Il paradigma dello umano
Intervista a Edgar Morin di Gianfranco Capitta. Sociologo della complessità, tra le figure più prestigiose della cultura contemporanea, profondo nelle analisi quanto eclettico nelle curiosità, oggi Edgar Morin viene premiato con il Nonino come «maestro del nostro tempo». E, vigile e lucido nei suoi 83 anni, continua a schierarsi con gli altermondialisti e a mettere in guardia: «se la nave-terra va avanti spinta dai quattro motori incontrollati della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia la catastrofe ecologica sarà sicura».
Edgar Morin ritira oggi nella distilleria dei Nonino il premio che porta il nome della famiglia, come «maestro del nostro tempo». E per una volta sembra che quel premio sia troppo e insieme troppo poco. A differenza di altri nomi illustri che l'hanno preceduto, lui è ben noto e quasi familiare al pubblico italiano, e da noi tante volte è venuto, come invitato o come turista; molte volte è stato intervistato, conosce così bene non solo l'amata Toscana ma anche il sud più profondo, tanto da parlare la nostra lingua in modo fluente e preciso. Nello stesso tempo però, lui «maestro» lo è stato davvero, già prima del `68, per chi si affacciava alla letteratura, al cinema, all'antropologia o al mondo. Prima che attorno a lui partissero semiologi e strutturalisti a fare del gusto scienza. Oggi è bello e rassicurante trovarlo lucido e vigile, acuto e aggiornatissimo, schierato a 83 anni con i movimenti giovanili di oggi contro la tentazione del potere unico, teorico della complessità e guida tra le forme del pensiero. Ebreo per nascita, comunista per scelta sotto il nazismo, partigiano, poi uscito dal Pcf in polemica con lo stalinismo. Una vita tra le massime istituzioni culturali di Francia e all'Unesco, per cui continua a curare un progetto. Profondo nelle analisi quanto eclettico nelle curiosità della vita quotidiana (insieme a Roland Barthes fondò Communications), nei primi anni '90 aveva rilasciato in Francia una lunga intervista su tirannia e persecuzione del telefono, cui però riconosceva il potere di una chiamata felice. Ora sente segreterie e legge sms sul cellulare, che chiede di poter tenere acceso perché sua moglie è rimasta a casa, malata. Ne sottolinea anzi l'utilità, per la possibilità che offre di potersi collegare col mondo quando si vuole. «Per il resto si può spegnerlo quando si vuole».
Cambiano solo i modi della comunicazione?
Venti anni fa la medicina prevedeva l'eliminazione dei virus e dei batteri, invece è arrivato l'Aids, c'è stato un autentico «risorgimento» dei batteri, poi c'è stata la Sars, ora c'è l'influenza dei polli. Vediamo che nella lotta umana contro le malattie, non è l'uomo il più forte: c'è una combinazione genetica contro di noi. Penso che lo stesso succeda con Internet. E' il modo più armonioso che esista per comunicare. Non mancano i problemi, ma per scrivere è fondamentale: io sono stato un mancino «contrastato» perché ai miei tempi a scuola mi impedivano di scrivere con la sinistra. Con il computer non solo ho ritrovato autonomia, ma anche la possibilità di correggere e rivedere i miei testi. Anzi, il mio modo di scrivere è più chiaro grazie all'uso del computer, rispetto a prima.
Della globalizazione lei, tra gli intellettuali, ha maggiormente denunciato i pericoli, schierandosi accanto ai movimenti no-global.
Altermondialisti, che è un'espressione molto più bella. Quando, nel 1999, è scoppiata la protesta di Seattle, è stato un fenomeno di altermondialismo. Il mondo non era più merce. E' un'altra visione del pianeta. Per me c'è un legame stretto con i movimenti internazionalisti del passato, che pure avevano questa visione. Anche se avevano dei limiti: non vedevano quelle realtà umane e sociali che erano le nazioni, e non avevano neppure l'idea della terra-patria. Avevano un'idea universalista molto forte, quel pensiero umanista di Stati uniti d'Europa, Stati uniti del mondo, che era stato sviluppato da scrittori come Victor Hugo. L'altermondialismo è in qualche modo figlio di tutta questa storia. E' un laboratorio di un mondo nuovo, per quanto disordinato e contraddittorio. Penso che la parte critica sia ben enunciata, mentre non lo è altrettanto la parte costruttiva. E' questo il problema, per cambiare non basta denunciare, non basta opporsi, bisogna proporre.
Nel processo di planetarizzazione che è cominciato per l'occidente con la conquista dell'America e poi la conquista del mondo, con tutti i suoi lati negativi, terribili, che oggi si perpetuano in Africa e nei paesi che sono stati decolonizzati e pagano le conseguenze di tutto questo, oggi l'aspetto economico è molto crudele, ma si può anche dire che ha dei risvolti positivi. Per esempio che le patate e il mais sono arrivati in Europa e hanno impedito molte carestie, e allo stesso modo la canna da zucchero e il caffè sono arrivati in America, come anche il cavallo: un processo di interscambio. Si tratta di processi che si sono sviluppati anche a livello culturale. Marx nell'800 diceva che era arrivata l'epoca della letteratura mondiale: oggi posso leggere notizie della Cina e del Giappone ma è ancora insufficiente l'universalizzazione dei diritti umani, dei diritti delle donne, delle idee di democrazia. Che pure fanno parte di questo processo. E' un processo molto complesso, con aspetti addirittura antagonisti. Un altro aspetto ambivalente: esiste la modernizzazione della nazione, aspetto tipico dell'Europa occidentale, e questa è stata necessaria per l'emancipazione dal colonialismo. Ma è stata anche causa di tutti i difetti dello stato nazionale come potere assoluto, regime dittatoriale, caratteristiche storiche delle nazioni europee, il nazismo e il fascismo. Il fenomeno della planetarizzazione della nazione è al tempo stesso positivo e negativo. Le nazioni, per problemi comuni a tutta l'umanità, abbandonano parte del loro potere. Questo è un problema cruciale: è in questa modernizzazione che dobbiamo pensare, per ragionare in modo complesso.
La complessità come sistema di lettura è diventata per lei un metodo di indagine. Dentro questa complessità possono nascere movimenti altermondialisti, ma dall'altra parte il potere si è rafforzato in blocchi economici ancora più duri, anche se si presentano morbidamente avvolti nelle suggestioni di massa, attraverso la televisione.
Non si può paragonare però questo potere ai sistemi totalitari che abbiamo conosciuto. Se rimane la pluralità nell'informazione, e soprattutto nell'informazione politica, nella pluralità della stampa. Nell'universalità della televisone c'è qualcosa di positivo che permette un'azione critica. Per parlare degli Stati Uniti, qualche decennio fa c'è stato un movimento critico molto importante che ha pesato sulla guerra del Vietman, ed era un movimento tutto interno. Adesso non esiste più un movimento del genere. Perché è cambiata la congiuntura mondiale, perché lo sviluppo della potenza statunitense non ha trovato più il contrappeso dell'Unione Sovietica, e non esiste ancora una superpotenza cinese.
Con la globalizzazione degli anni 90, si sono formate le infrastrutture di una società-mondo. Non una società nazionale espansa a livello mondiale, che non esiste ancora. Ma ci sono le infrastrutture. Una società ha bisogno di un territorio con comunicazione mondiale, per esempio Internet, e di un'economia mondiale. C'è, però infelicemente senza controllo e senza limitazioni. Il processo impedisce le strutture per svilupparsi, ma oggi le nazioni e le idee sono paralizzate. Come esiste un movimento dell'inconscio collettivo verso un società-mondo che non esiste, così gli Stati Uniti pensano che il loro ruolo sia quello imperiale, come in un'altra epoca avevano fatto i romani. Cosa che è stata anche positiva in passato quando gli Americani hanno salvato l'Europa dal fascismo.
Oggi il problema è sapere se la comunità internazionale ha la possibilità di riformare le Nazioni Unite, per rinforzale. Oggi è più evidente che o c'è un'iperpotenza imperiale, o le Nazione Unite. Ma l'impero americano non ha trovato una politica a livello dell'umanità, che non è certo un intervento militare in Iraq. Io rifiuto un'idea di sviluppo che sia unicamente un'idea tecnoeconomica, che non sia una politica per l'umanità. Politica è per prima cosa lottare contro la grande ineguaglianza. Tutto il mondo non ha lo stesso trattamento. Non vengono trattati allo stesso modo Israele e Palestina. Il mondo islamico lo capisce molto bene. Bisogna lottare per una pace giusta e per una uguaglianza di trattamento, Una politica per l'umanità deve porsi i problemi fondamentali dell'alimentazione, dell'acqua, della sanità e delle medicine. Tutto questo è molto più importante di quella cosa che viene chiamato sviluppo.
Terzo punto. Capire che la miseria umana non è solo nella povertà di mezzi, che si misura in quantità di denaro. La miseria è subordinazione, umiliazione, cose che non si misurano in dollari. C'è bisogno di una politica per l'umanità a misura di pianeta. Secondo: una politica della civilizzazione: che significa che non basta esportare le cose buone della civiltà occidentale, i diritti, ma anche vedere tutti i difetti dell'Occidente, l'egemonia del processo tecnomaterialista e del profitto, la perdita del senso della qualità della vita.
In altre civiltà che magari chiamiamo «sottosviluppate», possiamo trovare molti valori fondamentali: ospitalità, amicizia, relazione umana, solidarietà. Viviamo in una civiltà dominata dal calcolo economico e quantitativo, che non vede la sofferenza umana, o la felicità, che sono invisibili. Dobbiamo cambiare questa mentalità. E c'è una simbiosi di civiltà con realtà che sono altrettanti tesori di pensiero. Nel fondo della civiltà cinese ad esempio, con il tao e il confucianesimo. Tesori che possiamo trovare anche in società microscopiche, come quelle indie dell'Amazzonia, che conoscono segreti della medicina. Queste sono le condizioni che permettono un cambio. Ma finora gli Usa basano il loro tipo di pensiero unicamente sulla strategia, ma tutto questo non basta. Siamo arrivati a un momento nel quale il processo di autodistruzione è avanzato. Stiamo dirigendoci verso la catastrofe. Se la nave spaziale va avanti spinta dai quattro motori incontrollati della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia, allora la catastrofe ecologica sarà sicura. Invece che cercare una soluzione verso l'alto, finiremo in una scelta al ribasso come fossimo Mad Max.
Lei è stato uno dei primi tra gli studiosi di scienze umane a occuparsi di cinema. Con Jean Rouch, ha lavorato nel 1960 a un film da cui si fa nascere la novelle vague francese.
Rouch ha utilizzato quelle condizioni tecniche che hanno permesso di fare il film, fuori delle grandi produzioni... I film erano condizionati dal dover scivolare verso il lieto fine, il raggiungimento della felicità, celebrato dal bacio finale. Nel 1960, nella crisi di questa ideologia, quando si è capito che non bastava il benessere materiale, ma ci voleva un benessere profondo, dell'intera persona, non è più stato necessario che il film finisse con un happy end, ma si è potuta mostrare la forma tragica o ambivalente (era successo anche in un film di Martin Ritt) , una rottura della standardizzazione. Lo stesso accadeva nella stampa femminile francese, che fino a quel momento si era occupata di felicità e di piccoli problemi coniugali e poi è cambiata, ha affrontato problemi come la solitudine, il divorzio, i figli che se ne vanno, l'invecchiamento. Il cinema è arrivato a osservare questo.
Un suo libro famoso di quegli anni era sulle star e il divismo, su cui lei ha scritto forse l'analisi più approfondita. Da Reagan in poi, e fino a Schwarzenegger i divi sono diventati leader politici.
C'è stata la «divizzazione» della politica, processo che era già cominciato con Kennedy, sempre ritratto con la moglie, e con i bambini, come allora facevano solo le star. E si è generalizzato fuori degli Stati uniti.
Anche il nostro capo del governo è una star mediatica.
Anche molti presentatori televisivi si sono dati alla politica, e penso che questo porti a una degradazione della politica. Perché la politica non è più un'attività pensante. Nell'800 c'erano i Marx, i Bakunin, i Proudhon, o per i conservatorei pensatori come Toqueville. Oggi non c'è più riflessione, il politico non ha tempo per leggere. E' un campo per tecnocrati e per specialisti in economia, vedono solo i listini di borsa, che sono solo quantitativi, non hanno più la capacità di pensare la società e il futuro, perché il futuro è difficile da pensare. Questo è un fattore di degrado. A ciò si aggiunge il divismo con il ruolo evidentemente nuovo della televisione. Ma quando c'è una lotta politica tra due di pari grado, entrrambi rimangono della propria idea, solo una piccola minoranza può determinare il cambiamento.
Allora dobbiamo confidare in quella minoranza?
Quando l'alternativa è tra due possibilità entrambe negative, che può fare una minoranza?
Alla svolta di una avventura
intervista a Marcello Cini di Marco d'Eramo.
. Incontro con Marcello Cini a mo' di bilancio di una stagione che sta abbandonando i suoi paradigmi scientifici. «Quando ero un ragazzo la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione. E il comunismo prefigurava una società di uguali, di felici, di persone capaci di esprimersi compiutamente. In fondo queste due utopie le ho ancora. Come provo ancora curiosità per le infinite manifestazioni del pensiero».
Oggi Marcello Cini riceverà il premio Nonino 2004 in quanto «maestro del pensiero italiano». Per me Cini è stato maestro non solo nel solo in senso generico, ossia in quanto pensatore che ha introdotto il concetto di «non neutralità della scienza» e in quanto scienziato politicamente impegnato, ma in un senso più concreto: è stato, infatti, mio professore di fisica quantistica, è stato l'unico docente a interloquire con noi nel '68, mi ha fatto fare la tesi nel suo gruppo di fisica teorica e, dopo la laurea, mi ha fatto entrare come borsista all'Istituto Enrico Fermi; non solo, ma è stato uno dei fondatori del giornale, il manifesto, per cui lavoro e che ora state leggendo. Cogliamo l'occasione del premio per tracciare insieme una sorta di bilancio di tutto quel che è cambiato da quando, era il 1976, uscì per Feltrinelli L'ape e l'architetto, che Cini scrisse insieme a Giovanni Ciccotti, Michelangelo De Maria e Gianni Jona-Lasinio. Il libro fece epoca, ruppe la tirannia che positivismo e scientismo esercitavano sul discorso relativo alla scienza e ne rese evidente la non neutralità quando in gioco è non soltanto la scelta dell'oggetto della ricerca, ma anche le categorie concettuali con cui interpretare il mondo.
Oggi il termine «neutralità della scienza» è quasi scomparso dalla circolazione.
Mi pare caduto in disuso anche perché basta aprire i giornali per accorgersi che si è diffusa l'idea per cui sembra sia la società a stimolare nuove conoscenze scientifiche, indirizzandole in una direzione piuttosto che in un'altra. Certo, è più sofisticato andare a guardare in che modo gli strumenti concettuali scientifici hanno radici nel contesto sociale. Le stesse categorie con cui s'interpreta il mondo sono storicamente determinate.
Alan Sokal ha fatto tutto un numero contro questa idea.
Certo, questa idea è riconosciuta più nella cultura generale che non tra gli scienziati, i quali si battono ancora come leoni per negare la storicità delle categorie scientifiche. Tutt'al più possono riconoscere che ci sono finanziamenti maggiori o minori per certi settori piuttosto che per altri. Perché gli scienziati hanno bisogno che sia riconosciuto uno status speciale delle verità della scienza: verità che devono essere svincolate dalla contingenza.
Come mai tutta la filosofia della scienza - da Karl Popper a Imre Lakatos, a Thomas Kuhn a Paul Feyerabend, compresa la stesura dell'Ape e l'architetto, si è concentrata tra gli anni `50 e fine anni `70, mentre poi sembra che questa produzione si sia esaurita?
Perché molte idee della filosofia della scienza sono ormai acquisite. Un filosofo che pretendesse di andare in cattedra ripetendo quelle cose, difficilmente sarebbe riconosciuto come pensatore. Ma forse io sono troppo ottimista. Forse quelle idee semplicemente sono dimenticate.
Di solito la storia non risolve i problemi, li accantona, non sapremo mai se avevano ragione i guelfi o i ghibellini...
Sì, forse i problemi si accantonano e poi bisogna ricominciare da capo a riscoprirli o a ripeterli. Ma lo stesso Paolo Rossi che - a proposito dell'Ape e l'architetto - negli anni `70 ci chiamava con spregio «epistemologi della domenica», dilettanti sprovveduti, credo che oggi sia disposto a concedere molto su questo terreno. Senza parlare dei post-moderni, dei Richard Rorty, che sono odiati da scienziati come Sokal. Ma mi sembra che nella filosofia della scienza sia ormai riconosciuto il fatto che le categorie scientifiche nascono da un tessuto culturale più vasto di una data epoca. È solo il realismo ingenuo degli scienziati a resistere, nella concezione astorica della scienza.
Forse ha influito anche lo spostamento del paradigma scientifico, da un paradigma fisico-matematico a un paradigma biologico.
Non c'è dubbio, il modello di scienza non è più la fisica, che è stata detronizzata. Vi sono due livelli: da un lato la storicità della natura, l'evoluzione del sistema solare, l'evoluzione della vita, l'evoluzione delle civiltà. Il pensiero evoluzionista è diventato comune alla maggioranza delle discipline. Per fare una battuta, nell'interpretazione della natura il pensiero eracliteo è diventato dominante rispetto al pensiero parmenideo. Dall'altro lato, a livello della conoscenza, le stesse categorie d'intepretazione di questa natura storica sono anch'esse storiche. Il pensiero che s'impone è quello biologico-evolutivo. La fisica è stata la disciplina che ha permesso di conoscere e dominare la materia inerte: questo capitolo è quasi concluso. Si fanno speculazioni sulla cosmologia, però diventa sempre più inverificabile. Anche le teorie del tutto, come le stringhe, stanno diventando una specie di metafisica. La grande rottura sta, invece, nel fatto che è cominciata l'avventura della conoscenza della vita e della mente umana. E nessuno si sogna di pensare alle leggi della mente umana come alle equazioni di Maxwell. Nessuno ricerca «l'equazione del cervello». L'oggetto stesso della scienza è mutato. Seguendo Gregory Bateson, c'è una gerarchia anche ontologica che separa gli organismi viventi. I linguaggi necessari a descrivere i diversi livelli di organizzazione della materia non sono riducibili l'uno all'altro. Non ha senso spiegare le proprietà delle proteine, del Dna, con le equazioni degli atomi che le compongono. I linguaggi devono tenere conto della natura sempre più complessa di questi livelli.
Negli anni `80 si è fatto un gran parlare di complessità, a proposito e a sproposito. È stata anche usata come una sorta di giustificazione per il disimpegno politico: poiché la società è complessa non c'è più lotta tra classi.
È un termine ambiguo che, anche in ambito scientifico, ha significati diversi a seconda delle discipline: la complessità algoritmica della matematica ha un significato preciso e non ha nulla a che vedere con la complessità del cervello umano o con la complessità delle strutture frattali, per non parlare poi della complessità della società. Il termine «complessità» va usato a proposito. Quel che indica, però, è il predominare del processo di scambio di informazioni tra le parti di un sistema, per tenere insieme quel sistema. La circolazione dell'informazione è il collante che tiene insieme un sistema complesso. Il che non accade in un sistema «complicato», anche se vi avvengono retroazioni, sistemi di autocorrezione.
C'è un lato paradossale: gli scientisti hanno sempre paragonato la natura o la società al prodotto tecnologico più avanzato di quell'epoca. Nel `700 la natura era paragonata a un orologio; nell'800 la società era paragonata a un treno («la locomotiva del progresso»). Oggi, in fondo, il termine «società complessa» non fa altro che usare per la società la metafora del computer, il nostro prodotto tecnologico più avanzato.
Anche la mente umana è stata paragonata a un computer. Ma l'idea che la mente funzioni come un computer è sempre più criticata. Di recente proprio sul manifesto c'è stata una discussione sul cognitivismo. Ma anche lì, i neurofisiologi più avanzati, da Jean-Pierre Changeux ad Antonio Damasio, insistono sulla commistione intima del cervello con il corpo, per cui diventa fondamentale il peso dell'interazioni tra corpo e cervello anche nelle funzioni puramente cognitive dell'uomo. Un computer senza muscoli e senza pancia...
Ricordi il dissenso tra Anassagora e Aritostotele? Anassagora diceva che l'uomo è uomo perché ha le mani, mentre per Aristotele l'uomo è uomo perché ha la ragione.
I riferimenti al passato si ripresentano sempre. Se leggi Damasio, aveva torto Cartesio e aveva ragione Spinoza. E a dirlo è un neurofisiologo hard.
Molte persone, anche colte, diffidano della conoscenza del corpo umano offerta dalla scienza occidentale, si affidano alla medicina cinese, a quella ayurvedica, all'omeopatia. C'è forse anche un aspetto di superstizione, ma se uno dovesse prenderle almeno in parte sul serio, dovrebbe porsi il problema dei diversi piani di realtà. Capire quali potrebbero essere le interazioni fra queste conoscenze e queste realtà.
Un esempio clamoroso è quello di Francisco Varela, uno scienziato di fama internazionale, che ha seriamente considerato l'importanza delle filosofie orientali come ponte tra l'esperienza vissuta in prima persona, emotiva, di autocoscienza, di percezione di quel che Bateson chiamerebbe il sacro, e la descrizione dall'esterno di queste esperienze che fornisce la scienza. Questa differenza è tipica della fenomenologia, da Edmund Husserl a Paul Ricoeur: lo si vede nel dialogo tra Changeux e Ricoeur (La natura e la regola, 1998, trad. it. Raffello Cortina, ndr) che tentano di trovare un elemento comune e non ci riescono. L'unico terreno comune lo trovano nel ricollegarsi all'evoluzione, evoluzione della mente umana, del modo di percepire e conoscere. C'è una differenza ontologica tra spiegare e ricostruire dall'esterno la correlazione tra emozioni e funzionamento di certi organismi e il fatto di vivere le emozioni. Insomma, non tutta la realtà è ricostruibile e rappresentabile attraverso forme di conoscenza - che chiamiamo scienza - basate, per dirla con Galileo, su «sensate esperienze e certe dimostrazioni».
A proposito di «sensate esperienze», uno dei dogmi della scienza era la ripetibilità degli esperimenti. Ora invece per ragioni diverse, gli esperimenti sono sempre meno ripetibili. Intanto per il costo: quando un esperimento costa all'incirca 9.000 miliardi di euro (tanto richiede l'ultimo acceleratore progettato), ripetere indipendentemente l'esperimento vorrebbe dire spendere altrettanto. E poi, molti particolari degli esperimenti sono tenuti segreti, o per ragioni militari o, soprattutto nella ricerca biologica, per questioni di brevetto. Insomma la verificabilità o falsificabilità, tanto cara a Popper, è diventata del tutto aleatoria.
Siamo sempre legati alle tradizioni. Gli scienziati, Antonino Zichichi in testa, si proclamano eredi di Galielo, ma è pura giaculatoria. È come la ricerca genealogica delle famiglie nobili che fa risalire l'ascendenza alle crociate: è oziosa, perché oggi non si usano le mazze ferrate come alle crociate. Gli scienziati (tra cui molti miei autorevoli colleghi) che hanno firmato il manifesto «Galileo 2001», si richiamano a Galileo per dire che gli ambientalisti inventano fandonie e sono terroristi, ma questo è come andare in guerra con le mazze ferrate.
La fine della ripetibilità degli esperimenti fa parte di una tendenza più generale che John Horgan ha chiamato - in un libro dall'omonimo titolo - La fine della scienza (1996, trad. it. Adelphi).
Io non sono d'accordo con la tesi della fine della scienza. Mi vengono in mente i libri di Pino Longo, per esempio l'ultimo, Il simbionte (Meltemi 2003), o Il nuovo golem (Laterza 2000). Mi piacciono molto, lui mi piace anche come romanziere, l'ho anche recensito sul manifesto. Però abbiamo due idee della scienza un po' diverse. Se si identifica la scienza con le sue definizioni classiche, è vero, non c'è più scienza. Quel che sostengono in parte Galimberti e in parte Pino Longo è che la macchina ha preso il sopravvento, che c'è una dinamica di espansione e sviluppo incontrollato delle macchine. E perciò non c'è più scienza, ma tecnologia che si autoriproduce, in cui gli uomini diventano strumenti delle macchine. Quindi non si può più parlare di conoscenza della natura, perché non c'è più natura. Gli entusiasti del progresso ribattono che è da quando è stata inventata l'agricoltura che la natura è artificiale. Ma ci sono le discontinuità, da questo punto di vista hanno ragione Steven Jay Gould e Niles Eldredge con la teoria degli equilibri punteggiati nell'evoluzione. Ogni scalino porta a un'artificializzazione crescente del mondo, che si accompagna però a una divaricazione tra chi è intriso, travolto da questo meccanismo e chi sta ancora al medio evo. Io ho ottant'anni e apprezzo di avere una protesi nell'anca, il cristallino nuovo e farmaci che mi fanno andare avanti, non lo nego; ma nel Terzo mondo la speranza di vita è ancora di quarant'anni. E se va avanti così, rischia di esplodere tutto.
Come se ne esce?
Finora non abbiamo parlato del mercato, ma se vai a grattare, il nodo del problema è che sotto sotto c'è la riduzione di tutto a merce. Il capitalismo è nato per trasformare in merce i beni materiali, cioè quelle cose che se le consumo io, non le consumi tu, e viceversa. Adesso siamo a una svolta in cui il capitalismo cerca di trasformare in merce tutte le forme non materiali di soddisfazione dei bisogni più svariati. Tutto deve essere ridotto a merce. Perciò dobbiamo ridare alla conoscenza la sua natura di bene che non si consuma, ma anzi si moltiplica nella sua fruizione sociale. E questa macchinizzazione dell'uomo la fermiamo se riesciamo a far retrocedere la mercificazione del conoscere (non è una cosa da poco, perché significa sconfiggere Bill Gates) e a riportare la produzione di comunicazione, di conoscenza, di bellezza, alla loro natura di scambi tra esseri umani. Tutto il movimento del free software si richiama alle tradizioni delle società scientifiche del `600 e fa parte di questo tentativo di demercificare l'immateriale, la conoscenza.
Hai scritto che hai passato gran parte della tua vita concentrandonti sul comunismo e sulla fisica. Ora viviamo in un mondo...
... in cui non c'è il comunismo e non c'è la fisica. Oggi non farei più il fisico, anche se ho lavorato fino a pochi mesi fa sulla meccanica quantistica, perché quando uno ha un'idea fissa, continuo a girarci attorno. Devo dire che la scienza mi affascina ancora. Sono un grande curioso, anche delle ricerche sul cervello, sulla mente, sulla vita, perché a livello di divulgazione elevata posso non solo apprezzarle, ma leggerle in una certa ottica, inquadrarle. Il comunismo era un'utopia, come la fisica. Quand'ero ragazzo la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione; il comunismo era l'utopia di una società di uguali, felici, che possono dispiegarsi e rispettarsi. In fondo queste due utopie le ho ancora. C'è la curiosità per tutto quel che mi circonda, per il mondo, per le infinite manifestazioni del pensiero. Per quanto riguarda la società, i problemi sono lì, anzi si complicano: allora pensavamo che bastassero ricette molto semplici per rendere giusta la società e felici gli uomini. Si è rivelato molto più complicato, ma non credo che i giovani debbano rinunciare a queste utopie. Nei prossimi cinquant'anni i nodi dell'ambiente e delle diseguaglianze verranno al pettine. È un mondo minaccioso, ma è una ragione in più per impegnarcisi.
Rivista FORME DI VITA n. 1
di Derive Approdi.
La natura umana
Può una rivista di filosofia incidere sul senso comune, tenere insieme riflessione teorica e analisi dei fenomeni più attuali, mettere a soqquadro l’accademia e parlare alla parte più colta e inquieta del movimento di Seattle e di Genova?
È questa la scommessa di Forme di vita, una rivista in forma di libro, cui collaborano, tra gli altri, Giorgio Agamben, Stefano Catucci, Felice Cimatti, Massimo De Carolis, Paolo Virno.
Contro la pappa del "pensiero debole", ma anche contro i vicoli ciechi in cui si infilano le scienze cognitive, Forme di vita propone una filosofia naturalistica dalle spalle larghe: in grado cioè di dare conto della pratica storico-politica, delle consuetudini etiche, dell’esperienza artistica.
Il primo numero della rivista, in uscita a gennaio, presenta un inserto monografico dedicato alla "natura umana". Ciò che distingue la nostra specie dalle altre viene in primo piano nell’epoca della "globalizzazione", allorché ogni singola forma di vita deve fare i conti con il mondo intero. Le prerogative dell’Homo sapiens – linguaggio, capacità tecniche, socialità – sono, oggi, la posta in palio dei conflitti politici.
Il primo numero di Forme di vita si occupa di biologia e storia, natura e cultura, intelligenza artificiale e affetti. Troppa carne al fuoco? No, il minimo necessario per afferrare il proprio tempo con il pensiero.
Hanno scritto su questo numero: Agamben, Castellucci, Catucci, Cimatti, Consigliere, De Carolis, Mazzeo, Moscati, Portmann, Virno.
L’editoriale
Acting out
Nelle trasformazioni sociali del nostro tempo, le forme del sapere hanno assunto un ruolo sempre più cruciale e delicato. La conoscenza è oggi centrale a ogni livello della produzione sociale, guida i grandi processi economici, determina la qualità e l’organizzazione del lavoro, definisce le unità di misura di aspettative e bisogni sulla cui base vengono stabilite priorità non solo di ordine teorico, ma anche di ordine pratico e politico.
Se però il carattere di questa centralità è diventato tanto nitido da apparire persino ovvio, meno ovvio è il fatto che il pensiero teorico stenti a confrontarsi con una simile realtà e che la comprensione dei nuovi sistemi di sapere sconti il debito di un’attenzione inadeguata, viziata da prospettive incapaci di inquadrare il fenomeno in tutta la sua portata, anzitutto in senso filosofico.
Forme di vita vuole intervenire in questo scenario e vuole portare lo sguardo della filosofia proprio laddove esso appare, oggi, al tempo stesso più necessario e più latitante.
1. Lo scenario epistemico
Nel corso della seconda metà del Novecento, il sistema delle conoscenze è profondamente mutato. In particolare, si è dissolto un insieme di distinzioni categoriali cui erano correlate altrettante articolazioni portanti dell’impalcatura del sapere moderno. La prima di queste distinzioni è quella tra fenomeni naturali e fenomeni storici, alla quale era logicamente correlata la distinzione tra "scienze della natura" e "scienze umane" (o "scienze dello spirito"). La seconda, quella tra problemi empirici e problemi trascendentali (o grammaticali, secondo la terminologia di Wittgenstein), che nel paradigma moderno si traduceva nella distinzione tra le scienze in senso lato e la filosofia. La terza distinzione è quella tra il necessario e il possibile, che marcava la separazione tra il sapere teoretico in tutte le sue sfaccettature e un sapere pratico ormai ridefinito, nel mondo moderno, come sapere essenzialmente tecnico.
Il carattere problematico di queste distinzioni era stato riconosciuto e affrontato a più riprese nel corso della modernità, ma l’edificio epistemico (di cui le università erano l’istituzione centrale) ha continuato di fatto a modellarsi su di esse fino alla Seconda guerra mondiale, mentre i progetti di rivoluzionamento di questa impalcatura rimanevano per lo più al livello di puri esercizi speculativi. A partire dagli anni Cinquanta invece – in coincidenza, peraltro, con lo spostamento geografico dall’Europa agli Stati Uniti dei programmi di ricerca più avanzati – è andata sempre più emergendo una zona d’indistinzione tra le categorie citate, col risultato che le ricerche devono, a loro volta, insediarsi in questo spazio, traducendosi così in discipline nuove, che è sempre più aleatorio voler catalogare secondo gli schemi tradizionali.
Il frutto più maturo di questa evoluzione è la genesi di quelle che potremmo chiamare le tecnoscienze dell’uomo, vale a dire una famiglia di discipline e di programmi di ricerca che, pur mantenendo la stretta correlazione tra scienza e tecnica tipica delle scienze naturali – anzi, pur spingendo questa correlazione a un livello anche più alto che in passato – si rivolgono sistematicamente a un oggetto riservato un tempo alle sole scienze umane, tanto da costituirne la base vera e propria: l’insieme delle facoltà specifiche che definiscono l’umanità dell’uomo.
Schematicamente, possiamo raccogliere questi nuovi programmi di ricerca in due polarità di base, corrispondenti alla tradizionale definizione dell’uomo come "animale razionale". Avremo così da un lato un’ingegneria biologica, rivolta alle disposizioni dell’uomo in quanto vivente della specie Homo sapiens; dall’altro un’ingegneria cognitiva che ha per oggetto tutte le articolazioni della "razionalità".
* Sono queste le linee di ricerca che oggi costituiscono il fulcro del sapere socialmente produttivo e che, conseguentemente, attraggono anche la maggior parte delle risorse economiche. D’altro canto, la genesi delle nuove discipline dal relativo dissolvimento delle vecchie distinzioni fa supporre che i problemi debbano addensarsi soprattutto al centro di questa nuova bipolarità, ovvero nel punto dove entrambe le linee di ricerca sono spinte a tematizzare le facoltà basilari del linguaggio e della prassi.
2. Il mutamento delle forme di vita
Il dissolvimento delle distinzioni categoriali non si esaurisce in questo rivoluzionamento interno delle forme del sapere ma tocca direttamente le forme di vita della modernità avanzata (o, se si preferisce, della postmodernità). I tratti emergenti di queste forme di vita sono dettati, infatti, dalla crescente indistinzione tra naturale e storico, empirico e trascendentale, necessario e possibile – il che rende queste figure (e forse persino il concetto stesso di forma-di-vita, con cui le designiamo) inaccessibili alle indagini conoscitive tradizionali.
In primo luogo, un tratto basilare dell’epoca presente è il modo in cui la natura dell’uomo (vale a dire: la costituzione fisica e biologica della nostra specie, le disposizioni innate che la caratterizzano) si trova direttamente messa in causa all’interno dei fenomeni storici che definiscono il presente: la facoltà di linguaggio diviene immediatamente lo strumento produttivo primario, la flessibilità costitutiva dell’apertura al mondo è la posta in gioco nei conflitti sociali, i processi biologici sono il terreno fondamentale di costituzione del potere.
In secondo luogo, i processi di comunicazione della società globale travolgono ormai quotidianamente le cornici abituali che la tarda cultura europea chiamava mondi storici, ritenendo che essi dettassero, volta per volta, la grammatica dell’esperienza di un’epoca. Allo sradicamento da queste cornici si accoppia la loro proliferazione: nel momento in cui ogni immagine pubblicitaria e ogni messaggio raggiunto più o meno a caso sulla rete telematica si presentano come incursione frammentaria in un mondo, l’esperienza nel suo complesso non è più organizzata intorno a cose, ma a mondi virtuali – cioè: diversi, contingenti e comunque interni al contesto empirico che pretendono di regolamentare.
In terzo luogo, l’evoluzione della tecnica, con la sua crescente capacità d’investire la costituzione psicofisica dell’animale umano, tende a rendere manipolabili le stesse condizioni di possibilità dell’esperienza. Molto di ciò che qualche decennio fa era un dato necessario e inevitabile figura oggi come l’oggetto di una decisione; ai pericoli imposti dai limiti naturali subentrano i rischi impliciti nella decisione, e i rischi scandiscono la vita quotidiana, sovrapponendo il necessario e il possibile nell’ibrido della fatalità, che accompagna ogni evento.
* I modi d’essere che emergono in questo scenario sono il campo d’indagine privilegiato della rivista, i fenomeni di cui s’intende mettere a fuoco il senso – sul modello degli ultimi grandi esempi di ricerca filosofica in Europa, orientati alla fenomenologia della fatticità o all’analisi dei giochi linguistici. Espressamente ripreso da questi modelli, il termine "forme di vita" vorrebbe mettere in primo piano l’intreccio tra il momento biologico-naturale e quello storico-linguistico, fra il piano empirico e quello trascendentale. L’espressione "forme di vita", perciò, va presa alla lettera, non come generico sinonimo di "stile di vita" o "atteggiamento": in ciascuna di queste figure, il momento fondamentale è quello in cui un’attitudine linguistica e pratica dà una forma specifica alle invarianti biologiche dell’animale umano. Ne deriva che metodi e temi delle tecnoscienze umane costituiscono tanto un interlocutore quanto un oggetto basilare della ricerca qui in programma.
3. Il lato oscuro del moderno
Il nuovo sapere non ha ancora trovato una sintesi stabile e condivisa, paragonabile a quella moderna per universalità e coerenza. Se accantoniamo la vulgata che ne accompagna lo sviluppo, troviamo anzi in ogni sua articolazione decisiva un conflitto di paradigmi intorno a problemi che restano sostanzialmente aperti. Non si tratta di problemi nuovi, ma di aporie che erano al fondo dello stesso sapere moderno, rimanendovi sostanzialmente irrisolte. D’altra parte, il complesso di distinzioni che strutturava l’impalcatura del sapere aveva il compito non di risolverle, ma di rimuoverne o controllarne il potenziale esplosivo. Venendo meno queste distinzioni, anche la problematicità latente, su cui esse poggiavano, emerge in superficie.
Anche in questo, l’evoluzione delle conoscenze sembra rispecchiare l’evoluzione sociale. Com’è stato osservato (Luhmann, Giddens), gli assetti strutturali della società moderna non sono mutati in questo scorcio d’epoca (es.: economia monetaria, impresa capitalistica, diritto positivo ecc.). Mentre però fino alla fine dell’Ottocento queste istituzioni sono state il vettore di un progresso e di un potenziamento in apparenza irresistibili, nel Novecento è emerso un "lato oscuro del moderno", per cui non i ritardi, ma proprio i passi avanti nella modernizzazione hanno comportato un prezzo sempre più alto in termini di qualità della vita e stabilità del legame sociale.
* Si può avanzare l’ipotesi che i problemi che turbano lo scenario epistemico rispecchino le opacità delle pratiche sociali e siano in grado, qualora risolti, di gettare una luce anche su queste zone d’ombra. Se è così, il lavoro sostanzialmente speculativo che la rivista intende svolgere può sperare di avere anche un’utilità politica, aiutandoci a orientarci nello scenario dei nuovi conflitti e delle opzioni in gioco nello scontro. (…)
Dal compromesso storico al compromesso telecratico
di Danilo Zolo.
L'autore ricostruisce lo sviluppo del sistema delle comunicazioni di massa in Italia nel corso degli anni novena. La tesi centrale del saggio è che l'egemonia delle forme televisive della comunicazione politica ha profondamente trasformato la struttura del sistema politico italiano. Sono scomparsi i 'partiti di massa' e le stesse strutture della rappresentanza si sono svuotate dei loro significati tradizionali. I nuovi soggetti politici non sono più, propriamente, dei 'partiti': sono delle élites di imprenditori elettorali che attraverso la Televisione offrono alle masse dei cittadini-consumatori i propri prodotti simbolici, facendosi concorrenza pubblicitaria secondo precise strategie di marketing. Sul piano normativo il Parlamento e i governi hanno sistematicamente legalizzato il duopolio pubblico-privato esistente nel settore dei media ed oggi si profila all'orizzonte un nuovo paradigma costituzionale, quello del 'compromesso telecratico'. Da una parte c'è il sistema dei partiti che ha tuttora saldamente in mano i tre canali della televisione pubblica (la Rai) e dall'altra c'è il monopolio esercitato entro il mercato privato dalla Fininvest, di proprietà del manager multimediale e leader politico Silvio Berlusconi.
1. Prima o Seconda Repubblica?
La distinzione fra una 'Prima Repubblica' ed una 'Seconda Repubblica' rimane un tema controverso. C'è chi sostiene che si tratta di due fasi nettamente scandite dalle novità politiche e istituzionali che si sono affermate nella prima metà degli anni novena: il superamento del sistema proporzionale, la vicenda di 'Tangentopoli', la fine della cinquantennale egemonia democristiana, la crisi dell'identità nazionale, lo 'sdoganamento' della destra ex-fascista. Altri obiettano, soprattutto nell'ambito della sinistra, che la struttura costituzionale dello Stato è rimasta immutata: siamo ancora in presenza di una repubblica parlamentare che ha al suo centro istituti come il pluralismo dei partiti, la responsabilità del governo nei confronti del parlamento e l'elezione indiretta del Presidente della Repubblica.
Tutto ciò è innegabile, e tuttavia si può sostenere che la situazione è profondamente cambiata almeno da un importante punto di vista: i partiti politici della Prima Repubblica sono scomparsi. O si sono trasformati in formazioni politiche nuove o sono stati sostituiti da attori politici del tutto inediti. Quest'ultimi evitano la stessa denominazione di 'partito' -- preferiscono chiamarsi 'Lega', 'Rete', 'Alleanza', 'Forza Italia', 'Polo', 'Ulivo', etc. -- e comunicano con il pubblico e con i propri elettori in forme molto diverse rispetto al passato.
Non soltanto sono mutate l'identità e l'immagine dei soggetti politici, ma sono profondamente cambiate le modalità della loro comunicazione politica. Al fondo di questo cambiamento c'è un'estesa contaminazione fra differenti codici funzionali: quello della decisione politica, quello del profitto aziendale e quello della comunicazione multimediale. E si profila soprattutto un diverso rapporto fra il sottosistema della politica e il sottosistema delle comunicazioni di massa, in modo particolare della comunicazione televisiva.
Ci si potrebbe chiedere se all'interno di società informatizzate, come lo è la società italiana, un cambiamento di questa natura non rappresenti un vero e proprio shift costituzionale. Usando un linguaggio schumpeteriano, si potrebbe sostenere che l'Italia è passata, in meno di un ventennio, da un modello di democrazia neoclassica, fondata sul pluralismo competitivo dei partiti, a un modello di democrazia post-classica, e cioè post-rappresentativa, tele-plebiscitaria e sondocratica. La fase di passaggio è stata aperta dal 'compromesso storico', cui è succeduto, nel corso degli anni ottanta dominati dalla figura di Bettino Craxi, il regime partitocratico, caratterizzato dall'occupazione dello Stato da parte del 'sistema dei partiti' e dal diffondersi della corruzione. In questo quadro il momento cruciale nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica può essere individuato nella complessa vicenda 'telecratica' che si è conclusa nell'agosto del 1990 con l'approvazione della 'Legge Mammì'.
2. Partitocrazia e monopoli comunicativi
Nei primi decenni repubblicani la comunicazione politica si era fondata sulle strutture organizzative dei partiti, in particolare dei partiti di massa, a cominciare dal Partito comunista. Era la trama delle organizzazioni di base, capaci di mobilitare centinaia di migliaia di iscritti, a svolgere un'essenziale funzione comunicativa. L'elaborazione dei programmi, la definizione delle strategie e delle priorità, e persino l'elaborazione delle decisioni politiche fondamentali passavano attraverso processi di capillare discussione e deliberazione entro le assemblee di partito, dalle riunioni di 'sezione' ai Congressi nazionali. Anche se, certo, questi processi non emanavano 'dal basso', ma erano stimolati e sorvegliati dalle direzioni centrali e dai funzionari locali, essi svolgevano comunque un'importante funzione 'democratica', almeno nel senso che coinvolgevano decine di migliaia di cittadini in processi di canalizzazione dell'informazione politica, di tematizzazione degli issues, di sensibilizzazione civile.
Tutto questo era sostenuto dalla 'stampa di partito' che svolgeva una funzione di guida ideologica, di metodica interpretazione dei fatti e di autorevole pedagogia sociale per i militanti dei partiti: "definiva la linea", come allora si diceva in gergo. Indirettamente la comunicazione politica interna si rivolgeva anche all'opinione pubblica e alle altre forze politiche. La comunicazione verso l'esterno, a parte il massiccio uso di 'manifesti' in campagna elettorale, era garantita dalle stesse manifestazioni dei partiti: dai raduni di massa ai comizi nelle piazze delle città italiane, ai 'Festival' regionali e nazionali, che richiamavano centinaia di migliaia di militanti, simpatizzanti e cittadini interessati.
Quanto agli altri strumenti della comunicazione pubblica, in particolare i quotidiani di informazione, la radio e la televisione, essi erano poco utilizzati per fini di comunicazione politica diretta ed erano monopolizzati dalle forze di governo secondo una tradizione che risaliva al fascismo: erano cioè controllati dal partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana, ed erano fortemente influenzati dalla cultura cattolica. La sola, parziale eccezione era rappresentata da alcuni quotiani di proprietà delle grandi imprese del Nord, come La Stampa e Il Corriere della Sera.
Ma a partire dalla seconda metà degli anni settanta, questa situazione tende a cambiare, in sintonia con la crescente informatizzazione della società italiana. In questi anni l'attenzione dei partiti e delle forze economiche si volge sempre più ai nuovi mezzi di comunicazione di massa, anzitutto la televisione, individuati come i luoghi strategici per la produzione del consenso e il controllo del mercato. L'accaparramento da parte dei partiti politici delle risorse e degli spazi della comunicazione elettronica si realizza sin dall'inizio nelle forme di una competizione senza regole e di una spartizione selvaggia. Selvaggia è la lotta attorno alle agenzie pubblicitarie che raccolgono e controllano, con forti tendenze monopolistiche, il flusso della pubblicità commerciale destinata ai media stampati ed elettronici e che condizionano quindi la libertà di informazione e di comunicazione, essendo la pubblicità una risorsa essenziale persino per la Rai. E altrattanto selvaggia, una volta caduto, agli inzi degli anni ottanta, il monopolio televisivo della Rai, è la competizione fra le maggiori emittenti private per ottenere le concessioni per l'uso delle bande di frequenza a livello nazionale o regionale e, ancor prima, per conquistarsi una posizione di mercato abbastanza solida da essere al riparo da successivi interventi normativi.
Di fatto i centri della comunicazione elettronica vengono sottoposti ad un regime di sovranità limitata in base al quale il 'pluralismo' della comunicazione - pubblica e privata - finisce per rispecchiare, salvo poche e poco rilevanti eccezioni, il pluralismo interno al sistema dei partiti. Superato il monopolio democristiano sulla Rai, in vigore sin dai tempi di Amintore Fanfani e di Ettore Bernabei, il pluralismo dei mezzi di comunicazione si afferma secondo una elementare logica spartitoria. I tre canali della televisivione pubblica vengono di fatto assegnati a tre partiti politici -- la Democrazia cristiana, il Partito socialista e il Partito comunista -- che li gestiscono come proprie propaggini propagandistiche. E quanto alle emittenti private, anch'esse vengono subordinate alla logica della lottizzazione partitocratica, salvo che il Partito socialista fa anche qui, come sul terreno della corruzione, la parte del leone, grazie all'asse privilegiato Bettino Craxi-Silvio Berlusconi.
L'evento normativo che può essere considerato emblematico della logica compromissoria e spartitoria che ormai investe in pieno anche il settore dei media, è la promulgazione nell'agosto 1990 della 'Legge Mammì'. Incalzati da reiterate sentenze della Corte Costituzionale, i partiti sono stati costretti ad emanare una legge che disciplina l'emittenza televisiva nel contesto di un unico sistema concorrenziale e che sottopone quindi a regole comuni sia le emittenti pubbliche che quelle private. Le novità formali della legge, è noto, sono l'istituzione di un 'Garante' per la tutela del pluralismo nei settori della radiodiffusione e dell'editoria, la definizione di alcune regole antitrust e la disciplina della pubblicità televisiva in (parziale) esecuzione di direttive comunitarie.
Ma la portata eccezionale di questa legge non sta nei suoi aspetti formali: sta nel fatto che essa riconosce e legalizza lo status quo multimediale, e cioè la situazione di duopolio pubblico-privato esistente nel settore dei media. Si può dire che con essa si profila all'orizzonte della politica italiana come un nuovo paradigma costituzionale, quello del 'compromesso telecratico'. Da una parte c'è il sistema dei partiti che ha saldamente in mano i tre canali della Rai e dall'altra c'è il monopolio esercitato entro il mercato privato dalla Fininvest, di proprietà del manager Silvio Berlusconi, amico personale del Presidente del Consiglio, Bettino Craxi. Per favorire questa impresa privata, che per anni ha concesso al Partito socialista e ai suoi alleati ingenti sconti sulle tariffe pubblicitarie della campagna elettorale, si riconosce, in dispregio di qualsiasi disciplina antitrust, la legittima detenzione di tre canali televisivi (quanti ne possiede la Fininvest) da parte di un singolo inprenditore e il simultaneo controllo di attività editoriali. Oltre a ciò si arriva al punto di dilazionare di due anni l'entrata in vigore delle norme che limitano l'interruzione dei film con spot commerciali per non ledere gli interessi dell'azienda berlusconiana che dispone di un imponente stock di pellicole da smerciare.
3. 'Scende in campo' Silvio Berlusconi
Lo scenario 'telecratico' inaugurato dalla 'Legge Mammì' diviene sempre più complesso e turbolento a partire dai primi anni novena e fino alle elezioni politiche del 1994 che vedono il successo della destra. Il crescente consenso popolare ottenuto dalla Lega nel nordovest e nel nordest è il primo segnale della crisi del regime partitocratico-clientelare. A Milano esplode il caso 'Tangentopoli' che svela le dimensioni insospettate che, grazie all'attivismo affaristico del Partito socialista e dei suoi complici, ha assunto l'arcipelago della corruzione e della concussione. E 'scende in campo' -- l'espressione appartiene significativamente non al lessico politico ma a quello del gioco del calcio -- Silvio Berlusconi.
'Forza Italia', la creatura politico-aziendalistico-multimediale di Berlusconi, è un soggetto politico che viene ideato, organizzato, lanciato nella competizione elettorale e portato ad una strepitosa vittoria nell'arco di tre mesi. A questo fine, per la prima volta nella storia italiana, vengono utilizzati il personale, le competenze professionali, le risorse organizzative e finanziarie, gli apparati televisivi, le tecniche pubblicitarie e i moduli linguistici appartenenti all'esperienza e al patrimonio di una azienda privata che si è affermata nel settore dei media elettronici.
Andando al di là persino del modello delle campagne presidenziali degli Stati Uniti, lo staff berlusconiano dedica un'attenzione specialistica anzitutto alla confezione dell'immagine mediatica del leader: di Berlusconi si ritocca l'espressione del volto, si privilegia il profilo più telegenico, si mascherano le rughe e le occhiaie, si imposta il sorriso, si cura nei minimi dettagli l'abbigliamento. E altrettanta attenzione viene dedicata alla coreografia che gli fa da contesto: le ville miliardarie, i lussuosi arredi interni, i contrappunti musicali, le luci colorate e cangianti, la giovane e avvenente consorte, i figli vitaminizzati, etc. Il tutto si compone in quadretti e sequenze sapientemente confezionati secondo lo stile di una domestica soap opera.
Il fattore decisivo della vittoria, è stato sostenuto da alcuni analisti di sinistra, è stato il vantaggio garantito a Berlusconi dallo strapotere comunicativo di cui disponeva. Se è vero che entro società informatizzate il potere coincide in gran parte con il potere di comunicare, allora non c'è dubbio che Berlusconi deteneva sin dall'inizio una buona parte della risorsa collettiva -- il potere in quanto mezzo di comunicazione generalizzato -- che avrebbe dovuto essere oggetto della competizione. In una gara ad armi pari tutti i concorrenti avrebbero dovuto essere inizialmente privi del 'potere di comunicare' o disporne in una quantità minima, eguale per tutti.
Questa interpretazione non è infondata, ma rischia di lasciare in ombra un aspetto essenziale. Non è infatti pensabile che Berlusconi sia riuscito in pochi mesi a costruire la struttura organizzativa del suo movimento e a portarla al successo soltanto grazie alla posizione monopolistica che egli occupava nel mercato delle comunicazioni di massa. In tre mesi nessuna campagna politica, attuata anche con i più potenti mezzi di comunicazione, riesce ad ottenere cambiamenti significativi nelle propensioni di voto di un elettorato occidentale. C'è una grande quantità di studi empirici che concordano su questo punto. Ciò di cui occorre piuttosto tener conto -- e che la sinistra ha sottovalutato -- sono gli effetti cognitivi, affettivi e comportamentali che nel lungo periodo le comunicazioni di massa esercitano nelle moderne società informatizzate.
Il successo elettorale della destra ha premiato non tanto l'esplosiva capacità organizzativa dello staff manageriale di Fininvest-Publitalia-Forza Italia e neppure lo strapotere comunicativo della sua leadership, strapotere comunque innegabile e per di più accresciuto da ripetute violazioni delle regole del gioco nel corso della campagna elettorale. Ha premiato l'influenza di lungo periodo esercitata dalle tre reti berlusconiane i cui protagonisti -- dall'intramontabile Mike Buongiorno a Raimondo Vianello, a Iva Zanicchi, a Emilio Fede, a Gianfranco Funari e a molti altri popolari intrattenitori -- si sono impegnati in uno smaccato sostegno del proprio candidato-padrone, usando a questo fine gli stessi canali (e gli stessi programmi) dell'azienda televisiva di cui erano collaboratori o dipendenti. Con tempestività e scaltrezza Berlusconi ha attivato i circuiti di comunicazione di cui disponeva per finalità appena diverse da quelle per cui erano stati operativi già da molti anni. Lo stile di vita, la cultura, i valori, in una parola l'ideologia di 'Forza Italia' -- rudimentale quanto si vuole, ma altrettanto invasiva -- era stata per anni capillarmente istillata nel pubblico degli elettori da un'infinità di programmi di informazione e di intrattenimento trasmessi sia dai canali della televisione privata sia da quelli, sempre meno differenziati, della televisione pubblica.
La ragione del successo di 'Forza Italia' va dunque cercata a questo livello: va individuata nel (personalissimo e nello stesso tempo artificiale) carisma teleplebiscitario del suo leader, Silvio Berlusconi. Non a caso, in un'inchiesta condotta nelle scuole elementari milanesi qualche tempo prima delle elezioni, Berlusconi si era già collocato al primo posto (al secondo posto, nettamente staccato, si era piazzato Gesù) nella popolarità dei giovani teledipendenti. Ed è provato che una consistente percentuale di quel 21% di italiani che nel 1994 hanno votato a favore di Berlusconi apparteneva ad una sorta di 'sottoproletariato televisivo', composto di casalinghe e di giovani poco dotati di strumenti critici. Ciò che ha fatto scattare un consenso politico che non è esagerato chiamare 'subliminale' è stato il corto-circuito fra le aspettative consumistico-spettacolari che attraverso il piccolo schermo erano state depositate nel corso degli anni nella psicologia del pubblico e la cristallizzazione e replicazione di queste aspettative in forma di immagini televisive personalizzate e idealizzate. Assai più di qualsiasi argomentazione razionale è l'immagine rassicurante e accattivante di un imprenditore di successo (e di modeste origini) che ha reso credibili anche ai cittadini emarginati o in cerca di occupazione le sue proposte politiche ispirate al più fantasioso degli ottimismi liberali (celebre è diventata la promessa di un milione di nuovi posti di lavoro).
4. La fine della comunicazione politica di partito
Travolti dagli scandali giudiziari e mortificati dal referendum popolare che aveva cancellato il finanziamento pubblico, i partiti politici della Prima Repubblica avevano subito un vero e proprio collasso. E al collasso delle loro strutture capillari di elaborazione programmatica, di comunicazione politica e di organizzazione del consenso aveva fatto da pendant una crescita esponenziale della funzione politico-elettorale del mezzo televisivo. I partiti di massa erano entrati in crisi anche perché le masse dentro i partiti non servivano più. Un tempo i gruppi dirigenti si impegnavano in imponenti 'campagne per il tesseramento' perché il numero degli iscritti rappresentava un indice rilevante della forza del partito. E lo era assai più per l'impatto comunicativo che le organizzazioni di base esercitavano nella società civile che non per il contributo finanziario fornito dai nuovi iscritti.
5. Sondocrazia
A questo punto è necessario aprire una parentesi a proposito della tecnica demoscopica che è senza dubbio una degli strumenti più efficaci che la rivoluzione elettronico-informatica abbia messo a disposizione degli attori politici nei paesi post-industriali. Questa tecnica è stata impiegata nelle più recenti campagne elettorali italiane da tutti i concorrenti, ma in misura eccezionale da Sivio Berlusconi attraverso la sua azienda e i suoi canali televisivi. Ed è stata impiegata in forme del tutto irrituali: in Italia, a differenza che in altri paesi europei -- la Germania ad esempio -- l'esecuzione dei sondaggi e la comunicazione dei risultati al pubblico sono sostanzialmente privi di disciplina giuridica.
In Italia i sondaggi vengono decisi da chiunque disponga di sufficenti risorse per eseguirli o per incaricarne agenzie specializzate. Una volta compiuta l'indagine, ricercatori e committenti sono liberi di divulgare o tenere segreti in tutto o in parte, secondo le proprie convenienze, i risultati dell'indagine. Quanto ai temi oggetto dell'indagine, essi sono discrezionalmente scelti dai ricercatori o dai committenti e altrettanto vale, al di là di standard minimi, per le tecniche di indagine adottate e per l'entità dei 'campioni' usati. Oltre a ciò non esiste alcun divieto od obbligo giuridico relativo alle procedure e, per così dire, agli ingredienti usati nella confezione del prodotto demoscopico. Ciò significa in particolare che non esiste alcun dovere a carico dei soggetti che divulgano i risultati del sondaggio di fornire contestualmente al pubblico anche una precisa e chiara indicazione delle procedure adottate.
In Italia ci sono dei teorici, soprattutto degli scienziati politici, che sostengono, per dirla in modo sommario, che i 'sondaggi buoni' fanno bene e che i 'sondaggi cattivi' fanno male (alla democrazia). Con ciò si intende dire che l'uso politico dei sondaggi può essere criticato esclusivamente sotto un profilo tecnico. Si sostiene che ci sono sondaggi affidabili, che contribuiscono ad aumentare l'informazione politica e la capacità di orientamento del pubblico, e che ci sono sondaggi scadenti, tecnicamente sbagliati e scientificamente infondati, che intorbidano le acque e disorientano gli elettori. Per scongiurare le insidie della 'sondocrazia' si dovrebbe dunque operare perché la 'scienza dei sondaggi' prevalga nei confronti, per così dire, della 'astrologia dei sondaggi'.
In realtà non è difficile mostrare che i risultati di qualsiasi sondaggio dipendono in larga misura dalle 'domande' che sono state predisposte, dalle tecniche di indagine prescelte, dalla definizione dei campioni, dalla quantità delle risorse finanziarie e organizzative a disposizione, dai tempi e dalla durata dell'indagine, etc. A parità di 'rigore scientifico' si possono ottenere risultati molto divergenti, ma tutti egualmente affidabili (o inaffidabili) da un punto di vista tecnico. Si può anzi affermare che quanto più le tecniche sono raffinate e quanto più le risorse disponibili sono cospicue, tanto più agevole diviene l'organizzazione di sondaggi 'virtuali', in grado di rispondere docilmente alle esigenze del committente.
Ciò che è comunque tipico della tecnica dei sondaggi applicata alla politica è la considerazione del pubblico come oggetto di indagine e non come soggetto di iniziativa politica. Proprio come avviene nel mercato dei beni di consumo, l'indagine è rivolta ad accertare le aspettative del pubblico non per assecondarle, ma per sfruttare l'informazione ottenuta al solo fine di ottimizzare l'investimento delle risorse, espandere la propria quota di mercato e accrescere i profitti dell'azienda-partito.
Spesso il pubblico viene bombardato con stimoli elementari e contestualmente sondato nelle sue reazioni immediate, come ormai è invalso anche in Italia in numerose trasmissioni televisive ove l'esibizione carismatica dei leaders politici è accompagnata in tempo reale da una sorta di contrappunto 'sondocratico' che registra le reazioni del pubblico e consente circolarmente ai protagonisti di reagire a queste reazioni secondo una strategia che si avvita in relazioni comunicative sempre più asimmetriche. L'opinione del pubblico 'forgiata' e 'accertata' in questo modo ha la proprietà di essere molto duttile e, nello stesso tempo, di poter essere presentata, in ogni singolo istante comunicativo, come l'opinione autorevole della maggioranza dei cittadini e in definitiva come la verità alla quale conformarsi. Il processo comunicativo assume anche in questo caso una proprietà subliminale: sotto le apparenze dello scrupolo cognitivo e della disposizione ad apprendere e ad informare si cela, impercettibile ai più, l'intento persuasivo.
Un altro effetto dell'inflazione demoscopica è la tendenziale trasformazione delle campagne politiche in metacampagne e degli elettorati in metaelettorati. La capacità delle agenzie demoscopiche di compiere con grande rapidità le proprie indagini e di divulgarle attraverso i mezzi di comunicazione di massa consente loro di 'proiettare' con notevole anticipo e precisione quelli che poi saranno i risultati elettorali. Questo permanente rispecchiamento elettronico sdoppia l'elettorato ponendogli accanto, entro il piccolo schermo, una sorta di sosia o di surrogato simbolico. Gli elettori reali si vedono sostituiti dalla propria proiezione demoscopica e televisiva, anticipati e resi osservatori passivi e remoti di se stessi. Il singolo cittadino, titolare del diritto di voto, subisce la pressione di previsioni pubbliche che tendono ad autoverificarsi escludendolo dall'evento elettorale. In questo modo la sondocrazia esercita una energica pressione verso il conformismo politico e appiattisce l'orizzonte delle alternative e delle innovazioni politiche rinforzando l'astensionismo e l'apatia. In defitiva proprio mentre sembra dare la parola ai cittadini la pratica dei sondaggi li sprofonda in una 'spirale di silenzio politico', in una Schweigespirale, per citare Noelle-Neumann.
6. Una democrazia tele-plebiscitaria
E veniamo alla situazione presente della comunicazione politica italiana e cioè alla seconda metà degli anni novanta. Dal punto di vista normativo e organizzativo la situazione della Rai e delle reti private non è cambiata rispetto agli anni ottanta e alle disposizioni della 'Legge Mammì', nonostante i ripetuti assalti che i politici hanno dato alle strutture della televisione pubblica e ai vari tentativi compiuti di riformarla prendendone possesso. L'intervento 'tecnico' che nel 1993 aveva sostituito gli amministratori più coinvolti nella vicenda partitocratico-craxiana ed aveva cercato di sanare i dissestati bilanci della Rai è stato interrotto dalla vittoria della destra nel 1994. Divenuto Presidente del Consiglio e senza rinunciare al controllo della Fininvest, Silvio Berlusconi, come è noto, si è affrettato a occupare anche la Rai, collocando fedeli emissari ai vertici delle tre reti pubbliche e realizzando così un controllo politico indiretto sull'intero universo della comunicazione televisiva (con la sola, poco rilevante eccezione, di Tele Montecarlo). Berlusconi si è addirittura spinto sino ad utilizzare le reti pubbliche per diffondere spot pubblicitari esaltanti la tempestività e l'efficenza degli interventi del suo governo, aggirando le norme anti-trust e neutralizzando i poteri, del resto molto deboli, del Garante istituito dalla 'Legge Mammì'.
Caduto Berlusconi, il governo 'tecnico' di Lamberto Dini si è limitato a garantire una certa par condicio nel corso della campagna elettorale del 1996 che si è conclusa con il successo della coalizione di centro-sinistra dell''Ulivo'. Nella nuova maggioranza e nel governo è presente, come forza di gran lunga più consistente, il Partito Democratico della Sinistra, il cui carismatico e telegenico leader è ora Massimo D'Alema. Naturalmente anche il governo Prodi, sia pure con uno stile assai meno aggressivo e rozzo, interviene sui vertici della Rai estromettendo gli esponenti della destra e nominando personale politicamente più gradito e, forse, anche più capace sul piano professionale.
Ma sul grande tema del superamento della 'Legge Mammì' verso una seria disciplina antitrust che ridimensioni e rinnovi la struttura televisiva pubblica e imponga nello stesso tempo il rispetto delle più elementari regole del mercato all'azienda berlusconiana Fininvest-Mediaset, il governo Prodi si è mostrato per ora inerte. L'emanazione di una nuova legge organica, sollecitata dalla Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima la situazione di monopolio televisivo tuttora esistente, è stata più volte rinviata. Ma non è del tutto sicuro che alla fine essa venga emanata davvero o, se lo verrà, che non sia una nuova 'Legge Mammì' impegnata a legittimare, e questa volta su scala assai più ampia, la situazione di fatto. Il tradizionale duopolio del settore televisivo rischia infatti di trasformarsi in un triplice monopolio multimediale, saldandosi con situazioni oligopolistiche presenti nel settore strategico della telefonia e della telematica (su base satellitare e su fibre ottiche), oggi dominato da colossi industriali come la Stet e la Telecom che molto probabilmente convergeranno in un'unica corporation pubblica.
Nel frattempo la Rai continua ad essere una struttura elenfantiaca, che brucia un'infinità di risorse attingendo come sempre sia alla pubblicità che al canone pubblico e producendo una comunicazione di massa che proprio la concorrenza con i canali privati ha sospinto verso livelli culturalmente molto bassi. Dominano gli intrattenimenti più superficiali e conformisti, soap operas domestiche o di importazione e un'infinità di programmi-quiz demenziali che catturano l'attenzione del pubblico distribuendo con modalità volgari una pioggia ininterrotta di milioni e di miliardi. Il tutto viene condito con una quantità di messaggi commerciali che assegna all'Italia un triste primato europeo, aggravato dalla pratica della 'sponsorizzazione'. Sia nei canali privati che in quelli pubblici è sempre meno netta e riconoscibile la distinzione fra le inserzioni della pubblicità commerciale e la comunicazione non pubblicitaria perché una gran parte della pubblicità non è 'tabellare', ma è affidata a messaggi promozionali trasmessi all'interno dei programmi di intrattenimento e per opera degli stessi conduttori dei programmi. E sullo sfondo c'è l'incapacità di ideare e realizzare un servizio pubblico degno del nome, che si sottragga ai vincoli più pesanti della concorrenza televisiva privata e in particolare alla logica nefasta della connessione fra la qualità dei programmi, gli indici di ascolto e gli introiti pubblicitari.
La conseguenza di tutto ciò è che oggi in Italia la sfera pubblica e, in essa, l'arena politica, tendono a coincidere con il sistema della comunicazione televisiva. Non solo la comunicazione politica è quasi totalmente assorbita dalla televisione, ma è l'intero versante della legittimazione degli attori politici, della produzione del consenso e della definizione e negoziazione degli issues che non hanno altre sedi e, per così dire, altri luoghi simbolici che non siano gli studi televisivi e i programmi più popolari di intrattenimento del pubblico ai quali sono spesso invitate le stars del firmamento politico.
La televisione italiana, nonostante il mediocre livello culturale dei suoi programmi, gode di un larghissimo seguito: i dati Istat indicano che il 96,8% della popolazione accende quotidianamente il piccolo schermo. Quanto ai tempi di esposizione -- in particolare dei bambini, degli adolescenti e degli anziani -- essi sono in linea con quelli degli Stati Uniti e del Giappone: sfiorano le 5 ore giornaliere. Già a cinque anni, mezzo milione di bambini italiani passa al televisore più di tre ore al giorno. Al contrario i quotidiani italiani godono di una diffusione molto inferiore alle medie europee: il 61,5% della popolazione italiana ha dichiarato di non aver sfogliato neppure un giornale nel corso del 1996. Per di più, i quotidiani sono condizionati, in alcuni casi dipendenti, dal potere di agenda della televisione, che impone anche alla comunicazione stampata i propri temi, il proprio stile, i propri personaggi, le proprie mode. I programmi di contenuto politico sono senza eccezione organizzati nella forma spettacolare e personalizzata del confronto diretto fra un ristretto numero di leaders telegenici -- non più di una decina -- che siedono in permanenza negli studi televisivi per esibire le loro abilità dialettiche in una sorta di gara sportiva che ha per oggetto il consenso emotivo del pubblico. Ovviamente, in queste tenzoni i temi più delicati e concreti della decisione politica vengono sacrificati a favore di tematiche sommarie e irrazionali che consentono ai concorrenti di esprimere le loro doti di conquistatori plebiscitari del consenso popolare.
7. Verso un definitivo 'compromesso telecratico'?
L'inerzia del governo Prodi in tema di comunicazione di massa non ha ragioni semplicemente congiunturali: ci sono indizi che fanno sospettare che essa dipenda dal fatto che è in gestazione un nuovo, definitivo 'compromesso telecratico': questa volta tra gli interessi dell'azienda politico-multimediale di Silvio Berlusconi e la strategia di lungo periodo spregiudicatamente concepita dal leader del Pds, Massimo D'Alema.
C'è chi sospetta una latente convergenza di interessi fra i due partners di questo nuovo 'compromesso storico': da un lato Silvio Berlusconi ha perso buona parte del suo carisma, è guardato con sospetto anche all'interno del 'Polo' per la sua duplice figura di leader politico e di capo di una potente azienda televisiva ed è soprattutto sotto la spada di Damocle della Procura milanese che ha aperto a suo carico indagini giudiziarie per vari tipi di reato, inclusa la concussione. Dall'altra parte c'è Massimo D'alema che è sempre stato convinto della necessità di un accordo con la destra berlusconiana che favorisca, assieme ad una certo numero di riforme costituzionali in senso efficentistico-presidenzialistico, la chiusura definitiva di 'Tangentopoli' e il contenimento del potere politico assunto in Italia dalla magistratura penale. Anche agli occhi di D'Alema 'Tangentopoli' rappresenta un fattore di instabilità e un impedimento alla ripresa di una normale dialettica politica che restituisca i partiti alle loro funzioni tradizionali, li sottragga all'attuale discredito e li salvi dal dissesto finanziario. Non è un caso che due mesi fa, con procedura eccezionalmente rapida, destra e sinistra abbiano votato una legge che reintroduce il finanziamento pubblico dei partiti, nonostante che la nuova normativa sia viziata di inconstituzionalità essendo in contraddizione con il referendum popolare che qualche anno fa ha abrogato il finanziamento pubblico dei partiti. E non è un caso che Massimo D'Alema sia stato nominato con il sostegno della destra berlusconiana presidente della Commissione bicamerale incaricata di avviare una riforma in senso più o meno nettamente presidenzialistico della Costituzione. E non va trascurata la possibile convergenza fra presidenzialismo, personalizzazione telecratica della politica e populismo.
La più recente vicenda del 'Progetto Maccanico' sembra fatta apposta per accrescere il sospetto che il 'compromesso telecratico' varato dalla 'Legge Mammì' sia in procinto di ricevere una nuova, definitiva sanzione nel segno di una persistente vocazione consociativa e spartitoria della classe politica italiana e in barba a qualsiasi principio antimonopolistico. Il disegno di legge in gestazione lascia intatta l'ipertrofica struttura della Rai, salvo l'(irrilevante) impegno a rinunciare, per uno solo dei suoi tre canali, alla risorsa pubblicitaria. Ed è un impegno che si intende lasciare temporalmente indeterminato. Parallela consacrazione riceve il colosso berlusconiano, con la sola (risibile) variante che uno dei suoi tre canali, Rete 4, dovrebbe affidarsi al mezzo satellitare (e alle antenne paraboliche) e non usare più le attuali bande di frequenza e le normali antenne. Ed anche per questa operazione non si intende fissare alcun termine, ma affidare ogni eventuale decisione alla futura Authority per le telecomunicazioni. Unica novità dovrebbe essere rappresentata da un fatiscente 'terzo polo' -- l'emittente Tele Montecarlo di proprietà di Vittorio Cecchi Gori e sponsorizzata dal Partito Popolare -- che in realtà si presenta come una replicazione in sedicesimo delle distorsioni, dei 'conflitti di interesse' e delle pochezze culturali che hanno caratterizzato le attività politico-imprenditoriali di Berlusconi.
Se questa serie di pesanti indizi venisse confermata, allora le analisi e le interpretazioni che ho sin qui proposto ne risulterebbero notevolmente corroborate. Allora non solo non sarebbe fuori luogo ancorare la distinzione fra Prima e Seconda Repubblica al tema della comunicazione politica, ma sarebbe giustificato ritenere che la democrazia italiana -- fondata sul modello neoclassico del pluralismo dei partiti, della competizione elettorale e della 'libera' formazione del consenso dei cittadini -- si sia andata convertendo in questi anni in un modello telecratico nel quale ogni rapporto 'rappresentativo' fra opinione pubblica e decisione politica sembra definitivamente superato.
Danilo Zolo è professore ordinario di filosofia e sociologia del diritto nell'Università di Firenze.
tratto da: www.megachip.info
Resisting the Neoliberal Discourse of Technology
by John Armitage. The Politics of Cyberculture in the Age of the Virtual Class.
"Totalitarianism is latent in technology. It was not merely Hitler or Mussolini who were totalitarian, or the Pharaohs as far as I am concerned. Totalitarianism is already present in the technical object."
- Paul Virilio [1]
Such penetrating assessments of technology are increasingly exceptional: nearly all the political, economic, and cultural texts that surround us suggest that we are entering a truly new technological and democratic age. Indeed, modern day pharaohs, such as Microsoft's Bill Gates constantly assert that the world is on the brink of a "technological revolution". [2] Meanwhile, neoliberal politicians, like American Vice President Al Gore, see the "Global Information Infrastructure" as nothing less than the basis of a new Athenian age of electronic democracy. [3]
The Neoliberal Discourse of Technology
Contemporary neoliberalism is the pan-capitalist theory and practice of explicitly technologized, or "telematic", societies. [4] Neoliberalism is of course a political philosophy which originated in the advanced countries in the 1980s. It is associated with the idea of "liberal fascism": free enterprise, economic globalization and national corporatism as the institutional and ideological grounds for the civil disciplining of subaltern individuals, "aliens" and groups. However, while pan-capitalism appears largely impregnable to various oppositional political forces and survives broadly uncontested, it nonetheless relies extensively on a specifically neoliberal discourse of technology. What is more, this discourse is principally concerned with legitimating the political and cultural control of individuals, groups, and new social movements through the material and ideological production, promotion, distribution, and consumption of self-styled "virtual" technologies like virtual reality (VR) and cyberspace.
These contentions about pan-capitalism, telematics, and the neoliberal discourse of virtual technologies derive from the fact that human labour is no longer central to market-driven conceptions of business and political activities. Actually, as far as some neoliberals are concerned, technology is now the only factor of production. [5] Artefacts like VR, cyberspace, and the Internet thus embody not "use value" but what Arthur Kroker and Michael Weinstein term "abuse value":
"The primary category of the political economy of virtual reality is abuse value. Things are valued for the injury that can be done to them or that they can do. Abuse value is the certain outcome of the politics of suicidal nihilism. The transformation, that is, of the weak and the powerless into objects with one last value: to provide pleasure to the privileged beneficiaries of the will to purity in their sacrificial bleeding, sometimes actual (Branch Davidians) and sometimes specular (Bosnia)." [6]
The neoliberal analysis of production under the conditions of pan-capitalism and telemetry accordingly focuses not on the outmoded Marxian conception of the "labor process", but on the technological and scientific processing of labour. [7] The result is that surplus labor is transformed by relentless technological activity, and the means of virtual production produce abuse value.
Technology and the Politics of Cyberculture
The technological fixations of the neoliberals are, of course, presently extending themselves from virtual production to virtual culture; to technoscience and to cyberculture, including the culture of cyborgs, cyberfeminism, cyberspace, cyberwarfare, and cyberart. [8] Nietzsche emphasizes, in The Wanderer and His Shadow, that technologies and machines are "...premises whose thousand year conclusion no one has yet dared to draw." [9] Yet, in scarcely over one hundred years, it has become clear that technology is not only voraciously consuming what is left of "nature," but is also busily constructing it anew. Nanotechnology, for example, brings together the basic atomic building blocks of nature effortlessly, cheaply, and in just about any molecular arrangement we ask. [10] Information and communications technologies evoke the virtual architecture and circuitry of fiber-optics, computer networks, cybernetic systems, and so on.
These technologies, these assemblages, though, need to be appreciated for what they are: synthetic materials transformed into instruments of "the will to virtuality," or of human incorporation - even "disappearance" - into cybernetic machinery. Cybercultural technologies are agents of physical colonization, imperialists of the human sensorium, created, like Frankenstein, by our own raw desire. They represent what Virilio calls "the third revolution", the impending bodily internalization of science and technology. As Virilio recently defined the third revolution:
"By this term I mean that technology is becoming something physically assimilable, it is a kind of nourishment for the human race, through dynamic inserts, implants and so on. Here, I am not talking about implants such as silicon breasts, but dynamic implants like additional memory storage. What we see here is that science and technology aim for miniaturisation in order to invade the human body." [11]
As a result, the division between living bodies and technology is increasingly difficult to maintain; both are now so hopelessly entwined in the "cyborgian" sociotechnical imagination. [12] We are well on our way to "becoming machinic". As Deleuze and Guattari comment: "This is not animism, any more than it is mechanism; rather it is universal machinism: a plane of consistency occupied by an immense abstract machine comprising an infinite number of assemblages." [13]
Nevertheless, the technologically determinist assemblages of sundry neoliberal computer mystics, like Jaron Lanier and John Perry Barlow, are questionable because cybercultural technologies, like all technologies, are innately political. Technologies like VR do not appear - like rainfall - as heavenly gifts. They have to be willed into existence, they have to be produced by real human beings. Information and communications technologies, for instance, both contain and signify the cultural and political values of particular human societies. Accordingly, these technologies are always expressions of socioeconomic, geographical, and political interests, partialities, alignments and commitments. In brief, the will to technical knowledge is the will to technical power.
It is crucial, then, to redefine, and to develop a fully conscious and wholly critical account of the neoliberal discourse of technology at work in the realm of cyberculture; one that exposes not only the economic and social interests embodied within cultural technologies, but also their underlying authoritarianism. Maybe Marshall McLuhan was right? The medium is the message. The question is, what does it say? Moreover, how does it manage to say it so eloquently, so perfectly, that some among us are more than "willing" to trade corporeality for virtuality? And all for what? A chance to dance to the (pre-programmed) rhythms of technologized bodies? Indeed, it is hard to disagree with Hakim Bey when he writes:
"Physical separateness can never be overcome by electronics, but only by "conviviality", by "living together" in the most literal physical sense. The physically divided are also the conquered and the Controlled. "True desires" -erotic, gustatory, olfactory, musical, aesthetic, psychic, & spiritual - are best attained in a context of freedom of self and other in physical proximity & mutual aid. Everything else is at best a sort of representation." [14]
Technology and the Virtual Class
What are the central political dynamics at work in the neoliberal discourse of technology? Today, the development of this discourse is also the development of the shifting determinations of the virtual class. For it is this, "...social strata in contemporary pan-capitalism that have material and ideological interest in speeding up and intensifying the process of virtualization and heightening the will to virtuality." [15]
Resisting the unconstrained development of the neoliberal discourse of technology is vital because such resistance impedes the contemporary development of the virtual class. To some of its members, like Douglas Coupland, the reigning technological discourse constitutes the narcissistic flowering of long-held personal ambitions, while to others, like Wired's neoliberal evangelist Nicholas Negroponte, it represents the beginning of a new techno-religion. To Alvin & Heidi Toffler, the neoliberal discourse heralds the emergence of a whole new civilization while to Bill Gates and Kevin Kelly it means material wealth and political influence beyond measure. [16]
Certainly, it is possible to characterise the present period of self-consciously "spectacular" technological innovation as being driven primarily by pan-capitalism's need to arm itself against the onset of virtual class warfare. [17] Without doubt, the virtual class must, at some stage - and probably with the acquiescence, if not the full participation of global technocratic, political and military elites - confront living labour, actual communities, tangible spaces, material environments, and physical, breathing, bodies. The neoliberal discourse of technology therefore represents an attempt by the virtual class to open up a new period in the cybernetic carnival that is pan-capitalism. The unfolding of the neoliberal discourse of technology is thus the unfolding of virtual class relations. This is the true nature of social communications in the contemporary era.
For these reasons it is essential to advance unorthodox, bottom-up, explanations of the evolution of the neoliberal discourse of technology. The chief aim ought to be the equipping of the digitally dispossessed with counter arguments and active political strategies that will work against what the late Christopher Lasch might have called "the revolt of the (virtual) elites and the betrayal of (electronic) democracy." [18]
Make no mistake, VR and cyberspace have not simply opened up new wealth generating possibilities for the virtual elites. They have also opened up new political prospects for those who wish to see the spectacular representational systems of crash culture disappear. What is important in the interim, then, is to challenge the pronouncements of the virtual class wherever they appear and join with others in a comprehensive and detailed critique of the neoliberal discourse of technology in a variety of fields ranging from VR to cyberwarfare and beyond. [19] Further, such challenges need to involve a multiplicity of individuals and groups. These might range from school kids and students disenchanted with the increasing replacement of education by mere technocratic information, to disaffected computer industry workers, or simply local communities seeking control over their own technological environments.
Virtual politics, therefore, should be founded on defying the neoliberal discourse of technology currently being fashioned by the virtual class. It is crucial to ensure that the political genealogy of technology, of virtual reality, of the reality of virtuality, is uncovered by numerous individuals, groups, classes, and new social movements. Indeed, without such excavations, the increasingly institutionalised neoliberal discourse of technology currently being promoted by the virtual class will rapidly become a source of immense social power. This is why concrete, corporeal, and ideological struggles over the nature and meaning of technology are so important in the realm of virtual politics. It is also why the specifically neoliberal discourse of the virtual class needs to be countered.
The pan-capitalist revolution and the development from industrial to virtual production have generated the neoliberal discourse of technology. It provides the virtual class with an ideological rationale for the ever increasing manufacture of virtual distractions (e.g., movies, VR, and interactive video games). Consequently, many human activities are no longer simply mediated through technology. Indeed, they are so utterly "possessed" by technology that the distinction between virtual activities and actual activities borders on the incomprehensible. [20] The ambitions of the neoliberal discourse of technology are not only unremitting but also potentially infinite.
Totalitarianism is latent in technology. It is not simply the virtual class that is totalitarian. Totalitarianism is always present in technology itself.
Virilio's acute observations on technology are therefore essentially correct: his theoretical analysis indicates that while we are indeed in the midst of some kind of technological transition, it is improbable that such a transition will usher in a new era of digital democracy. [21] On this view, then, humanity is not on the verge of the kind of technological and democratic revolution envisaged by the neoliberals.
What separates a critical interpretation of technology from that of global technological entrepreneurs and leading politicians is a determination to forge a radical understanding of technology's consequences. The advantage of this kind of analysis is that it focuses on key aspects of technology that are rarely, if ever, voiced by computer manufacturers and political pundits. Indeed, the general absence of a critical understanding of technology is one of the chief reasons why so many people seem to be so baffled by the "mysteries" of technology.
Thus, it is vital to resist both the neoliberal discourse of technology and the contemporary development of pan-capitalism. In the specific context of the political debates over the discourse of cyberculture, then, it is important to question the uncritical and antidemocratic conception of technology presently being elaborated and disseminated by the virtual class in its quest for actual wealth and power.
While technology is obviously an extremely important and determining force, it is crucial to remember that it is not the only force or agent of change. The virtual class is not simply an assortment of technological and visual representations. In fact, it is all too real. It is the class that at this moment is rewriting the history of virtual and other technologies while simultaneously controlling their organized production, distribution and consumption.
As a result of it's monopolistic control of technology, the virtual class is presently being courted by the newly ascendant virtual political class (of which Newt Gingrich in the US and Tony Blair in the UK are examples). This class opposes all those who resist the neoliberal discourse of technology in whatever form it takes (e.g., anti-road building and animal rights protests by young people). It is time, then, to radically rethink, redefine and reinterpret the very meaning of technology, politics, and cyberculture in the age of the virtual class.
Notes
[1] Paul Virilio and Carlos Oliveira. "The Silence of the Lambs: Paul Virilio in Conversation". In CTHEORY. Vol 19. No 1-2. 1996. p.3.
[2] Bill Gates. The Road Ahead. , New York: Viking Press, 1995.
[3] See, for example, Al Gore. "Forging a New Athenian Age of Democracy". In Intermedia. Vol 22. 1994. p.14-16.
[4] Much of my argument in the following pages draws on Arthur Kroker and Michael Weinstein's Data Trash: The Theory of the Virtual Class. , Montreal: New World Perspectives, 1994, and New York: St. Martin's Press, 1994.
[5] See, for instance, Jeremy Rifkin. The End of Work: The Decline of the Global Labor Force and the Dawn of the Post-Market Era. New York: G. P. Putnam's Sons, 1995; Kevin Kelly. New Rules for the New Economy: 10 Ways the Network Economy is Changing Everything. London: Fourth Estate, 1998.
[6] Kroker and Weinstein. Data Trash. p.64.
http://textz.com/index.php3?simple_version=http://textz.gnutenberg.net





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