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A precipizio. La crisi della società israeliana

di materialiresistenti (30/04/2004 - 20:01)

di  Michel Warschawski

 

pag. 13:

Via libera a un massacro


Per più di trent'anni l'esercito israeliano ha usato un ossimoro per descrivere la propria azione nei territori palestinesi che si trovano sotto la sua autorità dal giugno 1967: «l'occupazione liberale». Questo costrutto semantico fa il paio con altri ossimori dello stesso genere, come «purezza delle armi» o «Stato ebraico e democratico».

Dietro questo concetto di «occupazione liberale» vi sono, tuttavia, due elementi importanti: da un lato, la volontà di offrire una immagine di stampo liberale (nel senso americano del termine) e non brutale e colonialista; dall'altro, la dichiarata intenzione di porre in atto una politica di occupazione con un minimo di misure repressive e di vittime fra la popolazione occupata.

Certo, la prima Intifada ha avuto ragione di questa immagine compiacente, e le circa 1500 vittime palestinesi, in meno di tre anni, hanno dimostrato che una occupazione è per definizione sanguinosa e repressiva, soprattutto se la popolazione occupata esprime in massa la propria volontà di libertà e di indipendenza. Fu proprio il fatto che l'occupazione non poteva più pretendere di essere liberale che provocò un cambiamento nell'opinione pubblica a favore di un ritiro dai territori occupati e, due anni più tardi, promosse il sostegno massiccio al processo di Oslo.

A partire dal settembre 2000, l'occupazione israeliana non finge più di essere liberale. Al contrario, assume pienamente il suo carattere «geniale e crudele», per riprendere le parole dell'inno dell'Irgun, l'antenato del partito Likud oggi al potere. Una occupazione brutale e sanguinaria che gode dell'appoggio della grande maggioranza dell'opinione pubblica israeliana.

Nel settembre 2000, il governo israeliano impartisce l'ordine di attuare il piano di repressione generalizzata - uno dei suoi capitoli si intitola «salasso» - predisposto due anni prima da colui che sarebbe diventato il comandante in capo dell'esercito israeliano. Quel piano era uno degli scenari proposti dallo stato maggiore a Ehud Barak come risposta a una eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte palestinese. Il denominatore comune a tutti questi scenari consisteva nel far pagare molto caro ai palestinesi l'insubordinazione e l'insolenza che una iniziativa unilaterale da parte loro avrebbe significato.

Nel settembre 2002, l'iniziativa unilaterale consiste nell'inizio della seconda Intifada, rivolta popolare - e per molte settimane disarmata - contro l'occupazione israeliana. Non lo si sottolinea mai abbastanza: la partecipazione dei militari palestinesi agli scontri con l'esercito israeliano comincia solo dopo che molte decine di giovani manifestanti erano stati assassinati da soldati superarmati, muniti spesso di fucili a cannocchiale. Quanto agli attentati in Israele, essi cominceranno solo tre mesi più tardi, dopo la morte di molte centinaia di palestinesi.

Gli ordini sono chiari: spezzare ogni forma di resistenza, con tutti i mezzi. Poco importa il bersaglio, poco importano le circostanze, poco importano i «danni collaterali».

All'inizio, in conformità con lo scenario già menzionato, la repressione ha carattere essenzialmente punitivo: dare una lezione ai palestinesi per aver osato sfidare l'occupazione, e soprattutto per aver osato respingere le «generosissime offerte» di Ehud Barak a Camp David (ci tornerò). Quel che importa capire è che, in questa fase, l'obiettivo fissato da Barak e dallo stato maggiore non è quello di assicurare il «ritorno all'ordine», ma di condurre una operazione punitiva che si trasformerà rapidamente in campagna di pacificazione.

Una simile campagna implica un uso massiccio di mezzi militari per terrorizzare una popolazione civile, per costringerla ad accettare il potere coloniale e le forme di dominio che esso vuole imporle. Per giustificare dinanzi all'opinione pubblica locale e internazionale la violenza nei confronti dei civili, è indispensabile «decivilizzare» tale popolazione. Di qui l'uso sistematico, nei territori palestinesi occupati come in Cecenia, del concetto di terrorismo: la sanguinosa repressione di una popolazione è mascherata sotto il nome di «guerra contro il terrorismo». Non sono più donne e bambini che vengono dilaniati dalle bombe a frammentazione; non sono più intere famiglie che lo stato d'assedio condanna alla miseria e talvolta alla morte per fame: sono dei terroristi. Anche il concetto di guerra ha la sua importanza: lascia intendere che, di fronte alla quinta potenza militare del mondo, non c'è una popolazione civile, ma un'altra forza militare, e che ciò giustifica l'uso di carri armati, di elicotteri da combattimento e di aerei da caccia.

 

 

[per leggere alcuni altri passi del libro: http://tecalibri.altervista.org/W/WARSCHAWSKI-M_precipizio.htm#p004]

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Intervista a David Byrne

di materialiresistenti (28/04/2004 - 13:59)

Non so che cosa sia davvero il rock. Sento di avere ancora molti riferimenti all'interno di quello che comunemente si intende con questo nome, ma me ne sono allontanato anni fa». Eppure David Byrne ha scritto pagine memorabili del rock, tanto che con i Talking Heads è entrato anche nella Rock'n'Roll Hall Of Fame, al fianco di Jimi Hendrix e dei Beatles. Musica per giovani, che però ha appena compiuto cinquant'anni: il 12 aprile del 1954 veniva infatti pubblicata «Rock Around The Clock» di Bill Haley and the Comets e nella hit parade americana si affacciava un suono destinato a cambiare il mondo. Byrne di anni ne ha cinquantadue ed è in Italia per presentare l'ultimo album «Grown Backwards» (il tour si è chiuso a Torino, nel cartellone di Musica 90). Ha accettato di ripercorrere cinque decenni di storia del rock, scegliendo per ognuno un album particolarmente rappresentativo.

      ANNI CINQUANTA. «Ero troppo giovane per il rock nei Cinquanta, in seguito ho ascoltato soprattutto Chuck Berry e Hank Williams. Erano incredibili: leggeri, brillanti e divertenti. Naturalmente la mia musica non ha niente a che fare con la loro, ma nelle cose che scrivo c'è a volte uno humour tipico di quel periodo, e di questi due musicisti in particolare. Mi piacciono anche certe canzoni di Elvis Presley, ma, quando cominciai a rendermi conto della sua esistenza, era famoso per i suoi orribili film. Era un personaggio grottesco, un esempio di quello che non si doveva fare nel mondo della musica».

      ANNI SESSANTA. «C'erano allo stesso tempo Utopia e Distopia. Molti dischi dei Beatles rimandavano a un'utopia, e dall'altra parte c'erano i Mothers of Invention di Frank Zappa o i Velvet Underground, che per me sono riconducibili a una sorta di utopia negativa, legata al lato oscuro delle cose, ma forse perciò più realistica. Se dovessi scegliere un album, direi il primo album dei Velvet Underground, quello con Nico. Per me è stato fondamentale, incorporava elementi estranei alla musica, era pura avanguardia che si mescolava al linguaggio del pop. Con i Talking Heads abbiamo fatto lo stesso qualcosa di simile, dieci anni più tardi».

      ANNI SETTANTA. «Probabilmente la novità più importante è stata la disco music. Prince ha cominciato nel 1978, ma la fine dei Settanta segna anche la nascita del movimento hip hop. In questi anni, poi, si sono diffusi i remix e ha preso piede l'idea che lo studio sia di per sé un mezzo creativo, idea che poi si è sviluppata nel decennio successivo. Sceglierei comunque una band di Cleveland, gli O' Jays: "Ship Ahoy", uscito nel 1973, era puro funk, con molte idee geniali».

      ANNI OTTANTA. «Il pop era in un certo senso un'invenzione americana, ma negli Ottanta il resto del mondo ha superato gli Stati Uniti, con proposte più coraggiose e sperimentali: perfino i Duran Duran hanno inciso qualche canzone interessante. Allora noi americani ci siamo resi conto che anche nel resto del mondo c'era buona musica. Io, ad esempio, amo molto il Brasile e i ritmi latino americani. Però l'album che scelgo per questa decade è "Creuza de Ma", di Fabrizio De Andrè: ho fatto di tutto per farlo conoscere fuori dall'Italia, ma purtroppo i risultati non sono stati entusiasmanti».

      ANNI NOVANTA. «Non ho dubbi: scelgo una band messicana chiamata Café Tacuba, il disco s'intitola "Re" ed è uscito nel 1994. Un album splendido, pop nello spirito, ma con moltissime influenze da altri generi musicali. Dei Novanta trovo interessanti anche molti dischi di elettronica, come "Ahora Tahiti" dei Mouse on Mars o i primi album dei Pole, entrambi tedeschi. Sono album dove l'inventiva supera costantemente la tecnologia.

      LA SVOLTA. «È troppo presto per dire cosa salvare di questo primo decennio del terzo millennio. Ultimamente ho ascoltato molto Outkast e Missy Elliot, nel mio iPod ci sono sempre decine delle loro canzoni. Il rock è cambiato per sempre quando è diventato consapevole di sé come una cultura a parte, con i suoi stili e le sue icone. È successo verso la fine degli Anni Sessanta, e la perdita dell'innocenza ha portato con sé una maggiore capacità di incidere sulla società. Così le band della nostra generazione sono nate già con una coscienza politica, anche se a volte non chiaramente definita. Prendiamo "Life During Wartime" (era su "Fear of Music" del 1979, ndi): adesso suona come una canzone profetica, sembra avere un significato che allora non aveva, ancora più inquietante se riferito al conflitto in Iraq. Lentamente mi pare la gente sia comprendendo che impegnarsi in questa guerra è stato un errore enorme e ora stia cominciando a chiedersi come uscirne. È scoppiato un incendio e nessuno sa come domarlo».

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corpi-merce

di materialiresistenti (26/04/2004 - 17:53)

PIÙ o meno ovunque in Occidente imperversano i liberisti, i teorici del libero mercato che ostentano una fiducia assoluta nelle doti autosalvifiche della nota "mano invisibile". Accade che spesso si accusino quei governi che esaltano la libera circolazione di merci e capitali, di dimostrarsi molto meno liberal quando si parla di lasciar circolare le persone. Vero, ma solo in parte: gli individui non possono circolare "interi". A pezzi invece sì. E' quanto sostiene Nancy Scheper-Hughes, curatrice assieme a Loïc Wacquant di Corpi in vendita, raccolta di saggi socio-antropologici sulla mercificazione del corpo umano.
La messa sul mercato dei corpi, per uso sessuale, medico o spettacolare è ormai entrata a far parte del nostro universo culturale. Lo raccontano alcuni pugili dell'inner-city di Chicago, che si autodefiniscono prostitute al servizio di manager e organizzatori magnaccia, che li mandano al massacro in match già persi, ma redditizi. Il problema è l'autocoscienza di questi boxeur, che sanno di essere carne da botte e che diventano complici del loro stesso sfruttamento. Un tema, questo, che costituisce una sorta di filo conduttore del libro, e cioè che i poveri, i discriminati, come dice la Scheper-Huges: «diventano artefici della propria condizione, acconsentendo alla riduzione di se stessi allo status della "più miserabile tra le merci"».
Corpi picchiati e corpi, forse, rapiti, come nel caso dei bambini yemeniti d'Israele. Uno scandalo che ha coinvolto gli immigrati yemeniti che nel 1949-50 attendevano nei campi di transito per ottenere la cittadinanza del neonato stato d'Israele. Molte donne partorivano nei campi e il tasso di mortalità era elevato. Si sparse così la voce che i bambini non fossero morti, ma rapiti e inviati alle coppie ebree sterili negli Stati Uniti. Lo scandalo costrinse le autorità israeliane a riesumare i piccoli cadaveri per esaminarne il Dna. Dall'analisi di una delle autrici del libro emergono due forme di mercificazione del corpo: da un lato il tentativo delle madri disperate di ottenere un rimborso, dall'altro una sorta di medicalizzazione delle identità nazionali.
In Sud Africa, nelle sale mortuarie, venivano asportate valvole cardiache da cadaveri di neri poveri. Queste valvole venivano poi vendute per finanziare la ricerca scientifica stessa. Assistiamo a un business sempre più deregolato di tessuti e parti del corpo. Negli Stati Uniti ci sono donatori ingenui che credono che i loro doni, pezzi di pelle e di ossa, vengano utilizzati per alleviare le sofferenze delle vittime degli incendi, mentre in molti casi, quelle parti vengono vendute e trattate industrialmente da multinazionali del farmaco per ricavarne costosi prodotti dentistici e di chirurgia plastica.
Emergono nuove relazioni fra capitale e lavoro, fra i corpi e lo Stato. La chirurgia del trapianto, dice la Scheper-Huges, ha riconcettualizzato la relazione tra «sé» e «altro», fra individuo e società e fra le tre forme del corpo: il sé esistenziale del corpo vivente, il corpo nella sua rappresentazione sociale, il corpo politico. Siamo di fronte al completo abbandono dell'umanismo, a una moderna declinazione del sacrificio umano. Nasce l'etica delle parti che assume le forme inquietanti di un neo-cannibalismo contemporaneo, dove a «inghiottire» pezzi di umani non sono gli altri, i selvaggi, ma noi occidentali.
«Perché dovrei attendere degli anni per un rene, magari consumato, quando posso averne uno buono e subito da una persona sana che può trarre beneficio dal denaro?», si chiede un facoltoso avvocato di Gerusalemme. Il problema non sta tanto nel cinismo della domanda, ma nel fatto che sia diventato possibile porsi questioni come questa. Lo è perché in modo più meno legale, spesso giocando su ambiguità giuridiche e sulle diverse legislazioni nazionali, è nato un sistema che ha creato un mercato di organi prima inesistente. Lo ha fatto disgregando una visione unitaria del corpo e, come riconobbe molti anni fa Ivan Illich, proponendo l'idea che la vita stessa possa essere manipolata, preservata, prolungata, incrementata a ogni costo.
A ogni costo, appunto e i prezzi sono alti per chi esborsa denaro. Non altrettanto per chi dona organi. Infatti, si svelano ineguaglianze di razza, di classe e di genere rispetto al procacciamento e alla distribuzione di tessuti e organi. In questo vero e proprio turismo dei trapianti un «pacchetto» completo per ottenere un rene costa 200 mila dollari. Solo 5 mila arrivano al donatore.
Il corpo, oggetto di tanta letteratura, poesia, assurto a metafora, a testo, a linguaggio per molti secoli, in una società globalizzata come la nostra diventa una delle tante merci che è possibile acquistare. Inoltre le nuove frontiere della scienza danno vita a una nuova etica del corpo, anzi, delle sue parti. Il corpo divisibile (e pertanto diviso) finisce per rispondere alle leggi di mercato dominanti. E nel mercato è il più abbiente a determinare le regole del gioco, che finiscono per trascendere la morale e aprire nuovi orizzonti. Una volta possibile trapiantare un rene occorre un donatore: abbiamo una domanda, ma l'offerta non è sufficiente, se ci si limita ad asportare organi dai defunti. Come accade in economia, bisogna aumentare la «produttività» per rispondere al mercato. L'offerta appare rigida solo se si rimane aggrappati all'unità e all'inviolabilità del nostro corpo e di quello degli altri. Se invece si travalica questa barriera etica, magari in nome della libertà individuale (altro sacro totem del liberismo attuale), cosa fare del proprio corpo, anche farlo a pezzi e venderli, diventa una scelta, anzi, un diritto. Lo sostiene il dottor K.C. Reddy, il più strenuo difensore indiano del «diritto a vendere un rene».
La maschera felice della libertà personale nasconde però il ghigno tragico della povertà. Non è una scelta per le donne degli slums di Madras vendere un rene a un occidentale: è una necessità, una via di salvezza. Ma è una questione di retorica, di linguaggio, sembra dirci la curatrice del volume: «L'esistenza di una disperazione che coinvolge entrambe le parti, e la propensione dei medici dei trapianti a prendere in considerazione solo un versante dell'equazione del trapianto, fa sì che il rene mercificato e feticizzato divenga un'opportunità per il compratore e una necessità per il venditore».

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Sapere e lavoro nel capitalismo cognitivo: l'impasse dell'economia politica

di materialiresistenti (25/04/2004 - 11:44)

 

 

by Antonella Corsani

 

Una prima esplicitazione dell'ipotesi del capitalismo cognitivo

 

Se durante il periodo fordista l'innovazione costituiva una eccezione, nel postfordismo diviene la regola alla quale tutte le imprese devono piegarsi per poter far fronte alla concorrenza globale (Paulré, 2000). Il passaggio da un regime industriale di "ripetizione" a un regime di "innovazione permanente" giustificherebbe allora una nuova stagione della teoria economica.

 

      Da una decina d'anni ormai, i discorsi convergono, aldilà delle divergence teoriche, su un punto: l'emergenza di una economia della conoscenza. Che si tratti delle teorie della crescita o delle teorie del cambiamento tecnico e dell'innovazione, la teoria economica sottolinea il ruolo centrale della conoscenza, del sapere, in quanto forza produttiva, in quanto fattore di produzione fondamentale nelle economie contemporanee. Possiamo considerare questa centralità una novità della storia? Comme l'osserva a giusto titolo Enzo Rullani, non si tratta certamente di una novità in se e per se: il capitalismo industriale è stato prima di tutto sviluppo della tecnologia in quanto applicazione delle conoscenze scientifiche alla produzione. In che cosa riposa dunque la novità che porta alla scoperta, da parte dell'economia politica, dell'importanza della conoscenza? Rullani considera che la novità fondamentale riposa nel fatto che oggi la conoscenza non è piu incorporata, né nel lavoro, né nelle macchine (cosa che si potrebbe tradurre con l'idea di un progresso autonomo), né nell'organizzazione (il fattore X di Liebenstein). Ma questa non-incorporazione prende un senso particolare, secondo Rullani, all'interno di una analisi della rottura paradigmatica che costituiscono le NTIC e piu particolarmente l'informatica in rete.

 

      Pur iscrivendomi in gran parte  nella continuità del ragionamento di Rullani, la mia ipotesi riposa sull'idea che la novità nella storia del capitalismo non riposa nella mutazione tecnologica, piu precisamente intendo dire che questa novità non puo essere compresa su delle basi strettamente tecnologiche. Se è pur vero che le NTIC costituiscono una vera rottura  paradigmatica (Jollivet, 2001) e contribuiscono a modificare in maniera radicale i luoghi e i tempi dell'attività creatrice, esse giocano un ruolo amplificatore dei processi di trasformazione delle relazioni tra sfera della produzione di conoscenze e accumulazione del capitale piuttosto che esserne la causa prima, al limite esse ne costituiscono un co-prodotto. Aldilà del dibattito sul determinismo tecnologico e del suo rigetto critico, se è vero che la digitalizzazione ha permesso la circolazione delle conoscenze (scientifiche, tecniche, culturali e artistiche) scorporate da qualsiasi dispositivo materiale (macchine e uomini) e aldilà della materialità delle reti di macchine e di uomini che le veicolano, il senso di questa "non - incorporazione" supera gli aspetti strettamente tecnologici: la sfera della produzione di conoscenze si autonomizza rispetto alla produzione industriale, nel senso che il rapporto di subordinazione della sfera della conoscenza a quella delle merci si inverte. In modo paradossale, questa autonomizzazione implica una fusione tra le due sfere, ragion per cui è ormai impossibile separare invenzione e innovazione, produzione e innovazione, produttore e utilizzatore. L'ipotesi del capitalismo cognitivo, irriducibile a una nozione di economia della conoscenza, è dunque l'ipotesi di una autonomizzazione della sfera di produzione di conoscenze, in quanto sfera di accumulazione capitalista in se e per se. Questo comporta una rottura fondamentale nei modi di valorizzazione dei capitali rispetto a quelli propri del capitalismo industriale. La tendenza oggi al passaggio dalla brevettabilità delle applicazioni alla brevettabilità delle idee, la tendenza anche ad un allungamento importante della durata dei brevetti da una parte, la moltiplicazione delle licenze di copyleft d'altra parte, cosi come la questione cruciale del controllo degli accessi rivelano la portata di questa rottura (e di in uno spostamento necessario dei luoghi e delle forme dei conflitti che la istituiscono) poiché il capitalismo cognitivo comporta una rivoluzione necessaria del regime della proprietà intellettuale e del concetto di proprietà tout court. L'ipotesi del capitalismo cognitivo che struttura il mio lavoro è dunque quella di questa rottura storica: il capitale non si sottomette piu la scienza per renderla adeguata alla sua logica d'accumulazione, alle sue leggi di valorizzazione, attraverso il sistema della fabbrica e in un processo di produzione di merci a mezzo di merci. La valorizzazione del capitale mira immediatamente, e dall'interno stesso, la sfera di produzione di conoscenze, il processo di produzione di conoscenze a mezzo di conoscenze. Detto in altri termini, la logica industriale della ripetizione fondata sul lavoro di riproduzione si esaurisce. Cio non significa che essa scompaia: la logica industriale, la produzione materiale, non è piu al cuore della valorizzazione. Non soltanto la relazione fra scienza, tecnica e industria non segue un cammino lineare, ma, piu fondamentalmente, la relazione fra accumulazione delle conoscenze e accumulazione del capitale non passa piu per la mediazione delle merci. Questa inversione rivela anche che le conoscenze in gioco non sono piu soltanto quelle scientifiche suscettibili di esssere finalizzate ai bisogni dell'industria e del capitale industriale. Il capitalismo cognitivo mira a fare di tutte le conoscenze, artistiche, filosofiche, culturali, linguistiche o scientifiche, una merce.

 

      E possibile considerare la conoscenza una merce come le altre? E possibile considerare la conoscenza una merce? Come è possibile pensare la produzione di conoscenze all'interno dell'economia politica? Come pensare la teoria economica di fronte allo sviluppo di reti cooperative innovanti - mi riferisco a titolo d'esempio alla comunità di informatici del freesoft- che operano all'esterno delle imprese capitaliste e degli Stati -Nazione? Su quali basi è possibile construire una teoria del capitalismo cognitivo?

 

      In effetti, la presa in conto della conoscenza nel campo dell'economia politica pone un doppio problema: quello del valore e quello della distribuzione del reddito. Che cosa è il valore dal momento in cui si introduce nel campo dell'economia la conoscenza? Su quali basi fondare la remunerazione nella sfera della produzione di conoscenze? Puo il concetto di lavoro essere adeguato per render conto dell'attività creatrice? Altrimenti, se cosi non fosse, come remunerare l'attività creatrice se questa non puo essere riportata all'interno del concetto di lavoro, e ancor meno in quello di lavoro diviso e di impiego?

 

      Il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo pone dunque dei problemi nuovi e pone in una nuova prospettiva gli antichi. Senza avere la pretesa di apportare delle risposte all'insieme complesso e vasto di questioni, nei paragrafi che seguono mi sforzero semplicemente di cogliere la natura di questi problemi teorici attraverso una rilettura necessariamente rapida e parziale del legame tra produzione di conoscenze, accumulazione del capitale, e dinamica economica, cosi come è stato pensato da Marx e Schumpeter, poi, piu recentemente, dai teorici della crescita endogena.

 

      Per piu di due secoli, dal Rinascimento alle Lumieres, il processo d'accumulazione del capitale e il processo d'accumulazione delle conoscenze erano relativamente separati nel senso che le due sfere si sviluppavano in maniera relativamente autonoma l'una rispetto all'altra. Ed è con  la rivoluzione industriale e con il passaggio al capitalismo industriale che la relazione tra queste due sfere si complessifica. Infatti, la rivoluzione industriale è stata  preceduta e attraversata da un processo d'allargamento e d'intensificazione degli scambi fra "sapienti", al tempo stesso che il loro "circolo" non cessava di accrescersi. Cosi, come l'argomenta Gille nella sua "Storia delle tecniche" (1978), l'evoluzione rapida dei livelli di formazione delle popolazioni, congiuntamente alla straordinaria diffusione delle conoscenze scientifiche e tecniche  costituisce il vero motore del progresso tecnico. Idea che ritroviamo in Rullani quando afferma che " il "motore" dell'accumulazione del capitale è stato messo a punto dal positivismo scientifico che ha raccolto, nel secolo scorso, l'eredità delle Lumières, e che ha iscritto il sapere nella riproducibilità". E dunque fuori dalle fabbriche, fuori dal mercato che la potenza dell'attività creatrice genera durante piu di tre secoli le condizioni dell'avvento del sistema della fabbrica, dell'industria in quanto sistema di riproduzione su grande scala. Ma si tratta di una potenza irriducibile al positivismo scientifico: si tratta ben piu di un processo rivoluzionario di liberazione, di distruzione dei muri di separazione, di apertura degli accessi al "circolo dei sapienti" a grandi parti della popolazione, e ben aldilà dei sapienti accreditati nelle scuole e nelle accademie.

 

      Il rapporto fra scienza, tecnologia e accumulazione ha trovato uno spazio molto limitato, e per certi aspetti marginale, in seno al discorso in economia politica. Questo rapporto si definiva in maniera relativamente lineare, dalla produzione di conoscenze "pure" alla tecnologia, in quanto conoscenza applicata e finalizzata, all'industria in quanto luogo di sperimentazione e di miglioramento delle tecniche di produzione. Le conoscenze "pure" (scientifiche, filosofiche, culturali, artistiche) essendo un "bene pubblico", sfuggivano alla logica del mercato (e restavano fuori dal campo dell'analisi economica) mentre le applicazioni industriali della conoscenza scientifica erano mantenute nella sfera privata attraverso il sistema dei brevetti.

 

      L'economia politica, che si affranca dalla filosofia per costituirsi in quanto disciplina autonoma alla fine del diciottesimo secolo, si vuole scienza della ricchezza, e  cerca le origini della ricchezza e del valore all'interno del sistema della fabbrica, a partire dal lavoro che è specifico a questo sistema: il lavoro riproduttivo, il lavoro diviso, ricomposto da una cooperazione "passiva", semplice somma, ex-post, di lavori individuali. Ma prendendo come modello la fabbrica di spilli, l'economia politica si rinchiuderà già alla sua nascita nella logica della riproduzione ricercando le fonti della crescita e del valore all'interno della fabbrica, dunque dal lato della produzione riproduttiva piuttosto che da quello del cambiamento e dell' invenzione. In Smith l'idea è molto chiara: la ricchezza delle nazioni riposa sulla divisione del lavoro e sulla taglia dei mercati. La propensione naturale allo scambio giustificherebbe una specializzazione del lavoro, ma è la divisione tecnica del lavoro che permetterebbe una crescita piu importante del prodotto netto, grazie agli incrementi di produttività che rende possibili. Cosi, una innovazione organizzativa maggiore, la divisione tecnica del lavoro, sarebbe all'origine del sistema della fabbrica che troverà la sua apoteosi nelle fabbriche tayloriste -fordiste.

 

      Perché la divisione del lavoro sarebbe un fattore di incremento della produttività? Perché, seguendo il ragionamento smithiano, essa permette una riduzione dei tempi morti (non produttivi del lavoro) e, al tempo stesso , permette un accrescimento dell'abilità dell'operaio la cui attività è ridotta a semplice ripetizione di compiti elementari e resa cosi piu performante dal meccanismo del learning by doing. L'economia è un'economia del tempo, quello della ripetizione del gesto dell'uomo che potrebbe al limite essere sostituito da un "bue". In funzione della semplificazione dei compiti, è inoltre possibile sostituire progressivamente il lavoro umano con quello delle macchine, cio che permette di accrescere la produttività del lavoro.

 

      Il fenomeno della crescita è in tal modo identificato dalla combinazione di macchine specializzate e di lavoro (omogeneo) di riproduzione all'interno della grande fabbrica, la sola capace di permettere questa organizzazione piu efficace della produzione. Al tempo dell'invenzione, in quanto creazione continua del nuovo (Bergson, 1989) l'economia politica preferisce dunque, in quanto misura del valore, il tempo senza memoria, se non quella corporale del gesto e di una cooperazione statica iscritta nella divisione tecnica del lavoro. Su queste basi, creazione di ricchezza - identificata nell'estensione delle basi materiali di esistenza delle popolazioni - e valorizzazione dei capitali coincidono. Infatti, con la rivoluzione industriale e l'affermazione del sistema della fabbrica, il rapporto tra sfera della produzione e dell' accumulazione di conoscenze e quella dell'accumulazione del capitale, prima separate, si articola intorno alla tecnologia. L'economia politica partira da questo punto e rigetterà, in questo modo, fuori dall'economia tutto cio che rileva della sfera della produzione di conoscenze "non - finalizzate", tutto cio che puo render conto della mutazione. Cosi facendo, essa si costituisce immediatamente all'interno della logica della necessità e del bisogno (la rarità) e iscrive il desiderio e le forze affettive della differenziazione nel caso (una invenzione nuova venuta da altrove, un progresso tecnico esogeno).

 

      Ma dove è stata pensata questa innovazione maggiore che è la divisione del lavoro?  Dove e da chi sono pensate le macchine? Dove, da chi e come sono prodotti i sistemi di valori che validano e al tempo stesso incitano i cambiamenti nel sistema delle merci?

 

      In quanto scienza della combinazione ottima di fattori rari, l'economia neoclassica - che diviene  dominante a partire dalla metà del diciannovesimo secolo - ha definitivamente rinunciato a ricercare le origini della ricchezza e ha escluso dal suo campo la conoscenza che non risponde al criterio economico del mercato, quello della rarità. Cosi, mantenendo l'attività creatrice, innovante, all'esterno dell'economico, la scienza economica si è concentrata essenzialmente sull'analisi dei meccanismi che permettono la riproduzione dei sistemi piuttosto che la loro evoluzione. Marx, Schumpeter e, recentemente, i teorici della crescita endogena, costituiscono una rottura maggiore rispetto agli schemi teorici fondamentali e ci introducono ad una problematica del rapporto tra accumulazione di conoscenze e accumulazione del capitale. Il mio obiettivo qui è di dimostrare l'impossibilità di endogeneizzare e i limiti dei tentativi di endogeneizzazione della produzione di conoscenze all'interno del paradigma industriale ereditato dalla fabbrica di spilli, l'impossibilità anche di costruire une teoria del capitalismo cognitivo per semplice trasferimento delle leggi economique del capitalismo industriale, e questo è vero tanto per le teorie che si ispirano al pensiero dell'economia standard quanto a quelle che si iscrivono nella continuità della critica marxiana.

 

     

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Ricerca & Finanza

di materialiresistenti (22/04/2004 - 20:26)

di Christian Marazzi

Donald J. Johnston, segretario generale dell'Organizzazione per la

Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), in un recente articolo[1] in

cui anticipa i risultati dell'inchiesta PISA 2003 (Program for

International Student Assessment) che saranno pubblicati entro la fine del

2004, sostiene che sistemi educativi e formativi sempre più confrontati con

la competizione internazionale per la creazione di posti di lavoro, la

domanda di nuove tecnologie e più ampi bisogni dell'economia della

conoscenza, sono destinati ad evolvere a mezzo di shock terapeutici. I

sistemi educativi sono molto complessi. Per essere effettivi, devono

rispondere rapidamente e in modo appropriato ai cambiamenti dell'ambiente

economico e sociale. Paradossalmente, l'informazione sui nuovi metodi e

approcci che possono aiutare gli erogatori di educazione ad adeguare i

programmi e a migliorare i risultati dell'apprendimento, sono difficili da

reperire e ancor più da implementare. Qualcosa di simile

all'elettroshockterapia è spesso necessario prima ancora che le riforme

siano prese in considerazione. Al di là dei problemi ricorrenti delle

istanze formative degli ultimi anni, come la garanzia di una equa

formazione di qualità, la carenza di docenti, il rafforzamento della

formazione continua per gli adulti, la diversificazione etnica e culturale

della popolazione studentesca, l'ostacolo maggiore riguarda l'adeguatezza

delle forme di finanziamento. I paesi dell'OCSE, secondo Donald Johnston,

"devono sviluppare meccanismi di co-finanziamento attraverso i quali

contribuiscano governi, imprese e individui".

Tra tutti i buoni propositi pedagogico-riformatori, l'anello più debole per

i paesi membri dell'OCSE riguarda dunque il rapporto tra formazione,

ricerca e finanziamento. L'orientamento generale è verso l'abbassamento

della qualità della formazione universitaria di base (con la sostituzione

della vecchia laurea con il Bachelor, o laurea breve) e la promozione di

una formazione specializzata di tipo élitario (con i Master a pagamento).

In Inghilterra, l'80% degli studenti smette l'università dopo il Bachelor,

questo significa un brutale livellamento verso il basso del loro grado di

formazione[2]. Nei programmi di riforma dell'assetto universitario sono

presi ad esempio i programmi pubblici dei prestiti agli studi in vigore

negli Stati Uniti, ma si possono sollevare dei dubbi in merito alla sua

efficacia reale, quando solo pensiamo, ad esempio, che numerosi giovani si

sono ingaggiati nell'esercito americano per la guerra in Iraq al solo scopo

di poter pagare i loro studi[3].

Da questo punto di vista la Dichiarazione di Bologna (che venne formulata

il 16 giugno 1999 dai 29 paesi europei che intendevano armonizzare i

sistemi formativi) rappresenta uno di quegli shock di cui parla il

segretario generale dell'OCSE. Si tratta né più né meno dell'applicazione

ai processi formativi dei principi che regolano la produzione flessibile

post-fordista, con la privatizzazione dei costi della formazione (aumento

delle tasse universitarie e costi aggiuntivi per la specializzazione) e la

sua deregolamentazione legata alle esigenze dei settori industriali privati

(concorrenza tra poli di formazione-ricerca universitari). D'ora in poi

formazione non può far rima che con precarizzazione. La colonizzazione

economica dello spazio educativo ha innescato un ciclo internazionale di

lotte per il diritto allo studio, lotte in cui la flessibilità/precarietà

dei percorsi educativi si intreccia con quella dei ricercatori confrontati

con i tagli ai finanziamenti pubblici e con l'aziendalizzazione della

produzione di conoscenza e dell'innovazione. Oltre duemila direttori di

laboratorio e responsabili di équipe di ricerca francesi si sono dimessi

dalle funzioni amministrative per protestare contro la mancanza di fondi,

opponendosi al taglio di 550 posti e rivendicando un nuovo impulso al

settore della ricerca. Si tratta di capire in che misura l'intreccio tra

formazione, ricerca e finanziarizzazione post-fordista è in grado di

definire un terreno di scontro all'altezza delle trasformazioni

dell'assetto produttivo in atto su scala globale.

Capitalismo cognitivo e finanza

La conoscenza che permette di innovare i processi produttivi, il "progresso

tecnico" che contribuisce ad aumentare la produttività del lavoro e a

massificare il consumo di beni e servizi, non cade dal cielo, non è esterna

al contesto in cui si dà crescita economica. La conoscenza innovativa è

qualcosa che si produce e che, per questo preciso motivo, deve essere

remunerata. In altre parole, si tratta di considerare il progresso tecnico

generato dalla produzione di conoscenza come un costo. È quanto risulta

dagli sviluppi teorici nel campo dellanalisi micro-economica dei fattori di

crescita. Le teorie della crescita endogena hanno infatti permesso di

liberarsi dall'idea neo-classica di una conoscenza innovativa libera e

esterna allo spazio dell'agire umano, quasi fosse suggerita a Robinson dal

suo pappagallo, oltretutto gratuitamente[4].

Il problema che si pone riguarda quindi il rapporto tra innovazione dei

processi di produzione e trasformazione dei sistemi finanziari. Il legame

tra crescita economica e sistema finanziario passa dal finanziamento della

produzione delle innovazioni tecniche. La crescita dipende dunque dalle

condizioni di formazione dell'equilibrio risparmio-investimento, nella

misura in cui queste influenzano l'accumulazione dei fattori che

determinano la traiettoria del progresso tecnico[5].

Se linnovazione è prodotta endogenamente, chi e come la si paga? Dato che

la produzione d'innovazione è per sua natura incerta[6], nel senso che è

difficile anticiparne i rendimenti economici, come attirare l'interesse dei

potenziali investitori? E poi, dato che la conoscenza innovativa è un bene

pubblico, soprattutto in un'economia fortemente congitivo-comunicativa[7]

in cui la diffusione informale delle innovazioni si contrappone alla

possibilità di esercitare su di esse una proprietà mercantile completa[8],

quali sono i meccanismi che ne permettono lappropriazione o la

sottrazione[9] privata e/o pubblica?

La risposta che normalmente si dà a questi interrogativi si basa sui

modelli di allocazione del risparmio come fonte principale del

finanziamento della crescita economica. Nel corso degli anni 80 i mercati

finanziari liberalizzati hanno favorito il dirottamento della massa dei

risparmi su titoli di proprietà che assicuravano rendimenti elevati in

virtù del loro essere forme di ricchezza rigide. Il mercato immobiliare è

l'esempio più noto di come la realizzazione di guadagni facili sia stata

fluidificata dalle trasformazioni dei prodotti finanziari sulla falsariga

delle modificazioni della struttura interna e della composizione sociale

del risparmio[10]. I mercati finanziari liberalizzati hanno poi contribuito

ad accelerare le ristrutturazioni aziendali secondo i princìpi della

produzione snella, riducendo i costi di produzione a causa del costo

eccessivo del denaro. Più i mercati finanziari hanno permesso facili

guadagni, più i risparmi hanno lasciato il sistema bancario

(disintermediazione) per dirigersi verso titoli di proprietà mobili

(quotati in Borsa), e più le banche sono state costrette a mantenere

elevati i tassi di interesse per trattenere il risparmio.

Da una parte, le ristrutturazioni, diminuendo i costi in un contesto

globale sempre più competitivo, hanno favorito l'abbattimento dei prezzi,

innescando la disinflazione; dall'altra, gli aumenti dei tassi di interesse

reali, dovuti alla concorrenza tra mercati finanziari e settore bancario,

hanno eliminato una dopo l'altra le rendite di posizione o i facili

guadagni (come nel settore immobiliare[11]), costringendo i risparmi a

dirigersi sui titoli azionari. In questi anni il rallentamento

congiunturale, le ristrutturazioni delle imprese, le costrizioni sui budget

pubblici e le difficoltà delle banche hanno inferto seri colpi di freno

alle spese di Ricerca & Sviluppo delle imprese. L'uscita dal fordismo

significa in questo senso la fine della centralità della produzione e del

finanziamento della R&S basata sui finanziamenti allindustria degli

armamenti, dell'aeronautica, dell'elettronica e della chimica[12]. La disinflazione ha così contribuito a ridurre fortemente gli investimenti

in vecchi titoli non direttamente legati alla crescita economica, a tutto

vantaggio dei titoli dei settori economici emergenti, in particolare il

settore delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC). La

nascita della new economy nel corso degli anni 90 si spiega appunto a

partire dall'incontro tra finanza e imprese tecnologiche emergenti, le

famose imprese dotcom.

Negli anni 90, la rivoluzione informatica nei servizi, le opportunità di

Internet e la bolla speculativa stravolgono completamente la logica

dell'innovazione negli Stati Uniti. È una nuova versione del sogno

americano, una nuova frontiera dove l'innovazione scaturisce dalla

creazione di grappoli di imprese. Due persone, un'idea e un garage possono

fare una nuova impresa mondiale sotto la bacchetta magica del

capitale-rischio. Microsoft, Amazon o Cisco nutrono questa saga. La

credenza degli investitori istituzionali americani li conduce ad apportare

sempre più denaro nei fondi di innovazione[13].

Le trasformazioni delle modalità di finanziamento dell'innovazione di

questi anni, il boom del venture capitalism negli Stati Uniti e i suoi

effetti contagiosi nel resto del mondo, si spiegano a partire

dall'importanza crescente del lavoro vivo cognitivo rispetto alla scienza

incorporata nelle macchine fordiste. La rivoluzione informatica permette

effettivamente di liberare quantità enormi di capitali un tempo investiti a

lungo termine in sistemi produttivi rigidi. D'altra parte, la

riorganizzazione delle imprese sul modello toyotista e dei distretti

industriali italiani, pone la produzione dell'innovazione al centro stesso

dell'agire comunicativo e relazionale della forza-lavoro. La scienza, per

così dire, esce dai laboratori per incorporarsi direttamente nelle attività

del vivente, da scienza incorporata nel capitale macchinico fisso si

trasforma in scienza interna al corpo della forza-lavoro. È questa

trasposizione che permette di utilizzare la categoria marxiana del general

intellect, oggi non più riferita al sapere accumulato nelle forze

produttive del capitale, come Marx aveva previsto per lo sviluppo storico

del capitalismo industriale, bensì nei corpi viventi della forza-lavoro.

Nell'imprenditorializzazione dell'innovazione, all'origine della

proliferazione delle start up nella seconda metà degli anni 90 e culminata

nella crisi dei mercati borsistici del 2000, le start up rappresentano la

vera innovazione nel rapporto tra ricerca e finanza, ma anche la

contraddizione tra economia della conoscenza e economia dell'informazione.

Il general intellect, per così dire, si quota in Borsa, ciò che presuppone

il passaggio dal terreno fertile delle idee a quello finanziarizzato della

produzione di merci e servizi.

Negli Stati Uniti la trasformazione delle idee in imprese attraversa i

campus universitari, è attivata da gruppi di capitalisti (Business

Angels[14]) che tra loro coltivano relazioni di partenariato e apportano i

capitali di avvio (seed money) ai candidati imprenditori, vede in seguito

lentrata dei fondi di investimento collettivi che garantiscono un sostegno

azionariale prima ancora di entrare in Borsa. Il lancio in Borsa (NASDAQ)

di valori a rischio attira i fondi pensione e i fondi comuni di

investimento, permettendo ai venture capitalist di uscire dalle imprese da

loro avviate realizzando plusvalori elevati. Queste rendite di innovazione,

da una parte compensano le perdite subite nelle imprese che falliscono,

dall'altra vengono utilizzate per il lancio di nuove imprese. Il passaggio dalla logica dei Business Angels, in cui contano le relazioni

personali con tempi di semina di 12 o 18 mesi, alla logica delle imprese

finanziarie (spesso filiali delle banche di investimento, dette incubatori

di imprese), che funzionano sulla base di criteri contabili, giuridici e di

marketing e su tempi brevi, è nel medesimo tempo leva del successo delle

start up e causa della loro crisi. La finanziarizzazione permette la messa

in forma aziendale del lavoro immateriale vivo, ma questa metamorfosi

presuppone la produzione di plusvalenze (premio del rischio) senza le quali

lintero processo non potrebbe neppure incominciare. Il premio del rischio

che contrassegna il passaggio in Borsa delle start up, così come lo scarto

d'acquisizione, o plusvalore (goodwill, in inglese[15]), risultante dalla

differenza tra il valore di mercato e il valore contabile delle società

assorbite nei processi di fusione, sono il prezzo della sottrazione del

sapere o, simmetricamente, della eccedenza del general intellect, che

rappresenta la contraddizione specifica del nuovo capitalismo cognitivo. In

entrambi i casi si tratta della messa a bilancio di un attivo intangibile

che rappresenta la trasformazione in merce del sapere e della conoscenza,

un valore che è necessario per attirare capitali in una fase in cui la

stessa organizzazione locale e globale dei mercati finanziari orienta le

scelte degli investitori sulla base di logiche di rendimento competitive.

I mercati finanziari sono certamente autoreferenziali, nel senso che i

valori borsistici tendono a scollarsi dai valori economici delle imprese

quotate in virtù del comportamento imitativo[16] (implicito nel

funzionamento delle convenzioni keynesiane) tipico della comunità degli

investitori. Ma è un errore non vedere in questa dinamica autoreferenziale,

che ciclicamente sfocia nelle esplosioni delle bolle speculative, la

contraddizione insita nella trasformazione in merce del lavoro immateriale. Il lavoro cognitivo innovativo è per definizione open source[17],

cooperativo, relazionale, comunicativo e sempre più globale. Per essere

comandato e mercificato, cioè organizzato in attività imprenditoriale, deve

essere prima di tutto gerarchizzato e finanziarizzato, ciò che comporta

lappiattimento e la sottrazione del sapere diffuso, e la sua regolazione

secondo i principi del business plan. Ma questa operazione non è indolore,

ha un suo premio/prezzo, che nel lancio delle strart up ingenera

sopravvalutazioni folli che destabilizzano landamento normale dei mercati

ampliandone la volatilità e l'instabilità, mentre nel caso delle

acquisizioni e fusioni di imprese (con le Offerte Pubbliche dAcquisto, le

OPA) comporta la razionalizzazione e la flessibilizazzione del lavoro come

controparte della messa a bilanciodegli attivi intangibili acquisiti. Ciò che unisce la lotta dei ricercatori e quella dei lavoratori flessibili

e intermittenti è precisamente la contraddizione dei processi di

immaterializzazione del lavoro: l'anima e il corpo del lavoro immateriale

trovano la loro concreta espressione sul terreno della finanziarizzazione

del capitalismo cognitivo. Le lotte dei precari e quelle dei ricercatori

riflettono la medesima contraddizione di un capitalismo che per funzionare

sottrae sapere producendo eccedenze cognitive e soggettive, le libera

escludendole dai processi redistributivi della ricchezza sociale.

Capitalizzazione e socializzazione[18].

Prima di guardare alla fase che segue la crisi-trasformazione della new

economy, iniziata nel marzo del 2000 e tuttora in corso, prima cioè di

analizzare la riconfigurazione del rapporto tra finanza e produzione di

conoscenza-innovazione, è opportuno fare alcune osservazioni a proposito

del capitale finanziario come espressione del capitalismo cognitivo

post-fordista.

In primo luogo, la finanziarizzazione dei processi economici sopra

descritta non deve essere vista con lo sguardo (fordista) di una

perversione, di un semplice fenomeno speculativo, moralmente condannabile,

o di un semplice prolungamento delle forme classiche del capitale

finanziario (à la Hilferding), ma come una vera e propria innovazione

interna al funzionamento del capitalismo che, a modo suo, esprime le

caratteristiche del nuovo periodo post-fordista: fluidità e incertezza. I

mercati finanziari sono contemporaneamente l'opposto e l'equivalente delle

nuove condizioni della produttività del lavoro e della produzione di

innovazione.

In secondo luogo, ciò che caratterizza il nuovo capitale finanziario è la

fusione dell'insieme delle funzioni della moneta[19]. Questa fusione muta

il ruolo e limportanza del sistema bancario, ma soprattutto autorizza la

messa in relazione diretta di tutte le forme e gli utilizzi del denaro.

Ogni somma di denaro può metamorfosarsi in investimento su titoli azionari

e obbligazionari. Questa situazione modifica le frontiere tra salario e

profitto, e dunque la delimitazione semplice e meccanica tra classi sociali

direttamente opposte nella ripartizione della ricchezza creata. La

partecipazione diretta dei salariati all'investimento sui mercati di azioni

e obbligazioni non è più un fenomeno marginale: è invece costitutivo della

nuova condizione salariale. La distinzione tradizionale tra salario diretto

e salario socializzato è in via destinzione. Ne è un indicatore la

diffusione in tutti i paesi dei sistemi pensionistici a capitalizzazione

(II pilastro, o pensione integrativa). Il salario socializzato (o

differito) circola ormai mondialmente attraverso lintermediario dei fondi

di investimento e dei fondi pensione. Il concetto stesso di salario

socializzato diviene inadeguato. Il nocciolo del dibattito sul destino dei

sistemi previdenziali non riguarda l'opposizione tra un sistema solidale di

ripartizione e uno individuale di capitalizzazione. L'opposizione è,

invece, tra un salario socializzato gestito nazionalmente e una frazione

del movimento del capitale investito mondialmente.

Quando si esamina -scrive Zarifian- il comportamento reale e non

moralizzato dei fondi pensione o d'investimento, si vede che sono messi in

gioco dei calcoli d'anticipazione, nei quali la valutazione della strategia

"produttiva" e competitiva delle grandi imprese e della qualità decisionale

dei vertici manageriali è assolutamente presente. Non c'è dissociazione, ma

piuttosto espressione, traduzione e riduzione in investimenti finanziari

delle prospettive di redditività della strategia d'impresa. E questa

traduzione/riduzione che spiega le pressioni temporali sul breve termine e

i livelli elevati di rendimento atteso, e che si gioca nel dialogo serrato

che i dirigenti dei fondi intrattengono con i vertici manageriali delle

imprese globalizzate. Si manifesta una distinzione, ma non una

dissociazione. Il capitale di investimento introduce, nelle strategie

produttive, un ideale di fluidità e di anticipazioni rischiose che fanno

pressione sull'investimento produttivo, ma non se ne separa[20]. È proprio perché esiste nel medesimo tempo differenza e associazione tra i

gestionari dei fondi pensione e di investimento e i dirigenti delle grandi

imprese produttive, con un chiaro dominio dei primi sui secondi, che si può

parlare della formazione di una nuova categoria di capitalisti, costituita

da questa associazione. Dunque, di una nuova definizione del capitale

finanziario, notevolmente differente da quella data da Hilferding e ripresa

da Lenin. Il capitalismo cognitivo e finanziario va capito nella sua

globalità, e non isolando questa o quest'altra sua forma.

Dopo la crisi della new economy

L'esplosione della bolla speculativa del marzo 2000 è la prima crisi

finanziaria del capitalismo cognitivo. È, in primo luogo, una crisi

finanziaria che mira a scardinare le traiettorie dal basso verso l'alto

della imprenditorializzazione del general intellect, la sua entrata in

Borsa con le start up. Da questo punto di vista è la dimensione locale del

capitalismo cognitivo che viene attaccata dalla crisi borsistica, in

particolare la concentrazione nella Silicon Valley del maggior numero di

nuove imprese high tech, la cui proliferazione ha contribuito alla crisi da

sovrapproduzione digitalee alla successiva scomparsa di molte delle imprese

internettiane.

Ma la crisi del 2000 è anche la crisi della particolare spazializzazione

mondiale della new economy. La convenzione Internet, che tira i mercati tra

il 1998 e l'inizio del 2000, non è che l'espressione del più vasto e

strutturale processo di cognitarizzazione del lavoro, dello spostamento

delle leve dell'innovazione dai corpi separati della Ricerca&Sviluppo di

fordiana memoria, ai corpi vivi della forza-lavoro. I capitali, che dal

resto del mondo confluiscono sui titoli azionari e obbligazionari di

imprese quotate sui mercati borsistici statunitensi, inseguono

letteralmente i flussi di ricercatori statunitensi, europei e asiatici che

negli anni 90 vanno alla Silicon Valley, come un tempo i giovani attori

andavano a Hollywood.

L'afflusso di capitali e di forza-lavoro cognitiva all'interno e verso gli

Stati Uniti, in un certo senso l'americanizzazione del general intellect, è

all'origine della crescita spettacolare del settore delle tecnologie

dellinformazione e della comunicazione e degli effetti ricchezza generati

dalle rendite finanziarie. La crescita del PIL è dovuta in particolare alla

crescita del settore delle nuove tecnologie, mentre la domanda di beni e

servizi è determinata dall'aumento dell'offerta. Gli anni clintoniani della

new economy sono contrassegnati da un'espansione keynesiana di tipo nuovo,

nel senso che, mentre diminuiscono i redditi sociali erogati dal Welfare

State, aumentano le entrate fiscali dovute alle tasse sui capital gains,

permettendo così al budget federale di realizzare addirittura degli

avanzi. Si può parlare di keynesismo finanziario, di regolazione

macroeconomica basata sul deficit spending privato delle imprese e delle

famiglie.

Negli Stati Uniti la crisi segna il passaggio dalla crescita sul lato

dell'offerta alla crescita sul lato della domanda. Tra la fine del 2000 e

il 2003 la politica monetaria della Federal Reserve è tutta finalizzata a

sostenere la domanda delle economie domestiche facilitando lindebitamento.

Con tassi di interesse praticati dalla Fed attorno all1%, quindi negativi

in termini reali, si assicura il mantenimento del consumo a livelli elevati

grazie all'eliminazione del risparmio e all'indebitamento ipotecario

(remortgaging) delle famiglie favorito all'inflazione dei valori

immobiliari. Diversamente dalla grande depressione degli anni seguenti la

crisi del 29, contrassegnata dalla deflazione della domanda di consumo di

beni e servizi, gli anni che seguono la crisi della new economy sono

caratterizzati dalla deflazione della domanda di beni strumentali, in

particolare delle TIC[21].

L'uscita dalla crisi della new economy ridisegna spazialmente la ripresa

del capitalismo cognitivo su scala mondiale. Di nuovo, i capitali inseguono

i movimenti del cognitariato, ma questa volta dagli Stati Uniti verso i

paesi asiatici, con i processi di outsourcing e di offshoring in paesi in

cui il costo del lavoro vivo è dieci volte inferiore a quello dei paesi

sviluppati. La crisi della finanziarizzazione del lavoro cognitivo e

innovativo degli anni 90, limpossibilità di riprodurre il circolo virtuoso

delle start up e delle Merge&Acquisitions sulla base dellafflusso continuo

di capitali negli Stati Uniti, ma ciononostante la necessità di rilanciare

l'accumulazione capitalistica sulla base del lavoro immateriale innovativo,

costringe il capitale a compensare la perdita delle plusvalenze (dei premi

del rischio e dei goodwill) con la riduzione drastica del salario dei

lavoratori cognitivi[22].

La crisi del 2000 è, da questo punto di vista, un vero e proprio attacco

alla potenza materiale del general intellect, alla sua forza

contrattuale[23] che, negli anni del boom della new economy, sposta

ricchezza dagli azionisti ai knowledge workers[24]. Cina e India

rappresentano straordinari bacini di forza-lavoro a basso costo pronta ad

entrare nei circuiti globali della produzione di TIC e di beni e servizi

immateriali. Rappresentano, anche, l'occasione per deterritorializzare il

general intellect, precarizzandolo all'interno delle economie sviluppate e

riterritorializzandolo nei paesi di nuova industrializzazione[25].

La ricomposizione globale del cognitariato.

La riconfigurazione mondiale del capitalismo cognitivo, l'inversione dei

flussi di investimenti diretti all'estero, la precarizzazione dei

lavoratori cognitivi nei paesi sviluppati e la moltiplicazione di nuove

Silicon Valley in paesi economicamente emergenti, costringono a ridefinire

lo spazio di ricomposizione politica del cognitariato. Si tratta sin da

subito di abbandonare l'idea di una guerra commerciale tra paesi del centro

e paesi emergenti, con il suo correlato protezionistico nazionale. L'inversione del flusso di investimenti all'estero che si è imposta sui

mercati finanziari negli ultimi tre anni riflette la crescita formidabile

dei deficit (federale e commerciale) degli Stati Uniti e i surplus dei

paesi asiatici, di cui quello cinese, se si tiene conto del flusso di

investimenti diretti stranieri, supererà quest'anno il 5 percento del PIL.

Riflette, anche, l'accumulazione di riserve monetarie da parte dei paesi

asiatici, riserve che le banche centrali utilizzano per frenare la

svalutazione del dollaro acquistando Buoni del Tesoro americani (ciò che,

tenendo bassi i rendimenti sui BOT, permette ai mercati finanziari US di

proteggersi dallindebolimento del dollaro). Fino ad oggi questa inversione

di flussi di capitali non ha provocato scossoni particolari, e questo

perché la svalutazione del dollaro ha fatto aumentare (benché in modo

insufficiente) le esportazioni dei beni americani e, soprattutto, ha avuto

quale effetto monetario quello di aumentare i profitti rimpatriati delle

filiali estere delle multinazionali statunitensi.

Per quanto instabile, l'equilibrio che si è stabilito sui circuiti monetari

e finanziari mondiali non dovrebbe degenerare in una guerra commerciale tra

Stati Uniti, Cina e gli altri paesi asiatici, come il Giappone, che hanno

surplus commerciali importanti. Gli americani hanno bisogno di vendere BOT

agli asiatici, e gli asiatici, pur esportando sempre di più, hanno bisogno

di importare materie prime e beni strumentali dagli Stati Uniti e da altri

paesi occidentali per mantenere tassi di crescita sostenuti. Senza contare

che un numero crescente di beni prodotti in Asia e esportati verso gli

Stati Uniti sono, di fatto, il risultato di processi di offshoring da parte

di multinazionali statunitensi in paesi come la Cina e, sempre di più,

lIndia. In questo senso gli Stati Uniti commerciano prevalentemente con se

stessi. Quando Wal-Mart importa la maggior parte dei suoi prodotti o Intel

Corp. produce gran parte dei suoi microprocessori offshore, questo è

fantastico per la cifra d'affari della compagnia. Ma contribuisce a

determinare uno squilibrio commerciale che è diventato strutturale. Gli

Stati Uniti, come sponsor della liberalizzazione del commercio, promuovono

anche accordi come il NAFTA, che favoriscono le esportazioni dei partner

commerciali più di quelle americane[26].

E' precisamente la strutturalità del deficit commerciale americano che, se

da una parte riflette la globalizzazione dei processi produttivi,

dall'altra riduce notevolmente l'effetto della svalutazione del dollaro

sugli squilibri fondamentali. Non si può sostenere, come fa l'economia

standard, che il deficit commerciale rispecchia principalmente le

fluttuazioni del deficit pubblico e dei tassi di cambio. L'idea secondo cui

più il governo si indebita e più capitali devono essere importati, è

contraddetta dai fatti: durante gli anni 90, il deficit commerciale

statunitense non ha smesso di crescere malgrado la progressiva eliminazione

del disavanzo federale e malgrado la recessione del 91. L'accordo raggiunto

a Boca Raton il 7 febbraio 2004, secondo cui i paesi del G7 si impegnano a

ridurre la pressione sull'euro e a favorire una maggiore flessibilità dei

tassi di cambio delle monete asiatiche, non solo avrà scarsi effetti reali

sui rapporti di cambio, ma non inciderà minimamente sugli squilibri

fondamentali che sono maturati negli anni del dopo-crisi[27]. Con la ripresa dei mercati borsistici a partire dal 2003 quale effetto del

risanamento finanziario delle imprese, nei primi mesi del 2004 si è avviata

una nuova ondata di OPA e di Mergers&Acquisition, non solo in Asia, dove il

numero di OPA e di start up è in forte aumento[28], ma anche in Europa e

negli Stati Uniti, seppure con minore intensità[29]. Rispetto agli anni 90

e al 2000, in cui gli investimenti erano principalmente orientati verso la

rapida capitalizzazione delle innovazioni prodotte da imprese emergenti,

nella fase attuale è la razionalizzazione delle imprese, la

flessibilizzazione e l'esternalizzazione della forza-lavoro, la riduzione

dei salari e l'aumento della produttività, che definiscono i criteri in

base ai quali rilanciare gli investimenti. In altre parole, oggi la

filosofia manageriale è impatient for profit but patient for growth[30]. Siamo entrati in una fase in cui la dimensione globale del capitalismo

cognitivo, con linclusione di aree di sviluppo quali l'Asia e l'America

latina, è contrassegnata da politiche di regolazione verso il basso del

valore della forza-lavoro. Soprattutto nei paesi del Centro, la produzione

di conoscenza e di innovazione a mezzo di precarizzazione è il segno

distintivo di questa nuova fase. Le scuole, i centri di ricerca, le imprese

flessibili, il mercato del lavoro, sono tutti luoghi in cui l'attacco al

valore della forza-lavoro ha quale obiettivo prioritario eliminare i

margini di ricomposizione politica del proletariato cognitivo, del

cognitariato.

Nel corso della crescita del capitalismo industriale, la lotta di classe

nei paesi del Centro, la lotta politica sul salario e la negoziazione

collettiva tra salariati e capitale, hanno sovvertito le regole di calcolo

del saggio di profitto[31]. In epoca fordista si diceva che un operaio del

Michigan può comprare con un'ora del suo lavoro il prodotto di una giornata

intera del suo collega vivente al Sud. I capitali si dirigevano dal Sud al

Nord perché i salari nei paesi del Centro erano superiori a quelli dei

paesi della periferia. Le lotte dell'operaio multinazionale hanno comunque

screditato lidea secondo cui è la classe operaia dei paesi ricchi che

sfrutta la classe operaia dei paesi poveri. Certo, il divario tra Nord e

Sud non è diminuito, si è anzi ampliato, ma il ciclo di lotte dell'operaio

fordista ha fatto saltare il modello fordista, costringendo il capitale a

svilupparsi su scala globale mettendo al lavoro le qualità più generali

della forza-lavoro, le sue facoltà cognitiva, relazionale e comunicativa.

L'inversione dei flussi di capitali dal Centro verso i paesi di nuova

industrializzazione non permetterà sicuramente a un'ora di lavoro di un

operaio indiano o cinese di comperare il prodotto di una giornata del suo

collega americano o europeo. Ma le lavoratrici dei supermercati della

Wal-Mart o i produttori di software del Nord lavorano effettivamente di più

per un salario inferiore. Il che significa che la lotta contro la

precarietà e per l'aumento del reddito ha ormai una dimensione globale che

unisce i destini della moltitudine.

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NOTE:

[1] Education needs to adapt to a changing world, in International Herald

Tribune,19 marzo, 2004.

[2] Il diritto allo studio minacciato. Verso un aumento delle tasse

universitarie, in Solidarietà, 18 marzo, 2004, Ticino/Svizzera. Il testo

citato è stato distribuito sottoforma di volantino da un gruppo di studenti

del Movimento per il socialismo dellUniversità di Ginevra.

[3] La riconfigurazione del sistema di formazione superiore attualmente in

corso non significa unicamente meno mezzi per studiare nei prossimi anni

per la grande maggioranza degli studenti. Significa anche una pressione

sempre maggiore sui salari dei futuri diplomati di queste università. In

effetti, i nostri futuri datori di lavoro non esiteranno a pagare meno per

un Bachelor ottenuto in soli tre anni rispetto a una licenza ottenuta in

quattro anni(ibidem).

[4] Le teorie della crescita endogena si accordano con la maggior parte

delle teorie anteriori nellattribuire al progresso tecnico un ruolo motore

nella crescita. Esse vanno tuttavia più lontane delle teorie precedenti su

due punti: integrano il progresso tecnico come risultante di unattività

economica remunerata, e il cui livello sia dunque endogeno; e modellizzano

in modo più ricco le forme della tecnica e la loro evoluzione&È la natura

di bene in parte pubblico del sapere che ne fa un motore della crescita&(D.

Guellec e P. Ralle, Les nouvelles théories de la croissance, Parigi, 1995).

[5] M. Aglietta, Macroéconomie financière. 1. Finance, croissance et

cycles, La Découverte, Parigi, 2001, p. 9.

[6] Cfr. N. Moureau, D. Rivaud-Danset, Lincertitude dans les théories

économiques, Parigi, 2004.

[7] Per la definizione articolata del capitalismo cognitivo, che qui di

seguito fa da sfondo allanalisi del rapporto ricerca-innovazione-finanza,

rimando a C. Vercellone (a cura di), Sommes-nous sortis du capitalisme

industriel?, La dispute, Parigi, 2003. Vedi anche, sulla stessa linea

teorica, Y. Moulier Boutang (a cura di), L'età del capitalismo cognitivo.

Innovazione, proprietà e cooperazione delle moltitudini, Ombre Corte,

Verona, 2002.

[8] Sulla differenza e contraddizione tra economia dell'informazione e

economia della conoscenza, si veda R. Boyer, La croissance, début de

siècle. De loctet au gène, Albin Michel, Parigi, 2002, p. 174 e sgg. La

dinamica della prima [economia dellinformazione] è alimentata da

innovazioni tecnologiche tendenti a far abbassare i costi del trattamento e

della trasmissione dellinformazione, attraverso equipaggiamenti o software.

Per contro, la seconda [economia della conoscenza] ha come finalità

l'analisi e la comprensione di fenomeni naturali, fisici, chimici,

biologici e, perché no, sociali e economici: si tratta di innovazioni

scientifiche o più in generale concettuali. In termini di idealtipo, al

mondo della scienza aperta si oppone quello della tecnologia fondata sullo

sforzo di appropriazione, almeno transitoria, di determinati progressi

delle conoscenze. Non cè miglior esempio degli imperativi contraddittori

che reggono queste due sfere che considerare i dibattiti attuali a

proposito della brevettabilità del vivente e la possibilità per una impresa

privata di appropriarsi dei benefici di una scoperta in

biologia.

[9] Sulla contraddizione politica tra economia dellinformazione e economia

della conoscenza, si veda di L.A.S.E.R., Scienza Spa. Scienziati, tecnici e

conflitti (Derive/Approdi, Roma, 2002): Lo sviluppo tecnologico produce

nuovi conflitti nei luoghi di produzione e di ricerca scientifica. Il

fattore che unisce queste contrapposizioni locali è intimamente legato al

tema della sottrazione del sapere. Un primo esempio di sottrazione del

sapere è luso delle tecnologie da parte di chi fa ricerca con finalità

diverse da quelle prescritte dal proprio datore di lavoro, pubblico o

privato. In particolare, ci riferiamo alluso delle reti informatiche per la

connessione tra soggetti impegnati in battaglie politiche o sociali. La

cultura del network, del lavoro in rete, può essere ricostruito in senso

autonomo e antagonista, coinvolgendo nelle lotte la stessa tecnologia che

ne è alla base(p. 110 e sgg.).

[10] Altri esempi di titoli che hanno depistatoi risparmi dal finanziamento

dellinnovazione produttiva sono le azioni che, in seguito ai processi di

fusione e concentrazione, sono ridotte di numero; oppure le azioni, da

tempo sottovalutate, di imprese pubbliche privatizzate.

[11] Il ritorno dell'inflazione del settore immobiliare che ha fatto

seguito alla crisi della new economy a partire dal 2001 e fino ad oggi, ha

permesso agli Stati Uniti di mantenere la domanda di beni e servizi ad un

livello relativamente elevato in una fase in cui la domanda di beni

strumentali (beni dinvestimento high tech in particolare) da parte delle

imprese è stata negativa in conseguenza della crisi da sovrapproduzione

digitale e della politica di bassi tassi di interesse da parte della

Federal Reserve.

[12] Per un percorso di lettura delle fasi storiche salienti del rapporto

tra ricerca universitaria, Pentagono e imprese private sulla scorta dei

lavori di Alfred Chandler, Nathan Rosenberg e David Mowery, si veda B.

Vecchi, I combattenti dellhich tech americano, in il manifesto, 11 luglio 2003.

[13] M. Aglietta, Macroéconomie financière, op. cit., p. 33.

[14] I Business Angels sono piccoli gruppi di capitalisti dotati di

fortune, essi stessi ex imprenditori, organizzati in partenariato. La

caratteristica essenziale del loro modo di operare sta nellattivazione di

reti di rapporti personali e informali, finalizzati allindividuazione di

idee innovative da valorizzare e promuovere finanziariamente. Questo anello

della catena della finanziarizzazione/imprenditorializzazione

dellinnovazione non esiste in Europa, dove la logica impersonale contabile

e finanziaria prevale sin da subito, in tal modo restringendo il campo di

trasformazione in impresa del sapere e della conoscenza diffusa.

[15] Il goodwill è, di fatto, il costo di avviamento di unimpresa, ossia

l'insieme degli attivi intangibili (personale qualificato, qualità del

management, ubicazione favorevole, esperienza organizzativa, rapporto con

la clientela, capacità di credito, ecc.). La valutazione dell'avviamento

viene effettuata in occasione di momenti straordinari della vita di una

azienda, in particolare la cessione, il conferimento e la fusione con altre

aziende. Il goodwill corrisponde alla differenza tra il valore economico

attribuito all'azienda, che tiene conto delle prospettive di redditività, e

il patrimonio netto contabile. Questa voce, iscritta a bilancio come fondi

propri, può rappresentare tra il 70 e il 100% dei capitali propri delle

grandi aziende quotate in Borsa, ciò che dimostra limportanza ormai

decisiva del capitale immateriale relativamente al capitale

fisico-tangibile immobilizzato. Più il goodwill è elevato, e maggiore è la

capacità di indebitamento (definita dal rapporto tra debiti e fondi propri)

dell'impresa risultante dall'operazione di fusione. La riduzione di questo

scarto di avviamento, che con la crisi della new economy è stata molto

forte, comporta quindi la riduzione della capacità di indebitamento delle

imprese. Per ristabilire la capacità di indebitamento si avviano processi

di razionalizzazione dei costi di gestione e soprattutto di riduzione o

esternalizzazione del lavoro.

[16] Il comportamento imitativo che caratterizza le scelte e le decisioni

degli investitori ha origine nella ricerca della massima liquidità dei

titoli, ossia della loro negoziabilità. Si tratta di trasformare scrive

Orléan ciò che non è altro che una scommessa personale su dividendi futuri

in una ricchezza immediata hic et nunc. A tal fine, bisogna trasformare le

valutazioni individuali e soggettive in un prezzo accettato da tutti. Detto

altrimenti, la liquidità impone che sia prodotta una valutazione di

riferimento che dica a tutti i finanzieri il prezzo al quale il titolo può

essere scambiato. La struttura sociale che permette lottenimento di un tale

risultato è il mercato: il mercato finanziario organizza il confronto tra

le opinioni personali degli investitori in modo da produrre un giudizio

collettivo che abbia lo statuto di una valutazione di riferimento. Il corso

che emerge in questa maniera ha la natura di un consenso che cristallizza

laccordo della comunità finanziaria. Annunciato pubblicamente, ha valore di

norma: è il prezzo al quale il mercato accetta di vendere e dacquistare il

titolo considerato, in un determinato momento. E così che il titolo è reso

liquido. Il mercato finanziario, per il fatto di istituire l'opinione

collettiva come norma di riferimento, produce una valutazione del titolo

riconosciuta unanimamente dalla comunità finanziaria(Le pouvoir de la

finance, op. cit.). Le convenzioni permettono appunto di omogenizzare la

molteplicità delle scelte individuali secondo una razionalità

sovraindividuale (o costrizione cognitiva) che orienta ideologicamentei

mercati. Per la convenzione Internet della seconda metà degli anni 90, si

veda di Luca De Biase, Edeologia. Critica del fondamentalismo digitale,

Laterza, Roma, 2003.

[17] Sulle contraddizioni interne alla stessa logica capitalistica nei

settori dell'informatica, in particolare il problema dei diritti di

proprietà intellettuale in rapporto a sistemi operativi aperti,cfr.

Business Week, The Linux Uprising. How a global band of software geeks is

threatening Sun and Microsoft and turning the computer world upside down, 3

marzo, 2003.

[18] Riprendo qui di seguito alcune considerazioni di Philippe Zarifian a

commento del mio E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei mercati finanziari

(Bollati-Boringhieri, Torino, 1998). Il testo di P. Zarifian, Produttività,

evento e comunicazione nel post-fordismo, è stato presentato alla Maison

des Sciences Economiques della Sorbona in occasione della discussione del

mio libro pubblicato in Francia (Et vogue largent, traduzione di Anne

Querrien e François Rosso, LAube, Parigi, 2003).

[19] A questo proposito si veda di A. Orléan, Le pouvoir de la finance (Ed.

Odile Jacob, Parigi, 1999). Certo, - scrive Orléan a proposito delluso

delle azioni nei processi di acquisizione e fusione tra imprese le azioni

non sono delle monete. La loro liquidità non è che parziale nel senso in

cui non sono accettate come strumento universale di scambio. Tuttavia, il

loro spazio di circolazione è già straordinariamente vasto, non solo in

quanto mezzi di riserva, ma anche come mezzi di scambio per determinate

transazioni. Lo si vede quando unimpresa ne acquista unaltra con laiuto

delle sue proprie azioni, o meglio ancora quando un dirigente accetta

dessere remunerato con stock options. Per questa ragione, si può di

conseguenza analizzare le azioni come costitutive di una forma embrionale

di moneta anche se non permettono di acquistare beni di consumo(p.242).

[20] Daltra parte, i fondi pensione si sono dotati duna infrastruttura

danalisi esperte che valutano continuamente la validità strategica, in

termini di rendimento atteso e deffetto sul corso dei titoli, del

management delle imprese di cui detengono una parte significativa del capitale

[21] L'uscita progressiva dalla recessione, ufficialmente durata solo un

trimestre nel 2001, è stata insomma possibile grazie alla domanda di

consumo delle famiglie americane e al progressivo disindebitamento delle

imprese verso il settore bancario, conseguenza diretta del crollo dei

plusvalori finanziari (dei goodwill) ereditati dagli anni di espansione

della new economy. Il risanamento finanziario delle imprese è stato

effettuato con la riduzione delle spese sulla massa dei salari, degli

investimenti e delle scorte accumulate.

[22] Si veda un'importante analisi di Business Weeksulla necessità di andar

oltre la ricerca in-house attingendo a idee innovative ovunque esse siano

prodotte, esternalizzando la proprietà intellettuale come forma di

pagamento a imprese fornitrici di ricerca, forgiando legami con laboratori

universitari, corteggiando venture capitalist e rispettando le norme

disciplinari da loro imposte, incoraggiando gli spin-offs che puntano su

nuove idee e assumono rischi (Reinventing Corporate R&D, BW, 22 settembre,

2003).

[23] Nella knowledge economy, nel capitalismo cognitivo, il problema

centrale per il capitale è quello di mettere al lavoro la conoscenza, il

sapere detenuto dalla forza-lavoro. Che la captazione della conoscenza

altrui rappresenti un vero problema lo dimostra ad esempio l'assegnazione

delle stock options ai lavoratori della conoscenza che si è diffusa negli

anni del boom della new economy. Peter Druker, in Il management della

società prossima ventura (Etas, 2002) ha ragione quando dice che le aziende

che si sono spinte maggiormente in questa direzione hanno avuto il turnover

più elevato. E' incredibile quanto sono numerosi gli ex dipendenti

Microsoft che mi è capitato di incontrare. Gli ex dipendenti della

Microsoft odiano l'azienda, perché si rendono conto che essa offrì loro

solo del denaro. Inoltre si rendono conto che il sistema di valori

aziendale è unicamente finanziario, mentre essi si considerano

professionisti, con un sistema di valori diverso. Non solo, quindi, nel

capitalismo cognitivo è necessario finanziarizzare limpresa (con laumento

del prezzo delle stock options quotate in borsa) per catturare e

soprattutto trattenere il sapere della forza-lavoro, ma questa stessa

forza-lavoro resiste, è capace di sottrarsi alla sua totale sussunzione

sotto il capitale, quando la produzione di conoscenza si trasforma

brutalmente in pura e semplice gestione finanziaria delle informazioni,

cioè quando gli imperativi finanziari (aumento del corso dei titoli)

prendono il sopravvento sulla qualità di vita (o sistema di valori) della

forza-lavoro cognitiva, dei knowledge workers. A questo proposito merita

citare per intero un paragrafo del libro di De Biase (op. cit.) : E quando,

a sera, [Marc Andreesseen, che con Jim Clark ha fondato Netscape] si

accorge di essere diventato straricco, non si lascia andare a

manifestazioni di gioia eccessiva, commentando con i giornalisti che si

tratta di funny money, denaro pazzo. Nel frattempo, nemmeno i suoi giovani

programmatori si lasciano incantare dal denaro. Quello che li appassiona è

vedere quante copie di software vengono scaricate dai navigatori. Si

divertono a scoprire quale versione piace di più. E intanto lavorano come

ossessi senza orari regolari, in corsa contro il tempo che la Rete impone

velocissimo. Pur ammettendo di essere contento per avere perso ogni

preoccupazione finanziaria, uno di loro, Lou Montulli, dichiara: "Prendete

un lavoratore cinese. Io guadagno probabilmente un milione di volte più

soldi di lui. Ma è difficile razionalizzare il valore vero. Certo, ho

lavorato duramente. Ma ho lavorato tanto duramente da giustificare una

differenza come quella che mi separa da un lavoratore cinese?" Di fronte ai

misteri della finanza, Montoulli cerca un parametro che lo aiuti a valutare

la situazione. Non lo trova. E questo non gli piace(pp. 69-70).

[24] L'economista e editorialista del Financial Times, John Plender, nel

suo Going off the Rails. Global Capital and the Crisis of Legitimacy

(Wiley, Londra, 2003) sostiene giustamente che nel capitalismo cognitivo vi

è un'abbondanza di capitali alla ricerca di rendimenti elevati, che si

scontra con la scarsità del sapere strategico per le imprese. Per scarsità

si deve intendere il costo dei knowledge workers cooptati dalle imprese, in

particolare quelle produttrici di beni ad alto contenuto tecnologico, un

costo che negli anni 90 ha portato questo settore trainante a destinare

mediamente il 73% dei profitti pre-tasse ai dipendenti (la media delle 325

imprese maggiori quotate in Borsa è del 20%). La tensione tra abbondanza

dei capitali, dovuta al deprezzamento del capitale fisso e al suo

alleggerimento, e costo della conoscenza viva messa al lavoro è, secondo

Plender, la dimostrazione della inadeguatezza storica del sistema

azionariale (dello shareholders value) nel finanziamento del capitalismo

cognitivo. Il vantaggio competitivo del capitale umano è a tutto svantaggio

degli azionisti che, trovandosi in una posizione di debolezza nei confronti

delle imprese in cui centrale è il lavoro vivo cognitivo, fanno pressioni

fortissime per aumentare il rendimento dei loro titoli (negli anni 90 un

rendimento del 15% era la norma), in tal modo contribuendo ad ampliare la

spirale autoreferenziale de mercati finanziari fino allesplosione della

bolla speculativa.

[25] Sulla controversia tra effetti positivi e negativi delloutsourcing e

delloffshoring di imprese statunitensi, si veda lo special report di

Business Week, Software. Will outsourcing hurt Americas supremacy?, 1

marzo, 2004. Si veda anche il survey de The Economist, The new jobs

migration, 21-24 febbraio, 2004.

[26] Robert Kuttner, Whats Really Feeling The Trade Deficit Beast, Business

Week, 29 dicembre, 03, p. 15.

[27] Il dibattito sui rischi di svalutazione della moneta americana va

quindi capito per quello che realmente è. L'accelerazione dei processi di

globalizzazione del capitale, lo spostamento verso l'Asia della divisione

internazionale del lavoro, ha svelato una contraddizione fondamentale tra

il circuito monetario incentrato sul dollaro e la natura sempre più

policentrica dell'economia mondiale. Una svalutazione, per quanto graduale,

del dollaro non ha alcuna possibilità di ridurre in modo consistente lo

squilibrio strutturale statunitense, ma costringe le banche centrali dei

paesi asiatici ad acquistare BOT americani per proteggere le loro monete,

ciò che è essenziale per mantenere elevati tassi di crescita. In tal modo

gli Stati Uniti possono continuare ad aumentare la spesa militare per

perseguire la ridefinizione geo-politica e militare del comando imperiale.

Gli USA devono comunque evitare che la loro moneta si svaluti troppo

rapidamente, perché ciò provocherebbe una fuoriuscita di capitali dai

mercati azionari e, fatto ancora più grave, dai BOT del Tesoro. Ne andrebbe

dell'equilibrio socio-economico interno agli Stati Uniti, con livelli di

indebitamento privato insostenibili se i tassi di interesse dovessero

aumentare. L'attuale situazione dell'economia statunitense è simile a

quella dei paesi emergenti degli anni 90, con la differenza che alla loro

debolezza strutturale gli americani rispondono con la guerra infinita.

[28] Cfr. F. Guerra, Asian companies raise a record amount of funds, in

Financial Times, 22 marzo, 2004.

[29] Cfr. lo special report de The Economist, Mergers and Acquisitions,

21-24 febbraio, 2004.

[30] Cfr. C. M. Christensen, M. E. Raynor, The Innovators Solution:

Creating and Sustaining Successful Growth, Harvard Business School Press, 2003.

[31] Negli anni 70, Arrighi Emmanuel, nel suo scandaloso Lo scambio

ineguale, dimostrò che, nella misura in cui i saggi di profitto nei paesi

del Sud non sono superiori (come è effettivamente stato dimostrato negli

anni seguenti da molti altri economisti) ai saggi di profitto nei paesi del

Nord, e nella misura in cui i salari dei poveri sono per contro molto più

bassi dei salari dei ricchi, ne consegue necessariamente (perlomeno dal

punto di vista contabile) che il plusvalore realizzato nei paesi poveri

viene succhiato dai paesi ricchi attraverso la vendita dei prodotti a basso

prezzo da parte dei paesi del Sud. Chi approfitta dello sfruttamento dei

poveri? La risposta scandalosa di Emmanuel fu univoca: gli operai del Nord.

Fu Luciano Ferrari Bravo che riuscì a smontare politicamente il

ragionamento di Emmanuel, pur riconoscendone la sensatezza analitica. Le

lotte degli operai fordisti in via di globalizzazione, le lotte di una

classe operaia multinazionale, risultante dai movimenti migratori di quegli

anni, avevano permesso a Ferrari Bravo di anticipare l'esito delle

contraddizioni marxiane svelate da Emmanuel, ossia la fine del fordismo e

l'inizio di un'epoca nuova, quella del capitalismo globale. Per una ripresa

recente del ragionamento di Emmanuel , vedi Daniel Cohen, La mondialisation

et ses ennemis, Grasset, Parigi, 2004.

[dal numero di maggio di POSSE]

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