risentimento
La vendetta degli sconfitti
da Erba a Baghdad
A differenza del fallito e del vinto, il «perdente radicale» si ritrae in disparte per radunare le energie in vista della resa dei conti finale. E' attraverso questa figura che nel suo ultimo libro edito da Einaudi Hans Magnus Enzensberger spiega la natura dei kamikaze, degli sterminatori adolescenti di Colombine e, per tornare all'Italia, della xenofobia rabbiosa della Lega. Lettura suggestiva, che dimentica tuttavia la crisi dell'Occidente e il dilagare nel Nord
di Marco Bascetta
Cosa hanno in comune gli sterminatori adolescenti di Colombine e gli attentatori suicidi palestinesi, i coniugi assassini di Erba e i Talebani in Afghanistan? Hans Magnus Enzensberger, uno dei più brillanti intellettuali tedeschi del dopoguerra, azzarda una sua risposta: si tratta in tutti questi casi, pur così diversi e distanti tra loro, di «perdenti radicali» (Il perdente radicale, Einaudi, pp. 79, euro 8). Soggetti, cioè, che le vicende di un mondo globalizzato o localizzato, ma sempre fondato su una competizione senza esclusione di colpi, hanno messo fuori gioco, sospinto ai margini, privato agli occhi degli altri, e soprattutto ai propri, di ogni valore.
Ma a differenza del fallito che si rassegna alla propria sorte, del vinto che «si prepara alla prossima tenzone», «il perdente radicale si ritrae in disparte, diventa invisibile, coltiva il suo fantasma, raduna le proprie energie e attende la sua ora». L'ora della resa dei conti. Lucidando le armi in una stanza da adolescente o affilando il coltello in un appartamento di periferia, dove i passi del vicino e i pianti del neonato alimentano una rabbia sconfinata e irrefrenabile. Il perdente radicale non si limita a soffrire la miseria della sua condizione, se ne domanda anche la ragione, cerca il colpevole e immancabilmente lo trova. Che si tratti dei vicini che trascinano le sedie sul pavimento o dello strapotere di una grande paese, del complotto internazionale o degli zingari accampati sull'altro lato del viale. Certo, nel suo sordo rancore e nel suo desiderio di vendetta, è un caso singolo, una anomalia, ma una anomalia che la contemporaneità riproduce in serie, moltiplica a ritmo vertiginoso andando a infoltire a dismisura le file dei perdenti radicali. Cosa accade allora quando questa molteplicità di sconfitte singolari incontra una comunità pronta ad accoglierla, una patria delle frustrazioni e un collante ideologico in grado di sfruttarne la potenza distruttiva e autodistruttiva, i due lati inscindibili del perdente radicale?
L'io ferito
Per un intellettuale tedesco il pensiero non può che correre all'«onta» del trattato di Versailles, alla frustrazione del 1919, alla «congiura giudaico-bolscevica» contro il popolo germanico e al nazionalsocialismo che, capitalizzando il sentimento della sconfitta, conduce ineluttabilmente la Germania intera verso la guerra di sterminio e l'autodistruzione. «Volete la guerra totale?», tuonava Goebbels nel suo famoso discorso allo Sportpalast nel 1943, e l'adunata oceanica gridava il suo immancabile «sì» alla corsa collettiva verso la catastrofe. Verranno poi signori della guerra e movimenti armati, al centro del mondo e alla sua periferia, più o meno affetti dal fanatismo e dalla perdita di realtà, pronti a raccogliere gli sconfitti della storia o della vita quotidiana. Anche se in molti casi non tutto e non sempre può essere imputato al paradigma del perdente radicale e al suo difetto di razionalità politica. L'ingiustizia e lo sfruttamento non possono essere ridotti a semplici fantasmi dell'io ferito e la violenza a spirito di vendetta.
Oggi, sostiene Enzensberger, tramontata la stagione delle utopie rivoluzionarie, vi è un solo movimento all'altezza dei tempi, capace di mobilitare questo dispositivo su scala globale e con l'ambizione di coinvolgere grandi masse distribuite in numerosi paesi. Si tratta dell'islamismo. Esso dispone di tutte le leve necessarie per trasformare la moltitudine di perdenti che la globalizzazione dissemina lungo il suo cammino in una forza politico-militare dirompente. Innanzi tutto dispone della «frustrazione araba», quel sentimento, circonfuso dal mito dell'età dell'oro, che vive il declino secolare di una civiltà, che si era affacciata, vincente e innovativa sulle rive del Mediterraneo all'epoca del califfato, come una intollerabile sconfitta inflitta ai «credenti» dalle schiere sterminate e sopraffattrici degli «infedeli», coloro che «non credono in nulla», rinnovata dal colonialismo e dallo scambio ineguale. Dispone poi del paragone, drasticamente sfavorevole, tra le condizioni di vita nelle società arabe e quelle opulente dell'occidente.
Tolleranza revocata
Ma non solo, altre società, altri grandi paesi, già vittime della colonizzazione o di invasioni straniere, si pensi all'India, alla Cina, al sudest asiatico, presentano una dinamica di sviluppo senza paragoni con il mondo arabo. Né il nazionalismo, né il socialismo d'importazione, né le improbabili e mutile esperienze di democrazia parlamentare hanno saputo smuovere questa secolare stagnazione. La ricchezza del petrolio ha mantenuto le élites arabe nella pigra condizione del rentier e le masse in quella di clientele più o meno insoddisfatte. Le une e le altre inclini a ignorare i fattori endogeni di questo declino e a enfatizzare la potenza oppressiva del nemico (l'America, Israele, il materialismo ateo dell'Occidente). Qui sarebbe una intera società, o addirittura una intera civiltà, ad avere sviluppato il sentire del perdente radicale, tenuto insieme e potenziato da una religione strettamente intrecciata con il costume e la politica, di cui costituisce la fondazione stessa.
Tuttavia, argomenta Enzensberger, l'islamismo non può vincere la sua «guerra totale», ponendosi come obiettivo dichiarato il califfato planetario e la distruzione di tutti gli infedeli. E dunque finirà col volgere, come già il terzo Reich, la sua volontà di distruggere l'avversario in autodistruzione. Una intera civiltà starebbe dunque correndo verso il suicidio e l'autoannientamento, non senza imporre per lungo tempo e al mondo intero una condizione di insicurezza e di minaccia capace di revocare tolleranza, diritti e libertà anche nel cuore dell'occidente democratico. E, il destino singolare dell'attentatore suicida, di questa generale tragedia costituirebbe al tempo stesso il prodotto e la premessa, nonché il distillato più puro.
Il ragionamento è suggestivo e non privo di verità, tuttavia, privilegiando il livello delle mentalità e delle autorappresentazioni, non da conto della razionalità, sia pure una razionalità perversa, che aldilà di ogni roboante proclama, continua a misurare i mezzi con i fini. E se pure l'ideologia islamista dichiara una guerra santa planetaria e infiamma le masse con le sue visioni apocalittiche, non per questo non guarda a più concreti e perseguibili obiettivi (come gli equilibri politici nel mondo arabo, la difesa delle vecchie gerarchie dagli effetti della modernizzazione, o lo spazio di autonomia e di potere dell'immigrazione islamica nel mondo), per raggiungere i quali non disdegna astuzie e compromessi. Ma, se pure ci atteniamo all'impianto classicamente kulturgeschichtlich proposto da Enzensberger, c'è qualcosa che non quadra. La figura del perdente oscilla, si sottrae a una precisa delimitazione, ma soprattutto molti dei suoi connotati entrano a far parte in forma più o meno intensa e politicamente dirompente di soggetti che perdenti non sono affatto. Rischia insomma di riguardare indistintamente tutti «perché il vincente definitivo non può esistere» o di lasciar fuori buona parte delle sorgenti, razionali e irrazionali, della violenza che pervade il nostro tempo. Essendo la violenza non una attività onanistica, ma una relazione. Così, l'argomentazione di Enzensberger coglie con acume ciò che alligna nel campo islamista, ma lascia in ombra ciò che accade dall'altra parte.
Il declino dell'Occidente
Su questo versante, abbandona, infatti, l'esame dell'autopercezione soggettiva, delle mentalità, degli stati d'animo e delle ideologie, denunciando invece i fattori oggettivi: il capitalismo, l'impero, la globalizzazione, la concorrenza, i rapporti di forza nel mercato, che moltiplicano vertiginosamente il numero di coloro che soccombono, la massa dei perdenti. Come se l'universo politico fosse diviso in un campo illuminato dal pensiero razionale, compresi i suoi aspetti malvagi e devastanti, e un altro campo, quello dei perdenti, dove l'irrazionalità autodistruttiva domina rappresentazioni e comportamenti.
Tuttavia, l'Occidente è a sua volta afflitto da un senso di minaccia incombente che lo spinge alla ricerca di un collante ideologico, a scapito della molteplicità e della diversificazione che ne contraddistinguono la storia,nonché del suo celebrato razionalismo, fino ad invidiare al mondo islamico la potenza del suo integralismo. Su questo punto il pontefice tedesco non teme di essere esplicito: di fronte alla forza assoluta della fede islamica, l'Occidente relativista, tollerante e incline a passare i «valori» al vaglio della democrazia è «perdente». Solo restaurando la certezza assoluta di un sistema di valori resistenti ad ogni compromesso esso potrà vincere la sfida. Solo il discorso identitario e il richiamo alle radici «cristiane» potrà rimuovere la fragilità che sottende la forza economica tecnologica e militare delle democrazie occidentali. Perdente l'Occidente si percepisce sul piano demografico, perdente nella ragionevole convinzione che non potrà salvaguardare all'infinito i suoi privilegi, la sua opulenza, il suo tenore di vita, tagliando fuori la maggior parte dell'umanità, perdente di fronte al flusso inarrestabile dell'immigrazione. E la minaccia si traduce in una chiamata alle armi, vede ovunque moltiplicarsi il numero dei nemici, taglia corto con le finezze garantiste della democrazia e dello stato di diritto.
Sul piano interno, l'allarme sociale, le dilaganti politiche securitarie, l'insofferenza per ogni accenno alle cause sociali della devianza e del crimine (la colpa starebbe tutta e solo nella volontà malvagia del criminale) inducono il cittadino occidentale a considerarsi vittima potenziale e bisognosa di protezione dall'incombere di una violenza pervasiva e indeterminata. E questa propensione a considerarsi, prima di ogni altra cosa, come una «vittima potenziale» potrebbe essere considerata, senza eccessive forzature, una sorta di sentire da «perdente preventivo». Per queste ragioni, più del paradigma del perdente radicale evocato da Enzensberger, è un'altra categoria quella che mi sembra meglio tenere insieme le diverse forme contemporanee dell'inimicizia, nonché la dimensione individuale e quella collettiva: il «risentimento».
Lo spirito di vendetta
Il risentimento, non privo di una connotazione moraleggiante, prende di mira, come una colpa, l'altrui benessere, assimila ricchezza a corruzione. Coltiva lo «spirito di vendetta», elegge la propria condizione di disagio a unità di misura, considera la diversità (quando non riesca a plastificarla nell'ideologia del «politicamente corretto») come un affronto o una minaccia. E', come aveva ben visto Friedriech Nietzsche, il lato oscuro, sordido, maligno, del desiderio di uguaglianza, la malattia, tutta occidentale e «giudaico-cristiana», del socialismo e della democrazia. La pretesa di moralità del risentimento lo imparenta direttamente con le dottrine religiose e con tutto l'armamentario concettuale della «personalità autoritaria». Ma esso non scaturisce da una sconfitta, da una caduta. L'insofferenza, l'invidia, l'idea che altri godano di benefici immeritati, che qualcuno abbia violato il principio di prestazione o la sacra legge dello scambio di equivalenti sono più che sufficienti ad alimentarlo.
L'immigrato, il collega «nullafacente», la gioventù chiassosa, l'ebreo, il ladruncolo, la prostituta, sono lì a insidiare il nostro modo di vita, a «toglierci qualcosa». Il risentimento penetra in modo capillare la politica contemporanea, attraversa oriente e occidente, permea la democrazia, viene chiamato a mobilitare gli uomini armati di cinture esplosive, così come i cittadini armati di scheda elettorale. Funziona nella dimensione globale della guerra (dalla ex jugoslavia all'Iraq) così come nella microfisica della violenza privata. E'il risentimento che tiene insieme i coniugi assassini di Erba e i «martiri» di Al Qaeda, il razzismo della lega lombarda e l'antisemitismo arabo, Oriana Fallaci e gli ideologi dell'integralismo islamico, gli elettori di G. W Bush e quelli di Ahmadinejad, i teppisti dello stadio e i benpensanti della «tolleranza zero», i vincenti e i perdenti, i primi e gli ultimi. I poteri grandi che governano il mondo e quelli piccoli che ne governano pezzi, i pastori del gregge e gli strateghi del capitale, lo sanno bene e se ne servono a piene mani.
Hans Magnus Enzensberger
Dalla poesia alla classe media, le stilettate di un maître à penser
La bibliografia di Hans Magnus Enzesberger potrebbe occupare da sola una intera pagina di un giornale, visti i saggi, le raccolte di poese, i drammi teatrali, i racconti e opere destinate ai bambini che questo intellettuale tedesco ha finora pubblicato. Solo per citare alcuni volumi, vanno ricordati: «Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati», «Il mago dei numeri», «Dialoghi tra immortali, morti e viventi», «Gli elisir della scienza», «La breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti», «Esterhazy. Storia di un coniglio», «Il teatro dell'intelligenza», «Più leggeri dell'aria», «Zig Zag. Saggi sul tempo, il potere e lo stile», «Ma dove sono finito», «Politica e crimine», «Musica del futuro», «Abbasso Goethe», «Prospettive sulla guerra civile», «Dialoghi tra immortali. Morti e viventi», «Per non morire di televisione», «Colloqui con Marx ed Engels», «La fine del Titanic». Nato in Germania nel 1929, Enzensberger è stato uno degli animatori assieme a Günter Grass, Heinrich Böll del «gruppo 47» costituito in Germania Federale attorno al rinnovamento della letteratura tedesca. Figura di spicco del panaroma culturale europeo, è stato uno dei primi intellettuali che si è schierato con il movimento del Sessantotto in Germania Federale in quanto «compagno di strada» degli studenti in rivolta. E infatti le sue prese di posizione sono stato spesso critiche verso l'establishment tedesco, ma anche nei confronti dei movimenti sociali del suo paese. Un vero e proprio «maître a penser» che ha continuato a intervenire nella discussione pubblica esprimendo posizioni quasi sempre in controtendenza.
probabilità
Sentimenti soggettivi per leggere
oggettivamente il futuro
Prendendo avvio dai testi economici del matematico Bruno de Finetti, un sentiero di lettura sull'idea di probabilità anche alla luce delle recenti scoperte delle neuroscienze Il fatto che i giudizi basati su verifiche passate possano essere domani contraddetti non costituisce una ragione valida per impedirci di considerarli affidabili nel presente
di Luigi Cavallaro
«E' la causalità? La causalità, si diceva, è un presupposto necessario a priori per poter costruire la scienza: come potrei scoprire delle regolarità e delle leggi se concepissi tutto come in balia del caso e non fossi guidato da questa certezza? come potrei ricavare, dall'esperienza del passato, una qualunque previsione, senza questo principio che mi assicuri che quanto è avvenuto è avvenuto per cause che si ripeteranno, e che, come hanno determinato il corso del passato, determineranno il corso del futuro? Che questo stato d'animo abbia giovato, per un certo tempo almeno, alla scienza, sarebbe vano voler negare», scriveva nel 1934 Bruno de Finetti nell'Invenzione della verità, un breve e denso saggio destinato a rimanere a lungo inedito. Ma oggi? Oggi che «l'apparire della meccanica statistica, della teoria dei quanti, della meccanica ondulatoria » hanno rotto «il magnifico isolamento della previsione scientifica per ravvicinarla attraverso graduali concessioni alle comuni previsioni o congetture della vita pratica», che ne è del concetto di causa?
Nessi causali e superstizioni
In nome di cosa possiamo arrischiare a prevedere il corso futuro degli eventi, se nemmeno nella previsione scientifica vi è più una «certezza assoluta», ma solo «una certa probabilità che può al massimo diventare tanto grande da meritare il nome di certezza pratica»? Non sembrino questioni «astratte», cioè oziose. Se, come sostiene de Finetti, aveva ragione David Hume a sostenere che tutti gli argomenti probabili sono costruiti sulla supposizione che esista conformità tra futuro e passato e dunque non possono mai provarla, ogni pretesa di «conoscenza» sembra dissolversi: «la credenza nel nesso causale è la superstizione», scrisse greve Wittgenstein nel Tractatus logico- philosophicus. D'altra parte, se tutte le nostre connessioni inferenziali si basano sulla forma delle nostre proposizioni e «in nessun modo - leggiamo ancora nel Tractatus - può concludersi dal sussistere di una qualsiasi situazione al sussistere d'una situazione affatto diversa da essa», che ne è di una politica che si voglia concepire «trasformatrice» o addirittura «socialista»? Non avrebbero ragione Hayek e Popper, discepoli dichiarati di Hume, a bollarla di irrazionalismo e a derivarne l'inevitabile sbocco totalitario?
Che la politica - e segnatamente la politica economica - abbisognasse di postulare nessi causali, ancorché in forma probabilistica, non sfuggì a Keynes, che ben prima della Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, si cimentò in un ponderoso Trattato sulla probabilità (1921). Il suo caposaldo era la difesa del carattere oggettivo del giudizio probabilistico: «se sono assegnati i dati di fatto che determinano la nostra conoscenza, rimane oggettivamente fissato, indipendentemente dalla nostra opinione, cosa, sotto tali circostanze, sia probabile o improbabile». Una teoria oggettiva della probabilità poteva in effetti meglio fondare l'ipotesi di una relazione di causalità o efficacia tra decisioni politiche ed esiti sistemici: «Un governo dovrebbe dimettersi, se non è pronto a scommettere su un nesso tra un se e unallora», ha osservato in proposito Giorgio Lunghini. Disgraziatamente, la teoria oggettiva della probabilità non ha fondamento. Come obiettò de Finetti, la valutazione della probabilità con cui un evento b può seguire a un evento a «può differire a seconda di chi la giudica, dipendendo da differenze mentali fra i diversi individui, e inversamente non vedo come, ammettendo tale dipendenza, la probabilità si possa dire oggettiva». In altri termini, un'affermazione contenente valutazioni di probabilità è priva di senso se non esiste (almeno sottinteso) un soggetto che valuta la probabilità: «probabile - prosegue de Finetti - è un termine che presuppone una mente capace di sentire diverse gradazioni di fiducia». E del resto, è proprio in un particolare «sentimento» che Hume, nel celeberrimo esempio delle palle di biliardo, aveva risolto la nostra credenza nel nesso di causalità: «Spinta dall'abitudine, la mia mente corre dall'oggetto visibile, costituito dalla prima palla che simuove verso l'altra, all'effetto usuale del movimento della seconda palla. Non solo concepisce il movimento, ma sente qualcosa di diverso, nel concepirlo, da una semplice fantasticheria dell'immaginazione».
Non è però detto che dalla teoria soggettiva della probabilità, cioè dal riconoscimento che - come ribadì de Finetti - «la valutazione di una probabilità dipende da un sentimento », debba per forza derivare un'implicazione scettica in teoria e conservatrice in politica (veramente, di questi tempi, al posto di «conservatrice» bisognerebbe scrivere «riformista»; maquesto è un altro discorso).De Finetti stesso ne è un esempio: benché «soggettivista» convinto per ciò che riguardava la causazione, non cessò mai di invocare la «programmazione per creare un sistema economico efficiente, orientato al soddisfacimento dei bisogni della collettività in un clima di giustizia sociale, sottratto alle distorsioni derivanti da pressioni settoriali, da interessi particolari, da egoismo di privilegiati, da contraddizioni interne alla struttura privatistica dell'economia», e ironizzò sul «tragico sofisma» del liberalismo, «la superstizione dell'anarchia autoregolantesi, secondo cui per giungere al massimo benessere per tutti il modo più semplice consiste nel permettere a ciascuno di tendere a realizzare il massimo tornaconto egoistico». «Di quale maggiore giovamento complessivo godrebbe ciascuno - scrisse in Un matematico e l'economia (1969) - se potesse vivere in una società liberata dalla miseria, dall'ignoranza, dall'irresponsabilità, anziché trovarsi travolti nella sterile lotta di tutti contro tutti per strappare l'un l'altro brandelli di superflua opulenza», l'unica di cui «già godiamo anche troppo -ma in forma precaria, caotica, incivile, disgustosa - nel vigente disordine costituito».
Il motivo di questa apparente contraddizione è, in fondo, assai semplice. «Soggettivo», scrive de Finetti nel saggio del '34, non significa «arbitrario »: «non posso ritenere probabile ciò che voglio,ma soltanto ciò che effettivamente mi fa provare questo sentimento più omeno grande di fiducia », allorché suppongo che dall'evento a possa seguire l'evento b. Se così non fosse, avrebbe aggiunto qualche anno dopo commentando proprio il Trattato sulla probabilità di Keynes, non si potrebbe spiegare in alcun modo quell'evidenza che la teoria oggettiva della probabilità pretende (infondatamente) di spiegare, ossia che «la divergenza delle opinioni soggettive iniziali ha, sotto larghe ipotesi, poca influenza sull'opinione finale dopo un'esperienza sufficientemente ricca». C'è insomma una base oggettiva al fondo di ogni valutazione «soggettiva » sulla probabilità che certi eventi seguano a certi altri; e c'è perché - come comincia a esserci più chiaro grazie ai progressi delle neuroscienze - il nostro cervello dispone di un qualche mezzo per «rappresentare il mondo esterno in termini dimodificazioni che esso provoca nel corpo». L'ipotesi, definita del «marcatore somatico», è stata avanzata più di dieci anni fa dal neuroscienziato portoghese (ma attivo negli Stati Uniti) Antonio Damasio, dal cui libro più noto (L'errore di Cartesio, 1994) è tratta la citazione precedente. Cosa è ilmarcatore somatico? È un «sentimento » (ossia la percezione di un particolare stato del nostro corpo, come una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco) che si genera ogniqualvolta, nel corso di un dato processo di ragionamento, ipotizziamo una certa conseguenza come possibile rispetto a una nostra decisione o azione. In un esperimento condotto in laboratorio, in cui alcuni soggetti erano chiamati a scegliere una carta fra quattro mazzi, due dei quali presentavano un certo numero di carte che, se pescate, richiedevano al giocatore il pagamento di una forte penalità, è accaduto che i ricercatori rilevassero un mutamento nella conduttanza cutanea dei giocatori non solo quando ricevevano la «punizione», ma anche quando stavano decidendo di pescare una carta da uno dei due mazzi che l'esperienza precedente aveva rivelato «cattivi»: il loro cervello andava cioè imparando gradualmente a prevedere l'esito sfavorevole e il loro corpo evidenziava questo «sentimento» attraverso una risposta cutanea che «anticipava», per così dire, la conseguenza della loro decisione.
Non ne viene soltanto la dimostrazione di quanto sia fallace - cartesiana, appunto - l'usuale contrapposizione fra processi cognitivi e processi emotivi. Se è vero che la maggioranza dei marcatori somatici è stata creata nel nostro cervello durante il processo di istruzione e socializzazione, l'implicazione più rilevante dell'ipotesi concerne la possibilità che gli stati emotivi connessi ai marcatori somatici siano il frutto della «storia» delle nostre interazioni con l'ambiente. E che, di conseguenza, alle cognizioni acquisite nel corso di questa «storia» siano imputabili anche quei particolari «sentimenti» che presiedono alle valutazioni probabilistiche e che fondano la nostra «credenza» circa l'esistenza di nessi causali. Per quanto precaria, un'ipotesi del genere è l'unica oggi disponibile per offrire una base oggettiva alla concordanza soggettiva delle varie opinioni che normalmente si registra «dopo un'esperienza sufficientemente ricca»: come scriveva de Finetti, «dei due elementi che ci guidano nelle nostre previsioni, l'opinione iniziale e l'esperienza, quest'ultimafinisce sempre per prendere il sopravvento pur di arricchirla quanto occorra».
L'importanza dei casi analoghi
Soprattutto, un'ipotesi del genere è l'unica a poter fondare il discrimine proposto da Lenin tra materialismo dialettico e relativismo e, con esso, le pretese trasformatrici della politica (e della politica economica in primis). Salvo che abbiamomotivo di ritenere che il futuro non sarà simile al passato, non è sbagliato fare «delle previsioni, in termini di probabilità, basandosi sull'esperienza, e precisamente sull'osservazione della frequenza dei successi in un numero (possibilmente grande) di casi "analoghi" a quello (o quelli) di cui ci interessa prevedere il risultato», scrisse de Finetti nella voce Probabilità redatta per l'Enciclopedia Einaudi. Ciò che occorre, una volta che si sia compresa la natura del ragionamento probabilistico, è piuttosto una metodologia idonea a comparare le diverse «spiegazioni» che di un evento ci possono offrire i diversi «programmi di ricerca» che si contendono il campo, in modo da «condizionare» il grado di fiducia che si attribuisce alla propria valutazione probabilistica allo stato attuale della conoscenza «migliore ». Come Imre Lakatos non si stancò di obiettare all'amico-rivale Paul Feyerabend, il fatto che i giudizi basati su controlli passati possano essere contraddetti in futuro non costituisce una ragione valida per non affidarci a essi nel presente. Sembrerà banale richiamare l'attenzione sul fatto che, se non avesse confidato nella propria capacità di conoscere la realtà e, a un tempo, di correggere le proprie immaginazioni, aspettative o ideologie sulla scorta delle indicazioni provenienti dall'esterno, la specie Homo sapiens sapiens si sarebbe estinta da un pezzo. Purtroppo, però, è necessario: non sono passati i postumi di quell'ubriacatura collettiva che, tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, portò a declinare il «soggettivismo», in epistemologia come in politica, in chiave decisamente antirealista. Lo ha ricordato di recente Carlo Ginzburg: «in una situazione in cui desiderio veniva considerato come una parola di sinistra, realtà (ivi compresa l'insistenza sui "fatti reali") aveva un'aria decisamente di destra». È possibile, suggerisce ancora Ginzburg, che un'«idea suicida» del genere possa spiegare il fascino che ancor oggi circonda epistemologie sostanzialmente scettiche. Certo, ha molto a che fare con lo stato confusionale in cui versa la sinistra, «moderata » o «radicale» che dir si voglia.
Sugli scaffali
«Probabilisti di Cambridge»,
Keynes costretto alla resa
«L'invenzione della verità», scritto da Bruno de Finetti nel 1934, è da poco apparso per Raffaello Cortina, con un'introduzione di Giulio Giorello e Giordano Bruno. Da Giuffrè è stato ripubblicato «Un matematico e l'economia», in cui de Finetti raccolse alcuni suoi saggi di natura economica, redatti fra il '35 e il '67. «Probabilisti di Cambridge», l'articolo in cui de Finetti criticò la teoria della probabilità di Keynes (e di H. Jeffreys), è in «Scrittori italiani di economia», a cura di Rossella Bocciarelli e Pierluigi Ciocca (Laterza, 1994). Giorgio Lunghini ha discusso della critica definettiana a Keynes nella sua relazione all'Accademia dei Lincei in occasione della Bruno de Finetti Centenary Conference (Roma, 15-17 novembre 2006). Non è però certo se Keynes presupponesse la teoria oggettiva della probabilità come supporto indefettibile dei suggerimenti di politica economica dispensati nella «Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta» (da poco ripubblicato per i tipi Utet, a cura di Terenzio Cozzi, prefazione di Giuseppe Berta): già nel 1931 egli aveva dichiarato la propria resa alle critiche che al «Trattato sulla probabilità» aveva mosso Frank Ramsey.
terapia Ludwig

Questioni sulla bilancia
del libero arbitrio
La questione riguarda la libertà, che per la scienza non trova spazio, perché noi saremmo del tutto determinati delle leggi di natura. Ma quando si entra nel campo della morale, quelle leggi di causa e effetto non hanno più asilo Due brevi testi di Wittgenstein, «Causa ed effetto» e «Lezioni sulla libertà del volere», pubblicati ora da Einaudi, riaprono a distanza di vent'anni una questione a suo tempo liquidata nel «Tractatus»
di Mario De Caro
Prendiamo in prestito, per perimetrare l'ambito di un problema di difficile risoluzione com'è quello del libero arbitrio, le immagini di un film che tutti conosciamo: quelle di Arancia meccanica in cui la scelleratissima gang di Alex procede di stupro in stupro, di omicidio in omicidio, mentre le note sublimi della Nona Sinfonia del «vecchio amico Ludwig», accostate a quelle immagini, creano in noi un brechtiano effetto di straniamento. Il senso di questa geniale operazione filmica è duplice. Da una parte (come Sade, Genet o Mishima) Kubrick ci parla del fascino suscitato in noi dalla violenza - tanto più se assurda come quella dei 'drughi' del film - implicitamente alludendo al tema delle pulsioni più indicibili che covano nell'essere umano, meglio se è un elevato prodotto della civilizzazione. Più o meno nascosto - ci rammenta Kubrick - c'è qualcosa di Alex in ognuno di noi. D'altra parte, però, lo stridore tra quelle immagini portatrici di una violenza belluina e la musica sovraumana che le accompagna allude anche a un altro tema, ancora più profondo e misterioso, quello relativo all'enigma del libero arbitrio, «la più controversa delle questioni metafisiche», come la definiva il saggio David Hume, che sul tema non era certo l'ultimo arrivato.
Una macchina per fare il bene
Alex, dunque (ma anche noi con lui, nella misura in cui partecipiamo della sua mefistofelica natura), trae gran piacere sia dall'esperienza della sofferenza altrui sia dall'ascolto delle travolgenti note dell'Inno alla gioia. Tuttavia, sia l'esperienza dell'arte che quella della violenza, non sono per lui frutto del caso: con piena consapevolezza, infatti, ricerca sia l'arte che la violenza come le sole vie a lui accessibili per fuggire le costrizioni e lo squallore dell'esistenza metropolitana. In quelle esperienze Alex si sprofonda liberamente; e, così facendo, può finalmente determinare in autonomia la propria esistenza: sta esercitando, in questo modo, ciò che i filosofi chiamano «libero arbitrio». Ed è per questo, e solo per questo, che di quelle esperienze porta, nel bene e nel male, la responsabilità morale.
Che la questione del libero arbitrio sia uno dei temi centrali del film (così come del romanzo di Anthony Burgess da cui deriva) viene in chiaro nel discorso dello stralunato cappellano del carcere in cui Alex viene rinchiuso. In quel luogo egli verrà sottoposto all'invasiva cura «Ludwig» (nel senso di Beethoven), che ne farà finalmente un cittadino modello; ovvero, secondo il disegno del governo, un essere fisicamente impossibilitato a compiere il male. Ma a questo progetto il prete obietta con fermezza: «Il ragazzo non ha una vera scelta! Se cessa di fare il male, cessa anche di esercitare il libero arbitrio. Quando un uomo non ha scelta, cessa di essere uomo». Meglio, molto meglio, dunque, che un individuo sia lasciato libero di esprimere comportamenti devianti ma consapevoli, piuttosto che si faccia di lui un irresponsabile autonoma, una macchina per la produzione del bene.
Lungo la tradizione filosofica
Sullo sfondo delle parole pronunciate dal prete messo in scena da Kubrick c'è una enorme tradizione filosofica, tanto religiosa quanto laica, che va da Agostino d'Ippona a Kant, da Kierkegaard a Sartre. Così, per esempio, il sapiente dei sapienti, Pico della Mirandola, scriveva che gli esseri umani sono il miracolo della creazione proprio perché liberamente possono elevarsi al livello degli angeli o inabissarsi a quello delle bestie più immonde. La libertà, insomma, è l'essenza stessa dell'umano. O almeno così ha sostenuto un'ampia parte della filosofia.
Una parte quasi altrettanto ampia, di nuovo sia religiosa che laica, ha però affermato il contrario: ovvero che il libero arbitrio non esiste affatto. Secondo questo punto di vista, noi - come Alex dopo la terapia «Ludwig» - siamo tutti automi irresponsabili, che si cullano nell'illusione della loro autonomia. Una concezione, questa, chiaramente espressa, per esempio, da Lutero e da Calvino, i quali sostennero, in un quadro teologico totalizzante, che l'idea stessa della libertà umana è assurda: Dio, infatti, ha determinato la storia dell'universo nei minimi particolari, senza lasciare agli esseri umani spazio alcuno perché decidano e agiscano liberamente. D'altra parte, l'assunzione di una prospettiva laica e naturalistica non è necessariamente più consolante. Secondo Einstein, per esempio, «tutto è determinato, dall'inizio alla fine, da forze sulle quali non abbiamo nessun controllo. Esseri umani, vegetali e polvere cosmica, tutti quanti danziamo al suono di una misteriosa melodia, intonata in lontananza da un flautista invisibile». Per Einstein, ovviamente, il flautista la cui melodia annichilisce la nostra libertà non è il Dio perfettissimo della tradizione giudaico-cristiana, ma l'inflessibile determinismo delle leggi di natura; ovvero il fatto che esse non lasciano spazio alcuno alla contingenza. (A garantire il libero arbitrio, peraltro, non può certo bastare l'indeterminismo che sembra emergere dalla meccanica quantistica. In quell'ambito, infatti, si manifesta soltanto la pura casualità; e la libertà, come diceva sempre Hume, è l'opposto della casualità).
L'idea che le leggi di natura rendano impossibile la nostra libertà è oggi estremamente diffusa e molti la giustificano richiamandosi ai formidabili risultati ottenuti dalle neuroscienze. Un ottimo esempio in questo senso è offerto da una celebre serie di esperimenti condotti in California, alcuni anni fa, dal neurofisiologo Benjamin Libet. Il più famoso è quello in cui Libet chiedeva ai soggetti sperimentali di attendere un po' prima di flettere la falange di un dito, facendo però attenzione al momento esatto in cui la decisione di compiere quell'azione veniva presa. Ebbene, l'esperimento sembrava mostrare che, in realtà, la decisione conscia arrivava un terzo di secondo dopo che erano cominciati i processi neurofisiologici, ovviamente inconsci, che portavano alla flessione della falange.
Molti interpretano l'esperimento di Libet, e altri analoghi, come prova dell'illusorietà del libero arbitrio, ovvero dell'idea che in alcuni casi noi possiamo consapevolmente determinare ciò che facciamo. In realtà, ci sarebbe molto da dire sia su questo esperimento che sul corretto modo di interpretarlo (probabilmente, per esempio, mentre è rilevante per discutere l'affidabilità delle esperienze coscienti, lo è molto meno per la questione del libero arbitrio).
C'è però un punto più importante. Secondo alcuni, per respingere gli attacchi contro il libero arbitrio basati su esperimenti come quello di Libet, si potrebbe ricorrere a una strategia di carattere generale, che contesta la possibilità stessa di utilizzare i risultati delle scienze naturali nell'affrontare questo tema. Già Kant lo aveva sostenuto, e in versione aggiornata torna su questo punto uno dei massimi filosofi del '900, Ludwig Wittgenstein, in due brevi ma importanti scritti da poco pubblicati per Einaudi, Causa ed effetto e Lezioni sulla libertà del volere. Se la strategia proposta da Wittgenstein funzionasse, l'idea della nostra libertà potrebbe trovare nuova legittimazione: insomma, se in Arancia meccanica la terapia Ludwig (nel senso di Beethoven) privava Alex del libero arbitrio, un'altra terapia Ludwig (nel senso di Wittgenstein) ci restituirebbe fiducia in esso, nonostante quel che dicono le neuroscienze. Ad un primo sguardo, il volume che raccoglie questi scritti di Wittgenstein suscita nel lettore due impressioni molto nette, come succede peraltro alla lettura di molti altri suoi testi. La prima impressione si risolve in un enorme fascino intellettuale, generato dall'incalzante prosa epigrammatica e frammentaria, dal rincorrersi di esempi suggestivi, dall'alternarsi ininterrotto di frasi apodittiche e di dubbi irrisolti. Ma, immediatamente dopo, segue l'impressione che, in effetti, in questi testi non si capisca nulla (il che, paradossalmente, contribuisce a aumentarne il fascino).
Per fortuna, però, l'editore italiano ha pensato bene di farci venire in soccorso uno dei massimi studiosi italiani di Wittgenstein, Alberto Voltolini, che oltre a avere tradotto il volume vi ha scritto un'introduzione dotta e illuminante, da utilizzare come bussola allo scopo di verificare se la nuova «terapia Ludwig» che si trova sviluppata nel testo sia in grado di rilegittimare la nostra intuizione del libero arbitrio.
Anche Voltolini ci conferma sul fatto che la tesi fondamentale di Wittgenstein ha un sapore kantiano. L'idea, in sostanza, è che il vocabolario delle scienze della natura e quello del libero arbitrio siano incorporati in due pratiche che hanno modi e finalità del tutto differenti; ovvero che, per dirla nel tipico linguaggio wittgensteiniano, tali vocabolari servano a giocare «giochi linguistici» diversi. Così, le descrizioni scientifiche dei comportamenti umani, facendo essenziale riferimento alla leggi di natura, servono per spiegare e predire quei comportamenti a partire dalle cause da cui derivano. Quando invece si spiegano le azioni attribuendo volontarietà, consapevolezza, intenzionalità agli agenti che le compiono (ovvero quando si riconosce il loro libero arbitrio), allora si entra nel campo della valutazione morale, che secondo Wittgenstein nulla ha a che vedere con la causalità e con le leggi di natura. Insomma: da una parte c'è il punto di vista della scienza, in cui la libertà non trova spazio; dall'altra, c'è il punto di vista della moralità, che al contrario presuppone l'idea di libertà. L'importante è tenere separati i due punti di vista.
Secondo alcuni, però, tenere separati questi due punti di vista non è affatto possibile. Ricordiamo, per esempio, Einstein e i fautori delle neuroscienze sopra citati, secondo i quali in realtà tutte le nostre azioni (anche quelle morali, dunque) sono determinate e, pertanto, in linea di principio perfettamente prevedibili. Se costoro hanno ragione, noi ci comportiamo sempre come automi, con buona pace dell'idea intuitiva della libertà e della moralità: e, così, il conflitto tra visione scientifica e visione morale, lungi dall'essere facilmente evitabile, incombe pesantemente su di noi. A questo scenario minaccioso, in realtà Wittgenstein aveva già pensato quando scriveva la sua opera più celebre, il Tractatus Logico-Philosophicus, dove si legge che «il libero arbitrio consiste nell'impossibilità di conoscere ora azioni future». In quel libro, insomma, l'idea era che siccome di fatto noi non possiamo prevedere ciò che facciamo, allora siamo legittimati a continuare a considerarci liberi - e questo anche se la scienza ci dice che tutto ciò che facciamo potrebbe in realtà essere previsto. Una tale difesa della libertà, però, è molto debole. Se ha ragione Einstein, infatti, il fatto che non possiamo predire le nostre azioni dipende soltanto dalla nostra ignoranza. E l'idea di libertà ci è troppo cara per accontentarci di fondarla sulla mera ignoranza.
Nei due testi su causalità e libero arbitro, scritti alla fine degli anni Trenta (quindi quasi venti anni dopo il Tractatus), Wittgenstein assume però, per difendere l'idea di libertà, una posizione più prudente e articolata. In primo luogo, ammette che se scoprissimo che tutte le nostre azioni sono interamente prevedibili, in effetti avremmo la tendenza psicologica a cambiare la nostra autopercezione: ovvero ci verrebbe naturale smettere di considerarci liberi. Ma pur ammettendolo non si chiude così la discussione.
I limiti delle nostre previsioni
In primo luogo, infatti, se ci pensiamo bene, la possibilità stessa di prevedere interamente le nostre azioni è difficile da concepire. Se qualcuno prevede interamente le azioni di Tizio e gliele comunica, non è forse vero che Tizio può agire in modo da falsificare quelle predizioni? Questo punto è interessante; ma Wittgenstein aggiunge ancora qualcosa di più. Come avevamo già ricordato, a suo giudizio se scoprissimo di essere interamente determinati, avremmo la tendenza psicologica a non considerarci più liberi. Una tendenza psicologica, però, non è invincibile: seppure scoprissimo che le nostre azioni sono prevedibili, potremmo ancora sperare di autoconvincerci a non abbandonare l'idea di libertà. Un tale autoconvincimento potrebbe derivare, per esempio, dalla constatazione che le leggi di natura non vanno pensate come costrizioni, obblighi o vincoli sul nostro agire, ma solo come mere regolarità che descrivono ciò che accade nel mondo.
È su questo sfondo teorico che Wittgenstein presenta l'idea secondo la quale il gioco linguistico della scienza e quello della libertà sarebbero entrambi legittimi, e potrebbero convivere, perché svolgono funzioni diverse nella nostra forma di vita. L'idea, insomma, è che seppure scoprissimo che il nostro agire è prevedibile, potremmo sempre continuare a giocare sulla duplice percezione di noi stessi, in funzione dei diversi contesti di discorso.
Nell'ambito della vita quotidiana - in cui è rilevante la valutazione morale delle azioni - potremmo insomma continuare a ritenerci liberi e responsabili delle azioni che compiamo. Nei contesti scientifici (come quello fornito dall'esperimento di Libet descritto prima), potremmo invece guardare a noi stessi come ad automi privi di responsabilità morale. Il punto, nota ancora Wittgenstein, è che - a parte casi eccezionali cui non si deve dare troppa importanza - i due scenari in realtà non interferiscono.
Un annoso rompicapo
Riassumendo. La cura Ludwig - nel senso di Wittgenstein - non sembra escludere del tutto il nichilismo antropologico suggerito della terapia Ludwig - nel senso di Beethoven. Forse noi siamo interamente determinati come lo è Alex dopo la cura o forse no. Sia come sia, potremo sempre serbare uno spazio per la nostra libertà, legandolo ai contesti non scientifici, dunque alla nostra vita quotidiana. Dobbiamo però riconoscere che questa proposta di scioglimento dell'enigma del libero arbitrio ha un carattere compromissorio, non definitivo. E per questo, forse, può non apparire del tutto convincente.
D'altra parte, fu proprio Wittgenstein a sostenere che la tipica struttura di un problema filosofico è del tipo «non mi ci raccapezzo», e non a caso sono migliaia di anni che sulla questione del libero arbitrio non ci raccapezziamo. D'altra parte, se così non fosse, ai filosofi cosa rimarrebbe da discutere?
Bibliografia
Titoli dalla fortuna editoriale
del filosofo austriaco
La fortuna editoriale di Ludwig Wittgenstein è molto alta, considerando, per di più, che in vita ha pubblicato un solo brevissimo libro. Continuano, infatti, a uscire volumi tratti dai suoi appunti inediti e dalle sue lezioni. Tra gli ultimi, «L'esperienza di un sogno» (a cura di Ranchetti, Quodlibet, 2006), «Il metodo della filosofia» (a cura di Marconi, Donzelli, 2006), «Esperienza privata e dati di senso» (a cura di Perissinotto, Einaudi, 2007). Ancora più numerosi, gli studi dedicati al suo pensiero: di Massimo De Carolis è uscito «Una lettura del Tractatus di Wittgenstein» (Cronopio, 2002) e di Pasquale Frascolla «Il Tractatus logico-Philosophicus di Wittgenstein» (Carocci 2006), mentre di Alberto Voltolini «Guida alla lettura delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein» (Laterza 2002) e di Annalisa Coliva «Moore e Wittgenstein» (Il Poligrafo 2003) che ne hanno approfondito il pensiero della maturità. Infine, per una collocazione del pensiero di Wittgenstein nel quadro filosofico del secolo scorso, si possono consultare «Wittgenstein e il Novecento» (a cura di Egidi, Donzelli, 2002) e «Il terreno del linguaggio. Testimonianze e saggi sulla filosofia di Wittgenstein» (a cura di Borutti e Perissinotto, Carocci 2006).
Gramsci lo straniero

di Simonetta Fiori
su la Repubblica del 25/02/2007
Intervista a Joseph A. Buttigieg su un classico assai presente nella cultura internazionale Quasi scomparso da noi, negli Usa è la bestia nera della destra I 'subaltern studies' dall' India al Brasile, dall' Africa alla Cina
Gramsci, chi era costui? Nel settantesimo anniversario della morte (27 aprile 1937), il profilo di un classico del Novecento, l' autore che Benedetto Croce acclamò come «patrimonio di tutti», appare piuttosto sfocato se non totalmente oscurato, almeno nel paese che gli ha dato i natali. Ed è questo il primo paradosso nel trarre un bilancio della sua fortuna: oggetto di accurati studi in tutto il mondo - dall' Australia a Israele, dagli Stati Uniti all' India, dal Giappone al Brasile -, tuttora bestia nera dei polemisti conservatori nordamericani, in Italia la sua immagine appare un po' impolverata, un busto ammaccato ormai da tempo riposto in soffitta, salvo restauri e lucidature dell' ultima ora, quando proprio non se ne può fare a meno. è quel che in fondo accade in questo settantennale, in un tripudio di iniziative promosse dall' Istituto-Fondazione Gramsci, opportunamente destato da una protratta letargia (vedi box qui sotto). Anche nel linguaggio politico, il lessico gramsciano talvolta rimbalza nella sua versione caricaturale (le "casematte" evocate dall' inquilino di Arcore o "la guerra di posizione" annunciata dall' inventore del mito padano). Mentre a sinistra dopo una stagione di feroci lotte su letture opposte e contrarie (Gramsci comunista o critico ante litteram del comunismo? Gramsci liberaldemocratico o cominternista?) la rimozione appare diffusa o la rievocazione generalmente pasticciata, con rare eccezioni. Eppure l' Italia può vantare una famiglia di gramscisti nobili, discesa dal decano Valentino Gerratana. Non sono mancati negli ultimi anni contributi importanti come il volume postumo di Antonio A. Santucci (Sellerio) o il fondamentale Gramsci storico di Alberto Burgio (Laterza), insieme a Le parole di Gramsci a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori (Carocci), animatore quest' ultimo della vivace sezione italiana dell' International Gramsci Society, la rete che raccoglie i massimi specialisti del mondo. Recenti anche i saggi di Chiara Daniele ed Angelo d' Orsi. Ma è come se si trattasse di una comunità conventuale, operosa e dedita, ma sostanzialmente separata dal dibattito pubblico. Sacerdoti un po' eccentrici di un classico ingiustamente condannato alla muffa o talvolta improvvidamente rianimato da talenti romanzeschi che ne riscrivono la morte (Massimo Caprara arrivò a ipotizzarne il suicidio) o invocano fantasiose carte occultate dal perfido Togliatti (Il Giornale qualche settimana fa). Gramsci dimenticato? Se il suo profilo politico appare inesorabilmente estinto insieme alla storia del comunismo italiano e internazionale, non esiste forse un Gramsci intellettuale da continuare a interrogare? Il nostro paese sembra smentire la profezia di Hobsbawm che, solo qualche anno fa, citava Gramsci come l' unico pensatore marxista sopravvissuto alla chiusura nei ghetti dell' accademia. «Un classico italiano generalmente ignorato in Italia», dice ora Joseph A. Buttigieg, figura di massimo prestigio dell' International Gramsci Society (ne è il segretario) e traduttore americano dei Quaderni. «E dire che per un quarantennio - dalla prima edizione delle Lettere nel 1947 fino all' 89 - è stato una presenza molto vitale nel dibattito pubblico e nelle correnti culturali italiane. Ricordo che ancora negli anni Ottanta ci si chiedeva se Gramsci sarebbe diventato un classico. Il fatto è che ovunque lo è diventato, e si continua a dialogare con lui. Mentre in Italia - con la sola eccezione dei gramscisti della Igs - appare per lo più consegnato al museo dell' antichità». Professor Buttigieg, dove le appare più forte la presenza di Gramsci nel mondo? «Direi nel campo dei cultural studies, una corrente di studio ispirata inizialmente dagli scritti di Raymond Williams e Stuart Hall, oggi diffusa in tutto il mondo anglofono. Il concetto chiave è quello gramsciano dell' egemonia, del potere culturale». Il consenso ricercato sul terreno della cultura. «Nelle sue analisi dello Stato moderno Gramsci mostrava che il potere dei governanti non è basato sulla capacità coercitiva dello Stato ma piuttosto sulla capacità di coltivare il consenso dei governati. Il consenso è creato appunto sul terreno della cultura. Allora per capire uno Stato moderno non basta studiare i partiti politici e la struttura economica, ma è necessario analizzare quell' insieme di fenomeni che Gramsci chiamò "l' organizzazione della cultura": la scuola, le chiese, i giornali, le riviste, il cinema, il romanzo d' appendice. Solo in questi ultimi anni i cultural studies hanno cominciato a destare un certo interesse anche in Italia». Ma c' è una relazione con i subaltern studies, altro campo d' influenza gramsciana? «Questi nascono da un' altra riflessione di Gramsci, raccolta nel Quaderno 25: Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni. I primi studi uscirono a Calcutta nei primi anni Ottanta, su iniziativa di Ranajit Guha. Nel decennio successivo un altro gruppo di studiosi ha esteso la riflessione di Guha e di altri teorici asiatici all' America Latina. Il campo di indagine ha continuato ad allargarsi: numerosi sono i saggi che trattano della subalternità in chiave gramsciana lungo territori diversissimi, dall' Africa alla Cina, dall' Irlanda alla Palestina. Molto spesso le teorie sulla subalternità si sono intrecciate con gli studi su colonialismo e post-colonialismo. Tra i massimi studiosi che hanno usato categorie gramsciane in questo campo va ricordato l' americano palestinese Edward Said». In tutte le maggiori università americane, ma anche in Cina o in America Latina, non manca qualche corso sui cultural studies o postcolonial studies. «Sì, una moda molto contagiosa. è curioso che nessuna di queste correnti sia nata in Italia». E nel campo delle scienze politiche, qual è il riferimento a Gramsci più frequente? «Gramsci è considerato uno dei maggior teorici della società civile, categoria oggi assai studiata nel mondo anglosassone. Egli più di altri pensatori ci fa capire che non è un terreno completamente neutro, come invece sostiene il liberalismo classico, il quale teorizza una netta separazione tra il governo e la società civile. Le note gramsciane sulla formazione dell' opinione pubblica e sulle connessioni tra società civile e società politica - scritte settantacinque anni fa - sono valide tuttora». Colpisce che negli Stati Uniti Gramsci sia così presente nel dibattito pubblico. «Sì, in forme talvolta minacciose. Recentemente il suo nome è riecheggiato insieme a quello di Hugo Chavez, la nuova bête noir dell' amministrazione Bush. Per certi pubblicisti conservatori il fatto che il leader venezuelano citi Gramsci nei suoi discorsi è una conferma della pericolosità dell' autore dei Quaderni. Che cosa leghi Gramsci a Chavez è tutto da dimostrare, ma il clima intorno al pensatore sardo è quello evocato da Michael Novak in un celebre articolo del 1989: The Gramscist are coming, ovvero le orde barbariche di Serse alle porte... ». Gramsci come l' uomo nero? «Più o meno. è interessante l' uso che ne viene fatto nei media più popolari. Il più noto commentatore conservatore alla radio, Rush Limbaugh, ha scritto in uno dei suoi libri che Gramsci è "l' ultima speranza per chi odia l' America". Secondo Pat Buchanan, candidato alle elezioni del Duemila, la minaccia d' una rivoluzione gramsciana è un pericolo reale. Un' immagine muscolare dell' autore delle Lettere affiora anche nei saggi prodotti recentemente dall' Heritage Foundation, una sorta di "think tanks" della destra. Una "Grasmscifobia" diffusa, che rivela la confusione ideologica della destra statunitense». In compenso Amartya Sen, economista premio Nobel, sceglie Gramsci come oggetto d' indagine. «Sì, quattro anni fa è comparso sul Journal of Economic Literature un suo importante saggio che mette in relazione i Quaderni con Wittgenstein e Sraffa. è questo un altro aspetto di Gramsci che va acquistando rilievo negli studi internazionali: la sua riflessione sulla lingua e sul rapporto tra lingua e politica. Naturalmente quello gramsciano è l' approccio d' un materialista storico: la prassi linguistica non può essere analizzata indipendentemente da ogni altra attività sociale. Esiste oggi un' amplia bibliografia - tra Canada, Stati Uniti e Inghilterra - che traccia un raffronto tra Gramsci e Michail Bachtin, Walter Benjamin, la Scuola di Francoforte». A fronte di questi fermenti, lei come spiega la sua rimozione in Italia? «Direi che da voi Gramsci è sostanzialmente ignorato, specie nel dibattito pubblico. Intendiamoci: è di massimo valore il lavoro degli specialisti italiani della Igs - penso soprattutto al grande progetto del Lessico gramsciano - ma è altrettanto indubbio che questo lavoro finisca per interessare solo poche persone. Ed è un peccato, perché il testo gramsciano ha ancora da molto da dire, sul terreno della società civile come su quello del potere culturale. Forse Gramsci non è più ascoltato perché il clima prevalente è ostile alla serietà, al pensiero sobrio, alle analisi intellettualmente rigorose. Mi auguro che questo anniversario serva a correggere una colpevole distrazione».
Solidarietà a Franco Turigliatto
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GINO STRADA ADERISCE ALL'APPELLO !
E' appena arrivata dal Sudan , dove si trova per Emergency, l'adesione di Gino Strada all'appello contro la guerra e di solidarietà al Senatore Franco Turigliatto che pubblichiamo di seguito. INCOMPATIBILI CON LA GUERRA (con-turigliatto@libero.it) Ad oggi sono arrivate oltre 2.000 firme all’appello di solidarietà a Franco Turigliatto contro la sua espulsione da Rifondazione Comunista, in appoggio alla coerenza con cui ha rappresentato le ragioni del pacifismo “senza se e senza ma” e per il ritiro delle sue dimissioni da Senatore. Tra le firme raccolte dal mondo: Noam Chomsky (linguista), Ken Loach (regista), Tariq Alì (scrittore), George Galloway (Deputato Respect)...
Gilbert Achcar (università SOAS Londra), Christophe Aguiton (sindacalista e militante altermondialista), Daniel Bensaïd (filosofo), Olivier Besancenot (candidato alle presidenziali francesi), Alex Callinicos (Kings College London), Lindsey German (Coordinatrice di Stop the War Coalition), Kiama Kaara (Nairobi, Kenya), Fredric Jameson (Duke University), Michael Löwy (sociologo), John Rees (National Secretary Respect), Fernando Rosas (Deputato Bloquo de Esquerda), Catherine Samary (Univ. Paris Dauphine), Michel Warschawski (scrittore), Howard Zinn (scrittore), Josef Zisyadis (Esecutivo della Sinistra Europea), Slavoj Žižek (filosofo).
Matteo Bartolini (consigliere Prc provincia Massa Carrara), Riccardo Bellofiore (economista), Salvatore Cannavò (Direzione Nazionale Prc), Cristina Corradi (autrice di Storia dei marxismi in Italia), Danilo Corradi (Associazione Sinistra critica), Daniele D’Ambra (Coord. Naz. Giovani Comunisti), Flavia D’Angeli (Esecutivo Nazionale Prc), Gianni de Giglio (Coord. Naz. Giovani Comunisti), Nicoletta Dosio (Segretaria Prc Bussoleno-Mov. no Tav), Barbara Ferusso (Centro Sociale Gabrio Torino), Umberto Gobbi (presidente Radio Onda D’urto), Cristina Gramolini (ArciLesbica), Gruppo Prc Provincia di Rimini, Joseph Halevi (economista), Aurelio Macciò (Capogruppo Prc Provincia di Genova), Piero Maestri (Cons. Prc Provincia di Milano), Luigi Malabarba (Associazione Sinistra critica), Tatiana Montella (Coord. Naz. Giovani Comunisti), Luciano Muhlbauer (cons. Prc regione Lombardia), Luigia Pasi (Segreteria nazionale SDL), Corrado Patuzzi (Coord. Naz. Giovani Comunisti), Fabio Raimondi (Tavolo migranti), Maurizio Ricciardi (Tavolo migranti), Chiara Siani (Coord. Naz. Giovani Comunisti), Nando Simeone (vicepres. consiglio provinciale Roma Prc), Gino Strada, Gianna Tangolo (Cons. Prc Provincia Torino), Stefano Tassinari (scrittore), Gianni Vattimo (filosofo), Giovanna Vertova (Univ. di Bergamo). Messaggi specifici di solidarietà sono arrivati da: Associazione Dhuumcatu (Roma), Piero Bernocchi (Cobas Scuola), Luca Casarini (Global Project), Collettivi studenteschi di Sc. della Formazione e Sc. MM.FF.NN. Univ. di Bari, Collettivo Angelo Mai (Roma), Collettivo Precari Atesia, Comitato Immigrati in Italia (CII), Comitato di lotta per la casa (Roma), Coordinamento dei collettivi universitari della Sapienza Di Roma, Giorgio Cremaschi (Segreteria Nazionale Fiom), Emanuele de Nicola (Fiat Melfi), Fabio Frosini (Univ. di Urbino), Olol Jackson (Ass. No dal Molin), Alberto Perino (Comitati no-Tav), Daniele Sepe (musicista), Alex Zanotelli.
Tutte le firme pervenute e l’intero testo dell’appello sono consultabili sul sito: www.sinistracritica.org Per adesioni con-turigliatto@libero.it Sono in preparazione iniziative in ogni città. Per informazioni 3496729899.
L'appello La segreteria del Prc ha dichiarato incompatibile con il partito il senatore Franco Turigliatto, a seguito della sua non partecipazione al voto sulla politica estera del governo. Ci sembra una scelta sbagliata e grave. Innanzitutto perché l'atto parlamentare non solo è in piena coerenza con il programma storico di Rifondazione comunista ma anche perché in sintonia con le istanze di pace dei movimenti degli ultimi anni...
Pensare che un governo di centrosinistra possa imporre ai suoi sostenitori missioni di guerra come l'Afghanistan o il raddoppio di una base come quella di Vicenza ci sembra una miopia e la causa prima della crisi attuale. Ma il comportamento di Turigliatto è stato anche accompagnato da un gesto di serietà e correttezza che non può essere sottovalutato: in una politica in cui il seggio o la "poltrona" rappresentano un valore a prescindere, aver presentato le dimissioni al Senato, dopo quarant'anni di militanza politica passata a fianco degli operai e dopo aver costruito dalle fondamenta il Prc, in particolare a Torino, ci sembra un fatto di grande novità e di grande moralità per quanto noi pensiamo che queste dimissioni siano da ritirare. Nel nostro Parlamento c'è bisogno di rappresentanza delle ragioni della pace, del pacifismo "senza se e senza ma": ce n'è bisogno alla vigilia della campagna di primavera in Afghanistan e ce n'è bisogno rispetto alle sudditanze che si profilano rispetto agli Usa. C'è bisogno di atti come questo per quanto difficili e delicati ma che servono anche per colmare la distanza tra politica e società. Tutta la nostra solidarietà a Franco Turigliatto e tutta la nostra disponibilità a costruire con convinzione un movimento per la pace "senza se e senza ma". |






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