A precipizio. La crisi della società israeliana
di Michel Warschawski
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Via libera a un massacro
Per più di trent'anni l'esercito israeliano ha usato un ossimoro per descrivere la propria azione nei territori palestinesi che si trovano sotto la sua autorità dal giugno 1967: «l'occupazione liberale». Questo costrutto semantico fa il paio con altri ossimori dello stesso genere, come «purezza delle armi» o «Stato ebraico e democratico».
Dietro questo concetto di «occupazione liberale» vi sono, tuttavia, due elementi importanti: da un lato, la volontà di offrire una immagine di stampo liberale (nel senso americano del termine) e non brutale e colonialista; dall'altro, la dichiarata intenzione di porre in atto una politica di occupazione con un minimo di misure repressive e di vittime fra la popolazione occupata.
Certo, la prima Intifada ha avuto ragione di questa immagine compiacente, e le circa 1500 vittime palestinesi, in meno di tre anni, hanno dimostrato che una occupazione è per definizione sanguinosa e repressiva, soprattutto se la popolazione occupata esprime in massa la propria volontà di libertà e di indipendenza. Fu proprio il fatto che l'occupazione non poteva più pretendere di essere liberale che provocò un cambiamento nell'opinione pubblica a favore di un ritiro dai territori occupati e, due anni più tardi, promosse il sostegno massiccio al processo di Oslo.
A partire dal settembre 2000, l'occupazione israeliana non finge più di essere liberale. Al contrario, assume pienamente il suo carattere «geniale e crudele», per riprendere le parole dell'inno dell'Irgun, l'antenato del partito Likud oggi al potere. Una occupazione brutale e sanguinaria che gode dell'appoggio della grande maggioranza dell'opinione pubblica israeliana.
Nel settembre 2000, il governo israeliano impartisce l'ordine di attuare il piano di repressione generalizzata - uno dei suoi capitoli si intitola «salasso» - predisposto due anni prima da colui che sarebbe diventato il comandante in capo dell'esercito israeliano. Quel piano era uno degli scenari proposti dallo stato maggiore a Ehud Barak come risposta a una eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte palestinese. Il denominatore comune a tutti questi scenari consisteva nel far pagare molto caro ai palestinesi l'insubordinazione e l'insolenza che una iniziativa unilaterale da parte loro avrebbe significato.
Nel settembre 2002, l'iniziativa unilaterale consiste nell'inizio della seconda Intifada, rivolta popolare - e per molte settimane disarmata - contro l'occupazione israeliana. Non lo si sottolinea mai abbastanza: la partecipazione dei militari palestinesi agli scontri con l'esercito israeliano comincia solo dopo che molte decine di giovani manifestanti erano stati assassinati da soldati superarmati, muniti spesso di fucili a cannocchiale. Quanto agli attentati in Israele, essi cominceranno solo tre mesi più tardi, dopo la morte di molte centinaia di palestinesi.
Gli ordini sono chiari: spezzare ogni forma di resistenza, con tutti i mezzi. Poco importa il bersaglio, poco importano le circostanze, poco importano i «danni collaterali».
All'inizio, in conformità con lo scenario già menzionato, la repressione ha carattere essenzialmente punitivo: dare una lezione ai palestinesi per aver osato sfidare l'occupazione, e soprattutto per aver osato respingere le «generosissime offerte» di Ehud Barak a Camp David (ci tornerò). Quel che importa capire è che, in questa fase, l'obiettivo fissato da Barak e dallo stato maggiore non è quello di assicurare il «ritorno all'ordine», ma di condurre una operazione punitiva che si trasformerà rapidamente in campagna di pacificazione.
Una simile campagna implica un uso massiccio di mezzi militari per terrorizzare una popolazione civile, per costringerla ad accettare il potere coloniale e le forme di dominio che esso vuole imporle. Per giustificare dinanzi all'opinione pubblica locale e internazionale la violenza nei confronti dei civili, è indispensabile «decivilizzare» tale popolazione. Di qui l'uso sistematico, nei territori palestinesi occupati come in Cecenia, del concetto di terrorismo: la sanguinosa repressione di una popolazione è mascherata sotto il nome di «guerra contro il terrorismo». Non sono più donne e bambini che vengono dilaniati dalle bombe a frammentazione; non sono più intere famiglie che lo stato d'assedio condanna alla miseria e talvolta alla morte per fame: sono dei terroristi. Anche il concetto di guerra ha la sua importanza: lascia intendere che, di fronte alla quinta potenza militare del mondo, non c'è una popolazione civile, ma un'altra forza militare, e che ciò giustifica l'uso di carri armati, di elicotteri da combattimento e di aerei da caccia.
[per leggere alcuni altri passi del libro: http://tecalibri.altervista.org/W/WARSCHAWSKI-M_precipizio.htm#p004]
Intervista a David Byrne
Non so che cosa sia davvero il rock. Sento di avere ancora molti riferimenti all'interno di quello che comunemente si intende con questo nome, ma me ne sono allontanato anni fa». Eppure David Byrne ha scritto pagine memorabili del rock, tanto che con i Talking Heads è entrato anche nella Rock'n'Roll Hall Of Fame, al fianco di Jimi Hendrix e dei Beatles. Musica per giovani, che però ha appena compiuto cinquant'anni: il 12 aprile del 1954 veniva infatti pubblicata «Rock Around The Clock» di Bill Haley and the Comets e nella hit parade americana si affacciava un suono destinato a cambiare il mondo. Byrne di anni ne ha cinquantadue ed è in Italia per presentare l'ultimo album «Grown Backwards» (il tour si è chiuso a Torino, nel cartellone di Musica 90). Ha accettato di ripercorrere cinque decenni di storia del rock, scegliendo per ognuno un album particolarmente rappresentativo.
ANNI CINQUANTA. «Ero troppo giovane per il rock nei Cinquanta, in seguito ho ascoltato soprattutto Chuck Berry e Hank Williams. Erano incredibili: leggeri, brillanti e divertenti. Naturalmente la mia musica non ha niente a che fare con la loro, ma nelle cose che scrivo c'è a volte uno humour tipico di quel periodo, e di questi due musicisti in particolare. Mi piacciono anche certe canzoni di Elvis Presley, ma, quando cominciai a rendermi conto della sua esistenza, era famoso per i suoi orribili film. Era un personaggio grottesco, un esempio di quello che non si doveva fare nel mondo della musica».
ANNI SESSANTA. «C'erano allo stesso tempo Utopia e Distopia. Molti dischi dei Beatles rimandavano a un'utopia, e dall'altra parte c'erano i Mothers of Invention di Frank Zappa o i Velvet Underground, che per me sono riconducibili a una sorta di utopia negativa, legata al lato oscuro delle cose, ma forse perciò più realistica. Se dovessi scegliere un album, direi il primo album dei Velvet Underground, quello con Nico. Per me è stato fondamentale, incorporava elementi estranei alla musica, era pura avanguardia che si mescolava al linguaggio del pop. Con i Talking Heads abbiamo fatto lo stesso qualcosa di simile, dieci anni più tardi».
ANNI SETTANTA. «Probabilmente la novità più importante è stata la disco music. Prince ha cominciato nel 1978, ma la fine dei Settanta segna anche la nascita del movimento hip hop. In questi anni, poi, si sono diffusi i remix e ha preso piede l'idea che lo studio sia di per sé un mezzo creativo, idea che poi si è sviluppata nel decennio successivo. Sceglierei comunque una band di Cleveland, gli O' Jays: "Ship Ahoy", uscito nel 1973, era puro funk, con molte idee geniali».
ANNI OTTANTA. «Il pop era in un certo senso un'invenzione americana, ma negli Ottanta il resto del mondo ha superato gli Stati Uniti, con proposte più coraggiose e sperimentali: perfino i Duran Duran hanno inciso qualche canzone interessante. Allora noi americani ci siamo resi conto che anche nel resto del mondo c'era buona musica. Io, ad esempio, amo molto il Brasile e i ritmi latino americani. Però l'album che scelgo per questa decade è "Creuza de Ma", di Fabrizio De Andrè: ho fatto di tutto per farlo conoscere fuori dall'Italia, ma purtroppo i risultati non sono stati entusiasmanti».
ANNI NOVANTA. «Non ho dubbi: scelgo una band messicana chiamata Café Tacuba, il disco s'intitola "Re" ed è uscito nel 1994. Un album splendido, pop nello spirito, ma con moltissime influenze da altri generi musicali. Dei Novanta trovo interessanti anche molti dischi di elettronica, come "Ahora Tahiti" dei Mouse on Mars o i primi album dei Pole, entrambi tedeschi. Sono album dove l'inventiva supera costantemente la tecnologia.
LA SVOLTA. «È troppo presto per dire cosa salvare di questo primo decennio del terzo millennio. Ultimamente ho ascoltato molto Outkast e Missy Elliot, nel mio iPod ci sono sempre decine delle loro canzoni. Il rock è cambiato per sempre quando è diventato consapevole di sé come una cultura a parte, con i suoi stili e le sue icone. È successo verso la fine degli Anni Sessanta, e la perdita dell'innocenza ha portato con sé una maggiore capacità di incidere sulla società. Così le band della nostra generazione sono nate già con una coscienza politica, anche se a volte non chiaramente definita. Prendiamo "Life During Wartime" (era su "Fear of Music" del 1979, ndi): adesso suona come una canzone profetica, sembra avere un significato che allora non aveva, ancora più inquietante se riferito al conflitto in Iraq. Lentamente mi pare la gente sia comprendendo che impegnarsi in questa guerra è stato un errore enorme e ora stia cominciando a chiedersi come uscirne. È scoppiato un incendio e nessuno sa come domarlo».
corpi-merce
PIÙ o meno ovunque in Occidente imperversano i liberisti, i teorici del libero mercato che ostentano una fiducia assoluta nelle doti autosalvifiche della nota "mano invisibile". Accade che spesso si accusino quei governi che esaltano la libera circolazione di merci e capitali, di dimostrarsi molto meno liberal quando si parla di lasciar circolare le persone. Vero, ma solo in parte: gli individui non possono circolare "interi". A pezzi invece sì. E' quanto sostiene Nancy Scheper-Hughes, curatrice assieme a Loïc Wacquant di Corpi in vendita, raccolta di saggi socio-antropologici sulla mercificazione del corpo umano.
La messa sul mercato dei corpi, per uso sessuale, medico o spettacolare è ormai entrata a far parte del nostro universo culturale. Lo raccontano alcuni pugili dell'inner-city di Chicago, che si autodefiniscono prostitute al servizio di manager e organizzatori magnaccia, che li mandano al massacro in match già persi, ma redditizi. Il problema è l'autocoscienza di questi boxeur, che sanno di essere carne da botte e che diventano complici del loro stesso sfruttamento. Un tema, questo, che costituisce una sorta di filo conduttore del libro, e cioè che i poveri, i discriminati, come dice la Scheper-Huges: «diventano artefici della propria condizione, acconsentendo alla riduzione di se stessi allo status della "più miserabile tra le merci"».
Corpi picchiati e corpi, forse, rapiti, come nel caso dei bambini yemeniti d'Israele. Uno scandalo che ha coinvolto gli immigrati yemeniti che nel 1949-50 attendevano nei campi di transito per ottenere la cittadinanza del neonato stato d'Israele. Molte donne partorivano nei campi e il tasso di mortalità era elevato. Si sparse così la voce che i bambini non fossero morti, ma rapiti e inviati alle coppie ebree sterili negli Stati Uniti. Lo scandalo costrinse le autorità israeliane a riesumare i piccoli cadaveri per esaminarne il Dna. Dall'analisi di una delle autrici del libro emergono due forme di mercificazione del corpo: da un lato il tentativo delle madri disperate di ottenere un rimborso, dall'altro una sorta di medicalizzazione delle identità nazionali.
In Sud Africa, nelle sale mortuarie, venivano asportate valvole cardiache da cadaveri di neri poveri. Queste valvole venivano poi vendute per finanziare la ricerca scientifica stessa. Assistiamo a un business sempre più deregolato di tessuti e parti del corpo. Negli Stati Uniti ci sono donatori ingenui che credono che i loro doni, pezzi di pelle e di ossa, vengano utilizzati per alleviare le sofferenze delle vittime degli incendi, mentre in molti casi, quelle parti vengono vendute e trattate industrialmente da multinazionali del farmaco per ricavarne costosi prodotti dentistici e di chirurgia plastica.
Emergono nuove relazioni fra capitale e lavoro, fra i corpi e lo Stato. La chirurgia del trapianto, dice la Scheper-Huges, ha riconcettualizzato la relazione tra «sé» e «altro», fra individuo e società e fra le tre forme del corpo: il sé esistenziale del corpo vivente, il corpo nella sua rappresentazione sociale, il corpo politico. Siamo di fronte al completo abbandono dell'umanismo, a una moderna declinazione del sacrificio umano. Nasce l'etica delle parti che assume le forme inquietanti di un neo-cannibalismo contemporaneo, dove a «inghiottire» pezzi di umani non sono gli altri, i selvaggi, ma noi occidentali.
«Perché dovrei attendere degli anni per un rene, magari consumato, quando posso averne uno buono e subito da una persona sana che può trarre beneficio dal denaro?», si chiede un facoltoso avvocato di Gerusalemme. Il problema non sta tanto nel cinismo della domanda, ma nel fatto che sia diventato possibile porsi questioni come questa. Lo è perché in modo più meno legale, spesso giocando su ambiguità giuridiche e sulle diverse legislazioni nazionali, è nato un sistema che ha creato un mercato di organi prima inesistente. Lo ha fatto disgregando una visione unitaria del corpo e, come riconobbe molti anni fa Ivan Illich, proponendo l'idea che la vita stessa possa essere manipolata, preservata, prolungata, incrementata a ogni costo.
A ogni costo, appunto e i prezzi sono alti per chi esborsa denaro. Non altrettanto per chi dona organi. Infatti, si svelano ineguaglianze di razza, di classe e di genere rispetto al procacciamento e alla distribuzione di tessuti e organi. In questo vero e proprio turismo dei trapianti un «pacchetto» completo per ottenere un rene costa 200 mila dollari. Solo 5 mila arrivano al donatore.
Il corpo, oggetto di tanta letteratura, poesia, assurto a metafora, a testo, a linguaggio per molti secoli, in una società globalizzata come la nostra diventa una delle tante merci che è possibile acquistare. Inoltre le nuove frontiere della scienza danno vita a una nuova etica del corpo, anzi, delle sue parti. Il corpo divisibile (e pertanto diviso) finisce per rispondere alle leggi di mercato dominanti. E nel mercato è il più abbiente a determinare le regole del gioco, che finiscono per trascendere la morale e aprire nuovi orizzonti. Una volta possibile trapiantare un rene occorre un donatore: abbiamo una domanda, ma l'offerta non è sufficiente, se ci si limita ad asportare organi dai defunti. Come accade in economia, bisogna aumentare la «produttività» per rispondere al mercato. L'offerta appare rigida solo se si rimane aggrappati all'unità e all'inviolabilità del nostro corpo e di quello degli altri. Se invece si travalica questa barriera etica, magari in nome della libertà individuale (altro sacro totem del liberismo attuale), cosa fare del proprio corpo, anche farlo a pezzi e venderli, diventa una scelta, anzi, un diritto. Lo sostiene il dottor K.C. Reddy, il più strenuo difensore indiano del «diritto a vendere un rene».
La maschera felice della libertà personale nasconde però il ghigno tragico della povertà. Non è una scelta per le donne degli slums di Madras vendere un rene a un occidentale: è una necessità, una via di salvezza. Ma è una questione di retorica, di linguaggio, sembra dirci la curatrice del volume: «L'esistenza di una disperazione che coinvolge entrambe le parti, e la propensione dei medici dei trapianti a prendere in considerazione solo un versante dell'equazione del trapianto, fa sì che il rene mercificato e feticizzato divenga un'opportunità per il compratore e una necessità per il venditore».
Sapere e lavoro nel capitalismo cognitivo: l'impasse dell'economia politica
by Antonella Corsani
Una prima esplicitazione dell'ipotesi del capitalismo cognitivo
Se durante il periodo fordista l'innovazione costituiva una eccezione, nel postfordismo diviene la regola alla quale tutte le imprese devono piegarsi per poter far fronte alla concorrenza globale (Paulré, 2000). Il passaggio da un regime industriale di "ripetizione" a un regime di "innovazione permanente" giustificherebbe allora una nuova stagione della teoria economica.
Da una decina d'anni ormai, i discorsi convergono, aldilà delle divergence teoriche, su un punto: l'emergenza di una economia della conoscenza. Che si tratti delle teorie della crescita o delle teorie del cambiamento tecnico e dell'innovazione, la teoria economica sottolinea il ruolo centrale della conoscenza, del sapere, in quanto forza produttiva, in quanto fattore di produzione fondamentale nelle economie contemporanee. Possiamo considerare questa centralità una novità della storia? Comme l'osserva a giusto titolo Enzo Rullani, non si tratta certamente di una novità in se e per se: il capitalismo industriale è stato prima di tutto sviluppo della tecnologia in quanto applicazione delle conoscenze scientifiche alla produzione. In che cosa riposa dunque la novità che porta alla scoperta, da parte dell'economia politica, dell'importanza della conoscenza? Rullani considera che la novità fondamentale riposa nel fatto che oggi la conoscenza non è piu incorporata, né nel lavoro, né nelle macchine (cosa che si potrebbe tradurre con l'idea di un progresso autonomo), né nell'organizzazione (il fattore X di Liebenstein). Ma questa non-incorporazione prende un senso particolare, secondo Rullani, all'interno di una analisi della rottura paradigmatica che costituiscono le NTIC e piu particolarmente l'informatica in rete.
Pur iscrivendomi in gran parte nella continuità del ragionamento di Rullani, la mia ipotesi riposa sull'idea che la novità nella storia del capitalismo non riposa nella mutazione tecnologica, piu precisamente intendo dire che questa novità non puo essere compresa su delle basi strettamente tecnologiche. Se è pur vero che le NTIC costituiscono una vera rottura paradigmatica (Jollivet, 2001) e contribuiscono a modificare in maniera radicale i luoghi e i tempi dell'attività creatrice, esse giocano un ruolo amplificatore dei processi di trasformazione delle relazioni tra sfera della produzione di conoscenze e accumulazione del capitale piuttosto che esserne la causa prima, al limite esse ne costituiscono un co-prodotto. Aldilà del dibattito sul determinismo tecnologico e del suo rigetto critico, se è vero che la digitalizzazione ha permesso la circolazione delle conoscenze (scientifiche, tecniche, culturali e artistiche) scorporate da qualsiasi dispositivo materiale (macchine e uomini) e aldilà della materialità delle reti di macchine e di uomini che le veicolano, il senso di questa "non - incorporazione" supera gli aspetti strettamente tecnologici: la sfera della produzione di conoscenze si autonomizza rispetto alla produzione industriale, nel senso che il rapporto di subordinazione della sfera della conoscenza a quella delle merci si inverte. In modo paradossale, questa autonomizzazione implica una fusione tra le due sfere, ragion per cui è ormai impossibile separare invenzione e innovazione, produzione e innovazione, produttore e utilizzatore. L'ipotesi del capitalismo cognitivo, irriducibile a una nozione di economia della conoscenza, è dunque l'ipotesi di una autonomizzazione della sfera di produzione di conoscenze, in quanto sfera di accumulazione capitalista in se e per se. Questo comporta una rottura fondamentale nei modi di valorizzazione dei capitali rispetto a quelli propri del capitalismo industriale. La tendenza oggi al passaggio dalla brevettabilità delle applicazioni alla brevettabilità delle idee, la tendenza anche ad un allungamento importante della durata dei brevetti da una parte, la moltiplicazione delle licenze di copyleft d'altra parte, cosi come la questione cruciale del controllo degli accessi rivelano la portata di questa rottura (e di in uno spostamento necessario dei luoghi e delle forme dei conflitti che la istituiscono) poiché il capitalismo cognitivo comporta una rivoluzione necessaria del regime della proprietà intellettuale e del concetto di proprietà tout court. L'ipotesi del capitalismo cognitivo che struttura il mio lavoro è dunque quella di questa rottura storica: il capitale non si sottomette piu la scienza per renderla adeguata alla sua logica d'accumulazione, alle sue leggi di valorizzazione, attraverso il sistema della fabbrica e in un processo di produzione di merci a mezzo di merci. La valorizzazione del capitale mira immediatamente, e dall'interno stesso, la sfera di produzione di conoscenze, il processo di produzione di conoscenze a mezzo di conoscenze. Detto in altri termini, la logica industriale della ripetizione fondata sul lavoro di riproduzione si esaurisce. Cio non significa che essa scompaia: la logica industriale, la produzione materiale, non è piu al cuore della valorizzazione. Non soltanto la relazione fra scienza, tecnica e industria non segue un cammino lineare, ma, piu fondamentalmente, la relazione fra accumulazione delle conoscenze e accumulazione del capitale non passa piu per la mediazione delle merci. Questa inversione rivela anche che le conoscenze in gioco non sono piu soltanto quelle scientifiche suscettibili di esssere finalizzate ai bisogni dell'industria e del capitale industriale. Il capitalismo cognitivo mira a fare di tutte le conoscenze, artistiche, filosofiche, culturali, linguistiche o scientifiche, una merce.
E possibile considerare la conoscenza una merce come le altre? E possibile considerare la conoscenza una merce? Come è possibile pensare la produzione di conoscenze all'interno dell'economia politica? Come pensare la teoria economica di fronte allo sviluppo di reti cooperative innovanti - mi riferisco a titolo d'esempio alla comunità di informatici del freesoft- che operano all'esterno delle imprese capitaliste e degli Stati -Nazione? Su quali basi è possibile construire una teoria del capitalismo cognitivo?
In effetti, la presa in conto della conoscenza nel campo dell'economia politica pone un doppio problema: quello del valore e quello della distribuzione del reddito. Che cosa è il valore dal momento in cui si introduce nel campo dell'economia la conoscenza? Su quali basi fondare la remunerazione nella sfera della produzione di conoscenze? Puo il concetto di lavoro essere adeguato per render conto dell'attività creatrice? Altrimenti, se cosi non fosse, come remunerare l'attività creatrice se questa non puo essere riportata all'interno del concetto di lavoro, e ancor meno in quello di lavoro diviso e di impiego?
Il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo pone dunque dei problemi nuovi e pone in una nuova prospettiva gli antichi. Senza avere la pretesa di apportare delle risposte all'insieme complesso e vasto di questioni, nei paragrafi che seguono mi sforzero semplicemente di cogliere la natura di questi problemi teorici attraverso una rilettura necessariamente rapida e parziale del legame tra produzione di conoscenze, accumulazione del capitale, e dinamica economica, cosi come è stato pensato da Marx e Schumpeter, poi, piu recentemente, dai teorici della crescita endogena.
Per piu di due secoli, dal Rinascimento alle Lumieres, il processo d'accumulazione del capitale e il processo d'accumulazione delle conoscenze erano relativamente separati nel senso che le due sfere si sviluppavano in maniera relativamente autonoma l'una rispetto all'altra. Ed è con la rivoluzione industriale e con il passaggio al capitalismo industriale che la relazione tra queste due sfere si complessifica. Infatti, la rivoluzione industriale è stata preceduta e attraversata da un processo d'allargamento e d'intensificazione degli scambi fra "sapienti", al tempo stesso che il loro "circolo" non cessava di accrescersi. Cosi, come l'argomenta Gille nella sua "Storia delle tecniche" (1978), l'evoluzione rapida dei livelli di formazione delle popolazioni, congiuntamente alla straordinaria diffusione delle conoscenze scientifiche e tecniche costituisce il vero motore del progresso tecnico. Idea che ritroviamo in Rullani quando afferma che " il "motore" dell'accumulazione del capitale è stato messo a punto dal positivismo scientifico che ha raccolto, nel secolo scorso, l'eredità delle Lumières, e che ha iscritto il sapere nella riproducibilità". E dunque fuori dalle fabbriche, fuori dal mercato che la potenza dell'attività creatrice genera durante piu di tre secoli le condizioni dell'avvento del sistema della fabbrica, dell'industria in quanto sistema di riproduzione su grande scala. Ma si tratta di una potenza irriducibile al positivismo scientifico: si tratta ben piu di un processo rivoluzionario di liberazione, di distruzione dei muri di separazione, di apertura degli accessi al "circolo dei sapienti" a grandi parti della popolazione, e ben aldilà dei sapienti accreditati nelle scuole e nelle accademie.
Il rapporto fra scienza, tecnologia e accumulazione ha trovato uno spazio molto limitato, e per certi aspetti marginale, in seno al discorso in economia politica. Questo rapporto si definiva in maniera relativamente lineare, dalla produzione di conoscenze "pure" alla tecnologia, in quanto conoscenza applicata e finalizzata, all'industria in quanto luogo di sperimentazione e di miglioramento delle tecniche di produzione. Le conoscenze "pure" (scientifiche, filosofiche, culturali, artistiche) essendo un "bene pubblico", sfuggivano alla logica del mercato (e restavano fuori dal campo dell'analisi economica) mentre le applicazioni industriali della conoscenza scientifica erano mantenute nella sfera privata attraverso il sistema dei brevetti.
L'economia politica, che si affranca dalla filosofia per costituirsi in quanto disciplina autonoma alla fine del diciottesimo secolo, si vuole scienza della ricchezza, e cerca le origini della ricchezza e del valore all'interno del sistema della fabbrica, a partire dal lavoro che è specifico a questo sistema: il lavoro riproduttivo, il lavoro diviso, ricomposto da una cooperazione "passiva", semplice somma, ex-post, di lavori individuali. Ma prendendo come modello la fabbrica di spilli, l'economia politica si rinchiuderà già alla sua nascita nella logica della riproduzione ricercando le fonti della crescita e del valore all'interno della fabbrica, dunque dal lato della produzione riproduttiva piuttosto che da quello del cambiamento e dell' invenzione. In Smith l'idea è molto chiara: la ricchezza delle nazioni riposa sulla divisione del lavoro e sulla taglia dei mercati. La propensione naturale allo scambio giustificherebbe una specializzazione del lavoro, ma è la divisione tecnica del lavoro che permetterebbe una crescita piu importante del prodotto netto, grazie agli incrementi di produttività che rende possibili. Cosi, una innovazione organizzativa maggiore, la divisione tecnica del lavoro, sarebbe all'origine del sistema della fabbrica che troverà la sua apoteosi nelle fabbriche tayloriste -fordiste.
Perché la divisione del lavoro sarebbe un fattore di incremento della produttività? Perché, seguendo il ragionamento smithiano, essa permette una riduzione dei tempi morti (non produttivi del lavoro) e, al tempo stesso , permette un accrescimento dell'abilità dell'operaio la cui attività è ridotta a semplice ripetizione di compiti elementari e resa cosi piu performante dal meccanismo del learning by doing. L'economia è un'economia del tempo, quello della ripetizione del gesto dell'uomo che potrebbe al limite essere sostituito da un "bue". In funzione della semplificazione dei compiti, è inoltre possibile sostituire progressivamente il lavoro umano con quello delle macchine, cio che permette di accrescere la produttività del lavoro.
Il fenomeno della crescita è in tal modo identificato dalla combinazione di macchine specializzate e di lavoro (omogeneo) di riproduzione all'interno della grande fabbrica, la sola capace di permettere questa organizzazione piu efficace della produzione. Al tempo dell'invenzione, in quanto creazione continua del nuovo (Bergson, 1989) l'economia politica preferisce dunque, in quanto misura del valore, il tempo senza memoria, se non quella corporale del gesto e di una cooperazione statica iscritta nella divisione tecnica del lavoro. Su queste basi, creazione di ricchezza - identificata nell'estensione delle basi materiali di esistenza delle popolazioni - e valorizzazione dei capitali coincidono. Infatti, con la rivoluzione industriale e l'affermazione del sistema della fabbrica, il rapporto tra sfera della produzione e dell' accumulazione di conoscenze e quella dell'accumulazione del capitale, prima separate, si articola intorno alla tecnologia. L'economia politica partira da questo punto e rigetterà, in questo modo, fuori dall'economia tutto cio che rileva della sfera della produzione di conoscenze "non - finalizzate", tutto cio che puo render conto della mutazione. Cosi facendo, essa si costituisce immediatamente all'interno della logica della necessità e del bisogno (la rarità) e iscrive il desiderio e le forze affettive della differenziazione nel caso (una invenzione nuova venuta da altrove, un progresso tecnico esogeno).
Ma dove è stata pensata questa innovazione maggiore che è la divisione del lavoro? Dove e da chi sono pensate le macchine? Dove, da chi e come sono prodotti i sistemi di valori che validano e al tempo stesso incitano i cambiamenti nel sistema delle merci?
In quanto scienza della combinazione ottima di fattori rari, l'economia neoclassica - che diviene dominante a partire dalla metà del diciannovesimo secolo - ha definitivamente rinunciato a ricercare le origini della ricchezza e ha escluso dal suo campo la conoscenza che non risponde al criterio economico del mercato, quello della rarità. Cosi, mantenendo l'attività creatrice, innovante, all'esterno dell'economico, la scienza economica si è concentrata essenzialmente sull'analisi dei meccanismi che permettono la riproduzione dei sistemi piuttosto che la loro evoluzione. Marx, Schumpeter e, recentemente, i teorici della crescita endogena, costituiscono una rottura maggiore rispetto agli schemi teorici fondamentali e ci introducono ad una problematica del rapporto tra accumulazione di conoscenze e accumulazione del capitale. Il mio obiettivo qui è di dimostrare l'impossibilità di endogeneizzare e i limiti dei tentativi di endogeneizzazione della produzione di conoscenze all'interno del paradigma industriale ereditato dalla fabbrica di spilli, l'impossibilità anche di costruire une teoria del capitalismo cognitivo per semplice trasferimento delle leggi economique del capitalismo industriale, e questo è vero tanto per le teorie che si ispirano al pensiero dell'economia standard quanto a quelle che si iscrivono nella continuità della critica marxiana.
Ricerca & Finanza
di Christian Marazzi Donald J. Johnston, segretario generale dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), in un recente articolo[1] in cui anticipa i risultati dell'inchiesta PISA 2003 (Program for International Student Assessment) che saranno pubblicati entro la fine del 2004, sostiene che sistemi educativi e formativi sempre più confrontati con la competizione internazionale per la creazione di posti di lavoro, la domanda di nuove tecnologie e più ampi bisogni dell'economia della conoscenza, sono destinati ad evolvere a mezzo di shock terapeutici. I sistemi educativi sono molto complessi. Per essere effettivi, devono rispondere rapidamente e in modo appropriato ai cambiamenti dell'ambiente economico e sociale. Paradossalmente, l'informazione sui nuovi metodi e approcci che possono aiutare gli erogatori di educazione ad adeguare i programmi e a migliorare i risultati dell'apprendimento, sono difficili da reperire e ancor più da implementare. Qualcosa di simile all'elettroshockterapia è spesso necessario prima ancora che le riforme siano prese in considerazione. Al di là dei problemi ricorrenti delle istanze formative degli ultimi anni, come la garanzia di una equa formazione di qualità, la carenza di docenti, il rafforzamento della formazione continua per gli adulti, la diversificazione etnica e culturale della popolazione studentesca, l'ostacolo maggiore riguarda l'adeguatezza delle forme di finanziamento. I paesi dell'OCSE, secondo Donald Johnston, "devono sviluppare meccanismi di co-finanziamento attraverso i quali contribuiscano governi, imprese e individui". Tra tutti i buoni propositi pedagogico-riformatori, l'anello più debole per i paesi membri dell'OCSE riguarda dunque il rapporto tra formazione, ricerca e finanziamento. L'orientamento generale è verso l'abbassamento della qualità della formazione universitaria di base (con la sostituzione della vecchia laurea con il Bachelor, o laurea breve) e la promozione di una formazione specializzata di tipo élitario (con i Master a pagamento). In Inghilterra, l'80% degli studenti smette l'università dopo il Bachelor, questo significa un brutale livellamento verso il basso del loro grado di formazione[2]. Nei programmi di riforma dell'assetto universitario sono presi ad esempio i programmi pubblici dei prestiti agli studi in vigore negli Stati Uniti, ma si possono sollevare dei dubbi in merito alla sua efficacia reale, quando solo pensiamo, ad esempio, che numerosi giovani si sono ingaggiati nell'esercito americano per la guerra in Iraq al solo scopo di poter pagare i loro studi[3]. Da questo punto di vista la Dichiarazione di Bologna (che venne formulata il 16 giugno 1999 dai 29 paesi europei che intendevano armonizzare i sistemi formativi) rappresenta uno di quegli shock di cui parla il segretario generale dell'OCSE. Si tratta né più né meno dell'applicazione ai processi formativi dei principi che regolano la produzione flessibile post-fordista, con la privatizzazione dei costi della formazione (aumento delle tasse universitarie e costi aggiuntivi per la specializzazione) e la sua deregolamentazione legata alle esigenze dei settori industriali privati (concorrenza tra poli di formazione-ricerca universitari). D'ora in poi formazione non può far rima che con precarizzazione. La colonizzazione economica dello spazio educativo ha innescato un ciclo internazionale di lotte per il diritto allo studio, lotte in cui la flessibilità/precarietà dei percorsi educativi si intreccia con quella dei ricercatori confrontati con i tagli ai finanziamenti pubblici e con l'aziendalizzazione della produzione di conoscenza e dell'innovazione. Oltre duemila direttori di laboratorio e responsabili di équipe di ricerca francesi si sono dimessi dalle funzioni amministrative per protestare contro la mancanza di fondi, opponendosi al taglio di 550 posti e rivendicando un nuovo impulso al settore della ricerca. Si tratta di capire in che misura l'intreccio tra formazione, ricerca e finanziarizzazione post-fordista è in grado di definire un terreno di scontro all'altezza delle trasformazioni dell'assetto produttivo in atto su scala globale. Capitalismo cognitivo e finanza La conoscenza che permette di innovare i processi produttivi, il "progresso tecnico" che contribuisce ad aumentare la produttività del lavoro e a massificare il consumo di beni e servizi, non cade dal cielo, non è esterna al contesto in cui si dà crescita economica. La conoscenza innovativa è qualcosa che si produce e che, per questo preciso motivo, deve essere remunerata. In altre parole, si tratta di considerare il progresso tecnico generato dalla produzione di conoscenza come un costo. È quanto risulta dagli sviluppi teorici nel campo dellanalisi micro-economica dei fattori di crescita. Le teorie della crescita endogena hanno infatti permesso di liberarsi dall'idea neo-classica di una conoscenza innovativa libera e esterna allo spazio dell'agire umano, quasi fosse suggerita a Robinson dal suo pappagallo, oltretutto gratuitamente[4]. Il problema che si pone riguarda quindi il rapporto tra innovazione dei processi di produzione e trasformazione dei sistemi finanziari. Il legame tra crescita economica e sistema finanziario passa dal finanziamento della produzione delle innovazioni tecniche. La crescita dipende dunque dalle condizioni di formazione dell'equilibrio risparmio-investimento, nella misura in cui queste influenzano l'accumulazione dei fattori che determinano la traiettoria del progresso tecnico[5]. Se linnovazione è prodotta endogenamente, chi e come la si paga? Dato che la produzione d'innovazione è per sua natura incerta[6], nel senso che è difficile anticiparne i rendimenti economici, come attirare l'interesse dei potenziali investitori? E poi, dato che la conoscenza innovativa è un bene pubblico, soprattutto in un'economia fortemente congitivo-comunicativa[7] in cui la diffusione informale delle innovazioni si contrappone alla possibilità di esercitare su di esse una proprietà mercantile completa[8], quali sono i meccanismi che ne permettono lappropriazione o la sottrazione[9] privata e/o pubblica? La risposta che normalmente si dà a questi interrogativi si basa sui modelli di allocazione del risparmio come fonte principale del finanziamento della crescita economica. Nel corso degli anni 80 i mercati finanziari liberalizzati hanno favorito il dirottamento della massa dei risparmi su titoli di proprietà che assicuravano rendimenti elevati in virtù del loro essere forme di ricchezza rigide. Il mercato immobiliare è l'esempio più noto di come la realizzazione di guadagni facili sia stata fluidificata dalle trasformazioni dei prodotti finanziari sulla falsariga delle modificazioni della struttura interna e della composizione sociale del risparmio[10]. I mercati finanziari liberalizzati hanno poi contribuito ad accelerare le ristrutturazioni aziendali secondo i princìpi della produzione snella, riducendo i costi di produzione a causa del costo eccessivo del denaro. Più i mercati finanziari hanno permesso facili guadagni, più i risparmi hanno lasciato il sistema bancario (disintermediazione) per dirigersi verso titoli di proprietà mobili (quotati in Borsa), e più le banche sono state costrette a mantenere elevati i tassi di interesse per trattenere il risparmio. Da una parte, le ristrutturazioni, diminuendo i costi in un contesto globale sempre più competitivo, hanno favorito l'abbattimento dei prezzi, innescando la disinflazione; dall'altra, gli aumenti dei tassi di interesse reali, dovuti alla concorrenza tra mercati finanziari e settore bancario, hanno eliminato una dopo l'altra le rendite di posizione o i facili guadagni (come nel settore immobiliare[11]), costringendo i risparmi a dirigersi sui titoli azionari. In questi anni il rallentamento congiunturale, le ristrutturazioni delle imprese, le costrizioni sui budget pubblici e le difficoltà delle banche hanno inferto seri colpi di freno alle spese di Ricerca & Sviluppo delle imprese. L'uscita dal fordismo significa in questo senso la fine della centralità della produzione e del finanziamento della R&S basata sui finanziamenti allindustria degli armamenti, dell'aeronautica, dell'elettronica e della chimica[12]. La disinflazione ha così contribuito a ridurre fortemente gli investimenti in vecchi titoli non direttamente legati alla crescita economica, a tutto vantaggio dei titoli dei settori economici emergenti, in particolare il settore delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC). La nascita della new economy nel corso degli anni 90 si spiega appunto a partire dall'incontro tra finanza e imprese tecnologiche emergenti, le famose imprese dotcom. Negli anni 90, la rivoluzione informatica nei servizi, le opportunità di Internet e la bolla speculativa stravolgono completamente la logica dell'innovazione negli Stati Uniti. È una nuova versione del sogno americano, una nuova frontiera dove l'innovazione scaturisce dalla creazione di grappoli di imprese. Due persone, un'idea e un garage possono fare una nuova impresa mondiale sotto la bacchetta magica del capitale-rischio. Microsoft, Amazon o Cisco nutrono questa saga. La credenza degli investitori istituzionali americani li conduce ad apportare sempre più denaro nei fondi di innovazione[13]. Le trasformazioni delle modalità di finanziamento dell'innovazione di questi anni, il boom del venture capitalism negli Stati Uniti e i suoi effetti contagiosi nel resto del mondo, si spiegano a partire dall'importanza crescente del lavoro vivo cognitivo rispetto alla scienza incorporata nelle macchine fordiste. La rivoluzione informatica permette effettivamente di liberare quantità enormi di capitali un tempo investiti a lungo termine in sistemi produttivi rigidi. D'altra parte, la riorganizzazione delle imprese sul modello toyotista e dei distretti industriali italiani, pone la produzione dell'innovazione al centro stesso dell'agire comunicativo e relazionale della forza-lavoro. La scienza, per così dire, esce dai laboratori per incorporarsi direttamente nelle attività del vivente, da scienza incorporata nel capitale macchinico fisso si trasforma in scienza interna al corpo della forza-lavoro. È questa trasposizione che permette di utilizzare la categoria marxiana del general intellect, oggi non più riferita al sapere accumulato nelle forze produttive del capitale, come Marx aveva previsto per lo sviluppo storico del capitalismo industriale, bensì nei corpi viventi della forza-lavoro. Nell'imprenditorializzazione dell'innovazione, all'origine della proliferazione delle start up nella seconda metà degli anni 90 e culminata nella crisi dei mercati borsistici del 2000, le start up rappresentano la vera innovazione nel rapporto tra ricerca e finanza, ma anche la contraddizione tra economia della conoscenza e economia dell'informazione. Il general intellect, per così dire, si quota in Borsa, ciò che presuppone il passaggio dal terreno fertile delle idee a quello finanziarizzato della produzione di merci e servizi. Negli Stati Uniti la trasformazione delle idee in imprese attraversa i campus universitari, è attivata da gruppi di capitalisti (Business Angels[14]) che tra loro coltivano relazioni di partenariato e apportano i capitali di avvio (seed money) ai candidati imprenditori, vede in seguito lentrata dei fondi di investimento collettivi che garantiscono un sostegno azionariale prima ancora di entrare in Borsa. Il lancio in Borsa (NASDAQ) di valori a rischio attira i fondi pensione e i fondi comuni di investimento, permettendo ai venture capitalist di uscire dalle imprese da loro avviate realizzando plusvalori elevati. Queste rendite di innovazione, da una parte compensano le perdite subite nelle imprese che falliscono, dall'altra vengono utilizzate per il lancio di nuove imprese. Il passaggio dalla logica dei Business Angels, in cui contano le relazioni personali con tempi di semina di 12 o 18 mesi, alla logica delle imprese finanziarie (spesso filiali delle banche di investimento, dette incubatori di imprese), che funzionano sulla base di criteri contabili, giuridici e di marketing e su tempi brevi, è nel medesimo tempo leva del successo delle start up e causa della loro crisi. La finanziarizzazione permette la messa in forma aziendale del lavoro immateriale vivo, ma questa metamorfosi presuppone la produzione di plusvalenze (premio del rischio) senza le quali lintero processo non potrebbe neppure incominciare. Il premio del rischio che contrassegna il passaggio in Borsa delle start up, così come lo scarto d'acquisizione, o plusvalore (goodwill, in inglese[15]), risultante dalla differenza tra il valore di mercato e il valore contabile delle società assorbite nei processi di fusione, sono il prezzo della sottrazione del sapere o, simmetricamente, della eccedenza del general intellect, che rappresenta la contraddizione specifica del nuovo capitalismo cognitivo. In entrambi i casi si tratta della messa a bilancio di un attivo intangibile che rappresenta la trasformazione in merce del sapere e della conoscenza, un valore che è necessario per attirare capitali in una fase in cui la stessa organizzazione locale e globale dei mercati finanziari orienta le scelte degli investitori sulla base di logiche di rendimento competitive. I mercati finanziari sono certamente autoreferenziali, nel senso che i valori borsistici tendono a scollarsi dai valori economici delle imprese quotate in virtù del comportamento imitativo[16] (implicito nel funzionamento delle convenzioni keynesiane) tipico della comunità degli investitori. Ma è un errore non vedere in questa dinamica autoreferenziale, che ciclicamente sfocia nelle esplosioni delle bolle speculative, la contraddizione insita nella trasformazione in merce del lavoro immateriale. Il lavoro cognitivo innovativo è per definizione open source[17], cooperativo, relazionale, comunicativo e sempre più globale. Per essere comandato e mercificato, cioè organizzato in attività imprenditoriale, deve essere prima di tutto gerarchizzato e finanziarizzato, ciò che comporta lappiattimento e la sottrazione del sapere diffuso, e la sua regolazione secondo i principi del business plan. Ma questa operazione non è indolore, ha un suo premio/prezzo, che nel lancio delle strart up ingenera sopravvalutazioni folli che destabilizzano landamento normale dei mercati ampliandone la volatilità e l'instabilità, mentre nel caso delle acquisizioni e fusioni di imprese (con le Offerte Pubbliche dAcquisto, le OPA) comporta la razionalizzazione e la flessibilizazzione del lavoro come controparte della messa a bilanciodegli attivi intangibili acquisiti. Ciò che unisce la lotta dei ricercatori e quella dei lavoratori flessibili e intermittenti è precisamente la contraddizione dei processi di immaterializzazione del lavoro: l'anima e il corpo del lavoro immateriale trovano la loro concreta espressione sul terreno della finanziarizzazione del capitalismo cognitivo. Le lotte dei precari e quelle dei ricercatori riflettono la medesima contraddizione di un capitalismo che per funzionare sottrae sapere producendo eccedenze cognitive e soggettive, le libera escludendole dai processi redistributivi della ricchezza sociale. Capitalizzazione e socializzazione[18]. Prima di guardare alla fase che segue la crisi-trasformazione della new economy, iniziata nel marzo del 2000 e tuttora in corso, prima cioè di analizzare la riconfigurazione del rapporto tra finanza e produzione di conoscenza-innovazione, è opportuno fare alcune osservazioni a proposito del capitale finanziario come espressione del capitalismo cognitivo post-fordista. In primo luogo, la finanziarizzazione dei processi economici sopra descritta non deve essere vista con lo sguardo (fordista) di una perversione, di un semplice fenomeno speculativo, moralmente condannabile, o di un semplice prolungamento delle forme classiche del capitale finanziario (à la Hilferding), ma come una vera e propria innovazione interna al funzionamento del capitalismo che, a modo suo, esprime le caratteristiche del nuovo periodo post-fordista: fluidità e incertezza. I mercati finanziari sono contemporaneamente l'opposto e l'equivalente delle nuove condizioni della produttività del lavoro e della produzione di innovazione. In secondo luogo, ciò che caratterizza il nuovo capitale finanziario è la fusione dell'insieme delle funzioni della moneta[19]. Questa fusione muta il ruolo e limportanza del sistema bancario, ma soprattutto autorizza la messa in relazione diretta di tutte le forme e gli utilizzi del denaro. Ogni somma di denaro può metamorfosarsi in investimento su titoli azionari e obbligazionari. Questa situazione modifica le frontiere tra salario e profitto, e dunque la delimitazione semplice e meccanica tra classi sociali direttamente opposte nella ripartizione della ricchezza creata. La partecipazione diretta dei salariati all'investimento sui mercati di azioni e obbligazioni non è più un fenomeno marginale: è invece costitutivo della nuova condizione salariale. La distinzione tradizionale tra salario diretto e salario socializzato è in via destinzione. Ne è un indicatore la diffusione in tutti i paesi dei sistemi pensionistici a capitalizzazione (II pilastro, o pensione integrativa). Il salario socializzato (o differito) circola ormai mondialmente attraverso lintermediario dei fondi di investimento e dei fondi pensione. Il concetto stesso di salario socializzato diviene inadeguato. Il nocciolo del dibattito sul destino dei sistemi previdenziali non riguarda l'opposizione tra un sistema solidale di ripartizione e uno individuale di capitalizzazione. L'opposizione è, invece, tra un salario socializzato gestito nazionalmente e una frazione del movimento del capitale investito mondialmente. Quando si esamina -scrive Zarifian- il comportamento reale e non moralizzato dei fondi pensione o d'investimento, si vede che sono messi in gioco dei calcoli d'anticipazione, nei quali la valutazione della strategia "produttiva" e competitiva delle grandi imprese e della qualità decisionale dei vertici manageriali è assolutamente presente. Non c'è dissociazione, ma piuttosto espressione, traduzione e riduzione in investimenti finanziari delle prospettive di redditività della strategia d'impresa. E questa traduzione/riduzione che spiega le pressioni temporali sul breve termine e i livelli elevati di rendimento atteso, e che si gioca nel dialogo serrato che i dirigenti dei fondi intrattengono con i vertici manageriali delle imprese globalizzate. Si manifesta una distinzione, ma non una dissociazione. Il capitale di investimento introduce, nelle strategie produttive, un ideale di fluidità e di anticipazioni rischiose che fanno pressione sull'investimento produttivo, ma non se ne separa[20]. È proprio perché esiste nel medesimo tempo differenza e associazione tra i gestionari dei fondi pensione e di investimento e i dirigenti delle grandi imprese produttive, con un chiaro dominio dei primi sui secondi, che si può parlare della formazione di una nuova categoria di capitalisti, costituita da questa associazione. Dunque, di una nuova definizione del capitale finanziario, notevolmente differente da quella data da Hilferding e ripresa da Lenin. Il capitalismo cognitivo e finanziario va capito nella sua globalità, e non isolando questa o quest'altra sua forma. Dopo la crisi della new economy L'esplosione della bolla speculativa del marzo 2000 è la prima crisi finanziaria del capitalismo cognitivo. È, in primo luogo, una crisi finanziaria che mira a scardinare le traiettorie dal basso verso l'alto della imprenditorializzazione del general intellect, la sua entrata in Borsa con le start up. Da questo punto di vista è la dimensione locale del capitalismo cognitivo che viene attaccata dalla crisi borsistica, in particolare la concentrazione nella Silicon Valley del maggior numero di nuove imprese high tech, la cui proliferazione ha contribuito alla crisi da sovrapproduzione digitalee alla successiva scomparsa di molte delle imprese internettiane. Ma la crisi del 2000 è anche la crisi della particolare spazializzazione mondiale della new economy. La convenzione Internet, che tira i mercati tra il 1998 e l'inizio del 2000, non è che l'espressione del più vasto e strutturale processo di cognitarizzazione del lavoro, dello spostamento delle leve dell'innovazione dai corpi separati della Ricerca&Sviluppo di fordiana memoria, ai corpi vivi della forza-lavoro. I capitali, che dal resto del mondo confluiscono sui titoli azionari e obbligazionari di imprese quotate sui mercati borsistici statunitensi, inseguono letteralmente i flussi di ricercatori statunitensi, europei e asiatici che negli anni 90 vanno alla Silicon Valley, come un tempo i giovani attori andavano a Hollywood. L'afflusso di capitali e di forza-lavoro cognitiva all'interno e verso gli Stati Uniti, in un certo senso l'americanizzazione del general intellect, è all'origine della crescita spettacolare del settore delle tecnologie dellinformazione e della comunicazione e degli effetti ricchezza generati dalle rendite finanziarie. La crescita del PIL è dovuta in particolare alla crescita del settore delle nuove tecnologie, mentre la domanda di beni e servizi è determinata dall'aumento dell'offerta. Gli anni clintoniani della new economy sono contrassegnati da un'espansione keynesiana di tipo nuovo, nel senso che, mentre diminuiscono i redditi sociali erogati dal Welfare State, aumentano le entrate fiscali dovute alle tasse sui capital gains, permettendo così al budget federale di realizzare addirittura degli avanzi. Si può parlare di keynesismo finanziario, di regolazione macroeconomica basata sul deficit spending privato delle imprese e delle famiglie. Negli Stati Uniti la crisi segna il passaggio dalla crescita sul lato dell'offerta alla crescita sul lato della domanda. Tra la fine del 2000 e il 2003 la politica monetaria della Federal Reserve è tutta finalizzata a sostenere la domanda delle economie domestiche facilitando lindebitamento. Con tassi di interesse praticati dalla Fed attorno all1%, quindi negativi in termini reali, si assicura il mantenimento del consumo a livelli elevati grazie all'eliminazione del risparmio e all'indebitamento ipotecario (remortgaging) delle famiglie favorito all'inflazione dei valori immobiliari. Diversamente dalla grande depressione degli anni seguenti la crisi del 29, contrassegnata dalla deflazione della domanda di consumo di beni e servizi, gli anni che seguono la crisi della new economy sono caratterizzati dalla deflazione della domanda di beni strumentali, in particolare delle TIC[21]. L'uscita dalla crisi della new economy ridisegna spazialmente la ripresa del capitalismo cognitivo su scala mondiale. Di nuovo, i capitali inseguono i movimenti del cognitariato, ma questa volta dagli Stati Uniti verso i paesi asiatici, con i processi di outsourcing e di offshoring in paesi in cui il costo del lavoro vivo è dieci volte inferiore a quello dei paesi sviluppati. La crisi della finanziarizzazione del lavoro cognitivo e innovativo degli anni 90, limpossibilità di riprodurre il circolo virtuoso delle start up e delle Merge&Acquisitions sulla base dellafflusso continuo di capitali negli Stati Uniti, ma ciononostante la necessità di rilanciare l'accumulazione capitalistica sulla base del lavoro immateriale innovativo, costringe il capitale a compensare la perdita delle plusvalenze (dei premi del rischio e dei goodwill) con la riduzione drastica del salario dei lavoratori cognitivi[22]. La crisi del 2000 è, da questo punto di vista, un vero e proprio attacco alla potenza materiale del general intellect, alla sua forza contrattuale[23] che, negli anni del boom della new economy, sposta ricchezza dagli azionisti ai knowledge workers[24]. Cina e India rappresentano straordinari bacini di forza-lavoro a basso costo pronta ad entrare nei circuiti globali della produzione di TIC e di beni e servizi immateriali. Rappresentano, anche, l'occasione per deterritorializzare il general intellect, precarizzandolo all'interno delle economie sviluppate e riterritorializzandolo nei paesi di nuova industrializzazione[25]. La ricomposizione globale del cognitariato. La riconfigurazione mondiale del capitalismo cognitivo, l'inversione dei flussi di investimenti diretti all'estero, la precarizzazione dei lavoratori cognitivi nei paesi sviluppati e la moltiplicazione di nuove Silicon Valley in paesi economicamente emergenti, costringono a ridefinire lo spazio di ricomposizione politica del cognitariato. Si tratta sin da subito di abbandonare l'idea di una guerra commerciale tra paesi del centro e paesi emergenti, con il suo correlato protezionistico nazionale. L'inversione del flusso di investimenti all'estero che si è imposta sui mercati finanziari negli ultimi tre anni riflette la crescita formidabile dei deficit (federale e commerciale) degli Stati Uniti e i surplus dei paesi asiatici, di cui quello cinese, se si tiene conto del flusso di investimenti diretti stranieri, supererà quest'anno il 5 percento del PIL. Riflette, anche, l'accumulazione di riserve monetarie da parte dei paesi asiatici, riserve che le banche centrali utilizzano per frenare la svalutazione del dollaro acquistando Buoni del Tesoro americani (ciò che, tenendo bassi i rendimenti sui BOT, permette ai mercati finanziari US di proteggersi dallindebolimento del dollaro). Fino ad oggi questa inversione di flussi di capitali non ha provocato scossoni particolari, e questo perché la svalutazione del dollaro ha fatto aumentare (benché in modo insufficiente) le esportazioni dei beni americani e, soprattutto, ha avuto quale effetto monetario quello di aumentare i profitti rimpatriati delle filiali estere delle multinazionali statunitensi. Per quanto instabile, l'equilibrio che si è stabilito sui circuiti monetari e finanziari mondiali non dovrebbe degenerare in una guerra commerciale tra Stati Uniti, Cina e gli altri paesi asiatici, come il Giappone, che hanno surplus commerciali importanti. Gli americani hanno bisogno di vendere BOT agli asiatici, e gli asiatici, pur esportando sempre di più, hanno bisogno di importare materie prime e beni strumentali dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali per mantenere tassi di crescita sostenuti. Senza contare che un numero crescente di beni prodotti in Asia e esportati verso gli Stati Uniti sono, di fatto, il risultato di processi di offshoring da parte di multinazionali statunitensi in paesi come la Cina e, sempre di più, lIndia. In questo senso gli Stati Uniti commerciano prevalentemente con se stessi. Quando Wal-Mart importa la maggior parte dei suoi prodotti o Intel Corp. produce gran parte dei suoi microprocessori offshore, questo è fantastico per la cifra d'affari della compagnia. Ma contribuisce a determinare uno squilibrio commerciale che è diventato strutturale. Gli Stati Uniti, come sponsor della liberalizzazione del commercio, promuovono anche accordi come il NAFTA, che favoriscono le esportazioni dei partner commerciali più di quelle americane[26]. E' precisamente la strutturalità del deficit commerciale americano che, se da una parte riflette la globalizzazione dei processi produttivi, dall'altra riduce notevolmente l'effetto della svalutazione del dollaro sugli squilibri fondamentali. Non si può sostenere, come fa l'economia standard, che il deficit commerciale rispecchia principalmente le fluttuazioni del deficit pubblico e dei tassi di cambio. L'idea secondo cui più il governo si indebita e più capitali devono essere importati, è contraddetta dai fatti: durante gli anni 90, il deficit commerciale statunitense non ha smesso di crescere malgrado la progressiva eliminazione del disavanzo federale e malgrado la recessione del 91. L'accordo raggiunto a Boca Raton il 7 febbraio 2004, secondo cui i paesi del G7 si impegnano a ridurre la pressione sull'euro e a favorire una maggiore flessibilità dei tassi di cambio delle monete asiatiche, non solo avrà scarsi effetti reali sui rapporti di cambio, ma non inciderà minimamente sugli squilibri fondamentali che sono maturati negli anni del dopo-crisi[27]. Con la ripresa dei mercati borsistici a partire dal 2003 quale effetto del risanamento finanziario delle imprese, nei primi mesi del 2004 si è avviata una nuova ondata di OPA e di Mergers&Acquisition, non solo in Asia, dove il numero di OPA e di start up è in forte aumento[28], ma anche in Europa e negli Stati Uniti, seppure con minore intensità[29]. Rispetto agli anni 90 e al 2000, in cui gli investimenti erano principalmente orientati verso la rapida capitalizzazione delle innovazioni prodotte da imprese emergenti, nella fase attuale è la razionalizzazione delle imprese, la flessibilizzazione e l'esternalizzazione della forza-lavoro, la riduzione dei salari e l'aumento della produttività, che definiscono i criteri in base ai quali rilanciare gli investimenti. In altre parole, oggi la filosofia manageriale è impatient for profit but patient for growth[30]. Siamo entrati in una fase in cui la dimensione globale del capitalismo cognitivo, con linclusione di aree di sviluppo quali l'Asia e l'America latina, è contrassegnata da politiche di regolazione verso il basso del valore della forza-lavoro. Soprattutto nei paesi del Centro, la produzione di conoscenza e di innovazione a mezzo di precarizzazione è il segno distintivo di questa nuova fase. Le scuole, i centri di ricerca, le imprese flessibili, il mercato del lavoro, sono tutti luoghi in cui l'attacco al valore della forza-lavoro ha quale obiettivo prioritario eliminare i margini di ricomposizione politica del proletariato cognitivo, del cognitariato. Nel corso della crescita del capitalismo industriale, la lotta di classe nei paesi del Centro, la lotta politica sul salario e la negoziazione collettiva tra salariati e capitale, hanno sovvertito le regole di calcolo del saggio di profitto[31]. In epoca fordista si diceva che un operaio del Michigan può comprare con un'ora del suo lavoro il prodotto di una giornata intera del suo collega vivente al Sud. I capitali si dirigevano dal Sud al Nord perché i salari nei paesi del Centro erano superiori a quelli dei paesi della periferia. Le lotte dell'operaio multinazionale hanno comunque screditato lidea secondo cui è la classe operaia dei paesi ricchi che sfrutta la classe operaia dei paesi poveri. Certo, il divario tra Nord e Sud non è diminuito, si è anzi ampliato, ma il ciclo di lotte dell'operaio fordista ha fatto saltare il modello fordista, costringendo il capitale a svilupparsi su scala globale mettendo al lavoro le qualità più generali della forza-lavoro, le sue facoltà cognitiva, relazionale e comunicativa. L'inversione dei flussi di capitali dal Centro verso i paesi di nuova industrializzazione non permetterà sicuramente a un'ora di lavoro di un operaio indiano o cinese di comperare il prodotto di una giornata del suo collega americano o europeo. Ma le lavoratrici dei supermercati della Wal-Mart o i produttori di software del Nord lavorano effettivamente di più per un salario inferiore. Il che significa che la lotta contro la precarietà e per l'aumento del reddito ha ormai una dimensione globale che unisce i destini della moltitudine. _________________________________________________________________ NOTE: [1] Education needs to adapt to a changing world, in International Herald Tribune,19 marzo, 2004. [2] Il diritto allo studio minacciato. Verso un aumento delle tasse universitarie, in Solidarietà, 18 marzo, 2004, Ticino/Svizzera. Il testo citato è stato distribuito sottoforma di volantino da un gruppo di studenti del Movimento per il socialismo dellUniversità di Ginevra. [3] La riconfigurazione del sistema di formazione superiore attualmente in corso non significa unicamente meno mezzi per studiare nei prossimi anni per la grande maggioranza degli studenti. Significa anche una pressione sempre maggiore sui salari dei futuri diplomati di queste università. In effetti, i nostri futuri datori di lavoro non esiteranno a pagare meno per un Bachelor ottenuto in soli tre anni rispetto a una licenza ottenuta in quattro anni(ibidem). [4] Le teorie della crescita endogena si accordano con la maggior parte delle teorie anteriori nellattribuire al progresso tecnico un ruolo motore nella crescita. Esse vanno tuttavia più lontane delle teorie precedenti su due punti: integrano il progresso tecnico come risultante di unattività economica remunerata, e il cui livello sia dunque endogeno; e modellizzano in modo più ricco le forme della tecnica e la loro evoluzione&È la natura di bene in parte pubblico del sapere che ne fa un motore della crescita&(D. Guellec e P. Ralle, Les nouvelles théories de la croissance, Parigi, 1995). [5] M. Aglietta, Macroéconomie financière. 1. Finance, croissance et cycles, La Découverte, Parigi, 2001, p. 9. [6] Cfr. N. Moureau, D. Rivaud-Danset, Lincertitude dans les théories économiques, Parigi, 2004. [7] Per la definizione articolata del capitalismo cognitivo, che qui di seguito fa da sfondo allanalisi del rapporto ricerca-innovazione-finanza, rimando a C. Vercellone (a cura di), Sommes-nous sortis du capitalisme industriel?, La dispute, Parigi, 2003. Vedi anche, sulla stessa linea teorica, Y. Moulier Boutang (a cura di), L'età del capitalismo cognitivo. Innovazione, proprietà e cooperazione delle moltitudini, Ombre Corte, Verona, 2002. [8] Sulla differenza e contraddizione tra economia dell'informazione e economia della conoscenza, si veda R. Boyer, La croissance, début de siècle. De loctet au gène, Albin Michel, Parigi, 2002, p. 174 e sgg. La dinamica della prima [economia dellinformazione] è alimentata da innovazioni tecnologiche tendenti a far abbassare i costi del trattamento e della trasmissione dellinformazione, attraverso equipaggiamenti o software. Per contro, la seconda [economia della conoscenza] ha come finalità l'analisi e la comprensione di fenomeni naturali, fisici, chimici, biologici e, perché no, sociali e economici: si tratta di innovazioni scientifiche o più in generale concettuali. In termini di idealtipo, al mondo della scienza aperta si oppone quello della tecnologia fondata sullo sforzo di appropriazione, almeno transitoria, di determinati progressi delle conoscenze. Non cè miglior esempio degli imperativi contraddittori che reggono queste due sfere che considerare i dibattiti attuali a proposito della brevettabilità del vivente e la possibilità per una impresa privata di appropriarsi dei benefici di una scoperta in biologia. [9] Sulla contraddizione politica tra economia dellinformazione e economia della conoscenza, si veda di L.A.S.E.R., Scienza Spa. Scienziati, tecnici e conflitti (Derive/Approdi, Roma, 2002): Lo sviluppo tecnologico produce nuovi conflitti nei luoghi di produzione e di ricerca scientifica. Il fattore che unisce queste contrapposizioni locali è intimamente legato al tema della sottrazione del sapere. Un primo esempio di sottrazione del sapere è luso delle tecnologie da parte di chi fa ricerca con finalità diverse da quelle prescritte dal proprio datore di lavoro, pubblico o privato. In particolare, ci riferiamo alluso delle reti informatiche per la connessione tra soggetti impegnati in battaglie politiche o sociali. La cultura del network, del lavoro in rete, può essere ricostruito in senso autonomo e antagonista, coinvolgendo nelle lotte la stessa tecnologia che ne è alla base(p. 110 e sgg.). [10] Altri esempi di titoli che hanno depistatoi risparmi dal finanziamento dellinnovazione produttiva sono le azioni che, in seguito ai processi di fusione e concentrazione, sono ridotte di numero; oppure le azioni, da tempo sottovalutate, di imprese pubbliche privatizzate. [11] Il ritorno dell'inflazione del settore immobiliare che ha fatto seguito alla crisi della new economy a partire dal 2001 e fino ad oggi, ha permesso agli Stati Uniti di mantenere la domanda di beni e servizi ad un livello relativamente elevato in una fase in cui la domanda di beni strumentali (beni dinvestimento high tech in particolare) da parte delle imprese è stata negativa in conseguenza della crisi da sovrapproduzione digitale e della politica di bassi tassi di interesse da parte della Federal Reserve. [12] Per un percorso di lettura delle fasi storiche salienti del rapporto tra ricerca universitaria, Pentagono e imprese private sulla scorta dei lavori di Alfred Chandler, Nathan Rosenberg e David Mowery, si veda B. Vecchi, I combattenti dellhich tech americano, in il manifesto, 11 luglio 2003. [13] M. Aglietta, Macroéconomie financière, op. cit., p. 33. [14] I Business Angels sono piccoli gruppi di capitalisti dotati di fortune, essi stessi ex imprenditori, organizzati in partenariato. La caratteristica essenziale del loro modo di operare sta nellattivazione di reti di rapporti personali e informali, finalizzati allindividuazione di idee innovative da valorizzare e promuovere finanziariamente. Questo anello della catena della finanziarizzazione/imprenditorializzazione dellinnovazione non esiste in Europa, dove la logica impersonale contabile e finanziaria prevale sin da subito, in tal modo restringendo il campo di trasformazione in impresa del sapere e della conoscenza diffusa. [15] Il goodwill è, di fatto, il costo di avviamento di unimpresa, ossia l'insieme degli attivi intangibili (personale qualificato, qualità del management, ubicazione favorevole, esperienza organizzativa, rapporto con la clientela, capacità di credito, ecc.). La valutazione dell'avviamento viene effettuata in occasione di momenti straordinari della vita di una azienda, in particolare la cessione, il conferimento e la fusione con altre aziende. Il goodwill corrisponde alla differenza tra il valore economico attribuito all'azienda, che tiene conto delle prospettive di redditività, e il patrimonio netto contabile. Questa voce, iscritta a bilancio come fondi propri, può rappresentare tra il 70 e il 100% dei capitali propri delle grandi aziende quotate in Borsa, ciò che dimostra limportanza ormai decisiva del capitale immateriale relativamente al capitale fisico-tangibile immobilizzato. Più il goodwill è elevato, e maggiore è la capacità di indebitamento (definita dal rapporto tra debiti e fondi propri) dell'impresa risultante dall'operazione di fusione. La riduzione di questo scarto di avviamento, che con la crisi della new economy è stata molto forte, comporta quindi la riduzione della capacità di indebitamento delle imprese. Per ristabilire la capacità di indebitamento si avviano processi di razionalizzazione dei costi di gestione e soprattutto di riduzione o esternalizzazione del lavoro. [16] Il comportamento imitativo che caratterizza le scelte e le decisioni degli investitori ha origine nella ricerca della massima liquidità dei titoli, ossia della loro negoziabilità. Si tratta di trasformare scrive Orléan ciò che non è altro che una scommessa personale su dividendi futuri in una ricchezza immediata hic et nunc. A tal fine, bisogna trasformare le valutazioni individuali e soggettive in un prezzo accettato da tutti. Detto altrimenti, la liquidità impone che sia prodotta una valutazione di riferimento che dica a tutti i finanzieri il prezzo al quale il titolo può essere scambiato. La struttura sociale che permette lottenimento di un tale risultato è il mercato: il mercato finanziario organizza il confronto tra le opinioni personali degli investitori in modo da produrre un giudizio collettivo che abbia lo statuto di una valutazione di riferimento. Il corso che emerge in questa maniera ha la natura di un consenso che cristallizza laccordo della comunità finanziaria. Annunciato pubblicamente, ha valore di norma: è il prezzo al quale il mercato accetta di vendere e dacquistare il titolo considerato, in un determinato momento. E così che il titolo è reso liquido. Il mercato finanziario, per il fatto di istituire l'opinione collettiva come norma di riferimento, produce una valutazione del titolo riconosciuta unanimamente dalla comunità finanziaria(Le pouvoir de la finance, op. cit.). Le convenzioni permettono appunto di omogenizzare la molteplicità delle scelte individuali secondo una razionalità sovraindividuale (o costrizione cognitiva) che orienta ideologicamentei mercati. Per la convenzione Internet della seconda metà degli anni 90, si veda di Luca De Biase, Edeologia. Critica del fondamentalismo digitale, Laterza, Roma, 2003. [17] Sulle contraddizioni interne alla stessa logica capitalistica nei settori dell'informatica, in particolare il problema dei diritti di proprietà intellettuale in rapporto a sistemi operativi aperti,cfr. Business Week, The Linux Uprising. How a global band of software geeks is threatening Sun and Microsoft and turning the computer world upside down, 3 marzo, 2003. [18] Riprendo qui di seguito alcune considerazioni di Philippe Zarifian a commento del mio E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei mercati finanziari (Bollati-Boringhieri, Torino, 1998). Il testo di P. Zarifian, Produttività, evento e comunicazione nel post-fordismo, è stato presentato alla Maison des Sciences Economiques della Sorbona in occasione della discussione del mio libro pubblicato in Francia (Et vogue largent, traduzione di Anne Querrien e François Rosso, LAube, Parigi, 2003). [19] A questo proposito si veda di A. Orléan, Le pouvoir de la finance (Ed. Odile Jacob, Parigi, 1999). Certo, - scrive Orléan a proposito delluso delle azioni nei processi di acquisizione e fusione tra imprese le azioni non sono delle monete. La loro liquidità non è che parziale nel senso in cui non sono accettate come strumento universale di scambio. Tuttavia, il loro spazio di circolazione è già straordinariamente vasto, non solo in quanto mezzi di riserva, ma anche come mezzi di scambio per determinate transazioni. Lo si vede quando unimpresa ne acquista unaltra con laiuto delle sue proprie azioni, o meglio ancora quando un dirigente accetta dessere remunerato con stock options. Per questa ragione, si può di conseguenza analizzare le azioni come costitutive di una forma embrionale di moneta anche se non permettono di acquistare beni di consumo(p.242). [20] Daltra parte, i fondi pensione si sono dotati duna infrastruttura danalisi esperte che valutano continuamente la validità strategica, in termini di rendimento atteso e deffetto sul corso dei titoli, del management delle imprese di cui detengono una parte significativa del capitale [21] L'uscita progressiva dalla recessione, ufficialmente durata solo un trimestre nel 2001, è stata insomma possibile grazie alla domanda di consumo delle famiglie americane e al progressivo disindebitamento delle imprese verso il settore bancario, conseguenza diretta del crollo dei plusvalori finanziari (dei goodwill) ereditati dagli anni di espansione della new economy. Il risanamento finanziario delle imprese è stato effettuato con la riduzione delle spese sulla massa dei salari, degli investimenti e delle scorte accumulate. [22] Si veda un'importante analisi di Business Weeksulla necessità di andar oltre la ricerca in-house attingendo a idee innovative ovunque esse siano prodotte, esternalizzando la proprietà intellettuale come forma di pagamento a imprese fornitrici di ricerca, forgiando legami con laboratori universitari, corteggiando venture capitalist e rispettando le norme disciplinari da loro imposte, incoraggiando gli spin-offs che puntano su nuove idee e assumono rischi (Reinventing Corporate R&D, BW, 22 settembre, 2003). [23] Nella knowledge economy, nel capitalismo cognitivo, il problema centrale per il capitale è quello di mettere al lavoro la conoscenza, il sapere detenuto dalla forza-lavoro. Che la captazione della conoscenza altrui rappresenti un vero problema lo dimostra ad esempio l'assegnazione delle stock options ai lavoratori della conoscenza che si è diffusa negli anni del boom della new economy. Peter Druker, in Il management della società prossima ventura (Etas, 2002) ha ragione quando dice che le aziende che si sono spinte maggiormente in questa direzione hanno avuto il turnover più elevato. E' incredibile quanto sono numerosi gli ex dipendenti Microsoft che mi è capitato di incontrare. Gli ex dipendenti della Microsoft odiano l'azienda, perché si rendono conto che essa offrì loro solo del denaro. Inoltre si rendono conto che il sistema di valori aziendale è unicamente finanziario, mentre essi si considerano professionisti, con un sistema di valori diverso. Non solo, quindi, nel capitalismo cognitivo è necessario finanziarizzare limpresa (con laumento del prezzo delle stock options quotate in borsa) per catturare e soprattutto trattenere il sapere della forza-lavoro, ma questa stessa forza-lavoro resiste, è capace di sottrarsi alla sua totale sussunzione sotto il capitale, quando la produzione di conoscenza si trasforma brutalmente in pura e semplice gestione finanziaria delle informazioni, cioè quando gli imperativi finanziari (aumento del corso dei titoli) prendono il sopravvento sulla qualità di vita (o sistema di valori) della forza-lavoro cognitiva, dei knowledge workers. A questo proposito merita citare per intero un paragrafo del libro di De Biase (op. cit.) : E quando, a sera, [Marc Andreesseen, che con Jim Clark ha fondato Netscape] si accorge di essere diventato straricco, non si lascia andare a manifestazioni di gioia eccessiva, commentando con i giornalisti che si tratta di funny money, denaro pazzo. Nel frattempo, nemmeno i suoi giovani programmatori si lasciano incantare dal denaro. Quello che li appassiona è vedere quante copie di software vengono scaricate dai navigatori. Si divertono a scoprire quale versione piace di più. E intanto lavorano come ossessi senza orari regolari, in corsa contro il tempo che la Rete impone velocissimo. Pur ammettendo di essere contento per avere perso ogni preoccupazione finanziaria, uno di loro, Lou Montulli, dichiara: "Prendete un lavoratore cinese. Io guadagno probabilmente un milione di volte più soldi di lui. Ma è difficile razionalizzare il valore vero. Certo, ho lavorato duramente. Ma ho lavorato tanto duramente da giustificare una differenza come quella che mi separa da un lavoratore cinese?" Di fronte ai misteri della finanza, Montoulli cerca un parametro che lo aiuti a valutare la situazione. Non lo trova. E questo non gli piace(pp. 69-70). [24] L'economista e editorialista del Financial Times, John Plender, nel suo Going off the Rails. Global Capital and the Crisis of Legitimacy (Wiley, Londra, 2003) sostiene giustamente che nel capitalismo cognitivo vi è un'abbondanza di capitali alla ricerca di rendimenti elevati, che si scontra con la scarsità del sapere strategico per le imprese. Per scarsità si deve intendere il costo dei knowledge workers cooptati dalle imprese, in particolare quelle produttrici di beni ad alto contenuto tecnologico, un costo che negli anni 90 ha portato questo settore trainante a destinare mediamente il 73% dei profitti pre-tasse ai dipendenti (la media delle 325 imprese maggiori quotate in Borsa è del 20%). La tensione tra abbondanza dei capitali, dovuta al deprezzamento del capitale fisso e al suo alleggerimento, e costo della conoscenza viva messa al lavoro è, secondo Plender, la dimostrazione della inadeguatezza storica del sistema azionariale (dello shareholders value) nel finanziamento del capitalismo cognitivo. Il vantaggio competitivo del capitale umano è a tutto svantaggio degli azionisti che, trovandosi in una posizione di debolezza nei confronti delle imprese in cui centrale è il lavoro vivo cognitivo, fanno pressioni fortissime per aumentare il rendimento dei loro titoli (negli anni 90 un rendimento del 15% era la norma), in tal modo contribuendo ad ampliare la spirale autoreferenziale de mercati finanziari fino allesplosione della bolla speculativa. [25] Sulla controversia tra effetti positivi e negativi delloutsourcing e delloffshoring di imprese statunitensi, si veda lo special report di Business Week, Software. Will outsourcing hurt Americas supremacy?, 1 marzo, 2004. Si veda anche il survey de The Economist, The new jobs migration, 21-24 febbraio, 2004. [26] Robert Kuttner, Whats Really Feeling The Trade Deficit Beast, Business Week, 29 dicembre, 03, p. 15. [27] Il dibattito sui rischi di svalutazione della moneta americana va quindi capito per quello che realmente è. L'accelerazione dei processi di globalizzazione del capitale, lo spostamento verso l'Asia della divisione internazionale del lavoro, ha svelato una contraddizione fondamentale tra il circuito monetario incentrato sul dollaro e la natura sempre più policentrica dell'economia mondiale. Una svalutazione, per quanto graduale, del dollaro non ha alcuna possibilità di ridurre in modo consistente lo squilibrio strutturale statunitense, ma costringe le banche centrali dei paesi asiatici ad acquistare BOT americani per proteggere le loro monete, ciò che è essenziale per mantenere elevati tassi di crescita. In tal modo gli Stati Uniti possono continuare ad aumentare la spesa militare per perseguire la ridefinizione geo-politica e militare del comando imperiale. Gli USA devono comunque evitare che la loro moneta si svaluti troppo rapidamente, perché ciò provocherebbe una fuoriuscita di capitali dai mercati azionari e, fatto ancora più grave, dai BOT del Tesoro. Ne andrebbe dell'equilibrio socio-economico interno agli Stati Uniti, con livelli di indebitamento privato insostenibili se i tassi di interesse dovessero aumentare. L'attuale situazione dell'economia statunitense è simile a quella dei paesi emergenti degli anni 90, con la differenza che alla loro debolezza strutturale gli americani rispondono con la guerra infinita. [28] Cfr. F. Guerra, Asian companies raise a record amount of funds, in Financial Times, 22 marzo, 2004. [29] Cfr. lo special report de The Economist, Mergers and Acquisitions, 21-24 febbraio, 2004. [30] Cfr. C. M. Christensen, M. E. Raynor, The Innovators Solution: Creating and Sustaining Successful Growth, Harvard Business School Press, 2003. [31] Negli anni 70, Arrighi Emmanuel, nel suo scandaloso Lo scambio ineguale, dimostrò che, nella misura in cui i saggi di profitto nei paesi del Sud non sono superiori (come è effettivamente stato dimostrato negli anni seguenti da molti altri economisti) ai saggi di profitto nei paesi del Nord, e nella misura in cui i salari dei poveri sono per contro molto più bassi dei salari dei ricchi, ne consegue necessariamente (perlomeno dal punto di vista contabile) che il plusvalore realizzato nei paesi poveri viene succhiato dai paesi ricchi attraverso la vendita dei prodotti a basso prezzo da parte dei paesi del Sud. Chi approfitta dello sfruttamento dei poveri? La risposta scandalosa di Emmanuel fu univoca: gli operai del Nord. Fu Luciano Ferrari Bravo che riuscì a smontare politicamente il ragionamento di Emmanuel, pur riconoscendone la sensatezza analitica. Le lotte degli operai fordisti in via di globalizzazione, le lotte di una classe operaia multinazionale, risultante dai movimenti migratori di quegli anni, avevano permesso a Ferrari Bravo di anticipare l'esito delle contraddizioni marxiane svelate da Emmanuel, ossia la fine del fordismo e l'inizio di un'epoca nuova, quella del capitalismo globale. Per una ripresa recente del ragionamento di Emmanuel , vedi Daniel Cohen, La mondialisation et ses ennemis, Grasset, Parigi, 2004. [dal numero di maggio di POSSE]





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