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The Political Form of Coordination

di materialiresistenti (31/08/2007 - 13:16)

by Maurizio Lazzarato

Based on the model of “coordination”, the struggle of the “intermittents et précaires d’Ile de France * is a veritable laboratory that could well highlight the demise of the political schema born of the socialist and communist tradition. Where this tradition places the emphasis on a logic of contradiction, of the political representation of an injustice that brings remarkable identities into play, the political form termed “coordination” is meant to be resolutely expressive, transformist, attentive to the unstable dynamics of post-identitarian identities, of which the reality of our world is woven. Coordination is aimed less at the formation of a common collective that seeks its members’ equality, at all costs, than it is at the becoming of the singularities comprising it within an unstable, networked, patchwork-loving multiplicity – defying all theoretical definition as well as trade-union or state identification. It is a politics of experimentation that lays aside prior knowledge and opens up to the unknown, without which no new life can be envisaged.

http://eipcp.net/transversal/0707/lazzarato/en

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ZERO

di materialiresistenti (31/08/2007 - 09:41)

ZERO. PERCHÉ LA VERSIONE UFFICIALE SULL’11/9 È UN FALSO
 

zerocover.jpgdi Giulietto Chiesa

[Ringraziamo l'editore per il permesso di pubblicazione dell'introduzione della collettanea di saggi d'autore (da Vidal a Griffin a Vattimo), curata dallo steso Chiesa e da Roberto Vignoli, frecciabr.gif ZERO. PERCHÉ LA VERSIONE UFFICIALE SULL’11/9 È UN FALSO, Piemme, € 17.50]

La ragione principale che mi ha spinto a promuovere questo lavoro collettivo risiede nella mia profonda convinzione, che so essere condivisa da tutti coloro che vi hanno preso parte, che l’11 settembre è stato non solo un colossale inganno, perpetrato ai danni dell’intera umanità, ma che esso è stato ed è un’arma di tremenda potenza puntata contro la pace mondiale e i cui effetti – se non impediti – potrebbero mettere in causa la stessa sopravvivenza di milioni e perfino di miliardi di individui.

Come è stato detto autorevolmente, la verità sull’11 settembre non la conosceremo mai: non nei prossimi cento anni almeno. E questa realistica affermazione già implicitamente contiene l’ipotesi che la versione ufficiale non solo non ci ha detto la verità, ma è stata dettata da una ferrea ragion di stato, ben più tremenda del bilancio delle vittime di quel giorno, perché ha aperto la via a mostruose carneficine di innocenti. Che sono in corso mentre scrivo queste righe, e che possono dilagare se non ci sarà qualcuno capace di fermare la mano degli insensati che guidano il pianeta.

http://www.carmillaonline.com/archives/2007/08/002358.html

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Identità dannate se tramonta l'era del segreto

di materialiresistenti (30/08/2007 - 22:41)

Anticipiamo l'intervista a Jean Baudrillard, che comparirà sul primo numero della nuova edizione di «Psiche», diretta da Lorena Preta e edita dal Saggiatore. La rivista si propone di consegnare alla psicoanalisi un ruolo motore nel dialogo con quelle discipline che più o meno esplicitamente lavorano a disegnare nuove geometrie della mente, focalizzando i problemi indotti dalle biotecnologie, dalle comunicazioni telematiche, dagli scambi razziali, così come da patologie di recente individuazione
Nell'universo virtuale - ci dice Baudrillard - pare non ci sia più spazio per l'inconscio, per forme di trascendenza, per l'espressione dell'interiorità. Ma non bisogna cedere alla tentazione di difenderci: forse ai confini della tecnica si nasconde un riscatto del potere di simbolizzazione che la tecnica sembra avere annullato, vanificando il «pathos della distanza». «Psiche» sarà presentata domani a Roma, Palazzo Fontana di Trevi, alle ore 20.30, da Domenico Chianese, Nadia Fusini, Giacomo Marramao, Stefano Rodotà, Lorena Preta

Da un lato le teorie riduzioniste e fisicaliste, dall'altro le teorie postmoderne e femministe mettono fortemente in questione il concetto di identità. Lei nei suoi scritti sembra invece deplorare il fatto che questa perdita dell'identità sia sostituita da una sfrenata ricerca di visibilità. Afferma inoltre che la realtà è basata su una incertezza radicale che rende impossibile qualsiasi scambio, ma a questo punto - dice - abbiamo trovato una «soluzione finale»: il virtuale in tutte le sue forme, la messa in opera di un artefatto tecnologico perfetto, tale che il mondo si possa scambiare con il suo doppio artificiale. Ancora una volta, però, si tratterebbe di un sistema votato al fallimento... Insomma a quale tipo di identità ci troviamo di fronte?

Dal mio punto di vista, l'identità non è un valore forte. C'è una logica dell'identità e della differenza che si rifà in una certa misura all'«identico». Si è detto: ognuno deve differenziarsi, deve avere una propria specificità; e tuttavia questa differenza ridiventa identitaria, vale a dire che ciascuno si identifica con se stesso. E' chiaro come in questo tipo di identificazione sia compreso un pericolo assoluto, perché il gioco in qualche modo si chiude: l'individuo diventa qualcosa di indivisibile, il clone di se stesso. È un tipo di processo che definirei antropico: si parte da una sorta di diversità, da una contrapposizione di sé a se stessi, da una divisione interna: ma a un dato momento accade che ci si conquista il diritto alla propria individualità. Non è più questione di libertà in atto, bensì dell'idea che ciascuno ha diritto al proprio territorio, al proprio patrimonio, alla propria eredità, al proprio nome. L'alterità è in qualche modo ostracizzata, rifiutata: a questo punto, ciascuno si è creato la propria nicchia, il proprio territorio. Si tratta di un problema filosofico antico, riproposto in epoca moderna e riportato alla luce dalla tecnica. Il soggetto che un tempo era d'ordine ideale, trascendente, è divenuto d'ordine tecnologico: ciascuno oggi si `consola' con gli strumenti elettronici, con i mezzi di comunicazione, con i mezzi d'informazione, creando un universo autarchico. Si passa dall'identità come essenza, all'identità come differenza e poi all'identità come riconoscimento; ma si tratta di una autodefinizione e quindi, in qualche modo, di un'auto-chiusura. Di tutto questo si ha sentore nelle tecnologie del virtuale, che in effetti aprono immense possibilità fino ad esaltare il cambiamento stesso di identità. E tuttavia, non si può parlare di un divenire in senso forte, come riguardasse l'idea di destino. Parlerei, piuttosto, di identità combinatoria e osserverei anche che, al centro di molteplici flussi, in qualche modo si è persa la coscienza di sé. Inoltre, si potrebbe dire che questa costruzione identitaria è operazionale: gioca con le tecniche, può trasformarsi a piacimento, e tuttavia resta effimera, orizzontale. Non ha più quella verticalità che era propria, ad esempio, dell'essere o del non essere, della storia, insomma di una trascendenza qualsivoglia.
L'identità oggi è diventata semplicemente una sorta di estensione, di estroversione, implica soprattutto l'essere visibili: niente più segreti. In definitiva, anche la comunicazione simbolica è fatta della condivisione di ciò che non viene detto o non può essere detto. Oggi, invece, tutto deve essere comunicabile e, all'interno di questa situazione ciascuno si ritaglia una piccola parte.

Per continuare a leggere l'intervista: http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/020522g.htm

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Narrations postcoloniales

di materialiresistenti (30/08/2007 - 13:14)

 

 
Par  Antonella Corsani, Christophe Degoutin, François Matheron, Giovanna Zapperi

« Si l’écrivain est en marge ou à l’écart de sa communauté fragile, cette situation le met d’autant plus en mesure d’exprimer une autre communauté potentielle, de forger les moyens d’une autre conscience et d’une autre possibilité. »( [1])

« Postcolonial » est un mot qui peut apparaître ambigu, un mot aux multiples significations, mais qui néanmoins ne veut pas tout dire( [2]). Si le « post » ne renvoie pas à une lecture linéaire de l’histoire, ni à une postérité par rapport à l’époque coloniale, la condition postcoloniale ne peut pas être pensée en dehors de l’expérience coloniale. Le préfixe « post » ne doit pas être pris à la lettre, mais doit être saisi, comme le suggère Miguel Mellino, dans ses significations métaphoriques, multiples et différentes. Il se présente en quelque sorte comme une autre provocation postmoderne, ironique et tragique en même temps. Plutôt que d’indiquer une fracture ou une séparation nette par rapport au passé, il signifie – dans une sorte de rétorsion épistémologique lyotardienne – exactement le contraire : l’impossibilité de son dépassement, étant donné les dynamiques néocoloniales qui ont caractérisé la plupart des processus historiques de décolonisation formelle. Il est donc le symbole de la persistance de la condition coloniale dans le monde global contemporain. « Post » semble donc la continuation de « anti », mais avec d’autres moyens( [3]).

http://multitudes.samizdat.net/spip.php?article2915

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Isidore Isou

di materialiresistenti (04/08/2007 - 08:20)

Isou, o del manifesto sovversivo
 
Cinema senza immagini, mobili viventi, pittura parlante, musica afonica... È morto a Parigi a 82 anni Isidore Isou, il «premier» del Lettrismo, ovvero «l’avanguardia dell’avanguardia» nella Parigi postbellica
 
di Roberto Silvestri
 

Ricordate la Parigi eccitata, in bianco e dark, dell'esistenzialismo anni 50? Faceva paura, quanto Artaud (sotto elettroshock) e le bombe algerine (poi, nel maggio '68, si capì perché), visto che i goffi media deformavano tutto a «curiosa indisciplina giovanile sotterranea metropolitana», regina Juliette Gréco. Invece era febbrile, incandescente, provocante, insultante, discrepante, spericolata l'attività di quei sediziosi individualisti, presuntuosi e «peggio che comunisti». E, sullo sfondo Sartre, Levi Strauss, Barthes, Foucault, l’art autre, brut, optical.... Ogni settore del sapere, dell'arte e della pratica sovversiva fu analizzato, criticato e sbeffeggiato con serietà neodada. E su tutto scrisse e giganteggiò Lui, Isidore (Goldstein) Isou, bello come Elvis, eccessivo come piaceva a Cocteau, che lo premiò a Cannes nel ’51, tra i fischi, sentenziando: «nessun eccesso è mai ridicolo». Messianico, megalomane della resistenza pluri-indisciplinata, Isidore Isou pontificò per decenni su: scienza, poesia, musica, economia, iperteologia, cinema, teatro, (meca)estetica, anti-architettura, tecnica (anche insurrezionale giovanile), scrittura utilitaria, psicopatologia, matematica, etica, musica afonica, arte infinitesimale...Era «all’avanguardia dell’avanguardia» e portò il nuovo nella vita e nell’arte. Ungaretti convinse Gallimard a pubblicargli nel ’47 il suo primo manifesto, Introduzione a una nuova poesia e a una nuova musica (scintilla del modernismo marxiano situazionista). Sarà poi voce recitante di Guy Debord (che lo amò totalmente, fino all’orgasmo dell’espulsione) in Urla a favore di Sade (’52). Aveva già fatto un film-capolavoro e unico (Trattato di bava e d'eternità, ’51), che certo è importante perché già racchiudeva tutto quello che i 60 anni a venire di cinesperimentalismo hanno poi scoperto, in campo ottico, acustico, a-ottico e a-acustico (parola di Alberto Grifi): distruzione del senso; scissione sonoro/immagini; fuori temi narrativi; montaggio discrepante; uso degli scarti, immagine ciselée (graffiata), grafemi macchiati, skretching: e l'uscita dalla sala cinematografica che diventa il vero inizio del film (Woody Allen ci infioretterà poi sopra). Già, la «tridimensionalità» dell’opera, al di là del 3d, quella che esce non dallo schermo, ma per strada.
Uomo del Rinascimento global, già entrato da tempo nella «società paradisiaca» dell'al di qua, dopo aver superato e seppellito le avanguardie storiche e neo, Isou, rumeno di Botosani, morto il 28 luglio scorso a Parigi, dove risiedeva dalla fine della II guerra mondiale, fu il premier indiscusso del Lettrisme, movimento mutante e mai dogmatico fondato con il fine di moltiplicare la creatività, sottoporre a rivoluzione culturale globale e permanente le conoscenze e la vita del proprio tempo, infettando il mondo di Creatica, l'arte della creazione collettiva.
Nato in Romania nel ’28, la vicenda artistica di questo multirivoluzionario un po' la conosciamo solo grazie a Bonito Oliva (Biennale arte di anni fa), Fuori Orario, al saggio di Mirella Bandini (Tracce Ed., 2005). E al geniale omaggio di Orson Welles che in un indimenticabile doc dell'epoca gli chiese di spiegargli in cosa consistesse la novità poetica del gruppo (Lemaitre, Sabatier, Pomerand, Hachette, Satie, Broutin, Poyet, Caraven, Amarger, Devaux, Dupont, D'Arville, Roehmer, Wolman), così free nel fraseggio, costringendolo a una performance alla Donald Duck in sovrimpressione con i tre paperini, davanti alla cinepresa. Isou dimostrò come, contro il linguaggio disciplinato, e per il piacere anarchico della lingua, bisognava distruggere la parola e sostituirle con la lettera (unità minima provvista di significato musicale), liberando i fonemi, anche dei popoli scomparsi, o vivi ma «sepolti», e da lui ripresi, riorganizzati e superati in una cacofonia di realismo estremo ma inoppugnabile (infatti, spiega: anche sternuti, sbadigli, rutti, balbuzie, pernacchi ampliano il territorio lessicale della lettera sonora). Era il «grande artista misconosciuto del XX secolo», come lo definì su alias Ivo Bonacorsi intervistandolo nel 2003.


http://www.thing.net/~grist/lnd/lettrist/isou.htm

http://www.thing.net/~grist/l&d/lettrist/lettrist.htm

http://www.ocra.it/isoucrea.html

http://www.ubu.com/sound/isou.html

http://web.tiscali.it/settanta7/bahausimmaginista.htm

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