Reddito sociale garantito
Il giusto prezzo di una vita produttiva
Reddito di cittadinanza, un'espressione oramai usata per indicare molte proposte. Da quella che mette l'accento sulla fine del lavoro alle misure assistenziali contro la disoccupazione Il capitalismo cognitivo è un'economia intensiva di saperi. Un reddito sociale garantito risponde all'eclissi del confine tra produzione e tempo libero e indica una via per sfuggire al ricatto della precarietà
di Carlo Vercellone
La proposta di un reddito di esistenza, o meglio di un «reddito sociale garantito» sganciato dalla prestazione lavorativo elaborata nel quadro dell'ipotesi del «capitalismo cognitivo» è spesso rifiutata avanzando due tipi di critiche. La prima concerne il carattere eticamente inaccettabile di una sconnessione del reddito dal lavoro salariato. Questa critica si accompagna spesso alla proposta di una riduzione uniforme dell'orario di lavoro in una prospettiva che esprime, in modo più o meno celato, una nostalgia per il modello fordista di piena occupazione.
La seconda critica equipara la rivendicazione del «reddito sociale garantito» alle proposte di basic income argomentate in una prospettiva di fine del lavoro così come è stata avanzata dallo studioso statunitense Jeremy Rifkin nel noto libro, appunto, sulla «fine del lavoro». Secondo questa interpretazione, la giusticazione principale di un basic income consiste nel fatto che la «rivoluzione informatica» riduce il lavoro a merce rara e, in modo ancor più fondamentale, priverebbe ormai la forza-lavoro nel suo ruolo centrale nella produzione di ricchezza. Il basic income è allora concepito come un reddito assitenziale per gli esclusi dalla rivoluzione informatica al fine di regolare un mercato del lavoro segnato da una minoranza di «garantiti» e una maggioranza di «esclusi». Sono però critiche basate spesso su interpretazioni «maliziose» dell'elaborazione teorica alla base della proposta di un reddito sociale garantito. Da qui la necessità di dissipare i malintesi ricorrenti nella discussione pubblica attorno a questa problematica.
L'accesso alla moneta
Il punto di partenza della proposta di un reddito sociale garantito è la condizione della forza-lavoro nell'attuale economia capitalista. La disoccupazione e la precarietà sono in questo caso considerate come l'esito della subalternità del lavoro salariato in una economia monetaria di produzione. Detto in altri termini, la subalternità del lavoro salariato determina il suo accesso alla moneta, cioè a un «reddito» dipendente dalle «anticipazioni» del capitale relative al volume della produzione e dunque del lavoro impiegabile con profitto. In questa prospettiva, il ruolo del «reddito sociale garantito» consiste nel rinforzare la libertà di scelta della forza lavoro, incidendo così sulle sue condizioni di esistenza in virtù delle quali, come sottolineava ironicamente Marx, il «suo proprietario non è solo libero di venderla, ma si trova anche e soprattutto nell'obbligo di farlo». Inoltre, il carattere incondizionato e individuale del reddito sociale garantito aumenterebbe il grado di autonomia delle donne e dei giovani rispetto ai dispositivi tradizionali di protezione sociale ancora incentrati sulla famiglia patriarcale.
In base a questo imprinting originario, l'importo monetario di un reddito d'esistenza deve essere sufficientemente elevato (almeno la metà del salario mediano) per permettere alla forza-lavoro di opporsi all'attuale degradazione delle condizioni di lavoro e favorire la mobilità scelta a discapito della mobilità subita sotto la forma di precarietà. Inoltre, da questo ammontare «ragionevole» del reddito potrebbe derivare una riduzione del tempo di lavoro.
La garanzia di continuità del reddito permetterebbe infatti ai singoli di gestire i passaggi tra diverse forme di lavoro riducendo il tempo di lavoro sull'insieme del tempo di vita in modo più efficace che attraverso una riduzione uniforme del tempo di lavoro sulla settimana lavorativa, come mostra anche il relativo fallimento dell'esperienza delle trentacinque ore in Francia.
In secondo luogo, la proposta di un reddito sociale garantito si inscrive in un progetto più ampio di rinforzamento della logica di «demercificazione» dell'economia all'origine del sistema di protezione sociale che passa sotto il nome di welfare state. Anzi, il reddito sociale garantito è inteso come una estensione «generalizzata» dei diritti sociali di cittadinanza, dalla sanità alle pensioni, dall'indennità di disoccupazione alla formazione.
Il secondo elemento che differenzia questa concezione del reddito sociale garantito da altre è il suo carattere «primario»: si caratterizza cioè come un salario sociale legato a una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconosciuta. Infatti, contrariamente alla proposta di un basic income come risposta alla «fine del lavoro», la crisi attuale della giurispudenza che regolamenta una forma specifica e a suo tempo dominante di lavoro non significa la perdita di centralità del lavoro sans phrase nella produzione della ricchezza. Al contrario. Il «capitalismo cognitivo» non è solo un'economia intensiva nell'uso del sapere, ma costituisce, forse ancor più del capitalismo industriale, un'economia intensiva di lavoro, benché questa nuova dimensione del lavoro sfugga sia alla sua misura ufficiale, né possa essere del tutto assimilata alle forme canoniche del lavoro salariato.
Questa «economia intensiva di lavoro» trova la sua origine principale nel modo in cui lo sviluppo di un'«intellettualità diffusa» e la dimensione cognitiva del lavoro hanno consentito il primato dei saperi vivi rispetto ai saperi incorporati nelle macchine seppur informatiche (il marxiano capitale fisso) e nell'organizzazione manageriale delle imprese. Da qui la crisi del «regime temporale» che all'epoca fordista opponeva rigidamente il tempo di lavoro al tempo di vita. E se il primo era l'unico tempo «produttivo», per il secondo valeva lo stigma dell'«improduttività». Il capitalismo congitivo, mettendo al lavoro il sapere, rende invece produttivo anche il tempo della riproduzione della forza-lavoro, erodendo così quel confine tra tempo di lavoro e tempo di vita che ha caratterizzato il capitalismo industriale.
La ricchezza delle nazioni
Una trasformazione che trova conferma e anzi è rafforzata da da due tendenze riguardanti l'erorazione della forza-lavoro e l'organizzazione produttiva. La prima rinvia alla dinamica che vede la parte del capitale chiamato intangibile (educazione, formazione, salute, ricerca e sviluppo) e che è «incorporato» negli uomini e nelle donne (il cosiddetto capitale umano) superare la componente materiale del capitale e rappresentare ormai il fattore principale della crescita. Ora, questo fatto determina il fatto che le condizioni della riproduzione e della formazione della forza lavoro sono diventate direttamente produttive. In altre termini, la fonte della «ricchezza della nazioni» è sempre più «esterna» al «sistema delle imprese». In secondo luogo, va evidenziato un altro fatto omesso da gran parte degli economisti: i settori trainanti del nuovo capitalismo della conoscenza vanno sempre più individuati nei servizi collettivi assicurati storicamente dal Welfare state.
La seconda tenenza in atto riguarda il passaggio da una divisione taylorista a una divisione cognitiva del lavoro fondata sulla creatività e la capacità d'apprendimento della forza-lavoro tramite lo scambio relazionale di conoscenza e saperi. In questo prospettiva, il tempo di lavoro dedicato alla produzione nell'orario «ufficiale» di lavoro non è più che una frazione del tempo sociale di produzione. Per la sua stessa natura, il lavoro cognitivo si presenta infatti come la combinazione complessa di riflessione, comunicazione e produzione di sapere, attività che si svolgono sia durante il lavoro «immediato» di produzione che al di fuori del tempo «ufficiale» di lavoro.
La potenza del pensiero
La conseguenza di ciò è l'attenuazione, se non la cancellazione dei confini tradizionali tra lavoro e non lavoro seppur all'interno di una dinamica contraddittoria. Da un lato, infatti, il tempo libero non si riduce più alla sola funzione catartica di riproduzione del «potenziale energetico» della forza lavoro. Si articola in attività di formazione, di autovalorizzazione, di lavoro volontario nelle reti dell'economia sociale e nelle «comunità di scambio» dei saperi. Dall'altro lato, questa tendenza all'autonomia del lavoro entra in conflitto con il tentativo da parte delle imprese di assoggettare l'insieme dei tempi sociali alla logica eteronoma della valorizzazione del capitale. Questa tensione contribuisce a spiegare la stessa destabilizzazione dei termini tradizionali dello scambio capitale-lavoro salariato.
Nel capitalismo industriale, il salario era la contropartita dell'acquisto da parte del capitale di una frazione di tempo umano ben determinata. Il capitalista doveva allora occuparsi delle modalità più efficaci dell'utilizzo di questa frazione di tempo pagato al fine di estrarre, per usare una terminologia marxiana, dal valore d'uso della forza lavoro la massima quantità di plusvalore. Doveva cioè produrre il massimo del profitto. Il taylorismo grazie all'espropriazione dei saperi operai e alla rigida prescrizione dei tempi e delle mansioni fu a suo tempo la soluzione adottata. Nella fabbrica fordista, il tempo effettivo di lavoro, la produttività, il valore e il volume della produzione sembravano perfettamente predeterminati in modo «scientifico», anche se in realtà la catena di montaggio non avrebbe mai potuto funzionare senza uno scarto importante tra le consegne prescritte e l'attività reale. Il solo vero rischio per il capitale era che questa implicazione paradossale dell'operaio-massa si tramutasse in insorgenza antagonista, come di fatto è avvenuto.
Ma tutto cambia allorché il lavoro, diventando sempre più cognitivo, non può più essere ridotto a un semplice dispendio di energia effettuato in un tempo determinato. Il vecchio dilemma si ripropone quindi in nuovi termini: non solo il capitale è diventato nuovamente dipendente dai saperi dei lavoratori, ma deve avere mano libera su quell'insieme di saperi e tempi di vita. La «prescrizione della soggettività», l'obbligo al risultato, la pressione del cliente insieme alla costrizione pura e semplice legata alla precarietà sono le principali vie intraprese dal capitale per tentare di rispondere a questa problema inedito. Le diverse forme di precarizzazione del rapporto salariale sono infatti anche e soprattutto uno strumento per il capitale per imporre e beneficiare gratuitamente di questa subordinazione totale, senza riconoscere e senza pagare il salario corrispondente a questo tempo non integrato e non misurabile nel contratto di lavoro.
La certificazione della creatività
In conclusione, la proposta di reddito sociale garantito poggia su un riesame del concetto di lavoro produttivo e dunque della questione del salario, condotta da un duplice punto di vista. Il primo rinvia al concetto di lavoro produttivo concepito secondo la tradizione dominante in seno all'economia politica come il lavoro che genera un profitto.
Siamo però di fronte a un'estensione significativa dei tempi di lavoro non retribuiti che, al di là della giornata ufficiale di lavoro, partecipano alla produzione della ricchezza. Da questo punto di vista il «reddito sociale garantito», in quanto salario sociale, corrisponde alla remunerazione collettiva di questo tempo di lavoro sociale «non certificato». Va dunque affermata anche un'altra concezione di lavoro produttivo: un lavoro produttore di valori d'uso, fonte di una ricchezza che sfugge però alla logica mercantile e del lavoro subordinato. Si tratta insomma di affermare, contro il pensiero unico dell'economia politica, che il lavoro può essere improduttivo di capitale ma produttivo di ricchezze non mercantili e dar quindi luogo ad un reddito.
Bisogna tuttavia sottolineare il rapporto ambivalente, al tempo stesso d'antagonismo e di complementarità, che queste due forme di lavoro produttivo intrattengono nel capitalismo cognitivo. L'espansione di lavoro libero va infatti di pari passo con la sua subordinazione al lavoro che produce plusvalore in ragione proprio dello sgretolamento delle frontiere tradizionali tra lavoro e non lavoro, sfera della produzione e sfera del tempo libero.
La questione posta dal reddito sociale garantito non é allora solo quella del riconoscimento e della lotta contro questa estensione dello sfruttamento, ma anche e soprattutto quella dell'emancipazione del lavoro dalla sfera della produzione di plusvalore. A questo riguardo, per riprendere un espressione di Andé Gorz, «solo il carattere incondizionato del reddito potrà preservare la piena autonomia delle attività che non possono trovare tutto il loro senso che se compiute per se stesse» e favorire in questo modo la transizione verso un modello non produttivista, fondato sulla preminenza di forme di cooperazione non mercantili e capaci di liberare la società del general intellect dalla logica parassitaria del capitalismo cognitivo.
Scaffali resistenti
Dal welfare state alla flessibilità, materiali per un sentiero di lettura
Attorno alla questione del reddito di cittadinanza sono stati pubblicati nel tempo molti volumi. Vanno comunque segnalati: «Il reddito minimo universale» di Philippe Van Parijs e Vanderborght Yannick (Università Bocconi editore), «Quanta disuguaglianza possiamo accettare» di Philippe Van Parijs e Arnsperger Christian (Il Mulino) e la raccolta di saggi «La democrazia del reddito di cittadinanza» (manifestolibri). Sul welfare state, il recente contributo di Massimo Paci «Nuovi lavori e nuovo welfare» (Il Mulino) è sicuramente uno dei testi meglio riusciti per il nesso che stabilisce tra le trasformazione del mercato del lavoro e una necessaria riforma del welfare state che non cancelli i diritti sociali di cittadinanza acquisiti. Il tema della precarietà ha visto riempire gli scaffali delle librerie negli ultimi anni. La rassegna più esauriente sulla istituzionalizzazione della precarietà si trova nel volume collettivo «Dopo la flessibilità, cosa?» (Il Mulino). Sul capitalismo cognitivo di cui parla l'autore di questo ariticolo, docente di economia politica alla Sorbona di Parigi, è il libro uscito per manifestolibri «Il capitalismo cognitivo»
NETWORKING - la rete come arte
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Il primo tentativo di ricostruzione della storia del networking artistico in Italia. Un'analisi sull'uso creativo e condiviso delle tecnologie, dal video al computer e sulla formazione di una comunità hacker italiana. Un riflessione sul ruolo dell'artista che si fa networker, ricollegandosi alle neoavanguardie degli anni Sessanta. Fare network significa creare reti di relazione, per la condivisione di esperienze e idee in vista di una comunicazione e di una sperimentazione artistica in cui emittente e destinatario, artista e pubblico, agiscono sullo stesso piano. In Italia, grazie all'uso alternativo della rete Internet, nel corso di venti anni di sperimentazione si è formato un vasto network nazionale di persone che condividono obiettivi politici, culturali e artistici. Attivi in ambienti underground, questi progetti utilizzano media diversi (computer, video, televisione, radio, riviste) e si occupano di sperimentazione tecnologica, ovvero di hacktivism, secondo la terminologia in uso in Italia dove la componente politica è centrale. Il network italiano propone infatti una forma di informazione critica, diffusa attraverso progetti indipendenti e collettivi in cui l'idea della libertà di espressione è centrale. Allo stesso tempo, costruisce una riflessione sul nuovo ruolo dell'artista e autore che si fa networker, operatore di reti collettive, ricollegandosi alle pratiche artistiche delle Neoavanguardie degli anni Sessanta (prima fra tutte Fluxus), ma anche alla Mail Art, al Neoismo e a Luther Blissett. Un percorso che va dalle BBS, reti telematiche alternative diffuse in Italia dalla metà degli anni Ottanta ancor prima di Internet, fino agli Hackmeeting, alle Telestreet e alle pratiche di networking e net art di diversi artisti e attivisti, fra cui 0100101110101101.ORG, [epidemiC], Jaromil, Giacomo Verde, Giovanotti Mondani Meccanici, Correnti Magnetiche, Candida TV, Tommaso Tozzi, Federico Bucalossi, Massimo Contrasto, Mariano Equizzi, Pigreca, Molleindustria, Guerriglia Marketing, Sexyshock, Phag Off e molti altri. Per leggere tutto il libro: http://www.networkingart.eu/ |
Lazzarato Maurizio
La molteplicità nella dinamica economica
All’origine del valore, la differenza e la ripetizione Gabriel Tarde (1843-1904) è un outsider che tentò di far saltare questo accordo di fondo tra economisti e socialisti facendo leva su ciò che Smith aveva subordinato al lavoro diviso : l’invenzione e la cooperazione. Bisogna cercare l’origine della ricchezza nell’invenzione (forma sociale della Differenza Universale) e la costituzione di valori deve essere cercata nell’imitazione (forma sociale della Ripetizione Universale). L’invenzione e l’imitazione hanno, in primo luogo, la particolarità di non essere soprattutto forze economiche e, in secondo luogo, di essere la sorgente principale della "distruzione creatrice" per la quale Schumpeter definì la specificità della produzione di valore nelle condizioni capitaliste : la potenza immanente di cambiamento e di valorizzazione. La concezione di produzione della ricchezza di Tarde non prevede né un ritorno impossibile alla produzione di valori d’uso, né un ritorno alle nostalgie antropologiche dell’"economia del dono". Essa accetta la novità radicale della dinamica di forze sociali quali quelle che si esprimono nella modernità, ma essa rifiuta di descriverla attraverso la logica del "Capitale". La produzione della ricchezza di Tarde è innanzitutto una teoria della valorizzazione immanente delle forze animate dalla logica della Differenza e della Ripetizione.
Per continuare a leggere il saggio di Lazzarato: http://multitudes.samizdat.net/La-molteplicita-nella-dinamica.html
Cultural Studies 3
I ritmi urbani e lo stile di un pensiero critico
Da Stuart Hall a Paul Gilroy, la musica e il look come espressione di una pratica rituale di una resistenza dalla tonalità politica.
Ultima tappa di un viaggio nei «cultural studies» italiani. L'incontro dell'accademia con le pratiche delle «sottoculture» giovanili e la proliferazione di corsi universitari sulla musica come «stile di vita» La scuola di Birmingham e gli studi sul gusto di Pierre Bourdieu testimoniano di paradigmi che mostrano la loro incapacità di spiegare «l'invenzione all'indietro» che caratterizza i consumi culturali.
di Massimiliano Guareschi Federico Rahola
Nel 1976 esce, a cura di Stuart Hall e Tony Jefferson, Resistence through Rituals, mentre nel 1979 Subcultures. The Meaning of Style di Dick Hebdige. Fra le due date si è consumata la parabola del punk inglese, fornendo a Hebdige la favolosa occasione di verificare in presa diretta con la «sottocultura ideale» gli schemi che la scuola di Birmingham aveva proceduto ad elaborare nel momento in cui il fuoco analitico si era spostato dalle tradizioni culturali della working class alla rivolta dello stile messa in scena dai comportamenti giovanili. L'epopea di Johnny Rotten, Sid Vicious e della loro riottosa figliolanza offriva infatti la possibilità di una verifica sul campo delle pratiche di «risignificazione» degli oggetti quotidiani, delle merci, della guerriglia semiotica attuata attraverso la manipolazione dei simboli, di un rifiuto che incapace di assumere le parole della politica si volgeva allo slogan del No Future. La proposta interpretativa lasciò il segno, tanto da porsi come canone pressoché imprescindibile per chiunque si trovasse a incrociare tematiche legate alla musica e alle pratiche di aggregazione «giovanili».
Nel corso del tempo, però, non si può che constatare una crescente perdita di vigore, di presa sull'oggetto, da parte degli approcci ispirati alla scuola di Birmingham. Indicativo di tale tendenza è senza dubbio il fatto che il più rilevante contributo all'analisi delle sottocultura che è invalso caratterizzare come Club Culture o Disco Culture. Ad esempio, nel volume Dai Club ai rave, Sarah Thornton procede a una serrata critica degli schemi tipici di autori come Hall o Hebdige per approdare a un impianto analitico ispirato alla sociologia di Pierre Bourdieu. I processi di accumulazione, ristrutturazione e dissipazione del capitale sottoculturale appaiono all'autrice canadese come una chiave di lettura dei comportamenti e delle gerarchie che si instaurano fra gli adepti delle culture della danza e del disco ben più adeguata rispetto alla petizione di principio della «resistenza tramite rituali», che tautologicamente ritrova nei fenomeni analizzati la dimensione politica che viene presupposta e data per scontata.
Il fast food accademico
Carlo Antonelli, direttore di «Rolling Stone», rappresenta l'interlocutore ideale per tracciare un bilancio riguardante uno degli ambiti privilegiati su cui si è esercitato lo sguardo dei Cultural Studies inglesi: le sottoculture, il consumo musicale giovanile, gli stili metropolitani. In proposito Antonelli rileva la presenza di diversi filoni che dipartono dalla scuola di Birmingham: «Il primo fa capo alla "resistenza tramite rituali", per utilizzare una formula di Stuart Hall. Con seria e partecipata direi "compassione", alcuni studiosi si rivolgono alle pratiche di una parte del sottoproletariato alle quali viene attribuita una significatività politica. Vengono poi gli studi sull'alterità, la diaspora, le seconde generazioni di migranti, in cui i Cultural Studies inglesi recepiscono, come una sorta di refreshment, l'influenza degli studi statunitensi sul genere, la razza e le minoranze. Il lavoro di Paul Gilroy da There Ain't No Black In The Union Jack fino a Black Atlantic o al recente Dopo l'impero può essere visto come emblematico di tale tendenza. Parallelamente, si assiste però alla sperimentazione della via della facilità, di una massiccia produzione definibile di fast food accademico, di grotteschi studi paraccademici sulle sottoculture e gli stili giovanili in cui generiche narrazioni intorno a fenomeni prossimi agli scriventi vengono conditi con qualche citazione filosofica mal digerita, preferibilmente di Deleuze o Foucault. In Italia un fenomeno analogo è avvenuto, per intenderci, in ambito Dams, dove l'approccio alle tematiche in questione ha funzionato essenzialmente in vista di una formazione di sé a scopo non accademico, funzionale alla formazione della forza lavoro immateriale destinata all'industria dell'intrattenimento».
Al di là dell'effetto inflattivo provocato dalla proliferazione degli studi di basso livello, si ha tuttavia la netta impressione che un paradigma abbia iniziato a girare a vuoto, che si ritrovi spiazzato dagli oggetti che dovrebbe catturare. La questione potrebbe essere formulata nel modo seguente: che ne è di Dick Hebdige quando di trova di fronte a Bobby Gillespie (leader e icona dei Primal Scream) travestito da rocker, che accorpa stilemi e movenze stereotipe con il distacco di chi è perfettamente consapevole dei quadri all'interno dei quali si colloca la sua performance? Quale implicito resta da mettere in luce di fronte alla sovrapposizione continua fra segni dell'effimero glam, retoriche del «bello e dannato» e testi politicamente radicali ed espliciti? Gli esempi potrebbero essere moltiplicati. «In effetti in Inghilterra a partire dagli anni Ottanta la freccia del tempo intraprende una svolta a U. In precedenza - sostiene Antonelli - il soggetto osservato partecipava di una direzione che mirava all'inedito, manifestando una pulsione al cambiamento, magari a livello inconscio o inconsapevole. Su questo aveva la possibilità di esercitarsi lo sguardo dello studioso, rendendo esplicito ciò che restava implicito all'interno di comportamenti e scelte stilistiche. Tutto muta con gli anni Ottanta, quando, volendo fare gli antropologi, si potrebbe dire che si ha a che fare con un soggetto acculturato, che pesca nell'armadio del passato i costumi che decide di indossare, ed è consapevole di farlo. Se volessimo fare i filosofi potremmo parlare di postmoderno. L'osservatore e il soggetto, condividendo lo stesso mondo e gli stessi riferimenti, giocando con le stesse citazioni, altro non fanno che strizzarsi reciprocamente l'occhiolino. In tale contesto, una postura critica del tipo di quella proposta da Dick Hebdige in Sottocultura risulta decisamente spiazzata». Antonelli a questo punto avanza un riferimento a Manuel Castells: «dal punto di vista culturale e dei consumi la svolta avviene con l'inizio degli anni Ottanta. È da quel momento che si interrompe la freccia del tempo, con l'instaurazione di una sorta di spazio orizzontale, di eterno presente in cui i cambiamenti non avvengono e tutto è citazione, e citazione della citazione. Lo stesso "succedersi" delle generazioni si interrompe: per la prima volta da decenni i giovani ascoltano la musica dei padri e riproducono, ciclicamente o alternativamente, stili sottoculturali ereditati dal passato. In tale contesto, gli strumenti analitici tradizionali risultano decisamente inadeguati. I Cultural Studies senza dubbio, ma anche la sociologia del gusto sviluppata da Pierre Bourdieu sembrano appartenere a un'altra era».
Cambiando scenario, si può porre la questione di quale sia l'impatto dei Cultural Studies, specie nella variante maggiormente concentrata sulla dimensione diasporica e «sonora», su coloro che in Italia si occupano di musica jazz. A una simile domanda il critico musicale Marcello Lorrai risponde rilevando come negli ambiti da lui frequentati la ricezione di simili spunti sia stata decisamente scarsa. «Tradizionalmente la critica jazzistica, anche quando manifesta un elevato livello professionale, difficilmente si discosta da moduli incentrati sulla ricostruzione, magari dettagliata e rigorosissima, delle vicende di un singolo musicista o di una corrente. A parte le eccezioni come Giampiero Cane, il cui Canto nero si distingue come il miglior libro sul jazz scritto in Italia, i riferimenti all'ambito extramusicale, a chiavi di lettura estetologiche o sociologiche, appaiono assai scarsi e spesso generici. Al massimo, si arriva ai lavori, non proprio recenti, di Leroi Jones/Amiri Baraka». A questo punto, tuttavia, Lorrai precisa che la linea di ricerca proposta dall'intellettuale afroamericano non risulti facilmente compatibile, nonostante quello che spesso si pensa, con le prospettive diasporiche care ad autori come Paul Gilroy: «In fondo Amiri Baraka, nonostante l'accento posto sul carattere afroamericano e non africano della linea musicale che procede dal blues manifesta l'inclinazione a una valorizzazione sostanzialistica dell'identità nera. La feticizzazione dell'essere nero, infatti, lo spinge alla sottovalutazione di una serie di musicisti bianchi, non cogliendo il dato di egemonia insita nel fatto che la musica afroamericana agisca sui bianchi fino a negrizzarli». Si tratta però di un prezzo che sembra incluso nei costi complessivi della diaspora, se è vero che, come suggerisce lo stesso Gilroy, proprio la condizione indecidibile cui la parola diaspora allude si rivela anche ipersensibile a tendenze essenzialistiche, alla messa in scena di appartenenze ultraortodosse.
La feticizzazione del singolo jazzista che caratterizza molta saggistica italiana è un limite che viene colto anche da Davide Sparti, docente di Sociologia all'Università Siena. Il suo Suoni inauditi. L'improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana, uscito per il Mulino un anno fa, si presenta come un felice tentativo di leggere l'improvvisazione nel bebop e nel free non come sintomo «primitivo» e viscerale di spontaneità , ma nei termini di una capacità trasformativa che nasce dalla padronanza delle regole e dei materiali musicali, divenendo per questo metafora della più generale competenza richiesta a chiunque improvvisi sulla scena sociale creando «qualcosa di nuovo da cui non si può tornare indietro». Proprio in quest'atto creativo, in questo salto in avanti, si può cogliere l'elemento propositivo della dimensione diasporica teorizzata da Hall e Gilroy.
Sparti rivendica quindi una certa affinità con gli studi culturali. Innanzitutto per una questione materiale, per la centralità delle relazioni di potere e di «razza»: «Ogni indagine sul jazz è necessariamente un'indagine sugli afro-americani, i quali, privati di considerazione sociale e deprivati di linguaggio, hanno "inventato" il jazz. E dunque è anche un'indagine sulla relazione fra bianchi e neri, e sulle immagini che ciascuno si faceva del - e rimandava o imponeva al - l'altro». Da qui, dunque, l'urgenza di estrarre il jazz dalla deriva specialistica dei Jazz Studies, «in cui la musica rischia di intristirsi nell'abisso di dettagli infinitesimali, apportando uno sguardo più ampio e interdisciplinare», e di registrare qualcos'altro: «Perché almeno un po' della vicenda dei neri - una tensione, una intensità, un'istanza di ricerca e appello - sarà inevitabilmente penetrata nella musica. È come se nel jazz si fosse incarnato il fantasma dello schiavo - un tempo riconoscibile in quanto esteriorizzato, e ora perturbante inquilino della coscienza bianca».
La maledizione di Adorno
Musica in nero (il suo prossimo lavoro in uscita per Bollati) si annuncia quindi come un'ulteriore estensione di campo, consapevole del fatto che «ogni lavoro sul jazz dovrà assumere i contorni di una analisi culturale». Sul jazz, poi, incombe sempre la «maledizione» di Theodor Adorno, altro autore feticcio dei cultural studies - nella misura in cui i Minima moralia rappresentano probabilmente la più ingente fucina di esergo (non importa se a proposito o a sproposito) a tutt'oggi esistente. In particolare, gli strali del filosofo tedesco si indirizzavano contro la presunta (o ostentata, che è cosa diversa) serialità e tribalità del jazz, in cui coglievano echi delle marcette totalitarie, e anche contro la sua meccanicità, che faceva da sottofondo all'incubo di un «mondo totalmente amministrato». Ma era soprattutto l'idea di una «musica di seconda mano» che scimmiottava stili padronali e incarnava servilismi volontari a terrorizzare Adorno.
Sparti non nega questi elementi, ma suggerisce di coglierne l'aspetto più complesso e polemico, implicitamente strategico: «L'influsso euro-americano sul jazz è in effetti innegabile, ed ha che fare con la sottrazione della lingua e con la necessità di convivere con un patrimonio musicale imposto e "padronale". Ma finirà per attestare la capacità di appropriarsene in modo singolare». A questo proposito vengono citati due esempi di riarticolazione strategica: «Pensiamo alla maniera in cui i neri reinventeranno l'uso del sassofono, imponendo uno standard di eccellenza. E pensiamo alla maniera in cui le canzoni dell'industria culturale, gli standard, sono state sovvertite. Gli standard non vengono presentati in quanto tali; esistono per offrire ai jazzisti l'opportunità di improvvisare: non si va ad un concerto di Coltrane per sentire My favorite things, ma per sentire lui, Coltrane, che improvvisa a partire da tale brano. Se il meccanismo produttivo per eccellenza consiste nell'approvvigionarsi di materie prime da trasformare in prodotti finiti, il jazz agisce all'opposto. Con un paradossale e ironico rovesciamento (e in contrasto con il principio a cui Adorno riconduce unilateralmente il jazz), i jazzisti si appropriano di prodotti finiti e li usano come materia prima, ossia come qualcosa di grezzo e di infinitamente modificabile. Un inventare "all'indietro"». Questo «inventare all'indietro», sembra rimandare a qualcosa di più generale, che sarebbe interessante cercare di rintracciare nelle più varie strategie culturali oggi esistenti, dalle più frivole alle più serie. In fondo, barattare Adorno per Coltrane può essere vantaggioso per molti, e a maggior ragione per i Cultural Studies.
Dall'Inghilterra al Dams
Materiali di carta per le tribù delle metropoli
Per l'approccio della scuola di Birmingham alle sottoculture: «Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale» di Dick Hebdige (Costa&Nolan); «Resistence through Rituals» (Hutchinson) a cura di Stuart Hall; «Ritmi urbani» di Iain Chambers (Arcana).
Per gli sviluppi legati ai temi della diaspora, «Black Atlantic. L'identità nera fra modernità e doppia coscienza» (Meltemi) e «Dopo l'impero. Melanconia o cultura conviviale» (Meltemi) di Paul Gilroy; «Dai club ai rave. Musica, media e capitale sottoculturale» di Sarah Thornton (Feltrinelli); C. Antonelli, F. De Luca, «Discoinferno. Storia del ballo in Italia» (Isbn); «Fuori tutti. Una generazione in camera sua» di C. Antonelli, M. Delogu, F. De Luca (Einaudi); «Il popolo del blues. Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz» di Amiri Baraka (ShaKe); «Suoni inauditi. L'improvisazione nel jazz e nella vita quotidiana» di D. Sparti; «Canto nero. Il free jazz degli anni Sessanta» di Giampiero Cane (Clueb); «La distinzione. Critica sociale del gusto» di Pierre Bourdieu (il Mulino).
(3/fine. Le due precedenti puntate son o state pubblicate il 7 e l'11 Novembre)
Louis Althusser
I guastatori della tradizione
Un assalto collettivo alla fortezza teorica di Marx per innovare il suo pensiero. Una pratica irriverente dell'ortodossia allora dominante Testo scritto alla vigilia del Sessantotto alla luce del motto «Avanziamo, poi si vedrà». Una pratica teorica senza certezze per un libro antidogmatico, avversato da destra e sinistra e che da lì a poco divenne un piccolo best seller Un'intervista con Etienne Balibar e Yves Dourux, protagonisti assieme a molti altri del seminario tenuto da Louis Althusser che diede origine al volume ora ristampato «Leggere il capitale»
di Filippo Del Lucchese e Vittorio Morfino
Al contrario dell'idealista, ha scritto Althusser, che sa in anticipo da dove viene e dove va, il filosofo materialista è un uomo che «prende il treno in corsa (il mondo, la storia, la sua vita)». Possiamo aggiungere che, dopo essere saltato a bordo, non si siederà in prima classe. Come un guerrigliero messicano, il materialista «assalta» la tradizione, sia essa filosofica o politica, per aprire nuovi percorsi teorici e pratici. E non fa prigionieri. Leggere il Capitale, il volume che raccoglie i seminari di Althusser e dei suoi allievi all'Ecole Normale nel 1965, evoca lo stesso spirito di avventura e di «resistenza» nella teoria: abbiamo tentato - scrive ancora Althusser - di tracciare i nostri sentieri obliqui nell'immensa foresta del Capitale di Marx. Parliamo di questo spirito di avventura con due protagonisti di quel seminario, Etienne Balibar e Yves Duroux. Li abbiamo incontrati a Venezia durante il convegno internazionale dedicato al filosofo francese la scorsa settimana. In quegli stessi giorni è stata presentata al pubblico l'edizione completa di Leggere il capitale pubblicata dalla casa editrice milanese Mimesis.
In quale contesto ha avuto origine questa lettura di Marx?
Duroux. Leggere il Capitale non è apparso come un evento improvviso e imprevisto. All'origine ci sono almeno due fattori. Da un lato gli articoli pubblicati da Althusser in La Pensée, rivista scientifica della grande tradizione del razionalismo critico, fra il 1961 e il 1963. Fondata subito prima della guerra da Langevin e Politzer, la rivista era molto vicina al Partito Comunista, ma godeva di un certo prestigio e di una certa indipendenza. Quei primi interventi avevano già provocato una sorta di agitazione, politica e ideologica.
Un secondo elemento importante è stato l'arrivo di Jacques Lacan all'Ecole Normale all'inizio del '64, favorito dallo stesso Althusser. I suoi seminari hanno contribuito a questa agitazione e alla produzione di una nuova atmosfera. Dunque all'origine di Leggere il Capitale c'è quest'uomo, con una grande cultura e preparazione, che ha associato all'impresa dei giovanissimi studiosi. Attraverso il seminario, Althusser ha inventato un tipo di lavoro collettivo, che pensiamo fosse totalmente inedito. E questo avveniva attraverso l'attacco a una vera e propria fortezza teorica, cioè Il Capitale di Marx, di cui all'epoca non c'erano molte letture approfondite.
Balibar. Effettivamente questo progetto è il risultato di una congiunzione, dell'«incontro» di più congiunture che si possono vedere in modo concentrico. C'è una micro-congiuntura, cioè le condizioni di lavoro del tutto particolari stabilite da Althusser coi suoi allievi. Condizioni, va detto, che non erano state proposte da lui, ma che proprio gli allievi avevano inizialmente richiesto. C'era poi una congiuntura filosofica, non propriamente francese, ma i cui ingredienti più significativi erano riuniti in Francia: il seminario di Georges Canguilhem, quello di Claude Levi-Strauss, quello di Lacan. Siamo in questo contesto. Il terzo elemento è la congiuntura politico-filosofica generale. In particolare questa «imminenza», insieme desiderata e annunciata, della mutazione del marxismo e di conseguenza della filosofia in quanto tale.
Bisogna poi riconoscere che eravamo estremamente dipendenti da Sartre. Come Althusser aveva voluto affrontare Gramsci in Italia per produrre dei controeffetti, si trattava allo stesso modo di affrontare Sartre per fare qualcosa di diverso. Sartre intendeva costruire, in particolare nella Critica della ragione dialettica, una filosofia per le scienze umane. Un'antropologia filosofica che avrebbe dovuto piazzarsi nel contesto marxista poiché, come diceva, «il marxismo è l'orizzonte insuperabile del nostro tempo». Althusser ci ha suggerito - ma l'idea l'abbiamo avuta insieme - di rovesciare questa impostazione: non tanto un'antropologia entro l'orizzonte del marxismo, ma un nuovo marxismo per spiazzare la problematica dell'antropologia o, come si direbbe oggi, per decostruirla radicalmente.
Quali sono stati il ruolo e il metodo di Althusser in quanto professore?
Balibar. Althusser è stato un grande professore, ma per delle platee piccolissime. I corsi appena pubblicati (De Machiavel à Marx, a cura di François Matheron, Seuil) restituiscono un'idea del suo metodo. Erano preparati nel dettaglio, non era una persona che improvvisava. Il seminario, per cui avrò una riconoscenza eterna per Althusser, era davvero una cosa unica. Vi esprimeva in un certo senso il rovescio del suo sentimento di debolezza. Una grande forza interiore e allo stesso tempo un sentimento di fragilità. Non avete bisogno - ci ha detto - di passare 20 anni ad accumulare materiali filosofici, epistemologici, economici... avete fin d'ora il diritto di parlare sui punti più difficili e importanti, come la critica dell'economia politica di Marx. Dovete lavorare come dei pazzi, ci diceva, ma «potete» farlo. E se potete farlo voi, posso farlo anch'io, perché lo facciamo insieme. Una specie di egualitarismo che non cancella la differenza di esperienze: una magnifica esperienza.
Questo significava per voi prendere il treno in corsa...
Balibar. Senza voler essere né troppo lirico né eccessivamente critico, lo chiamarei insieme lo spirito di avventura e l'avventurismo di Althusser, che è poi lo stesso che ha caratterizzato tutta questa epoca. Althusser lo esprimeva in una formula, indice certo di delirio poiché la si attribuisce a Napoleone: «avanziamo e poi si vede!» Non so neanche se sia veramente sua la frase, ma a lui la si attribuisce... «Avanziamo e poi si vede», significa che non dobbiamo fare dei piani di battaglia per sapere prima ciò che bisogna dire. Non perché non si possa o non si sappia cosa dire, ma perché ci si sbaglia necessariamente. Questa è una delle grandi idee di Althusser: si fanno sempre degli errori. Bisogna allora sbagliarsi coscientemente. Il ché significa entrare in un campo di battaglia teorico, con gli strumenti di cui disponiamo, le letture filofiche, i testi. È il contrario della filosofia analitica e della teoria dell'argomentazione. È piuttosto una concezione strategica e machiavelliana, per cui adeguiamo i nostri argomenti facendo leva sulle reazioni che abbiamo inizialmente provocato. «Voi ne sapete già più di me», ci diceva. Avanziamo le nostre idee, le nostre ipotesi e questo solleverà un polverone. Tutti ci attaccheranno, diranno questo non è Marx, questa non è la dialettica o la scienza. E da queste reazioni impareremo delle cose e trarremo nuovi elementi di conoscenza. Questo facevamo collettivamente. La mia relazione, per esempio, l'avevo preparata insieme a Yves Duroux, che aveva lavorato anche a quella di Rancière.
Come affrontavate la «fortezza teorica» del Capitale?
Duroux. Rispetto all'orizzonte del marxismo, di cui parlava Sartre, Althusser suggeriva uno spostamento leggerissimo ma dagli effetti enormi: non bisogna parlare di marxismo in generale, diceva, ma bisogna leggere Marx e leggerlo in tedesco. Marx non è il marxismo, come il Capitale non è il materialismo storico in generale. Corrisponde un po' a quello che Lacan aveva fatto per Freud: ci sono delle parole in tedesco come Nachträglich, che dobbiamo «mettere al lavoro»... Per Althusser, ad esempio, era il concetto di Verbindung, che siamo andati a cercare in una parte 'remota' e ignorata del Capitale. Una sorta di imperativo dell'ascolto nei confronti del testo.
Quali reazioni ha prodotto «Leggere il Capitale»?
Balibar. Le reazioni sono state estremamente violente, più politiche che filosofiche. Althusser riceveva la stessa critica sia dal Pcf sia dall'organizzazione maoista, i cui membri erano i nostri compagni di studio. Si vedevano come dei nemici assoluti e si consideravano reciprocamente traditori della classe operaia. Avevano però un punto comune, ripetuto a pappagallo, che era: «Compagno Althusser, hai lasciato perdere la lotta di classe». Hai parlato della Verbindung, del modo di produzione, ma hai dimenticato la lotta di classe. E questo è stato bollato in modo infamante come «strutturalismo». C'erano naturalmente altre cose là dentro: ignorare la storia significava ignorare la pratica e la lotta, cioè la soggettività ecc. Tutti erano d'accordo su questo grande «errore», compreso Sartre, per cui Althusser «distruggeva» l'uomo.
Duroux. Peggio, è stata bollata come una nuova ideologia tecnocratica. Non solo ignorava la lotta di classe, ma apportava delle armi al capitalismo nella sua forma moderna!
Il testo ha comunque avuto un grande successo, ma in che modo è stato veramente letto anche da chi lo apprezzava?
Duroux. Sì, un enorme successo, prima in Francia e poi all'estero, in particolare in America Latina. Purtroppo, a partire da un lavoro critico e audace come questo, si è costruita una vera e propria «dottrina», una specie di scuola di formazione teorica e di pedagogia, a cui lo stesso Althusser ha contribuito.
Balibar. Possiamo fare delle ipotesi. Una riguarda la data di pubblicazione, cioè la congiuntura che ha contribuito a produrre la «rivoluzione» del '68. In questa congiunzione di movimenti si può riconoscere una specie di accumulazione, di potenziale eterogeneo, critico e rivoluzionario, naturalmente utopico e sovversivo, a livello mondiale. Un potenziale propizio alla circolazione di materiali di lotta intellettuale al di là delle frontiere, delle lingue, delle organizzazioni.
Duroux. In ogni caso quella congiunzione, così come la teoria che abbiamo tratto da Leggere il Capitale, era una specie di canto del cigno. Da quella formula: «Senza teoria rivoluzionaria nessuna pratica rivoluzionaria», Althusser aveva liberato di nuovo ciò che sarebbe apparso come una teoria rivoluzionaria nel marxismo, spazzando via l'ortodossia e restituito una certa libertà.
Quali erano, invece, le caratteristiche specifiche che hanno permesso a «Leggere il Capitale» di inserirsi, in quel modo, in quella congiuntura?
Balibar. Il suo successo era dovuto anche alla sua ambiguità, abbondantemente rimproverata dai critici. Althusser e i suoi allievi hanno prodotto questa congiunzione di contrari: un testo erudito ma allo stesso tempo antidogmatico; allo stesso tempo un tentativo di salvare un nucleo di ortodossia del marxismo. Il tentativo, che si è rafforzato negli anni seguenti, quelli di guerra civile fra le piccole frazioni marxiste, di una fusione della «Teoria» e del «Movimento Operaio», come forza motrice della storia. Gli si è rimproverata questa congiunzione altamente paradossale di potenza critica e di rivendicazione dogmatica. Per questo aveva discepoli così diversi, anche maoisti, anche profondamente dogmatici.
Per comprendere cosa è accaduto si può fare un paragone storico - niente più che un paragone - legato alla soggettività di Althusser, ma condiviso con molti marxisti dell'Europa meridionale (francesi, italiani, spagnoli): quello cioè con la chiesa cattolica. Una delle fonti nascoste, ma ben conosciute, di Althusser era Pascal, che ben rappresenta la congiunzione di cui parlavo prima, fra critica e dogmatismo. Un filosofo-teologo, al cuore della Chiesa cattolica, ma non un prete (né Althusser è mai stato un dirigente, non ha mai avuto alcun ruolo all'interno del partito). Un militante, cioè, della grande organizzazione il cui compito è condurre l'umanità verso la salvezza e che si è trasformata in una macchina di errore, di abbrutimento e di oppressione. Da qui l'idea di Pascal, militante della controriforma, di rafforzare la chiesa, di introdurre all'interno del dogma una contestazione radicale della sua interpretazione. L'analogia fra il partito comunista nel XX secolo e la chiesa nel XVI e XVII è abbondantemente indagata (ad esempio da Kolakowski). Era abbastanza evidente che Althusser stava riportando nel partito comunista francese qualcosa che veniva dalla chiesa, e non era il solo. Ovviamente questo non è sufficiente a comprendere ciò che è successo, perché la congiuntura non è la stessa, l'organizzazione non è la stessa e il marxismo non è il Concilio di Trento. Ma l'analogia è interessante.
Come ha reagito Althusser a questo successo e a queste critiche?
Balibar. Ha cercato di adattarsi a questo contesto e al successo che, negli anni successivi, le sue posizioni hanno riscosso. Ha cercato di fabbricare lui stesso delle versioni ad captum vulgi, come direbbe Spinoza, della propria teoria. Ha provato ma non ci è mai riuscito. Ecco perché trovo la pubblicazione del libro su Machiavelli così commovente. Un manoscritto che teneva nel cassetto dal '62, un lavoro ammirevole per originalità filosofica e stile. Lo tirava fuori di tanto in tanto, faceva una piccola correzione e poi lo rimetteva dentro, senza permettersi di pubblicarlo. Considerava piuttosto all'ordine del giorno scrivere dei manuali, sul modello di Materialismo storico e materialismo dialettico. Ha scritto diversi testi di questo genere, che si arrestano tutti intorno alla pagina 200 o 250. Dopo tre giorni e tre notti di scrittura intensa crollava letteralmente e andava a ricoverarsi in clinica, per tre mesi di cura del sonno.
Leggere il Capitale è un testo ancora leggibile nel contesto attuale?
Balibar. Non so se e come, oggi, questo testo sia ancora leggibile. Il fatto che sia stato ritradotto e pubblicato interamente in italiano è stupefacente. Pensavamo che appartenesse un po' al passato. Ma capiamo che ci sia la curiosità di vedere se e quali effetti, ancora oggi, può produrre. Tanto più in questo suo secondo paese di nascita, in questa sua «seconda patria». Capiamo che ci sia un po' di quel: «avanziamo e poi si vede!»





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