Filosofia dell'evento
"Il filosofo è un mimo della verità"
Un'intervista a Carlo Sini. La filosofia non è solo la trasmissione di una dottrina millenaria, né il commento arguto dei testi della tradizione, ma pensiero in azione. Un percorso intellettuale in cui l'incontro con il «materialismo radicale» di Spinoza e la critica alla metafisica di Nietzsche sono le premesse per definire una «filosofia dell'evento»
Tutto è iniziato due anni fa, al teatro Franco Parenti di Milano dove, tra Febbraio e Novembre, vennero presentati alcuni volumi filosofici, dalla nuova traduzione di Sentieri Interrotti di Martin Heidegger a Stato di eccezione di Giorgio Agamben e Quando il verbo si fa carne di Paolo Virno. Normale attività di promozione editoriale, affermò qualcuno. Salvo poi, ricordano alcuni testimoni, constatare che il teatro era pieno all'inverosimile, trasformato in una specie di Palavobis della filosofia. Un successo inaspettato che ha prima fatto pensare alla nascita di una nuova moda, anche se qualcuno già si domandava se un seminario sul Timeo di Platone potesse essere più «in» di un reality show. Poi, davanti al ripetersi di queste iniziative, e al consolidarsi di festival dedicati alla filosofia, le considerazioni si sono fatte più serie e qualcuno ha iniziato a interrogarsi sul nuovo rapporto tra il pubblico e la filosofia. Trionfo del marketing filosofico? Ritorno al vecchio sogno illuministico di un'opinione pubblica colta che ama ritrovarsi nei teatri e nelle piazze per dialogare su temi nobili?
Anche Carlo Sini venne invitato una di quelle sere a presentare un volume. A Milano Sini è conosciuto non solo per il suo ruolo di professore di filosofia teoretica alla Statale ma anche per quello di brillante conferenziere. Un'attitudine alla filosofia, la sua, che ha più volte descritto nei termini di una «pedagogia», intesa non come l'attitudine del filosofo a insegnare delle verità intramontabili ad un pubblico indistinto, ma come un'etica che mostra a quel pubblico «lo stare nel mondo» del filosofo. C'è un libro di Fulvio Papi, Gli amati dintorni (Edizioni Ghibli, 2001) che ci consente di risalire alla storia intellettuale di questo filosofo e alla sua biografia.
Avviato inizialmente allo studio della fenomenologia, risultato dell'incontro con Enzo Paci, Sini con il tempo ha cambiato «orientamento». «Il problema della verità diventava per lui - scrive Papi - il dono filosofico di fare emergere la verità della cosa stessa al di là di ogni costruzione scientifica e intellettuale che la volesse riconoscere in ogni forma costituita». Dopo l'incontro con il pragmatismo americano (Charles S. Peirce) e con Derrida, Foucault e Deleuze, il suo rapporto con Nietzsche e Heidegger, lo spinsero a ridimensionare il soggettivismo della fenomenologia, ma anche a decostruire la metafisica da Aristotele in poi come una forma di metafisica e detronizzare il linguaggio «che altro non è che metafora» scrive ancora Papi. Carlo Sini è una figura ormai rara di filosofo, perché invita a fare filosofia, saltando a piè pari le sue divisioni metodologiche e le sue partizioni storiche. «Sini non ripete - scrive ancora Papi - non volgarizza, non importa in una terra della seconda mano le macchine delle altre filosofie. Non si identifica con una figura saliente del pensare contemporaneo».
Dall'uso dei registri diversi, dal gioco con i concetti e le idee, scaturisce dunque la figura di un filosofo capace di spiegare l'origine dei concetti, ma anche di guardare a ciò che accade fugacemente nel presente. Questa abilità di cogliere il sapore di un'epoca attraverso la filosofia Sini la spiega attraverso l'esercizio quotidiano (in uno dei sei volumi della sua monumentale Figure dell'enciclopedia filosofica, Jaca Book 2004-2005, parla di un vero e proprio «abito filosofico») del pensare e del domandare che si può riassumere in una filosofia dell'evento. «Per me la filosofia non è una disciplina dai confini rigidi - spiega Sini - il filosofo è piuttosto un mimo che mostra alla gente, con il suo agire, con il suo corpo, che cosa vuole dire porsi il problema della verità».
A Milano, rispetto agli anni in cui l'amministrazione si poneva il problema dell'organizzazione delle attività culturali, c'è stato un grande cambiamento. Dopo il craxismo, con i vari sindaci, da Tognoli a Pillitteri, questa idea di politica culturale è andata sparendo. Certo, oggi ci sono iniziative come quelle del teatro Parenti, o questa di Modena, che riuniscono incredibili folle. Diciamo che rispetto a quegli anni, le iniziative culturali e quelle sulla filosofia si sono fatte più popolari. La cosa non mi sorprende più di tanto, ho sempre pensato che fosse normale per i filosofi incontrare la gente fuori dall'università.
Sì, perché la filosofia deve continuare a mantenere un senso pubblico e deve evitare di chiudersi nello specialismo. Correrebbe il rischio di perdere la sua ragion d'essere. Ma allo stesso tempo devo dire che non mi piacciono quegli intellettuali da prima pagina che intervengono per esprimere la loro opinione su ogni fatto di costume o di cronaca ed equivocano il senso di questa pubblicità della filosofia. Quando ho intravisto questo rischio io stesso ho rinunciato a continuare a collaborare con il Corriere della sera con il quale ho lavorato per undici anni.
Credo che bisogna avere saggezza e di fronte a queste platee non cedere all'illusione di pretendere che ti trovino sempre stimolante. Questa illusione pericolosa deriva da un equivoco, quello di credere che la nostra scommessa stia nel rendere popolare la filosofia e non di portare il pubblico alla filosofia. E' un'illusione che deriva anche dall'università e dall'organizzazione dei suoi studi. Naturalmente l'esigenza di farsi capire da tutti è giusta e la filosofia non deve rinunciarci. Ma in agguato c'è quell'illusione per cui tra chi parla e chi ascolta c'è sempre una democrazia. La filosofia non può ignorare questa differenza. Con questo non voglio dire che debba rassegnarsi al ruolo di trasmissione di una dottrina millenaria, al commento dei testi della tradizione, che rimane un'attività importante. Deve però adottare un'attitudine pedagogica con la quale io spiego il suo agire politico: chiamare i non filosofi alla partecipazione, alla costruzione in comune di un'etica.
Non penso che avvenga davanti a delle grandi platee. I festival, i teatri sono solo dei momenti di presentazione della filosofia al pubblico. La costruzione di un'etica segue altri percorsi. La si può favorire attraverso seminari, ma alla base c'è qualcos'altro. Credo infatti che ogni volta ci sia un incontro, tra chi parla e chi ascolta. E' un evento che può spingere qualcuno ad approfondire. E' sempre stato così e non cambierà mai. E' difficile dire quando questo avvenga, ma certo solo l'evento può spingere qualcuno all'esercizio filosofico.
Sicuramente a qualcos'altro. E' condivisibile l'idea che la filosofia sia una forma di saggezza che trasformi il soggetto filosofante, ma questo non vuol dire che sia la ricetta per avere successo nella vita. La ridurremmo ad una rubrica per cuori solitari. La filosofia ha per oggetto la vita, ma anche la relazione con gli altri. Con questo voglio dire che chi fa filosofia si rivolge alla propria vita, ma la sua attività non è risolta nella vita, va oltre l'io ed è un incontro con l'Altro. L'incontro con la verità è la domanda che mi pongo in ogni momento della vita. Questo è il senso più alto della filosofia, comprendere la verità che è quell'evento in cui è iscritto il destino dell'uomo.
Metta insieme un gruppo di filosofi e scoprirà che non sanno amministrare nemmeno un condominio. Sin dai tempi di Platone, quella del filosofo-re è un'idea utopistica e non è nemmeno augurabile. Il filosofo procede invece in senso opposto: attraverso il suo esercizio raggiunge l'autoconsapevolezza di cui tutti possono giovarsi. Il filosofo non è un re, è piuttosto un mimo della verità, mostra agli altri cosa vuol dire porsi il problema della verità, rimette in discussione le credenze, i significati, i discorsi. Questa attività continua d'interrogazione si rivolge all'evento, ma ha anche una ricaduta sulla vita del soggetto, sulle sue pratiche, sul modo in cui conduce la propria vita.
Vorrei parlare di una specie di paradosso, o meglio di un vero e proprio errore in cui la cultura occidentale è incorsa: l'opposizione tra la conoscenza che deriva dai sensi e quella che proviene dalla mente. Questa opposizione continua nella scienza che ci dice che il mondo sensibile è fantasmatico e dai sensi non può che venire una percezione falsata del mondo. Ma non è così perché una delle nostre principali illusioni è quella di avere cinque sensi delimitati, fisiologicamente incompatibili tra di loro. Questo non ci aiuta a capire ad esempio l'arte della poesia che parla dei colori senza poterli mostrare, oppure la musica che parla senza utilizzare le parole. Io credo che per capire questo tipo di esperienze, noi abbiamo bisogno di un sesto senso, cioè di quell'esperienza originaria in cui la distinzione tra i cinque sensi è del tutto inattendibile. C'è infatti un terreno unitario di senso, che io chiamo appunto «il sentire del mondo», che ci permette di andare oltre la percezione dei cinque sensi.
Nell'esperienza del bambino appena nato, ad esempio, quando lui non avverte ancora l'esistenza della madre. In quel momento il bambino avverte la differenza tra lui e il mondo, il suo sesto senso lo aiuta a riconoscere cioè che tra lui e la madre c'è una distanza che deve essere colmata. Negli adulti questa distanza con il mondo viene mascherata intellettualmente, ma il sesto senso permette di conoscere con facoltà diversa da quella del pensiero. Si può ad esempio ascoltare con gli occhi, sentire con l'udito, ragionare con il tatto, vedere delle voci. I libri di Oliver Sachs sui muti, sui sordi sono esemplari da questo punto di vista. Queste persone che hanno perso l'uso di un senso tornano all'esperienza originaria, quella di sentire con il corpo. In un certo senso queste ricerche, come quelle più attuali dei neuofisiologi che hanno scoperto che i sensi possiedono una plasticità, possiedono cioè la capacità di adattarsi e di sviluppare altre capacità, dimostrano che le nostre scienze attuali sono ancora troppo cartesiane e poco spinoziane. L'ufficio della filosofia dovrebbe essere quello di richiamare le scienze allo spinozismo.
Perché quello di Spinoza è un materialismo radicale. Il suo mondo non è il mondo del cosmologo, né del teologo, né del metafisico. Il mondo è l'esistente puro e semplice, quello che lui chiama causa sui, quella che lui chiama «la sostanza». Spinoza rivela che il mondo è eterno, non parte da niente e non ha nessun presupposto, nel senso che non è creato da un dio. Tutti gli dèi sono pensieri del nostro mondo, non sono fuori dal mondo. Spinoza non si è limitato a mettere, come Cartesio, l'infinità del mondo all'opera nella scienza o nelle scienze umane (Kant). Spinoza è stato l'unico ad avere pensato il mondo come evento che sta accadendo. Per lui il mondo è evento del mondo, vivere nel mondo significa stare dentro l'evento. Da questa premessa è chiaro perché il suo «sentire il mondo» supera il dualismo mente/corpo, quello tra la conoscenza dei sensi e la conoscenza razionale.
Perché Spinoza ha pensato in maniera non tradizionale, fuori da ogni tradizione e da ogni filosofia, che il mondo è intrascendibile. Heidegger infatti lo considera un metafisico da lasciare nel Seicento. Husserl, la fenomenologia e l'esistenzialismo gli preferiscono Cartesio. Era l'eretico per definizione, sin da quando veniva chiamato «il cane Spinoza». Solo un altro eretico, Nietzsche, si è messo all'altezza di Spinoza dicendo: la metafisica che dice che l'essenza precede l'esistenza è finita. Il Novecento non lo ha capito perché Spinoza ha costruito un'etica e non un'ontologia. A lui non interessa che cos'è l'essere, per lui la cosa più importante è sapere come stare nel mondo, come si vive l'evento che è il mondo. E' ciò che io chiamo il suo «pensiero abissale».
"STRONZATE"
Materiali grezzi di una
conoscenza in cerca di verità
Bugie e sortilegi Dalla filosofia della scienza alle neuroscienze la scommessa di una ripresa di un pensiero materialista sul mondo.
Parole in assenza di verità
«È proprio questa assenza di un legame con un interesse per la verità - questa indifferenza per come stanno davvero le cose - che ritengo essenziale per la definizione di stronzate», scrive commentando l'episodio Harry G. Frankfurt, eminente filosofo morale di Princeton, in un serissimo libretto volto ad introdurre ad «una conoscenza teoretica delle stronzate», che negli Stati Uniti di George W. Bush è diventato un bestseller. Uno che dice stronzate, infatti, non è propriamente un bugiardo, perché il bugiardo, proprio nella misura in cui si propone di nasconderci qualcosa, presume che esistano dei fatti in qualche modo determinati e conoscibili (la bugia presuppone la verità). Chi racconta stronzate, invece, non rifiuta l'autorità della verità, ma semplicemente non si preoccupa che le cose che dice descrivano correttamente la realtà: «le sceglie, o le inventa, perché si adattino ai suoi scopi», ed è per questo che - osserva a ragione Frankfurt - «le stronzate sono un nemico della verità più pericoloso delle menzogne».
È evidente, però, che la critica implicita nella risposta di Wittgenstein a Fania Pascal regge solo se si postula che ci sia davvero una differenza tra il vero e il falso, tra la realtà e l'immaginazione. Se così non fosse, infatti, avremmo davanti a noi solo due strade: tacere ovvero - prosegue Frankfurt - «continuare a produrre asserzioni che danno a intendere di descrivere le cose come stanno, ma che non possono essere altro che stronzate».
Non è dunque un caso che il filosofo americano rinvenga la matrice della «contemporanea proliferazione delle stronzate» in quel diffuso scetticismo proprio del sentire postmoderno, secondo il quale «noi non abbiamo alcun accesso affidabile a una realtà oggettiva, e pertanto non possiamo conoscere la vera realtà delle cose»: sono proprio simili idee «antirealistiche», dice Frankfurt, ad aver determinato «l'abbandono della disciplina richiesta dall'ideale dell'esattezza e l'adozione di una disciplina di genere del tutto diverso, imposta dal perseguimento dell'ideale alternativo della sincerità» (come dire: se sei in buona fede, puoi dire qualunque stronzata, tanto io non posso che fare altrettanto o tacere). Ma per quanto egli abbia buon gioco nell'argomentare che, «come esseri coscienti, esistiamo solo nella nostra reazione alle cose», onde non è possibile pensare di poter fare qualunque asserzione di verità su noi stessi e al contempo negare che si possa farla sulle cose stesse, il problema resta: dopo il principio di indeterminazione di Heisenberg, la teoria della relatività di Einstein e il teorema d'incompletezza di Gödel, che sembrano dirci che «l'uomo è la misura di tutte le cose» perfino quando abbiamo a che fare con sistemi rigorosamente precisi come la fisica teorica e la matematica, che diritto abbiamo di parlare di «realtà» e di «verità»? Non ne viene piuttosto la conferma che il concetto di «oggettivamente vero» è un mito socialmente costruito per legittimare l'influenza delle classi dominanti? Ovvero che l'epistemologia non è altro che una sociologia del potere?
I paradossi di Gödel
Jean Cocteau scrisse nel 1926 che «la peggior tragedia di un poeta è quella di essere ammirato attraverso l'essere frainteso». In effetti, benché i guru del postmoderno abbiano arruolato sia Einstein che Gödel fra i pionieri della grande rivolta contro l'oggettività e la razionalità che ha caratterizzato buona parte del secolo appena concluso, entrambi - come giustamente ci ricorda la filosofa statunitense Rebecca Goldstein - erano «convinti sostenitori dell'oggettività, e interpretavano i loro lavori più famosi come supporto a favore di questa posizione sempre più impopolare».
In effetti la teoria della relatività non ha nulla a che fare con l'adagio «tutto è relativo» a cui spesso la si riduce, ma si propone di mostrare ciò che non cambia nelle diverse misurazioni che di un evento si possono effettuare in relazione a differenti sistemi di riferimento e, con ciò, di rappresentare la natura oggettiva dello spazio-tempo, così differente dalla nostra umana e soggettiva percezione dello spazio e del tempo. E ancor più spesso dimentichiamo che anche Gödel si interessava alla possibilità di protendersi oltre le nostre esperienze, per descrivere quel mondo «là fuori» che l'amico Einstein aveva detto esistere «indipendentemente da noi esseri umani [...] come un grande, eterno enigma, solo in parte accessibile alla nostra indagine e al nostro pensiero». Il fatto poi che, essendo Gödel un matematico, quel mondo «là fuori» non fosse altro che l'oggettività della matematica, non cambia nulla nel suo rifiuto radicale dell'idea che l'uomo potesse essere «la misura di tutte le cose»: al contrario, rendeva assai più ferreo quel razionalismo che condivideva con Einstein, visto che non solo acconsentiva con lui nel ritenere che «Dio non gioca ai dadi», come invece suggerisce la meccanica quantistica, ma addirittura riteneva che nulla di ciò che accade nel mondo fosse dovuto al caso o alla stupidità. (Fu questo «assioma interessante», come lo definì Ernst Gabor Strauss, a fargli dichiarare di essere un «antievoluzionista», cioè a fargli escludere che l'evoluzione potesse essere «spiegata» tramite il ricorso al caso e alla contingenza; «neppure Stalin credeva nell'evoluzione - disse una volta al filosofo Thomas Nagel - e lui era un uomo molto intelligente»).
Insomma, ad Einstein e a Gödel non piacevano le stronzate e almeno in una circostanza - si discuteva se ammettere un sociologo all'Institute of Advanced Study di Princeton - Gödel distinse accuratamente «l'influenza che le idee possono avere dalla loro verità oggettiva». Del resto, l'idea che la verità non esista è intrinsecamente paradossale, così come il famoso detto del cretese Epimenide secondo cui «tutti i cretesi sono bugiardi»: se fosse vera, sarebbe al tempo stesso falsa, poiché enuncerebbe una verità nel momento stesso in cui nega che ciò sia possibile; se fosse falsa, specularmente, sarebbe vera, perché si risolverebbe nell'affermazione che la verità esiste.Di solito, un'affermazione che sia al tempo stesso contraddittoria e dimostrabile produce una catastrofe della ragione (basti pensare a certi marxisti che ancora si aggirano, dopo cento e passa anni, nel labirinto del valore-lavoro). Il genio di Gödel, che poi è ciò che gli consentì di evitare la facile scorciatoia di mettersi a dire stronzate, consistette nel lavorare sulla struttura concettuale della paradossalità (sulla indecidibilità), riuscendo a trasformare una catastrofe della ragione nella dimostrazione che c'è sempre qualcosa in agguato «là fuori», ossia che al di là del punto in cui siamo pervenuti ci può essere un controesempio capace di farci trascendere lo stesso sistema che abbiamo costruito: qualcosa di cui magari non siamo ancora capaci di parlare ma di cui, certamente, non possiamo tacere (e anche Wittgenstein, grazie al marxista Sraffa, avrebbe finito col convincersene).
I paradossi di Gödel
Questo «qualcosa là fuori» è, al contrario, ciò che costituiva la bestia nera del formalismo, vero padre naturale di quel sentire postmoderno così giustamente inviso a Frankfurt e a quanti come lui non sopportano le stronzate: era stato il formalismo, infatti, a cercare di «purificare» il sistema assiomatico della matematica da ogni ricorso all'intuizione, con la scusa che non si poteva mai sapere quali intuizioni fossero «autentiche» e quali no (ma in realtà allo scopo di evitare che l'eventuale scoperta della falsità degli assiomi potesse far crollare tutto il sistema). Il fatto che Gödel abbia invece dimostrato che in ogni sistema formale si possono formulare proposizioni indecidibili (cioè non dimostrabili e la cui negazione non è dimostrabile) e che, di conseguenza, la «coerenza» di un sistema formale non può essere dimostrata entro il sistema stesso, permette di ipotizzare che perfino nella nostra «società dello spettacolo» possa essere pronunciata una battuta a doppio senso come la chiusa dei Pagliacci di Leoncavallo: «la commedia è finita!». E una battuta del genere, formulata secondo le regole del sistema ma capace al tempo stesso di trascenderlo (proprio come Il Capitale di Marx), confermerebbe che non è il «realismo ontologico» a dover essere chiamato in causa per spiegare l'odierna recrudescenza reazionaria e autoritaria, ma l'idealismo sotteso ad ogni abbandono della ricerca dell'oggettività. Che poi è ciò che ha lucidamente argomentato tempo addietro Maurizio Ferraris su queste stesse pagine e sa chiunque si sia scontrato con la volontà di potenza che immancabilmente si cela dietro ogni «pensiero debole».
Quasi cent'anni fa, Lenin osservò che il crollo della vecchia fisica, dovuto alle grandi scoperte scientifiche di allora, aveva indotto taluni scienziati a scivolare, «per ignoranza della dialettica, nell'idealismo attraverso la strada del relativismo»: invece di insistere «sul carattere approssimativo, relativo di ogni teoria scientifica sulla struttura della materia e le sue proprietà», essi avevano finito col «negare l'oggetto indipendente della nostra conoscenza, l'oggetto che la conoscenza riflette in modo approssimativamente esatto, relativamente giusto» (quando ci riesce).
Immagini del mondo
Potrà sembrare una stronzata richiamare le sue considerazioni di questi tempi, ma se c'è un aspetto interessante del programma di ricerca associato alle neuroscienze e alle scienze cognitive è la ripresa di una concezione materialistica della realtà, in cui i «dati di coscienza» vengono scalzati dal rango di unici oggetti conoscibili per acquisire il più modesto - benché essenziale - ruolo di strumenti volti ad afferrare qualcosa di indipendente da noi. «Ogni conoscenza - ha scritto in quest'ottica Giulio Tononi - è pertanto adattamento della struttura del cervello nonché del corpo alla complessità del mondo».
Questa «plasticità» delle nostre strutture cerebrali - affatto ignota fino a quarant'anni fa, quando si riteneva che la conformazione della corteccia cerebrale dipendesse essenzialmente dai geni e che l'ambiente non esercitasse alcuna influenza sui neuroni e i circuiti cerebrali - è ciò che, volendo, ci può consentire di «costruire» immagini (descrizioni) più accurate della realtà con la quale interagiamo, per comprenderla e - putacaso - perfino trasformarla. Non è certo un compito facile, anzi: si tratta di accogliere su di sé il peso dello sforzo inevitabilmente connesso ad ogni pensiero «uncommon», che implica una severità concettuale che talora può sfociare perfino in un senso di frustrazione (specie di fronte al successo di «agitatori» che si rendono stupidi quanto i loro seguaci, in modo da far credere a questi ultimi di essere intelligenti come loro). Ma è un compito necessario, se davvero vogliamo evitare l'impoverimento materiale e morale cui ci ha condannato una generazione incapace di risolvere i problemi che pure ha avuto il merito di porre.
È certo che - per dirla ancora con Frankfurt - «una persona che sceglie di cavarsela a forza di stronzate ha molta più libertà. La sua prospettiva è panoramica, invece che particolare», e un approccio del genere è ciò che oggi consente a molti di parlare senza sapere nulla o quasi di ciò di cui parlano (nel qual caso, ovviamente, «le stronzate sono inevitabili»). Ma se è vero che la «libertà dei postmoderni» si risolve, au fond, nella libertà di dire stronzate, potrebbe darsi che siamo alle soglie del parto di un nuovo materialismo, un parto in cui «l'essere vivo e vitale è inevitabilmente accompagnato da qualche prodotto morto: scorie destinate all'immondezzaio», chiosava Lenin. Oso sperare che le molteplici forme dell'idealismo contemporaneo, col loro codazzo di mercati autoregolantisi, dionisiache moltitudini e decrescite conviviali, possano essere presto considerate alla stregua di queste scorie. Stronzate, appunto.
L'oggettiva realtà in forma di libro
On Bullshit, di Harry G. Frankfurt, è uscito in traduzione italiana per Rizzoli (Stronzate. Un saggio filosofico, pp. 62, € 6). Da Codice edizioni è stato invece appena pubblicato il godibilissimo Incompletezza. La dimostrazione e il paradosso di Kurt Gödel (pp. 201, € 23) di Rebecca Goldstein, visiting professor al Trinity College di Cambridge: un libro che - come viatico al pensiero dell'«erede di Aristotele» - è decisamente preferibile alla pur classica operetta di E. Nagel e J. R. Newman, La prova di Gödel (Bollati Boringhieri), per la felice scelta di ricostruire anche il contesto storico e culturale che fece da sfondo all'apparizione dei teoremi d'incompletezza, oltre che le complicate vicende biografiche del loro autore. Un'introduzione classica e insuperata all'epistemologia di Lenin è in Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. VII, t. 1: Il Novecento (Garzanti). Chi volesse leggere Materialismo ed empiriocriticismo o i Quaderni filosofici dovrà invece sperare nel colpo di fortuna presso un remainder center: pubblicati entrambi dagli Editori Riuniti sono esauriti da molti anni.
La bibliografia sulle neuroscienze e le scienze cognitive è ormai sterminata. Nella prospettiva qui argomentata, a parte le opere del neuroscienziato portoghese (ma attivo negli Stati Uniti) Antonio Damasio, edite da Adelphi (l'ultima pubblicata è Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, pp. 424, € 30), imperdibile è la lectio magistralis tenuta dallo psichiatra Giulio Tononi nell'ambito delle Lezioni italiane organizzate dalla Fondazione Sigma-Tau e dalla casa editrice Laterza: Galileo e il fotodiodo. Cervello, complessità e coscienza (Laterza, pp. 148, € 12). Mentre davvero affascinante (benché ancora tutta da verificare) è la proposta di George Lakoff e Rafael E. Nuñez di spiegare l'origine delle idee matematiche a partire da metafore concettuali che costituirebbero la proiezione nel ragionamento astratto del nostro ragionamento senso-motorio, con tutti i condizionamenti dovuti alla nostra collocazione nel mondo reale: si veda il loro Da dove viene la matematica. Come la mente embodied dà origine alla matematica (Bollati Boringhieri, pp. 597, € 60). lu.c.
SVASTICA
di Charles Bukowski
SVASTICA
[Traduzione]
Il Presidente degli Stati Uniti d’America entrò nell’auto, circondato dagli agenti. Prese posto sul sedile posteriore. Era una mattina anonima e scura. Nessuno parlò. Filarono via, e i pneumatici si fecero sentire sulla strada ancora bagnata dalla pioggia della notte precedente. C’era un silenzio molto strano, come mai lo era stato prima.
Andarono per un po’ e ad un certo punto il Presidente disse:
«Senti, questa non è la strada per l’aeroporto».
I suoi agenti non risposero. Era stata programmata una vacanza. Due settimane nella sua residenza privata. L’aereo lo attendeva all’aeroporto.
Cominciò a piovigginare. Sembrava che dovesse piovere ancora. Gli uomini, compreso il Presidente, indossavano pesanti soprabiti; cappelli; tutto ciò faceva sembrare l’auto strapiena. Fuori c’era un vento freddo e insistente.
«Autista», disse il Presidente, «ritengo che stia andando per la direzione sbagliata».
Il conducente non rispose. Gli altri agenti non batterono ciglio.
«Sentite», disse il Presidente, «qualcuno vuol riferire a quell’uomo la via esatta per l’aeroporto?».
«Non andiamo all’aeroporto», disse l’agente alla sinistra del Presidente.
«Non stiamo andando all’aeroporto?» domandò il Presidente.
Gli agenti rimasero indifferenti. La pioggerella diventò pioggia. Il conducente azionò i tergicristalli.
«Sentite, che c’è?» chiese il Presidente. «Che succede qui?»
«Piove da settimane», disse l’agente accanto all’autista. «Deprime. Come sarò contento di godermi un po’ di sole.»
«Sicuro, anch’io», disse l’autista.
«C’è qualcosa che non quadra», disse il Presidente, «esigo sapere… »
«Non sei più nella condizione di esigere», disse l’agente alla destra del Presidente.
«Vuoi dire?… »
«Vogliamo dire!» disse l’agente.
«È un assassinio?» chiese il Presidente.
«Andiamo… è fuori moda.»
«E allora cosa… »
«Per favore. Abbiamo l’ordine di non discutere con lei.»
Viaggiarono per alcune ore. Continuava a piovere. Nessuno parlò.
«Ora», disse l’agente alla sinistra del Presidente, «fai un altro giro, e poi svolta all’interno. Così non verremo seguiti. La pioggia ci è stata di grande aiuto».
L’auto tratteggiò l’area suggerita, quindi svoltò in una piccola strada sterrata. Era molto fangosa e i pneumatici ogni tanto giravano, slittavano, poi facevano di nuovo presa e l’auto procedeva. Un uomo con un impermeabile giallo, impugnando una torcia, li diresse all’interno di un garage aperto. Si trattava di un’area isolata, con molti alberi. Alla sinistra del garage c’era una piccola casa di campagna. Gli agenti aprirono le portiere.
«Fuori», dissero al Presidente. Il Presidente obbedì. Gli agenti stavano intorno al Presidente con circospezione, sebbene per miglia non ci fosse essere umano, eccetto l’uomo con la torcia e l’impermeabile giallo.
«Non vedo perché non avremmo potuto sistemare la faccenda qui», disse l’uomo con l’impermeabile giallo. «Sembra certamente più rischioso nell’altro modo.»
«Ordini», fece uno degli agenti. «Lo sai com’è. Ha sempre agito secondo intuito. E così anche adesso, più che mai.»
«Fa molto freddo. Avete tempo per una tazza di caffè? È già pronto.»
«Molto gentile, grazie. È stato un lungo viaggio. Presumo che l’altra auto sia già pronta.»
«Certo. È stata controllata più volte. Comunque abbiamo dieci minuti di anticipo sul programma. È per questo che ho suggerito il caffè. Lo sai come la pensa sulla precisione.»
«O.K. Allora, entriamo.»
Entrarono nella casa di campagna, tenendo con molta attenzione il Presidente tra di loro.
«Tu siediti lໂ disse uno degli agenti al Presidente.
«È un ottimo caffè», disse l’uomo con l’impermeabile giallo, «macinato a mano».
Fece il giro con la caffettiera. Ne versò uno per sé, si sedette, con l’impermeabile giallo ancora indosso e il cappuccio gettato sulla stufa.
«Ah, veramente buono», disse uno degli agenti.
«Panna e zucchero?» domandò un altro al Presidente.
«Va bene», rispose…
Non c’era molto spazio nella vecchia macchina, ma fecero in modo di entrare con il Presidente di nuovo sul sedile posteriore… La vecchia auto slittò nelle grosse buche e sul fango, ma riuscì a tornare sulla strada. Fu di nuovo per la maggior parte un viaggio silenzioso. Uno degli agenti si accese una sigaretta.
«Maledizione, non riesco proprio a smettere!»
«Beh, è difficile, tutto lì. Non preoccuparti.»
«Non sono preoccupato. Solo disgustato.»
«Senti, non pensarci. Questo è un gran giorno per la Storia.»
«Eccome!» fece quello con la sigaretta.
Quindi, aspirò…
Parcheggiarono nei pressi di una vecchia pensione. Continuava a piovere. Rimasero lì alcuni istanti.
«Ora», disse l’agente di fianco all’autista, «fatelo uscire. È sgombro. Nessuno in giro».
Camminarono con il Presidente in mezzo a loro, prima attraverso la porta di ingresso, quindi su per tre piani di scale, sempre tenendo il Presidente in mezzo a loro. Si fermarono e bussarono alla 306. Il segnale: battuta, pausa, tre battute, pausa, due battute…
La porta fu aperta e gli uomini spinsero dentro il Presidente. La porta fu poi chiusa a chiave e sprangata. Dentro attendevano tre uomini. Due avevano una cinquantina d’anni. L’altro era vestito con una vecchia camicia da manovale, pantaloni di seconda mano molto larghi e scarpe da dieci dollari scalcagnate e sporche. Stava seduto al centro della stanza su una sedia a dondolo. Poteva avere una ottantina d’anni, sorrideva… e gli occhi erano gli stessi; naso, mento, fronte non erano molto cambiati.
«Benvenuto, Signor Presidente. Ho aspettato molto la Storia, la Scienza e Voi; siete arrivati tutti secondo i piani, oggi… »
Il Presidente guardò il vecchio sulla sedia a dondolo. «Mio Dio! Tu sei… tu sei… »
«Mi hai riconosciuto! Altri tuoi concittadini hanno scherzato sulla somiglianza! Troppo stupidi per rendersi conto che io ero… »
«Ma fu provato che… »
«Certo che fu provato. I bunker: 30 aprile 1945. Abbiamo voluto così. Sono stato paziente. La Scienza era con noi ma a volte ho dovuto accelerare la Storia. Volevamo l’uomo giusto. Tu sei l’uomo giusto. Era impossibile per gli altri – troppo lontani dalla mia filosofia politica… tu sei l’ideale. Adoperando te sarà più facile ma come ti ho detto dovevo accelerare un po’ il percorso della Storia… la mia età… ho dovuto… »
«Vuoi dire…?»
«Sì, io ho fatto assassinare il tuo presidente Kennedy. E poi, suo fratello… »
«Ma perché il secondo assassinio?»
«Ci avevano informati che quell’uomo avrebbe vinto le elezioni presidenziali.»
«Ma che ne farete di me? Mi è stato detto che non mi avreste assassinato… »
«Posso presentarti i dottori Graf e Voelker?»
I due uomini salutarono il Presidente con un cenno del capo e sorrisero.
«Ma allora cosa succederà?» chiese il Presidente.
«Scusa un attimo. Devo chiedere ai miei uomini; Karl, com’è andata con il Doppione?»
«Bene. Abbiamo telefonato dalla fattoria. Il Doppione è arrivato all’aeroporto come previsto. Il Doppione ha annunciato che, viste le condizioni del tempo, avrebbe annullato il volo fino al giorno dopo. Quindi ha annunciato che avrebbe fatto un giro in macchina… che gli piaceva essere accompagnato in giro sotto la pioggia… »
«E poi?» chiese il vecchio.
«Il Doppione è morto.»
«Bene. Andiamo avanti. Storia e Scienza sono arrivate alla loro ora.»
Gli agenti fecero andare il Presidente verso uno dei due tavoli operatori. Gli dissero di spogliarsi. Il vecchio andò verso l’altro tavolo. I dottori Graf e Voelker indossarono i camici e si prepararono per l’incarico…
L’uomo dall’aspetto più giovane si alzò da uno dei due tavoli operatori. Si vestì con gli abiti del Presidente, poi andò verso il grande specchio sul muro a nord. Stette lì per buoni cinque minuti. Poi si girò.
«Miracoloso! Neanche una cicatrice… niente riabilitazione. Congratulazioni, signori! Come fate?»
«Sì, Adolf», rispose uno dei due dottori, «abbiamo fatto molta strada da quando… ».
«Aspetta! Non voglio mai più sentire il nome Adolf… fino al momento giusto, finché non lo dico IO!… Sino ad allora non si parlerà più tedesco… ORA sono il Presidente degli Stati Uniti d’America!»
«Sì, Signor Presidente!»
Poi si toccò sopra il labbro superiore:
«Mi mancano i miei vecchi baffi!».
Sorrisero.
Quindi egli chiese:
«E il vecchio?».
«L’abbiamo messo a letto. Non si sveglierà per ventiquattro ore. In questo momento… ogni cosa… tutte le prove dell’operazione sono state distrutte, dissolte. Tutto quel che dobbiamo fare è uscire di qui», disse il dottor Graf. «Ma… Signor Presidente, quest’uomo… io suggerirei… »
«No, ti dico, è indifeso! Lascialo soffrire come ho sofferto io!»
Andò verso il letto e guardò l’uomo. Un vecchio di ottant’anni con i capelli bianchi.
«Domani sarò nella sua residenza privata. Chissà se a sua moglie piacerà il mio modo di fare l’amore.» Fece una risatina.
«Sono sicuro, mein Führer… oh, mi scusi! Sono sicuro, Signor Presidente, che le piacerà moltissimo il suo modo di fare l’amore.»
«Lasciamo questo posto, allora. Prima i dottori, per la loro strada. Poi noi… uno o due alla volta… una comitiva di auto, quindi una buona dormita alla Casa Bianca.»
Il vecchio con i capelli bianchi si alzò. Era solo nella stanza. Poteva fuggire. Uscì dal letto in cerca dei suoi vestiti e come attraversò la stanza, vide un vecchio in un grosso specchio.
No, pensò, oh mio dio, no!
Alzò un braccio. Il vecchio nello specchio alzò un braccio. Si mosse in avanti. Il vecchio nello specchio si ingrandì. Guardò le sue mani – aggrinzite, non erano le sue mani! Guardò i suoi piedi! Non erano i suoi piedi! Non era il suo corpo!
«Dio mio!» disse ad alta voce. «O MIO DIO!»
Allora sentì la sua voce. Neanche la voce era la sua. Avevano anche scambiato le corde vocali. Si toccò la gola, la testa. Nessuna cicatrice! Nessuna cicatrice da nessuna parte. Si mise gli abiti del vecchio e scese le scale. Bussò alla prima porta, c’era scritto “Proprietaria”.
La porta si aprì. Una donna anziana.
«Sì, signor Tilson?» chiese.
«Signor Tilson? Signora, io sono il Presidente degli Stati Uniti d’America! È un’emergenza!»
«Oh, signor Tilson, siete così divertente!»
«Senta, dov’è il telefono?»
«Proprio dove è sempre stato, signor Tilson, alla destra della porta d’ingresso.»
Si frugò nelle tasche. Gli avevano lasciato qualche spicciolo. Guardò nel portafoglio. Diciotto dollari. Mise una moneta nel telefono.
«Signora, qual è l’indirizzo qui?»
«Signor Tilson, voi SAPETE l’indirizzo. Vivete qui da anni! Vi comportate molto stranamente oggi, signor Tilson. E vi dirò di più!»
«Sì, sì… cosa?»
«Vi ricordo che l’affitto scade proprio oggi!»
«Oh, signora, per favore mi dica questo indirizzo!»
«Come se non lo sapesse! È 2435 Shoreham Drive.»
«Sì», disse al telefono, «tassì? Voglio un tassì al 2435 di Shoreham Drive. Aspetterò al primo piano. Il mio nome? Il mio nome? Va bene, il mio nome è Tilson… ».
È inutile andare alla Casa Bianca, pensò, hanno quella copertura… Andrò dal più grosso giornale. Glielo dirò. Dirò tutto all’editore. Tutto quel che è accaduto…
Gli altri pazienti risero di lui. «Vedi quel tipo? Che somiglia un po’ a quel tizio, quel dittatore, comesichiama, solo molto più vecchio. Comunque, quando venne qui un mese fa, pretendeva di essere il Presidente degli Stati Uniti d’America. Questo un mese fa. Adesso non lo dice più tanto. Ma di sicuro gli piace leggere il giornale. Non ho mai visto uno così ansioso di leggere un giornale. Bisogna dire che se ne intende di politica, però. Penso sia quello che l’ha fatto impazzire. Troppa politica.»
Suonò la campana della cena. Tutti i pazienti se ne accorsero. Eccetto uno.
Un infermiere andò verso di lui.
«Signor Tilson?»
Non ci fu risposta.
«SIGNOR TILSON!»
«Oh… sì?»
«È ora di cena, signor Tilson!»
Il vecchio con i capelli bianchi si alzò e andò lentamente verso il refettorio.
VICOLO DEL TORNADO
A John Dillinger
con la speranza che sia
sempre vivo
Giorno del Ringraziamento.
28 novembre 1986
Grazie per il tacchino e i piccioni viaggiatori, destinati a essere cacati attraverso le sane budella americane –
grazie per un Continente da saccheggiare e avvelenare –
grazie per gli Indiani che ci procurano quel tanto di stimoli e di pericoli –
grazie per le immense mandrie di bisonti da uccidere e scuoiare, lasciando le carcasse a marcire –
grazie per le laute ricompense sui lupi e i coyotes –
grazie per il SOGNO AMERICANO da involgarire e falsificare fin quando la nuda menzogna non vi risplenda attraverso –
grazie per il kkk, per gli uomini di legge che incidono una tacca per ogni negro ucciso, per le rispettabili signore casa-e-chiesa con le loro facce meschine, smunte, sgradevoli, perverse –
grazie per gli adesivi «Ammazza un frocio in nome di Cristo» –
grazie per l’aids di laboratorio –
grazie per il Proibizionismo e
grazie per un paese dove a nessuno è dato di badare ai fatti propri –
grazie per una nazione di spie-sì, grazie per tutti i ricordi… va bene, facci vedere le tue braccia… sei sempre stato un problema, ci hai proprio rotto i coglioni –
grazie per l’ultimo e più grande tradimento dell’ultimo e più grande dei sogni umani.
Jerry e l’agente di cambio
Jerry Ellisor, il ragazzo ritardato della porta accanto, si mise a importunare uno di quei timidi wasp che puoi trovare sulle vignette di qualche giornale di New York, il tipo di persona cui non piace mischiarsi nelle cose, un passante che cerca sempre di trovarsi dall’altro lato della strada… c’è una ragazza con le braccia spezzate, lo implora di fermarsi, e lui sterza bruscamente, così, come nulla fosse accaduto, e prosegue la corsa. (Mi riferisco al caso della quindicenne con le braccia troncate da uno stupratore, che si precipitò sull’autostrada e ben tre macchine sfrecciarono oltre prima che una si fermasse e la portasse all’ospedale.)
Oltre a ciò è pure un rammollito. In vacanza alle Antille, sperava che i cantanti di Calipso si sarebbero dileguati se solo li avesse ignorati.
«Fai finta di nulla, cara.»
Questo giovincello dirigente wasp si trova adesso in un ristorante vegetariano; di fronte a sé un pasto dietetico con insalata di crescione e succo di carota. Un ragazzo si siede al suo tavolo, sebbene siano le tre e il locale sia quasi vuoto. Il wasp non può ignorare il terribile tanfo – come quello delle puzzole, solo più penetrante – che lo fa lacrimare e gli rivolta lo stomaco. Il giovane sorride, mettendo in bella mostra gli incisivi gialli sporgenti.
«Emano sempre questo odore poco prima di… lei mi capisce.» Il ragazzo gli allunga un cartoncino su cui è dattiloscritto a lettere rosse: «Salve. Sono Jerry. Queste sono le mie istruzioni: quando sta per cominciare, non ti agitare. Mettiti a sedere, ovunque ti trovi, e con calma, rivolgendoti alla persona più vicina a te in grado di aiutarti, avvertila che stai per avere un attacco epilettico – (parole mie).
Quando inizia, dovrà avvolgersi un fazzoletto, una salvietta o un tovagliolo intorno al dito e infilarmelo nella bocca per evitarmi lesioni alla lingua. Con l’altra mano dovrà allentarmi il colletto, la cintola e le scarpe e aprirmi la cerniera dei pantaloni per alleviare la pressione sull’inguine. Le erezioni sono frequenti durante questi attacchi. È una cosa naturale. (Se mi caco addosso, mi lavi con sapone e acqua tiepida e provveda al cambio dei vestiti.)
Faccia attenzione durante il mio ritorno alla normalità, perché talvolta comincio a picchiare chi mi sta attorno e potrei saltarle alla gola come un animale feroce. Dio le sarà riconoscente per la sua azione caritatevole.
Il suo umile servo, Jerry Ellisor».
Senza provocare confusione, il wasp gettò i soldi sul tavolo e se la dette a gambe. Ma era troppo tardi. Con un grido soffocato, gutturale, il ragazzo si scagliò in direzione del wasp, facendolo inciampare, poi gli si avvinghiò intorno alle gambe a mo’ di pitone. Ci fu un fetore improvviso di urina e di escrementi che Jerry aveva scaricato dentro i pantaloni. Il wasp inorridito, scorgendo un poliziotto alla porta, urlò in cerca di aiuto.
«Cosa stai facendo a quel ragazzo‚ sporco pervertito!» Uno sfollagente gli andò a urtare contro il cranio. Cinque ore dopo, tremante e vicino al collasso, fu rilasciato dalla prigione grazie all’intervento del suo avvocato che aveva telefonato a Washington ad un cugino intrallazzato con
Talvolta, durante i suoi attacchi epilettici, Jerry si metteva a urlare profezie, che solitamente si avveravano. Il Martedì Nero, si precipitò alla borsa valori; con gli occhi fiammeggianti e i capelli ritti sulla testa, si strappò i vestiti e rimase lì impalato, nudo, di fronte a tutti quegli uomini d’affari pietrificati, il corpo rosso mattone che esalava il fetore di centinaia di puzzole. Poi crollò sul pavimento, in un turbinio di guizzi, e mostrando i disgustosi denti gialli gridò:
«Vendete, vendete, vendete!».
È stato il peggior crollo finanziario dal ’29, riferirono in seguito i cambisti e gli speculatori disorientati.
«Era una voce piena di denaro. Dovevate crederle.»
Per Tizio morto
Il dottor Fisher lesse l’articolo attentamente, l’espressione del volto era quella di chi si sofferma sui particolari.
«Duplice omicidio… pistola calibro 32… scomparsi la borsa della donna e il portafoglio dell’uomo… rapina… un testimone ha riferito di aver visto una “figura molto alta dileguarsi dalla scena del delitto”.»
Il testimone, Uriah Grunt, costretto a vivere su una sedia a rotelle, spiegò agli inquirenti che suo passatempo preferito era quello di osservare la città con un binocolo. «Riesco a leggere un giornale alla distanza di venti isolati da qui», disse con ostentazione.
«Sono proprio un ficcanaso», aggiunse con compiacimento. «Non ho nient’altro da fare, solo osservare quello che fa la gente. Vi potrei raccontare tante di quelle cose strane!»
Quando gli fu richiesto di dare una descrizione, «Ah, sì», continuò, «il criminale che si è dileguato, o meglio il presunto criminale, o forse li chiamate esecutori? Comunque sia, questo presunto esecutore era di statura alta. Teneva il colletto della giacca rivoltato all’insù. Non sono riuscito a vedere la faccia, ma le mani quelle sì che le ho viste: bianche, esili, agili, giovani. Non indossava alcun cappotto ma solo una giacca a vento. Deve essere un tipo cui piace il freddo».
Uriah Grunt è un vero scippatore di accadimenti, congetturò il dottore. Ma certo,… altri giovani slanciati nei paraggi… anche durante la stagione fredda il suo paziente non indossava mai un cappotto. Hmmm. Avrebbe dovuto avvisare la polizia senza troppo clamore? E il giuramento del terapeuta? E supponiamo che non ci siano prove? Sarebbe rimasto coinvolto.
Aprì un cassetto e tirò fuori la sua h&kp-7 9mm a tamburo, completò l’intera sequenza di azioni e controllò con calma la camera di caricamento. Se l’assicurò al suo fianco destro sotto la giacca.
Per quanto professionalmente scorretto, odiava il suo paziente, il giovane Guy Worth, il tipico sociopatico. Il mondo gli doveva tutto. Un fottuto nato, fn li chiamava il dottore. Lui odiava gli fn, e sapeva di sprecare il tempo con loro. Con gli fn era sempre una rottura di coglioni.
In realtà era deluso dell’intera professione psichiatrica. Aveva quasi deciso di mollare tutto e farsi assumere come medico sulle navi, o magari di aprire un bell’ambulatorio al servizio della colonia americana a Tangeri, Atene, Beirut, Lima… medicina generale, con un po’ di allungamento di mani. Poteva essere una cosa simpatica. Il dottore era giovane, magro, attraente, e gayo come un carnevale orgiastico.
Non gli fregava un cazzo di lavorare con tutti quei clienti dirottati verso di lui da altri, né, altrettanto, di andare a New York a metter su un’attività promozionale a Madison Avenue. Prima o poi l’avrebbe detto: «Lo vuoi sapere, signor Granfield? Non c’è nulla di storto in te, solo un eccesso di autocompiacenza e un ego inflazionato. Pensi che fottere ME sia la cosa più importante dell’universo? Beh, credimi, te lo dice uno che ne sa qualcosa: è noioso più di quello che si possa immaginare. Per di più sei stupido alle fondamenta e malato nelle intenzioni. E poi odio il fetore dei tuoi intestini».
Il dottor Fisher guardò l’orologio e decise che quello sarebbe stato il suo ultimo colloquio psichiatrico – con un assassino, non aveva alcun dubbio al riguardo‚ e un assassino che sarebbe venuto per uccidere lui. Era tutto nei suoi appunti e nel registratore che teneva nascosto. Va bene, rilàssati.
Suonò il campanello. Andò ad aprire. Era quell’individuo spregevole e insopportabile, le mani infilate nelle tasche della giacca a vento, e un sorriso bieco sulla faccia. La pistola non era nella tasca della giacca – probabilmente nella cintola.
«Salve Guy. Entra. Ti stavo aspettando.»
Il giovane si fece avanti. Gettò uno sguardo insolente al dottore, che lo ricambiò con un’espressione inflessibile.
«Da questa parte.»
Aprì la porta dello studio. (La segretaria si era licenziata la settimana precedente: «Beh, dottore, francamente la sua attività professionale è una presa in giro. E le prese in giro non durano».)
Il giovane entrò nella stanza e si girò su sé stesso. Stava biascicando una gomma.
«Siediti, Guy.»
Il ragazzo si mise a sedere e allargò le gambe.
«Come va la salute?»
Il ragazzo trasalì. Mai il dottore gli aveva chiesto una cosa simile. Il dottore si chinò con uno sguardo libidinoso.
«Fatto qualche bel sogno, ultimamente?»
«Beh, sì, a dir la verità, l’ho fatto. L’ho sognata, dottor Fisher.»
«Emozionante. E cosa hai sognato?»
«Questo.» Abbassò le mani sul calcio della pistola.
Dagli tempo di lasciare le sue impronte sull’arma, pensò il dottore. Il ragazzo cacciò fuori la pistola.
Una pioggia di proiettili lo scaraventò all’indietro sulla sedia, il sangue zampillava dalla bocca. Uno sguardo di assoluta incredulità era stampato sul volto, poi si lasciò cadere dalla sedia, morto. Il dottore si diresse al telefono…
I proiettili erano gli stessi. Il dottore divenne persino l’eroe locale, ma non per gli amministratori della clinica. Una sparatoria in stile western, nel suo studio… ucciso un paziente… inconcepibile. Erano più che disposti ad accettare le sue immediate dimissioni.
Il dottor Fisher era felice.
Un fetido vicolo cieco
«Voglio avvertirla, dottore. Beh, vede, c’è qualcosa in lui che sta crescendo. Una cosa viva, una… »
«Non dire sciocchezze. Dov’è la sua tenda? Tu aspetta fuori.»
Trascorsi pochi secondi, il dottore riapparve barcollando, l’aspetto era di chi sia stato appena colpito alla giunzione delle gambe.
«Allora, l’ha visto?»
Sconvolto, accennò di sì con il capo. «Una via di mezzo tra un centopiedi e una pianta, cresce negli intestini, le sue radici si stanno propagando.»
«Potremmo avvelenarlo, magari. Con un’iniezione.»
«Una situazione delicata. È collegato al flusso sanguigno di Reggie, poveraccio. Beh, o così, oppure… »
Ci rivolgemmo uno sguardo d’intesa. Fortunatamente avevamo del rotenone. Il dottore riempì la siringa ed entrammo dentro. Il tanfo era tale da stendere un uomo con il culo per terra, ti penetrava in gola e nei polmoni soffocandoti.
Mio Dio, adesso possiamo vederlo, si agita dappertutto sotto la pelle. Gli somministriamo una dose massiccia di morfina e largactile.
Il dottore‚ rapido‚ incide la carne e affonda le pinze per tentare di afferrarlo; la testa è investita da un orribile spruzzo rossastro – la creatura si agitò e si contorse, ovunque spuntarono radici e testoline. Il dottore prese la siringa e gliela conficcò a fondo, ma l’ago fu strappato via. Fece un balzo all’indietro.
«Via di qui, sta sputando uova e larve.» Reggie perdeva ogni sembianza umana a mano a mano che le testoline e le radici spuntavan fuori da ogni centimetro del suo corpo, inondando l’ambiente di larve con denti aguzzi e trasparenti.
Mi fermai‚ il tempo di sparare alla testa di Reggie. Poi fuggimmo difilato per salvarci la pelle‚ ma era troppo tardi‚ eravamo ricoperti di larve che si infilavano avide dentro gli occhi‚ il naso e tutti gli orifizi aprendosi la strada con i loro dentini affilati...
Ma riuscimmo a salvarci. Ci cospargemmo di kerosene che fortunatamente era a portata di mano. Come tutti gli organismi mutanti‚ anch’esso era particolarmente suscettibile ad agenti biologici e chimici, in quanto privo di immunità – zaffata di kerosene e il mio naso è pulito. La tenda e il campo attorno li trasformammo in una pozzanghera di fuoco purificatore. Fuori discussione accamparci qui.
Camminiamo finché la fatica e l’oscurità ci impongono la sosta. Dopo una cena a base di carne in scatola, Wilson si accende la pipa.
«Quel tipo deve essere inciampato in qualcosa.»
«Vuoi dire che quella creatura infernale è stata prodotta in laboratorio?»
«Ho paura di sì, vecchio mio.»
«Allora nessuno di noi è in salvo!»
«Temo di no, vecchio mio. Sai cos’è che fa saltare il fagiolo saltellante? È il baco saltellante che sta dentro.»
«Cosa proponi?»
«Cercheremo il laboratorio e lo distruggeremo.»
«Con cosa? Con tre rivoltelle e un fucile?»
«Quest’opera completa di Shakespeare è impregnata di modernissimi agenti implosivi. Molto più distruttivi di qualsiasi formulazione estroversa ed espansiva.»
«Come si attiva?»
«In svariati modi. Se vieni catturato e sei di fronte a… non devi far altro che dire “fuori! fuori! candelina”, oppure puoi attivare il libro con il controllo telepatico a distanza.»
«Sai dov’è il laboratorio?»
«Certo. Ho le mie disposizioni e le coordinate.»
Partimmo all’alba. Fine di un vicolo cieco – è questo che stiamo cercando.
1) Tre indizi. Pareti alte. Una specie di volto stampato su una camera d’aria.
2) Un museo. Ero in una sala dove erano esposti oggetti d’arte – niente uscite. Mi volto alla mia destra e vedo in lontananza uno spazio aperto, e una parete illuminata dal sole a trenta metri di distanza. C’è qualcosa di strano nella parete. È un dipinto. Una parete affrescata. Ma non è esterna al museo.
3) Il fetido vicolo cieco, che puzza di tempo e di luce putrefatti.
I fottuti stronzi
Il vecchio padrone di casa è svegliato da qualcuno che sta battendo alla porta.
«Oh, Dio», dice in tono lamentoso, «un altro indiano ubriaco». S’infila il giubbotto militare e sistema nella tasca laterale una rivoltella dal naso camuso – come quella che uccise Lennon –‚ ottenuta con tanto di autorizzazione governativa. Si appoggia alla parete avvertendo un dolore acuto al braccio e alla spalla sinistra.
«Vattene. Chiamo la polizia.»
«Sarà troppo tardi prima che combini qualcosa di buono. Hai rovinato mia figlia.»
«Veniamo all’istante, signore.» La porta sta per cedere. Il padrone di casa, pistola spianata, sta a due metri di distanza dalla porta. Si odono le sirene.
La porta si spalanca. L’indiano si precipita dentro con una mazza da baseball, lo sguardo feroce, come un cavallo impazzito. L’auto della pattuglia si arresta con stridore di gomme. Il padrone di casa spara alla gamba dell’indiano. L’indiano cade, si rotola su un fianco, gemendo.
La porta vien giù di schianto, i piedipiatti si precipitano dentro con sguardo allucinato, pistole spianate. Scorgendo un uomo con giubbotto militare, l’agente Mike crede si tratti dell’intruso. Non esita un istante. Fa partire tre colpi. Il padrone di casa si preme le mani sul petto e cade. Mike si allontana, e risoluto ripone la pistola nella fondina.
«Lo abbiamo colpito.»
«È ferito gravemente, signore?»
L’agente appoggia una mano premurosa sulla schiena dell’indiano. Pubbliche relazioni ineccepibili. Lentamente l’indiano si volta verso di loro, il volto provato dal dolore e dallo shock. I poliziotti sobbalzano raccapricciati. «Mio Dio», esclamano all’unisono. Marv, il collega più anziano, fa un cenno d’assenso. Distante echeggia la sirena di un’ambulanza.
«Ci penso io; si appoggi a me.»
I due aiutano l’indiano a sedersi su una sedia.
«Lei è un eroe!»
«Era un comunista.»
«Ha fatto bene a sparargli, si merita un encomio.»
Il piedipiatti gli mette la rivoltella nella mano. Le sirene si fanno più vicine. Con ottusa incredulità l’indiano volge lo sguardo verso la rivoltella. I piedipiatti che mi aiutano a sedermi su una sedia? E mi danno una rivoltella? L’ambulanza svolta all’angolo della casa. Le pallottole squarciano il petto dell’indiano. Non c’è tempo per le sottigliezze. I due rovesciano i tavoli e mettono a soqquadro una libreria. Una sedia vola attraverso la finestra‚ mentre nel frattempo l’ambulanza si arresta con gran stridore di freni.
«È stato un brutto affare‚ capo‚ veramente brutto. Il pellerossa era impazzito‚ ha afferrato la pistola di Mike e ha sparato al padrone di casa. Che Dio mi sia testimone‚ aveva la forza di venti uomini. L’avevo avvertito che eravamo poliziotti, ma lui ci ha spianato la rivoltella contro, sono stato costretto a sparargli.»
«Ragazzi, il capo vi vuole parlare immediatamente.»
«È il vostro rapporto, questo?»
«Sì‚ capo.»
«Puzza di vomito d’avvoltoio.»
«Cos’è che non va‚ capo?»
«Tanto per cominciare‚ nessuno avrebbe potuto fare quello che voi dite sia accaduto. Le angolazioni dei proiettili sono tutte sbagliate.»
«Ma‚ capo... »
«Inoltre‚ il padrone di casa non è morto.»
«Non è… » Il poliziotto si riprende in tempo. «Beh, è meraviglioso», dice con un pessimo sorriso. «Uno che venga colpito al petto in quella maniera potrebbe ritrovarsi tutto spiaccicato.»
«Indossava un giubbotto antiproiettile. Ha avuto un attacco di cuore, ma ora sta bene e vuole la vostra pelle: “Non solo mi devo proteggere da indiani ubriachi ma anche da fottuti piedipiatti con il cervello in malora – fottutissimi FOTTUTI!»
«Capo, giuro su quel fottuto di Cristo che ho visto un indiano ubriaco ritto in piedi con una pistola in mano, chiaro come io la vedo adesso.»
«E cos’altro hai veduto? Le porte del paradiso? Il fottuto Gesù Cristo che ti assegnava il Cazzo d’Oro per l’audacia? Comunque, voi due stronzetti ve la siete meritata questa volta. Non siete altro che due fottuti stronzi, entrambi.»
«Beh, capo», dice Marv, sorridendo e dimenandosi per ingraziarsi il capo, «è vero, siamo dei FOTTUTI STRONZI; il motivo principale per cui siamo entrati nel corpo. Una pistola e un distintivo possono dar rifugio a un sacco di fottuti stronzi».
«Va bene, ragazzi, voglio darvi la possibilità di ritornare in carreggiata.»
«Faremo qualsiasi cosa, capo, qualsiasi.»
«Questa è pericolosa, ragazzi. Si tratta di droga, un grosso affare, questa volta si spara per primi e ricordatevi, i morti non dicono bugie. Comprendido?»
«Al volo, capo.»
«Potete prendere quello che vi serve all’arsenale. Suggerisco fucili a pompa Ithaca con quattro colpi.»
I fottuti stronzi se ne vanno. Il capo sorride. Si libera di un cronista rompipalle e fa svuotare una sala gremita di liberal dal cuore tenero, accompagnati dalla voce di Joan Baez.
Riusciranno i fottuti stronzi a cogliere una terza occasione? Colpiranno ancora i fottuti stronzi?
Libro delle ombre
Il dottor Hill prese un rotolo di carta e si schiarì la gola.
«Non deve essere così evasivo con me, dottore. Si tratta di cancro, vero?»
Oltrepassando le fessure di una persiana, i raggi del sole pomeridiano ricadevano sull’uomo che parlava‚ come attraverso sbarre di prigione... un uomo magro‚ attempato, con indosso un abito grigio e logoro‚ un pesante bastone tra le esili ginocchia‚ uno di quegli anziani che si vedono seduti sulle panchine dei parchi o intenti a giocare a bocce. Riparati da occhiali con montatura d’acciaio, gli occhi‚ tuttavia‚ brillavano di una gaiezza inquietante‚ di una gelida e distaccata felicità.
«Dopotutto, dottore, ci conosciamo da lungo tempo.»
Da lungo tempo. Il dottor Hill era forse l’unico a Boulder che sapeva che l’uomo seduto di fronte a lui era stato un tempo il miglior tiratore dell’Ovest. Non il più veloce, ma il più preciso.
«Sì, è un cancro. Naturalmente potrebbe essere operabile… debbo ispezionarlo per esserne sicuro, ma… »
«Lo dubita.»
«Se si trattasse del mio stomaco, direi di no.»
«Voi chirurghi avete un amore per i coltelli… siete peggio dei messicani.»
Il dottore sapeva che Lee Ice era un uomo colto. Ma talvolta si divertiva a parlare come un contadino analfabeta.
«Allora, quanto tempo ancora, secondo lei? Per quanto tempo ancora me ne posso andare in giro?»
Una violenta fitta fece contorcere il corpo dell’uomo, facendolo ripiegare sul bastone.
Il dottore si strinse nelle spalle. «Un mese, forse due… le segnerò una ricetta. È in grado di usare una siringa ipodermica?»
L’uomo accennò con il capo, rammentandosi del fienile e delle assi ripiegate attraverso cui la vista incontrava il cielo blu, e di Tom con un proiettile calibro 32 nel ventre sparato da un giocatore d’azzardo. Quel dottore era un vecchio cinese, uno che se la prendeva comoda, un menefreghista. Fece a Tom un’iniezione di morfina e poi se la fece lui stesso. Si mise a sedere e scrutò il ventre sparuto del ferito.
«Per favore, lo tenga fermo.»
Si avvicinò rapidamente con uno strumento dentato e lo inserì nella ferita. Tom lanciò un urlo, Lee dovette richiamare tutte le sue forze per trattenerlo. Il dottore estrasse le pinze con il proiettile di piombo ricoperto di sangue. La morfina stava facendo effetto. Il corpo di Tom si rilassò, i muscoli del volto si afflosciarono. Il dottore spiegò come cambiare le fasce, e lasciò una confezione di fiale di morfina con una siringa e alcuni aghi di ricambio. Mostrò poi a Lee come usare la siringa.
«Quante volte?»
«All’occorrenza. Cento dollari, e mi dileguo.»
Lee lo pagò. Sapeva che il cinese non li avrebbe traditi. Aveva mostrato al dottore una lettera di presentazione del cinese di St. Louis; lettere del genere non sono date con leggerezza. Tom ebbe bisogno della morfina per una settimana e Lee se la iniettò insieme a lui. Era seccante starsene seduti lì tutto il giorno, ma non poteva correre il rischio di abbandonare il nascondiglio. Sì, lui sapeva come usare una siringa.
Un mese prima, quando cominciarono i dolori, era andato a Denver a comprare della morfina o eroina. Nessuna delle vecchie conoscenze era più nei paraggi. Uno spacciatore negro dalla faccia dichiaratamente infida promise a Lee che gli avrebbe rimediato della roba e che sarebbe ritornato di lì a poco.
«Non posso portarti dal Tipo.» L’uomo aprì il pugno in un gesto di disarmo, dopo che la sua mano gli si era scagliata contro, il coltello illuminato dalla luce dei lampioni. Ci fu un rumore simile ad una tosse metallica. Il negro raggelò, coltello nella mano, un piccolo foro blu nel mezzo della fronte. Lee Ice ripose nella fondina la sua calibro 22 con silenziatore e si allontanò.
Poi si ricordò del dottor Hill di Boulder.
«Può ritirarla presso la farmacia sulla collina. Solitamente è sufficiente un quarto di grano, pari ad una pillola. Vedrà poi lei di quanto ne ha bisogno.»
Una mezz’ora dopo, Lee si tirò giù la manica e guardò in giardino dalla sua stanza nel retro della casa. Si era appena iniettato un mezzo grano nel braccio. Il dolore allo stomaco stava scomparendo in fremiti di piacevole calore. Aprì un cassetto e tirò fuori un libriccino nero. Il mio grimoire, il mio Libro delle Ombre. Alcune telefonate da fare, alcuni debiti da saldare… Nessuno gli aveva mai fatto un favore o recato un’offesa senza essere pienamente ripagato.
Questo fu l’epitaffio di Sulla. Sarebbe stato altrettanto calzante per Lee Ice.
Dove stava andando
Cucina di una fattoria, tapparelle abbassate, armi appoggiate agli angoli. Piatti e bicchieri sono stati tolti per far spazio a delle cartine stradali.
Quattro uomini sono chini sulle mappe. Vi è una certa somiglianza nei volti. Le lampade al kerosene gettano una luce tremolante sugli zigomi e le labbra, sugli occhi stanchi ma vigili.
«Sono sicuro che qui ci saranno dei posti di blocco, e anche qui… »
Ishmael versa una generosa dose di whisky in un bicchiere sporco.
«Non potremmo nasconderci qui?»
«Se ce ne andiamo via, non ci scopriranno. Altrimenti potrebbero circondare la zona e perquisire ogni casa.»
«Giusto.»
«Proviamo da questa parte.»
E all’istante gli sovvenne che sarebbe morto. Non “prima o poi” – questo lo sapeva già, ovviamente, tutti loro lo sapevano – ma quella stessa notte. Il pensiero si presentò in un soffio, come il vento che fa tremolare una candela, e una febbricitante, cupa paura lo colpì come un cazzotto nello stomaco. Si piegò leggermente in due, appoggiandosi allo schienale di una sedia.
È sempre così, dice a sé stesso: la paura e poi un accesso di coraggio, e la netta, dolce sensazione di rinascere. Lo aveva letto da qualche parte, in un vecchio romanzo western… ma la paura può crescere a dismisura finché non la reggi più e stai per cedere, e in quel momento svanisce – così speri.
«Andiamo», dice con voce gracchiante.
Si domanda se gli altri sono altrettanto terrorizzati quanto lui – la pistola nelle sue mani sembra goffa e pesante, ha un che di alieno, di malvagio – è ovvio che lo sono, ma non ne parli affatto. Scatto di cani e caricamento dei fucili.
Sono in auto adesso‚ si chiudono le portiere. Egli sta seduto accanto allo sportello sul lato destro. La strada è piena di buche, di solchi profondi, pozzanghere un po’ ovunque. Speriamo in Dio di non rimanere bloccati – attraversano il bosco sapendo di essere accerchiati dagli agenti investigativi.
«FERMO! Spegni i fari!»
Rumore di motore a scoppio… sta sopraggiungendo un’altra auto. Si avvicina, la luce dei fari oltrepassa la curva di una strada stretta, tra alberi d’alto fusto.
Ishmael esce fuori‚ lentamente‚ i piedi sono blocchi di legno; si mette in mezzo alla strada con le mani sollevate. L’auto si arresta scoppiettando. Un vecchio con i capelli grigi se ne sta dietro il volante. Si avvicina con passo lento e gli mostra una tessera.
«fbi»
Le labbra di Ishmael sono intorpidite. Quello non è un distintivo da agenzia di pegni; è una copia perfetta dell’originale, con tanto di foto e scheda personale. È stato fatto da un falsario di Toronto. Costo 150 dollari.
Il vecchio ha l’espressione assente.
«Stiamo cercando dei rapinatori. Si nascondono da queste parti. Lei vive qui da molto tempo?»
«Quarant’anni.»
«Conosce la zona, allora.»
Tira fuori una carta stradale. «Abbiamo istituito dei posti di blocco qui, qui e qui. Ci sono altre vie di fuga che lei sappia?»
«Certo. Proprio da qui parte la vecchia carreggiabile. È un po’ accidentata, ma potrebbero farcela ugualmente. Va a sbucare sulla provinciale 52. Sì, penso che potrebbero farcela.»
«Se la sua informazione si rivelerà utile, le spetterà una ricompensa di 500 dollari.» Gli allunga un biglietto. «Chiami la stazione di polizia di Tulsa.»
«Lo farò, certo che lo farò.» Il vecchio prosegue la sua corsa.
L’automobilista scruta la mappa alla luce dell’abitacolo: «Mancano poco più di cinque miglia alla strada secondaria.»
Il vecchio al telefono: «Esatto, si è spacciato come agente federale».
Ishmael rammenta le parole del vecchio dottor Benway: «Ti trovi sempre faccia a faccia con la morte, e arrivato il momento sei immortale».
Un procione attraversa la strada; illuminati dai fari gli occhi brillano di un verde lucente, con andatura lieve s’infila nel bosco – improvvisa e impetuosa sopraggiunse una perversa sensazione di vuoto e il procione sgusciò via sfiorandone i contorni: «Me ne vado in Messico… ci sono già stato… unico modo per vivere… ho cinque bigliettoni nascosti in saccoccia… mi spingo un bel pezzo in giù… ».
Di nuovo la paura gli comprime il torace, come una soffice morsa che strizzi fuori l’aria – avverte il peso della rivoltella nelle mani, sa che non potrebbe sollevarla. Tutte le sue energie si stanno esaurendo, fuggendosene via a ondate d’intenso dolore.
Si accostano al ciglio della strada. Una luce gli si conficca negli occhi e il suo cervello esplode in un bagliore bianco ed è liberooo, spalanca la portiera, gettandosi nel vuoto, il parabrezza esplode in mille frammenti gialli e Tom si getta una mano sul volto.
Avverte un’insolita leggerezza ai piedi, l’automatica nelle sue mani pare un’arma di sogno, tant’è leggera.
Un agente molto giovane – e bacchettone figlio di puttana, anche – gli si lancia ai piedi con il fucile spianato. «Animali!» gli ha sempre detto il suo collega, non sono altro che animali! e non te lo dimenticare.
«Sta’ attento, perdio!» urla l’agente.
E Ish conficca tre calibro 45 nel giovane e smilzo torace del ragazzo a tre centimetri di distanza l’uno dall’altro. Ci sa fare, lui.
«È uno strumento», gli aveva detto Kelly il Mitragliere. «Suonalo!»
Si dev’essere appisolato in macchina. Un altro sogno con sparatoria. Hanno guidato tutta la notte, oramai a casa, sani e salvi; sono ora diretti verso una vallata, tira un vento tiepido, si sente l’odore dell’acqua.
«Thomas e Charlie.»
«Cosa?»
«Il nome di questo villaggio.» Ish si ricorda di Thomas e Charlie. Da qui ci si incammina per tre chilometri fino al passo. Ricordi di Città del Messico e della sua prima sigaretta grifa. Gli era piaciuto da matti, percorrendo il Niño Perdido, e dappertutto vede teschi di zucchero e fuochi d’artificio e bambini che affondano i denti nei teschi.
«Día de los Muertos»‚ gli dice un ragazzino e sorride, mostrando i denti bianchi e le gengive rosse. Molto bianchi. Molto rosse. Di un bianco e di un rosso insoliti, e pensa, Perché no? L’ho già fatto al riformatorio.
Il ragazzino ha una gardenia dietro l’orecchio. Indossa una maglietta di cotone bianca immacolata e pantaloni che gli arrivano alle caviglie e calza un paio di sandali. Odora di vaniglia – Ish era solito berla al riformatorio. Il ragazzino capisce. Conosce un lugar. Si fermano ad osservare due girandole che ruotano in direzioni opposte… si rammenta del senso di fluttuazione e di nausea che ebbe nel guardarle, come trovarsi dentro un ascensore ad alta velocità.
Il ragazzino sta ora sorridendo e indica lo spazio nero tra le girandole che scoppiettano e l’oscurità si allarga a dismisura fino a ricoprire il mondo intero e allora seppe che quello era il luogo dove stava andando…
Ishmael morì non appena sollevarono la barella.








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