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Morin: società-mondo o impero-mondo ?

di materialiresistenti (30/11/2005 - 21:19)

 

Al di là della globalizzazione e dello sviluppo:
società-mondo o impero-mondo?

di Edgar Morin

Questo saggio è l'introduzione a Quale altra mondializzazione?, secondo numero dell'edizione italiana della rivista del Mauss (Movimento AntiUtilitarista nelle Scienze Sociali), edito da Bollati Boringhieri, che presentiamo in altra parte del sito . Pubblichiamo integralmente l'intervento di Morin per gentile concessione dell'editore.

Una mondializzazione plurale

La globalizzazione che comincia nel 1990 è la tappa attuale di una era planetaria che inizia nel XVI secolo con la conquista delle Americhe e l'espansione delle potenze dell'Europa occidentale nel mondo. Questo processo è segnato dalla predazione, della schiavitù, dalla colonizzazione, ma l'era planetaria conosce anche un altro sviluppo.
In realtà la civiltà occidentale ha prodotto gli antidoti alla barbarie da lei stessa generata; questi, benché insufficienti e fragili, hanno minato dall'interno la schiavitù; le idee emancipatrici, riprese dagli asserviti, hanno portato alle decolonizzazioni sulla maggior parte del globo. Secondo un notevole paradosso storico, che si ripete per il diritto delle donne, il centro della maggiore e più durevole dominazione fu anche quello delle idee emancipatrici. Così si è dovuto lottare contro l'imperialismo occidentale per applicare i valori occidentali.
La globalizzazione degli anni novanta si inscrive nel doppio processo di dominazione/emancipazione e gli apporta nuove caratteristiche. L'implosione del totalitarismo sovietico e il fallimento delle economie burocratizzate di Stato favoriscono al tempo stesso una spinta democratica su tutti i continenti e una espansione del mercato che diventa veramente mondiale sotto l'egida del liberalismo economico; il capitalismo trova nuova energia in una favolosa espansione informatica, l'economia di mercato invade tutti i settori dell'umano, della vita, della natura; correlativamente, la mondializzazione delle reti di comunicazione istantanea (telefono portatile, fax, Internet) dinamizza il mercato mondiale e ne è dinamizzato. Dunque, la mondializzazione degli anni novanta opera una mondializzazione tecnoeconomica nel mentre che favorisce un'altra mondializzazione, certo incompiuta e vulnerabile, a carattere umanista e democratico, che risulta contrastata dalle sequele dei colonialismi, dall'handicap di gravi ineguaglianze nonché dallo scatenamento del profitto.

Società-mondo?

Questa globalizzazione tecnoeconomica può essere considerata come l'ultimo stadio della planetarizzazione. Essa può essere considerata nello stesso tempo come l'emergere di una infrastruttura di un nuovo tipo di società: una società-mondo. Una società dispone di un territorio che comporta un sistema di comunicazioni. Il pianeta è un territorio dotato di un tessuto di comunicazioni (aerei, telefoni, fax, Internet) senza pari in alcuna società del passato.
Una società comprende una economia; l'economia è ormai mondiale, ma le mancano i vincoli di una società organizzata (legge, diritto, controllo) e le istituzioni mondiali attuali - Fondo monetario internazionale e altre - sono incapaci di effettuare le regolazioni più elementari.
Una società è inseparabile da una civiltà. Esiste una civiltà mondiale, nata dalla civiltà occidentale, sviluppata dal gioco interattivo della scienza, della tecnica, dell'industria, del capitalismo e che comporta un certo numero di valori standard. Una società, pur comprendendo nel proprio seno più culture, suscita anche una cultura originale. Ora, esistono molteplici correnti transculturali che costituiscono una quasi cultura planetaria. Nel corso del xx secolo i media hanno prodotto, diffuso e mescolato un folklore mondiale a partire da temi originali usciti da culture diverse, ora riportati alle fonti, ora sincretizzati. Un folklore planetario si è costituito e si arricchisce mediante integrazioni e incontri. Ha diffuso per il mondo il jazz che ha sviluppato diversi stili a partire da New Orleans, il tango nato nel quartiere portuale di Buenos Aires, il mambo cubano, il valzer di Vienna, il rock americano che a sua volta produce varietà differenziate in tutto il mondo. Ha integrato il sitar indiano di Ravi Shankar, il flamenco andaluso, la melopea araba di Umm Kalsum, lo huayno delle Ande. Il rock apparso negli Stati Uniti si è acclimatato in tutte le lingue del mondo, assumendo ogni volta una identità nazionale.
Oggi a Pechino, Canton, Tokyo, Parigi, Mosca, si balla, si festeggia, si comunica con il rock e la gioventù di tutti i paesi si muove allo stesso ritmo sullo stesso pianeta. La diffusione mondiale del rock ha d'altra parte suscitato un po' dovunque nuove formazioni originali meticce, come il raï, e infine ha elaborato nel rock-fusion una sorta di brodo primordiale ritmico in cui vengono a fondersi tra loro le culture musicali del mondo intero.
È degno di nota che le formidabili macchine culturali del cinema, della canzone, del rock, della televisione, animate dal profitto e organizzate secondo una divisione quasi industriale del lavoro, soprattutto a Hollywood, abbiano prodotto non solo opere mediocri e conformiste, ma anche opere belle e forti; ci fu e c'è creatività in tutti questi campi; come ho spiegato in L 'esprit du temps,(l) non è possibile produrre in serie film o canzoni identiche, ciascuno deve avere la propria singolarità e la propria originalità, e la propria originalità, e la produzione fa necessariamente appello alla creazione. Spesso la produzione soffoca la creazione, ma accade che essa renda possibili dei capolavori; l'arte del cinema è fiorita dappertutto, in tutti i continenti, ed è diventata un'arte mondializzata pur preservando le originalità degli artisti e delle culture...
Che si tratti di arte, di musica, di letteratura, di pensiero, la mondializzazione culturale non è omogeneizzante. Si formano grandi ondate transculturali che favoriscono l'espressione delle originalità nazionali nel loro seno. Meticciati, ibridazioni, personalità cosmopolite o biculturali (Rushdie, Appadurai) arricchiscono incessantemente questa vita transculturale. Così, a volte per il peggio, ma spesso anche per il meglio, e questo senza perdersi, le culture del mondo intero si fecondano tra loro senza tuttavia sapere ancora che fanno dei figli planetari.
Aggiungiamo a tutto ciò i sentimenti comunitari transnazionali che si manifestano attraverso la mondializzazione della cultura adolescenziale e quella dell'azione femminista.
D'altra parte, come in ogni società, si è creato un underground, stavolta però planetario, con la sua criminalità: dagli anni novanta si sono sviluppate mafie intercontinentali, in particolare della droga e della prostituzione.
Infine, la mondializzazione della nazione, giunta a compimento alla fine del xx secolo, conferisce un tratto comune di civiltà e cultura al pianeta; ma nello stesso tempo lo suddivide ancora di più e la sovranità assoluta delle nazioni fa ostacolo, per l'appunto, all'emergere di una società-mondo. Emancipatrice od oppressiva, la nazione rende estremamente difficile la creazione di confederazioni che risponderebbero ai bisogni vitali dei continenti e ancor più la nascita di una confederazione planetaria.

 

[Per leggere tutto il saggio di Edgar Morin: http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=466 ]

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Liberarsi dal liberismo

di materialiresistenti (29/11/2005 - 23:20)

Riflessioni sul seminario su Foucault

di Franco Berardi (Bifo)

A un anno di distanza dalle elezioni americane occorre dirlo: McSilvan
aveva ragione. La sua ipotesi, che la vittoria di Bush aprisse un processo
di crisi precipitosa dell'egemonia americana era del tutto fondata. E'
quello che in effetti sta accadendo. Leggete l'Economist di questa
settimana. Insieme al certificato di morte per un paese che si chiamava
Italia (requiescat in pace) ci sono due editoriali che si intitolano: "Why
America must stay" e l'altro: "Not whether, but when to withdraw" che
dicono il contrario uno dell'altro, e questo non sarebbe grave, ma
sorpattutto manifestano il tilt, la paralisi decisionale in cui il gigante
imperiale si è venuto a trovare grazie alla resistenza iraqena (occorre pur
dirlo), ma soprattutto grazie al conflitto di interessi tra corporation
petrolifere-armifere e stato americano.

Noi fatichiamo sempre a vedere quel che si nasconde proprio dietro
l'angolo, ma forse dovremmo osare: dietro l'angolo ci sta il 1989
dell'occidente.
Dobbiamo allora cominciare a ragionare sull'utopia, sul programma utopico.
Un po', se volete, perché siamo pazzoidi, ma soprattutto perché solo i
pazzoidi possono prevedere l'imprevedibile.

La chiave di volta dell'intero castello mondiale, il dogma centrale che
regola il suo funzionamento è il neoliberismo, l'ideologia che ha reso
possibile l'emergenza del capitalismo globalizzato reticolare.
Per quanto abbia scatenato disastri sociali e ambientali, negli ultimi
decenni il capitalismo ha suscitato immense energie produttive, allargando
a dismisura il mercato del lavoro e la sua produttività. Da qui deriva la
sua forza, la sua apparente invincibilità.
Ma occorre capire meglio quali sono i processi generativi del dispositivo
neoliberista per poter capire se e come sia possibile una decostruzione del
castello di automatismi che esso ha portato con sé.  Per comprendere la
genealogia e l'evoluzione del neoliberismo non basta analizzare le linee di
formazione di un modello economico, occorre considerare la mutazione
tecnologica epistemica e antropologica che esso implica.


UN LIBRO DI FOUCAULT
Nel seminario tenuto al College de France nellanno 1978/79, (ora pubblicato
Seuil eGallimard col titolo Naissance de la biopolitique) Michel Foucault
ricostruisce il senso storico del liberismo moderno e del suo ripresentarsi
(proprio in quegli anni) in forma rinnovata.
Nel suo seminario, contemporaneo alla vittoria elettorale di Margareth
Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli USA, quindi anticipatore
di processi che erano solo accennati nella storia di quegli anni, Foucault
allarga il suo sguardo genealogico e biopolitico alla sfera delleconomia.

"Il tema è quello della biopoltica, scrive Foucault nella conclusione del
seminario "in questo modo ho inteso la maniera in cui si è cercato di
razionalizzare dal diciottesimo secolo in poi i problemi posti alla pratica
di governo dai fenomeni propri da un insieme di viventi costituiti in
popolazione: la sanità, l'igiene, la natalità la longevità, la razza.
Sappiamo quale posto sempre più importante questi problemi hanno occupato
dopo il diciannovesimo secolo e quali questioni politiche ed economiche
hanno costituito fino a oggi" (pag.323).

Con la parola biopolitica Foucault introduce l'idea che la storia del
potere sia storia di una modellazione del corpo vivente da parte di
istituti e di pratiche profondamente mutagene, cioè capaci di introdurre
dei comportamenti, delle attese, delle modificazioni stabili del vivente.
Biopolitica è dunque una modellazione morfogenetica del vivente da parte
dell'ambiente in cui il vivente si trova a interagire.

Il liberismo (o neo-liberismo, per intendere la variante particolarmente
aggressiva del liberalismo che viene proposta nel corso dagli anni Settanta
dalla Scuola di Chicago e ripresa poi dai governi britannico e americano, e
infine trasformato dopo l'89 in dogma centrale della politica mondiale) è
un programma politico di riduzione della presenza dello Stato
nell'economia, e di liberazione della dinamica economica da quei vincoli di
ordine politico, sociale, etico, giuridico, sindacale ambientale, che
avevano contenuto quella dinamica nei decenni precedenti, per effetto
dell'azione normativa dello Stato, per effetto delle politiche di spesa
pubblica stimolate dalla riforma keynesiana, e per effetto della azione
organizzata dei lavoratori.

Ma soprattutto il liberismo è un progetto di performazione economica del
corpo e della mente collettiva. Il liberismo ha da un lato puntato a
togliere di mezzo quelle norme legali o quelle regolazioni sociali che
avevano come effetto un'attenuazione della dinamica competitiva .
Dall'altro lato ha mirato a trasformare ogni ambito della vita sociale
(compresa la sanità, l'istruzione, la sessualità, l'affettività, la
cultura) in dominio economici nei quali vale unicamente la regola della
domanda e dell'offerta in condizioni di privatizzazione dei servizi.

In conclusione possiamo dire allora che il neoliberismo ha funzionato come
un processo di deregolazione della società, e di eliminazione dei vincoli
che proteggevano la società dalle dinamiche competitive dell'economia; di
conseguenza esso ha provocato un effetto di marcamento biopolitico profondo
del corpo-mente collettivo

"ciò vuol dire generalizzare la forma-impresa all'interno del corpo o del
tessuto sociale; ciò vuol dire riprendere questo tessuto sociale e fare in
modo che esso possa suddividersi, demoltiplicarsi secondo l'interesse
dell'impresa, non quello degli individui. Occorre che la vita
dell'individuo si iscriva nel quadro di una molteplicità di imprese diverse
inscatolate e incastrate, e occorre che la vita dell'individuo, nel suo
rapporto con la proprietà, la famiglia, il matrimonio, la sicurezza, il
rapporto alla pensione ecc diventi come una specie di impresa permanente e
multipla. Che funzione ha questa generalizzazione della forma impresa? Da
una parte, certamente, lo scopo di demoltiplicare il modello economico, il
modello offerta domanda, il modello investimento-costo-profitto, per farne
un modello dei rapporti sociali, un modello dell'esistenza stessa, una
forma di rapporto dell'individuo con se stesso, con il tempo, con
l'ambiente, l'avvenire, il gruppo, la famiglia.. Il ritorno all'impresa è
insieme una politica economica o una politica di economizzazione del campo
sociale nella sua interezza, cioè di spostamento verso l'economia del campo
sociale, ma è allo stesso tempo una politica che si presenta e si vuole
come una Vitalpolitik,  che ha la funzione di compensare ciò che vi è di
freddo, impassibile, calcolatore, razionale meccanico nel gioco della
concorrenza propriamente economica." (Foucault: op.cit. pag. 247-8)

Il predominio dell'impresa è al tempo stesso un processo politico di
de-regolazione e un processo epistemico di ri-segmentazione del tempo di
vita e delle attese culturali. In questo senso è una Vitalpolitik, una
politica della vita, una biopolitica.
Sul piano politico, la vittoria del neo-liberismo porta alla creazione di
quello che Foucault definisce "una sorta di tribunale economico permanente
che pretende di sottoporre l'azione del governo in termini di stretta
economia di mercato. (op cit. pag. 253).

Ogni scelta di governo, ogni iniziativa sociale, ogni forma di cultura, di
educazione, di innovazione, viene giudicata in base ad un unico criterio,
quello della competitività economica, della redditività, del profitto. Ogni
disciplina, ogni sapere, ogni sfumatura di sensibilità deve rispondere a
quel criterio, fino all'inaridimento di ogni campo dell'agire umano.

Il neoliberismo costituisce il tentativo di costruzione dell'homo
oeconomicus: un modello antropologico incapace di distinguere tra il
proprio bene e l'interesse economico.
All'origine della visione liberista vi è una riduzione del bene umano (del
bene estetico ed etico) all'interesse economico, e una riduzione dell'idea
di ricchezza al possesso. L'idea di ricchezza viene separata dalla
gratuità, viene separata dal godimento, e ridotta ad accumulo di valore.


IL RETICOLO DI AUTOMATISMI E IL DISPOSITIVO IDEOLOGICO
Si vien formando un tipo umano che non sa più ragionare in termini di
piacere, di godimento, di tempo, di libertà, di affettività, ma soltanto in
termini di massimo profitto. Questo rappresenta una mutilazione spaventosa
nella vita, nella cultura, nella socialità. Nell'arco di venticinque anni
abbiamo visto che quella modellazione ha prodotto un effetto di
impoverimento incalcolabile nella qualità della vita, della cultura, e
nella stessa possibilità di provare piacere, di godere, di respirare.
Ma purtroppo abbiamo visto anche come quella modellazione ha creato dei
veri e propri automatismi che si sono iscritti profondamente non solo nel
sistema economico, e nelle forme della governamentalità postmoderna, ma
soprattutto nel linguaggio, nella relazione, nello psichismo individuale e
a maggior ragione nello psichismo collettivo.

Foucault inizia il suo ragionamento sottolineando il fatto che nel XVIII
secolo la politica è l'assolutismo. Perciò il liberalismo avanza le ragioni
dell'economia, ma anche le ragioni della libertà politica, perché le une e
le altre sembrano essere una cosa sola.. Nella modernità poi il liberalismo
sconfigge l'assolutismo, ma nel XX secolo il socialismo impugna le ragioni
della politica e dello stato contro l'economia.  Ma l'economia vince
ancora, con il neoliberismo.

In questo gioco a due (politica versus economia) l'economia finisce sempre
per rompere le gabbie regolative della politica.   La società si trova
presa in questa alternativa, contenuta e repressa dalla politica, sussunta
e devastata dal predominio dell'economia. Si pone allora un problema di
autonomia della società.  Negli anni Sessanta nacque una pratica politica
che si definì autonomia operaia. Quell'esperienza di pensiero e di pratica
non va confusa con la storia del movimento socialista in quanto ne rifiuta
il regolazionismo statalista. Il movimento di autonomia rivendica libertà
dalla regolazione politica e dalla regolazione economica. Negli anni
settanta l'autonomia incontrò due nemici: il primo era il regolazionismo
politico (stato partiti, sindacati istituzioni, regolazioni e conformismo
culturale) e l'altro era la competizione economica del liberismo, che da
quel decennio inizia a smantellare le istituzioni e le strutture prodotte
da un trentennio di keynesismo e di socialdemocrazia.

All'emergere di un'autonomia sociale diffusa, le forme istituzionalizzate
della politica reagirono con rigidità, e finirono per spezzarsi. Iniziò
così la crisi del socialismo reale, della sua pretesa di contenimaneto
dell'innovazione tecno-sociale.  A metà degli anni settanta un segno di
questa crisi fu l'esplosione del movimento autonomo creativo che raggiunse
una particolare intensità nella città di Bologna, avamposto occidentale del
socialismo reale. La stessa crisi dilagò poi in Polonia, e in tutto l'est
europeo.  Lo stato, la politica, le istituzioni rappresentative non
riuscirono a integrare la dinamica innovativa che proveniva dalla
società.  L'economia reagì invece con assoluta flessibilità, assumendo il
punto di vista della flessibilità, della precarietà, dell'innovazione
distruttrice. Questo movimento dell'economia liberista accolse e assorbì la
richiesta di s-regolamento e trasgressione che proveniva dalla
società.  Ciò produsse una vera e propria alleanza di capitale de-regolato
e ceto del lavoro innovativo. Innovazione divenne la parola d'ordine della
deregulation capitalista, e la nuova composizione del lavoro precario e
cognitivo per tutto il decennio Novanta crebbe in simbiosi con l'economia
reticolare. Da quel momento la sinistra novecentesca perse (per sempre) la
sua capacità di comprensione e di proposta.



POLITICA ECONOMICA SOCIETA'
Nel gioco a tre che vede politica (assolutista o regolativa) economia
(liberista e deregolante) e società (autonoma e poi sussunta, subordinata e
sfruttata fino alla devastazione) si è svolto un processo che si può così
sintetizzare:: la società usò la politica sovversiva per rompere i limiti
della politica regolativa, ma accolse la normazione di tipo tecnologico ed
economico che il neoliberismo aveva preparato: che era una normazione non
regolativa, ma puramente linguistica (biopolitica).

L'economia aveva sconfitto la politica, e si preparava a divorare la
società. La società è stata risemiotizzata attraverso l'introduzione di
dispositivi di competizione in ogni nicchia della relazione.

L'autoregolazione è resa possibile da automatismi connettivi: nella Rete si
collegano automatismi tecnici, linguistici, finanziari, relazionali,
psichici, comportamentali, e di conseguenza il movimento della moltitudine
si trasforma in movimento privo di consapevolezza e di alternativa: swarm,
sciame.

Se si trattasse di un gioco finito non ci sarebbe più via d'uscita. Se il
processo sociale avesse carattere deterministico il futuro sarebbe
prevedibile: attraverso congegni di scambio linguistico, affettivo,
desiderante che sono dominati dalla variabile economica, il capitalismo ha
costruito un dominio totalizzante.e risemiotizzato la società in maniera
irreversibile.

Ma non si tratta di un gioco finito.

L'equilibrio dinamico, conflittuale del capitalismo neoliberista si fonda
sul gioco di tre fattori: economia politica e società. Ma l'ambiente fisico
del pianeta e l'ambiente psichico collettivo non sono considerati nel
quadro descrittivo del neoliberismo. E questi due fattori esterni al
sistema di automatismi economici a un certo punto entrano in vibrazione.
L'ambiente fisico planetario tende a divenire inabitabile da parte degli
organismi umani, l'aria irrespirabile, l'acqua imbevibile, il clima
imprevedibile la città impercorribile. La psicosfera tende a divenire
sempre più perturbata dall'accelerazione dei ritmi produttivi, dalla
competizione sempre più violenta, dall'inaridimento del campo affettivo,
dalla violenza psicologica.

Da questi due campi ignorati dal neoliberismo provengono le catastrofi che
mettono in questione il predominio della sfera economica.

All'inizio del nuovo millennio la natura del capitalismo liberista è mutata
profondamente, trasformandosi in un sistema di produzione del terrore e
della guerra. Una dittatura psichica e militare segue alla privatizzazione
generalizzata e alla precarizzazione dellesistenza.

Il diffondersi della rete ha creato le condizioni per un enorme
potenziamento del lavoro sociale, dell'intelligenza collettiva. La
composizione del lavoro postindustriale ha assunto le caratteristiche di un
corpo intelligente capace di autonomia dal capitale. Cresciuta in simbiosi
con il capitale finanziario ricombinante, la classe creativa che negli anni
Novanta è divenuta forza produttiva globale, cominciava a maturare le
competenze, la coscienza e la forza organizzata per divenire classe
generale autonoma, e cominciava a impersonare l'autonomia della società dal
capitale. Il capitalismo ha abbandonato a quel punto il modello
dell'alleanza reticolare, dell'innovazione e della globalizzazione, per
mutarsi in forza di devastazione pura. Dal capitalismo dinamico
conflittualmente innovativo siamo passati al capitalismo catastrofico. Dal
predominio economico del ciclo dell'immateriale siamo passati al predominio
del ciclo petrolifero e del ciclo militare.

La dinamica conflittuale socialmente innovativa è stata sostituita dalla
guerra.

La rottamazione del general intellect è cominciata, e la accompagna un
ingigantirsi dell'ignoranza, dell'afasia, della violenza. Il terrore si
diffonde nei circuiti della mente collettiva, paralizzando il desiderio.
Possiamo lasciarci prendere dal determinismo delle passioni tristi. Ma
proprio a questo punto la trama si lacera di nuovo. Il partito della guerra
entra in una crisi logica ancor più che politica. Il gigante impazzisce.
L'impero entra in guerra con se stessso.
E' il momento di ragionare sulla dissoluzione del dispositivo ideologico
del neoliberismo, e soprattutto sulla decostruzione del reticolo di
automatismi del capitalismo globale.

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Renzo Piano sulle banlieues

di materialiresistenti (26/11/2005 - 18:17)

 

Renzo Piano e la banlieue "Sono ghetti da rimodellare"

Data di pubblicazione: 22.11.2005

Autore:

Gli architetti continuano a dire la loro sulle periferie. Non sempre azzeccandoci. L’intervista è da la Repubblica del 22 novembre 2005, la postilla è di eddyburg



Nei giorni in cui la banlieue della sua Parigi bruciava, Renzo Piano lavorava alla nuova sede della Columbia University a Harlem, il simbolo dei ghetti che sta diventando uno dei motori del rilancio di New York. L’immagine basta a illustrare l’abisso di attenzione che separa gli Stati Uniti e la vecchia Europa sul problema delle periferie. Passata la rivolta, il rischio è di dimenticare, in attesa del prossimo incendio. Il ruolo di ambasciatore Unesco per le città e le decine di progetti sparsi in quattro continenti, hanno portato Piano a conoscere come forse nessun altro le periferie del mondo. O come dice lui, «un mondo di città spesso ridotte a una sconfinata periferia».

Cominciamo naturalmente dalla banlieue francese, una rivolta annunciata. Si è citato molto un bel film, L’Odio, ma si potrebbe parlare anche di decine di tesi di laurea. Lei stesso, l’anno scorso, aveva lanciato l’allarme.
«È spiacevole fare ora il grillo parlante ma non occorreva essere profeti. Il problema delle banlieues è che sono ghetti di cui quasi nessuno in Francia si vergogna. Non la destra ma nemmeno la sinistra. È raro trovare un paese dove l’intera classe dirigente rimane così indifferente ai problemi dell’integrazione. È un dramma che la Francia vive dai tempi della guerra d’Algeria. Ogni tanto esplode, se ne discute un po’ e si torna a rimuoverlo. La rivolta è già stata archiviata da Sarkozy come "opera della solita feccia". Ora non dico che non ci siano i teppisti. Ma la feccia esiste anche nella Parigi borghese o nella Milano bene. Se diventa la guida di una rivolta, è evidente che il problema non si risolve soltanto con una brillante operazione di polizia».

La banlieue parigina non è più povera di altre periferie europee, per non dire delle bidonville di mezzo pianeta. E allora perché tanta disperazione?
«Non è una questione di estrema povertà ma di esclusione, di negazione dell’identità che produce odio. Tutte le città sono egoiste, tendono a trattenere nel centro le attività d’interesse e a relegare le periferie nel ruolo di dormitori. Ma le città francesi sono particolarmente ingenerose nei confronti delle periferie, ridotte a deserti affettivi dove non c’è nulla da fare, nulla in cui sperare. Sarebbe facile dire che si tratta di un fallimento della politica della destra, ma ripeto che neppure ai tempi di Jospin s’era fatto molto. Magari le rivolte servissero a far nascere una sinistra nuova»

Romano Prodi ha detto che una rivolta potrebbe scatenarsi anche nelle periferie italiane. È d’accordo?
«No. Con tutta la stima che ho per Prodi, stavolta sbaglia. Anche se l’approssimazione della politica rischia di innescare la miccia. Bisognerebbe cercare di non ripetere gli errori dei francesi. Ma almeno i nostri politici si pongono il problema, sia pure in maniera maldestra».

Più che altro si fanno grandi annunci, splendidi convegni, pose di prime pietre. Sono vent’anni che si sente parlare del recupero dell’hinterland milanese o delle barriere torinesi ma il paesaggio delle periferie del Nord rimane un dopoguerra industriale, con gli stabilimenti ormai ruderi. E fra le rovine s’avanza una nuova umanità di mutanti, dimenticati da tutti.
«Il problema in Italia è che la politica fa molto spettacolo. Quando Umberto Veronesi era ministro avevamo studiato insieme un progetto per portare nelle periferie gli ospedali. Un lavoro magnifico, avevamo raccolto un consenso entusiastico e bipartisan, poi al cambio di ministero si sono dileguati. Con i sindaci va un po’ meglio. Per esempio i progetti di Ponte Lambro a Milano e soprattutto del recupero del waterfront di Genova - una specie di risarcimento storico del Ponente industriale - vanno avanti, magari lentamente. Soltanto che la politica italiana è scandita dai tempi elettorali e queste non sono faccende da taglio dei nastri alla vigilia del voto. Dove si lavora meglio è nei piccoli centri. A Sesto San Giovanni per esempio, l’ex Stalingrado d’Italia, ho trovato finalmente la libertà di progettare un nuovo modello di trasformazione, con grandi centri di ricerca, parchi, vivaio d’imprese ad alta tecnologia. Soprattutto la libertà di cominciare il lavoro rifiutando la soluzione convenzionale per il recupero delle aree industriali: il centro commerciale. Per carità, basta con gli shopping center»

Le periferie che in Europa sono un problema in America diventano un’occasione. La metamorfosi di Harlem è affascinante, da ghetto a nuova frontiera di Manhattan, con i politici che fanno la fila per aprire i loro uffici, a partire da Bill Clinton, la Columbia University che progetta una grande sede. Che cosa è successo?
«È vero, Harlem è in qualche modo la risposta alle banlieue. È successo che la politica ha imboccato decisamente la strada opposta, quella dell’apertura, dell’investimento nel futuro. Forse perché gli americani hanno avuto le rivolte prima di noi, hanno imparato la lezione. Oppure perché la cultura delle periferie ha avuto successo, pensiamo al rap, alla street dance di West Harlem. Conta anche il coraggio della classe dirigente. A chiamarmi per la nuova sede di Harlem è stato il presidente della Columbia, Lee Bollinger. È stata sua l’idea di portare l’università dove scorre la vita, nel cuore della realtà, piuttosto che in un bel campus con parchi e piscine. Ed è un’emozione straordinaria costruire una biblioteca nella piazza che negli anni Sessanta fu il quartier generale dei Black Panthers. Ma anche il sindaco di Atlanta, Sherley Franklyn, una donna di colore che conosce bene i ghetti, sta puntando tutte le risorse nella creazione di un campus culturale. Lo stesso accade a Los Angeles, che è una specie di metafora della periferia universale, una città gigantesca e senza centro. Qui per la prima volta togliamo un immenso parcheggio sul Wilshire Boulevard per fare una piazza e un parco intorno al museo»

E in Europa invece non si muove nulla. Ma c’è anche una responsabilità degli architetti?
«Il dibattito in architettura di questi ultimi anni è deprimente. Troppo ruota intorno all’equazione fra architettura e scultura. Una colossale perdita di tempo oltre che un’idiozia pericolosa. Sarebbe bene troncare questi tormenti da artistoidi e tornare a occuparsi di faccende serie come appunto le periferie. Il mestiere di architetto serve in definitiva a far vivere meglio la gente, non a mettere il proprio segno sul paesaggio. Un architetto deve parlare con la gente, esplorare la città, capire i cambiamenti, altrimenti a che diavolo dà forma?»

Lei parla di periferie del mondo, di periferia universale contrapposta all’idea stessa di città.
«Non è un’astrazione ma un richiamo ai valori che formano la città e dunque la nostra civiltà. Lo stesso termine periferia ormai è ambiguo, più aggettivo che sostantivo. Che cos’è, dov’è la periferia? È il luogo dove i valori della città muoiono. Può esserci periferia anche nel cuore di una metropoli. Nella mia esperienza, il plateau Beaubourg prima del centro Pompidou, oppure Postdamerplatz a Berlino o ancora la zona dell’Auditorium a Roma, pur non essendo ai margini, erano pezzi di periferia imprigionati nel tessuto urbano. Luoghi dove erano spariti i valori della città, l’incontro, il lavoro, lo scambio fisico. Quei valori della città che per estensione diventano urbanità, civitas. E quando mancano producono odio. A Beabourg, Postdamer, l’Auditorium c’è un tratto comune che si potrebbe definire di allegria urbana. Sono luoghi allegri, vitali, al di là delle diverse e legittime opinioni estetiche dei critici».

Esiste un sistema per ridare vita a luoghi spenti?
«La questione è considerare una piazza, una strada, un parco dal punto di vista di chi ci deve andare. Non da quello del committente o del critico o dell’architetto che progetta. Le città sono lo specchio della nostra società e dunque oggi stanno perdendo i luoghi d’appartenenza, di partecipazione. Diventano città virtuali, dove ci si limita a guardare e a essere guardati. Allora le differenze diventano una minaccia. La banlieue è il punto in cui questo processo di negazione dell’identità collettiva è massimo e disperato. Perché stupirsi se in questo deserto di confine avanzano i barbari?»

Postilla

Renzo Piano è certamente un bravo architetto e un uomo intelligente. Dovendo intervistare un architetto, la scelta del giornale è ragionevole. Ma possibile che sulle periferie ci si appelli esclusivamente a questi professionisti e non, per esempio, a sociologi o, addirittura, ad urbanisti? Poi è inevitabile che il problema delle periferie venga presentato come necessità di buone architetture (magari entrando in contraddizione con la critica al formalismo dell’architettura di oggi). O che si arrivi ad auspicare come modello una Harlem che ha assunto certamente maggiore vivibilità, ma solo perchè si è lasciata mano libera al mercato, il quale ha esportato un po’ più in là i ghetti. Il problema delle periferie, italiane o francesi che siano, è quello della capacità di governare il territorio con una pianificazione efficace e dotata di risorse, non di costruire qua e là qualche oggetto più o meno bello.

http://eddyburg.it/article/articleview/5509/0/39/

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Nous les banlieusards

di materialiresistenti (26/11/2005 - 09:06)

 


Nous les banlieusards…


Ainsi les « sauvageons » seraient  devenus des voyous, des criminels qui
brûlent leur propres écoles, leurs  voitures, leurs centres  commerciaux  et
culturels. En plus d’être des hors la loi , ce seraient tout simplement des  
imbéciles.  
S’il y a débilité c’est du coté des discours que  l’on entend depuis une
semaine sur « l’intégration » ratée par tous le  gouvernements, le sarkonazisme
et l’ineffable fracture sociale mise en abyme.  
Intégration ? Qui doit intégrer qui et  quoi ?  
60% de la population française est suburbaine.  Paris c’est deux millions
intra-muros , dix millions de banlieusards.  Doivent-ils s’intégrer au  
ghetto-bobo-socialo-démocrate du marais  et manifester ainsi leur tolérance  à l’homosexualité –s’il faut absolument stigmatiser des minorités ! Eux au  moins , les suburbains, peuvent se targuer d’être la majorité, ce qui  paraît-il en
démocratie est la loi d’airain.  Les urbains et les ruraux réunis , c’est  en gros l’équivalent de  la force de  frappe de la gauche de la gauche , soit 15 % , soit la moitié de l’extrême droite et de la droite extrême réunies. Ce qui permet avec l’apport de l’extrême  gauche de créer un majorité contre le TCE par exemple, mais rien d’autre.. Ceci  pour fixer les rapports de force et indiquer de quel coté la tartine est beurrée  dans le discours sécuritaire dominant et comment il ne faut pas croire que du  haut du Larzac, avec une besace de postier et un buffet aveyronnais  on représente la France , même allié au  plus mondain des ex-premiers ministres de « gauche ». Tout politique, tout militant qui ne se contente  pas de jouer la «  belle âme » à la virginité toujours  outrée,  doit à la fois s’intéresser  aux faits , à leur interprétation et à l’usage scandaleux qui en est fait dans  les média, redevenus « voix de son maître » en urgence .
Donc connaître d’abord, pour comprendre ensuite et  agir enfin sur autre
chose que sa bonne conscience.  
Le suburbain c’est  l’essentiel et non la marge d’une société  dont des
minorités refuseraient de s’intégrer au modèle parisien. Car c’est bien  de cela
qu’il s’agit . Paris c’est la France pyramidale et jacobine d’où toutes  les
nationales partent , comme les idées ou le manque d’idée, et les décrets,  
décentralisation et déconcentration administratives comprises .En clair une  
synthèse d’ignorance et d’incompétence éclairée de son inefficace suffisance  
enarchique ou pas.
Quid des banlieues, quartiers  , zones  sensibles et autre noms d’oiseaux
pour lettré décalé ?  
A défaut d’ethnologie suburbaine sérieuse (faute  d’intérêt et de crédit) on
ne peut se risquer qu’à ce que l’on connaît bien,  parce qu’on y vit, sans
en faire un paradigme ni un discours mondain et encore  moins un fil d’Ariane
politico-médiatique pour 2007.  
Il n’y a pas la banlieue, il y a les banlieues  avec leur histoires propres
et le phénomène suburbain général qui a ses  spécificités locales et historiques.
En gros trois banlieues dans leurs sédimentations  temporelles qui cohabitent dans  l’attention ou la tension selon le rapport entre pressions internes et
pressions  externes.
Il y a une première banlieue traditionnelle (BT)  pavillonnaire qui, selon
que l’on Choisy le roi ou Bourg la reine,  est le dernier refuge aristocratique d
’un  temps qui n’est plus. Au XVII et XVIIIème c’était le « désert » où on  
allait chasser.  Dans la deuxième  moitié du XIXème et la première du XXème,
les pavillons de chasse sont remplacés  par la ceinture industrielle ouvrière
rouge teintée du seul vert de ses jardins  ouvriers quand le patronat paternalise Ce sont ces petits pavillons tant  recherchés aujourd’hui du bobo
externalisé de ses murs quand il veut jouer au  campagnard ou planter en pleine terre ses plants à cinq feuilles. Très tendance  le barbecue aux fines herbes. Voilà pour la première banlieue historique et  fossile.
La deuxième banlieue est liée à la fois à la  décolonisation, aux trente glorieuses et à l’importation massive de main-d’œuvre  non qualifiée
(pompeusement appelé « ouvrier spécialisé » parce que  justement spécialisé en rien donc pouvant servir à tout).  
Allié à la pression démographique du babyboom, il  faut construire à la hâte
du logement social , éradiquer le bidonville de  Nanterre pour que les
babyboomers puisssent aller à l’université et exiger de  pouvoir visiter les filles
après dix-huit heures, ce qui fut l’origine du 22  mars et de Mai 68 . Ces
cités cages à lapins étaient à l’époque un immense  progrès par rapport aux
bidonvilles mais aussi par rapport à l’habitat urbain  « prolo » traditionnel avec
chiottes sur le palier et douche  hebdomadaire dans le meilleur des cas. Très
vite on a parlé de cité-dortoir et  de metro-boulo-dodo. On a construit un collège unique par jour et inventé  « l’égalité des chances » comme attrape-couillons de la fracture  sociale sciemment élaborée.  
C’est cette deuxième banlieue qui n’est plus  viable ni vivable, celle de la
relégation (BR) spatiale, ethnique, économique et  sociale  dont la deuxième
génération  se révolte et à juste titre .
Car pour commencer à comprendre dynamiquement ce  qui se passe, il faut
ajouter la troisième et dernière banlieue qui s’entremêle  avec plus ou moins de
bonheur avec les deux précédentes et constitue sans doute  la goutte d’eau qui a fait débordé le vase. C’est la banlieue « classes  moyennes » (BM) qui depuis dix ans interpénètre les deux précédentes pour  des raisons diverses que nous ne détaillerons pas ici.  
Première raison économique : prix de  l’immobilier urbain locatif ou en
propriété qui chasse le 75 vers le 94 et le 94  vers le 77 puis dans les villes
satellites des grandes métropoles (Dreux ,  Evreux etc).
Deuxième raison : le désir d’habitat  individuel, avec pelouse à tondre le
dimanche, le 4x4 de rigueur puisqu’on est  quasiment à la campagne et que l’on
peut avoir besoin de monter sur les  trottoirs des Halles ou de St Germain
pour exhiber son statut social.  
Troisième raison : le loft à Montreuil ou  ailleurs. C’est quand même plus «
fun » que les sous-toits de Paris ou  la maison Phenix de ploucville les oies,
dont l’espérance de vie ne dépasse pas  la durée de l’emprunt qu’il a fallu
contracter pour l’acquérir .  
Ceux-là ont relativement de la thune et sont en  général satisfaits d’
eux-mêmes et s’accommodent aussi bien des municipalités  communistes que des UMP et autres divers droites à condition que les  infrastructures suivent ( crèches, piscines, centres aérés et éventuellement  culturels pour encadrer et occuper la progéniture). Une bagnole par tête de pipe  donc pas de grande préoccupation quant aux transports en commun.  
En revanche quelques soucis au niveau de la mixité  sociale, non pas qu’elle
soit absente bien au contraire. Pour les BM elle est  trop présente au niveau
scolaire car les BR sont à l’évidence trop Zeppant  et peu stimulant
culturellement pour  leurs enfants héritiers bourdieusiens.  
On ne mélange pas une deuxième génération issue de  l’immigration et une
deuxième génération de petits-bourgeois arrivés nulle part  mais arrivés quand
même. Le privé est donc florissant pour éviter les sauvageons  bronzés qui s’
emmerdent dans l’école républicaine qui n’est pas faite pour eux .  
Donc les BR ne brûlent pas les bagnoles  qu’ils n’ont pas. Ils brûlent celles des BT et des BM . Ils ne brûlent pas leurs  écoles mais ils brûlent les écoles qu’on leur impose pendant quinze ans au nom  de l’inégalité des chances puisque qu’avec le même Bac + 2 , s’ils sont femme  et/ou  deuxième génération immigrée, ils ont deux fois moins de chances de trouver un boulot que les enfants  d’héritiers BT ou BM .  
Des trois piliers de la « sagesse » tels  qu’on nous en rabat les oreilles et
les yeux dans les média , la famille,  l’école et  le travail aucun ne peut  
fonctionner.  
Comment une famille immigrée, importée comme force  de travail, dans les
années 60 peut-elle ne serait-ce que suivre ses enfants  dans leurs aventures avec les NTIC, alors que la langue française est mal  maîtrisée. Comment ne pas tenter en vain le retour culturel et religieux pour  éviter la pollution consumériste, du sexe de la violence et de la drogue  médiatiques. Tenir les enfants, oui mais selon quelles valeurs et avec quel  avenir impossible ?  
Y-a-t-il plus de trafic de drogue dans  les « quartiers » de relégation que
dans le ghetto du marais ?  Pas la même drogue sans doute, pas le même prix non plus !
Comment l’école républicaine qui a décidé de  démocratiser en servant la même
soupe à tout le monde peut-elle ne pas entraîner  la rage et le désespoir vis
à vis de cette vieillesse ennemie qui non contente  de perdurer dans sa
gérontocratie souhaite se reproduire à l’identique et  exclure la différence ?  
Comment ne pas avoir envie de brûler ces  lieux de ségrégation active sous
couvert de sélection au mérite et d’égalité des  chances ?  
Quant au troisième pilier, le boulot, est-il même  besoin d’un commentaire
quelconque ?  
Néanmoins, c’est vrai, force doit rester à  la loi.  
Pour que la loi de la jungle puisse reprendre son  train-train ?  
Tout ce fric parti en fumée c’est déplorable. Mais  s’il avait été dépensé
avant au lieu d’avoir à être dépensé deux fois , une pour  réparer, l’autre
pour prévenir, cela ne serait-il pas mieux ?  
Si au lieu de servir la même soupe gauloise (à  prétention universelle !) on
imposait en plus de ses quinze heures de cours  cinq heures de tutorat à
chaque professeur qui suivrait entre cinq et dix élèves  (autres que les siens)
pendant une ou plusieurs années . Ne serait-ce pas mieux  que l’élitisme
républicain et les dix malheureux zeppards qui ont l’honneur  d’accéder à Sciences Po. Il est évident que les Zep, magnifique idée en 81, sont  devenus des lieux de relégation scolaire pour les BR et des lieux que BM et BT  fuient. Mascarade démocratique de la mixité scolaire et de l’égalité des chances entretenue par le syndicat le plus représentatif et le plus corporatiste de l’éducation nationale.  
Certes tout cela aurait pu être évité, si  ces bougres de BR avaient accepté d
’attendre la génération suivante. Car à la  troisième génération tout rentre
dans l’ordre. L’immigration polonaise d’entre  les deux guerres pose-t-elle d’
autres problèmes que la silicose qu’elle a  contractée dans nos mines ?  
Encore aurait-il fallu que l’on ne  supprimât pas les quelques miettes
compassionnelles et  budgétaires qui  était attribuées  à cette seconde génération  (aide aux associations, éducateurs,  travailleurs sociaux, etc.). Les « sauvageons » n’ont pas l’intention  d’attendre et ils ont raison . Aucun couvre-feu , aucun déploiement policier n’y  fera quoi que ce soit . Quant à la bouillie vertueuse que nous servent les  média, elle ne peut qu’ajouter à l’
incompréhension.  
Pour l’instant ne brûlent que des biens  matériels. Mais si on persiste à
vouloir étouffer ou réprimer le désir de  citoyenneté à part entière, avec
reconnaissance d’un droit à la différence, on  risque tout simplement de provoquer la rencontre entre cette jeunesse révoltée  et ceux qui dans leurs attentats n’ont pas plus de respect pour la vie d’autrui  qu’on en a pour la leur, en Irak, en Palestine ou ailleurs .  
Une fois de plus il n’est peut-être pas  totalement  faux de dire que la  
France a la droite la plus bête du monde . Ce qui malheureusement, même par  
différence, ne rend pas la gauche dite républicaine et fort peu démocrate, plus
intelligente. La presse étrangère ne s’y est pas trompée et n’est pas mécontente  de donner une leçon à cette fameuse « exception culturelle » incapable de se comprendre elle-même.  


Jean-Loup Azéma  
(40 ans de vie en banlieue dont 20 d’enseignement  en zone « sensible » )  

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LA RAGAZZA DEL SECOLO SCORSO

di materialiresistenti (25/11/2005 - 19:38)

 

Rossana Rossanda
La ragazza del secolo scorso




Il racconto di una vita: la politica come educazione sentimentale.



Supercoralli

pp. 388 € 18,00

 

 

 

 

 

 



«Questo non è un libro di storia. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? perché dici di esserlo? che intendi? senza un partito, senza cariche, accanto a un giornale che non è più tuo? è una illusione cui ti aggrappi, per ostinazione, per ossificazione? Ogni tanto qualcuno mi ferma con gentilezza: "Lei è stata un mito!" Ma chi vuol essere un mito? Non io. I miti sono una proiezione altrui, io non c'entro. Mi imbarazza. Non sono onorevolmente inchiodata in una lapide, fuori del mondo e del tempo. Resto alle prese con tutti e due. Ma la domanda mi interpella.

La vicenda del comunismo e dei comunisti del Novecento è finita così malamente che è impossibile non porsela. Che è stato essere un comunista in Italia dal 1943? Comunista come membro di un partito, non solo come un momento di coscienza interiore con il quale si può sempre cavarsela: "In questo o in quello non c'entro". Comincio dall'interrogare me. Senza consultare né libri né documenti ma non senza dubbi.

Dopo oltre mezzo secolo attraversato correndo, inciampando, ricominciando a correre con qualche livido in più, la memoria è reumatica. Non l'ho coltivata, ne conosco l'indulgenza e le trappole. Anche quelle di darle una forma. Ma memoria e forma sono anch'esse un fatto tra i fatti. Né meno né più».

Rossana Rossanda

Rossana Rossanda, nata a Pola nel 1924, allieva di Antonio Banfi, antifascista, ha partecipato alla Resistenza. Dirigente del Pci - ne è stata radiata nel 1969 in quanto esponente della sinistra critica del partito - e fondatrice della rivista, poi quotidiano, «il manifesto». Tra i suoi libri ricordiamo L'anno degli studenti (De Donato, 1968); Le altre. Conversazioni sulle parole della politica (Feltrinelli, 1979); Un viaggio inutile (Bompiani 1981); con Pietro Ingrao e altri, Appuntamenti di fine secolo (manifestolibri, Roma 1995); con Filippo Gentiloni, La vita breve (Pratiche, 1996); Note a margine (Bollati Boringhieri, 1996).





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