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antipolitica

di materialiresistenti (29/06/2007 - 08:43)

Apprendisti stregoni per il fantasma che non c'è
 
Il discorso allarmista sull'avanzare dell'antipolitica si concentra sui limiti del personale politico, assume il linguaggio della pubblicità, recita tutte le parti in commedia, dalla sparata populista del Cavaliere alla pacata banalità del Professore. In poche parole non prende sul serio la crisi della politica
 
di Marco Bascetta
 

L'ennesimo spettro si aggira per L'Europa: lo spettro dell'«antipolitica». È soprattutto da sinistra che risuonano i segnali d'allarme: l'antipolitica, ci mettono in guardia, è l'indifferenza che favorisce il potere, l'egoismo che devasta ogni dimensione collettiva, l'indistinzione che non sa discernere la minaccia reale da quella immaginaria, la culla del populismo, la tomba della democrazia. Ma, sebbene tutti questi fenomeni si diano in varie forme a vedere, l'antipolitica non esiste, né mai è esistita. Quando non si tratti di un alibi o di uno spauracchio è, a ben vedere, una forma della politica che abita la crisi, che colma gli spazi vuoti, che corrode i dispositivi del governo. Il ceto politico della sinistra tende a rappresentarcela, l' «antipolitica», come un tutto indistinto che nel volgere le spalle alla rappresentanza in crisi, volge le spalle alla stessa democrazia.
La destra, per parte sua è assai più parca e distesa nell'uso del termine e nella valutazione dei fenomeni che possono esservi ricondotti. Non tanto perché vi troverebbe materia per chissà quali tentazioni autoritarie, quanto perché l'antipolitica, intesa come argine a protezione dei commerci, è una politica saldamente piantata nella tradizione liberale. La protezione degli affari e della sfera privata dall'invadenza del potere politico, la forte limitazione del ruolo dello stato spiccano tra i suoi principi fondativi, con solide ragioni storiche e illustri formulazioni teoriche. Ma perfino il partito di Guglielmo Giannini, quel «Fronte dell'uomo qualunque» da cui sarebbe derivato il termine qualunquismo divenuto, se non proprio sinonimo, almeno contiguo all'idea di «antipolitica», al di là del linguaggio grossolano e della compromissione con le frustrazioni degli ex fascisti, fu un partito di chiaro impianto liberista. Nelle elezioni del giugno 1946 per l'Assemblea costituente ottenne il 5,3 per cento dei suffragi e 30 deputati e nel 1947 sarà decisivo per la formazione del terzo governo di De Gasperi e l'estromissione di socialisti e comunisti. Altro che antipolitica.

La ricerca del carisma perduto
Così come non potrebbe definirsi propriamente antipolitica il successo del «partito-azienda» di Silvio Berlusconi nel 1994, con il suo corredo di ideologia, innovazione organizzativa e assetto dei poteri, pienamente calati nell'alveo della controrivoluzione neoliberale. A meno di coltivare un'idea del tutto platonica della politica e della sua autonomia, intendendola come determinazione diretta e prescrittiva dei rapporti sociali. Tentazione non estranea a una sinistra che di fronte alla frammentazione sociale e all'evanescenza dei vecchi riferimenti di classe pretende di illuminare la scena dall'alto e propende per visioni salvifico-caritatevoli del governo. Quando si sente Fabio Mussi rimpiangere, in una intervista, sulle pagine di questo stesso giornale, una politica «carismatica, solenne, misteriosa» (si parlava di Togliatti e Berlinguer, ma si sarebbe potuto parlare in termini analoghi del re sole), se non ci fosse da ridere ci sarebbe di che rabbrividire e da diffidare seriamente della «cosa» che dovrebbe nascere a sinistra del Partito democratico. Così come è difficile mantenere la calma quando modesti talenti da commercialisti e amministratori di condominio si autopromuovono come sopraffina «arte della politica», come professione e vocazione, nonché funzione indispensabile della democrazia. I famosi costi degli apparati politici e delle loro simbologie, lo sfarzo, i privilegi, l'arroganza, la formalità appariscente delle istituzioni e dei loro inquilini, (che hanno fatto la fortuna del libro-denuncia La casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, Rizzoli, pp 284, euro 15,30. Il libro è arrivato alla tredicesima edizione con vendite da best-seller, quattrocentosessantamila copie) crescono in misura direttamente proporzionale al vuoto (di progetto, di innovazione, di prospettiva) che sono chiamati a mascherare.
A difesa di questo insostenibile reticolo di privilegi, prebende e sinecure vengono schierati argomenti vecchi di cinquant'anni e più, quali la difesa dei «rappresentanti del popolo» dalla corruzione e dal ricatto dei potentati economici. La democrazia non può avere pezze sul sedere, deve procedere a testa alta e in auto blu! Se mai tutto questo ha avuto un senso (quello di emancipare l'esercizio della politica dalla posizione censitaria) non lo ha più da un pezzo e gli argini contro la corruzione si sono dimostrati di estrema fragilità quando non addirittura fonte di ulteriori forme di corruzione. Se da qualcosa proteggono gli eletti è dall'ira dei governati.

Que se vayan todos
L'espansione incontrollata di un ceto politico (o se si preferisce una «casta») dedito alla sua autoriproduzione, e all'accomodamento più vantaggioso con i poteri economici maggiori non è che l'evidente constatazione di una divaricazione e di un conflitto irriducibile tra governanti e governati, lo scioglimento di ogni ipotesi di rappresentanza in meccanismi di mediazione opportunistici e contingenti. E'questo conflitto, tutto politico, l'attrito cioè con le forme consolidate della sovranità e i dispositivi della decisione, che viene tacciato di essere «antipolitica».
Nel dicembre del 2001, una insurrezione popolare si propose di metter fine al quarto di secolo di immiserimento morale ed economico dell'Argentina, seguito al sanguinoso golpe del 1976 e alla dittatura militare. La parola d'ordine di quel movimento fu "Que se vayan todos", che se ne vadano tutti. Era un atto d'accusa, preciso e circostanziato, contro un'intera classe politica che, per azione o per omissione, per complicità o per incapacità, per interesse e spirito di casta aveva generato una enorme esclusione sociale e condotto alla catastrofe economica del paese. Fu antipolitica? Nemmeno i più convinti fautori della forma partito, della rappresentanza e della mediazione politica si sentirebbero di sostenerlo. Fu, al contrario, l'appropriazione di una prerogativa classica della sovranità: la dichiarazione dello «stato di eccezione», ma questa volta dal basso.
Tuttavia, a sinistra, malgrado il canonico ossequio dovuto alle mobilitazioni di base, i movimenti sono considerati qualcosa di meno della politica, una sua materia prima o, più precisamente, un semilavorato. Un alveo in cui confluiscono numerose volontà individuali, acquisendo forma e voce, ma non ancora un soggetto pieno e autosufficiente. Qualcosa di più di una domanda, ma qualcosa di meno di un progetto politico e della capacità di realizzarlo. E'alla forza politica organizzata di un partito o di una alleanza di partiti che spetta allora, il compito di tradurre queste «istanze», questa confluenza di bisogni e di domande in realtà politiche, in diritti, in norme vincolanti, Questo passaggio, questa serie di passaggi si sono definitivamente inceppati. In primo luogo perché i movimenti non sono affatto ciò che i soggetti politici tradizionali desidererebbero che fossero. Non sono domande, rivendicazioni, vertenze, ma forze che tendono ad affermare degli stati di fatto.
 
Il potere degli stati di fatto
L'occupazione di terre o di case o di spazi sociali non è semplicemente la richiesta di una diversa politica agraria, edilizia, sociale, ma l'istituzione di una realtà concreta che si afferma al di fuori della mediazione politica e delle sue procedure normative. Lo stesso può dirsi per la violazione di massa del copyright o per l'appropriazione di saperi protetti dalle leggi sulla proprietà intellettuale. Ma questi «stati di fatto» si distinguono dall'affermazione spontanea di altri comportamenti diffusi, individuali e collettivi di carattere illegale o extralegale, (come ad esempio l'abusivismo edilizio e l'evasione fiscale, che del resto non disdegnano sponde all'interno del sistema politico), dall'essere accompagnati e sostenuti da una argomentazione razionale. Sui bisogni sociali, sui beni comuni, sul carattere eminentemente pubblico del sapere.
Producono, insomma, linguaggio, discorso, senso comune. Si tratta, in breve , dell'esercizio diretto di un potere «argomentato» e cioè di politica e di efficacia politica. Beninteso, l'argomento può anche essere malvagio e lo «stato di fatto» nefasto, come nel caso della discriminazione razziale. Ma la storia dovrebbe averci insegnato che il razzismo è tutt'altro che antipolitica. Solo chi vive nelle fitte tenebre della forma partito può pensare al nonsenso (la formulazione è del ministro delle politiche sociali Paolo Ferrero) di «un movimento di massa capace di contrattualizzare il suo rapporto con la politica».
In secondo luogo, proprio per le caratteristiche appena indicate, l'agire dei movimenti non è affatto riconducibile, come vorrebbe una cattiva retorica corrente, al concetto di «società civile», vale a dire a una virtuosa operosità, che governi e parlamenti dovrebbero ascoltare, promuovere, «valorizzare». Non si tratta del vecchio egoista bourgeois divenuto volontario altruista della croce rossa. I movimenti si muovono alla stessa altezza della politica e con essa entrano in rotta di collisione. Le contendono gli stessi oggetti, lo stesso spazio, lo stesso tempo. Affermano le proprie «compatibilità» contro altre «compatibilità».
Il discorso allarmato e allarmista dell'«antipolitica» che avanza, di tutto questo non si avvede: pensa a un ritardo da recuperare, a un difetto di personale politico, si circonda di costosi «consulenti», coopta, blandisce, corteggia i media, assume il linguaggio suadente della pubblicità, recita tutte le parti in commedia, dalla sparata populista del cavaliere alla soporifera, pacata banalità di Romano Prodi. In poche parole non prende sul serio la «crisi della politica». Non percepisce che le forme stesse della politica, la sua fisiologia, risultano svuotate, aggredite su due fronti, su quello dei movimenti che agiscono la democrazia contro la rappresentanza e su quello, più generale, dei governati che respingono un sistema di privilegi sempre più privo di fondamento, gonfiato nei suoi costi e nelle sue esibizioni formali dalla sua stessa inconsistenza e dallo sfumare di visibili differenze.

Istinto di autoconservazione
Di fronte a tutto questo, un affannoso lavorio intorno ai meccanismi istituzionali e alle regole del gioco politico, pretende di rinviare la soluzione della «crisi» al più vuoto di tutti i principi, quella «governabilità» senza contenuti, che della crisi è il sinonimo stesso. Il vuoto pretende di colmare il vuoto. Quasi fossero dispositivi istituzionali difettosi a determinare la paralisi e non i molteplici vincoli imposti dallo «stato di cose esistente», dai rapporti di forza dominanti e dall'istinto di autoconservazione di un sistema chiuso che ha cessato di guardare fuori da sé in un modo che non sia esclusivamente strumentale. La politica dei partiti e delle istituzioni non parla più di null'altro che delle condizioni della sua stessa esistenza nelle forme date. È, senza eccezioni, conservatrice.
Abbiamo fin qui sostenuto che l'antipolitica non esiste per l'inconsistenza stessa del suo concetto. Ma, a ben guardare, forse vi è un fenomeno, un unico specifico fenomeno, che così potrebbe essere definito. E cioè la risoluzione dei nodi politici per via giudiziaria. Nonché la domanda «popolare» che spinge a imboccare questa strada, reclamando una giustizia più punitiva che sociale. La sostituzione di una casta con un'altra casta. In questo caso l'esercizio del potere, la definizione dei rapporti di forze, sono sottratti non solo agli organismi marcescenti della rappresentanza e alla corruzione che vi si annida, ma a qualunque altra soggettività politica osi affacciarsi sulla scena. Quando l'indagine e la sentenza diventano interpreti privilegiati del nostro tempo e perfino della nostra storia, allora l'antipolitica ha trionfato. Quando un sistema politico cade in tribunale, ormai ne abbiamo diretta esperienza, non sarà seguito da un sistema migliore. Quando il potere inciampa nelle sue stesse regole, non tarderà a risollevarsi più arrogante di prima e l'antipolitica ci avrà regalato nuova cattiva politica.
 
 
Scaffali
La sovranità perduta dell'élite al potere

Le ragioni del successo de «La casta» di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (Rizzoli) sono da ricercare nella denuncia di quell'uso privato della cosa pubblica che caratterizza gran parte del sistema politico. Ma l'analisi di questo mutamenti ha radici antiche. Si potrebbe citare «Democrazia in America» di Alexis de Tocqueville; oppure gli oramai introvabili «Trasformazione della democrazia» di Vilfredo Pareto o «Sociologia del partito politico nella democrazia moderna» di Robert Michels o «Le élite del potere» di Charles Wright Mills. E se questi titoli possono essere classificati come espressione di una critica conservatrice della democrazia, di ben altro tenore sono gli scritti di Max Weber sulla democrazia moderna («Economia e società» o «La politica come professione»), da considerare come il più esaurinte affresco della democrazia di massa nella prima decade del Novecento. Chi ha invece analizzato la crisi della politica alla luce del concetto di sovranità è stato Giorgio Agambem (in particolare «Lo stato d'eccezione», «Homo Sacer», «La comunità che viene») e «Il potere costituente» di Antonio Negri. Sul versante della legittimità è invece da ricordare «La crisi della legittimità» di Jürgen Habermas.

http://www.ilmanifesto.it
 

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decrescita/guerra infinita

di materialiresistenti (27/06/2007 - 19:14)



La decrescita come alternativa alla guerra infinita (1)

di Umberto Curi

Le innovazioni teoriche e pratico-politiche connesse con la trasformazione della guerra da evento temporalmente circoscritto, a stato permanente, implicite nella nozione di guerra infinita, possono essere adeguatamente comprese soltanto se riferite al contesto – anch’esso del tutto nuovo – del mondo globalizzato successivo al 1989. L’evento simbolico del crollo del muro di Berlino, infatti, non ha soltanto consegnato agli Stati Uniti il ruolo di unica superpotenza mondiale, economica e militare; esso ha altresì aperto all’influenza di quell’unica superpotenza il potenziale controllo della totalità del pianeta, anziché di una “metà” di esso, come era accaduto per il mezzo secolo successivo agli accordi di Yalta. Come i documenti strategici in precedenza dell’amministrazione Bush confermano a chiare lettere, per l’esercizio effettivo di questa posizione di egemonia incontrastata è necessario escogitare prospettive e strumenti del tutto nuovi, i quali esigono anche una nomenclatura inedita, quale è quella sintetizzata nella strategia denominata Enduring Freedom.

Per continuare a leggere: http://www.kainos.it/numero7/ricerche/decrescita.html

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Antonin Artaud

di materialiresistenti (27/06/2007 - 19:07)

Antonin Artaud nella vita (1)

di Paule Thévenin

(traduzione di Marco Dotti)

 

Ho conosciuto Antonin Artaud nel modo più semplice: sono andata a trovarlo.

Devo dire, però, che già intrattenevo rapporti d’amicizia con Marthe Robert e Arthur Adamov. Nel 1946, loro avevano finalmente potuto recarsi nella clinica di Rodez per rivedere Artaud e discutere con il dottor Ferdière, primario di quel manicomio, sulla possibilità di farlo uscire.

Non era una cosa facile, poiché Antonin Artaud era stato internato d’ufficio e la sua dimissione doveva essere approvata da un’autorità amministrativa con regolamenti molto severi. Di solito, questo tipo di richiesta viene sollecitata dalla famiglia dell’internato che dichiara di rispondere di lui e di assicurargli il mantenimento. Non era il nostro caso. Il dottor Ferdière, bisogna ben riconoscerlo, poiché riteneva di dover restituire ad Artaud la libertà, accettò di sostituire l’amicizia alla famiglia, ma, per farlo, gli serviva una documentazione munita di serie garanzie da presentare all’amministrazione.

In primo luogo, bisognava raccogliere una somma di denaro sufficiente al mantenimento di Antonin Artaud per parecchi anni. I fatti sono abbastanza conosciuti perché mi ci soffermi: sotto la presidenza di Jean Paulhan, un comitato promotore mette in piedi l’incontro al teatro Sarah Bernhardt, una vendita all’asta di quadri e manoscritti offerti da numerosi artisti e scrittori, arrivando così a raccogliere più d’un milione.

La seconda esigenza del dottor Ferdière era che, al suo arrivo a Parigi, Antonin Artaud fosse accolto in una casa di cura privata di modo che la sua salute, e la sua alimentazione fossero costantemente sotto osservazione, e che, in caso d’incidente, il fatto di essere pensionato d’una clinica evitasse ogni rischio di un nuovo internamento. Restava pochissimo tempo agli amici di Artaud, diventati "impresari", per risolvere questo problema. Chiedendomi un aiuto, ben volentieri accordato, Marthe Robert e Arthur Adamov mi incaricarono di trovare una casa di salute, dal prezzo ragionevole. Di tutti gli esperti che andai a visitare, il dottor Achille Delmas, a Ivry, che era stato il medico di Roger Gilbert-Lecomte e che aveva, durante gli anni di guerra, curato Lucia Joyce, uomo pieno di tatto e di grande generosità, fu il solo a comprendere quanto fosse delicata la situazione, dichiarandosi pronto ad accogliere Antonin Artaud.

Fin dal primo contatto seppe farsi amare; il giorno del suo arrivo, gli consegnò le chiavi del portone grande di ingresso dicendogli: «Signor Artaud, Lei è a casa sua, ecco le chiavi».

Questo fa capire come, pur senza conoscere Antonin Artaud di persona, fossi comunque, almeno un po’, tra coloro che l’aspettavano. Poiché io abitavo in periferia, il mio domicilio si trovava a qualche fermata di autobus dal numero 23, rue de la Mairie, a Ivry (potevo anche recarmici a piedi), il giorno dopo il suo arrivo o il giorno dopo ancora, un amico mi telefonò e mi pregò di andare a chiedere ad Antonin Artaud se avrebbe accettato di leggere un suo testo per la serie dei Club d’Essai. Era già uscito quando arrivai a Ivry accompagnata da mia figlia ancora molto piccola. Dissi al custode che sarei ritornata il giorno dopo, alla stessa ora.

Per continuare a leggere: http://www.kainos.it/nonluogo/thevenin.html

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Jean-Luc Nancy e il cinema

di materialiresistenti (25/06/2007 - 22:19)

“Forse perché il cinema è esso stesso contemporaneità?"


Conversazione con Jean-Luc Nancy

a cura di

Bruno Roberti

Per te l'inizio del film è come una epifania, un'epifania di mondo?

Si, perché tu entri in una sala e di colpo lo schermo si illumina. In un solo colpo nasce un luogo, con un certo clima, un colore. Ciò il cinema lo mostra nella composizione dell'immagine, nel movimento, nel tempo. È una durata che comincia, quando il film comincia, è il cominciamento di una durata.

Questo cominciamento, questa inaugurazione ha a che fare con la creazione del mondo?

Sì perché quello che succede all'inizio di un film è veramente ex nihilo. E questo ex nihilo avviene per noi ogni mattina, ma dura poco, anche se si può dire che c'è un mondo nuovo ogni mattina, ma ciò che noi chiamiamo mondo dell'uso, mondo della significazione prende piede e non è mai un mondo ex nihilo, è il mondo dei fenomeni coscienti, dove tutto ha una causa e tutto ha un effetto. In questo senso il mondo della vita ordinaria è il mondo non creato, il mondo delle cause e degli effetti. Ma il mondo dell'arte è la dimostrazione del fatto che l'uomo cerca il godimento di un altro mondo. Cioè gode di questa assoluta gratuità e contingenza, e del fatto che c'è (il y a) la creazione stessa del mondo. In tal senso, Dio crea il mondo senza ragione, se ci si domanda perché, non c'è più creazione. Tutte le metafisiche e le teologie si sono occupate di questo.

Per leggere tutta l'intervista: http://fatamorgana.unical.it/nancy01.htm

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Genova 2001

di materialiresistenti (23/06/2007 - 08:31)

 
Genova 2001 e la storia italiana
 

di Blicero (Collettivo Autistici.org / Inventati.org)

I fatti del G8 di Genova entrano di diritto nelle tormentate storia e identità culturale italiane. In questi giorni di Mio Fratello è Figlio Unico e di interventi di giornalisti americani che cercano di spiegare ai loro figli nati in Italia le matrici culturali del Bel Paese (v. ultimi numeri di Internazionale), c'è un evento forse unico nella nostra storia recente che ha le caratteristiche per costituire un ulteriore capitolo nella formazione della memoria collettiva del popolino italico.
Ciò che accadde il 20 e 21 luglio 2001 a Genova infatti è un muro contro il quale si infrange l'identità di ognuno di noi: difendere i manifestanti, accusare la polizia, difendere lo Stato, accusare i teppisti, disegnare complotti da un lato o dall'altro.

Per continuare a leggere: http://www.carmillaonline.com/archives/2007/06/002282.html#002282

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