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Il linguaggio in produzione

di materialiresistenti (29/11/2004 - 08:55)

Le langage comme moyen

de la production marchande

traduit de l’italien par François Rosso et Anne Querrien

Il est toujours de bon augure de passer de l’étude théorique des nouveaux modes de production à la vérification sur le terrain, aux interviews de sujets de la mutation, cherchant à mettre à plat les relations qui s’établissent entre celui qui cède sa propre force de travail et celui qui l’acquiert, enregistrant sur le vif les attitudes, les pensées et les manières de vivre cette relation. Quand les paradigmes se remplissent de subjectivité, les modèles de la nouvelle économie se révèlent pour ce qu’ils sont réellement. On pense notamment aux analyses de Romano Alquati chez Fiat ou chez Olivetti au début des années soixante, ou à la recherche des Quaderni Rossi sur le rapport entre composition technique et composition politique de la classe ouvrière fordiste. Alquati disait qu’il était nécessaire de refuser et de détruire la pyramide d’entreprise que la sociologie industrielle nous présente et de la recomposer avec d’autres hypothèses. On raconte qu’il allait à bicyclette d’une porte à l’autre de la grande entreprise pour discuter avec des ouvriers, des cadres et des techniciens, et recomposer ensuite les informations dans une confrontation serrée avec le Capital de Marx. De ce travail minutieux sont sorties des catégories politiques qui se sont révélées fondamentales pour les luttes qui commençaient à émerger alors.

Au début des années 80, la recherche théorique et empirique a réussi à produire une série importante de catégories descriptives sur ce qu’il est convenu d’appeler le post-fordisme ou toyotisme. Tout le monde est plus ou moins conscient du changement de paradigme, de la transition irréversible vers un mode de production flexible, caractérisé par les flux tendus, la sous-traitance, le travail autonome. La littérature socio-économique ne manque pas ; il est même facile de s’y perdre. En lisant les revues de management on reste stupéfait de la lucidité et de la richesse d’analyse des tenants de cette nouvelle économie et on éprouve une certaine satisfaction à les voir confirmer certaines de nos intuitions. Il semble qu’il suffise de partir de cette littérature pour élaborer un programme politique de luttes « dans et contre le capital ».

[per leggere tutto il saggio: http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=1602&var_recherche=marazzi ]

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Intervista a Toni Negri

di materialiresistenti (28/11/2004 - 14:51)

 di Hector Pavon

 

 

 


 

Toni Negri è un credente. Non c'è dubbio. E non solo per le sue origini cattoliche. Negri crede in ogni tassello che compone il mosaico di argomentazioni che costituisce Impero, il libro che ha scritto con Michael Hardt, e anche di "Multitude, war and democracy in the age of empire" che è appena uscito in quello che è il vero e proprio cuore dell'impero, che gli autori non si stancano di mettere in discussione: gli Stati Uniti.

Se Impero fornì la diagnosi della situazione mondiale, Multitude ha qualcosa del catechismo rivoluzionario postmoderno: ciò che un controimpero deve costruire e realizzare.

La fede di Negri nella moltitudine è, a 71 anni, la colonna vertebrale della sintesi della sua filosofia politica e del suo nuovo ideario, da tanti atteso.

Impero fu pubblicato nel 2000 e fu un libro di provocazione che scosse il malconcio campo marxista che cercava di riunire i suoi pezzettini sparsi dall'esplosione del campo socialista alla fine degli anni ottanta. Le tesi di Impero sostenevano e proponevano: la fine dell'imperialismo; la crisi della sovranità degli stati nazione; l'apparizione globalizzata del lavoro immateriale; il tramonto della dialettica; la nascita di un impero senza centro e senza territorio però ubiquo; l'apparizione del biopotere esercitato sulla vita sociale e la nascita della moltitudine in quanto soggetto che si sarebbe contrapposto all'impero.

Successo di vendite, ricevette elogi e preso come la bibbia ma anche criticato parola per parola. Il filosofo francese Etienne Balibar disse: "è una prodezza sorprendente, scritto con un entusiasmo contagioso, basato su un'ampia conoscenza storica". "È una riscrittura del Manifesto comunista", commentò ammirato il filosofo slovena Slavo Zizek.

Però altri si misero in fila dall'altra parte per segnalare errori, e non sempre in tono diplomatico. "Secondo quanto indica la tesi di Impero, risulta difficile liberarsi dal sospetto che il potere della moltitudine non è niente altro che un'astrazione filosofica e che questo potere non esiste in nessun luogo piuttosto che esista ovunque", disse Ellen Leikins, politologa canadese. E il sociologo americano James Petras volle firmare l'epitaffio: "Impero è la sintesi generalizzata delle banalità intellettuali sulla globalizzazione, il postmodernismo, il postmarxismo. La tesi del postimperialismo di Impero non è nuova, non è una grande teoria e spiega poco del mondo reale. È piuttosto un esercizio prolisso privo di intelligenza critica".

Multitude è stato distribuito nella prima settimana d'agosto negli Stati Uniti, mentre in Argentina sarà pubblicato dall'Editrice sudamericana. Il libro è organizzato lungo tre assi: guerra, moltitudine e democrazia. Nella prima parte, gli autori indicano come conditio sine qua non alla sopravvivenza dell'impero nello "stato di guerra permanente". E rintracciano negli attentati dell'11 settembre una similitudine con un fatto del 1618, quando due reggenti romani furono defenestrati dal Castelle di Hradcany di Praga. Scoppiò così la guerra dei trent'anni nel Sacro romano impero. La caduta delle torri gemelle ha avviato un'era di guerra infinita. Nel capitolo sulla moltitudine, offrono istruzioni per attivare l'organizzazione controimperiale. Su questa fanno risaltare il crescendo della lotta dei gruppi di resistenza globale contro i gruppi che controllano le finanze del mondo.

"Ciò che hanno in comune le forze mobilitate in questo nuovo ciclo mondiale non è solo un nemico comune - che si chiami neoliberismo, egemonia statunitense o impero globale - ma anche pratiche, linguaggi, condotte, usi, forme di vita e desideri comuni di un futuro migliore", scrivono Negri e Hardt. L'Argentina appare nella descrizione dei radicalismi sorti a partire dal 2001, in particolare con i piqueteros. E benché alcuni se ne meraviglieranno, gli autori dedicano uno spazio all'amore: "la gente oggi sembra incapace di intendere l'amore come un concetto politico, però un concetto d'amore è proprio quello di cui abbiamo bisogno per reggere il potere costituente della moltitudine".

Alla fine ipotizzano un mondo attraversato dalla democrazia globale. "Mai la democrazia è stata tanto necessaria come ora", sostengono e assicurano che sarà la moltitudine che creerà nuovi circuiti di cooperazione e collaborazione che si spanda su nazioni e continenti e permetta incontri illimitati. "La moltitudine può concepirsi come una rete aperta e espansiva in cui possono esprimersi liberamente e equamente tutte le differenze".

Questo è un libro filosofico che problematizza, domanda, questiona, può proporre, ma senza risposte. E alcune delle risposte che offre le dà attraverso metafore come quella dei personaggi del viaggio verso le stelle, o di Dracula o del Golem. Immagini che "spiegano" certe domande poco chiare sulla moltitudine nelle 427 pagine.

Chi erano Hardt e Negri prima di diventare esegeti del Capitale? Michael Hardt è un giovane professore all'Università di Duke (Usa). Il discorso su Negri è più complesso. Ha percorso una lunga carriera accademica, politica e militante per giungere alla sintesi del suo pensiero politico. Ha studiato filosofia in Italia, Germania e Francia e fu un militante attivo che lavorava con gli operai delle fabbriche. "Autonomia operaia" fu il gruppo che fondò e su cui gettò le basi teoriche e filosofiche di alcuni concetti che sarebbero comparsi in Impero. Negri visse il 68 con tutta l'effervescenza dell'epoca nel momento in cui lo stato italiano cominciava a restringere gli spazi di libera espressione: le manifestazioni venivano represse e leaders e militanti furono perseguitati. Autonomia manteneva relazioni strette con il gruppo guerrigliero delle Brigate rosse. Verso il 1977 la situazione politica si complica e Negri si esilia in Francia, dove ha lavorato assieme a Louis Althusser. Nel 1978 le Brigate rosso arrestarono ed uccisero il Primo ministro Aldo Moro. Una anno dopo, in piena caccia alle streghe, Negri viene arrestato a Milano, assieme a 67 militanti di Autonomia e accusato di esserne il leader, come delle Brigate rosse. Fu condannato e passò per varie carceri italiane dove sviluppò un intenso lavoro teorico fino a che nel 1983 fu eletto deputato e, grazie all'immunità parlamentare, poté lasciare il carcere. Prima dell'imminente revoca dell'immunità, si esiliò nuovamente in Francia. Nel 1997, Negri ritornò in Italia, fu incarcerato e poco dopo cominciò a godere di permessi speciali fino a che non gli furono concessi gli arresti domiciliari, e nel 2003 la libertà. Dalla sua casa nel quartiere romano di Trastevere, in cui scrisse le due opere assieme al suo discepolo Hardt, ci ha parlato del suo ultimo libro.

In Moltitudine, c'è l'idea terrificante che questa sia "l'era della guerra permanente". Si può superare quest'istanza tanto pessimistica?

È una tesi che può apparire pessimistica, dura, severa. Effettivamente la crisi del sistema politico del capitalismo globale è profondissima. Noi abbiamo proposto una forma di governo democratico di tutto il pianeta, e ci sembra, in assoluto, che la classe politica capitalista e quella delle grandi nazioni egemoniche, abbiano la sensibilità e la possibilità di porsi il problema di una gestione democratica del mondo.

La guerra è la soluzione naturale che deriva dal fatto di non avere idea di come governare il mondo. Questa classe dirigente mondiale è incapace di immaginare una riforma delle relazioni tra le moltitudini, i popoli, le classi e i continenti. Non crediamo che ci sia risposta all'esigenza che richiede la costituzione dell'ordine mondiale. Capisce? Però l'aristocrazia, e alcuni strati della borghesia transnazionale e dell'impresariato mondiale, sono completamente disillusi rispetto alla gestione nordamericana dell'impero. E non vedono nella politica nordamericana, né in quella di Bush né in quella di Kerry, una soluzione al problema. Abbiamo anticipato la crisi del discorso di Kerry.

A cosa si riferisce?

Ho l'impressione che la classe dirigente nordamericana non arriva ad immaginare una forma di gestione globale. Qui non si tratta di dire: la dirigenza nordamericana è d'accordo con quella francese, con l'australiana, con l'argentina per dirigere il mondo. Si tratta di riconoscere un nuovo modello di sviluppo che ci coinvolga tutti. Siamo in un mondo in cui l'interdipendenza è diventata assoluta. La classe dirigente nordamericana continua ad essere una classe dirigente nazionale. Nel libro citiamo al Marchese de Sade: "Francesi, un altro sforzo per essere repubblicani" che trasformiamo in: "Nordamerica, un altro sforzo per essere imperialisti".

In passato sottolineavate il fatto che questo impero non ha centro. Ora sembra evidente che questo centro è Washington.

Credo che lo sia stato sempre. Washington in campo politico; New York in quello finanziario e Hollywood per quanto concerne il mondo della comunicazione. Non parliamo di un centro nordamericano dell'impero, diciamo un "centro dell'impero". Roma non era la capitale d'Italia, era la capitale di Italia, Grecia, Egitto. Dobbiamo fare molta attenzione a non lasciarci ingannare dalle parole. L'interesse capitalistico è un interesse a tutto il mercato mondiale. E voi argentini lo sapere meglio ti chiunque altro. Perché la classe dirigente argentina non riesce ad amministrare il suo paese? perché non è sufficientemente mondiale.

Vuol dire che gli argentini non pensano globalmente.

Credo che il grande problema argentino è che le classi dirigenti non pensano globalmente. Però questo non ha a che fare solo con l'Argentina, bensì con tutte le classi dirigenti dell'America latina, eccetto probabilmente Lula e Kirchner, che hanno cominciato a pensare globalmente e di fatto hanno avuto grandi successi.

In Iraq gli eserciti privati non sono il simbolo della mescola di affari, politica e guerra?

La consideriamo soltanto un esempio di quella che è una tendenza generale che ci sembra più drammatica, il fatto che ci siano bande di canaglie e delinquenti che fanno la guerra per professione. Ci preoccupa quella che è la tendenza a qualunque forma di patriottismo, di quello che è il trionfo di questa idelogia mercenaria per fare la guerra. Ci preoccupa il fatto che, come successe nell'antica Roma, i mercenari possano prendere il potere sull'impero. Capisce? Quando scrivevamo il libro, Iyad Allawi era il rappresentante degli interessi della libertà in Iraq, oggi abbiamo visto chi sia. E mentre lo scrivevamo, Hamid Karzai era ancora il grande rappresentante della democrazia in Afganistan, e oggi vediamo che è alleato con i grandi signori della guerra. Però se c'è qualcosa che è contraria al mio stile e quello di Hardt è lo scandalo per lo scandalo, dire per esempio che gli americani vanno in Iraq per il petrolio, per esempio. Cerchiamo di comprendere le logiche interne al sistema di potere mondiale nei termini più sofisticati possibili.

Kissinger non si presenta alla giustizia internazionale; i marines non possono esseri giudicati fuori dagli Usa per crimini che possano aver commesso. Esiste giustizia nell'impero?

I nordamericani hanno sempre rifiutato un tribunale internazionale. Che vuole? i tribunali internazionali si sono trasformati in mercati. Pensi a come si risolse la questione con la Libia, attraverso dei pagamenti. D'altra parte, che vuole? il tribunale per Milosevic è una delle cose più indegne che si siano prodotte. Il tribunale internazionale per Saddam era diretto da Allawi, un assassino. Capisce?

Non è un'utopia pensare alla moltitudine come luogo in cui convivono armoniosamente tutte le differenze?

Non è un'utopia. È un'ipotesi. Quando Marx parlava della classe non parlava di qualcosa di costituito, politicamente. Quando diciamo "moltitudine" intendiamo "fare moltitudine", cioè costruire un momento, quel dispositivo, quel progetto che comprende tutti gli aspetti, minoranze del mondo e singolarità. Per noi, il progetto della moltitudine è proprio quello di costruire il comune. Quando parliamo del comune, ci riferiamo al linguaggio, alle condizioni che determinano la vita degli individui uniti. La lingua, il linguaggio, il fatto che possa parlare con lei, è lo scambio, la cooperazione. E siamo convinti che rappresenta il 95, 96% della vita dell'umanità. E dopo c'è il 2, 3% del potere, della violenza, dell'egoismo, del privato.

Di fronte al protagonismo della moltitudine si potrebbe dedurre che per voi la classe operaia ha cessato di avere il ruolo principale nelle lotte sociali.

Non abbiamo mai detto che la classe operaia abbia cessato di essere la protagonista delle lotte. La classe operaia continua a lottare dentro e assieme ai nuovi strati della popolazione. Però accanto alla classe operaia come la si intendeva una volta, cioè gli operai del lavoro tailorizzato, fordista, si sommano altri strati del lavoro. Sono i lavoratori precari, gli intellettuali, i lavoratori dei servizi, le donne, gli immigrati. Il fronte delle lotte del lavoro si è ampliato infinitamente. I contadini si sono convertiti in uno degli elementi fondamentali nelle relazioni tra massa e singolarità.

Slavoj Zizek ha detto che i lavoratori di oggi oltre a dare il loro corpo devono "offrire nel mercato finanche le proprie emozioni". Così è stato possibile imporre il lavoro in cellule nel just in time giapponese?

Sì, però studiamo queste cose da trent'anni. Le ha scoperte Zizek? Dal 68 gli affetti e i sentimenti sono stati organizzati per il lavoro produttivo. È come comprendere che un contadino cinese o uno brasiliano possono lottare assieme e allo stesso tempo ritrovarsi uniti con una lavoratrice della Silicon Valley? Capisce? Questi sono i problemi d'oggi, di affetti risolti in lavoro. Non si parla già più di lavoro, c'è un'igroranza dei problemi del lavoro che fa paura. Mentre al contrario c'è da cominciare a parlarne perché la gente vive, soffre e produce e per di più è felice o infelice per essi.

Dopo la sua visita in Argentina nel dicembre passato, pensa che questa sommatoria di soggetti che dal dicembre del 2001 ha cominciato a scendere in strada a chiedere cambiamenti nella politica argentina era la "moltitudine"?

Non mi piace esprimere giudizi sulla base di viaggi turistici, capisce? Questa domanda deve porla ai suoi compagni argentini, tanto a quelli che lottano come piqueteros, quelli che stanno nelle fabbriche occupate o a quelli che stanno al governo, e che sono di sinistra o capiscono questi problemi. Penso che l'Argentina è uno dei grandi laboratori della modernizzazione postmoderna. Penso che sia il luogo in cui queste grandi forze attive stanno sperimentando le sua possibilità di sopravvivere, lottare, costruire e produrre.

Alcuni sostengono che il movimento di resistenza globale dovrebbe preoccuparsi di quello che accade in ciascuno dei paesi da cui proviene...

Guardi, se si tratta di una nuova linea bolscevica in riferimento al potere nazionale, all'abbattimento dei governi nazionali per prendere il potere, dico: è una grande stupidaggine. Penso che oggi la possibilità di avere influenza nel mondo è superare le lotte nazionali fino a raggiungere impegni globali. In Italia, per esempio, non lottiamo più semplicemente a livello nazionale. Berlusconi è un buffone, però è un buffone mondiale, non solo nazionale. Non si può lottare per la libertà, per il salario, se non si fa così. Il capitalismo ha imparato abbondantemente a superare le frontiere nazionali. Solamente degli stupidi, o i vecchi bolscevichi potrebbero pensarlo.

Voi, per esempio, avere un signor Atilio Borón che sostiene che solo attraverso le lotte nazionali si può lottare a livello mondiale. È una strande stupidaggine, un discorso profondamente reazionario. Capisce? Tutta la nostra esperienza porta esattamente al contrario. Siamo riusciti a generare lotte a livello europeo sempre generalizzate. Ciò non significa che se, dove vivo, licenziano una donna bianca o di colore, non debba lottare immediatamente per risolvere il suo problema. Capisce? Però ciò forma parte dell'etica. Ciò che è assolutamente illusorio è il fatto di poter fare la rivoluzione o anche solo riforme in un paese solo. Questa era l'illusione dei sovietici tantissimi anni fa.

Questa democrazia delle moltitudini è il post-socialismo?

Parliamo di post-socialismo perché consideriamo sempre che il socialismo nascondeva nell'armadio lo scheletro del capitalismo. E che il socialismo non era altro che un'idea di amministrare il capitalismo attraverso lo stato. Il socialismo non può mai sviluppare un'idea di libertà. Ora noi pensiamo che il comunismo sia maturo. E quando diciamo comunismo, intendiamo l'amministrazione del comune in contrapposizione al privato e allo statale. Guardi che questo non significa niente di anarchico. Il post-socialismo è per noi andare oltre quello che fu l'ideale socialista che si esaurì nel riformismo.

È possibile esportare la democrazia come voglio fare gli Usa in Afganistan e in Iraq?

Siamo di fronte allo scandalo, di fronte ad una provocazione coloniale di Bush e della sua banda di canaglie. Spero almeno che siano cancellati dalla storia. Stanno massacrano intere popolazioni, Najaf si è convertita in una Guernica. Sono riusciti a distruggere finanche l'odore della libertà. Siano davvero di fronte alla vergogna. Non c'è nessuna differenza tra gli aerei nordamericani e gli aerei nazisti. Capisce? Siamo al di fuori della dignità umana.

Esiste una democrazia che possa resistere all'attacco del terrorismo?

Prima di tutto c'è da capire cosa sia il terrorismo. Se il terrorismo consiste nell'uccidere le persone, assomiglia molto alla politica nordamericana; anche quando è fatto da persone che vogliono liberarsi da qualcosa è orribile. Però non c'è nessuno differenza tra il signor Bin Laden e il signor Bush. Bin Laden è un mercenario di Bush e della sua famiglia, esattamente come lo fu Saddam. Ciò che oggi si chiama terrorismo mondiale è una rivolta di mercenari nordamericani. Uno, Bin Laden, liberò l'Afganistan dai sovietici e l'altro, Saddam, bloccò l'espansione sciita verso il mondo arabo.

Avete menzionato nel libro le Madri di Plaza de Mayo come esempio della lotta per la giustizia e i diritti umani. Com'è nato il vostro interesse?

Non è che mi interessino particolarmente. Conosco alcune di loro però quello che mi interessa è capire come un popolo tanto civile come l'argentino possa essere arrivato ad una pazzia omicida come quella che si verificò sotto la dittatura. È qualcosa che non ho mai capito. La mia comprensione del mondo ha limiti che per quanto riguarda l'Argentina non mi consentono di capire come i militari, in un paese tanto civilizzato, abbiano potuto avere l'idea di difendere la nazione fino a questo livello di pazzia.

Come si risolverà in futuro la crisi del movimento di resistenza globale?

Guardi, credo che il movimento è in una profonda crisi, e che il suo rilancio si può produrre solo attraverso di questi grandi movimenti continentali che si stanno organizzando: l'America latina, l'Europa, l'India, la Cina, gli Stati Uniti... Il maggior problema è far cessare definitivamente le guerre. Secondo, cercare di costruire organizzazioni mondiali che rompano la divisione tra nord e sud o tra est e ovest. Questa è il grande problema su cui dobbiamo lavorare, però credo che siamo in una fase già avanzata. Si dovrebbe generare un impegno definitivo e il varo di un New Deal globale. Avanziamo molto è la situazione è lungi dall'essere negativa. Per dirlo con una frase di Mao Tse Tung: "È grande il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente".

 

[ http://www.zmag.org/Italy/negri-pavon-ciclone-globale.htm ]

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Guardare la guerra

di materialiresistenti (28/11/2004 - 11:18)

Rappresentazioni senza ieri né domani


MARIA TERESA CARBONE

Se è vero, come sostiene Anna Camaiti Hostert in apertura al suo Metix. Cinema globale e cultura visuale, che «la condizione di in betweenness è lo spazio comune di quello sguardo che caratterizza la società visuale entro cui viviamo e il luogo dal quale analizzare le strutture della visibilità», non sembra casuale che uno dei più importanti studiosi di quel campo magmatico - o meglio di quella «strategia culturale» - che sono i visual studies, Nicholas Mirzoeff, sia in certo senso l'incarnazione di questo stato di «non appartenenza». Nato in Inghilterra da una famiglia ebrea di origine russa, Mirzoeff (che ieri ha presentato a Roma insieme a Anna Camaiti Horstert e a Benedetto Vecchi il suo saggio più recente, Guardare la guerra, di cui si parla nell'articolo accanto) vive ormai da una decina di anni negli Stati Uniti, dove insegna alla State University di New York. Fra i suoi testi maggiori, oltre alla Introduzione alla cultura visuale (pubblicata da Meltemi nel 2002) ha una importanza particolare Diaspora and Visual Culture: Representing Africans and Jews, che affronta un tema - il confronto della rappresentazione della diaspora africana e ebraica - trattato tangenzialmente anche in Guardare la guerra (in inglese, Visions of Babylon. Watching the War in Iraq).

Come mai nel suo ultimo libro ha deciso di scegliere come punto di visuale proprio l'America all'apparenza benestante e conservatricedei suburbs?

È una scelta deliberata, e deriva dal fatto che mi rivolgo anche a un pubblico europeo, che conosce l'America attraverso i media e ha un'immagine della società statunitense, e in particolare di questi sobborghi, negativa e chiusa. Immagine che può corrispondere in buona parte alla realtà, senza dimenticare, però, che proprio qui si compiono scelte politiche importanti, che qui vive la maggioranza degli americani. E bisogna anche tenere conto del fatto che le immagini prodotte dalle televisioni statunitensi sono dirette ai suburbs, ma vengono poi viste in circostanze diverse da quelle che presumiamo di conoscere. La politica dovrebbe seguire con attenzione quello che accade, invece, almeno per quanto riguarda i democratici e la sinistra, si continua a prestare attenzione solo alle parole. Nelle recenti elezioni americane gli spot di Bush erano essenzialmente visivi, c'erano molte immagini, molta musica, e testi brevissimi: frasi come «So esattamente quello che voglio fare», prive di ulteriori spiegazioni. Eppure, i messaggi risultavano convincenti grazie all'assemblaggio di immagini e musica: in fondo, siamo vicini a una posizione fascista, nel senso che ci troviamo di fronte a una anestetizzazione della politica. Per contrastare questa situazione, può essere utile partire da un punto di vista diverso, per esempio proprio dai suburbs, analizzati tuttavia da una persona che, come me, vive negli Stati Uniti senza essere americana, e che a questo punto non è neanche del tutto «europea», insomma che si trova
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Ma in fin dei conti, i nostri tempi non sono caratterizzati proprio dalla non appartenenza? In Europa, le ibridazioni fanno parte della nostra cultura da millenni.

Certo, e per questo in Guardare la guerra ho scelto come riferimento Babilonia, la città più antica che si conosca, ma anche la metafora duratura per la vanità del tempo presente. Nel libro parlo di una ciotola conservata al Pergamon di Berlino, che è stata modellata a Babilonia duemila anni prima di Cristo: all'interno della ciotola è incisa in caratteri ebraici una versione della preghiera Shema Yisroel, «Ascolta Israele», uno dei testi canonici dell'ebraismo, mentre sul fondo è rappresentata una figura antropomorfa. Dunque, quando si parla della proibizione relativa alle immagini nella religione ebraica, bisogna tenere conto tuttavia del fatto che a Babilonia, quattromila anni fa, qualcuno disegnava una figura in riferimento a un testo ebraico: è un esempio di cultura «vernacolare», di un uso quotidiano delle immagini. Quando parlo di «modernità babilonese», mi riferisco a questo impasto di passato, presente e futuro, a una cultura delle immagini che i media oggi cercano di appiattire, attraverso il concetto di real time, che non ha passato né futuro.

L'uso delle immagini è sempre stato strumentale al potere, basti pensare al ruolo che le immagini religiose hanno avuto per la chiesa cattolica. Quello di oggi è solo un salto quantitativo, o sono intervenuti altri elementi a caratterizzare la situazione contemporanea?

In effetti, la massa di immagini da cui siamo bombardati ha come effetto una modalità di ricezione diversa. Si potrebbero portare, come esempio significativo, le immagini delle torture nel carcere di Abu Ghraib: quando hanno cominciato a circolare, sembrava scontato che avrebbero condotto al crollo dell'amministrazione Bush, ma in realtà hanno appena scalfito la superficie delle notizie sugli schermi televisivi, per poi venire di nuovo inghiottite in mezzo a una quantità di altre immagini. Per questo, credo che uno dei compiti dei visual studies sia proprio quello di mettere in guardia contro questa velocità di consumo, di invitare le persone a soffermarsi su certe immagini più che su altre. Ma c'è anche un altro fattore di novità: negli ultimi anni, sia grazie alla semplice macchina fotografica che alle videocamere, moltissime persone hanno cominciato a produrre immagini, rendendosi anche conto di quanto sia facile manipolarle. La conseguenza è uno scetticismo diffuso nei confronti di quello che i media propongono. Anche qui, un giudizio critico è importante, perché rivela come le falsificazioni non siano un dato della contemporaneità, ma siano sempre esistite. Le recenti elezioni negli Usa ci hanno dimostrato che le persone non votano in base a criteri economici, come si dice sempre, ma seguendo modelli culturali. La cultura è oggi il luogo, inteso nell'accezione più ampia del termine, dove è necessario impegnarsi di più. E questo non è il compito di un individuo, o di un gruppo di intellettuali, deve essere invece l'oggetto di una vera e propria strategia politica. La cultura deve diventare un luogo di azione politica. Io parto dai visual studies, ma ci sono molti altri campi da cui muoversi.

A questo proposito, non ritiene che il salto quantitativo di cui lei parla vada oltre il discorso visivo e si estenda per esempio anche alle sollecitazioni sonore che ci inseguono ovunque, dalla musica negli ascensori alla radio nei supermercati?

Certo, ci troviamo di fronte a una saturazione che si estende ai suoni e anche - non dimentichiamolo - ai testi scritti. Ma penso che la modalità di espressione scelta dalla globalizzazione sia la visualità. Soprattutto negli ultimi anni, da quando viviamo in «uno stato permanente di eccezione» - come lo definisce Giorgio Agamben - dove la guerra è diventata un modello, la visualità rappresenta la chiave di questa situazione, di quello che i militari in Iraq chiamano full spectrum dominance, un controllo che si esercita lungo tutto lo spettro visivo. E non a caso per descrivere il nostro rapporto con le immagini, tendiamo a usare un vocabolario militare: siamo «bombardati» dalle immagini, «assediati» dalle immagini, le immagini ci «attaccano», tutti termini che cercano di definire appunto questo stato di eccezione. Io non avanzo proposte, cerco solo di evidenziare le contraddizioni della cultura contemporanea, allo stesso modo in cui Marx ha analizzato le specificità del capitalismo nell'Ottocento. E anzi, sono convinto che un Marx del ventunesimo secolo scriverebbe di temi connessi alla visualità, perché è qui che si esprimono le forme egemoniche della cultura contemporanea. Se pensiamo al potere di evocazione dei logo, ci rendiamo conto che nessun altro medium esprime altrettanto bene l'intensità con cui il capitale contemporaneo riesce ad articolarsi. E di questa intensità abbiamo un esempio speculare nel ruolo che le immagini hanno giocato nell'Islam contemporaneo. Basti ricordare la consapevolezza dimostrata dai talebani che hanno catturato l'attenzione mondiale facendo circolare i filmati della distruzione (dettata all'apparenza da una scelta «iconoclasta») delle grandi statue dei Buddha. O alle terribili immagini degli ostaggi in Iraq, che rivelano fino nei particolari (la tuta arancione indossata dai prigionieri, sul modello di quelle dei detenuti di Guantanamo) un'attenzione sofisticata nell'uso degli elementi visivi per raggiungere il massimo impatto. Ed è a causa di questa situazione che a me appare tanto più necessaria la presenza di quello che potremmo definire un «contromovimento», capace di non farsi impastoiare nella logica del «con noi o con loro» e di adottare una posizione critica analoga a quella assunta dall'Europa rispetto alla guerra dell'Iraq. Non parlo qui, naturalmente, dei singoli paesi, piuttosto di quella concezione dell'Europa cui ha fatto riferimento Jacques Derrida nei suoi ultimi interventi.

Rispetto alla presenza e all'azione di questo «contromovimento», lei conclude il suo Guardare la guerra con un augurio: «Far diventare le nostre classi, i nostri centri di studi umanistici, forse un giorno persino le nostre università, luoghi di rifugio dall'impero dei campi».

Quello che voglio dire, è che vorrei ricollegarmi al tempo in cui l'università era considerata l'ultimo spazio di utopia, vorrei ritrovare un luogo di libertà mentale che sfugga al realismo rappresentato da Dick Cheney e quelli come lui, vorrei provare a contrapporre al «pensiero globale» uno spazio di pensiero «universale».

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Fonte:www.ilmanifesto.it

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Esodo

di materialiresistenti (22/11/2004 - 18:52)

di Piperno Franco
 
tratto da: Elogio dello spirito pubblico meridionale - Genius loci e individuo sociale

Dopo lo Stato nazionale, l’autogoverno delle città. Dopo la società del lavoro salariato, l’educazione all’ozio, cioè ad attività intelligenti non disgiunte dal piacere. Dopo la «questione meridionale», con i piagnistei sul mancato sviluppo, il Sud d’Italia come terreno privilegiato per inventare una sfera pubblica all’altezza della società informatizzata. Questo libro di Franco Piperno è un «manifesto» sulle risorse etiche e politiche del nostro Meridione. Più in generale, un «manifesto» sul localismo: saper abitare (e trasformare) il proprio «luogo» è un’attitudine modernissima, scevra di nostalgia, basata su una nuova percezione del tempo e sulla dimestichezza con gli esiti più raffinati del pensiero astratto.


Esodo

In questo mezzo secolo è accaduto, nel Meridione, qualcosa tanto più difficile da ricordare o meglio da iscrivere nel tempo, quanto più questo accadere ha alterato la comune lettura del tempo, la forma del suo scorrere, cioè il modo come lo apprendiamo e lo interiorizziamo nelle nostre condotte.
L’autore è cresciuto in un’altra epoca, un’epoca nella quale il comune rapporto col tempo si formulava in termini di progresso economico.
Quest’epoca, anche nel Sud, declina; e l’annuncio della nuova si ritrova ormai nelle trasmissioni televisive dove suona come post-moderna, post-politica o iper-reale secondo le circostanze; qui l’abuso dei prefissi testimonia l’ansia di classificare una trasformazione del comune sentire senza tuttavia poterla mostrare altrimenti che per la perdita di ciò che la ha preceduta.
Per coloro che hanno partecipato, anche un po’, alle insorgenze sociali degli anni Settanta si pone la questione non tanto dell’azione da intraprendere o continuare, quanto della comprensione di ciò che ha socialmente agito attraverso di noi – fino a perderci nel labirinto dove, senza avvertire, ci ha trascinato l’urgenza della passione, l’evidenza dell’indignazione.
Tutto sembra pronto perché abbia luogo una fuga di massa, un esodo.
Nell’etimo della parola «esodo» v’è l’azione dell’uscire; e un episodio biblico: la fuga degli ebrei dall’Egitto del Faraone.
Per connessione con questo episodio, Esodo è anche il titolo del secondo libro del Pentateuco, dove si narra la chiamata di Mosè, il suo intervento presso il Faraone e l’uscita degli ebrei dall’Egitto verso la Terra Santa.
Perché l’uso metaforico della parola biblica sia di qualche efficacia occorre che l’analogia sia determinata, cioè sia indicata la corrispondenza tra le figure dell’esodo del popolo eletto e quelle dell’esodo che si è sul punto di vivere. Ed è qui che l’analogia non tiene.
Può essere che il nostro mondo sia solo un enorme Egitto; forse dei faraoni ne reggono, celati, le sorti; certo vi sono ancora degli ebrei.
Ma l’analogia non regge oltre. Perché nessuno è stato chiamato; e, soprattutto, non v’è nessuno che possa chiamare.
Sono duemila anni, giorno più giorno meno, che non appare un Dio; e, senza dio, non v’è né il popolo eletto né la terra promessa.
L’uso metaforico della parola biblica, per quanto intrigante, crea più difficoltà di senso di quante ne risolva; a meno di sconfinare verso esperienze religiose, esperienze estranee all’autore e al suo mondo.
L’altra radice del termine esodo, quella più banalmente connessa all’azione dell’uscire, si presta meglio, forse, alle nostre esigenze, a un uso metaforico più complesso ancorché più modesto.
Si intende con esodo l’uscita di massa dai luoghi comuni, da alcune parole-chiave o per trasformazione semantica o per regressione o, semplicemente, per oblio. Ognuno può partecipare a questo esodo solo che eserciti l’arte della critica della lingua comune, dei luoghi comuni discorsivi, delle parole come natura, giustizia, nazione, ricchezza, progresso, lavoro, meridione; e così via fino a dieci, almeno. La critica scopre la natura propriamente linguistica di quelli che sembrano essere nomi di cose o di emozioni: e questa stessa scoperta fonda la libertà di mutare le parole-chiave creando nuove cose e scatenando altre emozioni. Val la pena avvertire che si tratta di una libertà collettiva di cui è difficile fare buon uso in situazioni di pericolo, in caso di bisogno. Della critica dei luoghi comuni il Mezzogiorno grandemente abbisogna. Essa è, per citare Oreste Scalzone, la precondizione per scongelare l’immaginazione collettiva; e fabbricare nuovi nomi o, che è lo stesso, evocarne di antichi.
L’esodo è così solo l’azione piccola che, come un precursore, avverte che è in arrivo l’azione enorme, quella della sperimentazione collettiva, quella dell’innovazione dal basso, quella che tenta di contrarre nuove abitudini. Del resto, questo significato della parola esodo è anch’esso filologicamente accertato nella tradizione meridionale. Nel teatro antico, infatti, si chiama esodo il breve canto d’uscita del coro che segue l’ultimo stasimo e contiene lo scioglimento dell’azione.
Ecco perché nel redigere questi studi sullo stato della vita urbana nel meridione mi avventuro meno a dire in cosa lo spirito pubblico sia mutato che a mostrare a quale punto il mutamento concerna, prima e sopra tutto, il comune sentimento del tempo, il modo di apprendere il tempo comune.
Il testo parte da un pregiudizio di natura euristica; ed è strutturato come una mappa, che tuttavia ricorda pericolosamente un labirinto, per fuggire in tanti, per garantire l’esodo.
Il pregiudizio è sul malessere, anzi la sofferenza del Sud. Secondo questo pregiudizio, il malessere dei meridionali si origina nelle teste dei meridionali stessi. Esso deriva dal disconoscimento che i meridionali fanno del loro stesso sviluppo; sviluppo, da tempo, del tutto compiuto; e che si mostra all’occhio del viaggiatore in forme belle, finite, perfette. La sofferenza dello spirito pubblico nel Meridione ha molto a che fare con i tentativi di costringere a un ulteriore sviluppo un mondo del tutto compiuto, imponendo forme di cooperazione estranee non perché sconosciute, ma perché inadeguate a quel rapporto perfetto tra città e campagna, rapporto nel quale si esaurisce la tradizione meridionale.
L’esodo è, in primis, dalla discussione sulla «questione meridionale». Si tratta di un esodo semantico, esodo dai luoghi comuni che supersemplificano e così velano proprio ciò che dovrebbero spiegare. Esodo poi dal socialismo, dalla matematica, dall’economia e da qualche altra parola-chiave della modernità.
Questo esodo semantico, questa critica pubblica della lingua è, del resto, già avvenuto. L’autore riporta qui, nella forma delle false profezie, gli esiti della discussione che per sette anni si è svolta a Cosenza, attorno a «Ciroma»*, una piccola comunità dei senza comunità.
L’autore ritiene che quel poco di vero che questo testo contiene sia stato filtrato dagli occhi di Marta Petrusewicz, ebrea di Varsavia; che ha visto il Mezzogiorno proprio là dove gli indigeni lo credevano perduto.




* «Ciroma», che in dialetto significa qualcosa come ‘confusione’, ‘disordine creativo’, ‘casino’, è il nome di una radio, che negli ultimi anni ha costituito un luogo di amicizia e di pensiero critico.

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Quando il verbo si fa carne

di materialiresistenti (20/11/2004 - 18:14)

Recensione di Antonino Scalone - 20/10/2003

Antropologia, Filosofia del linguaggio, Filosofia politica

Indice - L'autore - links

Il libro di Virno ha innanzitutto come oggetto il linguaggio o, meglio, "contiene riflessioni filosofiche sulla facoltà di linguaggio" (p. 9). È però anche un libro politico, giacché non solo rivendica "l'indole costitutivamente pubblica della mente linguistica" (ibid.), ma ha "nel proprio orizzonte il primo movimento politico che mette esplicitamente a tema le prerogative fondamentali della nostra specie", vale a dire "gli uomini e le donne che riempirono le strade di Genova nel luglio del 2001, riscattando così l'idea di ‘sfera pubblica’ dalle atroci caricature cui è così spesso soggetta" (p. 12). Infine, poiché presenta riflessioni critiche sulla struttura e le aporie del politico moderno, possiamo dire che - come risulta soprattutto dal capitolo conclusivo - si tratta di un libro di filosofia politica.
Secondo Virno, il "linguaggio verbale umano", in modo per molti versi analogo all'attività dell'artista o a quella politica, "non ha alcuna opera da realizzare perché non è uno strumento che possa essere impiegato in vista di qualcos'altro" (p. 17). Parlare è un'azione - in particolare un'azione naturale - nella quale, così come nel vedere o nel respirare, si manifesta "il modo di essere di un determinato organismo biologico" (p. 18). Inoltre è un'attività pubblica, che comporta una dimensione sociale: Virno intende il linguaggio "come organo biologico della prassi pubblica" (p. 22). Parlando, viene definito e reso transitabile alle informazioni lo "spazio potenziale tra mente e mondo", un'"autentica terra di nessuno, uno spazio costitutivamente pubblico" (p. 23). Dire con Aristotele che l'uomo è un animale politico o che è un animale dotato di linguaggio è dunque per Virno sostanzialmente la stessa cosa: "L'animale che ha il linguaggio è di per sé, senza bisogno di aggiungere altro, un animale politico" (p. 32).
In ogni discorso è possibile distinguere "ciò che si dice" e il semplice "fatto che si parla" (p. 33). Virno concentra la propria attenzione su quest'ultimo aspetto, indicato da Saussure come faculté de language. Quando si esercita questa facoltà, ci si manifesta, si appare: colui che parla si fa fenomeno. Vi sono situazioni nelle quali non si vuole comunicare null'altro se non il semplice fatto di parlare, come nel caso della comunicazione fàtica (quando ad esempio si dice "Pronto, pronto"), la cui variante più radicale è "Io parlo". Tale enunciato - scrive Virno sviluppando le analisi di Austin - è un performativo assoluto, ovvero un'azione (linguistica) nella quale non si manifesta altro che "l'evento del linguaggio" (p. 38). Tipici esempi del performativo assoluto sono l'ecolalia infantile, la parola religiosa e in genere tutte le manifestazioni in cui "emerge in piena vista il carattere rituale del nostro linguaggio" (p. 40). Nel performativo assoluto, ciò che viene in primo piano è l'elemento fisiologico connesso all'atto del parlare: "Fa della voce una determinazione concettuale, del respiro un apice della logica" (ibid.).

[per leggere tutta la recensione: http://www.swif.uniba.it/lei/recensioni/crono/2004-01/virno.html ]

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