dell’America Latina. “Non bisogna
pensare allo stormo come a un soggetto che si muove in maniera spontanea.
Piuttosto è necessario recuperare in maniera cosciente e a livello sociale
le funzioni del potere che sono state svuotate in questi anni”. Questa è
un’attività nuova, da immaginare, non spontanea. Che fare, dunque?
Secondo Toni Negri lo Stato è stato svuotato delle sue funzioni. Il
comunismo ha puntato finora a distruggerle, ma è praticabile una via
differente. In America Latina, per esempio, stanno riappropriandosi di
alcune funzioni statali grazie alla capacità di amministrare i beni
comuni. Questo movimento può diventare mondiale, costituendo nuove
istituzioni democratiche. “Bisogna togliere allo Stato la capacità che ha
maturato negli ultimi 5 secoli di attrarre su di sé e centralizzare il
dominio sulla vita. In Bolivia, Brasile, Venezuela ecc. stanno sorgendo
istanze di questo genere. Il dibattito là è ora quello su come tenere
aperto questo potere costituente”. Il Comune deve essere sempre costruito:
deve diventare sempre diverso per Toni Negri. “Chi sta mettendo in atto
queste sperimentazioni in America Latina ritiene che il potere debba
rimanere costituente e aperto SEMPRE”.
Toni Negri cambia registro, poi, per arrivare alla medesima conclusione da
un secondo punto di vista. Le Istituzioni, ricorda, hanno mostrato finora
due principi ispiratori: la Forza e il Denaro. Sue questi elementi si è
basata la costituzione della soggettività. Le Istituzioni che organizzano
la vita, al contrario, andrebbero tenute sempre aperte. “Un tempo col
fordismo tra lavoro, fabbrica e famiglia c’era continuità. Oggi anche
questa linea va organizzata sempre in maniera costituente”. Forza e
denaro, Istituzioni e Stato sono strettamente collegati. Nell’epoca del
precariato occorre seguire istanze differenti, che lascino aperto il
raggiungimento del potere. “La dimostrazione che la forza lavoro sia
uscita dal Capitale si pone soltanto quando insorge il problema
dell’Istituzione del comunismo e della possibilità di narrare il futuro,
di mettere in atto una nuova programmazione..”. In altre parole è
l’apertura del nuovo a dimostrare che il Capitale non domina la Forza
Lavoro.
Riprendendo il tema della rappresentanza il dialogo ritorna dalla parte
del pubblico.
“Una volta superata, la rappresentanza eterodiretta perde dunque di
valore”, si afferma. “Nasce oggi, però, una nuova forma di valore: la
rete. I collegamenti, strutture nuove di relazione e cooperazione
consentono di creare dal basso, di pensare sistemi economici alternativi”.
Il cosiddetto “nuovo lavoro”, anch’esso basato sulle reti, di cui parla
anche Sergio Bologna, e che apre la strada all’autonomia, pone però la
questione della materialità. In precedenza l’adesione al modello del
valore nel sistema di produzione fordista metteva sul piatto, come agnello
sacrificale, la forza lavoro, ovvero i propri figli. La rappresentanza
eterodiretta si nutriva cioè del sacrificio del proletariato. “Oggi che
cosa metto di materiale nella mia partecipazione in qualità di precario,
al sistema di rete?”
Un secondo intervento. “Anche se accogliessimo le istanze condivisibili
dell’assenza di identità di una Comune, basata invece su singolarità
collettive, e sull’apertura costante delle istituzioni, resta il nodo
irrisolto della concretizzazione di nuove forme di liberazione dal
Capitale”. Come può uno sciame arrivare alla produzione? La condizione
materiale non confligge con la separazione della Forza Lavoro dal Capitale
variabile?
E ancora, per voce di un terzo intervento, si risolleva la questione della
concretezza dell’azione del precariato. “Come attuare interventi?” Sembra
che la precarietà abbia generato la retorica prima del conflitto!! “Va
bene parlare di capitalismo cognitivo (tempo fa si parlò di
‘cognitariato’, ma abbiamo abbandonato questa traslazione del tema del
proletariato sulla forza lavoro che opera a livello di attività cognitive
perché inadatta..), ma come sorge per questo ‘sciame’ un sindacalismo
senza sindacato? Come fare emergere il tema della rappresentazione senza
rappresentanza?”
Toni Negri: “Le difficoltà non si risolvono in pochi giorni. E certamente
non si risolvono con i sindacati e la rappresentanza. È il momento di
costruire e di iniziare con nuove rappresentazioni, come per esempio il
May Day, che incomincia a dare forma a nuovi modi di rappresentare…”
Si deve iniziare e costruire nuovamente istituzioni aperte. “San Precario,
per esempio, è l’inizio di un’istituzione costituente”. Questa nuova
Comune non è né pubblica né privata: è pubblica, ma gestita da
singolarità. Si posiziona tra il “proprio”, così come identificato da
Locke, e il “pubblico”, come definito da Rousseau. Occorre rendere Comune
le singolarità, andando contro lo Stato che aliena e contro il privato che
rende proprio ciò che è pubblico. “Un esempio di Comune? Il linguaggio.
Mostra la profonda democraticità del pubblico”. Non esiste oggi in
giurisprudenza un diritto di proprietà di questo genere. Nel nostro
ordinamento esiste soltanto il pubblico e il privato, ma questa idea di
spazio comune dei singoli, che al tempo stesso è pubblico, non trova
definizione.
Toni Negri ritorna poi sul tema della Governance. Sostiene che sia un
segno classico, che dimostra come la forza lavoro si sia staccata dal
capitale e non ci siano più norme e regole tradizionali. “La Governance
affronta il fatto che siano saltate le logiche del diritto o del
management. L’uomo cerca di inventare nuove regole, anche perché non c’è
più un comando dall’alto, un lavoro espressamente sotto comando”. La
Governance, a ogni modo, è un’espressione che appartiene ancora al
capitalismo, poiché vuole inseguire, recuperare terreno, dopo la rottura
dell’ordine. “Si è riaperta la condizione di forza del confronto e ciò
impone che i soggetti della vita di classe siano riqualificati”. In fondo
per Toni Negri la Governance e i Rappresentanti, sono due facce dello
stesso problema.
Quasi contraddicendosi, infine, Toni Negri sostiene che a ogni modo, nella
lotta, sia stupido non avere anche dei rappresentanti. “La purezza non
esiste. La continuità storica non si può negare. D’altra parte – fa un
esempio concreto – quando si sfila in un corteo, c’è sempre qualcuno che
decide chi deve stare in testa o come procedere.. O no?”. Il nodo cruciale
è comunque la prospettiva da attribuire alle Istituzioni. “Quella che
definimmo una volta teleologia, o finalità, è saltata. L’esercizio della
forza, ovvero l’Istituzione, si deve comprendere ex novo, alla luce di
questa prospettiva”.
L’ospite della serata si concentra poi sulla questione del lavoro
cognitivo. Con estrema sintesi dichiara: “Il lavoro è sempre materiale! È
una sciocchezza dire che sia immateriale. Ridurre la categoria
dell’immateriale al cognitivo non funziona. Si pensi al lavoro di
relazione o a quello affettivo, alle badanti, per esempio. Che tipo di
lavoro è? Ogni lavoro resta sempre lavoro materiale”.
Cita poi Sergio Bologna, che secondo Toni Negri non considera il fatto che
- al di là delle possibili distinzioni tra i lavoratori della conoscenza
tra gli artigiani, i kopfarbeit degli anni 20 o chi interviene nella
catena del valore in un modello fordista di produzione o postfordista - il
lavoro resti sempre lavoro materiale. In Francia, per esempio, si parla di
lavoro cognitivo, ma anche in questo caso la terminologia non è del tutto
soddisfacente. Sarebbe meglio parlare di lavori “cognitivi-cooperativi”.
Infine, sulla questione pratica di come trasformare la Comune in movimento
politico, Toni Negri afferma che certamente non basta prendere coscienza
del problema del precariato. Sentirsi immersi nella realtà comunque è
fondamentale. Ma bisogna prendere atto di forze eterogenee: il precariato,
in fondo, è sempre stato auspicato e desiderato dalla forza lavoro che
voleva rompere i vincoli di sudditanza dal salario. Questo istinto era nel
fenomeno rivoluzionario. Ma quando è avvenuta la frattura con il Capitale
il precariato è andato incontro a una nuova forma che l’ha ingabbiato.
Questa dialettica non deve essere dimenticata.
http://www.humanitech.it/?p=825





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