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Médiologie e mediologia

di materialiresistenti (31/01/2005 - 19:12)

intervista a Regis Debray

 

Médiologie e mediologia, per come quest'ultima viene intesa e studiata dalla scuola internazionale ed italiana, non sono la stessa cosa. Ce lo spiega in un'intervista esclusiva Régis Debray, filosofo e mediologo francese. Personaggio conosciuto più per i suoi trascorsi storici che non per gli approfonditi studi sulla médiologie. Al fianco di Che Guevara nella rivoluzione in Bolivia, Debray fu fatto prigioniero dalle milizie boliviane e solo grazie all'intervento di De Gaulle fu liberato. Tornato in Francia dopo l'esperienza boliviana, l'intellettuale francese inizia a maturare una forma di rispetto nei confronti di uno Stato forte e autorevole, tanto da prendere parte anche lui alla vita politica con l'accettazione dell'incarico di consigliere del Presidente Mitterand. Ne uscirà deluso dopo aver constatato la debolezza e la falsità di uno Stato immagine, che invece di governare si vede costretto a sedurre per rincorrere il consenso popolare.

 

Oggi Debray oltre ad essere direttore dell'Istituto Europeo in Scienze delle Religioni presso l'università di Paris IV dirige una neonata rivista trimestrale che si chiama Médium.

 

- Signor Debray, si può rintracciare una data o un contesto di nascita per la Médiologie? Si, il 1979 "Le pouvoir intellectuel en France". Alla fine di questo libro annuncio l'emergenza di questa disciplina.

- La médiologie è stata definita come una falsa scienza.

Non è una scienza. E non è né vera né falsa. É un campo di razionalità che non pretende la scientificità. Non considero che la sociologia sia una scienza; affinché si possa parlare di scienza è necessario che vi sia un sapere cumulativo e un consenso fondamentale tra gli imperativi di questa scienza. Dubito che le scienze sociali rispondano a queste caratteristiche.

- Quindi potremmo considerare piuttosto la médiologie come una "forma mentis"? Si come uno sguardo sul mondo. Più un modo particolare di conoscere che un dominio preciso di conoscenze.

- Mediologia e médiologie: quali le differenze?

I Media possono essere considerati come un caso particolare di Mediazioni, le quali rappresentano l'interesse della mediologia. La mediologia, infatti, è lo studio delle interazioni tra tecnica e cultura o lo studio delle mediazioni della tecnica della cultura o lo studio delle conseguenze simboliche delle rotture tecnologiche. Quindi il dominio, o meglio, lo sguardo copre un campo molto più vasto rispetto a quello dei mass media. La mediologia non è una sociologia dei media. La Mediologia rappresenta un modo di guardare la cultura dal basso e di mettere in relazione due domini di realtà generalmente sconnessi quali, da una parte, il campo delle "idéalités" o delle produzioni culturali e, dall'altra, il campo delle produzioni tecniche.

- Qual è la differenza tra la vostra teoria e quella di Mc Luhan? La teoria di Mc Luhan è incentrata soprattutto sui Mass Media, non é costruita razionalmente, è geniale da un punto di vista intuitivo ma non ha l'ampiezza storica e filosofica o antropologica della mediologia.

- Voi avete comunque affermato che possiamo definire McLuhan come uno dei padri fondatori della médiologie. Si, certamente è un padre che bisogna riabilitare. Mc Luhan è un poeta, non lo dico in senso peggiorativo. Lui è un poeta e noi dei prosatori.

- Parafrasando Roland Barthes, si può dire che non si dà médiologie, scienza dei media, se essa non finisce per assumersi come medioclastia, distruzione e conflitto con e dentro i media? No, la mediologia non è medioclastica; la mediologia vorrebbe astenersi dai giudizi di valore e vorrebbe descrivere delle tecniche dei mezzi, delle mediasfere e non è affatto coinvolta in un combattimento contro i mass media; anche se privilegiando la trasmissione tenta di valorizzare le istituzioni, i corpi mediatori, ovvero la scuola, la chiesa, lo stato, i musei piuttosto che i mass media

- Nel manifesto della mediologia del '99 lei sostiene la necessità che vi è tra la tecnica e la cultura. È come voler promuovere la cultura del saper fare? Come lo si potrebbe fare? A chi conviene meno che venga attuata questa "rivoluzione culturale"? La mediologia non fa al caso degli idealisti e degli spiritualisti, anche se ho fatto io stesso degli studi di mediologia degli studi cristiani e notamente su dio, unico e personale (nel mio libro Dieu, un' itinere) in generale lo spiritualismo non ama che gli si ricordino le basi materiali della cultura. Cultura e tecnica sono generalmente viste come antitetiche.

- In che modo, per lei, si differenziano informazione e comunicazione e dove si colloca la trasmissione? La trasmissione è il trasporto dell'informazione nel tempo, la comunicazione è il trasporto dell'informazione nello spazio. L'informazione può essere definita attraverso un algoritmo,l'informazione è matematica, è l'inverso di una probabilità d'apparizione. L'informazione è un logaritmo. La mediologia è fondamentalmente una dottrina della trasmissione, non della Comunicazione.

- In molti Paesi si alzano pesanti critiche alla Comunicazione. In Italia Perniola, un noto filosofo, oppone alle aberrazioni della Com l'estetica; anche Enrico Grezzi, in tempi non sospetti ha mostrato il suo scetticismo nei confronti della stessa. Ramonet parla di tirannia della Comunicazione. La Com è veramente così pericolosa o queste critiche sono solo una conseguenza di una cattiva applicazione della stessa? È una questione molto complessa alla quale non si può rispondere in qualche parola. È assurdo diabolizzare la Comunicazione; bisognerebbe prima dare un senso preciso a questo termine e c'è molta polemica politico-ideologica dietro, quindi la mediologia vorrebbe astenersi.

(fine prima parte)

 

http://www.pazlab.net/rete/index.php

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L'economia della "guerra infinita"

di materialiresistenti (30/01/2005 - 15:34)

 

di Vladimiro Giacché

 

 

  1. Premessa

 

Il tema di questa relazione si presta ad un duplice svolgimento. Si può cioè con essa provare a rispondere a due distinte domande:

1)         quale economia occorre per mettere in atto una “guerra infinita”?

2)         a quale situazione economica risponde la “guerra infinita”? 

Del primo tema si sono occupati tutti quei critici dei più recenti sviluppi della politica estera USA i quali ritengono che l’attuale sforzo bellico statunitense non sia alla lunga economicamente sostenibile.[1] Si tratta di una prospettiva certamente non priva di un suo fondamento. Essa valorizza una essenziale differenza tra la guerra nel Vietnam e quella dell’Irak – una differenza sfavorevole per gli Stati Uniti di oggi: se all’epoca della guerra del Vietnam gli Usa erano la potenza economicamente egemone (in termini di produzione, di attivo della bilancia commerciale ecc.), oggi le cose non stanno più così. In termini puramente economici, gli Usa non possono permettersi un prolungato dispiegamento di forze in Irak; più in generale, non possono permettersi né una presenza militare diretta – come l’attuale – in gran parte del mondo, né le attuali, spaventose spese in armamenti.[2] È un punto di vista in fondo ottimistico: l’imperialismo americano sarà sconfitto (anche e soprattutto) per motivi economici.

Le cose, purtroppo, non sono così semplici. Per questo la domanda più interessante a cui rispondere è la seconda: a quale situazione economica risponde la “guerra infinita”? La risposta è semplice: ad una situazione di grave crisi, di crisi strutturale. È questo che rende la situazione internazionale attuale così grave (e, tra le altre cose, la posta in gioco della guerra in Irak così alta).

 

[per leggere tutto il saggio: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=53&did=101]

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"Resta, vieni"

di materialiresistenti (29/01/2005 - 15:19)

 

di JEAN-LUC NANCY

È davvero difficile scrivere quando il silenzio si impone. E tuttavia
bisogna farlo, bisogna rivolgere il saluto, senza attendere. Jacques,
mi è impossibile scrivere oggi senza rivolgermi a te.
Già, tornando da Parigi dopo averti visto, pensavo che ti avrei
scritto ogni giorno una parola, per evitare i limiti e la fatica, per
te, del telefono. Ed ecco che questa è la sola lettera possibile. Ma
non posso non fare come se, malgrado tutto, potessi scriverti. Non mi
è possibile rivolgermi a un "pubblico". Bisogna parlare di te, ma
parlando a te. Come se...
Hai amato questo "come se" che viene da Kant e che volevi riprendere
non come un trucco da illusionista ma come un'affermazione senza
riserva della presenza dell'impossibile e dell'incondizionato. Come
se fosse qui - l'assoluto -, e di fatto lo è. Allo stesso modo sei
qui, tu, sei incondizionatamente e assolutamente colui che sei -
eternamente. E questo non ha niente a che vedere con una resurrezione
religiosa (ne parlavamo, e scherzavi: “"lla fine, preferirei una vera
resurrezione classica!"). Ma ha tutto a che vedere, da una parte con
questa presenza oggi, la tua, non ancora deposta sulla riva della
memoria, ancora un istante nel fiume, sospesa, e dall'altra con il
carattere assoluto, esclusivo, incancellabile di ognuno, di ogni
esistenza.
Hai scritto che la morte di ognuno è "ogni volta unica la fine del
mondo". Il che vuol dire che il mondo è presente tutto intero in
ognuno, in quanto ognuno. Sempre ogni volta sorge e si inabissa,
sottratto alla permanenza e all'identità, riconsegnato all'eclissi e
all'alterità. Non sei più te stesso, non sei nemmeno più "tu" - è a
questo "nemmeno più" che mi rivolgo - e così sei, ci sei donato
proprio mentre sei abbandonato da tutti.
Ma tutti si occupano dell'altro te, della tua ombra celebre. Si
ripete ovunque che sei il filosofo della "decostruzione". Ma questa
troppo famosa e quasi sempre fraintesa "decostruzione", dove porta,
se non a questo: avvicinarsi a quel che resta quando tutti i sistemi
di significato (le metafisiche, gli umanesimi, le visioni del mondo)
sono smontati. Questo smontaggio, non lo hai inventato tu, tu stesso
hai ricordato che è congenito alla filosofia, la quale fabbrica e
smonta costruzioni di senso. Quel che resta, è ciò che non si lascia
annettere o bloccare sotto un senso dato. È la verità dell'unico, di
ognuno in quanto altro che non si riporta mai allo stesso, non si
lascia identificare, si allontana e scompare. Come hai appena fatto.
Come per tutta la vita hai voluto fare, indomabile e ombroso.
Volevi smontare non per distruggere ma per dischiudere, per scomporre
e così liberare questo resto: un eccesso infinito dell'esistenza
finita, l'assoluto del singolare (che non ha niente di solipsista).
Ecco quel che resta di te, quel che resta te. Sei arrivato con questo
quarant'anni fa. In un colpo solo, indicavi il resto e l'eccedenza.
Raccoglievi da Heidegger l'"essere fuori di sé" e da Husserl e
Merleau-Ponty la forza del segno al di là del senso, la "scrittura".
Dal 1963, dicevi: "Il senso non è né prima né dopo l'atto", ed è la
forza, la fuga e la violenza stessa di questo atto sempre
ricominciato che volevi fare tua. Ciò che allora ci ha catturato, in
molti, era proprio quel desiderio impaziente, superbo, esacerbato,
eccessivo che ti faceva ardere il pensiero come la vita in tutte le
estremità. La stessa generosità debordante e insieme inquieta si
manifestava nelle letture come nelle amicizie, ti portava su tutti i
fronti e ti ripiegava d'altra parte nel segreto, ti faceva tanto
parlare quanto tacere.
Avevi capito che il bisogno dell'epoca è di nuovo, come per Hegel,
nella cura di quel che resta quando "una forma della vita è
invecchiata": resta "la vita" sottratta alle sue forme, resta una
privazione, un vuoto attraverso il quale si passa a un'altra forma.
Non a un "futuro" già rappresentato ma a un "a venire" la cui essenza
è quella di venire, non di essere rappresentabile e calcolabile.
Questo incalcolabile, questa sfida al calcolo e alla padronanza,
questa sfida - in fondo - a te stesso e alla tua propria potenza è
stata la tua ricchezza più viva. Hai desiderato essere alterato -
travolto, rapito, alienato - non a distanza dal tuo essere proprio,
ma in esso nel suo più proprio: colmo di appropriazione e
disseminazione congiunte. La tua potenza non viene da altrove: da
questa prodigiosa volontà di cogliere insieme l'insensato e la
verità, il resto e l'a-venire, in un atto di senso sempre unico e
sempre rinnovato. Una follia, sì, Jacques, lo si può dire e tu non
impedisci che lo si dica. Una bella follia, come è sempre stato a
partire da Platone il "bel rischio" della filosofia. La follia della
ragione, niente di più, niente di meno. Della ragione che esige
l'incondizionato: ognuno come se fosse il mondo e perché è il mondo.
Non posso che dirti: resta, vieni.

Questa lettera è stata pubblicata nei "Cahiers du Monde" il 12
ottobre 2004.
Traduzione dal francese di Graziella Berto
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 28 Gennaio 2005
http://www.miserabili.com/archives/2005/01/su_aut_aut_nanc.html#016566

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munus

di materialiresistenti (29/01/2005 - 08:17)

"L’attività umana non è interamente riducibile a processi di produzione e

di conservazione, e il consumo deve essere diviso in due parti distinte. La

prima, riducibile, è rappresentata dall’uso del minimo necessario, agli

individui di una data società (…). La seconda parte è rappresentata dalle

spese cosiddette improduttive: il lusso, i lutti, le guerre, i culti, le

costruzioni di monumenti suntuari, i giochi, gli spettacoli, le arti,

l’attività sessuale perversa (cioè deviata dalla finalità genitale)

rappresentano altrettante attività che, almeno nelle condizioni primitive,

hanno il loro fine in se stesse"

G. Bataille, LA NOZIONE DI DEPENSE, 1933.

Dono e reciprocità

L'amicizia nella costituzione del legame sociale

di Elena Pulcini

Le passioni autoconservative della modernità configurano un rapporto con

l’altro essenzialmente oppositivo e strumentale: in una prima fase l’altro

è visto come nemico o rivale nella corsa al potere e alla ricchezza (homo

œconomicus); mentre in una seconda fase l’altro diventa un oggetto opaco e

indifferente, puro specchio della proiezione narcisistica di un Io

indebolito nelle proprie stesse passioni (homo democraticus). Nel primo

caso il legame sociale sembra avere una funzione puramente strumentale tesa

alla conservazione e all’affermazione dell’Io; nel secondo caso, esso viene

corroso e messo in crisi dall’apatia di individui atomisticamente chiusi in

una sterile logica identitaria. Già Rousseau e Tocqueville hanno suggerito

la possibilità di combattere gli effetti perversi di questo modello

attraverso l’attivazione di passioni altre, rimosse dallo sviluppo della

modernità, e potenzialmente capaci di contrastare l’azione disgregante

dell’individualismo acquisitivo e narcisistico. Si può dunque provare a

verificare l’esistenza, nella società contemporanea, di forme fattuali di

legame fondate su passioni comunitarie e su un sentimento di philía che

riaffiora dentro la crisi del legame sociale, prefigurandone la

ricomposizione in forme inedite, adeguate alla complessità della società

democratica. Si tratta dunque di scommettere sulla possibilità di

rintracciare, nella struttura antropologica degli individui, passioni

alternative a quelle peculiari del paradigma utilitaristico, nelle quali

emerga come prioritaria la tensione comunitaria, il desiderio del legame;

passioni che interpretano l’altro come costitutivo dell’identità dell’Io.

La scommessa consiste nel supporre che gli uomini non siano motivati solo

dal desiderio di acquisire, che riduce il legame sociale a puro strumento

di fini individualistici; ma che agiscano anche spinti da un insieme di

motivazioni, come la generosità e il desiderio di dare, l’alleanza e

l’amicizia, che fanno del legame sociale il fine stesso dell’azione. Questa

scommessa è ciò che, sia pure nelle diverse prospettive, accomuna gli

autori che si riconoscono nella teoria del dono e nella necessità di

costruire un paradigma alternativo a quello utilitaristico: tra questi, M.

Mauss, G. Bataille, J. Derrida, A. Caillé, J.T. Godbout.

Riferimenti Bibliografici

- G. Bataille, Il dispendio, Roma 1997.*

- A. Caillé, Il terzo paradigma, Torino 1998.*

- J. Derrida, Donare il tempo, Milano 1996.*

- J. Derrida, Politiche dell’amicizia, Milano 1995.*

- J.T. Godbout, Il linguaggio del dono, Torino 1998.*

- J.T. Godbout, Lo spirito del dono, Torino 1993.

- M. Mauss, Saggio sul dono, in Id., Teoria generale della magia, Torino 1965.*

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biopolitica della memoria

di materialiresistenti (28/01/2005 - 18:39)

L'olocausto costrinse il Moderno a guardarsi dentro a partire
dall'orrore che ogni potere ha in sé. Quel *negativo* che era l'elemento
dialettico con cui Hegel volle ritmare la continua evoluzione del mondo
storico, divenne l'occhio cieco con cui il potere, occludendo il sociale
e rivesandogli contro il male assoluto e relativo, divenne il *potere di
ricordare*...
Cioè di permettere che solo a distanza di decenni o di secoli il potere
possa essere portato davanti al Tribunale dell'Uomo!

La biopolitica tanatologica del nazismo, cioè l'identificazione tra
l'elemento biopolitico e quello dell'immunizzazione (sacralità della
razza e sterminio degli ebrei, comunisti, zingari, omosessuali...), ha
scoperchiato il mostro che da Hobbes in qua rovina la storia umana: il
controllo totale a partire dal corpo (la sua vita da difendere
attraverso l'igiene, attraverso la morte dei suoi inquinatori,
attraverso l'annnientamento scientifico di coloro considerati
"Muselmann").

Il ricordo ci costringe a non vedere e a non agire. Il linguaggio
rincorre le forme di un orrore che resta ancora da combattere fin quando non si intravvede che dietro allo sterminio razzista c'era la
tecno-politica fondata sul corpo: la bio-crazia.


Ecco che il presente deve venir visto a partire dal passato. La vita a partire dalla morte.

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