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Le ragioni inconfessabili della guerra

di materialiresistenti (27/02/2005 - 10:53)


Il conflitto bellico iracheno non risponde a una logica militare, ma
economica. Per favorire le imprese private e per governare il prezzo del
petrolio. La tesi provocatoria del volume «The Iraq War» dello storico
militare inglese John Keegan.


di ENZO MODUGNO


Il nuovo libro dello storico militare inglese John Keegan (The Iraq war,
Utchinson, London) può contribuire a chiarire un punto di vista più volte
affiorato nella discussione del movimento per la pace sull'Iraq come «caos
programmato dagli Usa», un'interpretazione fondata sulle teorie sull'uso
economico della guerra e delle spese militari come strumenti di politiche
economiche. Infatti, quando il governatore della Banca d'Italia afferma che
«con la politica di stampo keynesiano condotta dal 2001 l'economia Usa è
tornata a crescere», sta dicendo in realtà che la guerra ha salvato gli
Stati uniti. Di keynesiano sono rimaste infatti quasi solo le spese
militari. Spese che, prima e dopo Keynes, hanno sempre sostenuto la domanda
nei periodi di crisi economica.

Il movimento operaio ha sempre contestato la gestione militare del ciclo
economico e le ingenti commesse militari all'industria denunciando il
militarismo e le sue due funzioni. La prima più evidente è quella più
propriamente militare: l'uso della forza per la repressione all'interno e
la guerra di rapina all'esterno (l'imperialismo come fase «suprema» del
capitalismo). Già negli anni Trenta e più diffusamente negli decenni
successivi, l'economista Michal Kalecki ha infatti sottolineato che per
sopravvivere alle ricorrenti crisi economiche il capitalismo ha bisogno di
dominare mercati e campi di investimento per procurarsi «profitti esterni».
Li realizza ricevendo per le sue esportazioni di capitali e di merci più di
ciò che paga per le sue importazioni, con l'indebitamento degli altri paesi.

L'altra importante funzione del militarismo è la funzione economica di
sostegno alla domanda delle spese militari. Ne la Teoria della dinamica
economica sempre Kalecki ha affermato che la formazione artificiale di
«profitti esterni» si attua mediante il disavanzo del bilancio, cioè con
l'indebitamento dello stato verso il settore privato. Il militarismo dunque
è indispensabile al capitalismo perché assicura sia l'una che l'altra fonte
dei «profitti esterni». Ora si capisce che la sinistra neoliberista abbia
abbandonato l'analisi di entrambe queste funzioni, ma non si riesce a
capire perché sinistre più radicali abbiano invece abbandonato l'analisi
della funzione economica del militarismo, interpretando quindi ogni
intervento bellico come guerra di rapina e politica di potenza. Questi
evidenti motivi invece vengono spesso dilatati fino a diventare un
travestimento che cela l'urgenza di contrastare la crisi economica e
l'inconfessabile necessità di sostenere il settore privato con un enorme
disavanzo del bilancio.

Per questo l'antimilitarismo non ha mai smesso di denunciare la
manipolazione della stampa e dei parlamenti da parte del complesso
militare-industriale per ottenere sempre maggiori commesse militari.
Fenomeno che ha segnato tutto il Novecento, dalla Krupp accusata di
corruzione di un ministro nei primi venti anni del secolo scorso a Kennedy
che vinse le elezioni con un rapporto Cia che giudicava l'armamento
nucleare sovietico di ben trenta volte superiore alla sua effettiva
consistenza, alle menzogne sull'incidente del Golfo del Tonchino che nel
1964 giustificò l'intervento militare in Vietnam, fino alle recenti
menzogne della Cia sull'Iraq. Ma è questa «necessità economica della
guerra» che è all'origine delle bugie di guerra, volte ad ingannare non i
nemici ma i propri cittadini, come ha più volte notato Hannah Arendt nei
suoi appassionati interventi sull'intervento statunitense in Vietnam.

Ma questi interventi bellici lasciano sbigottiti gli analisti militari come
John Keegan perché in realtà sono più interventi di politica economica che
operazioni militari, non tendono alla vittoria ma al prolungamento dello
scontro, non annientano il nemico ma lo evocano, lo enfatizzano, lo
costruiscono se non c'è. La guerra in Iraq sembra essere un intervento di
questo tipo, che si presenta come militare ma si rivela militarmente privo
di senso: «misterioso» secondo John Keegan.

Le operazioni degli invasori quindi più che a una logica militare rimandano
a ciò che von Clausewitz definiva «scopi e condizioni politiche che
appartengono ad un insieme più vasto». In realtà quella pratica
capitalistica che Joan Robinson, economista tra i maggiori del `900, ha
sintetizzato con queste parole in un saggio uscito nel 1962 ne la «New Left
Review»: «la guerra fredda ha provato che le recessioni non si possono
evitare se non con le spese militari e poiché per giustificare gli
armamenti si deve tenere viva la tensione internazionale, risulta che la
cura è molto peggiore del male».

Dunque quando la crisi economica si aggrava, compito principale delle
amministrazioni Usa diventa quello di «tenere viva la tensione
internazionale». E con una crisi così grave come quella iniziata a marzo
del 2001, l'amministrazione Bush ha dovuto ravvivare la tensione.

Un riarmo in grande stile tuttavia determina la ripresa generale
dell'economia se a trarne vantaggio non sono solo le industrie degli
armamenti ma anche altre industrie collaterali. Per questo era prevedibile
che gli Usa cercassero in Iraq un «conflitto prolungato», che giustificasse
l'invio massiccio di mezzi di ogni tipo per un tempo significativo: ma è
stato Augusto Graziani a prevederlo in un articolo apparso ne il manifesto
ben due anni fa (31122002). La ripresa dell'economia infatti si verifica
quando, «con l'occupazione del territorio, occorrono forniture di ogni
genere, e se la guerra si trasforma in guerriglia - scriveva Graziani - non
vi sono tecnologie o equipaggiamenti che possano avere ragione con certezza
della resistenza delle popolazioni attaccate. I conflitti prolungati
esercitano un influsso sull'attività economica di tutti i paesi che,
direttamente o indirettamente vi sono coinvolti».

E' comunque facile supporre che questo «prolungamento» del conflitto sia
stato previsto non solo da Graziani. Ma in assenza di documenti ufficiali
non è altrettanto facile stabilire come si sia ottenuto. Interpretarlo come
fallimento dell'invasione è generoso con le popolazioni attaccate ma non
corrisponde alla situazione reale. Si può quindi interpretarlo come
attuazione di un intervento programmato che utilizza come nemico la
guerriglia irachena. D'altronde Wolfowitz ha assicurato le industrie
interessate che «la guerriglia in Iraq durerà altri cinque anni».
Rientrerebbe dunque nei piani d'attacco provocare la popolazione che è
stata lasciata in condizioni di totale insicurezza, bombardata, torturata,
spinta continuamente sulla linea del fuoco. Rientrerebbe nelle previsioni
anche un aumento considerevole del prezzo del petrolio - nello stile dei
Bush - con quello iracheno fuori dal mercato ancora per molti anni, e con
il Medio oriente in guerra permanente anche il controllo dei rifornimenti
per Europa, Cina e Giappone.

E così il riapparire di ex ufficiali di Saddam e di mujaheddin già al soldo
degli Usa che alternano taglie e taglio delle teste: perché l'Occidente non
sa vivere senza nemici e quindi continua a ricercare e a provocare
conflitti tra civiltà con nemici debolissimi, se paragonati ai missili
atomici sovietici, e che proprio per questo «devono indossare maschere
mostruose per diventare credibili» (Daniele Archibugi, il manifesto
8/5/2004). E' la dottrina Bush, che Ramonet ha riassunto così:
«L'anticomunismo vi era piaciuto? L'antislamismo vi entusiasmerà».

In assenza di documenti ufficiali si può però procedere ex suppositione
sulla scorta del saggio di John Keegan. Storico militare molto noto nel suo
paese a cui alterna il ruolo di columnist sul quotidiano The Guardian,
Keegan elenca una lunga serie di «misteri» - «una strana parola per un
analista militare» si scusa l'autore, che non nasconde il suo appoggio a
Tony Blair -. Innanzitutto la stessa guerra che l'amministrazione Bush ha
combattuto «secondo parametri convenzionali non è stata affatto una
guerra». Il primo capitolo infatti si intitola «una guerra misteriosa» e
nel primo mistero si contempla la durata, tre settimane, «la guerra più
breve della storia»: «come hanno ottenuto la sparizione dell'esercito
iracheno forte di 400.000 uomini e migliaia di carri armati e di cannoni,
dove sono finiti?». Forse non esisteva, forse non ha combattuto.

Nel dopoguerra poi i misteri si infittiscono perché «gli Americani
commettono ora, tra i tanti, i due errori più gravi», lo sbandamento
dell'esercito iracheno e l'assenza di polizia, che sommati alla misteriosa
assenza di controllo ai confini «hanno permesso la formazione di
combattenti con l'infiltrazione di estremisti islamici da altri paesi arabi
che si sono aggiunti ai miliziani di Saddam e del partito Baath».

Queste dunque le premesse della guerriglia rilevate da Keegan, a cui si
aggiungono i Fundamental Errors of Inflexible Army rilevati dal
commentatore del Guardian (13/4/2004). Potremmo concludere che gli Usa
hanno invaso l'Iraq senza combattere determinando le condizioni per una
guerriglia almeno quinquennale condotta con armi leggere. Ma forse siamo
già all'interno del programma della «guerra trentennale al terrorismo»
voluto dall'amministrazione Bush, che ha però bisogno di nemici per «tenere
viva la tensione internazionale» e così rilanciare l'economia statunitense.


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Lévy-Strauss

di materialiresistenti (26/02/2005 - 20:26)

L'INTERVISTA
Lévi-Strauss: non capisco più il mondo
«Presto saremo nove miliardi. Questo pianeta che esplode mi disorienta»
di VERONIQUE MORTAIGNE

Claude Lévi-Strauss non voleva accordare un’intervista che riassumesse la sua carriera e il suo pensiero, ma, in occasione dell’Anno del Brasile in Francia, che comincerà in marzo, voleva tornare sul suo rapporto con il «Paese dal legno color brace». Con estrema cortesia, ci riceve nella sua biblioteca, in abito scuro e cravatta con nodo metallico ornato di motivi indigeni - «un banale artigianato», dice. Fra i volumi rilegati, un totem dell’Oceania, molti oggetti asiatici, un rotolo di preghiere tibetane.
Amazzonia: Claude Lévi-Strauss accampato sulla riva del Machado con la scimmietta Lucinda aggrappata alla gamba destra. L'immagine è tratta dal libro «Saudades do Brasil»: la raccolta di foto che l'antropologo scattò in Brasile tra il '35 e il '39, gli anni delle ricerch



Dal 1935, ha insegnato sociologia proprio all’Università di San Paolo. Cosa significa per lei oggi il Brasile?
«Rappresenta l’esperienza più importante della mia vita: per la lontananza e il contrasto, ma anche perché ha determinato la mia carriera. Mi sento profondamente in debito verso questo Paese. L’ho lasciato all’inizio del 1939 e l’ho rivisto solo nel 1985, quando ho accompagnato il presidente Mitterrand in una visita ufficiale di cinque giorni. Sebbene brevissimo, quel viaggio ha suscitato dentro di me una vera e propria rivoluzione mentale: il Brasile era diventato interamente, totalmente, un altro Paese. La città di San Paolo, che avevo conosciuto quando raggiungeva a stento un milione di abitanti, ne contava già più di dieci milioni. Le tracce e le orme dell’epoca coloniale erano scomparse. Era diventata una città spaventosa, con chilometri di torri. Avevo deciso di rivedere, non tanto la casa dove avevo abitato - che probabilmente non esisteva più -, ma almeno la strada che avevo percorso per anni. Invece, ho passato la mattinata bloccato nel traffico senza potervi arrivare».

È tornato dai suoi amici, gli indiani Caduveos, Bororó o Nambicuara che aveva studiato in Brasile?
«Nel 1985 Brasilia era una delle tappe del viaggio presidenziale. Il quotidiano O Estrado de Sao Paulo mi ha proposto di riportarmi presso i Bororó, un viaggio che nel 1935 m’era costato molta fatica ma che, in aereo, si poteva fare in qualche ora. Un mattino siamo quindi saliti su un piccolo aereo che poteva portare solo tre passeggeri: mia moglie, una collega brasiliana ed io. L’aereo ha sorvolato i territori Bororó, e abbiamo addirittura potuto scorgere alcuni villaggi con ancora le loro strutture circolari, ma ciascuno dotato, adesso, di un terreno d’atterraggio. Dopo averli sorvolati, il pilota ci ha detto: potrei atterrare, ma le piste sono così corte che forse non potrei ripartire! Abbiamo quindi rinunciato e siamo rientrati a Brasilia, attraversando un temporale spaventoso. Ho pensato che mai la nostra vita era stata così esposta al rischio, neanche all’epoca delle mie spedizioni. Tutto questo mostrava quanto il Paese fosse cambiato. Quindi, non ho rivisto i Bororó in carne ed ossa, ma il loro territorio; ho sorvolato quel Rio Vermelho, un affluente del fiume Paraguay, che avevo impiegato parecchi giorni a risalire in piroga e che, adesso, era costeggiato da una strada asfaltata».

Si può essere segnati fisicamente e per sempre da un Paese?
«Sicuramente. Come le dicevo, quello che mi ha colpito di più arrivando in Brasile è stata la natura, come la si poteva ancora contemplare sulle pendici della Serra do Mar; poi, quando ho potuto addentrarmi nell’interno, di nuovo, fu una natura così totalmente diversa da quella che avevo conosciuto... Ma esiste anche una dimensione alla quale non sempre prestiamo attenzione e che per me è stata capitale: quella del fenomeno urbano. Quando sono arrivato a San Paolo si diceva che veniva costruita una casa all’ora. E c’era una compagnia britannica che, da quattro o cinque anni soltanto, apriva i territori ad ovest dello Stato di San Paolo. Costruiva una linea ferroviaria e pianificava una città ogni 15 chilometri. Nella prima, la più antica, c’erano 15 mila abitanti, nella seconda cinquemila, nella terza mille, poi 90, poi 40 e, nella più recente, uno soltanto, un francese. In quel periodo, uno dei grandi privilegi del Brasile era di poter assistere, in modo quasi sperimentale, alla formazione di quel fantastico fenomeno umano che è una città. Da noi, la città è il risultato talvolta di una decisione dello Stato, ma soprattutto di milioni di piccole iniziative individuali prese nel corso dei secoli. Nel Brasile degli anni Trenta, tale processo era più breve, si verificava in qualche anno. Certo, poiché praticavo l’etnografia, gli indiani sono stati per me essenziali, ma questa esperienza urbana ha contato molto; un Brasile e l’altro coabitavano, però a debita distanza. Quando sono andato verso il Mato Grosso per la prima volta, Brasilia non esisteva ancora, ma c’era già stato un primo tentativo di creare una città dal nulla, Gioiania, che non è andato in porto. L’altopiano centrale, il Planalto, è magnifico: lì il cielo attrae più d’ogni cosa».

Mario de Andrade aveva immaginato con molto umorismo Macunaïma, un indiano Tapanhuma d’Amazzonia bugiardo e pigro: diventato con il matrimonio imperatore della foresta vergine, sbarcò nella città di San Paolo per recuperare un amuleto prima d’essere trasformato in costellazione, la Grande Orsa. Questo spirito indigeno, questo legame fra città, foresta e mito perdura ancora? Ha seguito la sua evoluzione?
«Seguo l’evoluzione degli indigeni, che allora avevo studiato regolarmente, con il pensiero, e grazie a colleghi molto più giovani di me, come quelli dell’università di Cuiaba, nel Mato Grosso, che fra l’altro lavorano presso i Nambicuara. Mi scrivono e mi mandano i loro lavori. Questi popoli hanno subito sofferenze terribili. Sono stati più o meno sterminati, al punto che solo il 5 o il 10 per cento della popolazione originale era sopravvissuta. Ma quel che accade oggi è d’immenso interesse. Questi popoli si sono messi in contatto fra loro. Ormai sanno quello che per lungo tempo hanno ignorato: non sono più soli sulla scena dell’universo. Sanno che in Nuova Zelanda, in Australia o in Melanesia esistono individui che, in epoche diverse, hanno attraversato le loro stesse difficoltà. Sono consapevoli della loro comune posizione nel mondo. Beninteso, l’etnografia non sarà mai più quella che ho ancora potuto praticare ai miei tempi, quando si trattava di ritrovare testimonianze di credenze, di formazioni sociali, d’istituzioni nate in completo isolamento rispetto alle nostre, che dunque costituivano un apporto insostituibile al patrimonio dell’umanità. Adesso siamo, per così dire, in un regime di "mutua compenetrazione". Andiamo verso una civiltà su scala mondiale, dove probabilmente appariranno certe differenze. Perlomeno, lo speriamo. Differenze che non saranno più le stesse, saranno interne e non più esterne».

La rapidità di spostamento, la velocità di propagazione delle culture, la comunicazione sono fattori determinanti...
«Una volta, con i miei colleghi prendevamo cargo misti che, dopo molti scali, impiegavano diciannove giorni per arrivare in Sud America, fermandosi lungo le coste spagnole, algerine, africane. Del resto, dell’Africa conosco soltanto i luoghi dove abbiamo sostato all’andata e al ritorno dal Brasile».

La fotografia, che lei ha praticato come testimoniano i suoi numerosi cliché pubblicati, può fissare questi mondi perduti?
«Non ho mai dato grande importanza alla fotografia. Fotografavo perché era necessario, ma sempre con la sensazione che fosse una perdita di tempo, una perdita d’attenzione. Eppure, da adolescente, ho amato la fotografia. Mio padre faceva il pittore e si occupava molto di fotografia. Per me, è un mestiere a parte. Il mio, è stato un lavoro da fotografo di livello zero. Nel 1994, ho pubblicato un libro di foto, Saudades do Brasil , che si può tradurre "Nostalgia del Brasile", perché sollecitato. L'editore ha scelto, fra tanti altri, un po’ meno di duecento cliché. Durante la prima spedizione presso i Bororó, mi ero portato una piccolissima cinepresa. Mi è capitato ogni tanto di premere il bottone e di riprendere qualche immagine, ma ben presto ne sono rimasto disgustato perché, con l’occhio dietro all’obbiettivo, non si vede cosa accade e ancor meno si capisce. Ne sono rimasti spezzoni che in totale corrispondono a un’ora di film. Sono stati ritrovati in Brasile, dove li avevo abbandonati, e una volta sono stati mostrati al Beaubourg. Devo confessarle che i film etnologici mi annoiano enormemente».

Lei è un melomane. Mitologiche comincia con un’ouverture e si conclude su un finale. Il Crudo e il cotto , il primo dei quattro volumi di Mitologiche , comincia con il racconto di un canto Bororó, il motivo dello scopritore d’uccelli. Ha analizzato la loro musica?
«No, non sono un etnomusicologo; non ho studiato i loro canti. A volte mi hanno colpito, altre commosso. Una delle mie prime emozioni risale alle cerimonie in occasione del mio arrivo presso i Bororó. Accompagnavano i loro canti agitando certi gingilli con un virtuosismo simile a quello di un grande direttore d’orchestra con la sua bacchetta. Mesi fa ho ricevuto la visita di due indiani Bororó in compagnia di due ricercatori dell’università di Campo Grande del Mato Grosso, dove insegnano. Di loro iniziativa, hanno voluto, nel mio ufficio al Collège de France, cantare e danzare. Ed ecco, appunto, uno dei paradossi in cui viviamo: quei colleghi Bororó conservavano in tutta la loro freschezza e autenticità canti e musiche che avevo udito settant’anni prima. Era veramente commovente. Detto questo, la musica è il più grande mistero con il quale ci confrontiamo. Ai miei tempi, la musica popolare brasiliana era molto gradevole».

Cosa può dirmi sul futuro?
«Non me lo chieda. Siamo in un mondo al quale già sento di non appartenere. Quello che ho conosciuto, che ho amato, aveva un miliardo e mezzo d’abitanti. Il mondo attuale ne conta sei. Non è più il mio. E quello di domani, con nove miliardi di uomini e donne - anche se ci assicurano, per consolarci, che si tratterà del punto più alto della parabola - mi proibisce di fare qualsiasi predizione».


Le Monde/The New York Times Syndicate/Agenzia Volpe
(Traduzione di Daniela Maggioni )
26 febbraio 2005

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Il colore della libertà

di materialiresistenti (26/02/2005 - 08:22)


Il nocciolo dimenticato del dibattito sul multiculturalismo.
Stati uniti. Le multinazionali degli stili di vita, ovvero come diffondere gli stessi consumi fra gruppi etnici e culture diverse
Europa. Il dogma sempreverde della tolleranza, purché «gli altri» si adeguino ai valori e alle regole della società liberale.


din LAURA LANZILLO


Entrato nella discussione pubblica statunitense e canadese a partire dagli anni sessanta del XX secolo, in seguito ai movimenti e alle rivendicazioni provocate dalle cosiddette «guerre culturali» e dalla percezione della fine dell'ideologia del melting pot, il termine «multiculturalismo» è oggi certamente uno dei più discussi, dibattuti e spesso anche abusati nel dibattito politico occidentale. Dagli anni novanta in poi, intorno alla questione multiculturale si sono sviluppati progetti di ricerca e insegnamenti universitari e molto si è pubblicato; sempre però con una difficoltà di fondo, una sorta di incapacità di stringere, determinare e definire con chiarezza l'oggetto a cui questo «ismo» si riferisce. In prima battuta infatti sembra chiaro di che cosa si parla quando si dice multiculturalismo. Ovvio, questa parola sta a indicare e vuole spiegare le difficoltà a cui la nostra esistenza politica (ma non solo politica) sembra sottoposta in un'epoca che appare come un'epoca di transizione e di sconvolgimenti. Più la crisi del nostro sistema-mondo si fa complessa, più la parola multiculturalismo si fa dominante nel dibattito pubblico: viviamo in società multiculturali, c'è necessità di politiche multiculturali, scoppiano guerre multiculturali... Questi i refrain che continuamente sentiamo ripetere nella teoria politica come nel dibattito sociologico, psicologico, storico, antropologico e nelle analisi delle politiche pubbliche, refrain che servono spesso a velare l'esaurimento della capacità ermeneutica delle parole-chiave della politica moderna, sovranità, libertà, uguaglianza, rappresentanza, diritti, cittadinanza, nazione. Al di là dell'Atlantico il multiculturalismo balza al centro del dibattito filosofico-politico negli anni ottanta e novanta, quando viene presentato sia da parte liberale sia da parte comunitaria come una delle possibili soluzioni ai problemi di convivenza fra individui e cittadini che sembrano chiedere non più, come in epoca moderna, il riconoscimento della loro uguaglianza, ma il riconoscimento delle loro differenze. poco più tardi, tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI secolo, il dibattito sul multiculturalismo investe anche la discussione filosofico-politica europea. L'Europa, alle prese con i problemi teorici e politici imposti dalla nuova ondata di migrazioni, in particolare di persone provenienti dal sud del mondo e che appaiono diverse per colore della pelle, religione, costumi e stili di vita, recepisce la soluzione multiculturale come un'ancora di salvezza lanciata dall'altra sponda dell'oceano. E tuttavia inizia a riflettere sul multiculturalismo alla luce della propria peculiare storia, leggendolo in modo parzialmente diverso da quello americano e interpretandolo per lo più come una rielaborazione del concetto europeo di tolleranza.

Di multiculturalismo, di pluralismo, delle questioni sollevate dai processi di immigrazione e di integrazione culturale fra Europa e Stati Uniti si è discusso anche martedì scorso a Bologna, in occasione dei festeggiamenti per il 50° anniversario del Bologna Center della Johns Hopkins University, la cui sede principale è a Washington. Fondato nel 1955 in piena Guerra fredda, il Bologna Center è l'unica scuola post-universitaria statunitense in Europa per il perfezionamento degli studi delle relazioni internazionali e si concepisce come un ponte fra Stati uniti e Europa. La questione dell'integrazione culturale è stata al centro delle relazioni tenute da Francis Fukuyama e da Giovanni Sartori, chiamati a celebrare quell'interculturalità tra Europa e Stati uniti che proprio in questi giorni abbiamo riscoperto al centro dei discorsi indirizzati da Bush alla comunità europea.

Tutto così semplice? Pace fatta tra Europa e Stati uniti, con il tema dell'integrazione culturale come collante fra i due sistemi? No, né Fukuyama né Sartori vedono possibile una così semplice soluzione. Entrambi concordano sul fatto che oggi le rivendicazioni di identity politics sembrano essere diventate sia in positivo sia in negativo forse l'unica parola d'ordine comune alle due rive dell'Atlantico. Ma entrambi pongono anche l'accento sulla diversa storia che segna Stati uniti e Europa e che fa dell'identità americana, a giudizio di Fukuyama, qualcosa di ben definito (basato su principi e istituzioni, ma anche su precisi valori culturali) e di diverso dall'identità europea, ancora indefinita, in costruzione e alle prese con il problema delle diverse identità nazionali che distinguono, per esempio, l'essere francese dall'essere olandese e che faticano a essere superate nel riconoscimento di un tratto comune.

Tuttavia, per la soluzione dei problemi che l'Europa di oggi si trova ad affrontare sia sul piano dell'articolazione della sua identità sia sul piano delle politiche dell'immigrazione, Fukuyama torna a proporre il modello multiculturale, nella versione che egli stesso definisce «multiculturalismo buono»: una sorta di corporate multiculturalism o multiculturalismo della globalizzazione, che applicando lo schema economico delle multinazionali punta alla diffusione dei medesimi consumi fra gli stili di vita differenti dei vari gruppi sociali, etnici, culturali. Da parte sua, Sartori respinge ogni distinzione fra «multiculturalismo buono» e «multiculturalismo cattivo»: il multiculturalismo è cattivo per definizione, poiché concepisce una società costruita su identità separate e ghettizzate. Alla ricetta americana Sartori contrappone perciò il modello europeo del pluralismo e della tolleranza, interpretato come corretta gestione delle diversità. La società europea è una società pluralista perché si è costruita anche sulla tolleranza, una tolleranza che però ha le sue soglie di tolleranza, oltre le quali non si può andare e che Sartori individua nel principio del danno, nella reciprocità del riconoscimento e nel rifiuto del dogma; i dogmi degli altri però, perché i principi liberali sono sempre assunti come buoni e validi in sé. E infatti permettono a Sartori di sostenere che il problema europeo sono gli immigrati islamici, i quali si rifiutano di accettare le regole europee sì che nessuna reciprocità è possibile fra «noi» e «loro» (ma qualcuno ha mai chiesto direttamente agli immigrati di religione musulmana se davvero rifiutano le nostre cosiddette regole?). E di trovarsi, nonostante le premesse, sostanzialmente d'accordo con Fukuyama che, come Huntington, ha paura dell'invasione dei latinos, la cui presenza nel territorio statunitense metterebbe in grave pericolo l'identità americana. Buttati fuori dalla porta in nome dell'integrazione plurale, i ghetti ricompaiono così dalla finestra sotto forma di nuove esclusioni e di nuove barriere.

E allora siamo alle solite. Il dibattito liberale, sul multiculturalismo o sul pluralismo che sia, rivela un nocciolo conservativo e conservatore, che esaspera una delle questioni cardinali del pensiero politica moderno, la costruzione dell'immagine del sé per opposizione all'altro, e lo trasforma nella ricerca dell'identità culturale come dato pre-costituito, che la presenza di ciò che è percepito come altro mette pericolosamente a rischio. E ancora una volta la discussione sul multiculturalismo tace su quello che in realtà ne è il cuore nascosto, e che proprio il pensiero liberale continua a dimenticare: la questione della libertà. Oltre le vecchie parole d'ordine dell'immunizzazione dal rischio, della ricerca di sicurezza e della necessità di barriere e confini dentro e fuori di noi, rimaniamo ancora una volta in attesa che da una parte e dall'altra dell'Atlantico si cominci ad affrontare la questione multiculturale a partire dalla realtà della libertà che agita ognuno di noi, aldilà delle differenze di stili di vita, colore della pelle, religione, costumi, quale lampo sul futuro che si apre all'imprevisto, all'eccesso, a ciò che esce dalla norma, al nuovo; alla capacità di differire da sé, a ciò che sempre ancora, in barba a tutti i dibattiti accademici e alle politiche conservative, continua a nascere nelle nostre società e a movimentarle.


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Intervista a Mario Tronti

di materialiresistenti (26/02/2005 - 08:20)

Il conflitto sociale contro la "democrazia" americana

Dove vanno gli Usa? Ne parliamo con il professor Mario Tronti

Vittorio Bonanni
"Quo vadis, America?" è il titolo che il Centro per la riforma dello
stato (Crs) ha dato al convegno organizzato a Roma lunedì scorso, al
quale hanno preso parte numerosi intellettuali e politici, come, per
citarne qualcuno, il direttore di Limes Lucio Caracciolo, la
professoressa Rita di Leo, i professori Alessandro Pizzorno, David
Ellwood, Federico Romero, Pietro Grilli di Cortona, Giorgio Fodor e,
tra i politici, Giulio Andreotti, Giovanna Melandri, Umberto Ranieri,
Marina Sereni, Elettra Deiana, Antonello Falomi. Il tema portante
dell'iniziativa, organizzata non a caso in concomitanza con la visita
del presidente degli Stati Uniti Bush in Europa, ha riguardato lo
stato dell'alleanza occidentale dopo lo strappo atlantico messo in
atto dalla Casa Bianca con la "guerra preventiva" in Iraq e come
valutare questo tentativo americano di ricucire la storica rottura
con una parte importante del Vecchio continente. Con il professor
Mario Tronti, presidente del Crs, e ovviamente, tra i relatori del
convegno, abbiamo appunto affrontato queste tematiche cruciali nella
ridefinizione dei futuri scenari internazionali.
«Noi abbiamo organizzato questo convegno proprio in occasione della
visita di Bush in Europa - dice Tronti - con un titolo già eloquente,
appunto Quo vadis America? , proprio perché volevamo capire dove va a
parare questo secondo mandato del presidente americano e soprattutto
il rapporto con l'Europa dopo lo strappo atlantico del primo mandato,
che aveva preso le mosse dalla guerra in Iraq ma che poi si era
ulteriormente esteso. Si era sfiorata così la crisi dell'atlantismo e
credo che proprio questo abbia fatto riflettere l'amministrazione
Bush e i suoi consiglieri sulla necessità di riaprire il dialogo con
l'Europa. A questo punto le ipotesi che si aprono sono due: o si
tratta di un fatto tattico, che serve all'amministrazione Bush per
respirare un po' a livello internazionale, o invece siamo di fronte
ad una modifica dei primi approcci "neocons" legati all'idea di una
supremazia statunitense molto solitaria».

Secondo lei quale delle due ipotesi è più credibile?

Propenderei per la prima ipotesi, cioè una conversione tattica. Non
mi pare insomma che siano cambiate le condizioni ideologiche
dell'amministrazione Bush e credo che la vocazione imperiale che ha
espresso come scelta strategica sia ancora quella dominante, come si
evince anche dal suo discorso ad ampio raggio sui vari punti di
crisi. Mi pare che ci sia ancora questa tendenza ad essere
l'interprete soggettivo e fondamentale di una visione mondiale.

Veniamo all'Europa. Come sta reagendo a questa "mano tesa" del
presidente americano?

Certamente è interessante vedere la reazione europea, soprattutto di
quei paesi che avevano sottolineato uno scarto da questo tipo di
presenza americana nel mondo. Una reazione che, da queste prime
mosse, non sembra essere entusiasmante. Da parte degli Stati Uniti
c'è stata una richiesta di partnership all'Europa perché vengano
aiutati nelle aree di crisi e soprattutto nel grande Medio Oriente,
compreso l'Iran. Una cosa che mi ha sorpreso in questa rivisitazione
dei vari stati, il Libano, l'Afghanistan, i paesi dell'est
europei "liberati", come l'Ucraina, è il silenzio di Bush sull'altra
parte di mondo. Intendo, per esempio, tutta l'Asia che sta oltre la
Russia. Evidentemente sono problemi che vanno al di là delle loro
possibilità di controllo. Un ruolo che invece potrebbe essere
ricoperto dall'Europa.

Resta il fatto che un'Europa subordinata alle esigenze degli Stati
Uniti ha difficoltà ad intervenire con autorevolezza anche in altre
aree del mondo...

Una delle cose che è venuta fuori dal convegno era proprio l'idea che
questo rapporto Europa-Stati Uniti è molto condizionato dal fatto che
in fondo questa voce europea politica o geopolitica di fatto non
esiste.
E l'allargamento verso i paesi dell'Est complica ancora di più le
cose, non crede?

Certamente non rafforza il Vecchio continente. Senza contare la forte
interferenza che Bush sta attuando nei confronti della Russia.
Certamente eccessiva e che ha provocato, giustamente, una reazione
nervosa da parte di Putin. Quest'ultimo sconta anche il fatto di aver
puntato troppo in un rapporto con gli Stati Uniti piuttosto che con
l'Europa. Ed è questo il punto. Se si creasse un asse privilegiato
tra la Russia e l'Europa anche i rapporti di forza a livello
internazionali potrebbero essere modificati. E non è escluso che se
questa frizione Stati Uniti-Russia si approfondisce si potrebbe
aprire quest'altro orizzonte. Questo sarebbe interessante in quanto
sposterebbe molto l'asse centrale della politica internazionale. Non
so però quanto i paesi europei siano in grado di operare una
conversione strategica di questo tipo. Un soggetto che avrebbe potuto
imporre una cosa del genere poteva essere la sinistra europea, se
avesse avuto una leadership lungimirante. Ma in realtà siamo di
fronte alle solite divisioni.

Venendo invece ai problemi interni agli Stati Uniti, nella sua
relazione presentata al convegno, la professoressa Rita Di Leo ha
parlato di un'America che ha chiuso i conti con un novecento
caratterizzato dal "New Deal". Citando testualmente le sue parole Di
Leo dice: «Sembra che la leadership, con convinzione e entusiasmo,
stia ripudiando l'America degli anni trenta e sessanta e novanta. Via
dal New Deal, dalla Great Society, dalle affirmative action, dal
relativismo amorale dei liberal reazionari. I conservatori
progressisti al governo ambiscono al ritorno alle origini». Lei,
professor Tronti, che cosa ne pensa?

La relazione della professoressa Di Leo è stata interessante proprio
perché spostava il tema sulla politica interna di Bush, su cui pare
che questo secondo mandato punti molto. Con il fine di riproporre un
modello sociale che porti a conclusione quella fase cominciata con
Reagan e prima ancora con la Thatcher finalizzata al rovesciamento di
quella politica del welfare, iniziata proprio con il "New Deal"
rooseveltiano. Una fase caratterizzata da un forte individualismo,
anche come modello da riproporre dentro l'esportazione della
democrazia. L'impressione è che si voglia esportare non la democrazia
ma la "democrazia americana", e cioè una democrazia fondata su un
modello sociale liberista e dunque selvaggio, da proporre anche
all'Europa. E' evidente che dobbiamo attenderci una fase di conflitto
sociale molto forte, il che non sarebbe male se avvenisse.

E' proprio questo il punto. Come si colloca in questo contesto il
movimento no-global, nelle sue tante espressioni rese evidenti in
questi ultimi anni?

Un compito dei movimenti, e naturalmente del movimento no-global, è
di riuscire ad unificare, più di quanto non si sia fatto fin qui, la
lotta contro la guerra alla lotta contro questo modello sociale.
Bisogna fare emergere in modo forte che si tratta della stessa lotta
e dello stesso avversario. Così come era partito il movimento di
contestazione alle grandi strutture internazionali di controllo del
mercato per poi prendere naturalmente l'iniziativa centrale di
avversione alla guerra. Adesso è necessario riequilibrare un po' le
cose. Un compito che potrebbe essere realizzato da una sinistra più
avvertita di quella attuale e già messo in atto dalla sinistra più
radicale. Ma per poter vincere deve essere certamente più visibile a
livello di massa.


http://www.liberazione.it/giornale/050225/default.asp

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Intervista a Paul Virilio (2)

di materialiresistenti (24/02/2005 - 20:49)

Terminal

Sotto quale forma vedere installare questa endocolonizzazione ?

P.V.

Sotto la forma della città. Si guarda quello che è successo, si constata che
l'estensione dello spazio reale a perso la propria importanza di fronte alla
rapidità delle telecomunicazioni che cancella ogni distanza a favore del tempo
reale, della dimensione live. Siamo la prima società che vive un tempo mondiale.
Che si costituisce in un potere nodale ovvero che la città tende a diventare il
luogo del potere (il luogo stesso). Se si guarda a quel che succede in questo
momento, si vede che, dopo la fine delle frontiere dello spazio nazionale, c'è
una riconcentrazione su quelle che si chiamano le Eurocittà con annessa
costituzione dell'arcipelago di territori. Lo stato-città tende a tornare ma
oggi si tratta di una nuova forma di stato-città e di una nuova forma di potere.


Terminal

Cosa ne sarà dei poli tecnologici ?

P.V.

Lo sviluppo delle grandi città oggi non significa avere delle tecnopoli sparse
un pò dappertutto, non si tratta di una diaspora c'è una superconcentrazione da
quel in Inghilterra e negli Stati Uniti. gli HUB. Si tratta della congiunzione
di tre tipi di installazione: una stazione TGV per le relazioni continentali, un
aereoporto internazionale per le relazioni mondiali e un teleporto per le
comunicazioni. Lo HUB è l'ipercittà, la megacittà. Tutta l'Europa è costruita
sulla geopolitica e la geostrategia e in poco tempo si riterritorializza su una
nuova forma di stato-città mondiale: la metropolitica rimpiazza la geopolitica.
Assieme alla concentrazione sulle città reali, Monaco, Barcellona, Milano,
Francoforte, Amsterdam, Londra... Esiste una costituzione di una città mondiale
virtuale, d'una città delle città che è quella del tempo reale perchè non si
inscrive più nello spazio reale ma in quello che gli informatici chiamano i
telecontinenti. In realtà è una città che si costituisce attraverso Internet e
altre reti. Come urbanista dico che la città a venire è questa con al suo centro
una città virtuale, una città-mondo.

Terminal

Un centro che non ha centro e che passa per la mediazione macchinica
dell'informazione ?

P.V.

Si, un centro nodale virtuale con una periferia costituita da grandi città (gli
HUB)
e una grande periferia formata da zone abbandonate. Qui ritroviamo la colonizzazione

Terminal

Nell'immaginario del telelavoro, si ripopolano le campagne con dei lavoratori
che possono partecipare a distanza all'attività delle metropoli, grazie
all'alleanza tra computer e telecomunicazioni


P.V.

C'è stata l'illusione del telelavoro. Le nuove tecnologie fanno lavorare le
campagne in Cina ma non ad Ardeche. Il declino delle popolazioni contadine
continua inesorabilmente a favore di una iperconcentrazione negli arcipelaghi
della città. Secondo me sta per succedere in Europa quello che è successo nel
terzo mondo con la fine dell'opposizione città-campagna. Braudel lo diceva: il
problema in Europa non è l'immigrazione, ce n'è e ce ne sarà sempre ma,al
contrario, il problema è un'Europa senza contadini, senza qualcuno che coltiva
la terra che è un qualcosa di mai visto. E se questo accade si entrerà al di là
della storia europea, in un qualcosa che non somiglierà per niente a quello che
si è conosciuto per secoli.

Terminal

Pertanto il telelavoro esiste, almeno potenzialmente

P.V.

Si può idealmente pensare a una informatica conviviale. Ma non ci credo perchè
penso che ogni potere sia centralizzatore. Non vi rispondo con esattezza perchè
è una questione difficile,faccio ipotesi di lavoro. Siamo all'inizio dell'epoca
del multimediale, all'inizio di questo nuovo luogo: il tempo mondiale che è
l'equivalente della scoperta dell'America che bisogna colonizzare. Allora, in un
primo momento, ci sono dei primi commandos creativi,  gli hackers, i piccoli
Macintosh, Internet, le comunità virtuali più o meno critiche che sbarcano in
questo telecontinente nell' immediatezza degli scambi. Ma si sa bene che in
seguito arriva il potere con i suoi grandi battaglioni e da quel momento i
piccoli non possono più stare alla corte dei grandi. I fenomeni di
concentrazione e di capitalizzazione si chiamano a vicenda. Sia attraverso gli
aspetti religiosi come gli Ayatollah e l'integralismo, sia attraverso la scienza
che, in questo momento, è entrata anche lei in crisi. Dopo il debutto di una
scienza delle meraviglie, inventiva, con degli individui che da tutti gli angoli
del mondo fanno ricerca, si ricentralizza tutto, si burocratizza e si
sterilizza. Lo si vedenelle università, nel cinema, dappertutto. Il GATT
culturale nè è un esempio. Io non lavoro sull'immediatezza. Oggi esiste ancora
la convivialità. Ma credo che con un tempo di interattività mondiale assoluto
entriamo in una possibilità di società cibernetica, nel senso criticato da
Wiener e che la cibernetica sociale prenda il ruolo di quello che il nazismo
chiamava il darwinismo sociale.

Terminal

A causa dell'alleanza tra macchina informatica e nuove istituzioni ?

P.V.


Assolutamente si. Queste ultime utilizzeranno questo effetto di feed-back
assoluto, questa tirannia del tempo reale. C'è stata una tirannia dello spazio
reale con l'impero e con la colonia (Roma, per semplificare). Oggi la tirannia
si dispiega nel virtuale, verso una nuova concentrazione. Per quanto la
mondializzazione degli scambi da persona a persona sia una cosa meravigliosa,
allo stesso tempo l'interattività mondiale è a mio avviso un qualcosa da
respingere. Sono internazionalista, mio padre è stato un emigrante, e non sto
per ripiegare nel nazionalismo. Sono d'accordo con una cittadinanza del mondo
che rispetti tutte le le differenze spaziali, culturali.. Ma respingo la
supremazia di un tempo mondiale unico, un tempo cosmico di unificazione
applicata alla terra. Perchè l'unificazione è di fatto tirannica. E' questo il
vero cyberspazio non il videocasco per  la realtà virtuale. C'è un grande
pericolo e bisogna
battersi affinchè questa evoluzione non sia fatale

Terminal

E' una visione pessimista del nostro futuro immediato, assai simile mi sembra a
quella della corrente di pensiero espressa nella science-fiction dagli scrittori
cyberpunk

P.V.

Ho mancato un appuntamento con Gibson, l'autore di Neuromante. Dovevamo fare un
dibattito quest'autunno a Houston ma con l'uscita del mio libro non potevo
andare negli Stati Uniti. Data la debole cultura tecnica delle popolazioni, e
l'assenza di democratizzazione nella cultura tecnica, temo che la gente sia
matura per farsi sottomettere e facilitare ciò che ci minaccia attraveso questa
cibernetica sociale che inquietava tanto Wiener.
Quando lo dico non sono contro l'informatica. Come non sono contro il treno. Si
tratta di equilibrio e di critica. Credo che la tecnica veicoli sempre la
propria contraddizione. Ogni oggetto tecnico veicola il proprio negativo. Lo
ripeto senza sosta, inventre il treno è inventare il deragliamento, inventare
l'elettricità è inventare la scossa. C'è una negatività delle tecnologie
informatiche. Non c'è tecnica pura. Ogni tecnica ha una doppia valenza. C'è una
possibilità di decentralizzazione evidente ma, allo stesso tempo, la tendenza
inversa alla superconcentrazione. I due aspetti sono legati. E' un problema
politico.

Terminal

Il tempo reale non pone un problema di fondo ai democratici che mancano
cosi' del tempo necessario alla divisione dei poteri ?

P.V.

E' la grande questione. Tutte le velocità relative sono democratizzabili.
L'automobile, l'areo sono stati democratizzati. Ma la velocità assoluta,
l'immediatezza, il "live", sono le caratteristiche dell'autocrazia cioè di Dio.
C'è un centro assoluto. Vedere tutto, capire tutto, sapere tutto è da divinità
non è umano. E' l'autocrazia in quanto tale. Quando non esistono che riflessi
condizionati dall'immediatezza non c'è più democrazia possibile.

Terminal

L'immediatezza condannerebbe alla reattività a spese della riflessione,
impedirebbe il lavoro sull'informazione ?


P.V.

Impedisce la riflessione in comune. La democrazia televisiva, come la proponeva
Ross Perrot, con la smart cart inserita nel monitor non è una democrazia perchè
si è soli o con la famiglia davanti al proprio schermo. E' un riflesso. C'è
necessità invece di riflettere assieme non solo con la famiglia. Perchè la
democrazia sono gli altri. Se questo lavoro di informazione manca non c'è
libertà. E' una delle grandi questioni che si pongono oggi.

Terminal

L'informatica, imponendo un certo tipo di approccio, e soprattutto di
modellizzazione, non comincia a porre dei problemi alle scienze ?

P.V.

Infatti. Dopo le ideologie politiche, le scienze sono minacciate dalle loro
stesse tecnologie. A forza di simulare gli stati del mondo, la ricostruzione dei
fatti scompare. E' una sconfitta dei "fatti scientifici" qui che hanno fondato
il metodo sperimentale, passando per delle mediazioni, a partire dagli occhiali
di Galileo.
C'è una minaccia alla scienza che viene dal primato dell'informazione tecnica,
ovvero dei medium (simulatori, ricettori etc.). E' il caso dell'ottica attiva e
della correzione via computer dell'immagine acquisita grazie alla
digitalizzazione e al calcolo informatico. Si perde così ciò che fa l'accidente,
quello che è sorprendente: l'imprevedibile.
Altro esempio: le ricerche sulla realtà virtuale stanno per condizionare la
ricerca spaziale. La telerobotica offre la possibilità di visitare la Luna o
Marte senza andarci, attraverso dei robot che sono comandati da programmi.

Terminal

E in cosa consiste l'aspetto negativo ?

P.V.

Ancora una volta l'uomo, nella sua corporeità, è filtranto nella capacità di
contatto.
E' talmente filtrato che alla fine la scienza si stuferà dell'uomo come è
successo per gli strumenti di riproduzione visiva. Ogni scienza è legata
all'osservazione. Gli strumenti di riproduzione visiva hanno cominciato con la
camera oscura che permette la prospettiva, poi hanno continuato con la lanterna
magica, l'apparecchio fotografico, videografico, infografico per arrivare oggi
alla telecamera connessa al pc che vede ciò che lo strumento gli mostra. Ed è
ciò che permette ai missili Cruise di dirigersi sui propri bersagli. Non si
tratta più di una telecamere che distingue i contorni nella percezione ma di una
vera e propria macchina per vedere. La macchina che vede a profitto di se stesse
e non più per uno spettatore.

Terminal

Vede per uno scopo. La sua funzionalità è stata imposta dall'uomo.

P.V.

E' il computer che la dirige in funzione delle informazioni che riceve. E' un
esempio di perdita per l'uomo e di un'acquisizione di autonomia dell'oggetto che
acquisisce senso per se stesso, independentemente dall'uomo. Proprio quello che
porta alla scienza dell'uomo senza l'uomo. Diviene una macchina per produrre
scienza.

Terminal

Faccio fatica a seguirla

P.V.

Dal momento in cui si arriva a far acquisire delle percezioni molto sofisticate
ad una macchina, così come la capacità di ragionamento con i sistemi esperti,
perchè ingombrarsi ancora dell'uomo ? C'è una delega delle scienza alla
macchina. Si spinge all'estremo la scienza per farla divenire autosufficiente
come l'arte: un'arte per l'arte ma senza artista. Si avrebe una scienza della
scienza senza personale scientifico


Terminal

Degli scienziati ridotti al ruolo di forza lavoro ?


P.V.

Ci sono già dei programmi informatici per esperimenti scientifici. Ci sono delle
simulazioni
in rapporto alle quali ci si domanda se non sia il software che ha programmato
lo scienziato. Fino a dove questo tipo di logica condiziona l'esperienza ? E'
una tendenza che è già presente ed è ancora la bomba informatica che è presente.
E' la cibernetica che
è applicata alla scienza. Al posto dell'automazione del lavoro manuale si
presenta l'automazione del lavoro intellettuale.

Terminal

Oggi qual'è l'influenza delle tecnologie dell'informazione sul funzionamento
delle istituzioni scientifiche ?

P.V.

Sono stupito dalla mediatizzazione dei risultati scientifici che, a mio avviso,
rischiano di provocare gli stessi danni della mediatizzazione dell'opera d'arte.
Si crea cosi' un divismo dei ricercatori che faranno esperienza da passerella,
come se suonassero per essere applauditi dagli spettatori

Terminal

Quali perdite comporta l'informazione attuale ? Cosa sta per succedere ?

P. V.

Non chiedemi di fare profezie ! Secondo me, stiamo entrando in un periodo di
squilibrio che può durare almento un paio di generazioni. Non credo al progresso
storico, la storia  non va dal male al bene. Credo nei grandi movimenti, come
dicevano nel XIX secolo.
Il grande movimento è caotico, non c'è progresso lineare, esponenziale. La
storia sale, scende, riparte. Credo che stiamo entrando in un'epoca di
regressione, come era statoannunciato dal generale Fuller dicendo " la bomba
atomica porta con sè i feudatari".

Terminal

Un pò come in Jugoslavia ?

P.V.

La guerra in Jugoslavia non è una guerra civile  pubblica come la guerra di
Spagna con
dei campi ben definiti. E' una guerra civile privata. Dietro i "responsabili"
conosciuti, ci sono dei signori della guerra che agiscono per conto proprio. Non
è un caso che questa situazione si sia scatenata in Jugoslavia, che sia
cominciata con l'autogestione della difesa: "La difesa popolare generalizzata".
Le armi pesanti erano nelle caserme delle grandi città ma in tutti i villaggi
erano nascoste armi e munizioni. Con la crisi dello stato nazione nell'Europa
occidentale, e la fine dell'impero sovietico a est, si assiste al ritorno delle
feudalità. Che non sono esattamente le stesse in Jugoslavia come in Italia ma
ricordo che in Italia la Lega è per un ritorno di poteri che non sono più quelli
nazionali. Se si cita quello che dicevo all'emersione delle grandi città delle
comunità europea, si percepisce oggi come dietro la decentralizzazione ci siano
i sindaci delle grandi eurocittà che sono dei veri capi e che tendono
all'autonomia. Questo ci comporta un rialzo delle imposte del 70 per cento delle
imposte locali in alcune regioni. Ed è un qualcosa di assolutamente  aberrante !
Chi si ricorda la frase di Georges Frèche, sindaco di Montpellier "domani tra il
presidente della repubblica e i sindaci non ci sarà niente". E' esattamente il
feudalesimo.
Credo che si ritorni a una situazione di guerra privata in Europa (in Cina c'è
sempre stata, e i signori della guerra stanno per tornare in certe regioni che
si autonomizzano).
C'è un movimento di dissoluzione di entità che provengono dalla storia
tradizionale dell'Europa, quella degli imperi, un ritorno a delle unità
tradizionali ristrette e parcellizzate, differenziate secondo le culture e
l'economia...E questo movimento si trova rafforzato dalle tecnologie
dell'informazione

2. CONTINUA

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