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Dawkins/Gould

di materialiresistenti (29/02/2004 - 21:37)

 

di mez

Ho il sospetto che Dawkins, con il solito utilizzo delle metafore intenzionali, esponga il suo pensiero a dei fraintendimenti o almeno a una difficoltà di comprensione. Quando leggo espressioni intenzionali devo fare una traduzione per non essere fuorviata. Leggo: «la gallina è un trucco ideato dall'uovo per avere un altro uovo». Devo ricordare a me stessa: non è 'ideato', ma 'capitato'. Leggo «selezione naturale, che agisce in base ad un unico scopo: favorire la sopravvivenza e la diffusione dei geni». Devo

tradurre: selezione naturale, che agisce in base a un unico meccanismo, quello che fa replicare certe unità di infomazione genetica (piuttosto che altre). Eccetera, eccetera. Mi pare che questa enfasi intenzionale sugli 'scopi' dei geni (che sarebbero appunto egoisti...) finisce quasi per generare, più che riduzionismo, una teleologia strisciante.

Però le differenze tra Gould e Dawkins non sono grandi: si tratta di ipotesi che privilegiano un maggiore o minore gradualismo.

Gould: "A che cosa serve il 5% di un occhio?"

Dawkins: "Un antico animale in possesso del 5% di un occhio avrebbe potuto usarlo in effetti per qualcosa di diverso dalla vista, ma appare almeno altrettanto probabile che lo usasse per avere una vista al 5%, [...] che è senza dubbio preferibile all'essere del tutto senza vista". Ma non è che con questo Dawkins neghi che ci possano essere delle mutazioni genetiche che permangono anche senza servire a nulla (solo per il fatto di non essere nocive) e che la pressione evolutiva verso la formazione di certi organi non possa essere stata legata in origine a funzioni diverse da quelle finali.

Inoltre è lo stesso Dawkins a sostenere che i geni non danno una spiegazione dell'evoluzione culturale e tecnologica, che, con l'uomo, ha preso una sua strada autonoma e molto più rapida rispetto a quella (lentissima) dell'evoluzione genetica. Alcuni spunti del 'Gene egoista' sono poi stati sviluppati nella teoria dei memi... Siccome i <memi> sono non solo idee ma genericamente unità di comportamento copiabile che passano da un cervello (o da altro supporto in grado di conservare informazioni: libri, PC...) a un altro, comprendono anche le modalità di trasmissione dell'evoluzione tecnologica. Quindi anche quella di Dawkins non è una teoria riduzionista (nel senso di spiegare tutto in base ai geni): afferma che c'è un'altra evoluzione, quella dei memi, che ha progressivamente soppiantato quella genetica per la sua maggiore rapidità.

Ci si può domandare se ci fosse proprio bisogno di parlare di memi, cioè che capacità esplicativa abbia questo approccio rispetto alle tradizionali storie delle idee.... E forse i memi sono stati concepiti troppo a immagine e somiglianza dei geni. Le mutazioni genetiche non dipendono da soggetti consapevoli, le mutazioni memetiche, cioè la nascita di nuove idee e tecniche... coinvolgono la nostra consapevolezza, almeno entro certi limiti. Per esempio, il virus religioso, con cui sono certo venuta a contatto fin da bambina, io l'ho debellato, anche abbastanza facilmente.... E' stata tutta una mera lotta fatta di reazioni chimiche nel mio cervello? Certo, a sentire i neurobiologi. Se è così mi fa piacere saperlo, ma non credo che per me la vita cambi molto. La questione mi sembra semplicemente

questa: un chimico, dopo avermi spiegato che un certo dipinto ha una determinata composizione di sali, acidi..., non può con questo togliermi il diritto di costruirci sopra un discorso estetico. Ma il mio discorso estetico non è un buon motivo per negare la validità del discorso del chimico. E se devo restaurare il dipinto il discorso del chimico diventerà decisivo perchè io possa continuare a fare il mio discorso estetico.

 

 

 

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Il credo della passione decaffeinata

di materialiresistenti (28/02/2004 - 19:33)

Dal Cristo di Mel Gibson alla legge francese che vieta il velo alle musulmane, dall'islam politico ai pamphlet in difesa della civiltà occidentale, il lato oscuro della tolleranza liberale e l'adesione alla religione come stile di vita aderente alla propria comunità. L'alternativa all'orizzonte dei fondamentalismi religiosi e alla tolleranza politicamente corretta sta nella critica radicale all'elemento che li accomuna, la rivendicazione del diritto a non essere molestati dall'Altro.


SLAVOJ ZIZEK


Le credenziali di coloro che, ancor prima della sua uscita, criticano violentemente il nuovo film di Mel Gibson sulle ultime dodici ore della vita di Cristo appaiono impeccabili: non è forse pienamente giustificata la loro preoccupazione che il film, realizzato da un fanatico tradizionalista cattolico con impeti occasionali di antisemitismo, possa innescare sentimenti antisemiti? Più in generale, La passione di Cristo non è una sorta di manifesto dei nostri fondamentalisti e anti-secolaristi (occidentali, cristiani)? Rigettarlo non è dunque dovere di ogni secolarista occidentale? Un attacco così privo di ambiguità non è sine qua non, se vogliamo dimostrare di non essere segretamente dei razzisti che attaccano solo il fondamentalismo di altre culture (islamiche)? La reazione del papa al film è nota: profondamente commosso, ha mormorato: «È proprio come avvenne in realtà!», ma questa affermazione è stata subito ritrattata dai portavoce ufficiali del Vaticano. Così la sua reazione spontanea è stata velocemente sostituita dalla posizione neutra «ufficiale», emendata in modo da non ferire nessuno. Questo spostamento è la migliore esemplificazione di cosa c'è che non va nella tolleranza liberale, con la sua paura politicamente corretta che possa essere ferita la sensibilità religiosa di chicchessia: anche se nella Bibbia si dice che una folla di ebrei chiese la morte di Cristo, non si dovrebbe rappresentare direttamente questa scena, ma sdrammatizzarla e contestualizzarla per chiarire che gli ebrei non possono essere ritenuti responsabili collettivamente per la crocifissione. In tal modo l'aggressiva passione religiosa è semplicemente repressa: essa resta lì, cova sotto la superficie e, non trovando espressione, diventa sempre più forte.

È questo lo scenario di fondo che dobbiamo tenere presente nel considerare La rabbia e l'orgoglio di Oriana Fallaci, questa appassionata difesa dell'Occidente contro la minaccia musulmana, questa aperta affermazione della superiorità dell'Occidente, questa denigrazione dell'Islam non in quanto cultura diversa, ma in quanto barbarie (per cui non saremmo nemmeno in presenza di uno scontro tra civiltà, bensì tra la nostra civiltà e la barbarie musulmana). Il libro è, in senso stretto, l'opposto della tolleranza politicamente corretta: la sua appassionata vitalità è la verità della tolleranza esanime del politicamente corretto.

Dentro questo orizzonte, l'unica risposta appassionata alla passione fondamentalista è un secolarismo aggressivo del tipo esibito recentemente dal governo francese, che ha proibito di indossare nelle scuole tutti i simboli e gli indumenti religiosi più evidenti (non solo i veli per le musulmane, ma anche i copricapo ebraici e le croci cristiane troppo vistose). Non è difficile prevedere l'effetto finale di questa disposizione: esclusi dallo spazio pubblico, i musulmani saranno spinti direttamente a costituirsi in comunità fondamentaliste non integrate... Lacan aveva ragione quando sottolineava il collegamento tra la regola della fraternité post-rivoluzionaria e la logica della segregazione.

Forse il divieto di abbracciare un credo con totale passione spiega perché, oggi, la cultura stia emergendo come la categoria centrale della vita e del mondo.

La religione è permessa non come un modo di vivere sostanziale, ma come una particolare «cultura» o, piuttosto, un fenomeno riguardante gli stili di vita: ciò che la legittima non è la sua pretesa di verità immanente, ma il modo in cui essa ci permette di esprimere i nostri sentimenti e atteggiamenti più riposti. Noi non crediamo più veramente; semplicemente, seguiamo (alcuni) rituali e usi religiosi per rispetto allo «stile di vita» della comunità a cui apparteniamo (pensiamo al proverbiale ebreo non credente che segue le regole kosher «per rispetto della tradizione»). Cos'è uno stile di vita culturale se non il fatto che, anche se non crediamo in Babbo Natale, a dicembre c'è un albero di Natale in ogni casa e anche nei luoghi pubblici? Forse, allora, «cultura» è il nome che diamo a tutte quelle cose che pratichiamo senza crederci veramente, senza «prenderle sul serio». Non è questo anche il motivo per cui la scienza - fin troppo reale - non rientra in questa nozione di cultura? E non è questo anche il motivo per cui liquidiamo i credenti fondamentalisti - che osano prendere sul serio il loro credo - come «barbari», come anti-culturali, come una minaccia alla cultura? Oggi, in ultima analisi, percepiamo come minaccia alla cultura coloro che vivono la loro cultura immediatamente, che non si distanziano da essa. Ricordate l'indignazione quando, tre anni fa, le forze talebane in Afghanistan fecero esplodere le antiche statue dei Buddha a Bamiyan? Sebbene nessuno di noi, occidentali illuminati, creda nella divinità del Buddha, ci ha indignato che i musulmani talebani non dimostrassero il rispetto dovuto all'«eredità culturale» del loro paese e dell'umanità intera. Invece di credere attraverso l'altro come tutte le persone di cultura, essi credevano veramente nella loro religione e dunque non erano molto sensibili al valore culturale dei monumenti di altre religioni. Per loro, le statue del Buddha erano solo dei falsi idoli, non «tesori della cultura». (E, incidentalmente, questa indignazione non è la stessa dell'antisemita illuminato di oggi che, sebbene non creda nella divinità di Cristo, nondimeno rimprovera agli ebrei di avere ucciso nostro Signore Gesù? O la stessa del tipico ebreo secolarizzato che, pur non credendo in Geova e Mosè come suo profeta, nondimeno pensa che gli ebrei abbiano un diritto divino alla terra di Israele?)

Questo è il motivo per cui, oggi, una simile passione è politicamente scorretta: tutto sembra permesso, ma in realtà i divieti sono meramente spostati. Pensate all'impasse odierna sulla sessualità o sull'arte: esiste niente di più noioso, opportunistico e sterile che soccombere all'ingiunzione del super-io di inventare incessantemente nuove trasgressioni e provocazioni artistiche (l'attore che si masturba sul palcoscenico o si provoca masochisticamente dei tagli, lo scultore che espone cadaveri di animali in putrefazione o escrementi umani), o all'ingiunzione analoga di misurarsi in forme di sessualità sempre più «audaci»? In alcuni circoli «radicali» negli Stati uniti, recentemente è stata avanzata la proposta di «ripensare» i diritti dei necrofili (coloro che desiderano avere rapporti sessuali con corpi morti). Perché dovrebbero esserne privati? Così è stata formulata l'idea che, così come si firma per autorizzare l'espianto di organi a fini medici in caso di morte improvvisa, si possa anche firmare per consentire che il proprio corpo sia messo a disposizione dei necrofili. Tale posizione realizza la vecchia intuizione di Kierkegaard su come l'unico vicino buono sia il vicino morto: un vicino morto - un cadavere - è il partner sessuale ideale di un soggetto «tollerante» che cerca di evitare qualunque molestia. Per definizione, un cadavere non può essere molestato.

Oggi sul mercato troviamo tutta una serie di prodotti che sono stati privati delle loro proprietà dannose: caffè senza caffeina, panna senza grassi, birra senza alcool... E l'elenco continua. Che dire del sesso virtuale come sesso senza sesso, della dottrina di Colin Powell della guerra senza vittime (dalla nostra parte, naturalmente) come guerra senza guerra, della ridefinizione contemporanea della politica in quanto arte del governo tecnico come politica senza politica, fino al credo decaffeinato - un credo che non ferisce nessuno e non impegna pienamente nemmeno noi stessi?

Ecco due temi che determinano l'atteggiamento tollerante e liberale di oggi nei confronti degli Altri: il rispetto dell'alterità, l'apertura verso di essa, e la paura ossessiva della molestia. In breve, l'Altro va bene nella misura in cui la sua presenza non è intrusiva, nella misura in cui l'Altro non è veramente Altro. Ciò che sta emergendo sempre di più come il diritto umano fondamentale nella società tardocapitalistica è il diritto di non essere molestati, cioè di poter restare a distanza di sicurezza dagli altri. Una struttura simile è chiaramente presente nel modo in cui ci relazioniamo con l'arricchimento capitalistico: va bene purché sia controbilanciato da attività caritatevoli. Prima si accumulano miliardi, poi li si restituisce (parzialmente) ai bisognosi. E lo stesso è per la guerra, per la logica emergente del militarismo umanitario o pacifista: la guerra va bene in quanto serve veramente a portare pace, democrazia, o a creare le condizioni per distribuire gli aiuti umanitari.

Ciò significa che, contro la falsa tolleranza del multiculturalismo liberale, dobbiamo tornare al fondamentalismo religioso? La stessa critica al film di Gibson rende evidente l'impossibilità di tale soluzione. Inizialmente Gibson voleva girare il film in latino e aramaico e proiettarlo senza sottotitoli; sotto la pressione dei distributori, ha poi deciso di prevedere i sottotitoli in inglese (o in altre lingue). Questo compromesso da parte sua non è però una semplice concessione alle pressioni commerciali; rispettare il programma originale avrebbe reso piuttosto evidente la natura auto-confutante del progetto di Gibson. Vale a dire, immaginiamo il film senza sottotitoli proiettato nel grande centro commerciale di un sobborgo americano: la voluta fedeltà all'originale si sarebbe trasformata nel suo opposto, in uno spettacolo esotico e incomprensibile.

Ma c'è una terza posizione, oltre il fondamentalismo religioso e la tolleranza liberale. Torniamo alla distinzione «politicamente corretta» tra il fondamentalismo islamico e l'Islam: Bush e Blair (e anche Sharon) non dimenticano mai di elogiare l'Islam come una grande religione di amore e tolleranza che nulla ha a che fare con gli orribili attentati terroristici. Così come questa distinzione tra Islam buono e terrorismo islamico cattivo è un falso, bisognerebbe problematizzare anche la tipica distinzione radicale-liberale tra ebrei e stato di Israele o sionismo, cioè il tentativo di allargare lo spazio in cui gli ebrei e i cittadini ebrei di Israele potranno criticare la politica dello stato di Israele e l'ideologia sionista non solo senza essere accusati di antisemitismo ma anzi basando la loro critica sul loro appassionato attaccamento all'ebraismo, su ciò che essi ritengono vada salvato dell'eredità ebraica.

Ma questo è sufficiente? Marx ha detto a proposito del petit-bourgeois che egli vede in ogni oggetto due aspetti, il buono e il cattivo, e cerca di tenere il buono e combattere il cattivo. Bisognerebbe evitare lo stesso errore nel trattare il giudaismo: il «buon» giudaismo levinasiano della giustizia, del rispetto e della responsabilità nei confronti dell'altro ecc., contro la «cattiva» tradizione di Geova, i suoi accessi vendicativi e la violenza genocida contro il popolo vicino. Bisognerebbe avere il coraggio di trasferire il divario, la tensione, nel cuore stesso del giudaismo: non è più questione di difendere la purezza della tradizione ebraica della giustizia e dell'amore per il vicino contro l'asserzione aggressiva sionista dello stato-nazione. Allo stesso modo, invece di celebrare la grandezza del vero Islam contro il suo uso sbagliato da parte dei terroristi fondamentalisti o deplorare il fatto che, di tutte le grandi religioni, l'Islam sia quella che più resiste alla modernizzazione, bisognerebbe piuttosto vedere questa resistenza come una chance: essa non porta necessariamente al fascismo islamico, ma può anche articolarsi in un progetto socialista. Precisamente perché ospita le peggiori potenzialità di una risposta fascista alla nostra situazione presente, l'Islam può anche rivelarsi come il luogo delle potenzialità migliori.

Invece di cercare di redimere il nucleo puramente etico di una religione contro le sue strumentalizzazioni politiche, bisognerebbe criticare implacabilmente questo stesso nucleo - in tutte le religioni. Oggi che le religioni stesse (dalla spiritualità New Age al facile edonismo spiritualista del Dalai Lama) sono più che pronte a servire la ricerca postmoderna del piacere, paradossalmente, solo un materialismo coerente è in grado di sostenere una posizione etica militante veramente ascetica.

Traduzione Marina Impallomeni


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Il confine tra noi e l'animale

di materialiresistenti (27/02/2004 - 19:04)

Schizofrenia e normalità

Esce un libro sullo studio delle dinamiche interiori ed esteriori dello psichiatra americano Harold F. Searles
Il tratto nichilista della nostra cultura contribuisce alla fragilità dell´Io
Il consumo forzato nel quale viviamo si profila come una figura distruttiva
I bambini non hanno ancora operato una radicale differenza fra l´umano e il non uman
La mentalità primitiva non trovava difficoltà a derivare la propria stirp dal regno animale

UMBERTO GALIMBERTI
Uno dei più gravi disastri psichici seguiti all´introduzione del concetto di «anima» è stata la netta separazione tra mondo umano e mondo non umano, dove, in quest´ultimo, siamo soliti collocare cose, piante, animali e non di rado persino i nostri simili. Come se la vita umana si svolgesse in un vuoto, come se la razza umana fosse sola nell´universo a perseguire destini individuali e collettivi in un´omogenea cornice di non essere, su uno sfondo privo di forma, di colore e di sostanza.
La stessa psicologia, «scienza dell´anima», si è dedicata allo studio delle dinamiche interiori e delle dinamiche interpersonali senza prestare grande attenzione all´ambiente non umano, dove si raccolgono gran parte delle nostre proiezioni psichiche. A colmare questa lacuna fu nel 1960 lo psichiatra americano Harold F. Searles che scrisse un libro L´ambiente non umano nello sviluppo normale e nella schizofrenia, oggi disponibile per il pubblico italiano nella Biblioteca Einaudi (pagg. 386, euro 25,00), la cui lettura consiglio non solo agli addetti ai lavori (psicologici), ma a genitori e a educatori, per non parlare dei politici che detengono il potere decisionale, e spesso neppure sospettano l´importanza che l´ambiente non umano ha per lo sviluppo e l´equilibrio di ciascuno di noi.
Se resta qualche dubbio è forse utile andarsi a rileggere quel che il buon Freud, che oggi tutti si affannano a superare, scriveva in proposito nel 1916: «L´uomo, nel corso della sua evoluzione civile, si eresse a signore delle altre creature del mondo animale. Non contento di un tale predominio, cominciò a porre un abisso fra il loro e il proprio essere. Disconobbe ad esse la ragione e si attribuì un´anima immortale, appellandosi a un´altra origine divina che gli consentiva di spezzare i suoi legami col mondo animale. E´ curioso come questa presunzione sia estranea tanto al bambino piccolo, quanto al selvaggio e all´uomo delle origini. Essa è il risultato di un ulteriore sviluppo delle pretese umane.
Il primitivo, nello stadio del totemismo, non trovava difficoltà a far derivare la propria stirpe da un progenitore appartenente al regno animale. Il mito, in cui si trovano i residui di questa antica forma di pensiero, fa assumere agli dèi aspetti animali, e l´arte delle origini rappresenta gli dèi con teste di bestie.
Il bambino non coglie alcuna differenza tra l´essere proprio e quello degli animali, e non si meraviglia che nelle favole le bestie pensino e parlino; sposta un affetto d´angoscia, che si riferisce al padre umano, su un cane o su un cavallo, e ciò senza il proposito di denigrare il padre. Soltanto quando sarà cresciuto si sentirà così estraniato dagli animali da poter usare i loro nomi per ingiuriare gli uomini.
Sappiamo che le ricerche di Charles Darwin e dei suoi collaboratori e predecessori hanno posto fine, poco più di mezzo secolo fa, a questa presunzione dell´uomo. L´uomo nulla di più è, e nulla di meglio, dell´animale; proviene egli stesso dalla serie animale ed è imparentato a qualche specie animale di più e a qualche altra di meno. Le sue successive acquisizioni non consentono di cancellare le testimonianze di una parità che è data tanto nella sua struttura corporea, quanto nella sua disposizione psichica».
Fin qui Freud. I suoi esempi, che fanno riferimento ai bambini, ai primitivi e ai folli che non distinguono tra mondo umano e mondo non umano con cui spesso si identificano, possono far supporre che lo sviluppo della civiltà consista proprio in questa distinzione che, se ha una sua valenza di verità, comporta però l´enorme rischio conseguente al fatto che tutto ciò che noi consideriamo non umano corrisponde a nostre parti interne che trattiamo come non umane. Per cui, ad esempio, non è fuori luogo pensare che le più profonde radici psicologiche del pregiudizio razziale o religioso, di cui la storia di oggi ci fa fare ampia esperienza, allignino nel carattere fragile e ristretto che l´individuo ha della propria umanità, al punto di dover proiettare sui rappresentanti di un´altra razza o di un´altra religione certi suoi tratti che egli concepisce come incompatibili con la sua qualità di essere umano. Tale proiezione gli permette di considerare l´altro come un sottouomo e nel contempo di confermarsi nella propria umanità.
Per questo i bambini sono fiduciosi (anche se noi li chiamiamo «ingenui») e gli adulti sospettosi (anche se di fronte a se stessi si considerano «avveduti»). I bambini non hanno ancora operato una radicale differenza tra l´umano e il non umano, e quindi, a differenza degli adulti, non proiettano le loro parti non umane fuori di sé, sugli altri. Così vivendo, i bambini si esprimono come i poeti, il cui linguaggio, per esprimere le qualità umane, non conosce altre similitudini e altre metafore se non quelle tratte dall´ambiente non umano, come il cielo, il mare, la luna, il farsi luce del giorno e il suo declino. L´antropomorfismo, tanto deprecato dalla scienza e tanto amato dai poeti e da chiunque di noi cada in condizione d´amore o di dolore, non conosce la distinzione tra umano e non umano, perché umanizza tutto, accoglie tutto nel regno dell´uomo, che a questo punto si fa ospitale. Chiunque di noi ha fatto esperienza della proiezione dei propri contenuti psichici sul mondo non umano, quale può essere la casa nativa, la pianta che ogni giorno curiamo, l´animale che con noi condivide la nostra giornata, ma anche la proiezione affettiva sul vestito usato, sulla vecchia automobile, sul vetusto e ingombrante mobile della nonna. Sono elementi costitutivi della nostra identità, figure di radicamento, di autoriconoscimento, come già Rilke nel 1920 faceva notare in una sua lettera:
«Per i nostri avi, una casa, una fontana, una torre loro familiare, un abito posseduto erano ancora qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui rintracciavano e conservavano l´umano. Ora ci incalzano dall´America cose nuove e indifferenti, pseudo-cose, aggeggi per vivere. Una casa nel senso americano, una mela americana, o una vite americana non hanno nulla in comune con la casa, il frutto, il grappolo in cui erano riposte le speranze e la ponderazione dei nostri padri».
E allora il discorso di Searles sull´ambiente non umano si allarga dall´ambito strettamente psicologico a quello più ampio della nostra cultura, la cultura di noi occidentali che, a sentir Heidegger, ha risolto la terra in semplice materia prima, e il suo uso in usura. Questo estraneamento psicologico dall´ambiente non umano ha trovato il suo motore nella macchina occidentale del consumismo, che non è un vizio da cui ci si può correggere, perché nella nostra cultura il consumo è la condizione della produzione, per cui non solo gli alimentari devono avere una data di scadenza, ma tutte le cose, dal frigorifero alla lavatrice, all´automobile devono essere regolati dal «principio della distruzione».
Si tratta di una distruzione (ma se l´espressione pare troppo forte usiamo pure la parola «consumo») che non è «la fine» naturale di ogni prodotto, ma «il suo fine». E questo non solo perché altrimenti si interromperebbe la catena produttiva, ma perché il progresso tecnico, sopravanzando le sue produzioni, rende obsoleti i prodotti, la cui fine non segna la conclusione di un´esistenza, ma fin dall´inizio ne costituisce lo scopo. In questo processo la produzione economica usa i consumatori come suoi alleati per garantire la mortalità dei suoi prodotti, che è poi la garanzia della sua immortalità.
Come condizione essenziale della produzione e del progresso tecnico, il consumo, costretto a diventare «consumo forzato», comincia a profilarsi come figura della distruttività, e la distruttività come un imperativo funzionale dell´apparato economico. Il «rispetto», che Kant indicava come fondamento della legge morale, non è funzionale al mondo dell´economia che, creando un mondo di cose sostituibili con modelli più avanzati, produce di continuo un mondo da buttar via. E siccome è molto improbabile che un´umanità, educata alla più spietata mancanza di rispetto nei confronti delle cose, mantenga questa virtù nei confronti degli uomini, non possiamo non convenire con Günther Anders per il quale: «L´umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via tratta anche se stessa come un´umanità da buttar via».
Si conferma così il tratto nichilista della nostra cultura economica che eleva il non essere di tutte le cose a condizione della sua esistenza, il loro non permanere a condizione del suo avanzare e progredire. E se le cose del mondo agli occhi di Platone apparivano scadenti perché, a differenza delle idee, erano soggette al tempo e perciò transitorie, agli occhi della nostra economia la transitorietà di tutte le cose, il loro diventare obsolete ed essere superate, il loro non durare è la condizione del loro esistere.
Quali sono le conseguenze psicologiche di questo strutturale nichilismo che investe il mondo non umano su cui fin da piccoli si radicano le nostre proiezioni affettive, che costituiscono il nucleo caldo della nostra identità, del nostro radicamento, del nostro riconoscimento? Le conseguenze sono indicate dalle ultime statistiche fornite dall´Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale ci informa che un giovane su cinque in Occidente soffre di disturbi mentali, che nel 2020 i disturbi neuropsichiatrici cresceranno in una misura superiore al 50 per cento divenendo una delle cinque principali cause di malattia, di disabilità infantile e di morte, che il suicidio è la terza causa di morte nei giovani tra i 15 e i 24 anni e la quarta tra i 10 e i 14.
A questo punto è difficile non essere d´accordo con Searles là dove dice: «A mio avviso la crisi ecologica è la più grande minaccia che l´umanità abbia mai affrontato collettivamente, più grande persino della minaccia nucleare. La mia ipotesi è che l´uomo sia frenato, nel far fronte alla crisi ecologica, da una grave e diffusa apatia che si basa su sentimenti e atteggiamenti di cui egli è in larga misura inconsapevole. Proiettiamo su questo mondo, che si sta ecologicamente deteriorando, la violenza più profonda di tutti i nostri potenziali conflitti emozionali interiori, compreso il conflitto tra le componenti umane e quelle non umane della nostra soggettività».
Qui occorre una riflessione collettiva, soprattutto dopo il rapporto sulla condizione catastrofica della terra compilato dal Pentagono e apparso in questi giorni, nonostante fosse tenuto secretato dalla Presidenza americana, la stessa che ha rifiutato di apporre la sua firma al trattato di Kyoto, dove ci si proponeva di limitare le emissioni dei gas-serra. E allora: meno americanismo nell´incremento incondizionato dei consumi e più sensibilità al mondo non umano, il cui degrado non riguarda solo le sorti della terra, ma, a sentire Searle, anche le sorti della nostra anima.

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Domande per orientarci sul chi siamo

di materialiresistenti (27/02/2004 - 18:51)

 
Due risposte alla domanda: chi siamo? Le riassume un libro di Kim Sterelny per Cortina, «La sopravvivenza del più adatto», che mette le posizioni riduzioniste di Dawkins contro quelle più articolate di Gould.
FELICE CIMATTI
C'è una domanda molto importante per capire chi siamo, una domanda che - in forme solo superficialmente diverse - è al centro della riflessione scientifica come di quella filosofica, di quella economica come di quella psicologica: quando osserviamo il volto di un animale umano, quel che vediamo è qualcosa di reale, che esiste effettivamente, oppure quel volto non è che una apparenza ? Detto altrimenti: per rispondere alla domanda «chi siamo?» occorre (anche) guardare quel volto, e magari ascoltare quel che ha da dirci, oppure occorre cercare dietro di esso, proprio perché il volto non è qualcosa che esiste realmente, ma, appunto, è soltanto una semplice apparenza? Il libro di Kim Sterelny titolato La sopravvivenza del più adatto. Dawkins contro Gould , da poco uscito per Raffaello Cortina, si pone questa domanda confrontando le posizioni di due fra i più importanti biologi contemporanei, Richard Dawkins (l'autore del celebre e controverso Il gene egoista) e Stephen J. Gould, il paleontologo da poco scomparso che, insieme a Niles Eldredge, ha rivoluzionato la teoria dell'evoluzione con il suo modello dei cosiddetti «equilibri punteggiati» (secondo la quale molte caratteristiche biologiche non si possono spiegare mediante la selezione naturale).

Chiariamo la posta in gioco: se ha ragione Dawkins (e Sterelny, alla fine del libro, dichiara di stare dalla sua parte) quel volto è niente più di una specie di scatola, è un «veicolo» la cui funzione biologica è trasportare i «geni» (contenuti nei cromosomi) da una generazione alla successiva. Per usare una formula scherzosa, ma che coglie il succo dell'ipotesi di Dawkins, «la gallina è un trucco ideato dall'uovo per avere un altro uovo». Torniamo alla domanda iniziale: «chi siamo?», siamo, risponde Dawkins, delle macchine biologiche la cui funzione è permettere ai geni (non ai nostri geni, perché semmai siamo noi ad essere proprietà dei geni) di continuare ad esistere anche nella prossima generazione. Questo modo di spiegare la nostra natura è riduzionista, perché si propone di dare conto di tutto il mondo vivente, noi compresi ovviamente, mediante un «unico meccanismo», quello, appunto, della «selezione naturale», che agisce in base ad un unico scopo: favorire la sopravvivenza e la diffusione dei geni.

In particolare, Dawkins pensa che gli animali della nostra specie, Homo sapiens, siano scatole che portano per il mondo due tipi di entità, i geni, appunto, e quelli che ha definito «memi». Un «meme» è una idea, un certo modo di usare uno strumento, un certo modo dire; un «meme», ad esempio, è quello dell'«amore romantico», che porta i nostri corpi a comportarsi in un certo particolare modo.

Secondo questa teoria non siamo noi, che pensiamo i «memi», al contrario, sono i «memi» che, attraverso di noi, si diffondono (come una specie di virus) da un tempo ad un altro. Sono i «memi», in sostanza, che ci pensano. In entrambi i casi noi, animali con volto, animali che pensano e sperano, che lottano e sognano, non siamo propriamente nulla di effettivo, di reale. Vale a dire: tutti i livelli di realtà diversi da quello dei geni, e dei «memi», di fatto non sono livelli che abbiano un reale valore esplicativo. Per non fare che un esempio, da un punto di vista biologico, secondo l'opinione di Dawkins, non si può che arrivare alla conclusione che «l'altruismo sia una illusione».

Completamente diversa la posizione di Gould, il quale sostiene una visione molto più ricca e articolata del mondo biologico. In particolare, per Gould, molte caratteristiche biologiche dei viventi non hanno un'unica spiegazione evolutiva, ossia non si sono fissate e conservate perché servivano per un certo scopo (e tantomeno per diffondere i geni di cui sarebbero l'espressione). E ancora, molti fenomeni viventi non possono essere spiegati in base alla loro presunta funzione. Facciamo un primo esempio, le ali degli uccelli. Alla domanda: «perché gli uccelli hanno le ali?», una risposta evoluzionistica potrebbe essere all'incirca questa: «per volare». Ma è una risposta sbagliata. In realtà le ali si sono originariamente sviluppate per disperdere il calore (erano una specie di radiatore piumato), e solo successivamente sono diventate strumenti per volare. La funzione attuale di un organo non è detto che sia anche quella originaria.

Ma se le cose stanno così, allora esisteranno fenomeni biologici che si possono spiegare anche senza ricorrere alla selezione naturale: qualcosa, di biologico, c'è, anche se non ha (avuto) alcuna funzione. Un altro caso è il linguaggio umano. Secondo il biologo Lewontin, ad esempio, la funzione originaria del linguaggio non è stata la comunicazione, funzione che si sarebbe aggiunta (e neanche in modo del tutto adeguato) in un secondo momento. Secondo questa linea di pensiero il linguaggio non è uno strumento comunicativo, ma il nostro modo naturale di pensare. Ma siccome la nostra vita di animali umani è inseparabile dal linguaggio - dalla vita sociale a quella affettiva, dalla scienza alla politica, dall'esperienza religiosa a quella estetica - allora neanche questi fenomeni si potranno spiegare mediante i concetti della teoria dell'evoluzione, semplicemente perché il fenomeno che ne è alla base, il linguaggio appunto, non ha una spiegazione evolutiva (in effetti, il fatto che, dopo secoli di tentativi, non abbiamo nemmeno una teoria anche soltanto lontanamente plausibile relativamente alla sua supposta storia evolutiva dovrebbe allarmare i sostenitori dell'ipotesi di Dawkins).

In generale l'impostazione di Gould è contro il riduzionismo, perché ammette che i diversi livelli in cui si articolano i fenomeni viventi, quello genetico e quello del volto, quello sociale e quello individuale, si spieghino con metodi e concetti diversi. Mentre per Dawkins «le scienze naturali sono il grande strumento per produrre conoscenze oggettive sul mondo», per Gould - come sottolinea con preoccupazione Sterelny - esistono «importanti domini della conoscenza umana in cui la scienza non svolge alcun ruolo». In realtà, Gould non sostiene affatto che non si possa fare scienza, ad esempio, dell'esperienza religiosa; sostiene, però, che non c'è un unico modo di fare scienza, in particolare non c'è soltanto quello riduzionistico.

Per spiegare il modo in cui gli animali umani vivono questo tipo di esperienza, oppure quella amorosa, è sbagliato cercare nei loro geni (o nei loro «memi»), perché questa spiegazione si colloca a un livello troppo lontano da quello del fenomeno che vorrebbe spiegare: al livello dei geni non ritroviamo nulla che abbia a che vedere con l'amore umano; non perché l'amore non esista, semplicemente perché lo cerchiamo nel posto sbagliato.

La posta in gioco, allora, è sul concetto di natura: natura vuol dire, come credeva Cartesio (e il cartesiano inconsapevole Dawkins) materia, oppure significa anche (almeno nel caso dell'animale umano) cultura ? L'esperienza del volto è, come sostiene Dawkins, una «illusione» oppure è - come sosteneva Gould - una esperienza affatto reale?




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L'Europa sul bordo del diritto

di materialiresistenti (27/02/2004 - 18:48)

 
La crisi dello stato nazione nel conflittuale processo di formazione di un governo mondiale «multilivello». «I diritti del popolo-mondo» di Giuseppe Bronzini, una lucida analisi della lunga e contradditoria fase costituente europea.
TONI NEGRI
Idiritti del popolo-mondo di Giuseppe Bronzini (manifestolibri, pp. 287, € 22) non è il libro di un Faq-giurista. E piuttosto un libro militante, laddove per militante si intende quella capacità critica che legge ed interpreta, con grande puntualità, la letteratura filosofica e soprattutto giuridica più recente sulla base dell'esperienza delle lotte e del divenire antagonistico della realtà politica. Il militante spesso è, più di quanto l'accademia e i media possano immaginarlo, anche lo studioso più informato non solo di bibliografie, sentenze e precedenti, ma degli eventi e delle tendenze che li disegnano. Sicché questo appare come il libro di bordo di un giurista che, vivendo l'illusione giuridica dal di dentro, conoscendone l'efficacia, criticandola, cerca tuttavia al suo interno linee alternative. Un libro che, nell'autunno della grande immaginazione pubblicista fra Otto e Novecento, si sarebbe potuto dire «istituzionalista»? Forse. E tuttavia, se l'istituzionalismo rappresentava sul terreno del diritto l'anima riformista che si confrontava con processi rivoluzionari (spesso opponendo il realismo all'utopia, qualche volta riscoprendo l'utopia come tendenza del reale), qui viviamo invece un'età nella quale riformismo e rivoluzione hanno molti punti di contatto e la «forma giuridica» sembra aver recuperato ridondanze costituenti. Non sempre, certo, ma con sufficiente vivacità da poter dire che il «diritto ad avere diritto» sta diventando fonte delle istituzioni nell'età postmoderna. Il libro di Bronzini è importante dal punto di vista del lavoro giuridico militante, anche in quanto, oltre alla questione di metodo, si apre a temi materiali fondamentali, al problema cioè del rapporto fra la democrazia (come potenza di trasformazione sociale) e la globalizzazione dei diritti come tendenza della nostra epoca. E allora, quali sono effettivamente i diritti fondamentali che possono sorreggere una costruzione costituzionale planetaria? Qui Bronzini si muove, in maniera critica eppure positivamente orientata, sulle orme di Habermas e di Apel, cerca cioè di ridurre il sistema del discorso giuridico e la «primazia» della democrazia sui diritti ad un processo linguistico sempre aperto ed attraversato da procedure giuridiche multitudinarie.

C'è un certo ottimismo in questo inizio di Bronzini.

In particolare, egli insegue l'ipotesi della strutturazione progressiva di una società civile mondiale (e lo fa con molta prudenza); in secondo luogo promuove come tendenziale l'analisi dei processi che hanno condotto a e che dovrebbero costituzionalizzare l'ordinamento sovranazionale europeo: quest'ultimo è significativamente assunto come modello del passaggio dallo stato-nazione all'impero, come tramite tra la democrazia (che ne è il metodo) e globalizzazione dei diritti (in quanto tendenza). Popolo-mondo, per Bronzini, è un nuovo tessuto comune della società e del diritto, che si fanno globali.

Anche il diritto internazionale classico si poneva in fondo questo problema, spesso in maniera utopica, cionondimeno efficace. Nella seconda parte del suo libro, dedicata a «diritti e categorie politiche nello scenario globale», Bronzini accompagna un profondo scetticismo sulla natura e la funzione degli organismi internazionali ad una profonda attenzione alla transumanza che sta compiendosi dal diritto contrattuale internazionale degli stati-nazione al potere normativo dell'Impero. Processo contraddittorio quanti mai ne avvennero, però sempre da rilanciare. E' molto bella, in questo quadro, questa affermazione di Bronzini: «Se le Nazioni Unite non possono offrire nessuna garanzia di imparzialità, se oggi appare impossibile che gli Stati abbiamo la compiacenza di autosopprimersi in un macrostato, non resta che - sviluppando ancora una volta un'intuizione di Kant che vedeva nella forma repubblicana degli Stati il primo germe della pace perpetua - perseguire una politica di graduale svuotamento dell'oggetto della `sovranità', attraverso la costruzione di una rete di controlli e di garanzie nei confronti dei governanti». Insomma, se il problema dei diritti del «popolo-mondo» non è risolto sul terreno internazionale, se di conseguenza la miseria universale continuerà ad approfondirsi e l'esportazioni di merci o di capitali persevererà nel non trovare una strada che neutralizzi gli effetti di questa devastazione, dovremo, giuridicamente motivati, continuare a lottare contro il potere dello Stato dall'interno di ogni singolo Stato: solo la Repubblica potrà dar fiato anche all'Internazionale.

Ma non è solo questo che vogliamo: lo dicono tutti coloro che pensano ad una costituzione attiva e soggettiva dei diritti sulla scena globale. La moltitudine si presenta come costituente. Qui si tratta dunque, con una certa aggressività riformista, da subito, di creare nuove istituzioni: la corte internazionale di giustizia, per esempio, così come di realizzare la Tobin Tax, ed infine, forse, di costituzionalizzare democraticamente la lex mercatoria. Si tratta, occorre riconoscerlo, di piste che restano incerte, sottoposte all'azione del comando, eventualmente non decisive. Tuttavia una volta aperto questo processo, può ancora la cosa comune avanzare? Sì (e qui la dimensione militante reintegra il discorso) se si comprende che c'è una forza costituente (che già agisce) in questo mondo, ed è quella della disobbedienza, della resistenza. Nuovi problemi: disobbedienza e democrazia, ovvero: costituire o restaurare legalità? Questa è comunque la forma problematica nella quale si definisce e si ritrova la moltitudine costituente all'interno dei vecchi stati e all'inizio del processo rivoluzionario, globale e - perché no? - comunista.

Il centro del libro è comunque costituito, come si è detto, dall'investigazione critica sulla costituzionalizzazione dell'Europa. Non semplicemente dal punto di vista della rilevanza storica del passaggio ma anche e soprattutto dal punto di vista del progetto di una «città di uomini liberi». La disobbedienza trova qui il suo punto focale: distruttiva dell'archeologia moderna dello stato, quanto costituente, genealogica, dell'avvenire della libertà.

L'Europa è dunque un'idea forte, può diventare l'esempio della costituzionalizzazione della moltitudine, essere modello dell'evoluzione della società postmoderna, nella sua struttura giuridica come nell'insieme dei suoi valori - «principio speranza» si espone Bronzini. Qui il libro diventa compiutamente libro di bordo, inseguendo essenzialmente due passaggi. Il primo è la nuova definizione del principio di cittadinanza all'interno della discussione delle tematiche costituzionali e della formazione della Carta europea. Il secondo tema è quello del diritto del lavoro, nella formulazione che la Costituzione Europea ne sviluppa e nella forma nella quale non riesce a fissarlo. Ora, per quanto riguarda il principio di cittadinanza Bronzini sostiene che esso non vuole, e non può, in nessun modo identificarsi con quello di un eventuale demos europeo. Le diverse culture europee, così come le diverse vicende costituzionali, non possono che proporre una realtà frastagliata, ma, proprio per ciò - questo è fondamentale - più democratica e creativa di quanto il principio di cittadinanza sia mai stato. Attorno al principio di cittadinanza ed al nuovo Bill of Rights si sperimenta la capacità di un costituzionalismo «multilivelli»: di nuovo fortemente caratterizzato, perché è questa dimensione «multilivelli», «federalista» in senso costituente, che lo rende capace di essere sperimentato anche nella prospettiva della globalizzazione. Vi è un nuovo costituzionalismo che sta realizzandosi, un costituzionalismo che non esige più l'identità del principio costituente, ma che scopre nell'accettazione e nell'articolazione delle differenze la sua propria potenza. A proposito del diritto del lavoro poi.

Qui si assiste ad un singolare rovesciamento: laddove il diritto del lavoro era stato finora tutelato in maniera particolare, il neoliberalismo ha giocato su questa particolarità per imporre un'esclusione universale, e per fondare nuove gerarchie del lavoro sottoposte al privato. Come ricostruire l'universalità della potenza della forza-lavoro e come riconoscere i diritti del lavoratore alla stregua (e sul potenziamento) degli altri diritti sociali, come espressione dunque della potenza produttiva sociale? La discussione giuridica, fra mistificazioni ed ingiunzioni normative, si svolge ormai attorno a questo problema. Bronzini mostra come solo una determinazione sociale del tema «lavoro», come il riconoscimento del cittadino in quanto lavoratore, possano costruire un nuovo terreno di diritto. Per tutto il diritto. Con le ambiguità che lo caratterizzano, il succedersi degli atti costituzionali europei sono chiusi dalle lotte (ed anche dalle tradizioni) sulla strada obbligata della realizzazione di questo progetto. Ancora troppo ottimismo?

Per quanto mi riguarda sono in gran parte d'accordo con il discorso di Bronzini. Questo suo libro di bordo è un bel libro. Se ho un'obiezione da proporre non va nel senso di contestargli l'ottimismo. Essa consiste piuttosto in un'esortazione: ancora uno sforzo, compagno giurista, per diventare davvero costituente, per respirare interamente il fare giuridico della moltitudine! La mia impressione è che il discorso di Bronzini e la sua concezione del diritto non siano abbastanza sanguigni, non s'inseriscano ancora pienamente all'interno delle lotte, non recepiscano le sollecitazioni biopolitiche che la dimensione postmoderna impone. Perché continuare a riferirsi ad Habermas (resistente nella grande bonaccia neoliberale) e non assumere invece, di nuovo, a sollecitare nel progetto costituente, il materialismo dell'Aufklaerung - non semplicemente quello universalista di Kant, Kelsen e Foucault ma quello repubblicano e federalista delle istituzioni municipali, dei poteri diffusi, dei nuovi movimenti? Perché non coniugare il riformismo giusnaturalista e l'antagonismo marxista, insomma Madison con Lenin?

P.S.: C'è un problema di pratica del diritto che il libro di Bronzini lascia aperto. La forma costituzionale dell'Unione Europea con le sue Corti, con le sue strutture amministrative e le sue dinamiche di governance, in che rapporto sta, da un lato, con il lobbyng costituzionale del grande capitale e, da un altro lato con la pressione democratica delle moltitudini? Per rispondere alla questione Madison ci consiglia un colpo al cerchio, Lenin un colpo alla botte...Quel che è certo è che abbiamo bisogno di una nuova pratica politica del diritto per picchiare - contemporaneamente - dai due lati. I movimenti sembrano averlo compreso più dei giuristi, che talora vagheggiano, per la «forma giuridica», una verginea capacità di generare e di rigenerarsi.



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