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oggetto musicale

di materialiresistenti (29/09/2006 - 08:46)

Nella musica la tenuta dell'istante


Una variazione dell'autore francese sul tema che impegnerà filosofi e compositori alla Biennale Musica da domani a Venezia


di Jean-Luc Nancy


È possibile che chi ascolta la musica senza conoscerla - come si dice di quelli che non dispongono di alcun tipo di cultura musicale - e dunque senza essere capace di interpretarla, l'ascolti effettivamente e non sia piuttosto ridotto soltanto a sentirla? Oppure, se il termine «sentire» non dovesse significare altro che una percezione sonora priva di forma, dal momento che non verrebbe più percepito alcun segnale della vita corrente, è possibile che un tale tipo di ascolto superi il livello di un'apprensione immediata delle pulsioni, dei movimenti e delle risonanze affettive che confusamente dipendono da abitudini acquisite in materia di ritmo e di tonalità (velocità o lentezza, modi maggiori e minori...)?
Senza alcun dubbio l'ascolto competente permette di legare l'apprensione sensibile all'analisi della composizione e dell'esecuzione, come pure di giustificare per suo tramite tutte le inflessioni della sensibilità che vanno dalla comprensione globale di un'opera fino al dettaglio dei suoi momenti o dei suoi registri. Senza alcun dubbio un ascolto musicale degno di questo nome non può consistere che nella giusta combinazione dei due atteggiamenti o delle due disposizioni, quella compositiva e quella sensibile.
Resta il fatto che determinare la giusta misura in questione non è cosa che dipenda da alcuna criteriologia, sia essa musicologica o estetica. Così, l'insieme dei problemi che qui vengono posti non cessa di dare luogo a ricerche molto dotte e complesse, che tuttavia lasciano intatto un nucleo d'oscurità infinitamente fragile ma resistente: come si dividono o come si mescolano il musicista e il musicale? È sufficiente d'altra parte porre la domanda in questi termini per comprendere che essa non riguarda solo il problema dell'ascolto, ma anche quello della composizione e dell'esecuzione. La scienza o la tecnica del musicista non comportano di per sé la musicalità più profonda, più originale o più convincente. Certo non ci sono esempi - o ce ne sono molto pochi - di musicisti naïf nel senso in cui lo è Rousseau il Doganiere (per quanto questo essere naïf non sia affatto sprovvisto di tecnicità e di abilità), ma ce ne sono molti, invece, di tecnici dotati, la cui facoltà musicale si avvizzisce in composizioni scolastiche.
Potrebbe anche essere che questo problema della divisione fra il musicista e il musicale non sia diverso da quello della divisione fra un'apprensione tecnica e un'apprensione sensibile che ritroviamo in tutti i campi dell'arte: nella pittura, nella danza, nell'architettura o nel cinema. In realtà, si tratta ogni volta - con delle modalità molto diverse - dello scarto fra ciò che riconduce un'opera ai suoi mezzi, alle sue condizioni, ai suoi contesti regolati, e ciò che la fa esistere come tale, nella sua unità indivisibile (che del resto non è altro dall'unità indivisibile di un insieme e delle unità discrete, altrettanto indivisibili, delle sue parti, momenti, componenti, aspetti ...)
Ciò che fa l'opera non è nient'altro: ciò che la fa nella sua totalità e che la rende un «tutto» non è presente in nessun altro luogo che non siano le sue parti o i suoi elementi. La sensibilità per l'opera, allo stesso modo, si distribuisce, restando indivisa, in ogni parte, in ogni modalità e in ogni regione dell'opera. Quel che chiamiamo «opera» è assai meno una produzione compiuta che non questo movimento, il quale non «produce» ma apre l'opera e non smette di tenerla aperta - o più precisamente di mantenere l'opera in questa condizione di apertura che la costituisce in modo essenziale, e di farlo fino alla sua conclusione, persino se prende forma da quello che la musica chiama risoluzione.
Ascoltare, così come guardare o contemplare, è toccare l'opera in ogni parte - oppure essere toccati da lei, il che è lo stesso. Indubbiamente non c'è una gran differenza fra la coppia formata dal musicista e dal musicale e la coppia dell'iconologico e del pitturale - se è lecito servirsi così di questi termini -, o la coppia del poesiologico e del poetico (identica osservazione), e questo vale per tutte le altre coppie che possiamo definire in qualsiasi campo estetico. Ogni volta non può che trattarsi di una stretta combinazione dell'analisi e del tatto, dove ciascuno dei due acutizza e fortifica l'altro. Un'intima e delicata alleanza fra la sensazione (o il sentimento, è tutt'uno) e la composizione del sensibile.
Quel che distingue la musica, tuttavia, è che la composizione come tale e le sue procedure di assemblaggio non cessano mai di essere in anticipo sul loro proprio sviluppo e di far attendere in qualche modo la risultante - se non il risultato - delle loro sistemazioni, dei loro calcoli, delle loro (musico)logiche. Che sia o non sia musicista, colui che ascolta, nel momento preciso in cui una sonorità, una cadenza, una frase lo tocca (qualcosa che, se è musicista, può determinare in termini di valore, di misura e così via ), viene condotto in un'attesa, spinto verso un presentimento.
Là dove la pittura, la danza o il cinema trattengono sempre in un certo presente - sia pure evanescente - il movimento e l'apertura che costituiscono la loro anima (il loro senso, la loro verità), la musica invece non smette di esporre il presente all'imminenza di una presenza differita, più «a venire» di qualsiasi «avvenire». Presenza non futura, ma solamente promessa, presente solo per via del suo annuncio, della sua profezia nell'istante. Profezia nell'istante e dell'istante: annuncio in questo istante della sua destinazione fuori del tempo, in una eternità. Ad ogni momento la musica non promette uno sviluppo se non per meglio tenere e aprire l'istante - la nota, il levare, il battere - fuori dallo sviluppo, in una coincidenza molto singolare del movimento e della sospensione.
Si tratta di una speranza: non di una previsione che si promette dei futuri possibili, ma di quest'attesa che senza attendere nulla lascia venire e ritornare un tocco di eternità. Questo deve tutto e non deve niente alla successione, all'incorporazione del movimento già passato e all'anticipazione del suo proseguimento. Piuttosto, essa riprende ogni volta il suo stesso cominciamento: l'ouverture, l'attacco del suono, quell'idea secondo cui il suono modulato già si precede e si succede senza che sia mai possibile fissare un punto zero. È ciò in cui il suono risuona; esso pone in questione se stesso per essere ciò che è: sonoro.
Musica è l'arte della speranza della risonanza: un senso che non produce senso se non in ragione del suo ripercuotersi in se stesso. Si chiama e si ricorda, ricordando in sé e a se stesso, ogni volta, la nascita della musica, vale a dire l'apertura di un mondo in risonanza, un mondo sottratto alle disposizioni degli oggetti e dei soggetti, ricondotto alla propria ampiezza e che non produce senso, o meglio non ha la sua verità, se non nell'affermazione che modula questa ampiezza.
Non è dunque un uditore che ascolta, e al limite poco importa che sia o no musicista. L'ascolto è musicale quando è la musica ad ascoltare se stessa. La musica se ne torna, si ricorda, si risente come la risonanza stessa: un rapporto a sé deprivato, spogliato di ogni egoità e di ogni ipseità. Né «se stesso» né l'altro, né l'identità, né la differenza, ma l'alterazione e la variazione, la modulazione del presente che lo cambia in attesa della propria eternità, sempre imminente e sempre differita, poiché essa non risiede in alcun tempo. Musica è l'arte di far ritornare in ogni tempo il di fuori dal tempo, in ogni momento il cominciamento che si ascolta cominciare e ricominciare. Nella risonanza si esegue - e dunque si ascolta - l'inesauribile ritorno dell'eternità. Questo ritorno, questa revenance, non è inesauribile se non per il fatto che il cominciamento, quando comincia, si perde. Il tremito che lo rende possibile e apre la sospensione, la tenuta dell'istante, è anche l'inadempimento che lo esaurisce e lo destina all'oblio. Il cominciamento ritorna con l'oblio del cominciamento e con l'imminenza di una sparizione sempre rinnovata.
Ascoltandosi, la musica arriva ad ascoltare la singolarissima risonanza della fine nella nascita e della pena nella gioia, l'una e l'altra che si alterano senza confondersi né snaturarsi. Non si verifica qui nessuna unione dei contrari, perché non ci sono contrari, nessuna opposizione. C'è solo contrapposizione, contrappunto del canto e del discanto che si inseguono giro dopo giro in ciò che si vorrebbe, senza tuttavia osarlo, chiamare un incantamento.

http://www.ilmanifesto.it

 

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Conditions of the Working Classes in China

di materialiresistenti (24/09/2006 - 15:51)

by Robert Weil

Introduction

This article is based primarily on a series of meetings with workers, peasants, organizers, and leftist activists that I participated in during the summer of 2004, together with Alex Day and another student of Chinese affairs. It is part of a longer paper that is being published as a special report by the Oakland Institute. The meetings took place mainly in and around Beijing, as well as in Jilin province in the northeast, and in the cities of Zhengzhou and Kaifeng in the central province of Henan. What we heard reveals in stark fashion the effects of the massive transformations that have occurred in the three decades following the death of Mao Zedong, with the dismantling of the revolutionary socialist policies carried out under his leadership, and a return to the “capitalist road,” leaving the working classes in an increasingly precarious position. A rapidly widening polarization—in a society that was among the most egalitarian—is occurring between extremes of wealth at the top and growing ranks of workers and peasants at the bottom whose conditions of life are daily worsening. Exemplifying this, the 2006 Fortune list of global billionaires includes seven in mainland China and one in Hong Kong. Though their holdings are small compared to those in the United States and elsewhere, they represent the emergence of a full-blown Chinese capitalism. Rampant corruption unites party and state authorities and enterprise managers with the new private entrepreneurs in a web of alliances that are enriching a burgeoning capitalist class, while the working classes are exploited in ways that have not been seen for over half a century.

To continue:

http://www.monthlyreview.org/0606weil.htm

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China

di materialiresistenti (24/09/2006 - 10:53)

 

 

 

 

 

 

 

L'ombra lunga del grande timoniere


Rivolte di massa, scioperi operai, critica al governo e denuncia della corruzione. La Cina della «via al capitalismo» riscopre i conflitti sociali. Gli ultimi numeri della rivista «Monthly Review»

di Edoarda Masi


«Compagni, parliamo dei rapporti di produzione!». Con questa frase si conclude un celebre intervento di Bertolt Brecht al congresso degli scrittori antifascisti del 1935 a Parigi, che inaugurò pubblicamente la politica dei fronti popolari, o fronti uniti. Un analogo atteggiamento critico (se pure non di rigetto) nei confronti di quella politica manifestò allora in Cina Lu Xun. Era il tempo duro della «Lunga marcia», e Mao Zedong non era in condizione di intervenire nel dibattito; tuttavia adottò una politica nella sostanza più vicina alle posizioni di Lu Xun e Brecht che a quella ufficiale dei partiti comunisti di allora. In seguito enunciò questo suo orientamento con le parole «non dimenticare mai la lotta di classe» e vi si attenne con coerenza. Credo sia il motivo di fondo per il quale Mao, e quanti non ne rinnegano la memoria, vengono oggi esposti al pubblico disprezzo e all'odio popolare da chi, ben lontano dal dimenticare la lotta fra le classi, si colloca però dall'altro lato del fronte. È opportuno per costoro che nei lavoratori (di ogni tipo e settore e di ogni continente e paese) il concetto stesso della lotta di classe sia cancellato. Non lo comprendono quanti, accecati da pregiudizi dottrinari, dimenticano di riferirsi a quella contraddizione primaria e fanno fede a testi politicamente contrassegnati dall'anticomunismo (o peggio, da risentimenti personali come quello della ex guardia rossa Chang Jung, recensito negativamente dagli studiosi di tutto il mondo) anziché valersi della ricca messe di documentazione e di critica oggi disponibile sulla storia della Cina prima e dopo la morte di Mao Zedong, a cominciare dai materiali sulla rivoluzione culturale pubblicati dall'Università cinese di Hong Kong, dalle opere di William Hinton e dai testi e filmati di Carma Hinton, dalle indagini di tanti studiosi cinesi e non, e anche da quanto ci giunge attraverso le voci della letteratura.
Un'inchiesta preziosa
La Monthly Review negli ultimi tre numeri (vol. 58/2,3,4) sul tema della lotta fra le classi - in Cina, negli Usa, nel mondo - ha messo un accento particolare. Sul numero 58/2, è comparso uno studio sulla Cina prima e dopo gli anni '80, Conditions of the Working Classes in China firmato da Robert Weil - autore di Red Cat, White Cat - leggibile nel web (www.monthlyreview.org).
L'articolo si basa su una serie di incontri dell'autore e suoi collaboratori con operai, contadini, organizzatori e attivisti di sinistra nell'estate 2004 principalmente a Pechino e dintorni, Zhengzhou e Kaifeng nel Henan (provincia centrale), e nel Jilin (Nord-est). Scopo dell'inchiesta: rilevare gli effetti delle trasformazioni radicali occorse nei tre decenni seguiti alla morte di Mao. Con il ritorno alla «via capitalistica», le classi lavoratrici si trovano in condizioni sempre più precarie; un'estrema polarizzazione si impone in una delle società già fra le più egualitarie; una corruzione rampante associa le autorità del partito e dello stato ai manager e ai nuovi imprenditori privati. Le classi lavoratrici subiscono uno sfruttamento per oltre mezzo secolo sconosciuto. Fra gli operai intervistati molti appartengono ai milioni di licenziati dalle imprese già di stato, con la perdita di qualsiasi forma di sicurezza sociale di cui già godevano (abitazione, istruzione, salute, pensione). I contadini, con lo scioglimento delle comuni e l'introduzione del sistema di responsabilità familiare (contratto fra singole famiglie e villaggio per l'assegnazione della terra in piccolissime unità: forma di transizione alla proprietà privata della terra, con esclusione però di alcuni vantaggi che la piena proprietà comporterebbe), sono esposti alla vendita, senza compenso adeguato, delle terre loro assegnate (e sulle quali hanno fatto degli investimenti) da parte dei burocrati locali associati a imprese di costruzione di vario tipo. Si è verificato così l'esodo di massa dalle campagne dei contadini impossibilitati a sopravvivere per l'esiguità della terra loro assegnata o da questa del tutto espulsi, e alla ricerca di un lavoro nelle città, soprattutto nel settore edilizio, pagati con salari di fame spesso in nero (giacché il loro trasferimento di residenza è illegale), e sottoposti a trattamenti semi-schiavistici.
Tra rivolta e incidenti di massa
La realtà cinesa non è però segnata da rassegnazione o da una passività operaia. Conflitti e rivolte sono infatti in aumento. Riconosciuti dall'autorità, nel 2004, 74.000 «incidenti di massa, dimostrazioni e rivolte» hanno coinvolto fino a decine di migliaia di persone - tanto da allarmare il governo centrale, in cerca di misure per attenuare la crescente instabilità sociale. Anche le nuove classi medie urbane, che più hanno beneficiato del nuovo regime per quel che concerne un più largo accesso ai beni di consumo e alimentari, si trovano spesso in difficoltà a causa della crescente gerarchizzazione fra le classi e gli alti costi di alcuni beni e servizi - in particolare le spese per l'istruzione (ormai a costi proibitivi la secondaria, gratuita durante il governo di Mao). Siamo all'inizio di un periodo di grave instabilità sociale.
Robert Weil riferisce di molti episodi di resistenza operaia alla privatizzazione delle imprese di stato, ai licenziamenti in massa, alla distruzione delle loro stesse condizioni di esistenza: occupazioni di fabbriche, sottrazione delle macchine destinate alla distruzione, solidarietà fra lavoratori delle diverse imprese; attività di volontari per favorire il collegamento e l'organizzazione dei lavoratori, nonostante la dura repressione poliziesca e giudiziaria, e il frequente disinteresse delle autorità locali di fronte ai soprusi. Anche i contadini subiscono da parte delle autorità locali corrotte e della polizia soprusi, che restano però, al confronto, relativamente invisibili, tranne nei casi in cui la scala della rivolta e della repressione sia troppo larga, come quando nel corso di una protesta per la requisizione di terre nel dicembre 2005 a Dongzhou nel Guangdong furono uccise venti persone.
Il carattere peculiare che si rileva nella resistenza dei lavoratori cinesi, sottoposti a una pressione, per quanto estrema, analoga a quella di tanti altri loro compagni nel mondo intero, è il grado molto alto di coscienza di quanto accade. Giacché, osserva Weil, fra i contadini, i migranti, e i lavoratori urbani sono presenti uomini e donne politicizzati, che si sono formati su testi di Marx e Mao e che sono molto avvertiti della differenza tra il capitalismo attuale e il recente passato della Cina, segnato dal tentativo di costruire il socialismo. Questa coscienza oggi non discende più principalmente dai settori intellettuali ma sale dalle stesse classi lavoratrici. Specialmente in alcune zone, come quella intorno a Zhengzhou, ci si vale di una eredità di lotte che risale agli anni Venti, arricchita dallo scontro fra le «due linee» negli anni '60 e '70. Nel periodo del «socialismo», e specialmente della rivoluzione culturale, gli operai stavano acquistando un graduale controllo nella gestione della fabbrica, e considerano la fabbrica stessa come un bene che appartiene a loro, come proprietà collettiva che oggi viene illecitamente sottratta. Un operaio di Zhengzhou spiega all'intervistatore che il presente sistema di «capitale burocratico» è fondamentalmente un problema politico, non economico: «in superficie sembra economico, ma in realtà si tratta di una lotta fra socialismo e capitalismo».
Weil, mentre rileva i segni della formazione di una possibile nuova sinistra che porti a collegare i lavoratori, osserva pure che si tratta di una fase embrionale, che vi sono forti differenze fra lavoratori anziani e giovani, e che se il movimento non si svilupperà rapidamente, i lavoratori più giovani, che non hanno memoria del passato, cadranno nella lotta economica per «condizioni migliori» - influenzati anche dallo slogan di Deng Xiaoping: «arricchirsi è glorioso». Un'altra, più grave difficoltà, è la tensione fra operai, contadini, migranti. «Sembrerebbe che il convergere delle condizioni dei lavoratori urbani,dei migranti e dei contadini - e anche di molti appartenenti alla nuova classe media - possa costituire la base per una larga unità di lotta contro quelli che li sfruttano. Ma - scrive Weil - come dovunque nel mondo in condizioni simili, è più facile concepire in teoria che attuare in pratica l'unità delle classi lavoratrici». Difficoltà dovute, continua ancora Weil - non solo ai pregiudizi (per esempio, dei lavoratori urbani nei confronti di contadini e migranti, e viceversa), ma anche a forme effettive di competizione fra la massa di migranti lavoratori di second'ordine e i lavoratori urbani da vecchia data, cui si aggiungono politiche del divide et impera. Infatti, non sono mancati episodi in cui, a reprimere gli operai in lotta, la polizia ha impiegato centinaia di contadini, muniti di elmetto e manganello. Per non parlare degli immigrati a basso salario che vengono assunti al posto di operai licenziati dalla imprese statali: tutto ciò non può non provocare risentimento.
In nome di Mao
Le minoranze che mirano a ravvivare la lotta per il socialismo, e l'unità fra i lavoratori divisi, operano in molti campi: la loro caratteristica è di non essere più, come si è detto, minoranze specificamente intellettuali: al contrario, spesso sono gli studenti che volontariamente ripetono una «discesa al popolo» (oggi osteggiata dalle autorità) per superare i limiti ancora presenti nella loro rivolta nell'89, quando a Tian'anmen non seppero comprendere l'importanza della solidarietà popolare, pur così viva anche allora. La gerarchizzazione della società si accompagna a una estesa proletarizzazione. Dibattiti si svolgono nelle sfere accademiche, e anche in settori del partito, perfino sulla rivoluzione culturale - argomento tabù (al punto di rovinare la carriera di un accademico che osasse trattarne esplicitamente). Il governo del partito-stato ha un troppo preciso orientamento politico per mutare rotta, ma non può non tenere conto della presenza, nel paese, di contraddizioni gravissime, e del fatto che vengono largamente interpretate fruendo del pensiero di Mao, che si sarebbe voluto imbalsamare. Il governo infine ha abolito l'intollerabile tassa sulla terra; e nel marzo 2006 è stato costretto ad accantonare un proprio disegno di legge mirante a restaurare in pieno i diritti della proprietà privata. La legge verrà forse approvata in seguito, ma è evidente il peso che l'opposizione di fatto già ora esercita, e potrà esercitare se riuscirà a svilupparsi.
Un episodio di «lotta culturale»: in un parco di Zhengzhou le sere di festa centinaia di persone, accompagnate da musicisti, si riuniscono per cantare i i vecchi canti rivoluzionari. «Il significato politico di questi canti è mostrare la nostra opposizione al partito comunista - a quello che è diventato - e usare Mao per contestarlo e elevare la coscienza».

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Intervista a Giorgio Lunghini

di materialiresistenti (19/09/2006 - 17:57)

La scalata in borsa del gaudente
 


di Cosma Orsi


Ascoltare Giorgio Lunghini è sempre un piacere. Da una parte perché ha fatto propria quella attitudine di alcuni grandi teorici dell'economia della chiarezza. Dall'altra perché si intravedono nei suoi occhi e risuonano nelle sue parole echi di letture lontane dalla sua disciplina. Colto, affabile e comunque rigoroso nell'esposizione del suo punto vista. Che è quello di un economista che non nasconde i continui riferimenti all'analisi marxiana dello sviluppo capitalistico spesso associati a una lettura innovativa del pensiero di Lord Keynes. Negli ultimi anni, Giorgio Lunghini ha più volte scritto attorno a temi al centro della attualità, dalla disoccupazione alla «crisi della società del lavoro», dalle proposte di riforma, o meglio di controriforma del welfare state al ruolo della cosiddetta «economia sociale». Ma lo ha sempre fatto preferendo l'analisi al rumore di fondo che spesso caratterizza la discussione pubblica. Scelta che gli ha dato l'agio di poter affrontare argomenti controversi a partire da un agire comunicativo lontano dalle esemplificazioni. L'intervista che segue ruota attorno al welfare state, argomento che le recenti proposte di politica economica hanno posto sullo sfondo nella prossima azione del governo.

In passato lei ha sostenuto che non è più possibile parlare di stato sociale solo per accenni, perché ciò darebbe luogo a fraintendimenti. È ancora così?
Credo ancora che oggi si debba affrontare quel tema senza fraintendimenti. Con questo intendo dire che bisognerebbe parlare di stato sociale senza preconcetti contro di esso e senza i diffusi e indimostrati pregiudizi circa la sua desiderabilità e la sua sostenibilità. Per quel che riguarda l'avversione al welfare state, è noto che molti - a meno che non siano evasori fiscali - non desiderrebbero affatto meno imposte se ciò dovesse comportare una riduzione dei servizi sociali. A proposito della sostenibilità, poi, basta ricordare che un ridimensionamento dello stato sociale non implicherebbe una riduzione della spesa a carico della collettività per procurarsi le prestazioni corrispondenti. Al contrario, se i servizi venissero forniti da privati anziché dallo stato la spesa sarebbe maggiore, basta guardare all'esempio degli Stati Uniti, dove però molti ne sono esclusi. Lo stato sociale è più efficiente del mercato nell'assicurare i servizi fondamentali, e sopratutto assicura quelli che i privati non troverebbero conveniente fornire per la loro scarsa redditività di breve periodo, o che sarebbero inaccessibili alla maggior parte dei cittadini.

Nel cosiddetto postfordismo, la questione del rapporto stato-mercato assume una rilevanza fondamentale. Partendo dal presupposto che il compito principale delle istituzioni politiche è quello di garantire la coesione e l'eguaglianza sociale, lei ritiene che davanti alle sfide poste dalla globalizzazione dell'economia i sistemi di welfare oggi in vigore sono in grado di ottenere questo risultato?
La tesi prevalente è che lo stato sociale determinerebbe una perdita di competitività, la riduzione delle esportazioni, il calo degli investimenti e dunque dell'occupazione, e così via. Ma non esiste alcun argomento teorico solido e alcuna evidenza empirica a favore di questa tesi.
È ovvio che in un'economia aperta al commercio internazionale la competitività è un problema. Però, la riduzione del costo del lavoro nazionale non è una condizione necessaria né sufficiente per un aumento della competitività del settore privato. Sarebbe impossibile ridurre i costi del lavoro italiano al livello dei paesi meno sviluppati, e non sarebbe accettabile ridurre a quel livello i salari per via indiretta, tagliando i servizi sociali, rendendo precario il posto di lavoro, riducendo la spesa pubblica per la previdenza, per l'istruzione, per la ricerca, per la cura di quanti per sfortuna o per età sono deboli e perciò dipendono da altri. Si può caricare di tutti questi oneri la famiglia, istituzione di cui peraltro si parla troppo? O non dovrebbe provvedere lo stato, di cui si parla troppo poco, e semmai male? I bassi salari non sono la risposta adeguata alla disoccupazione. È la disoccupazione che costringe a accettare lavori precari e poco remunerati.

Gli imprenditori che pagano poco la forza lavoro dirigono imprese inefficienti o marginali, e cercano di compensare in questo modo la loro inefficienza. Sono loro, che dovrebbero essere licenziati. Se si paga meglio un lavoratore, si rende più efficiente il suo datore di lavoro, forzandolo a scartare impianti e metodi obsoleti e affrettando così l'uscita dal mercato degli imprenditori meno capaci. Basta leggere un po' di storia economica. Se poi si considera che il mondo è un sistema chiuso, si capisce che una riduzione universale del costo del lavoro si tradurrebbe in una crisi generale di sovrapproduzione. La competitività di un sistema economico non dipende dal costo del lavoro, dipende dalla capacità, o incapacità, degli imprenditori di fare il loro mestiere. Guarda caso, la delocalizzazione delle produzioni nazionali, in paesi con un minor costo del lavoro, non si traduce in una diminuzione del prezzo delle merci, bensì in un aumento dei profitti. La presenza dello stato nell'economia e nella società è l'unica risposta possibile alle conseguenze economiche e sociali della globalizzazione, a meno che non si preferisca un mondo di imprese multinazionali senza legge a un mondo di stati nazionali civili.

Nel suo libro «L'età dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali» lei afferma che la disoccupazione non è un fenomeno naturale. È invece un fenomeno normale nei sistemi capitalistici, dove i frutti del cambiamento tecnico non sono distribuiti in maniera eguale. Per arginare questo fenomeno alcuni studiosi propongono l'introduzione di un reddito di esistenza o di cittadinanza e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Cosa ne pensa di queste proposte?
Sul reddito di esistenza è in corso un ampio e fecondo dibattito, mentre non mi pare all'ordine del giorno la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Tuttavia io credo che al reddito di esistenza siano preferibili i servizi sociali, che non costringono a passare per il mercato. Sul mercato non si può comperare la sicurezza, si comprano soltanto merci.

La teoria economica si è espressa in maniera chiara sull'origine del valore: o esso è dato dalla quantità del lavoro necessaria a produrre un bene o dalla sua scarsità/utilità, che oggi è dominante. Entrambe queste interpretazioni dimenticano il contenuto relazionale intrinseco allo scambio. Crede che in un epoca in cui la conoscenza, che per definizione non è scarsa, è centrale nel processo produttivo sia possibile avanzare una teoria del valore capace di incorporare la dimensione relazionale?
Il lavoro è in sé una attività relazionale. Lo è, in primo luogo, perché il lavoro è la principale attività materiale con la quale l'uomo si pone in rapporto con la natura, al fine di cavarne valori d'uso. Qui non è questione di fordismo o postfordismo. La crescente importanza del general intellect nella forma attuale del processo di produzione e riproduzione, d'altra parte, complica la tassonomia delle diverse attività lavorative e semmai infittisce, non dirada, la rete delle relazioni tra i produttori. Rete di cui magari i lavoratori non si rendono conto. Il che può rendere più difficile l'analisi del processo lavorativo e la regolamentazione del mercato del lavoro, ma non toglie al lavoro la sua forma di lavoro salariato.

È noto che il capitalismo ha una indubbia capacità di metamorfosi. Nell'attuale fase del suo sviluppo, come si modifica il rapporto tra lavoro concreto e lavoro astratto, categorie abbastanza rilevanti nella critica al capitalismo?
La capacità di metamorfosi del capitalismo non deve indurci a liquidare frettolosamente le categorie analitiche dell'economia politica classica e della critica marxiana, né a sposare categorie dubbie come quella di «capitale umano». L'evoluzione strutturale degli ultimi decenni - nella scelta dei mercati, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro - non comporta affatto una soluzione di continuità nel rapporto tra capitale e lavoro. La sostanza del lavoro non dipende dalla forma del contratto. Si può pensare come lavoro salariato qualsiasi lavoro eterodiretto, qualsiasi lavoro che direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d'opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le sue proprie modalità economiche e politiche di riproduzione. L'apparente autonomia di molti «nuovi lavori» nasconde il ritorno a forme di lavoro servile, prive di qualsiasi mediazione o protezione sindacale o istituzionale. Di qui un ulteriore argomento a favore dello stato sociale.

A proposito del rapporto tra rendita e profitto: è possibile parlare ancora di rendita quando la struttura della proprietà passa dalla proprietà dei mezzi di produzione alla proprietà intellettuale, ovvero quando ha a che fare con le reti, i flussi di conoscenza e con la struttura gerarchica indotta dalla dinamica finanziaria (non più separata dalla produzione, ma oggi elemento costituente della creazione di valore)?
La rendita non crea nessun valore: è una sottrazione al prodotto sociale, senza nessun corrispettivo e legittimata soltanto dal diritto di proprietà. Oggi i rapporti tra rendita e profitto non sono nitidi come potevano apparire nel capitalismo precedente al 1830. Dopo di allora i comportamenti dei capitalisti, in una economia monetaria di produzione, sono più articolati. E anche più miopi. Se i capitalisti realizzano profitti come capitalisti, ma li impiegano come gaudenti o come rentier, anzichè come sacerdoti della accumulazione del capitale, l'unica prospettiva per loro praticabile sarà l'esercizio della loro forza contrattuale al fine di ridurre i salari; nonché il tentativo di aggirare il vincolo della domanda effettiva interna, spostando altrove i luoghi di produzione e i mercati di sbocco, se ne sono capaci. Altrimenti si confineranno nella nicchia del rentier e reimpiegheranno i profitti nella speculazione, finanziaria o edilizia. Tenteranno di cambiare gioco, dalla produzione di merci a mezzo di merci alla produzione di denaro a mezzo di denaro. In Italia ce ne sono molti esempi. È un gioco che può riuscire a qualcuno ma non a tutti, e che per la collettività può essere rovinoso. Sta qui il problema più difficile e urgente per le politiche economiche nazionali, la cui unica soluzione è la proposta di quel bolscevico che secondo Luigi Einaudi era J. M. Keynes: l'eutanasia del rentier.

Molti economisti politici, seguendo l'insegnamento di Ricardo, sostengono che l'imbrigliamento della rendita è fondamentale per ottenere la crescita economica e il benessere generale. A suo parere quali forme dovrebbe assumere la fiscalità e quali livelli di tassazione possono essere compatibili con un efficiente sistema di Welfare?
La risposta sta già negli articoli 3, 41 e 53 della Costituzione. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Ritiene che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, e l'Organizzazione Mondiale per il Commercio siano istituzioni sufficientemente preparate per affrontare la sfida di uno sviluppo socialmente sostenibile, oppure pensa che una loro riforma sarebbe necessaria?
Sono istituzioni effettivamente molto preparate, ma non allo scopo di perseguire l'interesse generale. Lo sarebbero state, invece, quelle prefigurate da Keynes, che infatti fu sconfitto a Bretton Woods. Un Keynes che nel suo World's Economic Outlook del 1932 aveva già capito tutto circa la mancata coincidenza tra interessi particolari e interesse generale: «Ciascun paese, nel tentativo di migliorare la propria posizione relativa, intraprende iniziative dannose per la prosperità dei suoi vicini; e poiché l'esempio viene imitato, ogni paese patirà iniziative analoghe da parte dei suoi vicini e ne soffrirà più di quanto non se ne avvantaggi. Praticamente tutti i rimedi oggi invocati hanno questo carattere di danno reciproco. Riduzioni salariali competitive, politiche tariffarie competitive, svalutazioni competitive della moneta e così via sono tutti esempi di questo gioco a rubamazzetto. Poiché le uscite dell'uno sono le entrate dell'altro, se aumentiamo i nostri margini diminuiamo quelli di qualcun altro. Se la pratica sarà seguita da tutti, tutti ci perderanno... Il capitalista moderno è come un marinaio che naviga soltanto con il vento in poppa, e che non appena si leva la burrasca viene meno alle regole della navigazione o addirittura affonda le navi che potrebbero trarlo in salvo, per la fretta di spingere via il vicino e salvare se stesso. Se gli Stati Uniti risolvessero i loro problemi interni, ciò varrebbe come esempio e stimolo per tutti gli altri paesi e dunque andrebbe a vantaggio del mondo intero».


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POLITICHE DEL QUOTIDIANO

di materialiresistenti (17/09/2006 - 14:43)

Cartografie ribelli della Nuova Epoca


La sua riflessione ha contribuito a svelare la rilevanza
della «razza» nella costruzione dell'egemonia e nelle pratiche di resistenza dei movimenti sociali «Politiche del quotidiano» di Stuart Hall. Finalmente tradotti alcuni dei saggi di uno studioso che più di altri ha influenzato lo sviluppo dei "cultural studies" in Inghilterra

di Sandro Mezzadra


V'è un che di misterioso nelle scelte che orientano l'editoria italiana in materia di traduzione di opere saggistiche. Non si può dire che nel nostro paese si traduca poco. Al contrario: viene da pensare, non di rado, che si esageri. Capita tuttavia che autori il cui lavoro è un punto di riferimento essenziale nei dibattiti internazionali vengano sistematicamente ignorati dall'editoria nostrana.
È stato senz'altro il caso di Stuart Hall: tra i fondatori della nuova sinistra inglese negli anni Cinquanta (nonché primo direttore della «New Left Review»), il suo nome è legato indissolubilmente alle vicende dei British Cultural Studies, di cui contribuì a definire le linee fondamentali di ricerca insieme a Raymond Williams e a Richard Hoggart, in particolare lavorando all'interno dell'ormai mitico «Centre for Contemporary Cultural Studies» di Birmingham, che diresse dal 1968 al 1979. L'elenco dei temi su cui il contributo di Stuart Hall è riconosciuto come imprescindibile parla da sé: dalla rivoluzione nella comunicazione al postcolonialismo, dall'«identità» all'ideologia, dalle culture popolari al razzismo, solo per menzionarne alcuni. E tuttavia, la ricezione italiana di Hall - se si eccettua la traduzione nel lontano 1970 di un libro scritto con Paddy Whannel nel 1964 (Arti per il popolo, Officina) - è stata affidata per molto tempo a qualche sparso saggio pubblicato in riviste e volumi collettanei. A chi negli scorsi anni proponeva il suo nome a più o meno prestigiose case editrici, capitava spesso di sentirsi rispondere che Hall non aveva una chiara collocazione disciplinare, che non si capiva bene di che cosa si occupasse.
Il canone rifiutato
Grande organizzatore culturale, Stuart Hall non è in effetti un autore sistematico. Alla forma del libro predilige quella del saggio, ma ha avuto lungo l'intero arco della sua vita una capacità rara di cogliere alcuni dei problemi chiave del suo tempo, presentando posizioni che, anche quando discutibili, hanno sempre agito in profondità sulla discussione politica e culturale, non di rado spiazzandone radicalmente l'ordinato svolgimento. Alcuni dei suoi contributi più importanti sono ora finalmente riuniti in un volume a cura di Giovanni Leghissa, Politiche del quotidiano. Culture, identità e senso comune, che esce per il Saggiatore come secondo titolo di una nuova collana significativamente intitolata «Cultural Studies» (pp. 348, euro 25, con doppia introduzione dello stesso Leghissa e di Giorgio Baratta). E per l'inizio di novembre è annunciato l'arrivo in libreria di un'altra raccolta, in uscita da Meltemi per la cura di Miguel Mellino.
Questo doppio evento editoriale si inserisce in un clima di rinnovato interesse in Italia per i cultural studies, attestato da una collana come quella del Saggiatore, da nuove riviste e perfino dai curricula di molti corsi di laurea sorti nell'ambito del nuovo ordinamento universitario. È un fenomeno su cui sarà bene ragionare anche su queste pagine in un prossimo futuro. Così come varrà la pena di avviare una riflessione sulle ragioni del sospetto con cui i cultural studies sono stati guardati per molto tempo dalla cultura nostrana: un sospetto che è in buona misura all'origine della scarsa fortuna editoriale di Hall nel nostro paese, e che è tanto più singolare quanto più si tengano presenti da una parte le linee di ricerca che in Italia si sarebbero potute produttivamente intrecciare fin dagli anni Sessanta con il lavoro di Hall e compagni (solo per fare qualche nome: da Umberto Eco a Gianni Bosio, da Raniero Panzieri a Ernesto De Martino), dall'altra il rilievo assolutamente fondamentale che, nella definizione del progetto dei cultural studies britannici, ha avuto un certo Gramsci. L'ampio saggio introduttivo di Leghissa alla raccolta di scritti di Hall (Tradurre Stuart Hall) è un primo contributo in questo senso, ricco di indicazioni da raccogliere, sviluppare e discutere.
È in ogni caso da auspicare che quella dei cultural studies non divenga una semplice moda nel nostro paese (con un clamoroso ritardo storico sugli sviluppi nel mondo anglosassone), e soprattutto che non si guardi a essi come a un «canone» da importare nella ricerca e nell'accademia: per molti aspetti, ammesso (e, proprio con Stuart Hall, non concesso) che sia esistito un «canone» dei cultural studies, che si possa parlare di una «scuola di Birmingham», quel canone e quella scuola sono esplosi da tempo. E questa esplosione non è avvenuta nel cielo della teoria: a determinarla sono stati concreti movimenti e mutamenti sociali, è stata l'irruzione della questione della «razza» e del femminismo, che, come scrive Hall con efficace metafora, «è "arrivato come un ladro di notte"; ha determinato un'interruzione, ha fatto un baccano indecoroso, si è impadronito dell'epoca, ha messo in disordine il tavolo degli studi culturali».
Da questa ricca tradizione di ricerca britannica (nonché dalla vicenda della sua importazione nell'accademia statunitense, su cui andrebbe fatto un discorso a parte, accennato in alcuni dei saggi di Hall), sarebbe bene a mio parere riprendere piuttosto l'originaria insofferenza per i confini disciplinari, il muoversi con disinvoltura attraverso sociologia, antropologia, storia, teoria politica con l'occhio sempre rivolto ai movimenti sociali e ai rapporti di potere: allo «sporco mondo di quaggiù», come dice Hall. Nonché la tendenza a problematizzare il significato stesso della «cultura», a rivendicare prima l'esigenza di studiare in modo nuovo la «cultura popolare» per giungere subito dopo a decostruire «il popolare», a scoprire una ricca trama di soggettività in movimento e di resistenze laddove (nella «società dei consumi», ad esempio) sarebbe facile scorgere soltanto conformismo. Stuart Hall, da questo punto di vista, è davvero l'autore giusto da cui cominciare (o ricominciare) un confronto con i cultural studies.
Il nero della famiglia
Se un appunto si può fare al modo in cui il volume uscito dal Saggiatore è costruito, riguarda il fatto che non è immediatamente riconoscibile un criterio (cronologico o tematico) di organizzazione dei diversi contributi, scritti in un arco di tempo che va dal 1979 al 1996. Consiglierei quindi di cominciare la lettura con l'intervista a Hall di Huan-Hsing Cheng, La formazione di un intellettuale diasporico. Sì, perchè Hall (che al concetto di diaspora ha dedicato riflessioni molto belle) è fino in fondo un «intellettuale diasporico». Il tema della «razza» diviene centrale piuttosto tardi nel suo lavoro, nel corso degli anni Settanta: ma la sua esperienza biografica ne è segnata fin dall'origine. Nato e cresciuto in Giamaica, «il più nero della famiglia», Hall ha vissuto intensamente l'apogeo e la crisi dell'imperialismo britannico, condividendo le grandi speranze destate dalle lotte anticoloniali e dalla stagione delle indipendenze. Giunto a Oxford a diciannove anni, nel 1951, ha a lungo vissuto negli ambienti della diaspora nera, in cui agiva il pensiero politico radicale di intellettuali caraibici come C.L.R. James e George Padmore. E, arrivato in Gran Bretagna quando «i soli neri presenti qui erano gli studenti», ha seguito con trepidazione la grande migrazione di operai di colore nel corso degli anni Cinquanta, l'arrivo (in gran parte proprio dai Caraibi) di quella popolazione di «londinesi solitari», splendidamente ritratta in un grande romanzo di Sam Selvon del 1953, che avrebbe modificato in modo irreversibile la composizione della popolazione e della classe operaia britannica, portando una sfida radicale alle tradizionali concezioni della britishness. «Diaspora di una diaspora», la definisce Hall: «i Caraibi sono già una diaspora dell'Africa, dell'Europa, della Cina, dell'Asia, dell'India, e questa si è ri-diasporizzata in Gran Bretagna».
Ora, si diceva che questi temi sono divenuti prioritari nell'agenda di ricerca di Hall relativamente tardi. Ma la sua esperienza diasporica ha introdotto una «distonia» nella sua formazione, che ha agito in profondità nel determinare la sua impostazione politica e intellettuale. Ne è in particolare derivato «uno strano rapporto con il movimento operaio britannico e con le istituzioni del movimento laburista - il Partito laburista e i sindacati con cui esso si identifica. Ne faccio parte - aggiunge Hall - ma non culturalmente». Questo «strano rapporto», a un tempo di internità e di esternità, è certo stato all'origine delle tensioni con intellettuali interamente formatisi all'interno di quel movimento, come ad esempio Edward P. Thompson. Ma ha anche consentito a Hall di attraversare gli anni della Nuova Sinistra, immergendosi completamente in esperienze come quella della «educazione operaia» e mantenendo tuttavia uno sguardo critico particolarmente vigile sui limiti delle culture politiche della sinistra (vecchia e nuova) britannica. E giungendo a proporre, sul finire degli anni Settanta, un'analisi provocatoria e originale del thatcherismo in formazione e della «Nuova Epoca» di cui costituiva a suo giudizio il «sintomo» più evidente.
È questo un passaggio chiave nel percorso intellettuale di Hall, ben documentato in Politiche del quotidiano. Riassumendo brutalmente la sua argomentazione: nel thatcherismo, Stuart Hall individuava l'esito (provvisoriamente vincente) di una lotta egemonica condotta dai conservatori fin dalla grande rottura determinata dal Sessantotto e rilanciata negli anni del governo Callaghan (1976-1979), quando fu lo stesso partito laburista - di fronte alla crisi materiale del modello «corporatista» cresciuto all'ombra delle politiche sociali post-belliche - ad avviare lo smantellamento dello Stato sociale. Hall era ben lungi dal negare le determinazioni economiche di questa crisi - egli fu anzi uno dei primi a proporre un'analisi critica di quello che cominciava appena a essere definito «postfordismo»: ma richiamava l'attenzione, appunto attraverso un'originale reinterpretazione della categoria gramsciana di egemonia, sulla relativa autonomia dello scontro su un terreno che, nei termini classici del marxismo, andava definito come ideologico. Era su questo terreno, su cui fondamentale era ad esempio stato il ruolo della stampa popolare, che la specifica soluzione proposta da Thatcher, fondata sul connubio di stato forte e libero mercato nonché sul rilancio dei «valori» costitutivi della britishness, aveva a suo giudizio sfondato, guadagnando consensi anche all'interno della classe operaia.
Un marxismo senza garanzie
Nella filigrana degli interventi di Hall sul thatcherismo si possono leggere sia le tracce dei suoi precedenti lavori sui consumi, sul cinema, sulla letteratura e sulla televisione (fondamentale, a quest'ultimo proposito, il saggio Codificazione/decodificazione, che continua a orientare molti studi sugli stessi nuovi media), sia l'annuncio dei temi su cui si sarebbe concentrata la sua ricerca negli anni Ottanta e Novanta: il confronto intensissimo con Gramsci (documentato tra l'altro, nella raccolta a cura di Leghissa, da L'importanza di Gramsci per lo studio della razza e dell'etnicità, del 1986), Althusser e Foucault, la riflessione, alla ricerca di un «marxismo senza garanzie», sul concetto di ideologia, le crisi e le trasformazioni del multiculturalismo, la politica delle identità, il razzismo postcoloniale e la globalizzazione. Su ciascuno di questi temi il contributo di Hall è stato ancora una volta originale e provocatorio, ha innescato dibattiti di cui non è certo possibile dar conto in questa sede - così come non si possono valutare nel dettaglio gli esiti e i limiti (evidenti quanto i meriti) della sua riflessione. Si può soltanto auspicare che la pubblicazione di Le politiche del quotidiano e la prossima uscita del volume curato da Mellino pongano le condizioni perché questo avvenga anche in Italia.
Quel che vorrei conclusivamente sottolineare è in ogni caso che il confronto con Stuart Hall non è un esercizio puramente accademico. I suoi scritti, la riflessione di un intellettuale che (nonostante qualche transitorio abbaglio sul «New Labour») non ha mai abdicato alla critica dello stato di cose presente, ci interrogano in profondità anche dal punto di vista politico. Egli è stato tra coloro, e sta qui il fascino del modo in cui è ad esempio intervenuto nel dibattito degli anni Ottanta sul «postmodernismo», che hanno con sicurezza individuato nella produzione di soggettività (nella continua sollecitazione e valorizzazione delle «differenze») il carattere decisivo della «Nuova Epoca» che vedeva annunciata dal thatcherismo. Nel tentativo di cartografare il paesaggio sociale e culturale (una «nuova cultura che è inesorabilmente materiale nelle pratiche e nei modi di produzione») corrispondente a questo vero e proprio mutamento di paradigma nel modo di produzione capitalistico, Stuart Hall ha affidato interamente l'istanza critica a un discorso sul potere, «termine che, rispetto a sfruttamento entra più comodamente nei discorsi culturali». Ecco, per accennare in due parole a un problema immenso, si potrebbe così riassumere uno dei compiti cruciali di fronte a cui si trova oggi il pensiero critico: ricostruire teoricamente il significato dello sfruttamento nel nuovo scenario che Hall, tra gli altri, ha contribuito a descrivere.

Stuart Hall
Una vita oltre l'accademia
Nato nel 1932 in Jamaica, Stuart Hall si è trasferito giovanissimo in Inghilterra. Terminati gli studi al Merton College di Oxford, comincia a lavorare come ricercatore prima della Birmingham University per poi diventare direttore del Birmingham Center for Cultural Studies. E' in questi anni che avviene l'incontro con Edward P. Thompson e Raymond Williams. Tra i tre studiosi il sodalizio intellettuale sfocerà nella fondazione di due riviste, «The New Reasoner» e «New Left Reiview». Quest'ultima diventa l'approdo di molti intellettuali marxisti usciti dal partito comunista inglese dopo l'invasione dell'Ungheria nel 1956. Studioso eclettico, spazia dalla «teoria dei media» agli studi poscoloniali. Tra i suoi libri vanno segnalati, «The Hard Road to Renewal», «Resistance Through Rituals», «The Formation of Modernity», «Questions of Cultural Identity», «Cultural Representations and Signifyng Practices».

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