LA CARTA DEI DIRITTI E IL MODELLO SOCIALE EUROPEO
di Giuseppe Bronzini (magistrato del lavoro)
tratto dal volume “UNA COSTITUZIONE PER L’EUROPA? POTENZIALITA’ E LIMITI DEL NUOVO ORDINAMENTO DELL’UNIONE” a cura di Federico Petrangeli, Ediesse, 2004.
1. Introduzione
2. La prima parte del Trattato costituzionale
3. L’incorporazione della Carta di Nizza
4. Le politiche sociali
5. Conclusioni
1. Introduzione
Secondo un’opinione molto diffusa (Habermas 2003, Shaw 2003, Allegretti 2003) ed egemone nel giuslavorismo più avanzato (Giubboni 2003, Sciarra,S 2003, Bergussson e altri 2002, Supiot 1999) la posta sostanziale in gioco nel processo di costituzionalizzazione dell’Unione risiede nella creazione di un welfare state di stampo continentale che recepisca la ratio egualitaria e solidaristica dei sistemi europei di protezione sociale del secondo dopoguerra, anche se aggiornandone forme istituzionali e cataloghi dei diritti. Pur se nel cosiddetto “modello sociale europeo” è legittimo ricomprendere ( Zagrebelsky 2003) più aspetti del modus vivendi europeo (dalla proibizione della pena di morte, allo stile multilaterale nei rapporti internazionali, allo spazio ridotto rispetto al resto del mondo che sin qui hanno occupato le istituzioni penitenziarie) è innegabile che la garanzia- per quanto imperfetta e sottoposta nel presente a pressioni limitative provenienti dalle dinamiche di mercato- dei diritti sociali, dalla salute e dall’istruzione pubblica sino ai diritti del lavoro, continua a denotare la realtà dell’Unione, marcandone una radicale differenza rispetto a quanto accade altrove ( Friese e Wagner 2002, Negri 2002).
Si tratta di una prospettiva che tende, anche se spesso implicitamente, alla federalizzazione dell’Europa e che procede parallelamente alla vie più chiaramente volte a trascendere le sovranità nazionali in un insieme costituzionale più ampio lungo le direttrici della cittadinanza e della democratizzazione delle istituzioni comunitarie. Nel ‘900 si è ormai consolidato, per lo meno nel vecchio continente, quel modello di regolazione nel quale si ha uno scambio tra fedeltà politica ed erogazione delle prestazioni minime del welfare state e- almeno sin dal fortunato lavoro di Thomas H. Marshall ( Marshall 1976 )- non si dubita più della dimensione sociale della cittadinanza. Gli Stati sono non solo signori dei trattati, ma anche signori della “ solidarietà” ( Giubboni 2004). Se questo terreno venisse dislocato a livello europeo, gli effetti eversivi delle singole sovranità statali sarebbe formidabile, se non altro perché darebbe un sicuro ed ulteriore riscontro al legame che già stringe coloro che vivono nei paesi dell’Unione. La scuola berlinese del “ multilevel constitutionalism” che vede – forse con qualche forzatura- già in atto e a prescindere dalla ratifica del testo licenziato dalla Conferenza intergovernativa - un intreccio tra gli ordinamenti costituzionali interni e quello sovranazionale, efficacemente descritto con il termine di “ costituzione integrata” (Pernice e Mayer 2003, Pernice 2002), annovera proprio l’espansione del capitolo sociale dell’Unione, prima con il Trattato di Amsterdam e poi con quello di Nizza, tra i principali elementi che portano a ridimensionare i tratti ancora intergovernativi che affliggono il sistema comunitario.
Tuttavia, malgrado la centralità della questione, il processo (e purtroppo anche il connesso dibattito nell’opinione pubblica del vecchio continente) di costituzionalizzazione dell’Unione apertosi con la dichiarazione Laeken e il varo della seconda Convenzione ha solo marginalmente trattato la questione dell’istituzione di un welfare europeo. Come si ricorda anche nel saggio di Federico Petrangeli in questo stesso volume, la “trasformazione” istituzionale è stata impostata più che altro lungo il binario della riforma delle sue istituzioni e della razionalizzazione e fusione dei Trattati precedenti. Ha certamente pesato su questa scelta il conservatorismo di alcuni paesi come
[per leggere tutto il contributo di Bronzini: http://it.geocities.com/giorgio_nova/bronzini.doc]
Idola e revisione costituzionale

di mcs
La revisione in atto della costituzione del '48 impone delle riflessioni.
Sui processi storici che l'hanno generata e sugli idola
che gli gravitano attorno come satelliti.
IDOLA E REVISIONE COSTITUZIONALE
-----------------------------
L'approvazione in prima lettura al senato
delle leggi di revisione
della seconda parte della costituzione, quella
concernente la forma stato, impone una riflessione.
Lo si farà attraverso l'individazione di qualche idola,
ovvero i feticci polemici che impediscono una lettura
fenomenica del problema, nella speranza che
le contraddizioni della maggioranza di governo portino
al naufragio queste leggi di revisione nella seconda
lettura alla camera e al senato.
Primo idola: la revisione costituzionale è un'altra
delle leggi ad personam del premier stavolta allargata
alle esigenze spartitorie dell'intera maggioranza.
Qui c'è molto di cronaca e poco di politica: le leggi di revisione costituzionale
ripercorrono la crisi dei poteri costituenti della prima repubblica.
I partiti che hanno firmato e plasmato la carta del '48 non
esistono più, la repubblica fondata sul lavoro ha perso la nazionalizzazione
del lavoro (sindacati) come elemento strategico della costituzione materiale,
quella
del capitale (confindustria) e quella della moneta (bankitalia). Tutte queste
istituzioni esistono ancora ma, sul piano della costituzione materiale,
devono
convivere con l'accresciuto spazio globale delle istituzioni, del lavoro,
dell'impresa
e della moneta. Insomma, il potere costituente della prima repubblica si
trova
nella condizione di dover ratificare una nuova coesistenza con gli accresciuti
poteri dello spazio globale oltre a dover convivere con un nuovo e disorganico
trattato costituzionale a livello europeo. La revisione costituzionale italiana
è figlia di questi processi storici, deve fare i conti con l'indebolimento
della nozione
nazionale di "centro" (parlamento, partiti, sindacati, associazione degli
industriali
e banca d'Italia) definita nella costituzione formale, nella forma stato
e nella
costituzione materiale della carta del '48. La risposta dell'attuale maggioranza
di governo è quella di liberarsi della tutela nazionale del lavoro e del
capitale,
mediare con i poteri nazionali restanti del governo del denaro (vedi recente
legge sul
risparmio), concentrare i poteri politici sulla premiership e sulle autonomie
regionali.
Gli interessi materiali che prevalgono in queste spinte neocostituenti sono
il potere mediatico (vero sostituto dello spirito civile, dell'identità
nazionale, della
collettività organizzata nei partiti qui
declassati a problema museale) che cerca il riconoscimento formale dell'attuale
egemonia
storica nel politico e il potere presente sui territori economicamente più
avanzati
che vuol riscrivere
la costituzione per togliere le risorse alle regioni più arretrate nella
certezza di
poter sopravvivere così nella globalizzazione e di organizzare un proprio
welfare paternalista
su scala locale.
Secondo idola: la difesa della costituzione come surrogato della politica.
Il lessico politico dell'ultimo ventennio si è via via costituzionalizzato.
Il risultato è stato quello di tentare di caricare la costituzione di diritti
formali ma
non esigibili, di neutralizzare lo spazio di manovra extraistituzionale
del politico
e di attribuire poteri poco meno che fantastici alla costituzione stessa.
Esemplare in materia è la reiterata richiesta, uguale a se stessa dal periodo
della prima
guerra contro l'Iraq del '91,
del rispetto dell'articolo 11 sul ripudio della guerra. A parte il fatto
che l'intero
articolo 11 non è così solare come da interpretazioni pacifiste, dovrebbe
far riflettere
il dato che quasi quindici anni di rivendicazioni di un articolo della costituzione
hanno
accompagnato senza colpo ferire il quindicennio in cui l'Italia più si è
avventurata
in imprese neocoloniali. Il risultato è stato quello, lungi dal mettere
in crisi lo
stato italiano in problemi di interpretazione autentica della carta costituente,
di
banalizzare lo stesso uso della costituzione reiterandolo ad ogni stagione
e di
neutralizzare il linguaggio dei movimenti politici costretti a mimetizzarsi
nel vocabolario
della legalità. Allo stesso tempo, più o meno nello stesso periodo, il
costituzionalismo
progressista ha cercato di risolvere la crisi della spinta propulsiva della
politica valorizzando
sempre di più, ad esempio, l'incardinamento dei diritti di cittadinanza
nel dettato
costituzionale. Entrambi, movimenti e costituzionalisti, si sono però trovati
ad
officiare il rito collettivo ed accademico della costituzione dotata di
tutti gli attributi
civili e repubblicani quando la realtà del potere materiale andava da un'altra
parte.
Terzo idola: va criticata la revisione della seconda parte della costituzione
perchè
rompe gli equilbri di potere creando ingovernabilità
Questo idola è la metabolizzazione della concezione craxiana della governabilità
intesa
come primato in ultima istanza, nella sfera politica, delle istituzioni
sull'interazione sociale. Un tempo questo argomentare
si sarebbe chiamato "santificazione dell'autonomia del politico" oggi è
un timido
tentativo di ricerca di contraddizioni nel disegno costituzionale in campo
avverso.
In verità l'attuale revisione
costituzionale è un tentativo di spostare la governabilità dal centro a
una diarchia
di poteri forti (premiership e devolution) tra centro e aree del nord del
paese. Per rafforzare questi due poteri
si prova a renderne impossibili le procedure di controllo. La prospettiva
è neoautoritaria
ma può funzionare sul piano della governabilità oppure può produrre adattamenti
autoritari
nella ricerca di un piano di governabilità possibile.
E se il problema politico dell'epoca dello spazio globale fosse quindi proprio
quello
delle istituzioni che funzionano troppo e non troppo poco ?
E se, di conseguenza, il problema della costituzione del '48 fosse che ha
funzionato
e non che ha funzionato troppo poco ? Di solito a questa domanda si risponde
che la
costituzione italiana è rimasta inapplicata nei principi. Ma non è, e questo
lo si
sottolinea meno, rimasta inapplicata la proliferazione di organismi, tecnologie,
dispositivi
istituzionali formalmente a difesa di questi principi che erano già previsti
fin dalla
firma del'48.
Il problema sta forse nel fatto che l'urgenza del "meno stato" è stata storicamente
cavalcata
dai liberali e dai liberisti con il risultato di rendere iniqua la distribuzione
delle
ricchezze e ridurre lo stato a superfetazione militare a difesa delle ricchezze
accumulate e
a consolazione identitaria sui temi della "sicurezza" per i meno abbienti.
Il centrodestra
ripropone di nuovo il "meno stato" al quale sarà però difficile rispondere
con l'esaltazione
di una carta che la globalizzazione rende un guscio vuoto. Che sia l'ora
di uscire
dallo stato, che comunque rincorre i poteri globali, senza entrare nel "meno
stato" liberista ?
Che sia invece l'ora di un collettivismo socialista di tipo nuovo ? In qualsiasi
modo si voglia rispondere si tenga conto che la sfera dei "diritti di cittadinanza"
non
è esigibile materialmente nè dalla vecchia costituzione nè dal trattato
di costituzione europea
mentre non lo è nè materialmente nè formalmente dalla revisione costituzionale
berlusconiana.
Quarto idola: il centrosinistra è timido su questi temi
Questo idola è tanto più divertente se si pensa che stiamo parlando dello
stesso cartello
politico che ha promosso un serio smantellamento dei diritti del lavoro,
privatizzato
industria e infrastrutture pubbliche e condotto una guerra ai danni di un
paese confinante.
Su questi temi la "timidezza" non c'è stata mentre sembra proporsi proprio
quando la revisione
costituzionale berlusconiana colloca il centrosinistra a funzione decorativa.
La risposta all'arcano è molto semplice: il centrosinistra ha un rapporto
con i poteri forti,
quali che siano, che lo vuole come elemento fornitore di stabilità e quiete
sociale. Come
da parole, dette in aula dall'allora presidente del Consiglio Dini (poi
ministro degli esteri
del governo Prodi) il centrosinistra è un cartello elettorale che guarda
a "chi vota tutti i giorni" ovvero
i mercati internazionali con i listini quotidiani di borsa e le agenzie
di rating. A suo
modo, questa interpretazione e questo spostamento del potere sovrano spiegano
l'adattamento
del centrosinistra alla presenza nella costituzione materiale di questo
paese da parte del potere globale.
Una presenza che viene registrata nel declamato rispetto della costituzione
formale vigente mentre il
fenomeno nell'insieme spiega che, quali che siano i cambiamenti politici
nel paese, il centrosinistra
giocherà la carta della possibilità di fornire il "valore aggiunto" della
pace sociale a qualsiasi
potere locale intrecciato al globale (o viceversa) che si presenti sulla
scena politica. Il che suona suicida
in una prospettiva di emarginazione dalla vita politica del paese come da
riforma Berlusconi ma perfettamente
razionale nell'ottica di un cartello elettorale che esiste solo per fornire
una quota di consenso elettorale
per far funzionare le istituzioni e promuoverne le ristrutturazioni.
L'analisi di questi idola, unita a quella di molti altri, ci indica che
probabilmente il rifiuto del cesarismo
berlusconiano, unito all'idea leghista di una marca indipendente del nord,
può essere politicamente vincente solo se consapevole dei limiti storici
della carta
del '48. Altrimenti avremo un'altra stagione di cortei oceanici di protesta,
di
cantori delle immense virtù civiche che sprigionano da questi cortei e di
sconfitte
ammesse a mezza bocca solo dopo anni, nel panorama delle macerie di questo
paese.
mcs
A lezione da Big Mac
|
|
|
Marzo 2005, un martedì: George Bush sale sul pulpito per illustrare il suo piano di lotta al terrorismo nel mondo arabo con l'arma democrazia. Stesso giorno: McDonald's lancia un'enorme campagna pubblicitaria che incita gli americani a combattere l'obesità mangiando sano e facendo esercizio. Qualsiasi somiglianza fra la "sfida all'americano: diventa attivo!" e la "sfida all'arabo: diventa democratico!" è puramente casuale. |
IONOI

Non esiste un io al di fuori del noi
Natura umana L'anima del linguaggio sta nel riconoscimento reciproco. E il di più che ci differenzia da una scimma parlante sta nel fatto che il dire porta con sé l'esperienza del significato. Un libro di Daniele Gambarara titolato Bipede implume
FELICE CIMATTI
Ogni storno vola per conto suo, e anzi tiene le distanze da chi gli sta vicino, e per farlo deve volare nella sua direzione, proprio per evitare di scontrarsi con gli altri. Bastano queste due semplicissime regole, e noi vediamo quelle bizzarre e punteggiate figure muoversi plasticamente nel cielo: la coordinazione degli storni è impersonale, sorge da sé. Il termine tecnico per indicare questo processo, che sembra magico ed è invece affatto naturale, è proprietà emergente. Lo spazio pubblico del linguaggio, e quindi della società umana, è una proprietà emergente che nasce dall'interazione delle menti individuali e private. Lo spazio pubblico della semiosi ha allora una consistenza peculiare, non è mai, propriamente, dato, assodato. Una volta istituitosi deve ogni volta di nuovo essere re-istituito, proprio perché non ha, di suo, uno scheletro materiale su cui riposare, così come la figura che lo stormo assume nel volo non esiste più quando gli storni tornano sugli alberi.
Più di uno, meno di due. Come si ricrea questo processo, e chi vi partecipa? «Ciò che necessariamente compie il linguaggio verbale, indipendentemente dal contenuto di ogni singolo atto, è dichiarare la presenza di un soggetto umano che si rivolge ad un altro come tale, che a preferenza di mezzi immediatamente efficaci di agire su di lui, lo interpella, e gli chiede accordo e collaborazione nella sfera del simbolico». C'è stato, per ogni sapiens, un tempo in cui questo era l'unico mondo di esperienza. L'atto originario dell'antropogenesi è quello in cui quel piccolo sapiens viene accolto all'interno della comunità (atto che comincia prima ancora della nascita, ché prima ancora che ci sia un corpo può esserci un nome per quel corpo che si spera verrà). All'inizio c'è allora un noi che tira dentro di sé quel corpo che non è, ancora, un io. Vale lo stesso, ancora una volta, per ognuno dei nostri storni: uno storno isolato, che voli discosto dagli altri, non partecipa in alcun modo alla figura che il resto degli storni sta dinamicamente costruendo. Non è nemmeno una individualità, in senso pieno, perché si può parlare di individualità solo in relazione ad una collettività da cui si distingue. Qui lo storno è solo e soltanto un «passero solitario». Poi entra nello stormo. Solo ora diventa, propriamente, una individualità (un io), e lo diventa proprio perché fa parte di un noi.
Torniamo allo spazio pubblico della semiosi. Il piccolo sapiens viene riconosciuto da chi già si trova al suo interno, da quel noi che a questo punto può cognitivamente individuare, perché gli è possibile confrontarsi-differenziarsi da esso: ora, appunto, è un io, ora nasce un io. Ma l'operazione non è a senso unico, c'è anche il verso contrario, dall'io al noi: «in quanto luogo di riconoscimento reciproco e di autocoscienza, il linguaggio per gli uomini è non soltanto utile, bensì indispensabile. Anzi comprendiamo ora il perché esso non sia, non possa essere immediatamente efficace: per raggiungere questa sua superiore ma mediata efficacia, deve rinunciare a quella prima, e porre in quella dimensione i suoi atti come gratuiti».
Il riconoscimento reciproco è, in senso tecnico (aristotelico), l'anima del linguaggio, che rende possibile il fatto che quella forma acquisti di volta in volta vita, e diventi prassi. O meglio, il corpo del linguaggio consiste nell'«assunzione volontaria da parte dei corpi viventi e agenti di norme che li trascendono, eppure non hanno altra sostanza che quella dei corpi che ne sono i portatori. Gli abiti sono l'anima razionale dei corpi: essi sono gli insiemi di azioni possibili che eccedono le potenzialità del corpo in quanto corpo naturale. Quest'anima razionale non può nascere che dalle passioni.» È un punto molto importante, quest'ultimo, sul quale Gambarara insiste a ragione. Quando il piccolo sapiens diventa un io, all'interno del noi del linguaggio, ossia all'interno dello spazio pubblico che lo precede (cronologicamente ma soprattutto logicamente), in quel momento cambia tutta la sua corporeità. L'animale dotato di linguaggio non è semplicemente una scimmia che parla, perché parlare, cioè vivere l'esperienza del significato - e quindi del possibile, della menzogna, dell'errore - riguarda tutta la sua vita, tutto il suo essere, tutto il suo corpo.
Una passione può venire provata solo da chi vive, nella propria stessa carne (la carne simbolica di cui siamo impastati), la consapevolezza della morte, la coscienza del desiderio che non si può mai esaudire (proprio perché dietro ogni desiderio esaudito c'è sempre il possibile, ossia una diversa e imprevedibile deriva semiosica), la sensazione dolorosa che quella trama di sensi non la si potrà mai, per principio, percorrere tutta: «le passioni» presentano «la strutturazione dialogica fondamentale della comunicazione, anche senza, o prima del linguaggio verbale». Ma «la comunicazione stessa» ha anche «la natura fondamentale di una passione, la passione di essere creduti».
Donne e globalizzazione
Dalla riproduzione produttiva alla produzione riproduttiva
Ho iniziato nel 1996 a ragionare intorno a donne e globalizzazione, visto che tutte le migliaia di pagine che copiosamente si scrivevano intorno alle ristrutturazioni economiche, ai cambiamenti sociali e politici degli ultimi decenni del secolo XX mi sembravano assolutamente silenziose sulla questione. Ovviamente non cercavo solo numeri, statistiche, ma di capire dove stavano le donne e perché. Finalmente negli ultimissimi anni anche le donne hanno iniziato a sentire che forse c’è qualcosa da dire al riguardo e sempre di più intervengono e stimolano discussioni in proposito.
Allora, nel 1996, studiavo in Inghilterra e avevo il vantaggio di osservare processi economici e sociali molto più avanzati rispetto a quelli italiani : io stessa, oltre a studiare, lavoravo per una ONG, tenevo lezioni all’università, facevo le pulizie in un college, badavo per conto di un’agenzia a una decina di vecchietti a domicilio e aiutavo a distribuire il pranzo ai pargoli dell’asilo del campus. Questo era il mio modesto, frammentato, ma assai istruttivo osservatorio ; nasceva da esigenze molto materiali di sopravvivenza (pagare l’affitto, il vitto e i costosissimi spostamenti) ; scoprii poi che era un contesto-chiave per far luce su quel che andavo indagando per ragioni accademiche. Le colleghe (parlo al femminile perché non ricordo uomini) che incrociavo timbrando il cartellino al college o nelle case dei vecchietti erano madri di famiglia, spesso migranti, e avevano a loro volta dai tre ai cinque diversi lavori. Di quelle invece collocate nei lavori "migliori" (ONG, università) posso solo dire che avevano orari di lavoro incredibili. Questo elemento mi convinse a non fermarmi in Inghilterra dove mi vedevo in un futuro lavorativo magari brillante, stimolante, irraggiungibile in Italia a 25 anni, ma che non lasciava spazio a nient’altro.
Fu in quei mesi e in quel contesto che mi si andò chiarendo l’idea che quella cosa che genericamente si chiama "globalizzazione" era un’insieme di meccanismi economici di messa a lavoro della vita, di penetrazione delle regole di mercato (la concorrenza, la domanda e l’offerta, la creazione di profitto) fin dentro le relazioni, il tempo quotidiano. Per riproduzione resa produttiva intendo proprio questo : oggi nel mondo in vari modi i processi che hanno a che fare con la riproduzione degli esseri umani in senso biologico, culturale e relazionale vengono piegati a produrre denaro, a farlo circolare, servono alla riproduzione del capitale in modo diretto. [1] Oggi produzione e riproduzione stanno modificando i loro confini, mescolando i loro campi, si stanno ristrutturando per continuare a realizzare la legge del capitale.
Questo ha comportato la trasformazione dell’essenza stessa del lavoro, soprattutto per quanto riguarda i nostri Paesi ex-industrializzati nei quali la produzione diventa fondamentalmente fornitura di servizi, ha a che fare con l’accudimento di clienti verso i quali bisogna essere oltremodo disponibili e compiacenti, pena la diminuzione dei profitti, il fallimento nella lotta per la concorrenza. Ancora : la riproduzione diviene produttiva attraverso la collocazione sul mercato di una serie di attività di riproduzione un tempo svolte prevalentemente da donne nel privato in modo gratuito (l’assistenza a familiari, l’ascolto, la conversazione, l’orientamento, il lavoro domestico, la cura del corpo, la relazione sessuale). Questa esternalizzazione in realtà non modifica sostanzialmente l’invisibilità di tali attività che sebbene svolte in un ambito pubblico segnato da "contratti", restano però occultate in mille modi : per gli spazi (il chiuso delle case, le linee telefoniche, i non luoghi), per i momenti in cui si svolgono (alcuni la notte), per l’assenza di contratti corretti e comunque spesso "privati" fra datore/trice di lavoro e lavoratore/trice, per il fatto di essere svolti da persone cui viene negato lo status di cittadini.
Queste trasformazioni stanno richiedendo nuova forza lavoro, stanno esigendo spostamenti rilevanti di persone, sono in grande misura il motore delle attuali migrazioni, combinandosi a meraviglia con fenomeni espulsivi dei Paesi di provenienza (crisi economiche e sociali, situazioni di violenza generalizzata).
[per leggere tutto l'articolo: http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=1190]





di Naomi Klein
Ultimi commenti