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Teologia economica

di materialiresistenti (29/08/2006 - 19:40)

Intervista a Giorgio Agamben:

 

dalla teologia politica alla teologia economica

.

(di gianluca sacco)

 

        In un recente convegno su Walter Benjamin tenutosi a Roma alla fine dello scorso anno Giorgio Agamben[1] ha presentato una relazione che anticipa alcuni risultati della sua attuale ricerca sulla ‘teologia-economica. Lo abbiamo intervistato su questo argomento e sulle possibili relazioni con il tema del numero odierno della rivista che anche da quella relazione è stato ispirato.

 

        L’intervista si è tenuta nella sua casa romana il pomeriggio di lunedì 8 marzo 2004.

 

Domanda

 

Giorgio Agamben, il suo ultimo lavoro lo Stato d’eccezione, pubblicato poco meno di un anno fa, si colloca all’interno del progetto Homo sacer, la sua opera della metà degli anni novanta, che si è articolato sui temi del ‘potere sovrano’, la ‘nuda vita’, il ‘campo di concentramento come nòmos del moderno’. Un lavoro complesso che si pone nella scia delle tematiche e della metodologia di Foucault. Anche questa sua nuova ricerca sulla teologia economica si colloca nello stesso orizzonte?

 

Risposta

 

Io vedo il mio lavoro senz’altro vicino a quello di Foucault. Nelle mie due ultime ricerche sullo ‘stato d’eccezione’ e sulla ‘teologia economica’, ho cercato di applicare lo stesso metodo genealogico e paradigmatico che praticava Foucault. D’altra parte, Foucault ha lavorato in tanti ambiti, ma i due che ha lasciato fuori sono, appunto, il diritto e la teologia, e mi è sembrato naturale indirizzare le mie due ultime ricerche proprio in questa direzione.

 

D. Allora, come ha avuto modo di riscoprire questo concetto ‘rimosso’ della teologia economica e quando ha deciso di renderlo 'paradigmatico' per la sua ricerca?

 

R.

Lo spunto della ricerca l’ho trovato negli studi che stavo svolgendo negli ultimi anni su Schmitt[2] e la Teologia politica[3] e in particolare quando stavo approfondendo il dibattito tra Carl Schmitt e Erik Peterson[4] che ha avuto luogo più o meno dal 1935 fino al 1970.

Lavorando sugli stessi teologi che Peterson analizza nel suo libro sul monoteismo per ritrovare l’origine di quella teologia politica che vuole criticare (dai primi apologeti, Giustino, Ignazio fino sopratutto a Tertulliano) mi sono accorto che al centro dei loro testi c’erano non solo e non tanto i concetti di monarchia, e di teologia politica che Peterson ricostruisce, ma un altro concetto: l’ oikonomìa. Fatto curioso, ogni volta che questo concetto appariva, Peterson interrompeva la citazione. Rileggendo detti testi mi sono domandato perché mai in questa ricostruzione venisse rimosso proprio questo concetto. Mi sono così accorto che il concetto di oikonomìa era centrale in questi autori e ho cercato di farne una genealogia.

 

Immediatamente mi è apparso chiaro che dalla teologia cristiana derivano due paradigmi politici in senso lato: la teologia politica, che fonda nell’ unico Dio la trascendenza del potere sovrano e la teologia economica, che sostituisce a questa l’idea di una oikonomìa, concepita come un ordine immanente –domestico e non politico in senso stretto, tanto della vita divina che di quella umana. Dal primo derivano la filosofia politica e la teoria moderna della sovranità; dal secondo, la ‘biopolitica’ moderna fino all’attuale trionfo dell’economia su ogni aspetto della vita sociale.

 

 Il libro che sto scrivendo è nato da questa scoperta. Ho cercato di ricostruire l’origine del concetto teologico di oikonomìa, e poi, nella seconda parte, di seguirne la scomparsa e la secolarizzazione nel moderno. Perché mi pare che questo concetto ad un certo punto scompaia per riemergere con la nascita dell’economia animale e dell’economia politica nel settecento.

 

 

D. Quindi lei è in aperto contrasto con l’univoca attenzione data da Peterson e da Schmitt al collegamento teologia e politica. Un’attenzione così particolare da sembrarle quasi sospetta. Ma a suo avviso erano consapevoli di questa 'rimozione' dell’oikonomia dall’orizzonte teologico?

 

 

R. Indubbiamente! La cultura teologica di Peterson era vastissima e non è nemmeno pensabile che ignorasse il problema. Del resto egli interrompe le citazioni, per esempio in Tertulliano, esattamente nel punto in cui compare la parola oikonomìa. Schmitt, da parte sua, vedeva con chiarezza quello che potremmo definire il trionfo dell’economia e la depoliticizzazione del mondo che esso implicava nella modernità; ma per lui era strategicamente importante negare che questo sviluppo avesse un paradigma teologico. Non solo perché ciò avrebbe significato conferire una patente di nobiltà teologica all’economia, ma anche e soprattutto perché ciò avrebbe messo in questione la possibilità stessa del paradigma teologico - politico che gli stava a cuore.

 

 

D. Ma torniamo all’inizio della sua ricerca ricostruttiva e al concetto di oikonomìa censurato da Peterson ma, appunto, utilizzato dalla teologia patristica. Il riferimento naturale sembrerebbe Aristotele, anche se il suo concetto è ben diverso dal significato attuale di economia. Ma che nozione ne avevano i padri della chiesa?

 

 R. Ovviamente il termine oikonomìa di cui si servono questi teologi è lo stesso termine di Aristotele, che in greco designa innanzitutto l’amministrazione della casa. Ma l’ oikos, la casa greca è un organismo complesso, in cui si intrecciano rapporti eterogenei, che vanno da quelli parentali in senso stretto, a quelli padrone-schiavi e alla gestione di un’azienda agricola spesso di ampie dimensioni. Ciò che tiene insieme queste relazioni è un paradigma che potremmo definire “gestionale”: si tratta cioè di un’attività che non è vincolata a un sistema di norme costituisce una episteme, una scienza in senso proprio, ma implica decisioni e disposizioni di volta in volta diverse per far fronte a problemi specifici. In questo senso, una traduzione corretta del termine oikonomìa sarebbe, come suggerisce il Liddell-Scott, management.

Per leggere tutta l'intervista: http://www.rivista.ssef.it/site.php?page=20040308184630627&edition=2006-05-01

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Giappone non-assiale

di materialiresistenti (28/08/2006 - 09:00)

Convivenze fra opposti sotto il Sol Levante


Aperti e isolati. Secondo il sociologo Shmuel Eisenstadt la storia giapponese alterna una enorme ricettività verso le culture straniere con lunghi periodi di chiusura Vecchio e nuovo Nel mondo nipponico ogni contenuto viene sottoposto a un processo di decostruzione che gli consente di affiancarsi senza conflitti al preesistente.

di Mario Perniola


Sebbene la civiltà giapponese sia spesso considerata come una cultura in cui non c'è quasi nulla di originario e di puro, appare azzardato interpretarne i caratteri fondamentali alla luce di una categoria oggi frequentemente utilizzata, quella di ibridazione, il cui uso in senso proprio designa gli incroci tra specie differenti di organismi vegetali o animali. Hybrida in latino si dice infatti di persona che proviene da due razze differenti, e anche se l'etimologia che la collega con la parola greca ubris (violenza) è arbitraria, è presente in questa parola un riferimento allo stupro, alle invasioni e alle loro conseguenze biologiche.
Una incredibile continuità
Ora, nonostante nella popolazione giapponese siano individuabili tre gruppi con caratteristiche fisiche distinte, in epoca storica la popolazione giapponese risulta come appartenente a un unico gruppo etnico, eccezion fatta per gli Ainu, che costituiscono una minoranza piccolissima. A differenza della civiltà occidentale, nella quale le invasioni barbariche hanno costituito una profonda frattura storica (secondo Burckhardt l'unica vera grande crisi storica dell'Occidente), la civiltà giapponese non ha sofferto alcuna invasione e si è sviluppata in modo autonomo senza interruzione; essa costituisce perciò un caso raro nella storia dell'umanità. Il segno di questa incredibile continuità è l'esistenza attraverso tutta la storia del Giappone di una sola dinastia imperiale: l'attuale era Heisei è iniziata nel 1989 con l'ascesa al trono del 126° imperatore. Mutatis mutandis, è come se in Occidente esistesse ancora l'impero romano! E tuttavia il Giappone ha conosciuto in quindici secoli continue trasformazioni: proprio questa anomalia è un aspetto del cosiddetto «enigma giapponese», così come lo ha definito Karel von Wolferen.
D'altra parte anche un altro termine oggi spesso ricorrente, crossing, appare inadeguato per parlare del Giappone. E non solo perché la croce è il simbolo dell'Occidente, il punto d'incontro delle sue quattro tradizioni fondamentali: la greca, la romana, l'ebraica e la germanica. Più essenzialmente la croce è il simbolo assiale per eccellenza, il luogo in cui si incrociano trascendenza e immanenza. Ma la cultura giapponese è - come è stato osservato da tanti studiosi - priva di trascendenza: da un punto di vista filosofico la visione del mondo giapponese non riconosce entità o valori che trascendano le cose di tutti i giorni e sotto questo aspetto contrasta parzialmente con la mentalità cinese e radicalmente con quella indiana e occidentale.
La differenza giapponese risulta grandemente se confrontiamo la situazione del Giappone con la filosofia della civiltà elaborata da Karl Jaspers. A suo avviso, esisterebbe nella storia dell'umanità un cambiamento radicale che si manifesta intorno al 500 a.C. con il crollo delle antiche civiltà millenarie essenzialmente statiche, con la messa in dubbio della tradizione e con l'emergere di una nuova mentalità caratterizzata dall'opposizione tra immanenza e trascendenza. Tale cambiamento si manifesta in Grecia con la critica del mito e la nascita della tragedia e della filosofia, in Palestina col profetismo ebraico, in India con la predicazione di Budda e in Cina con l'insegnamento di Confucio e di Lao-tse. In opposizione a Hegel, che considerava la nascita di Cristo come l'evento capitale della storia umana e restava perciò prigioniero di una prospettiva eurocentrica, Jaspers si propone di introdurre nella filosofia della storia una prospettiva universale che attribuisca alle civiltà asiatiche una importanza pari a quella greca.
L'aspetto essenziale di questa svolta è l'esperienza del conflitto: secondo Jaspers, il contenuto della libertà si manifesta nella percezione di polarità e di antitesi. Di fronte a ogni posizione si sviluppa una posizione contraria: la libertà si manifesta nella possibilità di scegliere tra due opzioni che sono sentite come incompatibili. La libertà è perduta dove viene meno la coscienza della loro inconciliabilità. L'esperienza dell'assialità è dunque connessa con la coscienza di un aut-aut, di una alternativa e con la necessità di scegliere in modo irrevocabile. Non si può più essere tutto, la libertà implica l'unilateralità della decisione: è libero solo chi può decidere. La svolta assiale, da cui secondo Jaspers nasce la civiltà, attribuisce alla irreversibilità delle scelte e alla coerenza un ruolo essenziale; è ovvio che nella sua prospettiva tutto ciò che sottraendosi alla scelta resta mescolato e ibrido, non appartiene davvero alla storia, vale a dire non ha un significato ed un valore universale. La svolta epocale avvenuta quasi contemporaneamente nel V secolo a.C. ha successivamente perduto la sua radicalità: il momento assiale è degenerato spesso in anarchia, oppure si è irrigidito in costruzioni dogmatiche (come è avvenuto nell'impero romano e in quello cinese); tuttavia fino ad oggi - secondo Jaspers - non esiste un'altra strada e coloro che sono stati estranei alla svolta assiale (come i germani e gli slavi in Occidente, i giapponesi, i malesi e i siamesi in Oriente) hanno dovuto prima o poi adeguarsi ad essa.
Ricettivi all'esterno
Questa vigorosa concezione della storia costituisce il punto di partenza di Japanese Civilization (University of Chiacgo Press, 1996), lo studio che il sociologo Shmuel Noah Eisenstadt ha dedicato alla civiltà giapponese, la quale è stata ed è tuttora una società non assiale, nonostante l'influenza esercitata dai modelli occidentali in seguito il rinnovamento Meiji del 1868 e l'occupazione americana del 1945-52. L'assunzione di modelli stranieri in Giappone non è una novità, ma risale alle origini stesse della storia di questo paese: infatti a partire dal 552 d.C. la corte di Yamato adottò dalla Cina non solo il buddhismo, ma perfino la scrittura, le tecniche, le arti e molti stili di vita.
Fin da allora il tratto distintivo dell'esperienza storica giapponese consisterebbe dunque in una straordinaria ricettività nei confronti delle culture straniere, alternata a lunghi periodi di chiusura nei confronti dell'esterno. Pur facendo proprie concezioni del mondo assiali come il buddhismo, il confucianesimo e la filosofia occidentale (liberale, socialista o nazionalista), il Giappone avrebbe operato una deassializzazione di queste religioni e ideologie, privandole completamente delle loro pretese trascendenti e incanalandole in una direzione immanentistica e particolaristica in accordo con l'unico elemento autenticamente giapponese, lo Shinto.
In ciascun ambito pubblico e privato (politico, economico, familiare o connesso alla creatività culturale, di natura individuale o collettiva) i giapponesi avrebbero proceduto a una decostruzione della civiltà assiale, attraverso strutture sociali di interdipendenza fondate non sulla coercizione autoritaria, ma su obbligazioni reciproche (giri) e su sentimenti più di natura estetica che morale. Questa mentalità spiegherebbe il fatto che in Giappone non ci siano state guerre di religione, né rivoluzioni sociali: le influenze provenienti dall'esterno sarebbero incorporate in un contesto che sottolinea l'importanza delle situazioni empiriche a discapito dei principi universalmente validi. Ciò spiegherebbe anche la scarsa importanza degli intellettuali portatori di ideologie, i quali in Giappone non sono mai riusciti a mobilitare vasti settori di pubblico. In altre parole, la dimensione assiale sarebbe sottoposta ininterrottamente in Giappone a una riformulazione immanente e particolaristica, che le toglie ogni pretesa di assolutezza e di esclusività. Una vasta letteratura giapponese e straniera, nota sotto il nome di Nihonjinron, ha sottolineato il carattere unico della civiltà giapponese: questo orientamento, che si è manifestato nella filosofia (Watsuji Tetsuro), nella psicoanalisi (Doi Takeo), nell'antropologia (Ruth Benedict), negli studi culturali (Augustin Berque), nella sociologia (Robert Bellah), nella linguistica (Suzuki Takao), focalizza la propria attenzione sull'eccezionalità del caso giapponese rispetto al resto del mondo. Il Nihonjinron è tuttavia stato oggetto di una critica serrata (fra l'altro da Peter N. Dale in The Myth of Japanese Uniqueness, Palgrave Macmillan 1986) che ne ha messo in evidenza l'arbitrarietà. Non di rado l'esaltazione enfatica della giapponesità si fonda sulla trasposizione in Giappone di un mito occidentale: quello della comunità etnica (Gemeinschaft) opposta alla società borghese (Gesellschaft), secondo l'antitesi formulata nel modo più chiaro già alla fine dell'Ottocento da Ferdinand Tönnies.
In Giappone la rivolta contro l'occidente ha ampiamente attinto a questa ideologia, conducendo al fanatismo nazionalistico del kokutai. Non a torto perciò è stato osservato che molto spesso la lotta contro l'occidente ha le proprie radici nel pensiero tradizionalista europeo e nella sua ostilità nei confronti della civiltà urbana, del razionalismo, del benessere e dello straniero. L'idea che Eisenstadt ha del Giappone esula tuttavia dagli schemi del Nihonjinron, e non costituisce una forma di occidentalismo (cioè un tradizionalismo di origine occidentale giocato contro l'occidente). Secondo Eisenstadt la globalizzazione implica che tutte le società del mondo sono o saranno presto moderne: i termini del conflitto perciò non sono più individuabili nella polarità tra modernità e tradizione, bensì tra differenti tipi di modernità. Questi nuovi conflitti non sono solo economici o politici, ma coinvolgono diverse concezioni della modernità. Anche considerando il problema solo dal punto di vista economico, le modernità si distinguono tra loro a seconda della diversa regolazione di quattro elementi fondamentali: mercato, regulation, intervento, welfare. Dal punto di vista politico, i fondamentalismi sono considerati da Eisenstadt come sviluppi paradossali del giacobinismo; essi perciò non costituiscono affatto un ritorno all'ancien régime, ma sono la trasposizione in chiave moderna di alcune utopie eterodosse nate e sviluppatesi in prossimità delle grandi religioni. Dato che la strada maestra della modernità ha subito un processo di cristallizzazione, per cui nulla di veramente importante e decisivo più accade lungo la sua traettoria, prevale la ricerca di un ordine alternativo che sia «migliore» di quello esistente, vale a dire la ricostruzione di un ordine mondano secondo una visione trascendente articolata in modo rigido.
Secondo Eisenstadt, la modernità dei movimenti fondamentalistici è chiaramente visibile nell'adozione di una disciplina di tipo partitico, nell'uso della moderna tecnologia comunicativa e delle tecniche di propaganda, nonché nella credenza della possibilità della trasformazione della società attraverso una mobilitazione politica di ampio raggio. Nei confronti di questi sviluppi della modernità, il Giappone rappresenta l'eccezione, perché esso è una cultura non assiale.
Dinamiche millenarie
Se in Occidente l'avvento del nuovo implica il rifiuto del vecchio, secondo il paradigma della Querelle des anciens et des modernes, niente di simile avviene in Giappone. Il processo attraverso il quale si è sviluppata dal 1868 ad oggi la sua modernizzazione non costituisce un fatto nuovo nella sua cultura, perché ripete una dinamica millenaria.
L'atteggiamento che la cultura giapponese ha nei confronti dell'Occidente è lo stesso che ha caratterizzato per più di mille anni i suoi rapporti con la Cina. Ci troviamo dunque di fronte a una esperienza storica per la quale le nozioni di ibridazione e di crossing sono inadeguate. Infatti non si tratta della mescolanza e dell'incrocio tra contenuti differenti ed eterogenei: qualsiasi contenuto viene sottoposto a un processo di decostruzione che lo rende adatto a essere posto accanto a qualsiasi altro senza entrarvi in conflitto, per quanto opposto e antitetico sia stato nella sua versione originaria. È perciò una pratica di giustapposizione quella che appare più consona a spiegare l'attitudine dei giapponesi nei confronti di ciò che è estraneo: una giustapposizione, va inoltre rilevato, fortemente permeata di una tonalità estetica, che risulta di gran lunga predominante sull'etica e sulla metafisica.
Molteplici modelli di tradizione e di modernità convivono in Giappone senza interferire l'uno con l'altro. Ciò che invece si rivela assolutamente refrattario a convivere con l'esistente viene prima o poi espulso dalla cultura giapponese. Così è avvenuto per il cristianesimo agli inizi del secolo XVII, per il radicalismo rivoluzionario della contestazione studentesca nel 1972 e per l'escatologia fondamentalistica della setta Aum nel 1995. In altre parole, tutto ciò che è nuovo suscita un grande interesse e trova spazio in Giappone, eccetto la mentalità assiale estrema tipica delle sette eterodosse dell'Occidente.
Restano infine aperte alcune domande: la strategia culturale della giustapposizione è una caratteristica unica e specifica del Giappone, oppure si ritrova in altre civiltà? La civiltà occidentale è così esclusivamente assiale, come pretende Jaspers, oppure sono esistite ed esistono all'interno dell'Occidente tendenze non assiali che si sono manifestate precocemente sia nella Grecia antica che nella Roma antica? Per esempio, il politeismo greco e romano hanno praticato una strategia di giustapposizione. Nel mondo moderno alcune componenti del cattolicesimo e dell'illuminismo hanno ereditato dal mondo classico la stessa attitudine. Infine nel mondo contemporaneo la giustapposizione sembra più adatta a garantire insieme l'identità delle culture e la tolleranza di quanto non faccia il melting pot.


Le arti, giustapposte


Saggi di «antropologia reciproca»


«Esiste una specificità dell'arte giapponese tale da distinguerla dall'arte europea?» si chiede Hisayasu Nakagawa all'inizio di uno dei saggi contenuti nel suo «Introduzione alla cultura giapponese. Saggio di antropologia reciproca» da poco uscito per Bruno Mondadori (pp. 117, euro 11,50). Attraverso una serie di esempi che spaziano dall'arte (con un confronto fra «La montagna Sainte-Victoire» di Cézanne e «Il fiume e la montagna degli eremiti», del pittore giapponese Tessai Tomioka) alla musica e perfino alla gastronomia (emblematico l'esempio del «bento», il «gavettino» giapponese, un recipiente diviso in scomparti che contengono cibi diversi, da mangiare in un ordine non rigoroso, «secondo l'umore del giorno»), Hisayasu Nakagawa giunge alla conclusione che sì, una differenza esiste, e grande: mentre «in Europa un genere artistico ha sempre tentato di imporre la propria superiorità agli altri», in Giappone «una componente che fa parte dell'insieme di singole arti non potrà mai aspirare al dominio assoluto sulle altre», e anzi, tutte insieme coesisteranno pacificamente, «ognuna animata dal desiderio di collaborare con altre al mantenimento e all'arricchimento dell'insieme». Conoscitore profondo della cultura occidentale, e in particolare dell'illuminismo francese, lo studioso si trova dunque in una posizione privilegiata per istituire diversi paragoni interessanti fra due culture tanto lontane («Sì, è davvero incommensurabile lo scarto tra queste due civiltà!» recita l'ultima frase del libro). Così lontane che un lettore occidentale rischia di considerarle incompatibili. Un lettore giapponese probabilmente non la penserebbe così.

http://www.ilmanifesto.it

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conflitti bancari

di materialiresistenti (26/08/2006 - 09:36)

Le strategie nascoste della superbanca
Due volumi, «Via Nazionale» di Alfredo Gigliobianco e «L'età delle banche centrali» di Curzio Giannini, forniscono lo spunto per riflettere sulle funzioni del «central banking». Fra apparente discrezionalità tecnica e concreti intrecci con le scelte politiche e sociali. Dopo le crisi di fine Ottocento si fece strada l'idea che il conflitto fra capitale produttivo e finanziario dovesse essere gestito in modo da evitare disordini sociali. A distanza di un secolo la stretta monetaria ridà fiato al «denaro come come capitale>>


di Luigi Cavallaro


A che cosa serve la banca centrale? La domanda non è di quelle che accendono l'interesse del lettore, neanche se politicamente avvertito, né si può dargli torto: i manuali di economia, interpellati sul punto, rispondono (con un linguaggio permeato di scostante tecnicismo) che la banca centrale serve a gestire la politica monetaria, vigilare sul mercato creditizio e finanziario e garantire il funzionamento del sistema dei pagamenti. Perché mai interessarsi di cose del genere?
Eppure, storici avveduti evidenziano quanto importante sia stata la funzione comunicativa e di raccordo che i dirigenti della banca centrale, specie in Italia, hanno assunto non solo fra banchieri e politici, ma anche fra banchieri e industriali e tra politici e industriali. Come spiegare codesta funzione se non presupponendo che l'azione della banca d'emissione possieda connotati in qualche modo «politici»? E d'altra parte, dove mai ricercare codesta «politicità» se le funzioni che le sono commesse sono quelle - tecnicissime - poc'anzi descritte?

Ortodossia insufficiente
Visto che la banca centrale ha a che fare con la moneta, possiamo supporre che il bandolo della matassa si debba ricercare in quest'ultima, e dunque che non si possa capire la natura della banca centrale se non si capisce la natura della moneta. È qui, in effetti, che l'ortodossia economica mostra tutta la sua insufficienza: non solo perché, nella sua variante neoclassica, concepisce l'economia capitalistica alla stregua di un'economia di baratto, in cui di moneta non c'è bisogno alcuno, ma anche perché, nella sua variante neo-istituzionalista, focalizza l'attenzione sul carattere di «mezzo di circolazione» della moneta, dimenticando che quest'ultima, come aveva spiegato Marx, è anche una merce che si può desiderare in sé e per sé: «Il denaro - si legge infatti nel terzo libro del Capitale - può essere trasformato in capitale sulla base della produzione capitalistica, e attraverso questa trasformazione diventa, da valore dato, un valore che si valorizza, che aumenta se stesso. Esso produce profitto», e così acquista, «oltre al valore d'uso che esso possiede come denaro, un valore d'uso addizionale, cioè quello di operare come capitale. Il suo valore d'uso consiste qui proprio nel profitto che esso produce, una volta trasformato in capitale. In questa qualità di capitale potenziale, di mezzo per la produzione del profitto, esso diventa merce, ma una merce sui generis. O, in altre parole, il capitale in quanto capitale diventa merce».
Così stando le cose, possiamo meglio comprendere la portata del trade-off che gli studiosi del central banking hanno messo in luce parlando della strutturale «incompletezza» del contratto monetario. È certo, infatti, che ogni «tecnologia di pagamento» (monete metalliche, banconote, cheques e via dicendo) soffre di un problema fondamentale, e cioè che, a meno di una socializzazione integrale dell'economia, non è possibile predefinire quale sarà il valore futuro del denaro. È però sbagliato inferirne che l'unico modo per temperare codesta incertezza sia costituito dalla rigidità dell'offerta di mezzi di pagamento: se l'aumento degli scambi commerciali induce una crescita della domanda di moneta che non può essere soddisfatta, la conseguenza sarà la deflazione dei prezzi, che deprimerà l'attività produttiva al più basso livello consentito dalla quantità complessiva del circolante. La rigidità dell'offerta di moneta assolve in realtà a un'altra funzione, che è quella di preservare - come scrisse Keynes nella Teoria generale - «il potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale»: quanti più vincoli esistono alla produzione di mezzi di pagamento, tanto più elevata sarà infatti la frazione di sovrappiù di cui i rentiers potranno appropriarsi prestando denaro alle imprese e tanto più favorevole, in ultima analisi, sarà per loro la distribuzione del reddito.

Scenari teorici
In altri termini, la tensione irrisolta si dà fra il denaro come mezzo di circolazione della ricchezza e il denaro come capitale: se c'è incertezza sulle prospettive di valorizzazione, il denaro (ossia il capitale monetario) verrà infatti «tesaurizzato», anche a prezzo di deprimere il livello dell'attività produttiva, e ciò avverrà tanto più facilmente quanto più rigida è l'offerta di mezzi di pagamento. D'altra parte, quanto più si rende flessibile l'offerta di questi ultimi, tanto più si deprimerà la capacità del denaro di funzionare come capitale, questa reggendosi esclusivamente sull'artificiale «scarsità» dell'offerta di moneta.
È questo lo scenario teorico alla luce del quale diventa possibile capire «a che cosa serve la banca centrale» e coglierne l'intrinseca dimensione politica. Fino alla fine dell'Ottocento, infatti, l'azione degli istituti di emissione non era praticamente distinta da quella delle altre banche: prevaleva l'opinione che una banca d'emissione fosse una banca come tutte le altre, seppur dotata del potere di emettere monete e banconote aventi corso legale, e la sua «politica monetaria» si risolveva nell'assecondare i bisogni di liquidità espressi dagli operatori economici (speculatori inclusi), fino a quando - s'intende - non le fossero rifluite più cambiali da scontare che denaro sonante.

Crisi di fine Ottocento
Le crisi commerciali e creditizie di fine secolo fecero però emergere il conflitto fra gli azionisti proprietari degli istituti d'emissione (desiderosi che la creazione di liquidità venisse vincolata alla massimizzazione dei profitti della banca e dunque riluttanti a riscontare i crediti a buon mercato) e l'autorità pubblica, sulla quale in ultima analisi venivano a gravare le conseguenze sociali di ogni crollo della piramide creditizia. Man mano che maturava la consapevolezza che le condizioni monetarie di un sistema economico sono inestricabilmente connesse alle sue condizioni reali, si fece strada l'idea che il conflitto latente fra capitale produttivo e capitale finanziario dovesse essere gestito in modo da evitare disordini sociali, e alla banca d'emissione fu attribuito il potere di fornire liquidità al sistema economico nei momenti di difficoltà: giusta l'analisi che Walter Bagehot aveva consegnato al suo celebre Lombard Street (1873), la percezione diffusa che la banca centrale fosse dotata delle «munizioni» per intervenire nei casi di crisi avrebbe dovuto tranquillizzare gli operatori ed evitare il peggio.
Disgraziatamente, così non accadde: «Tutto questo sistema artificiale di ampliamento violento del processo di riproduzione - aveva pronosticato Marx pressoché nello stesso periodo a Bagehot - non può naturalmente essere risanato per il fatto che una banca, ad esempio la Banca d'Inghilterra, fornisce in carta a tutti gli speculatori il capitale che fa loro difetto e acquista al loro antico valore tutte le merci ora deprezzate». Benché a prima vista le crisi apparissero come un fatto monetario, ascrivibile alla carenza di mezzi di pagamento, la loro genesi reale stava nel fatto che il credito sospingeva periodicamente la produzione ben al di là della capacità recettiva del mercato, a sua volta condizionata dalla povertà diffusa delle masse, e così i rovesci finanziari tornarono a manifestarsi prepotentemente nei primi anni del nuovo secolo.
Fu a questo punto che venne in gioco il secondo dei caratteri immanenti al credito, cioè la sua potenziale attitudine a moltiplicare i mezzi di pagamento fino a deprimere la capacità del denaro di funzionare come capitale, sì da costituire - per dirla ancora con Marx - «la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione». Il punto di svolta si ebbe con il primo conflitto mondiale: una volta che i governi belligeranti esclusero il ricorso a forme straordinarie di tassazione, le banche centrali persero la possibilità di sottrarsi alla richiesta di finanziare le spese belliche attraverso l'espansione monetaria. È vero che, alla fine del conflitto, vi fu un tentativo di ricondurre i sistemi monetari e produttivi alle regole d'anteguerra, attribuendo nuovamente alle banche centrali la piena indipendenza dall'esecutivo; ma non appena la deflazione creditizia e la conseguente depressione rivelarono l'insostenibilità sociale e politica della scelta, l'autonomia degli istituti d'emissione venne spazzata via e, grazie alla maggiore flessibilità dell'offerta di moneta, nuovi e prima d'allora impensabili spazi si schiusero per una politica monetaria consapevole e mirata all'interesse collettivo.
Se è vero che la storia procede quasi sempre «dal lato cattivo», non può destare meraviglia che a sperimentare simili spazi siano state per prime le dittature fasciste. Ma - come ha lucidamente osservato Curzio Giannini - «in un contesto così eccezionale come quello delineatosi negli anni Trenta, la distinzione fra destra e sinistra, se utile per classificare le istituzioni politiche, lo è molto meno per classificare le politiche economiche»: al di là delle etichette, «i governi post-depressione erano accomunati da un programma economico molto simile, nei suoi capisaldi sostanzialmente socialista». Il ruolo dello stato andava ovunque modificandosi e preludeva a un vero e proprio cambiamento nel modo di produrre e distribuire la ricchezza, nell'ambito del quale il merito delle politiche pubbliche non sarebbe più dipeso dal loro costo in termini di moneta, bensì dalla loro efficacia nel trarre il massimo risultato possibile dalle risorse reali di un paese: lavoro, terra, macchine, fabbriche. I primi anni del secondo dopoguerra consolidano quello scenario e l'obiettivo del pieno impiego fa la sua comparsa perfino nei testi di legge. Nei sistemi economici che emergono dal conflitto - forme miste di economia diretta secondo piani e programmi pubblici - le banche centrali sono ormai nazionalizzate o comunque assoggettate al controllo pubblico, coerentemente con un celebre ammonimento di Keynes: «La disoccupazione si sviluppa perché la gente vuole la luna: gli uomini non possono essere occupati quando l'oggetto del desiderio (cioè la moneta) è qualcosa che non può essere prodotta e la cui domanda non può essere facilmente ristretta. Non vi è alcun rimedio, salvo che persuadere il pubblico che il formaggio sia la stessa cosa della moneta e avere una fabbrica di formaggio (ossia una banca centrale) sotto il controllo pubblico». E a metà degli anni Sessanta, Guido Carli, allora governatore della Banca d'Italia, così riassume il mutato ruolo della banca centrale nel nuovo contesto: «Il banchiere centrale è un "superbanchiere", che deve fare istituzionalmente una continua valutazione delle capacità di intrapresa, delle possibilità di riuscita, dell'accettabilità dei calcoli e delle previsioni di quel "supercliente" che è il sistema economico, il quale abbia preparato per mezzo dei suoi organi (governo, imprese, sindacati) un "superprogetto" e desideri ottenerne l'appoggio finanziario».
Non induca in errore l'autoattribuzione di margini di discrezionalità tecnica: sette anni più tardi, nel domandarsi retoricamente se la Banca d'Italia avrebbe potuto rifiutare il finanziamento del disavanzo del settore pubblico, mettendo così lo stato nell'impossibilità di pagare stipendi e pensioni, lo stesso Carli scrisse che un rifiuto del genere avrebbe avuto «l'apparenza di un atto di politica monetaria», ma «nella sostanza, sarebbe stato un atto sedizioso». Non è un caso che taluni storici monetari l'abbiano considerato addirittura un imbelle, incapace di contrastare la spinta inflazionistica (e redistributiva) dell'autunno caldo.

Strette monetarie
Sono invece ancora tutti da scrivere i motivi che, a metà degli anni Settanta, provocano la crisi delle economie miste. Nella babele dei linguaggi e dell'inflazione a due cifre, un'idea emerge però prepotente, ed è che l'unico modo per arginare la degenerazione sia quello di affidarsi alla stretta monetaria, incaricandone la banca centrale e rendendola indipendente da qualunque influenza del governo. Non è una scelta politicamente neutra: esattamente come la flessibilizzazione dell'offerta di moneta aveva mediato la transizione verso un sistema in cui lo stato si era assunto, keynesianamente, «una sempre maggiore responsabilità nell'organizzare direttamente l'investimento», la stretta monetaria innesca la transizione inversa, ridà cioè peso, fiato e voce al «denaro come capitale».
Sull'esempio di Paul Volcker (governatore della banca centrale americana e artefice di un rialzo del tasso di sconto così drastico da permettere il ritorno a valori positivi del tasso d'interesse reale e scongiurare il pericolo incombente dell'eutanasia del rentier), è Carlo Azeglio Ciampi, qui da noi, a dettare la linea nelle Considerazioni finali del 1981: «Il ritorno a una moneta stabile richiede un vero cambiamento di costituzione monetaria, che coinvolge la funzione della banca centrale, le procedure per le decisioni di spesa pubblica e quelle per la distribuzione del reddito. Prima condizione è che il potere sulla moneta si eserciti in completa autonomia dai centri in cui si decide la spesa».
Tutto il resto - inclusi Maastricht, le privatizzazioni, la fobia per il debito pubblico e quell'autentico pendant della rigidità monetaria che è la precarizzazione del lavoro - viene da là. Dunque, a che cosa serve la banca centrale?

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macroeconomia

di materialiresistenti (26/08/2006 - 09:31)

Il debito non si abbatte ma si cambia
Sfida tra economisti. Stabilizzazione versus abbattimento del disavanzo pubblico, quattro argomenti contro i luoghi comuni della politica «lacrime e sangue». Piani in bilico. L'opinione corrente secondo cui bisognerebbe abbattere il debito per renderlo sostenibile e le scelte di finanza pubblica «obbligate» dai vincoli politico-istituzionali europei


di Emiliano Brancaccio


Il professor Monti dovrà ricredersi. Sulla politica macroeconomica il mondo accademico, tutt'altro che unanime, appare diviso e in fermento come non si vedeva da tempo. È infatti una vera e propria sfida quella che i firmatari dell'appello per la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e pil (il manifesto, 16 luglio) hanno di fatto lanciato alla restante comunità degli economisti, e in particolare ai sostenitori dei piani di abbattimento del medesimo rapporto. A favore della stabilizzazione del debito - originariamente avanzata da Luigi Pasinetti e riaffermata in sede politica da Riccardo Realfonzo e dal sottoscritto - troviamo nomi del calibro di Garegnani, Graziani, Leon, gli economisti del convegno Rive Gauche e molti altri. Sul versante dell'abbattimento del debito troviamo invece diversi esponenti della Bocconi, della voce.info, del sito prodiano Governare per, supportati da numerosi editorialisti economici delle maggiori testate italiane e dagli interpreti più estremi di un altro appello, pubblicato sul Sole 24 Ore nel giugno dello scorso anno, che ambiguamente esortava il paese a un più incisivo «rigore» finanziario.
La questione, si badi bene, è cruciale. Tra i due obiettivi sussiste infatti uno scarto di bilancio annuale nell'ordine delle decine di miliardi, che nel caso della stabilizzazione del debito potrebbero esser destinati al welfare, all'istruzione, all'ambiente, alla politica industriale e territoriale, e che invece sotto l'ipotesi di abbattimento dovranno esser sottratti a queste voci di spesa a colpi di tagli e ulteriori dismissioni al fine di accrescere il ritmo dei rimborsi ai possessori di titoli pubblici. L'estrema rilevanza della questione fa tuttavia il paio con la sua oggettiva difficoltà tecnica. In ambito politico sta montando su di essa un interesse crescente, ma il dibattito sembra ancora fortemente condizionato da false credenze. Su queste stesse pagine alcuni pur stimati ambientalisti si sono gettati nella discussione commettendo i tipici errori della vulgata, mentre altri - forse sviati da improvvidi suggeritori - vi hanno accennato rinviando in modo alquanto superficiale alla disputa filosofica tra idealismo e materialismo. Per cercare allora di rimettere il dibattito sui propri binari è opportuno chiarire i termini e i naturali destinatari di questa utile sfida a colpi di logica. In quel che segue riporteremo alcuni tipici luoghi comuni a favore dell'abbattimento del debito pubblico. A ognuno di essi contrapporremo i nostri argomenti, che costituiranno un ulteriore supporto all'appello per la stabilizzazione del debito. Gli economisti contrari all'appello avranno così modo di esplicitare le ragioni del loro dissenso ribattendo punto per punto alle considerazioni qui riportate.

«L'abbattimento del debito pubblico conviene, a noi e ai nostri figli». Si tratta di un'idea alquanto diffusa, che tuttavia ribalta completamente la realtà dei fatti. Confrontiamo in tal senso l'ipotesi di stabilizzazione del debito pubblico con il profilo di abbattimento sancito dal recente dpef del governo. Dall'analisi comparata emerge che, rispetto alla mera stabilizzazione, l'abbattimento del debito richiederebbe strette di bilancio aggiuntive che vanno da 6 miliardi per il 2007 a 54 miliardi per il 2011. Uno scarto già di per sé ingente, che risulta ancor più cospicuo se alla dubbia previsione del dpef sul differenziale tra costo del debito e crescita nominale sostituiamo quelle dei principali istituti di ricerca. Ad esempio, adoperando le stime del Fondo monetario internazionale il divario tra le due politiche aumenta a 20 miliardi per il 2007 e a oltre 70 per il 2011. Una tale differenza scaturisce in buona parte dal fatto che il dpef si basa su una previsione d'inflazione particolarmente bassa. Il che significa che una modesta inflazione attesa non solo può risultare funzionale a un forte contenimento della dinamica salariale in sede di contrattazione, ma contribuisce pure a un parziale nascondimento delle effettive restrizioni di bilancio.
A ogni modo, un così elevato costo sociale dell'abbattimento del debito viene talvolta giustificato affermando che esso è tipico della sola fase di transizione: l'idea è che, una volta raggiunto il valore obiettivo del debito al 60% del pil, si potranno finalmente trarre i frutti del cosiddetto «risanamento». Si trascura però di aggiungere che, dopo tanti sacrifici, alla fine il raccolto potrebbe rivelarsi modestissimo. Infatti, il differenziale tra l'avanzo primario necessario a stabilizzare il debito ai valori correnti e quello che permetterebbe di stabilizzarlo al 60% è inferiore al punto percentuale di pil. Questo significa che, dopo aver subito per circa un ventennio le enormi strette necessarie ad abbattere il debito, si otterrebbero guadagni annui appena superiori a 10 miliardi.
Anche attualizzando queste cifre a tassi generosamente bassi, anche trascurando le pesanti ricadute strutturali che è ragionevole attendersi da una tale estensione temporale delle restrizioni, appare evidente che l'emergere di un vantaggio netto dalla politica di abbattimento si perderebbe in un futuro così remoto da risultare pressoché irrilevante: stando ai calcoli non basterebbero infatti tre quarti di secolo per far sì che la somma delle differenze attualizzate tra gli avanzi primari derivanti dalla stabilizzazione e quelli derivanti dall'abbattimento del debito diventi positiva. Ed è bene specificare che tali conclusioni potranno al limite essere rafforzate ma mai controvertite da eventuali, ulteriori incrementi dei tassi di mercato.
Il minore aggravio in termini di avanzo primario derivante dalla stabilizzazione del debito al 60 per cento anziché ai livelli correnti verrebbe infatti ampiamente compensato dai maggiori oneri che ci si dovrebbe accollare durante il percorso di riduzione del debito. Pertanto, se anche la Banca centrale europea decidesse irresponsabilmente di accentuare il già consistente scarto tra interessi e crescita, la politica di abbattimento resterebbe comunque la più costosa, probabilmente ancor più di prima. Ma allora, stando a queste evidenze, perché mai si dovrebbe preferire l'abbattimento alla stabilizzazione del debito pubblico?

«L'abbattimento rappresenta una via obbligata. I mercati ci costringono a percorrerla». Per verificare se questa opinione così in voga sia anche plausibile, va subito chiarito che il problema non verte affatto sull'eventualità di modesti incrementi, rispetto agli attuali minimi storici, del differenziale tra i tassi nazionali e quelli medi europei. Se pure si volesse paventare l'esistenza di precise relazioni causali tra debito e interessi, abbiamo già precisato che ordinarie variazioni degli oneri finanziari non rappresentano assolutamente una ragione di per sé valida per preferire l'abbattimento alla stabilizzazione del debito. Il vero problema è allora quello di verificare se la scelta di stabilizzare il rapporto tra debito e pil possa suscitare dubbi sulla futura «sostenibilità» delle finanze pubbliche italiane. In una tale circostanza infatti si aprirebbe la via a una vendita in massa di titoli pubblici nazionali e a una crisi di fiducia nei confronti dell'Italia e più in generale dell'unificazione monetaria europea. Si tratta, come sappiamo, di una eventualità evocata di frequente, soprattutto in ambito politico. A questo riguardo Padoa-Schioppa ha addirittura dichiarato che i mercati già «sentono l'odore del sangue». Al di là tuttavia delle infelici espressioni granguignolesche del ministro, ci pare che su questa tematica si sia voluto alimentare un formidabile equivoco. Esaminando la letteratura, infatti, si scopre che nessun concetto formalmente ammissibile di sostenibilità delle finanze pubbliche consente di privilegiare l'abbattimento del debito alla sua mera stabilizzazione. Sul piano strettamente logico le combinazioni del deficit e del debito che possono esser definite sostenibili risultano infinite. Chiaramente non sono mancati i tentativi di legittimazione scientifica delle sole combinazioni situate al di sotto dei limiti del 3% e del 60% sanciti a Maastricht. Questi esperimenti tuttavia si sono sempre basati su ingiustificate ipotesi ad hoc sui divari tra risparmi e investimenti, o addirittura su improbabili esplicitazioni utilitaristiche delle funzioni obiettivo degli agenti economici. Vale a dire su artifici che gli economisti più avveduti - almeno da questa parte dell'Atlantico - giudicano a dir poco risibili.
L'opinione corrente secondo cui bisognerebbe abbattere il debito per renderlo sostenibile appare dunque tanto diffusa quanto analiticamente infondata. Questo significa pure che la crisi di fiducia verso l'Italia e verso l'unificazione monetaria sia da ritenersi inverosimile? Niente affatto. Abbiamo più volte segnalato, anche su queste pagine, che il futuro dell'Unione risulta effettivamente minacciato da fenomeni di instabilità interna. Questa tuttavia riguarda gli squilibri dei conti esteri tra paesi membri, non dei conti pubblici. Anzi, è bene ricordare che la stabilizzazione del debito lascerebbe qualche margine aggiuntivo di intervento sui disavanzi commerciali, mentre l'abbattimento ne affiderebbe la risoluzione al solo meccanismo della deflazione da salari e da domanda. Una via, quest'ultima, che potrebbe incontrare legittime resistenze sociali e potrebbe quindi effettivamente preludere a una crisi generale.
Non sussistono ragioni plausibili, insomma, per ritenere che i mercati premieranno l'abbattimento e puniranno la stabilizzazione del debito. A meno ovviamente di una possibilità: ammettere che i players del mercato finanziario siano in grado non tanto di prevedere quanto piuttosto di fare il mercato, e con esso quindi anche la politica. Questa ipotesi, che in letteratura ha iniziato a farsi strada attraverso i modelli di oligopolio finanziario, ha due fondamentali implicazioni: da un lato essa in effetti segnalerebbe un vincolo ulteriore alla sovranità statuale in materia di politica economica, ma dall'altro il fatto stesso di ammetterla potrebbe far nuovamente esplodere il dibattito sulle scelte dell'ultimo trentennio in materia di liberalizzazione finanziaria.
Un argomento di discussione tanto scomodo quanto avvincente, dunque, sul quale sarebbero senz'altro benvenuti una presa d'atto e un approfondimento da parte degli economisti avversi alla proposta di stabilizzazione del debito.

«È l'Europa che ci impone di abbattere il debito».
Al di là dell'ultima circostanza menzionata, rimane allora solo il vincolo politico-istituzionale europeo a giustificare la scelta di abbattere anziché stabilizzare il debito. Per i firmatari dell'appello del 16 luglio, la sola possibilità di situare a questo livello l'altimetro della discussione costituirebbe di per sé un successo. Ci troveremmo infatti nell'ambito della politica tout-court, senza appigli né mistificazioni teoriche. Non tanto gli economisti, quanto piuttosto i politici, dovrebbero a quel punto convincerci del fatto che su questo versante spazi di manovra non ve ne sono. Un'opera di persuasione che si annuncia ostica, per vari motivi. In primo luogo perché il Trattato dell'Unione prevede sanzioni in caso di superamento del limite del deficit annuo al 3% del pil, mentre nulla è direttamente stabilito riguardo alla violazione del vincolo del debito al 60%. Questa lacuna è un fatto politico rilevantissimo che nessuna risoluzione interpretativa del protocollo aggiuntivo può sminuire. Il che potrebbe bastarci, considerato che la proposta di stabilizzazione del debito non implica necessariamente violazioni del limite del deficit al 3%. Ma è forse opportuno aggiungere ancora qualcosa. Va infatti ricordato che, grazie anche al decisivo placet dell'Italia, negli ultimi anni è sempre mancato il sanzionamento delle ripetute e significative violazioni del limite del 3% da parte di altri paesi membri. È questo, come sappiamo, uno dei numerosi sintomi dell'attuale stallo politico-istituzionale europeo. Uno stallo che viene giudicato negativamente dai più, ma nel quale sarebbe molto miope non intravedere anche un'importante occasione politica. Nell'attuale situazione l'Italia potrebbe infatti giocare un ruolo attivo in difesa degli interessi propri, delle «periferie» europee e del lavoro, attraverso una richiesta formale di riapertura della discussione sui capitoli macroeconomici del Trattato. Non dimentichiamo che gli studi in questa direzione ormai abbondano: dalle pubblicazioni del Cambridge Journal of Economics alle ricerche del cosiddetto Euromemorandum group. A meno di considerare ottimale il vigente assetto deflazionistico dell'Unione - instabile, sperequativo e sempre più a corto di consensi - perché mai dovremmo lasciar passare una fase così propizia, rinunciando a suggerire una nuova, credibile via di rilancio del progetto europeo?
«Più mercato, meno Stato». Una possibile risposta è che forse c'è un pregiudizio a monte che spiegherebbe l'adesione di molti ai piani di abbattimento del debito pubblico e più in generale all'attuale, pernicioso assetto dell'Ue. È il pregiudizio di chi vorrebbe sempre e in ogni caso ridurre il peso del bilancio statale nell'economia, e che non esita a evocare le più improbabili correlazioni al fine di giustificare il proprio orientamento politico. Si pensi ai frequenti quanto fumosi richiami alla possibilità che l'abbattimento del debito ci costringerà a esser più virtuosi nel campo della lotta all'evasione, o addirittura che assicurerà una più vigorosa crescita del reddito e del benessere sociale. In tutta franchezza non riteniamo che di fronte a simili argomentazioni sia necessario scomodare la vasta letteratura sui nessi tra debito da un lato e base imponibile e reddito dall'altro, né sui reali effetti in termini di welfare delle strette fiscali e delle privatizzazioni. Preferiamo lasciare ai temerari sostenitori di simili relazioni causali il gravoso onere della prova. Del resto, la gran parte dell'accademia italiana ha dimostrato di saper mantenere, in questi anni difficili, un grande distacco critico nei confronti delle tendenze politiche prevalenti e dei rozzi argomenti con cui esse venivano il più delle volte sostenute. È dunque ragionevole attendersi che la netta maggioranza degli economisti contrari all'appello per la stabilizzazione del debito accetti di confrontarsi con i suoi promotori con l'animo di chi intende davvero approfondire la questione, evitando di ricorrere alle inflazionate espressioni apodittiche della vulgata liberista. La sfida è lanciata. Siamo certi che verrà ben presto cavallerescamente raccolta.

L'appello firmato da settanta economisti
L'altra ricetta possibile
L'appello per la stabilizzazione del debito pubblico - promosso da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (dell'università del Sannio), in collaborazione con Bruno Bosco (dell'università di Milano Bicocca) e Roberto Ciccone (dell'università Roma Tre) - è stato finora sottoscritto da oltre settanta economisti. Pubblicato sul «manifesto» del 16 luglio, sotto il titolo «L'altra ricetta possibile sul debito pubblico», l'appello è riportato anche sul sito www.appellodeglieconomisti.com. Per avere ulteriori informazioni si può scrivere a questo indirizzo di posta elettronica: vita@unisannio.it.

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postmarxismo italiano

di materialiresistenti (17/08/2006 - 18:32)

Sulla strada dei diritti e della responsabilità


di carlo altini
17 agosto 2006

Un saggio di Francesco Fistetti che ripercorre la storia recente del pensiero critico italiano indicando nell’incontro di Gramsci e di Foucault la strada per uscire dalla sua crisi

In questo lungo post-1989 parlare di marxismo, in Italia, non è ritenuto un elemento caratterizzante l’«intellettuale impegnato». Più rassicurante è parlare di «sinistra», magari senza specificarne la natura. Con tutta evidenza, si tratta di uno slittamento linguistico cui corrisponde uno slittamento culturale che indica un blocco etico ed epistemologico nell’elaborazione di una teoria critica della società. Malgrado questo tabù diventa, tuttavia, sempre più innegabile che proprio oggi alcuni elementi del pensiero marxista appaiono preziosi per cogliere la forma universale di astrazione che il capitalismo ha assunto nell’età globale, cioè nell’epoca della crisi della produzione fordista e della sovranità statale. Ma quale marxismo? E da dove ripartire, dopo gli anni del deserto?

Su il manifesto (24, 28, 30 marzo, 11 e 22 aprile) sono già apparsi contributi di filosofi e economisti che mirano a mettere a tema alcune prove di rinascita del marxismo. Francesco Fistetti (La crisi del marxismo in Italia. Cronache di filosofia politica: 1980-2005, il Melangolo, pp. 103, euro 16) ci indica una strada feconda, elaborando un intreccio esemplare tra filosofia politica e storia della filosofia. Infatti il suo ritorno su alcuni snodi fondamentali della storia intellettuale italiana degli ultimi tre decenni non intende limitarsi a proporre percorsi eruditi di catalogazione storica, ma intende proprio - attraverso la comprensione delle anomalie, delle svolte, degli errori e dei problemi inevasi del marxismo italiano - individuare una nuova via di pensiero critico. Senza perdere il gusto per la complessità concettuale e le stratificazioni teoriche, le analisi politiche e i profili intellettuali tracciati da Fistetti si presentano come fugaci e lapidari giudizi sull’incapacità del pensiero marxista, negli anni Ottanta, di «guardare in faccia la realtà e di volgersi ad un atteggiamento critico nei confronti dei paradigmi filosofico-politici dominanti». Non meno vivide le accuse contro le politiche dei partiti della sinistra, in particolare contro la «legge bronzea delle élites» e contro la separazione tra teoria e politica. Addirittura disastrosa l’illusione nutrita da tanti intellettuali di trovare nelle pagine di Carl Schmitt e Niklas Luhmann la via d’uscita ai problemi della democrazia, mentre decisivo sarebbe stato l’incrocio - mai tentato - tra i concetti di egemonia e governamentalità, cioè tra le indagini di Antonio Gramsci e Michael Foucault sulla «metafisica» e sull’antropologia dello Stato keynesiano-fordista (e, in misura minore, per l’autore sarebbe stato utile il confronto con l’austromarxismo di Bauer e Adler, con il socialismo liberale di Carlo Rosselli e con il liberalsocialismo di Guido Calogero). Ne risulta pertanto una galleria di errori (da quelli compiti secondo Fistetti dai marxisti Tronti, Geymonat, Negri e Asor Rosa e dagli intellettuali di «sinistra» Cacciari, Vattimo, Veca e Flores d’Arcais), di fronte ai quali vengono invocati gli esempi di riflessione critica offerti da Claude Lefort, per esempio intorno al tema-chiave della biopolitica totalitaria.

Risiede in questo mancato aggiornamento della «cassetta degli attrezzi» dei marxisti italiani (ma, possiamo aggiungere, non solo italiani) l’incapacità di comprendere e di governare il decisivo passaggio culturale dal paradigma distributivo al paradigma del riconoscimento che si è consumato negli anni Novanta e la cui onda lunga è ancora al centro (talvolta in modo tragico, come nei tribalismi fondamentalisti) delle attuali politiche nazionali e internazionali. La pars destruens del volume serve a spiegare lo status quo del pensiero marxista dovuto alla sciagurata divaricazione tra le «due sinistre», cioè tra coloro che accettano un angusto liberalismo economico-politico e coloro che, pur smascherando le illusioni del neoliberalismo, non riescono a definire un nuovo paradigma democratico, visto che si limitano a enfatizzare le tendenze negative della cittadinanza nazionale e della governance globale. Fistetti non ha dubbi sul nucleo del problema: «Il punto critico della teoria di Marx e dei marxismi è esattamente il politico» che porta a pagare un prezzo altissimo alla difesa della democrazia e dei diritti.

In breve: al marxismo italiano è mancata un’elaborazione concettuale che, a partire da una riflessione critica sui propri limiti nell’analisi dello Stato keynesiano-fordista, fosse in grado di rispondere all’attuale crisi della democrazia, senza gettare via la democrazia stessa. Qui Fistetti recupera la lezione di Lévinas assumendo la «responsabilità per l’altro» quale terreno di ricostruzione di una polis autenticamente democratica e quale risposta al rapporto problematico tra giustizia e riconoscimento. I diritti non devono dunque essere intesi individualisticamente, ma come bene comune (ecco perché è necessario parlare di asimmetria dell’altro e di eccedenza della diversità): solo così le differenze non si presentano come affermazione di identità contrapposte, ma come espressione di una finitudine consapevole dei propri limiti. Qui, in un’etica del limite che intacca lo statuto del soggetto «proprietario» senza corrodere il linguaggio dei diritti, risiede la vera sfida che il pensiero marxista può lanciare - senza complessi d’inferiorità - al pensiero liberale, soprattutto attraverso un ripensamento dell’ethos delle nostre categorie filosofiche e politiche, così da rimettere in gioco le questioni del dono e dell’obbligazione verso gli altri, anche e soprattutto nell’epoca della globalizzazione.

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