Antonio Gramsci
La chiara allusione a Gramsci nel titolo costituisce un primo indizio sulla collocazione politica (marxista) dell'autore, ma soprattutto del suo obiettivo: un'analisi gramsciana del Kulturkampf attraverso cui prendono forma nelle fabbriche del sapere anglo-americane gli studi letterari ed umanistici. Brennan parte da domande molto semplici, tratte da un vissuto quotidiano. Perché all'interno del mondo universitario statunitense può accadere che programmi d'esame o prestigiosi cataloghi editoriali ci presentino tranquillamente il filosofo marxista Henri Lefebvre come uno dei pionieri della metodologia post-strutturalista nell'analisi della città? Perché può capitare di assistere a seminari in cui Bachtin, noto anti-formalista, viene analizzato come un altro degli esponenti del formalismo russo? Infine, perché può sembrare così naturale a critici e professori parlare di Gramsci come di uno dei massimi nemici storici della filosofia hegeliana e della dialettica, come di un autore più in sintonia con Foucault e con Deleuze che con il marxismo Novecentesco?
Da teoria a precetto etico
Per Brennan non si tratta di errori individuali o di sciatteria intellettuale. La questione è ben più seria. Dalla fine degli anni Settanta, dopo la sconfitta mondiale dei movimenti e in concomitanza con l'ascesa violenta del neoliberismo, nelle Humanities anglo-americane «teoria» è divenuto per l'intellighentsia di sinistra sinonimo di post-strutturalismo. Ma di un post-strutturalismo, sostiene l'autore, che ha poco a che vedere con il radicalismo espresso, per esempio, dalla schizoanalisi di Deleuze, dalla critica della metafisica di Derrida o dall'attacco frontale di Baudrillard alla cultura di massa. Si tratta invece di una semplice traduzione del radicalismo francese del dopo Sessantotto entro lo schema ideologico della «religione americana del middle-way», ovvero di un movimento che ha ridotto la «teoria» a un elenco banale e ripetitivo non tanto di categorie conoscitive quanto di «precetti ormai puramente etici» (nomadismo, subalternità, differenza, ecc) compatibili con la logica neoliberista del capitalismo contemporaneo.
Brennan conclude polemicamente che siamo di fronte a una sorta di «catechismo post-strutturalista» in cui i significati (davvero soft) attribuiti ai principi della «differenza», del «pluralismo», dell'«ibridazione» e dell'affirmative action hanno finito per confondersi con i valori tradizionali del dogma liberale americano del middle-way (individualismo, anti-statalismo, anti-comunismo, anti-collettivismo, diritto all'auto-imprenditorialità e alla proprietà privata) e perfino con il culturalismo o fondamentalismo identitario promosso dalla Nuova Destra cristiana, in quanto non hanno fatto che legittimare la trasfigurazione di «comunità politiche secolari» in «comunità ontologiche».
In sintesi, per Brennan, poiché da tempo nella vita pubblica degli Stati Uniti non c'è più spazio per un dissenso davvero antagonista (che non riguardi questioni «meramente» religiose, culturali o etniche), l'egemonia di questo tipo di «teoria» nei settori chiave della produzione intellettuale ha sancito non solo una vera e propria sconfitta della sinistra nella «guerra di posizione», ma si è anche configurata come un potente «velo ideologico» capace di distorcere sistematicamente l'approccio agli autori e alle questioni teoriche del passato. In particolare, a tutto quanto abbia a che fare con la tradizione marxista precedente al Sessantotto.
La tesi di Brennan non è certo nuova. Il pregio del suo lavoro sta nella disamina di una serie davvero impressionante di temi (globalizzazione, imperialismo, cosmopolitismo) e di autori (Heidegger, Nietzsche, Agamben, Negri, Hall) centrali nel dibattito tra marxismo e postcolonialismo. Purtroppo il più delle volte Brennan si ferma sull'uscio della porta: le sue critiche non vengono legate all'analisi di oggetti concreti. Le uniche eccezioni riguardano le pagine dedicate a Gramsci e a Said. Ironicamente intitolato The Southern Intellectual (poiché proietta tutta la critica gramsciana dell'intellettuale meridionale su quello postcoloniale), il capitolo sull'uso di Gramsci all'interno della critica postcoloniale presenta diversi punti di interesse.
Innanzitutto offre una ricostruzione piuttosto aggiornata del percorso degli studi gramsciani nel mondo anglosassone e anche in America Latina. In secondo luogo, Brennan si sofferma a lungo su uno dei punti chiave (nel bene e nel male) di tutta la vicenda: il modo in cui l'interpretazione althusseriana di Gramsci ha «surdeterminato» il «gramscismo» oggi più popolare all'interno degli Studi Culturali e Postcoloniali. Riassumendo, la sua tesi è che nel mondo anglosassone vi sono due diversi tipi di gramscismo. Il primo, nato nei primi anni Settanta dal dibattito sull'eurocomunismo, appare fortemente influenzato dalla «lettura sintomale» che di Gramsci fece Althusser e ha in figure come Ernesto Laclau, Chantal Mouffe, Stuart Hall e Parta Chatterjee alcuni tra i suoi principali promotori.
Brennan accusa questo filone post-marxista e postcoloniale di aver costruito un'immagine «riformista», «liberale» e «postmoderna» di Gramsci piuttosto fuorviante. Attraverso l'estrapolazione decontestualizzata di quattro soli concetti - egemonia, subalterno, rivoluzione passiva, senso comune - e mediante un'identificazione del tutto «istintiva» non tanto con l'opera gramsciana quanto con la biografia personale dell'intellettuale sardo (ridisegnata a immagine e somiglianza dell'intellettuale postcoloniale, diasporico, periferico e in lotta contro un marxismo troppo eurocentrico ed economicista) questi autori sarebbero stati tra i principali fautori di un gramscismo un po' à la mode, ovvero a uso e consumo di quell'etica post-strutturalista dominante e capace di sussumere qualsiasi cosa entro la propria weltanschauung moderata.
Ad aprire la strada a questo gramscismo post-strutturalista - per Brennan - è stato senza dubbio Althusser, il quale, al di là del suo anti-storicismo, non fece mai mistero di «voler proseguire il progetto incompiuto di Gramsci»: un progetto che egli lesse come rifiuto della dialettica hegeliana, fortemente atipico rispetto al marxismo della Terza Internazionale, promotore della filosofia come praxis e creatore di un linguaggio specifico capace di suggerire la «materialità» e la «relativa autonomia» della sfera sovrastrutturale. Secondo Brennan, dunque, questa «lettura sintomale» di Althusser ha creato una serie di distorsioni del pensiero gramsciano destinate poi a perpetuarsi nel post-marxismo di Laclau e Mouffe, nella critica postfordista di Hall, ma anche all'interno di una parte dei Subaltern Studies indiani.
Il secondo insieme di studi gramsciani identificato da Brennan non è un filone vero e proprio, ma è costituito da una serie di studi e di autori molto diversi tra loro (dall'opera di Said fino ad arrivare alle ricerche di Joseph Buttigieg, Frank Rosengarten, Richard Bellamy, David Forgacs e Anne Showstack Sassoon) che hanno il merito di aver restituito un'interpretazione del pensiero di Gramsci più rigorosa e storicamente fondata. E' da qui che, secondo Brennan, dovrebbero ripartire gli studi postcoloniali: potrebbe essere l'occasione giusta sia per superare l'idea di un'estraneità radicale del pensiero di Gramsci rispetto ai marxisti del suo tempo, sia per riaprire il dialogo tra marxismo e postcolonialismo su basi nuove. Poiché molte delle questioni tipicamente postcoloniali - colonialismo, nazionalismo, storicismo, eurocentrismo - sono davvero costitutive dell'archivio marxista venuto alla luce tra le due guerre mondiali.
L'impossibile filologia
Contro Brennan, però, va detto che occorre lavorare anche in senso contrario: molte delle istanze aperte dal postcolonialismo non possono essere declassate come qualcosa di déjà vu. Non basta parlare in modo elitario di distorsioni che si tramandano di autore in autore; non basta (più) ribadire continuamente che il Gramsci degli Studi Postcoloniali è emerso da una conoscenza frammentaria e approssimativa dei Quaderni o degli altri suoi scritti; e non bastano più analisi comparative in astratto dei significati che gli uni e gli altri attribuiscono ad alcune delle nozioni gramsciane più note. Soprattutto perché nessuno all'interno dei Cultural Studies o degli Studi Postcoloniali si è mai proposto come gramsciano tout court o come filologo della sua opera.
Negli esempi migliori (Hall, Chatterjee, Guha, ecc.) la cassetta degli attrezzi gramsciana è stata aperta per cercare di dire qualcosa di più su alcuni dei fenomeni più pregnanti dei nostri tempi: sull'ascesa del Thatcherismo in Gran Bretagna o sul modo in cui capitalismo, razzismo e imperialismo operano, si trasformano e si intersecano nei diversi contesti storici e spaziali (Hall), sulle contraddizioni del nazionalismo e dello stato indiano postcoloniale (Chatterjee) e sull'esperienza delle masse subalterne in India (Guha). Per dirla con Hall: è nel merito della loro applicazione «congiunturale» (in riferimento al (s)oggetto particolare che ne ha sollecitato l'uso) che occorre valutare l'appropriazione (comunque indebita) di categorie e concetti. E' questo forse il modo migliore di mettere a valore quel tradimento che ogni traduzione comporta.
Francois Jullien
François Jullien, Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità
trad. it. di M. Porro, Milano, Cortina Editore, 2006, ISBN 88-6030-033-9.
Nutrire è un verbo elementare, fondamentale. Descrive l’attività primaria in cui siamo coinvolti ancor prima di nascere. Tuttavia, ci ricorda Jullien, in questo suo stimolante saggio, quasi da subito in Occidente questo verbo fondamentale è scisso secondo due sensi, uno proprio, l’altro metaforico, il primo riguardante il nutrimento del corpo, l’altro riguardante il nutrimento dell’anima. La filosofia occidentale non può non leggere questo verbo che attraverso la grande codificazione che oppone il corpo all’anima. Ora, scrive Jullien, è proprio a tale opposizione che il concetto cinese di “nutrimento vitale” sfugge. Yang sheng, “nutrire la vita” non riguarda né (solo) il corpo né (solo) l’anima. Nutrire la vita significherà, in una prima fondamentale approssimazione, mantenersi in vita, sviluppandola e affinandola. Rispetto all’opposizione anima-corpo, il pensiero cinese pensa l’inseparatezza del processo vitale, che deve essere mantenuto e affinato, decantato.
Il pensiero cinese, spiega Jullien, possiede infatti la nozione di stadio sottile, una sorta di stadio transitorio che la vita attraversa senza abbandonare il concreto ma allontanandosi progressivamente dalle pesantezze e dalle opacità di esso. Questo stadio sottile o quintessenziale è quel che fa “da ponte tra il concreto e lo spirituale, tra senso proprio e senso figurato” (p. 25). Come l’antico pensatore Zhuangzi chiarisce, nutrire la vita significa rafforzare in sé la vitalità: “impegnandomi sempre più a fondo nel processo di affrancamento-affinamento-decantazione […] sono al tempo stesso indotto a liberarmi da quei punti di fissazione, di blocco e di pesantezza, che fanno grossolanamente da schermo, costituiti da tutte le faccende del mondo rispetto al mio flusso e dinamismo interiore” (p. 25). Quindi, il nutrimento non è qui concepito come progresso, bensì come “rinnovamento” che non mira a nient’altro che a “mantenersi evolutivi”. La vita di per sé non ha senso, sfugge al Senso sotto il quale l’Occidente ha da sempre tentato di ridurla attraverso la problematica dell’esistenza (e della sua intrinseca progettualità).
Per continuare a leggere la recensione di Vincenzo Cuomo: http://www.kainos.it/numero7/recensioni/jullien.html
Herbert Marcuse

È come se Marcuse avesse posto in revoca il precetto scrupolosamente rispettato da Adorno - quello del non farsi immagini della redenzione, del mondo liberato e pacificato, della società senza classi, o di come altro si voglia chiamare l'utopia - per produrre una quantità d'immagini teoriche, addirittura di parole d'ordine, in sintonia con i fermenti degli anni Sessanta e Settanta. Così, per esempio: abolizione del lavoro e avvicinamento del lavoro al gioco (in una prospettiva che avrebbe dovuto dare nuova linfa a un marxismo ossificato); fine della «repressione addizionale» (cioè di una repressione non strettamente necessaria alla civilizzazione, come può essere quella che costringe i bambini a lavarsi le mani prima dei pasti, ma aggiuntiva e tendenzialmente superflua, frutto avvelenato del capitalismo e del dominio, che sottomette le pulsioni di vita alle pulsioni distruttive e di morte); «gran rifiuto» inteso come capacità di convertire l'aggressività dalla «servitù volontaria» sadomasochistica alla critica del sistema; proposta di una nuova sensibilità e di una nuova antropologia, ossia di quell'«uomo nuovo» messo oggi per lo più in relazione con incubi alla Pol Pot, ma che una trentina d'anni fa parve configurare un'alternativa sia ai totalitarismi sia alla cosiddetta società dei consumi.
Integrati nel sistema
Questo secondo volume, intitolato Marxismo e nuova sinistra (pp. 368, euro 35, con postfazione di Sandro Mezzadra. Il primo volume aveva l'impegnativo titolo di Oltre l'uomo a una dimensione), offre la possibilità, come già il primo, di addentrarsi nel laboratorio teorico e politico marcusiano. La tesi di fondo del discorso di Marcuse è fortemente eterodossa rispetto al marxismo classico: la classe operaia - soprattutto negli Stati Uniti, cioè nel paese del capitalismo maturo e della «società opulenta» - non è più una classe rivoluzionaria. Forse lo è ancora potenzialmente, ma nei fatti è ormai integrata nel sistema. Di conseguenza, negli Usa come in Europa, avanguardie della protesta sono l'opposizione studentesca e gruppi d'intellettuali, i quali tuttavia, pur avendo un importante ruolo di «catalizzatori» nel promuovere il mutamento radicale del sistema, non possono certo essere considerati i surrogati di un soggetto rivoluzionario che non c'è.
Ciò avviene nel momento in cui si realizzano le condizioni previste da Marx in quel famoso brano dei Grundrisse, che assegna alla scienza e alla tecnologia - quindi all'automazione applicata ai processi di produzione - un ruolo virtualmente liberatorio rispetto alla «base miserabile» data dal lavoro salariato alla valorizzazione del capitale. Ma proprio nel momento in cui, grazie alla tecnologia, il lavoratore potrebbe diventare soltanto il regolatore «giocoso» della produzione, affrancandosi dalla fatica, proprio allora vengono a mancare la coscienza rivoluzionaria e le condizioni soggettive per l'abolizione della servitù salariata. L'utopia si allontana nel momento in cui diventa realizzabile. I movimenti di contestazione - del resto allo stesso titolo di quella che all'epoca appariva una diffusa e crescente disaffezione nei confronti del lavoro - ne tengono accesa la speranza.
La proposta finale di Marcuse è dunque quella di una lunghissima marcia attraverso le istituzioni, per riprendere lo slogan del leader studentesco tedesco Rudi Dutschke: una strategia riformista di educazione delle masse e di lenta formazione, da parte dei movimenti, di una nuova soggettività. Una strategia che eviti la questione del rovesciamento del sistema e della presa del potere, caratteristica del vecchio marxismo, quello che aveva nelle previsioni dell'impoverimento crescente del proletariato, o della caduta tendenziale del saggio di profitto, la sua fallace stella cometa. Perché «la realizzazione del comune interesse alla liberazione non costituisce più il compito storico privilegiato di una classe particolare: è, piuttosto, il compito di gruppi e individui provenienti da tutte le fasce della popolazione dipendente».
Siamo proiettati nel bel mezzo della situazione odierna. Marcuse scriveva queste parole nel 1979, che è l'anno della sua morte. Il filosofo tedesco, dal suo osservatorio americano, non si era limitato a dialogare con i gruppi di opposizione, mettendone a fuoco semplificazioni ed errori; aveva anche indicato una via. Possiamo scoprirlo oggi leggendo questi suoi testi. E possiamo naturalmente vedere anche i punti in cui il suo discorso non ha colto nel segno. Ci si può domandare: l'uso di concetti a maglie molto larghe, come quelli di capitalismo e di dominio, non finisce con l'operare la riduzione di tutti i rapporti di potere a una e una forma soltanto? La nozione di repressione, usata in modo ampio, non nasconde il fatto - come ha sottolineato Foucault, proprio in polemica con Marcuse - che il potere spinge anche a vivere, che ha anche un significato «produttivo» e non solo distruttivo? E il confronto con il femminismo proposto da Marcuse non è, anche qui, troppo incentrato sulle coordinate freudiane della repressione pulsionale, la cui fine, insieme con la fine del capitalismo, aprirebbe di colpo al superamento della dicotomia tra il maschile e il femminile?
D'altronde l'anno della morte di Marcuse è anche l'anno della rivoluzione iraniana. L'uomo nuovo, quello che sembrava profilarsi anche dai movimenti di liberazione nel Terzo mondo, cede il passo all'«uomo vecchio», o per meglio dire arcaico-tradizionale, riproposto e reinventato dai vari islamismi radicali. A questo punto la teoria critica deve per forza di cose riprendere le misure, fare l'inventario, arrivando eventualmente a modificare il suo impianto concettuale. Com'è stata possibile, nel pieno del Novecento e nel pieno di una modernizzazione che sembrava inarrestabile, una «rivoluzione» (usiamo pure le virgolette, se questo ci può consolare) contro la modernità e contro la sua presunta tendenza alla secolarizzazione? Com'è stato possibile un così aggressivo ritorno delle religioni?
Il tramonto della modernità
A questo punto le strade teoriche si biforcano. C'è chi ritiene, magari puntando ancora sul Marx dei Grundrisse, che si possa vedere tuttora operante un unico principio del dominio mondiale, quello della forma merce, entro cui prenderebbero corpo anche i nuovi fantasmi del passato arcaico-tradizionale. Si tratterebbe pur sempre dell'alternativa tra la rivoluzione e la catastrofe che, in mancanza della prima, ha dato spazio alla seconda. Naturalmente ci sono molte pezze d'appoggio per sostenere questa tesi, che appare comunque tranquillizzante rispetto alla questione dell'impianto teorico, perché spinge ad aggiornarlo, non a modificarlo radicalmente.
Un'altra posizione consiste nel partire proprio dalle analisi marcusiane per domandarsi se il marxismo, la teoria della secolarizzazione, la teoria freudiana - insomma tutti gli ingredienti della teoria critica «classica» - non abbiano ormai dato tutto quello che potevano dare. Un esempio soltanto: quello dell'antropologia.
È oggi sostenibile la prospettiva di un'antropologia filosofica di stampo universale, che veda cioè gli esseri umani come qualcosa di naturale e insieme di sociale allo stesso modo in tutti i luoghi della terra, prescindendo dalle differenze culturali? Nel senso in cui l'antropologia culturale è solita usare il termine «cultura», possono essere ricompresi sia i fenomeni economici sia quelli religiosi, evitando di porli su piani distinti, come avviene in Marx, che vedeva nel capitalismo il grande distruttore del passato e delle tradizioni culturali locali.
Oggi la modernità occidentale, cioè la forma di cultura in cui è nato e cresciuto il capitalismo, appare meno pervasiva di ciò che si poteva credere trent'anni fa. Essa ha trovato e trova ovunque punti di resistenza insospettati - anche se non esattamente quelli che erano all'ordine del giorno negli anni Sessanta e Settanta. Il problema è che questi punti di resistenza alla modernità tout court non esprimono un interesse alla liberazione, per dirla con Marcuse, ma hanno preso la forma di un batti e ribatti tra le tradizioni culturali, più o meno inventate o reinventate, e la modernità. Perciò gli oppositori, qui in Occidente, sono indotti ad accentuare il carattere moralistico della loro protesta nella speranza, al momento in un certo senso più utopistica che utopica, che prima o poi dall'altra parte sorgano dei movimenti analoghi con i quali dialogare.
Un mancato incontro che non vale invece, nel bene o nel male, per i francofortesi in generale. Chi oggi vive la propria esperienza formativa nei movimenti globali e prova, ad esempio, a non morire di università riformata conosce in qualche modo Habermas, ne conosce il discorso sull'opinione pubblica, sull'agire comunicativo, sul concetto di sfera pubblica. Lo conosce come autore su cui impegnare gli sforzi d'esame, come intellettuale di riferimento del dibattito socialdemocratico europeo. Lo conosce, in alcuni casi, come sfondo teorico del discorso pubblico dei nuovi movimenti globali, almeno di quella parte di movimento che tende a tener separata la prassi comune dalla decisione, l'esperienza di conflitto dalla politica, la comunicazione dalla rottura pratica.
Sicuramente un posto importante, tra gli scaffali del no-global, trova Walter Benjamin. Studiatissimo nelle facoltà di filosofia e di lettere, Benjamin è oggetto amato, a volte un vero e proprio oggetto di culto. Il tema della storia e del materialismo, in primo luogo, ma poi la questione della violenza e della critica del corpo sovrano, il discorso estetico nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'arte. Questioni su cui si appunta l'attenzione, su cui ritorna il linguaggio. Il materialismo storico e la rottura del tempo omgeneo e vuoto, la crisi del tempo lineare, sono elementi che ricorrono continuamente nel dibattito di movimento, funzionano, in alcuni casi, come presupposti linguistici condivisi.
Poi c'è Hans Jürgen Krahl, giovane allievo di Adorno, leader della Sds francofortese. Seppure ancora poco letto, studiato quasi mai, Krahl comincia ad occupare uno spazio rilevante nella curisità teorica di una parte dei movimenti universitari, almeno in Italia (alcuni anni fa è stata ripubblicata dalla manifestolibri una selezione dei suoi scritti con il titolo Attualità della rivoluzione, pp. 224, euro 12,39). Una curiosità che parla del desiderio di genealogia, la genealogia del lavoro cognitivo, della trasformazione dell'università, della centralità del sapere nella nuova scena del conflitto globale. Krahl è punto decisivo di questa genalogia, un'anticipazione formidabile di questioni che troveranno affermazione pratica, da un punto di vista capitalistico, tra gli anni Ottanta e Novanta e pienezza problematica nelle esperienze di lotta che hanno attraversato le aule universitarie dagli anni Novanta a oggi.
Marcuse rimane sullo sfondo, a volte oggetto di approfondimento tra chi i francofortesi li ama nella loro complessità. Il campo problematico sollevato da Marcuse, il tema di Eros e civiltà ad esempio, è infatti insistentemente occupato da altri riferimenti: Foucault in primo luogo, Deleuze-Guattari in secondo. Quindi una rottura politica ed epistemica evidente con la matrice freudiana che attraversa il discorso marcusiano su Eros. Il lessico biopolitico (inteso in senso ampio, non confinato al testo foucaultiano), seppur a volte in termini gergali e banalizzanti, è il lessico più proprio dei nuovi militanti: un discorso sulla corporeità che investe la complessità relazionale, affettiva e linguistica messa in produzione; un discorso sulle pratiche politiche e sulle forme di organizzazione; un discorso sul carattere costitutivo del desiderio. Non che tutto questo sia estraneo alla proposta marcusiana, ma Marcuse sembra cedere ad una piegatura naturalistica, sembra non cogliere il tratto sempre costruito del desiderio, la sua metamorfosi continua inscritta nei dispositivi produttivi, nelle pratiche di rottura.
Eppure questo mancato incontro non rende giustizia alla complessità della posta in gioco della pratica teorica marcusiana. I testi curati da Raffaele Laudani e editi per manifestolibri potrebbero essere uno strumento decisivo per reinventare questo rapporto. Sono testi, infatti, che parlano della verifica che Marcuse compie a partire dall'incontro del Sessantotto. Una verifica serrata che lo spinge a ripensare in modo nuovo concetti del proprio percorso teorico. Nella temperie del Sessantotto Marcuse ritorna sul tema della rivoluzione, tentando di immaginarla dentro la mutazione dello Spätkapitalismus. In questo senso è attualissimo il suo sguardo sulla dimensione irriducibilmente globale delle lotte e della sfida rivoluzionaria: il rapporto tra conflitti metropolitani e lotte di liberazione nazionale viene indagato in termini nuovi, estremamente convincenti. Rimane il nodo degli studenti. Insomma, Marcuse coglie i processi di trasformazione complessiva del capitalismo globale, ma non riesce a dare piena forza alla nuova centralità produttiva, dunque sovversiva, delle figure del sapere. Su questo Krahl supera Marcuse, ma sicuramente non lo condanna all'oblio.
Marco Revelli
Quale?
Un messaggio di resa della politica allo stato di cose presenti, alla deriva che ha caratterizzato la società in questi ultimi quindici anni. Resa all'esistente significa accettazione della società così com'è stata plasmata in questi anni di trionfo del mercato come unica e possibile condizione sociale. Cioè come normalità. Lo stato patologico del corpo sociale viene assunto come fisiologico.
Il discorso di Veltroni sembrava disegnare un partito il cui ruolo non è provare a indirizzare i processi, ma accompagnarli.
Peggio. Se fosse così ci sarebbe qualcosa di virtuoso: il rifiuto del primato del demiurgo e del moderno principe su un sociale considerato inferiore. Qui, invece, il sociale viene assunto come un tutto indifferenziato, come una grande narrazione - la narrazione dei media, con il linguaggio dei media - da gestire così com'è, come si gestirebbe un'impresa. Senza rinunciare a un ruolo autoritario, ma senza selezionare gli aspetti virtuosi e gli aspetti viziosi. Per stare anche noi al gioco del linguaggio mediatico, Walter Veltroni è l'opposto simmetrico del dottor House (protagonista della serie televisiva Dr House-Medical Division, ndr). Il dottor House è il professionista che usa il proprio cattivo carattere per fare il bene. La sua diagnostica è basata sulla ricerca delle verità, anche le più scomode, sul rifiuto dell'ipocrisia, della verità tranquillizzante. Il male va guardato in faccia per essere curato. Viceversa, Veltroni fa il buono per convivere con il male. La sua diagnostica è basata sul racconto edificante del reale, in cui persino il negativo compare per rendere più fulgido il positivo. In cui anche la disgregazione sociale è in funzione dell'ostentazione dei buoni sentimenti. E, soprattutto, in cui il drammatico peso del negativo nell'assetto attuale della società non è riconosciuto come tale. Il male non ha più un'eziologia, non ha più né cause, né soggetti. Appartiene all'ordine delle cose e come tale deve essere gestito
Sembra non esistano più oppressori e oppressi. In questo quadro qual è lo spazio del conflitto?
Non c'è, perché non c'è lo spazio della verità. Tutto rimane a livello del racconto in cui, però, scompare il momento della tragedia, che è la verifica sociale dell'incomponibilità di alcune contraddizioni che imporrebbero di scegliere. L' apocalisse culturale attuale è rimossa, e con essa la ricerca delle sue cause. Se la patologia viene assunta come normalità, non si ha il problema di rimuoverla, ma di gestirla momento per momento. E questo ceto politico logoro, ormai senza visione del mondo e senza passioni, trova la propria ragion d'essere in una funzione manageriale, trattando i soggetti sociali come clienti di servizi e spettatori della rappresentazione politica. E trattando se stessi come fornitori.
Sarà anche una politica senza passioni, ma non negherà che il partito degli amministratori sul piano locale stravince. Non crede che le persone chiedano proprio un'amministrazione efficiente?
Certamente nella costruzione del partito Democratico traspare un'idea di politica come amministrazione. Ma nel contesto locale, dove amministrati e amministratori si guardano, permane un legame. In quello spazio esploso, in crisi, che è lo spazio pubblico nazionale, invece, dietro l'illusione del governo come gestione di servizi si nasconde il governo come mediazione tra lobby, come coalizione di interessi. Questa logica dichiara esplicitamente di trasformare il cittadino in cliente e spettatore. Ma in realtà, poi, misura i processi di produzione dei servizi e la loro selezione nel rapporto con i poteri forti. Sono gli stessi cittadini a cui si dichiara di voler fornire servizi quelli a cui viene somministrata - quando occorre prendere decisioni forti - la Tav che gli passa in casa, la base americana che arriva a lambire il centro storico, la centrale a Turbogas nel Lazio, l'area di stoccaggio delle scorie nucleari. Questi sarebbero cittadini utenti? Quando devono essere prese le decisioni di fondo, si sbatte loro la porta in faccia. E' una logica oligarchica. Allora cosa fa questa gente? Si candida a gestire lo spazio. E su questo terreno si apre un conflitto: tra chi quello spazio lo vuole abitare e chi quello spazio lo vuole gestire come luogo di attraversamento dei diversi flussi che strutturano il mondo contemporaneo: infrastrutture, energia, merci, traffico, capitale. La politica oggi come «governo della società così com'è» è la politica che si posiziona sui flussi e si contrappone ai luoghi.
Ma lei non salva nulla della modernità?
Sono d'accordo con le analisi di chi, come Pietro Barcellona, sostiene che debba essere dichiarato esplicitamente il fallimento del progetto moderno come applicazione sistematica della razionalità strumentale e della potenza produttiva della tecnica come risoluzione di tutti i problemi sociali. Oggi vediamo il meccanismo della modernizzazione economica divorare e disfare la società. Questa è la matrice delle contraddizioni e dei possibili conflitti. Rimossi i quali rimane una predica da parroci di campagna, che nasconde gli artigli d'acciaio dei manager dei flussi
Mai come oggi, però, c'è la capacità delle persone si autorganizzarsi anche al di fuori del cappello delle grandi ideologie
Certo, per fortuna c'è una reticolarità di autorganizzazione del territorio. Soprattutto laddove riesce a muoversi sotto il radar dei media e può sviluppare il proprio discorso senza l'innesto tossico di quella logica. Allora nasce un nuovo linguaggio e un nuovo discorso, spesso trasversale alle tradizionali divisioni della politica. Lì scatta una forma partecipata della democrazia che sta agli antipodi del discorso edificante.
A questo punto, qual è il ruolo di ciò che resta della sinistra?
La prima cosa riguarda la parola. Dirsi la verità anche quando questa è sgradevole. Occorre inventare un modo della politica che non ha precedenti nel Novecento, che deve essere inventato da zero, perché davvero tutto è cambiato. Non basta tirare fuori dal cassetto della nonna le vecchie ricette, anche questo è un racconto edificante. Bisogna accettare di sporcarsi le mani e i piedi nei territori dove i linguaggi e i processi sono spesso spiacevoli: è più facile discutere in una sezione di partito che in un comitato che si organizza contro gli immigrati o ai bordi di un campo nomadi o ai cancelli della Fiat dei miracoli di Marchionne, perché lì ci si prospettano dimensioni tragiche del sociale.
Antonio Negri
Veltroni è un Sofri malriuscito, D'Alema un Piperno malriuscito. Il Pd vuole rovesciare di segno gli anni '70 La patologia viene assunta come normalità. Da gestire momento per momento. Ma il governo gestore di servizi è un'illusione.
«Gli esponenti dei Ds che sciolgono il loro partito - afferma Negri - compiono un'operazione rovesciata a quella di molti protagonisti degli anni Settanta. Anche allora non ci piacevano i partiti, ma volevamo cambiare il mondo. Ora mi sembra che vogliono dare vita a una piccola macchina organizzativa che vuol gestire il potere. Walter Veltroni mi sembra che voglia emulare Adriano Sofri, ma un Sofri malriuscito. Massimo D'Alema sembra Franco Piperno, ma un Piperno malriuscito. Romano Prodi sembra un Valentino Parlato, ma un Parlato malriuscito. Di Rossana Rossanda - sbotta - non hanno neanche lo stampino».
Nella relazione introduttiva del congresso dei Ds Piero Fassino ha però parlato del partito democratico come una necessità storica...
Ripeto: quello che si andrà formando è un puro dispositivo di gestione del potere. Una macchinetta organizzativa che vuol giocare alla politica. Faranno una legge elettorale e andranno alle elezioni sperando di vincerle. In tutta questa discussione non c'è nessun riferimento a un programma, a delle discriminanti che in politica ne sono se non l'essenza, quantomeno le condizioni sulle quali fare delle scelte.
Più preoccupante è invece la concezione della democrazia che emerge. Mi sembra una democrazia dell'opinione pubblica in cui i partiti hanno il compito di rappresentarla. Un cambiamento questo sì radicale. Non sono mai stato molto interessato a scomporre dei processi sociali e politici in tassonomie, ma talvolta aiutano a capire. In Europa assistiamo a tre tendenze per quanto riguarda la democrazia. Ci sono sistemi politici che vogliono rappresentare la società in termini di corporazioni. C'è poi che pensa a una democrazia dei partiti. Il modello egemone che però sta emergendo è quello della democrazia dell'opinione in cui i partiti hanno un ruolo ben preciso.
E qual è secondo te questo ruolo? Nei mesi che hanno preceduto questo congresso sono stati molti gli esponenti dei Ds che hanno detto che la società ha subito una grande trasformazione e che bisognasse trovare una forma politica adeguata a questa «grande trasformazione»...
Che la società sia cambiata è come dire che c'è il giorno e la notte. Un'affermazione ovvia. Ti propongo un parallelo. I partiti sono come chi gioca in borsa che investe su un possibile che prescinde dalle condizioni materiali che hanno portato a produrre una merce. Oggi, inoltre, le borse si basano sulle speculazioni, cioè su delle astrazioni. I partiti nella democrazia dell'opinione investono sulla loro capacità di rappresentare l'opinione dominante. Ma le opinioni sono rumore di fondo, esprimono un vuoto che nella geometria politica è rappresentato dal centro. La corsa al centro dei partiti non è dettata solo dalla volontà di acquisire consensi elettorali, ma per diventare la forma adeguata alla democrazia dell'opinione. È, da questo punto di vista, la fine della politica. Non la fine della grande politica come sostiene Mario Tronti, quella del lavoro che si fa stato o della classe che prende il potere. Questo partito che vogliono formare vuol decretare la fine della politica, tanto grande che piccola.
Dunque un cambiamento che ha il respiro corto?
Ultimamente, Etienne Balibar ha scritto molto sull'estremismo di centro. Un argomento interessante, che va strappato al suo uso giornalistico, perché individua proprio il rischio della democrazia dell'opinione. Mi spiego: se i partiti devono cercare di rappresentare un'opinione pubblica sono attenti ai cambiamenti di umore, delle pulsioni, insomma delle cattive passioni che abitano la dimensione pubblica. Da qui la necessità di istituire dispositivi di gestione del potere che neutralizzino preventivamente un possibile imprevisto. Come un imprevisto sono stati in Francia la rivolta nelle banlieaues e il movimento contro il Cpe. Da qui il rischio autoritario che io vedo in questo progetto di democrazia dell'opinione. Un autoritarismo che non nega le libertà formali, ma articola una gestione del potere che impedisce il conflitto e la trasformazione. Dunque diverso dal passato, ma non per questo meno pericoloso.
A sinistra c'è chi dice che si aprono spazi per la formazione di un nuovo soggetto politico che punti al superamento di Rifondazione comunista e all'incontro con chi dai Ds è uscito. Tu che ne pensi?
Fausto Bertinotti mi sembra come un pipistrello al calar della luce che attende il momento giusto di intercettare gli insetti caduchi per mangiarseli. Tutti gli esponenti della sinistra reale mi sembra che abbiano interiorizzato l'ideologia della fine della storia e si limitano al piccolo cabotaggio. Forse dovrebbero rileggere il filosofo Alexandre Kojève, che scrivendo di fine della storia parlava di sapere almeno essere capace di bere un tè per vivere in un mondo in cui la storia è finita. Ma la storia non è finita e loro non sanno neanche bere un tè.
La nascita del partito democratico segnala però che la fuga dei partiti c'è già stata e che sono cresciuti movimenti sociali che potrebbero vedere questa fase come un'opportunità. Tu che ne pensi?
Per i movimenti ogni momento è un'opportunità. Quella che si apre è una fase pericolosa in cui il rischio di autoritarismo è grande. Ieri a Milano hanno bloccato dei giovani che volevano andare a Trento in solidarietà con un centro sociale sgomberato. Al di là del fatto, i dispositivi del potere vogliono sempre e preventivamente impedire che accada un fatto imprevisto che rimetta in discussione la gestione del potere. I movimenti devono puntare a sviluppare partecipazione politica, dove politica si intende la capacità di porre delle discriminanti, tra chi è oppresso e chi opprime, tra sfruttati e sfruttatori, tra bene e male. Sviluppare dunque una politica che ha a cuore il comune. Devono cioè agire come istituzioni politiche in senso pieno.





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