Il mistero del dono
di Jean Staorbinski.
IL DONO è un tratto specifico dell´essere umano? Si è indotti a crederlo, in un primo tempo, ma è giocoforza constatare che l´atto di donare, nella sua forma più elementare, non è una caratteristica della sola specie umana. Ci si è posti lo stesso interrogativo in merito all´uso dei segni e del linguaggio, del loro utilizzo cDall´uomo a dio i modi del donare.
Questo succede perché donare e parlare hanno in comune il fatto di appartenere alla stessa vasta categoria della comunicazione. Noi diciamo che gli uccelli «danno l´imbeccata» alla loro prole, e i mammiferi porgono la mammella o offrono il latte ai loro piccoli. Alcuni animali destinano le loro prede ad un altro animale, talvolta all´uomo. Tutti i cacciatori lo sanno. Il nostro gatto, un tempo, ci portava dei topolini o degli uccellini. Dobbiamo ammettere che, in gran parte del regno vivente, ciò che noi definiamo dono è una delle condizioni necessarie al perpetuarsi della vita. Nel dono materno - il dono della vita e del sostentamento - è lecito vedere un lontano antecedente di quello che sarà il dono nel pensiero e nella società umana. La tipologia del dono alimentare, umanizzato, ritualizzato, codificato, si è tramandata fino a noi, affinché si mantengano i rapporti di dipendenza reale tra adulti e bambini, o di dipendenza simbolica tra invitati ed ospiti. Capita poi di rivolgere il pensiero ad altri ancora, a coloro che vivono e soffrono lontano da noi: è proprio alla loro malnutrizione che noi pensiamo prima di tutto. Ma quando la fame e la condizione di indigenza alimentare ci interpellano da così lontano, non più nella prossimità parentale e famigliare, la nostra risposta si fa più ponderata, meno biologicamente determinata, meno tempestiva, meno marcata dalla sensazione di impellenza. Per gli affamati lontani dalla nostra vista, occorrerà che ci sia mostrata alla televisione un´immagine della loro indigenza, e soprattutto che ci sia ricordato un dovere, l´imperativo a compiere «un´opera di misericordia» (Isaia 58, 6-7; Matteo 34-40): dar da mangiare agli affamati.
Ce ne corre, in verità, dai doni istintivi della sussistenza ai doni degli uomini che, a quanto pare sin dagli esordi stessi dell´umanità, si associano al matrimonio, alla nascita, alla morte. Il mio intento non è quello di ripercorrerne la genesi, l´evoluzione, la tipologia. Quanti vi si sono dedicati - Marcel Mauss, Bronislaw Malinowski, Claude Lévi-Strauss, Jack Goody - hanno raccolto dei documenti molto interessanti, che hanno messo in rilievo i rituali e le regole di questo gesto, facendoci comprendere tutto ciò che in questi tempi ci separa dalle antiche società imperniate su grandi cerimoniali nei quali la «magia» aveva il suo peso. I loro studi hanno avuto, al contrario, il grande merito di renderci consapevoli di ciò che di nuovo è accaduto nel sistema degli scambi delle società di mercato, nei quali è stato applicato il sapere scientifico.
Sovranità e reciprocità.
Prendo spunto dall´eccelsa preghiera che l´autore biblico del primo libro delle Cronache (i Paralipomena della traduzione latina, 29.12 e seguenti) fa recitare a Davide: «E´ da Te che provengono la ricchezza e la gloria, perché sei Tu che domini su tutto. Nelle Tue mani si trovano forza e potenza, ed è Tuo potere concedere a tutte le cose grandezza e stabilità [...]. Chi sono infatti io, chi è mai il popolo mio da poterti porgere queste offerte di nostra spontanea volontà? Ogni cosa da Te proviene, noi riceviamo dalle Tue stesse mani tutto ciò che Ti offriamo. Noi siamo davanti a Te forestieri e ospiti, come tutti i nostri padri. I nostri giorni sulla Terra sono come ombra passeggera, nudi non ci potremmo attardare (nulla est mora)». Ciò su cui qui si insiste è il rapporto nei confronti di un signore assoluto, che ha donato ogni cosa e che non può ricevere dagli uomini altro, qualora essi vogliano testimoniargli riconoscenza in modo tangibile, se non una piccola parte soltanto di quello che egli stesso ha donato.
L´immane sacrificio imposto da Davide non è che la restituzione parziale di un debito assoluto. Questo rapporto rigorosamente verticale si esprime in diverso modo nell´Antico Testamento (Isaia, 55.1: «Venite, prendete del vino e del latte, senza soldi, senza pagare nulla») e nel Nuovo Testamento (Matteo 10.8 «Voi che avete ricevuto disinteressatamente, donate disinteressatamente»). Ritroviamo questo rapporto anche in Paolo, nella Prima lettera ai Corinti, 4.7: «Cosa c´è che tu non abbia ricevuto? E visto che l´hai ricevuto, perché te ne vanti come se non ti fosse stato dato?»; e nella Lettera ai Romani, 11.35-36: «Chi gli ha donato per primo, affinché potesse da lui ricevere a sua volta?» La nostra risposta, secondo Paolo, non può essere altro che il dono di noi stessi, la fede. La più bella delle immagini del dono supremo compare nell´Esodo (16.4): la mano di Dio dispensa la manna al popolo che vaga nel deserto. «L´Eterno disse a Mosé: ecco, io farò piovere per voi del pane dall´alto dei cieli»... In questo caso il dono di origine suprema è al tempo stesso per chi lo riceve il dono della sussistenza. Preso alla lettera si tratta di un dono alimentare, ma interpretato figurativamente allude alle grazie ricevute. Mi è dispiaciuto non aver potuto aggiungere ai disegni del Louvre presentati per l´esposizione A piene mani lo splendido quadro de La raccolta della manna di Poussin, che avrebbe apportato l´idea della generosità divina, assoluta e gratuita, così come viene descritta nei testi biblici. In quella tela si vede tutto un popolo intento a raccogliere con zelo il dono che gli consentirà di sopravvivere. Vi propongo quindi il superbo quadro del Tintoretto che si trova nella chiesa vicina. Il dono divino è la libera sovrabbondanza di un potere in sé già assoluto: una bontà aggiuntiva, come già è nel libro della Genesi la creazione nel suo complesso. Ma ciò che in questo passaggio dell´Esodo si deve assolutamente notare è che al concetto di sovranità, di dono proveniente dall´ "alto", se ne aggiunge un altro, completamente diverso, il concetto di eguaglianza. Il comandamento, venuto da Dio, per il tramite della voce di Mosé, ovvero di un capo umano, è indirizzato al popolo che Dio ha prescelto affinché diventi il «suo sacrificatore» (Esodo, 19.6). Ebbene, Mosé impone la reciprocità, il rispetto per il bisogno altrui: «Mosé disse loro: Questo è il pane che l´Eterno vi ha donato perché ve ne cibiate» [...].
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Nel mio libro A piene mani ho inizialmente accordato un posto di rilievo a Rousseau. Non sono un discepolo di Rousseau. Se mi sono appassionato a lui è perché egli è uno straordinario testimone di quello che nella cultura occidentale, alla vigilia della Rivoluzione francese, va trasformandosi. Egli è un annunciatore, una sorta di sismografo. E´ consapevole di cose molto importanti. Persino i suoi errori e i suoi smarrimenti sono rivelatori. Non si deve provarne soggezione, bensì prestargli ascolto e grande attenzione.
Prendo spunto da un episodio raccontato nella nona Rêverie di Rousseau. Vi si descrive una festa alla quale egli ha assistito nella tenuta di una sua ricca protettrice. Inizialmente egli assiste e prende persino parte ad un passatempo nel corso del quale la buona società si divertiva a lanciare del pane speziato a dei giovani contadini. Si tratta del gesto, diventato popolare, della "sparsio". I giovani contadini si battono, le leccornie sono ridotte in polvere. Ben presto, però, «tediato di svuotare il portafoglio per far azzuffare la gente», Rousseau si allontana e in un altro angolo della sagra scorge cinque o sei poveri ragazzini raccolti accanto ad una bambina che vende mele. Rousseau acquista quei frutti e li fa distribuire ai bambini che per essi fremevano. «Vidi allora uno degli spettacoli più dolci che può colmare di contentezza il cuore di un uomo, quello di vedersi propagare intorno a me la gioia insieme all´innocenza della giovane età. Poiché gli spettatori col solo fatto di assistervi vi prendono parte, io, che condividevo quella gioia in sì somma misura, ne provavo in sovrappiù poiché ne ero stato l´artefice». Prendiamo atto che ancora una volta si tratta del dono di un alimento. Due immagini del dono ci vengono presentate antiteticamente: vediamo riproporsi, su scala più ridotta, la critica stoico-cristiana della munificenza fastosa e del piacere perverso che le appartiene. Rousseau sostituisce ad esso una carità distributiva, l´acquisto e la condivisione delle mele. Da ciò deriva una gioia che diventa anch´essa oggetto di condivisione generalizzata. E´ indubitabile che, nella scena così come ci è stata descritta, Rousseau assapora la momentanea esultanza della sovranità: si sente il movente primario di una felicità che il piacere aiuta a propagare. L´edonismo della beneficenza è qui troppo marcato perché possa trattarsi di un puro gesto di carità. L´individuo Rousseau, sottolineando la propria singolarità, dissociandosi dai piaceri colpevoli della buona società, non resiste tuttavia alla tentazione di auto-celebrarsi. Egli distribuisce una sorta di piccola manna (...).
Rousseau nei suoi rapporti personali rifiutò ostinatamente i regali e i doni. In essi vedeva, non senza qualche eccesso, la volontà di asservirlo con la riconoscenza. A suo giudizio accettare un dono significa crearsi un obbligo, e desiderando accanitamente preservare la propria indipendenza, non intese mai sentirsi in obbligo verso chicchessia. Ciò nonostante il dono e il senso di obbligo rivestono un ruolo fondamentale nel suo pensiero, e non un ruolo qualsiasi.
Rousseau è il filosofo di un genere di dono e di obbligo molto particolari: quelli che, generalizzando, si definiscono propri di tutti gli individui, e che hanno per effetto l´istituzione della società civile, la creazione di un legame politico, il passaggio degli individui dalla «libertà naturale» alla «libertà frutto di convenzione» (Contrat social, I, VI).onsapevole. Non è dunque un caso se questi due quesiti si presentano in parallelo, senza tuttavia confondersi.
Tigri nel mirino
di Noam Chomsky.
Gli Stati Uniti vogliono neutralizzare la Corea del Nord. E dopo l'Iraq si profila una nuova crisi. In nome dell'egemonia mondiale americana.
Mentre gli Stati Uniti si affannano a imporre l'ordine in Iraq per instaurarvi un regime subordinato ai loro interessi, un'altra crisi minaccia di scoppiare nella Corea del Nord, il paese più pericoloso del cosiddetto asse del male. Al pari dell'Iran, ma diversamente dall'Iraq, non rispondeva al primo criterio adottato dagli Stati Uniti per legittimare un attacco, in quanto era una nazione indifesa.
Il governo di Pyongyang dispone infatti di un deterrente: non possiede (ancora) armi nucleari, ma ha dispiegato un massiccio schieramento di pezzi d'artiglieria lungo la Zona Demilitarizzata, puntati su Seul, la capitale della Corea del Sud, e sulle decine di migliaia di soldati americani stanziati oltre frontiera. Lo spostamento previsto di queste truppe, lontano dalla portata dei cannoni, sta suscitando preoccupazione, nel Nord come nel Sud, circa le intenzioni degli Stati Uniti.
Nell'ottobre del 2002, Washington ha accusato Pyongyang di aver avviato un programma di arricchimento dell'uranio, in violazione di un accordo del 1994. E questa politica del rischio nucleare calcolato ha richiamato alla mente di alcuni osservatori la crisi dei missili cubana.
Considerata separatamente, la Corea del Nord non rispondeva neppure al secondo criterio che potesse giustificare un intervento militare americano: è infatti uno dei paesi più poveri e miserabili del mondo, quindi non abbastanza interessante da essere conquistato o anche solo da meritare attenzione. Ciò nondimeno, ha una posizione strategica importante che potrebbe esporla a un attacco degli Usa, se il suo deterrente potesse venir neutralizzato. Si trova infatti nel cuore dell'Asia nordorientale, una regione che frappone ostacoli al sogno di una egemonia mondiale americana.
Insieme agli altri due centri economici internazionali che si fronteggiano, Stati Uniti ed Europa, quest'area fa parte di un nuovo sistema tripolare mondiale simile a quello che è esistito per trent'anni.
Dal punto di vista della dimensione militare, ma non sotto altri profili, l'America costituisce una categoria a sé. Queste tre regioni sono infatti in competizione per il potere nonostante i complessi legami fra di esse e gli interessi sostanzialmente condivisi delle loro classi dirigenti.
Un recente studio della Task Force sulla politica degli Stati Uniti verso la Corea - coordinato da Selig Harrison del Center for international policy di Washington, e dal Center for East Asian studies di Chicago, ha esaminato i problemi che ne derivano per l'Estremo Oriente e per il mondo intero.
L'Asia nord-orientale è attualmente la regione economicamente più dinamica del pianeta, che contribuisce a quasi il 30 per cento del Pil mondiale, in misura ben superiore agli Stati Uniti (19 per cento) e detiene la metà delle riserve valutarie internazionali. Stati Uniti ed Europa hanno oggi più scambi con essa che non fra di loro.
Racchiude inoltre al suo interno due grandi paesi industriali, Giappone e Corea del Sud, seguiti a ruota dalla Cina. Vi è poi la Siberia, ricca di risorse naturali, fra cui il petrolio. Gli scambi interregionali stanno aumentando insieme ai legami con i paesi del Sud-est asiatico attraverso un'associazione informale chiamata a volte Asean + 3: Cina, Giappone e Corea del Sud.
Sono in costruzione oleodotti che collegano i centri di produzione delle risorse, come la Siberia, con quelli industriali. Alcune di queste pipelines passeranno naturalmente attraverso la Corea del Nord per raggiungere quella del Sud e il percorso della ferrovia transiberiana potrebbe essere esteso lungo la stessa direzione.
Gli Stati Uniti hanno un atteggiamento ambivalente verso questa crescente interconnessione. Washington teme che le regioni integrate, come l'Europa e l'Asia nord-orientale potrebbero aspirare a una maggiore indipendenza e diventare, come si usava dire negli anni della Guerra fredda, una 'terza forza'.
Lo studio della Task Force raccomanda una soluzione diplomatica del contenzioso attuale con Pyongyang, avviata in modo esitante e discontinuo dall'amministrazione Clinton, "che garantisca la sicurezza di una Corea del Nord non nuclearizzata, promuova la sua riconciliazione con quella del Sud e favorisca gli scambi commerciali con i paesi vicini".
Queste interazioni potrebbero accelerare le riforme nella Corea del Nord, consentendo nel tempo "una diffusione del potere economico che allenterebbe i controlli politici totalitari e limiterebbe le violazioni dei diritti umani".
Si creerebbe in tal modo un consenso regionale, laddove invece il confronto derivante dalla grande strategia della guerra preventiva adottata da Bush, Chaney e Rumsfeld "potrebbe spingere l'Asia nordorientale e gli Stati Uniti verso una guerra indesiderata".
Una politica più moderata potrebbe incoraggiare tuttavia questa regione, al pari dell'Europa, ad assumere un atteggiamento più indipendente che renderebbe più arduo, per gli Stati Uniti, il compito di mantenere un ordine mondiale in cui gli altri debbono rispettare il ruolo che ad essi compete.
La dipendenza energetica ha avuto un peso determinante in questi rapporti d'interazione. Fin dall'indomani della seconda guerra mondiale, i governi americani hanno cercato di controllare le inestimabili risorse del Medio Oriente in questo settore come una leva effettiva di dominio del mondo.
Riconoscendo questa stessa dura realtà, l'Europa e i paesi asiatici emergenti hanno tentato di procurarsi le proprie risorse energetiche eludendo il potere di veto degli Stati Uniti derivante dal controllo delle forniture e delle rotte marittime. E il conflitto in Medio Oriente, come in Asia Centrale, riflette queste preoccupazioni.
L'America ha reagito a lungo aspramente alla 'tenace resistenza' dei paesi del Terzo mondo, quali Cuba, che hanno voluto adottare un modello di sviluppo indipendente, assegnando la priorità alle esigenze interne anziché a quelle degli investitori stranieri e dei governi di Washington.
Ma queste sue stesse preoccupazioni hanno sempre riguardato anche i principali paesi industriali, e oggi più che mai dal momento in cui il carattere fondamentalmente 'tripolare' dell'ordine economico mondiale sta assumendo nuove forme.
L'invasione dell'Iraq è stata un''azione esemplare', poiché ha dimostrato al mondo che l'amministrazione Bush prendeva molto seriamente la sua dottrina dell'uso della forza a proprio arbitrio per affermare il suo predominio globale e scongiurare sul nascere qualsiasi sfida, sia pur remota. Altri hanno sicuramente compreso il messaggio.
La violenza è un potente strumento di controllo, come la storia dimostra. Ma i dilemmi derivanti dalla tendenza al predominio non sono di poco conto.
Il marchio del cervello
di Benedetto Vecchi.
Dai fasti dell'economia del logo alla caduta rovinosa della «new economy» in una lettura duale del mercato del lavoro, diviso tra una piccola schiera di professionisti e un esercito di lavoratori servili
«L'immateriale», l'ultimo libro di André Gorz sulle trasformazioni del capitalismo, dove la fonte della produttività risiede nella messa a profitto della creatività e della capacità autorganizzativa del lavoro immateriale.
Nel libro Una paga di fame (Feltrinelli) la giornalista statunitense Barbara Ehrenreich racconta il suo impiego nella catena Wall Mart durante il suo lungo viaggio nel mondo del lavoro sottopagato. A fronte di un salario che costringe i suoi dipendenti a vivere spesso al di sotto della soglia di povertà, la grande catena esige da quegli stessi dipendenti una fedeltà assoluta all'impresa. Nelle poche pagine dedicate a questa esperienza lavorativa, la giornalista statunitense si sofferma con rabbia sulle continue riunioni che era costretta a fare in presenza del responsabile di «area». Non solo le era chiesto di denunciare le eventuali trasgressioni delle colleghe al decalogo aziendale della «buona commessa», ma doveva anche fornire idee per migliorare l'organizzazione del «servizio» e le strategie di marketing dell'azienda per rendere più fedele la clientela. Chi lavora alla Wal Mart è quasi sempre una donna temp, cioè una precaria: se vuoi mantenere quel lavoro sottopagato e aspirare a diventare una permanent devi denunciare il tuo vicino e, in più, essere creativo. La più grande catena di vendita al dettaglio degli Stati uniti è stata spesso disegnata come l'esempio di un lavoro dequalificato, ma anche in questo enorme laboratorio di McJobs vale l'imperativo categorico della creatività. Siamo cioè lontani mille miglia da un'impresa sfavillante del lavoro cosiddetto immateriale, ma anche in questo caso ciò che viene richiesto alla forza-lavoro è di pensare. Anzi, si potrebbe dire che le caratteristiche principali delle imprese ad alto contenuto di conoscenza - l'informatica, la moda, l'industria culturale - si sono irradiate su tutta la produzione sociale. Valgono cioè per i lavoratori e le lavoratrici dei supermercati e per quelli della Silicon Valley. Che la «creatività» sia la chiave di volta per compredere la società capitalista è la tesi di André Gorz nel suo ultimo volume L'immateriale (Bollati Boringhieri, pp. 107, € 12). Con questo libro lo studioso di origini tedesche, ma francese per scelta, conclude idealmente il suo precedente studio sulle Metamorfosi del lavoro, pubblicate sempre dallo stesso editore torinese. E se in quel libro Gorz parlava espressamente di una centralità del carattere servile del lavoro eterodiretto nell'attuale modo di produzione capitalistico, in questo L'immateriale si confronta invece con la centralità della conoscenza nel processo lavorativo.
Il sentiero seguito da Gorz è quello già tracciato dalle pagine sul Frammento sulle macchine di Kar Marx e ripreso in seguito anche da Joseph Shumpeter quando parla del ruolo dell'innovazione nei cicli economici. La conoscenza è stata sempre importante nella produzione della ricchezza, ma si trattava sempre di una conoscenza che poteva essere formalizzata, cioè era un «contenuto oggettivato» in una macchina o in precedure. Con l'informatizzazione avviene un mutamento significativo. Secondo lo studioso, il lavoro si trasforma sempre più in un flusso continuo di informazione che deve essere gestito e coordinato. Ed è a questo punto che le conoscenze «strategiche» diventano quelle che non possono essere formalizzate, né oggettivate in programmi informatici. Da qui il carattere strategico della conoscenza tacita, cioè quella che deriva dall'esperienza, da processi di acculturazione e da forme di socializzazione extralavorative. Chi è inserito in un processo lavorativo - che può essere ricondotto a un flusso di informazione mediato dal computer - deve quindi mettere a valore i suoi pensieri, la sua capacità di relazione con l'altro, la sua stessa capacità linguistica, cosicché il lavoro è oramai da considerare alla stessa stregua di un «lavoro di produzione di sé». Ciò che rende quindi produttiva la forza-lavoro non è una specifica abilità, come è accaduto con gli artigiani ridotti a lavoratori salariati con l'avvento dell'industria, o al contrario l'assenza di specifiche abilità, come invece è accaduto con l'operaio-massa della fabbrica fordista. La produttività oggi risiede nella facoltà generica di elaborare e rendere «capitale» la conoscenza.
Da circa quindici anni, la letteratura sul postfordismo ha ampiamento analizzato la metamorfosi del lavoro salariato. E Gorz prende come interlocutori un gruppo di ricercatori italiani e francesi - Yann Moulier Boutang, Maurizio Lazzarato, Antonella Corsani, Enzo Rullani - che hanno dato vita o collaborato alla rivista Multitudes che su questo tema ha caratterizzato il suo lavoro redazionale. In Italia alcuni dei lori contributi sono stati tradotti dalla casa editrice Ombre corte nel volume L'età del capitalismo cognitivo, dove viene messo a tema la centralità del «lavoro immateriale», cioè la «base di una produzione di valore basata sull'innovazione, sulla comunicazione e sulla improvvisazione continue». Ed è proprio questa rilevanza della dimensione «immateriale» del lavoro che André Gorz vuol sottolineare in questo libro. Ed è da questa prospettiva che viene di conseguenza analizzato il circolo virtuoso tra innovazione, imprese start-up e borsa valori della new economy - un circolo virtuoso fragorosamente interrotto dall'esplosione della bolla speculativa -, oppure il diffondersi dell'economia del logo. Il marchio svolge sì una funzione economica, ma anche un ruolo politico-culturale che viene definito di socializzazione antisociale visto l'accento che nell'economia del branding viene posto sul libero manifestarsi del desiderio e sull'aspirazione a una assoluta libertà che pone il singolo in posizione conflittuale con gli «altri». Insomma, per Gorz la fonte della produttività dell'attuale capitalismo sta in una «organizzazione che promuove l'autorganizzazione» della forza-lavoro.
L'immateriale ha volutamente il carattere di un pamphlet che non tollera mezze misure e che rappresenta un punto di svolta nella riflessione più che trentennale dell'autore, da quando cioè mandò alle stampe quell'Addio al proletariato in cui prospettava il declino lento, ma inarrestbile del lavoro salariato. Ora quel declino si è definitivamente compiuto. La società capitalistica attuale vede quindi due diverse tipologie di lavoro: quella servile e quella «immateriale».
Il punto problematico del volume non sta tanto in questa o quella affermazione, ma proprio in questa analisi duale del processo lavorativo: da una parte la schiera dei professional, dall'altra un esercito di lavoratori dequalificati, quasi una «sottoclasse» destinata a un'esistenza marginale e precaria. Una lettura più attenta delle tendenze del mercato del lavoro nei paesi a capitalismo maturo rivela invece una stratificazione esasperata della offerta di lavoro, dove c'è sì richiesta di McJobs, ma anche di knowledge workers, tutti accomunati, però, dalla precarietà del rapporto di lavoro. Alla Microsft infatti una alta percentuale di programmatori di computer sono orami temp, così come precari sono sempre più anche i tradizionali lavoratori metalmeccanici. Alcuni anni fa apparve su Business Week un lungo reportage da una fabbrica brasiliana della Mercedes dove ogni lavoratore aveva un cartellino di colore diverso appuntato sulla tuta blu per indicare altrettante tipologie di contratto di lavoro. E in quello stesso articolo il flusso di lavoro ricordava molto più il ciclo di lavorazione di un libro che non la catena di montaggio della vecchia fabbrica fordista. In altri termini, non c'è la predominanza di una figura lavorativa quanto la centralità del lavoro sans phrase, certamente diversificato, sicuramente riottoso a qualsiasi ricomposizione «tecnica» a partire dal processo lavorativo. E sicuramente diffidente a una rappresentanza politica che non contempli l'incommensurabilità della proprio apporto alla produzione sociale. Che rimane tuttavia precario, cioè viene coecitivamente ricondotto all'interno del regime del lavoro salariato. Anche se la grancassa mediatica racconta la favola delle infinite opportunità offerte dalla precarietà.
Participatory Society and The Trajectory of Change
Opening Statement By Michael Albert.
Assuming we agree that a society built on authoritarianism, patriarchy, racism, and capitalist exploitation is abysmal, what new social systems do we want and how do we expect to attain them?
People in civilization inevitably combine efforts to accomplish social functions. We establish institutions which delimit what society can and will provide us. Among the functions people's institutions fulfill are culturally establishing identity and ways of communicating and celebrating, socially procreating and nurturing the next generation, politically adjudicating disputes and arriving at shared norms and projects, and economically producing, consuming, and allocating goods and services.
The central institutions in the derivative cultural, kinship, political, and economic spheres of social life centrally determine our human condition by providing role slots we must choose among (or rebel against) in our life pursuits. These roles (including cultural, familial, political, workplace and consumer) in turn affect what we do, what we have, and who we are. By these means institutions have so far in history divided us into (or determined the nature of) groups that impose on us opposed interests and socially constructed self perceptions, including dividing us into different cultural communities, races, and religions; into men and women, gay and straight, elderly and young; into members of different political bureaucracies and parties; and into members of different classes.
The vision task is to describe values we hold dear and then the central institutions for these spheres of social life that can accomplish their prescribed functions while simultaneously furthering those values.
The strategic task is to win improved conditions for the worst off constituencies of society in a trajectory of non reformist reforms that raises consciousness, enlarges commitment, and builds and strengthens organization, leading in time to movements able to establish wholly new institutions.
My work mostly refers to economic vision, so let me start there as a basis for later addressing vision more broadly and finally moving on to some issues of strategy.
All social institutions, and certainly the economy, impact the way people interact with one another. The relevant value that I and virtually all leftists aspire to is solidarity. We feel that for institutions to cause people to care about and mutually benefit rather than trample one another, is, other things equal, very desirable.
Institutions also impact the range of options actors have to choose among and enjoy. The left value for that is diversity which we favor both to pick among more choices, and also to enjoy vicariously what others do that we don't as well as to avoid putting all our eggs in one basket.
These first two values, solidarity and diversity, are uncontroversial, not only on the left, but also more generally. Indeed, only the pathological would say that greater anti-sociality and uniformity, all other things equal, are preferable to greater solidarity and diversity.
A third way that institutions impact us is by affecting the conditions we endure or enjoy in our lives, which include what we receive from society both in things and in settings. For the economy, this is about income as well as circumstances in our economic activity. The value most people on the left aspire to is equity, but not everyone agrees on what this means. Some say that people should get income for the property they own or their bargaining power, but no serious leftists that I know of say that, so we can simply set that view aside. Many people, however, including on the left, say that we should be remunerated for the output we contribute to the overall economic product. We should get back income equivalent to the value we produce. If you produce more output, you get more. If you produce less, then you get less.
I reject this option, however, because it rewards people for genetic endowment, better tools, better workmates, and luck in what they produce, among other variables, none of which seem to me morally warranted or economically desirable. In place of remunerating output I favor rewarding effort and sacrifice only. We should get more income if we work longer or harder, or if we work at worse conditions so that our sacrifice is greater. If we had doctors and trash collectors in our new society (though, as we shall soon see, I don't believe we should), then the latter would earn more per hour due to their greater effort and the lesser fulfillment value, or, put otherwise, the greater sacrifice that is involved in their labor.
A fourth impact of institutions, including the economy, is on how much decision making say over outcomes people have. I favor what I call self management. It seems to me that each of us should have a say in decisions proportionate to the relative impact those decisions have on us. There is no moral warrant for anyone who isn't mentally incapacitated to have either less or more than that level of influence. We shouldn't have rule by one individual alone, or one-person-one-vote fifty percent plus one rules, or two-thirds is needed, or consensus, or any other decision pattern all the time, though each has its place. The point is, these are tactics for attaining the real goal, which is self management. We choose among these decision-making approaches depending on the attributes of the situation.
It is right that I should decide what color socks I wear with Stalinesque authority, and likewise, that I should decide all by myself whose picture to put on my workspace wall. But when decisions impact people more widely, decision making power is appropriately (which is to say proportionately) distributed. If I want to listen to music at work, now those who will hear it should have a say. If I want to consume something, or produce something, now those who are affected, other producers and consumers and possible recipients of by-products, all should have a say as well, one that is proportionate to the degree they are affected.
These four values - solidarity, diversity, equity, and self management - are obliterated by capitalist ownership, corporate divisions of labor, profit centered schemes of remuneration, and market allocation. Thus, if we take the values seriously, we are economic revolutionaries because to fulfill our values we must seek new institutions that further rather than subvert our preferred values.
When I try to conceive such new institutions for the economy I come up with what I call participatory economics, or parecon. How do we summarize it?
First, in any parecon we have worker and consumer councils. We have said that we are going to have self management of economic decisions and, if that is the case, then economic actors will of course need a place to express their preferences - and even to develop them - so they can proportionately influence outcomes. This occurs in the councils, which vary in size from individuals, living units, and neighborhoods, to regions and countries, and from work teams, divisions, and workplaces, to industries and whole economies. Within the workers and consumers councils communication and decision making occurs by different means in different cases and contexts, but the overriding principle is always that the means chosen should apportion decision making say to actors proportionate to the impact of outcomes on those actors.
Second, in a parecon we have balanced job complexes to replace the corporate division of labor that we now endure. In any economy, we take all the tasks in a workplace and combine some into one job, some into another, and so on. The change from capitalism to a participatory economy is that in a parecon we choose a mix of tasks for each job such that every job has an empowerment effect and a quality of life effect like every other job - a balanced job complex.
You do a job and so do I. We don't do the same things, most likely. People have different jobs in different workplaces and in each workplace, both to get things done sensibly and because we have different tastes, talents, and preferences. But the mix of tasks that you do composing your job has the same overall quality of life and empowerment "rating" as the mix of tasks I do composing my job. There is no longer a class of actors who monopolize empowering conditions and circumstances - I call these the coordinator class - while another class of actors (workers) does only rote, tedious, or otherwise unempowering work.
There is still surgery, but those who do it do other balancing tasks as well - perhaps cleaning bedpans. There is still answering phones and working in mines, but those who do it do other tasks as well, either in their main workplace or elsewhere - with the total that everyone does balancing out regarding empowerment and quality of life implications.
In other words, parecon not only eliminates capitalists as a class (by eliminating private ownership of productive property), it also eliminates coordinators as a class (by eliminating monopolization of empowering circumstances). In a parecon we are all workers with balanced job complexes - there is one class, only.
Third, in a parecon we remunerate workers for effort and sacrifice only. Those who can't work of course receive their income by right, an innovation that even social democracy and variants of capitalism respect. But interestingly, parecon, by virtue of having balanced job complexes, makes remuneration conceptually trivial. We work at jobs with comparable quality of life implications, and thus comparable overall sacrifice. Therefore we earn more or less only by virtue of working longer or working less long, or of working harder or working less hard. Decisions, as in every economic case, rest with the councils.
Fourth, and certainly most complex, we need a new allocation system. The one that I advocate as part of parecon is called participatory planning. I reject markets because they promote anti-sociality, they reduce variety, they remunerate power or at best output (and of course property in capitalist variants), and they skew power to the ruling class (which is capitalists in one variant and the coordinator class in market socialism). I reject central planning also, because it is authoritarian and again skews power to the ruling coordinator class. Indeed, the central point is that we want classlessness but these existing allocation options, like the corporate division of labor that goes with them, produce class division and class rule. Thus arises the need for a different approach.
Participatory planning uses a cooperative negotiation process to arrive at inputs and outputs for each workplace and at consumption items for each individual and also for each consumer council. Workers and consumers councils present their preferences. These are communicated and also summarized in diverse ways. Councils then make new proposals for inputs and outputs. This occurs through a number of rounds or iterations facilitated by various techniques and structures - mostly what are called facilitation boards. Relative valuations account for full social costs and benefits, transcending market incapacity to address goods with impact beyond the buyer and seller. Budgets are met, remuneration is equitable, outcomes are arrived at to directly pursue human well being and development.
But there is no center and periphery, and there is no top and bottom. The incredible claim for participatory planning is not only that within workplace units there is self management, but that there also is self management for the economy as a whole.
Yes, every economic choice affects everyone. At the very least when one thing is done, other things that I might prefer are not done and so it impacts me. More emphatically, I might have to spend my time working on the thing decided, or I might directly consume it, or I might be impacted by its by products. Yet the claim is that not only is economics intrinsically entwined, which is one of the few insights of mainstream economics that is accurate and highly instructive, but participatory planning apportions influence appropriately, nonetheless.
Of course the above is barely a description of parecon, much less a supportive argument on its behalf and rebuttal of counter fears and claims. Still, the few paragraphs reveal, I hope, the idea and essence of parecon and also of what I take to be the vision issue.
We don't need, nor does it make any sense to think we could generate a future blueprint. That would transcend our knowledge and violate participation in the creative tasks of the future. And further, in a desirable future there will often be many ways of proceeding even toward the same basic goals. But, the future will not be anything goes. In every sphere there will be some key defining shared structures, perhaps more than one set but likely not many more, within which all this diversity holds sway. Most relevant, a future economy will not have two different logics of allocation, remuneration, division of labor. It won't both have classes and class rule and not have classes. It won't have authoritarian structures of political adjudication and decision making and also participatory ones. It is the defining structures that we need to compellingly envision, at least in their broad properties, to have hope, to gain insight into the present by contrast, and to be able to discern what will (and won't) strategically get us where we wish to go.
For the economy I desire classlessness and advocate parecon and in contrast to Marxist Leninists and for that matter most Marxists as well, I reject what has been called market socialism and centrally planned socialism as each being ruled by a class of about 20 percent of the populace that currently resides between labor and capital, but which rises in what is called socialism to alone monopolize empowering labor and thereby dominate decisions and remunerate itself accordingly high.
Regarding other spheres of life -- culture, kinship, and polity -- I am vague about vision. I suspect we need new approaches to rearing the new generation if we are to overcome sexism. I am sure we need ways for cultural communities to feel secure but mutually respectful if we are to transcend racism and religious intolerance. I am confident we need new institutions of political decision making if we are to attain self management in that sphere and not only the economy. I know I would like new institutions in these other spheres of society to enhance solidarity among actors, to broaden our range of options, to distribute costs and benefits in all things equitably, and to provide self managing decision making influence. This certainly doesn't mean we should have cultural homogenization ot no culture. It doesn't mean we should have patriarchy or no gender. It doesn't mean we should have authoritarianism via one party rule or even nominal democracy, but nor does it mean we should have no political institutions. As to what it does require in each sphere - that is the vision problem for these other spheres of life.
What about strategy? How do we win a better world?
We struggle against existing oppressive institutions and repressive consciousnesses and against those who would battle to preserve either. We do it partly by fighting for improvements in people's lives now in ways that leave us with new footholds, enlarged commitment, empowered organization, and escalated inclination to fight for still more - all the way to a new society. We also create new institutions of our own embodying the values and structures of what we seek for a new society, partly to learn more about that sought future, partly as a model to inspire hope and commitment, and partly for the direct benefits that can accrue.
Since I see not only economics but also race and culture, kinship and gender and sexual relations, and political structures as each demarcating people into groups that can come to fight for or against change - I see a need for our movements to be multi-issue and multiply empowering and inspiring in order to be congenial to people moved by race, gender, sex, political power, or class issues.
Advocating parecon has important strategic implications. We should seek equitable remuneration in our organizations and in society. We should seek balanced job complexes, council self management, and participatory decision making in our organizations and in society. We should highlight the possibility of monopolization of information, skills, or positions that empower - and protect against impediments to our movements taking us where we wish to end up.
Bearing on the discussion about to ensue, all this leads me to reject a good part of the core of Marxism Leninism and its many variants.
I reject elevating economics to domineering conceptual or programmatic importance. I think race/culture, gender/kinship, and political affiliation/polity can be and in modern societies generally are equally central not only to how we live but to prospects for change - and likewise for the conceptually somewhat different relationship to the natural environment and between societies internationally. I think it is not only necessary to say and feel that sexism, racism, and authoritarianism are centrally important - but to have concepts and visions regarding these that continually propel us into taking that stance even as conflict heightens and personal tendencies push us in other directions.
I reject understanding the economy with an emphasis that under-accounts for the human and social products work. But mostly, I reject trying to comprehend modern economies emphasizing only two classes and without reference to the comparably important coordinator class. I reject as well what is called market socialism and centrally planned socialism - and virtually every serious presentation of socialism that I am aware of, where by serious I mean including specification of allocation - as being, in fact, coordinator ruled economies. I reject democratic centralism, as well, as a form of organization that tends to reproduce coordinator economic dominance as well as political authoritarianism. Indeed, while I think nearly all rank and file advocates of Marxist-conceived socialism have over the years actually wanted to achieve real justice and liberty, I think Marxism itself and even more so Marxism Leninism, are not "the ideology of the working class" but, instead, the ideology of the coordinator class.
This final deduction stares us in the face, it seems to me. Marxism's concepts obscure the existence of a third class. Leninist strategy employs organizational forms that play into elevating the coordinator class. The economic vision Leninism proposes and has repeatedly arrived at is, in fact, one that inexorably elevates the coordinator class to ruling status. I think Marx himself would make precisely this argument about what is called Marxism and certainly about Marxism Leninism were he alive today, consistently following the same logic and method he would take were he to assess modern political science or neoclassical economics finding them to be ideologies of capital.
Dictators R Us
by Noam Chomsky.
All people who have any concern for human rights, justice and integrity should be overjoyed by the capture of Saddam Hussein, and should be awaiting a fair trial for him by an international tribunal.
An indictment of Saddam's atrocities would include not only his slaughter and gassing of Kurds in 1988 but also, rather crucially, his massacre of the Shiite rebels who might have overthrown him in 1991.
At the time, Washington and its allies held the "strikingly unanimous view (that) whatever the sins of the Iraqi leader, he offered the West and the region a better hope for his country's stability than did those who have suffered his repression," reported Alan Cowell in the New York Times.
Last December, Jack Straw, Britain's foreign secretary, released a dossier of Saddam's crimes drawn almost entirely from the period of firm U.S.-British support of Saddam.
With the usual display of moral integrity, Straw's report and Washington's reaction overlooked that support.
Such practices reflect a trap deeply rooted in the intellectual culture generally – a trap sometimes called the doctrine of change of course, invoked in the United States every two or three years. The content of the doctrine is: "Yes, in the past we did some wrong things because of innocence or inadvertence. But now that's all over, so let's not waste anymore time on this boring, stale stuff."
The doctrine is dishonest and cowardly, but it does have advantages: It protects us from the danger of understanding what is happening before our eyes.
For example, the Bush administration's original reason for going to war in Iraq was to save the world from a tyrant developing weapons of mass destruction and cultivating links to terror. Nobody believes that now, not even Bush's speech writers.
The new reason is that we invaded Iraq to establish a democracy there and, in fact, to democratize the whole Middle East.
Sometimes, the repetition of this democracy-building posture reaches the level of rapturous acclaim.
Last month, for example, David Ignatius, the Washington Post commentator, described the invasion of Iraq as "the most idealistic war in modern times" – fought solely to bring democracy to Iraq and the region. Ignatius was particularly impressed with Paul Wolfowitz, "the Bush administration's idealist in chief," whom he described as a genuine intellectual who "bleeds for (the Arab world's) oppression and dreams of liberating it."
Maybe that helps explain Wolfowitz's career – like his strong support for Suharto in Indonesia, one of the last century's worst mass murderers and aggressors, when Wolfowitz was ambassador to that country under Ronald Reagan.
As the State Department official responsible for Asian affairs under Reagan, Wolfowitz oversaw support for the murderous dictators Chun of South Korea and Marcos of the Philippines.
All this is irrelevant because of the convenient doctrine of change of course.
So, yes, Wolfowitz's heart bleeds for the victims of oppression – and if the record shows the opposite, it's just that boring old stuff that we want to forget about.
One might recall another recent illustration of Wolfowitz's love of democracy. The Turkish parliament, heeding its population's near-unanimous opposition to war in Iraq, refused to let U.S. forces deploy fully from Turkey. This caused absolute fury in Washington.
Wolfowitz denounced the Turkish military for failing to intervene to overturn the decision. Turkey was listening to its people, not taking orders from Crawford, Texas, or Washington, D.C.
The most recent chapter is Wolfowitz's "Determination and Findings" on bidding for lavish reconstruction contracts in Iraq. Excluded are countries where the government dared to take the same position as the vast majority of the population.
Wolfowitz's alleged grounds are "security interests," which are non-existent, though the visceral hatred of democracy is hard to miss – along with the fact that Halliburton and Bechtel corporations will be free to "compete" with the vibrant democracy of Uzbekistan and the Solomon Islands, but not with leading industrial societies.
What's revealing and important to the future is that Washington's display of contempt for democracy went side by side with a chorus of adulation about its yearning for democracy. To be able to carry that off is an impressive achievement, hard to mimic even in a totalitarian state.
Iraqis have some insight into this process of conquerors and conquered.
The British created Iraq for their own interests. When they ran that part of the world, they discussed how to set up what they called Arab facades – weak, pliable governments, parliamentary if possible, so long as the British effectively ruled.
Who would expect that the United States would ever permit an independent Iraqi government to exist? Especially now that Washington has reserved the right to set up permanent military bases there, in the heart of the world's greatest oil-producing region, and has imposed an economic regime that no sovereign country would accept, putting the country's fate in the hands of Western corporations.
Throughout history, even the harshest and most shameful measures are regularly accompanied by professions of noble intent – and rhetoric about bestowing freedom and independence.
An honest look would only generalize Thomas Jefferson's observation on the world situation of his day: "We believe no more in Bonaparte's fighting merely for the liberties of the seas than in Great Britain's fighting for the liberties of mankind. The object is the same, to draw to themselves the power, the wealth and the resources of other nations."
Political activist and author Noam Chomsky is a professor of linguistics at the Massachusetts Institute of Technology. His new book is "Hegemony or Survival: America's Quest for Global Dominance" (The American Empire Project).
This piece originally appeared in The Toronto Star.





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