Colloquio con Godfrey Reggio
a cura di Massimiliano Geraci.
Un'alba di nerità
Il 26 ottobre 1999 è morto in un ospedale newyorkese, all'età di 69 anni, Hilary Harris. Il suo lavoro è stato ricordato con una recente retrospettiva di tutti i suoi film. È stato un regista sperimentale, uno dei pionieri assoluti del time-lapse e ha celebrato la sua città, New York, fin dall'inizio della sua carriera negli anni '50. Nel 1975 esce Organism. Si tratta di un vero e proprio inno alla modernità. La città, secondo un'idea derivata da certa avanguardia architettonica (a esempio i Metabolisti giapponesi), è vista come un gigantesco organismo la cui vita è filmata, da una macchina da presa con funzione di microscopio, nel suo incessante pulsare. Le arterie viarie sono percorse da un flusso continuo di traffico che alimenta tutto l'organismo - l'accelerazione delle immagini trasforma la luce dei fanali in ipnotiche scie blu e rosse che ricordano proprio flussi sanguigni. Numerose cineprese sono state poste su dei tetti di grattacieli a riprendere lo scenario sottostante per sei mesi. Il risultato è stato compresso nei 40 minuti del film. La metafora organica sottende tutte le scene in cui si assiste al brulichio dei cantieri, alla "nascita" di palazzi come cellule in replicazione continua che sostituiscono i tessuti invecchiati. Straordinaria, anche per il valore documentario, l'erezione delle Twin Towers: un canto sublime al progresso e alla tecnologia degli uomini. Un canto del Cigno, aggiungerebbe col suo coraggioso pessimismo Godfrey Reggio, altro mostro sacro del cinema sperimentale. Pensiamo ora alle scene di distruzione dell'11 settembre. Con l'effetto di un'allucinata distorsione temporale, un "cronosisma" vonneguttiano, i tempi di costruzione e collasso, di nascita e morte delle torri, nelle immagini filmiche, più o meno si equivalgono. Nessuno oserebbe montare insieme le due sequenze.
Reggio conobbe Harris durante le riprese di Koyaanisqatsi. Decise di contattarlo subito dopo che un amico gli fece vedere Organism. Nonostante le intenzioni che animano i due film divergono profondamente: - celebrativo della modernità e della tecnologia Organism, una critica alla deumanizzazione alla quale esse stavano conducendo Koyaanisqatsi - la sapienza tecnica del regista newyorkese gli sarebbe stata di grande aiuto. Harris si fece coinvolgere nel progetto e filmò alcune delle scene più suggestive di gente e traffico a New York.
Koyaanisqatsi, primo capitolo della cosiddetta trilogia "qatsi", usci nel 1982. Il titolo è in lingua Hopi (una tribù di indiani del Messico) e significa: vita folle, vita tumultuosa, vita in disintegrazione, vita squilibrata e di conseguenza condizione che richiede un altro stile di vita.
Il secondo capitolo, Powaqqatsi, usci nel 1987. Letteralmente "powaq" significa stregone e "qatsi" vita e, per estensione, un'entità, una forma di vita, che consuma le forze vitali di altri esseri per promuovere la propria vita.
Il capitolo conclusivo, Naqoyqatsi è uscito a New York nel 2001. Il titolo significa: una vita in cui ci si uccide l'un l'altro, guerra come stile di vita, da cui, nell'interpretazione che ne dà il regista, "violenza civilizzata". In Italia è stato presentato al 59esimo Festival del Cinema a Venezia (2002); successivamente alla terza edizione del Future Film Festival di Bologna (penalizzato dalla pessima organizzazione) e, malamente distribuito e per nulla pubblicizzato, ha raggiunto le (pochissime) sale cinematografiche il 25 Luglio del 2003.
Della trilogia abbiamo avuto modo di parlare a lungo col gentilissimo Godfrey. In questa breve introduzione all'intervista mi limito a delle suggestioni personali legate ad alcune sequenze di Naqoyqatsi, rigorosamente in ordine sparso. Come e forse ancor più dei precedenti capitoli è un film sufficientemente astratto e denso da funzionare come test di Rorschach permettendo allo spettatore di proiettarvi sopra molteplici impressioni e letture, soddisfacendo pienamente, in tal senso, le intenzioni di Reggio.
- Lunghe sequenze di 0 e 1 si snodano sulle pareti bianche e azzurre di un tunnel ghiacciato realizzato in computer grafica. L'esperienza dello spettatore si fa più che mai corporea e non solo visivo-uditiva. Si asseconda col busto e la testa, sprofondati nelle poltrone, questa corsa sfrenata pronti a un sospiro finale per quando ci si affaccerà chissà dove, alla fine del tunnel di bit che sembra arrampicarsi dalle profondità del pianeta. E invece la fine non si riesce neanche a intravederla; non vi è traccia di luce. La scena termina su un fondo nero, in una pausa della musica in cui il corpo dello spettatore galleggia sbigottito, suggerendoci che la via imboccata dagli esseri umani non potrà che precipitarci in un vuoto siderale.
- La corsa di una giraffa è ripresa dall'alto in un ambiente che, per via della manipolazione cromatica, fa pensare alla superficie di un pianeta alieno. Forza maestà libertà animali, che Reggio ci aveva mostrato in Anima Mundi (mediometraggio realizzato per Bulgari), sono meno che un ricordo nella nuova atmosfera velenosa da fall-out radioattivo.
- I potenti del mondo si avvicendano in spezzoni d'immagini televisive monocrome, traballanti, prive di stabilità; o, ancora, ne vengono mostrate le riproduzioni in un anonimo museo delle cere a sottolinearne il carattere simulacrale. La cera, e la fotografia "patinata" delle riprese, appiattiscono e fissano l'espressione in una sorta di lucida omogeneità che ce li fa percepire - al di là delle diverse ideologie che incarnano - come fatti di un'uguale materia.
- Numerosi quadri topici della storia dell'arte (dal rinascimento italiano alla secessione viennese) si alternato velocemente, diluendosi l'uno nell'altro. La breve sequenza termina inaspettatamente sulla foto in bianco e nero di una donna. Gli occhi sbarrati la bocca semiaperta un'espressione di dolore fisico e morale a un tempo: il volto stesso della disperazione. Nessun "urlo" d'autore potrà essere altrettanto agghiacciante.
- Dal punto di vista tecnico, le immagini di Naqoyqatsi sono state realizzate procedendo per accumulazione, sovrapponendo strati su strati di effetti digitali (anche 25-30 contemporaneamente). "Se ne risulta una qualche bellezza", dice Reggio, "è una bellezza picchiata, torturata". Si tratta di un procedimento, a un tempo estetico e concettuale, che suggerisce come la tecnologia si sovrapponga all'ambiente naturale come una sorta di filtro distorcente, modificandola piuttosto che sostituendola.
Straordinario il modo in cui avvengono le transizioni da una sequenza all'altra. Un'immagine sembra infestare la precedente, come un virus una cellula, e proliferare fino a scoppiarle dentro. Un'altra immagine viene inoculata, versata o piove su quella che c'era prima. I passaggi sono talmente fluidi che potremmo definirli degli "pseudo-morphing". Il risultato non ha valore puramente estetico, ma narrativo (laddove la narrazione è principalmente affidata alla musica) producendo degli "scivolamenti" di senso, generativi, a loro volta, di nuovo senso: seguendo il comando inscritto nel loro codice genetico degli spermatozoi si affannano, su un vetrino da microscopio, in una corsa senza meta, la cui meta è stata sottratta dalla scienza dell'uomo. Il brulicare si fa più fitto, più caotico; si cominciano a distinguere dei corpi umani (forse una ripresa della maratona di New York), come posti sul medesimo vetrino, anch'essi in corsa, anch'essi verso una meta sterile.
1) L'intera trilogia "qatsi" vuole mostrarci gli effetti della tecnologia sulla natura e sulla vita degli esseri umani e può essere letta come tentativo di svelare la falsità della promessa di "liberazione" che accompagna la diffusione "out of control" della tecnologia, digitale soprattutto, e il suo innervarsi nelle nostre vite quotidiane. Tra i tuoi punti di riferimento c'è il teologo e filosofo francese Jaques Ellul. "Come Heidegger, Ellul ripudia la nozione umanista di una tecnologia quale mero strumento di realizzazione degli obiettivi umani; la tecnologia invece ordisce una nuova e invisibile intelaiatura intorno al mondo in cui viviamo, una struttura potenzialmente catastrofica di conoscenze ed esseri che, ci piaccia o no, ci inghiotte" (E. Davis). Un commento in proposito.
Dal mio punto di vista la tecnologia non è qualcosa che utilizziamo, è piuttosto l'ambiente dentro il quale viviamo, è ciò che respiriamo; essa è ubiqua come l'ossigeno nell'aria. E dal momento che diventiamo ciò che vediamo, ciò che odoriamo, ciò che tocchiamo, diveniamo l'ambiente in cui viviamo, dunque la tecnologia stessa. E ciò avviene perché non abbiamo vera coscienza di questo ambiente, non ci poniamo domande riguardo ad esso. Con i miei film ho voluto contrastare duramente il punto di vista dominante, tanto accademico quanto popolare, secondo cui la tecnologia sarebbe neutrale. È sbagliato ritenere che tutto dipenda dall'uso buono o cattivo che ne facciamo. È puramente propagandistico ritenere ad esempio che l'uso che fa l'America della tecnologia sia buono mentre quello che ne fanno Saddam Hussein o Al-Qaeda sia cattivo, è ridicolo! La tecnologia non è affatto neutrale; ogni artefatto ha una sua politica intrinseca. Essa non ha solo degli effetti rilevanti sulla società, sulla struttura economica, sulla religione, sulla politica. Tutto oggi esiste immerso nella tecnologia al punto che la tecnologia è diventata il nuovo contenitore della vita. Certo, la vecchia natura e ancora qui ma dal punto di vista della tecnologia essa è solo una fonte di risorse che vanno consumate per permettere alla nuova natura tecnologica di crescere.
Concordo in pieno con Ernst Junger quando afferma che la tecnologia è diventata la nuova metafisica del ventesimo secolo. Ciò vale certamente ancor di più per il ventunesimo.
La tecnologia ci offre un mondo al di là dei nostri sensi, un mondo inafferrabile che non possiamo comprendere pienamente. È pericoloso. Viviamo in un mondo controllato da energie, da processi che non sono percepibili, ai quali non abbiamo accesso, che non conosciamo. La vecchia natura è unità attraverso una rete di diversità, la nuova natura è unità attraverso l'omogeneizzazione tecnologica. Il vecchio mondo veniva espresso in termini di partecipazione umana attraverso la parola come sua forma più alta. Il nuovo mondo viene espresso da immagini e numeri come forma più alta di comunicazione. Il vecchio mondo è affrontato dagli esseri umani attraverso l'immediatezza delle loro azioni, nel nuovo mondo l'esperienza è mediata dalla tecnologia. Il vecchio mondo era misterioso, il nuovo ci viene solennemente presentato come una certezza.
Marco Natoli: cos'è che separa il vecchio mondo dal nuovo mondo, la rivoluzione industriale, l'illuminismo?
È molto difficile da dire: il fuoco, il linguaggio, la scrittura come opposta all'oralità, la stampa, il Rinascimento italiano col suo impatto su tutto il resto d'Europa, Francesco Bacone e il metodo scientifico per cui ciò che non puoi raggiungere odorare toccare assaporare non è reale, la negazione dello spirito, l'illuminismo, certo, e lo sviluppo della scienza e della tecnologia moderne sono tutte tappe fondamentali del passaggio al nuovo mondo. Marco Natoli: dunque essenzialmente la nascita della razionalità e dell'empirismo…
In parte si. Direi che si tratta di una lunga catena piuttosto che di singoli eventi. Mi sembra opportuno aggiungere che la storia degli esseri umani è sempre stata una storia di guerra. Ma non parlo necessariamente di guerra combattuta su un campo di battaglia, parlo della guerra della vita quotidiana. È il nostro modo di vivere; siano in guerra perenne con il pianeta e con le altre specie che lo abitano. Gli esseri umani sono particolarmente predatori non solo gli uni con gli altri ma con tutte le specie. Nessun animale è al sicuro su questo pianeta, né le piante, né l'acqua, né l'aria. L'ambiente naturale è sotto assedio, ma ciò non significa che sparirà, credo proprio che saranno gli uomini a sparire prima di lui.
2) Durante l'incontro col pubblico al Future Film Festival 2003 di Bologna hai affermato che "il focus della trilogia "qatsi" è l'assenza di speranza (hopelessness). Il tramonto della speranza." Un punto di vista sul presente e sul futuro decisamente pessimista. E hai aggiunto che "solo attraverso il pessimismo le cose possono cambiare", riconoscendo una sorta di valore positivo alla negazione. In che modo le cose possono cambiare? E che "funzione sociale" possono avere i tuoi film?
Come ho detto alla conferenza di Bologna solo i pessimisti possono cambiare il mondo. Se la gente fosse soddisfatta dello stato delle cose non ci sarebbe nessuna spinta al cambiamento. Il mio punto di vista è al di là del pessimismo; devo avere, o combattere per avere, il coraggio di essere senza speranza riguardo allo stato del mondo al fine di sperare in qualcosa d'altro. I miei film sono stati in questo senso degli esercizi di ricerca nell'oscurità, nella luce accecante della tecnologia. È un punto molto importante se teniamo presente che l'arte è nata nell'oscurità, dall'assenza di forma. Per essere un'artista oggi devi essere disposto ad agire fuori dalla necessità, fuori dal destino, e il nostro destino oggi è la tecnologia, l'ordine, il potere, il controllo. Mi piace guardare indietro alle tragedie greche e dire con esse che non vi è destino che non possa essere scavalcato. Scavalcare il destino è possibile attraverso la resistenza, la ribellione che si nutrono del valore positivo della negazione. Il nemico principale della vita è l'inerzia. E per poter superare l'inerzia della tecnologia è necessario abbandonare la speranza circa l'attuale stato delle cose; ciò non vuol dire che io sia una persona priva di speranza ma che riconosco il mondo in cui vivo, nei termini della sua energia vitale e della sua direzione evolutiva, come privo di speranza. Preferisco rischiare un viaggio nel "vivido sconosciuto" per ottenere il coraggio di abbandonare la speranza così da poter sperare nel futuro.
Uno dei miei mentori ha detto che la libertà è l'abilità di dire no alla necessità tecnologica. Si tratta di un bel punto di contatto con l'idea dei greci che agire fuori dalla necessità sia il ruolo dell'eroe e dell'artista e come abbiamo appreso dalle tragedie greche l'eroe vive molte vite e muore molte morti. Come filmaker so bene che senza il negativo è impossibile la proliferazione di stampe positive. Ma la negatività ha una pessima reputazione oggi. La si medicalizza. Si vuole un mondo ripulito, asettico ed essere negativi significa sentirsi giù, essere depressi. Naturalmente non è il senso che do io alla negatività. Per me essa è un'arma straordinariamente potente, la volontà di essere critici, di mettere in discussione il mondo in cui viviamo.
Stiamo assistendo al tramonto del reale. Gli esseri umani - non dico umanità perché credo che l'umanità non esista che si tratti di una generalizzazione molto reazionaria e assolutamente inutile derivata dalla rivoluzione francese - sono sempre stati aggressivi e violenti ma il modo in cui lo sono oggi non ha precedenti. Le nostre macchine sono molto più imponenti e cominciano a essere dotate di vita propria. E credo che siamo ormai diventati tragicamente schiavi di queste macchine.
Per quanto riguarda la funzione sociale dei mie film, mi piace immaginarmi come una sorta di kamikaze culturale.
3) Come mai la scelta di un cinema senza dialoghi? Non credi nel potere della parola di svelare il mondo e creare mondi?
È proprio perché credo nel potere nella parola di svelare il mondo e creare altri mondi, è proprio perché amo la parola, che ho deciso di non usare la lingua. Credo che la nostra lingua si trovi in uno stato di umiliazione profonda, che non sia più in grado di descrivere il mondo in cui viviamo; ed è un dramma che esso sia diventato indicibile. Oggi le lingue ci vengono strappate via. All'inizio del XX secolo c'erano 30.000 fra lingue e dialetti principali sul pianeta, oggi, all'inizio del secondo millennio, si sono ridotte a 4000. Le nostre lingue stanno venendo omogeneizzate, eliminate dall'effetto omogeneizzante della tecnologia e ogni volta che una lingua sparisce è un popolo a sparire.
Pensa al famoso detto di Napoleone che un'immagine vale più di 1000 parole. Ciò che ho tentato di fare con la trilogia "qatsi" è stato di ribaltare questo detto, offrendo allo spettatore 1000 immagini nel tentativo di rendere il potere di una sola parola. Le parole in lingua Hopi che ho usato come titoli non hanno, per noi, il peso di un bagaglio culturale, sono parole che provengono da una cultura orale, da una cultura non "civilizzata", grazie a Dio. Parole che non comprendiamo ma perfettamente in grado di descrivere il mondo in cui viviamo. Parole aliene, e ciascun film, l'intera trilogia, è un esercizio per rivelare allo spettatore la potenza descrittiva di ognuna di queste parole.
4) In Koyaanisqatsi e Powaqqatsi ciò che mostri agli spettatori l'hai filmato tu stesso. Al contrario circa il 90% di Naqoyqatsi (l'eccezione è costituita dal prologo) è realizzato con materiale d'archivio manipolato e montato. Cosa intendi dire affermando che "la location del film sono le immagini stesse"? Vuoi che lo spettatore percepisca ciò che vede come privo di referente "reale"?
Esatto. Tutto il film ha a che fare con la globalizzazione come processo di virtualizzazione del mondo. Una fonte d'ispirazione è stata l'idea di Elias Canetti che la storia non è più reale. Ho girato Koyaanisqatsi nelle società ipercinetiche dell'emisfero nord, mentre in Powaqqatsi fo filmato le culture della semplicità, dell'oralità, del fatto a mano, nell'emisfero sud. Non mi restava che esplorare il regno del digitale, i mondi generati dal computer che stanno scalzando il nostro ambiente naturale. Viviamo circondati dalle immagini, dentro di esse, ed è per questo che ho voluto fare delle immagini la location stessa del film. Con le tecnologie digitali le immagini sono diventate pura illusione. Non ci sono limiti alle immagini che possono essere create, almeno da chi possiede le tecnologie. Esercitano un potere di controllo senza precedenti sulle nostre vite e questo perché sono diventate talmente familiari, iconiche, che difficilmente le mettiamo in discussione. Quel che ho tentato di fare con Naqoyqatsi è proprio penetrare l'immagine, torturarla servendomi degli stessi strumenti di tortura digitale che la generano e la diffondono, sovvertirla, ucciderla e farla rinascere.
5) C'è una scena in Powaqqatsi in cui due palazzi, uno moderno in vetro e cemento, l'altro antico, in pietra, si fronteggiano. Vuoi suggerire, attraverso questa metafora, che tecnologia e "natura" possono coesistere o sottolineare l'invadenza distruttiva della prima?
È qualcosa di diverso. Si tratta di una Chiesa antica e di un grattacielo e per me sono i simboli dell'autorità del vecchio mondo, la religione, e dell'autorità del nuovo mondo, le corporation. Entrambi questi edifici esistono fianco a fianco, così piazzo la telecamera nel mezzo, monto una lente ad angolo molto ampio e faccio una rotazione di 360 gradi. Ma è un significato suggerito appena. Ci tengo a dire che il significato di questi film non è quello che vi attribuisco io, piuttosto esso si trova nelle orecchie e negli occhi dello spettatore.
Marco Natoli: in definitiva, secondo te, natura e tecnologia non possono coesistere?
Non solo possono coesistere. Esse di fatto coesistono, tranne che una sta mangiando l'altra. Non dico che la tecnologia non sia parte della natura, secondo me la tecnologia è essa stessa natura e so bene che non possiamo tornare al tepee o alla caverna, essere uomini o donne primordiali. Viviamo in questo momento: non è possibile fuggire.
Non offro risposte a niente. Voglio mostrare il prezzo dell'ordine tecnologico, della menzogna tecnofelicista, del parlare in termini di nuove utopie, di immortalità virtuale. Non ho risposte da dare, piuttosto voglio sollevare domande che in qualche modo entrino in risonanza con chi vede i miei film. Credo che i film somiglino molto a concerti musicali. Se vai a un concerto di Vivaldi non dovresti mai chiederti qual è il significato della singola opera che hai ascoltato. Puoi chiederti piuttosto se l'ascolto del linguaggio musicale di Vivaldi sia stata per te un'esperienza ricca di significato. È proprio ciò che cerco di offrire: esperienze ricche di significato, piuttosto che il significato di qualcosa; Il significato, in questo senso, e nell'occhio dello spettatore. Se ci sono 100 persone in sala la mia speranza è che ci siano 100 differenti prospettive o punti di vista rispetto al significato dei miei film.
6) Sempre in Powaqqatsi c'è una scena, girata a Iquitos in Perù, con una bambina di fronte a un muro con su scritto, a lettere enormi, "Viva la guerra de guerrillas". È una provocazione politica intenzionale, questa tua?
Certo alla fine è risultata una provocazione, ma non è stata intenzionale. Mi trovavo già lì a filmare schemi di traffico e a un tratto ho visto in fondo alla strada questa ragazzina così bella, così curiosa, colma di meraviglia per quel che facevamo. Così ho detto al direttore della fotografia di smettere immediatamente di filmare il traffico e riprendere lei. Nell'inquadratura è rientrata anche quella scritta sul muro. Se non fosse stato per il passaggio della bimba e per la giustapposizione di quella meravigliosa presenza e dello spettro della guerra, non penso che avrei filmato la scritta. Dunque è qualcosa che è accaduto spontaneamente e, ancora una volta, ciò che la scena provoca nello spettatore differisce notevolmente da una persona all'altra. Vorrei aggiungere qualcosa riguardo alla curiosità della bambina per la macchina da presa. Generalmente quando filmi nell'emisfero nord, nelle società industrializzate, e piazzi la cinepresa di fronte a qualcuno, questi diventa autocosciente: io io io. Se fate la stessa cosa nell'emisfero sud, poiché l'ego non è così gonfio e bramoso di appagamento come nelle società industrializzate, la gente reagirà con maggiore curiosità e genuinità. La cinepresa agisce come un magnete. La gente la osserva come rapita. E i loro sguardi sono i loro "veri" sguardi, non sono diretti da un regista. E quegli sguardi giungono, attraverso la cinepresa, direttamente agli occhi degli spettatori.
Penso sia un atteggiamento più interessante verso la vita: curiosità piuttosto che autocoscienza.
7) Come certamente sai i tuoi film sono amatissimi nell'ambito della cultura psichedelica. Sono visti come straordinari "trip toys" in grado di stimolare i sensi oltre misura. Un bombardamento sinestetico che ha l'effetto di una droga: strordisce, sorprende, e talvolta rende possibili insight inattesi. Che ne pensi?
Il mio obiettivo nel fare dei film senza parole, basati sulla suggestività delle immagini, che usano la musica come narrazione, è di far viaggiare, di condurre lo spettatore in un altro posto. Le droghe sono sempre state usate non per farci del male ma per far fronte alla "noia" della vita quotidiana. E ciò vale probabilmente fin da quando siamo scesi dagli alberi, o da quando ancora ci abitavamo sopra. L'intossicazione è stata sempre qualcosa a cui gli esseri umani, così come altri animali del resto, hanno fatto ricorso nel tentativo di trascendere la vita, di andare in altri luoghi. Perciò, se i miei film funzionano, in tal senso, da equivalenti di una droga non posso che esserne lusingato.
La maggior parte dei film solo lineari, raccontano una storia. La cinepresa è schiava del soggetto o della narrazione e tutto si risolve nel quanto il film è girato bene, la caratterizzazione e la trama sono ben strutturate, ecc. Nella mia trilogia non c'è una storia lineare, il che non significa che non vi sia una storia, ma certamente essa permette maggiore libertà allo spettatore di andare dove vuole, di avere un'esperienza insomma.
8) Dai 14 ai 28 anni sei stato un membro della "Christian Brother", un monaco cattolico romano. Certamente questa esperienza ti ha profondamente influenzato per poi confluire nel tuo lavoro di regista. C'è una sorta di tensione costante, nel tuo lavoro, tra peccato e redenzione… ce ne puoi parlare?
Non direi che è proprio confluita nel mio lavoro. Credo che la vita proceda in modo "discreto", proprio come nella sfera del digitale, eppure è anche vero che ogni esperienza, in qualche modo, conduce alla successiva.
Quando avevo quattordici anni ho avuto la grande opportunità di comprendere che la cosa più pratica che potevo fare nella vita era essere un idealista. Non lo avrei mai imparato nel cuore della società americana, è qualcosa che ho appreso dalla tradizione monastica, dai margini del sistema. Mi è stato insegnato a condurre una vita assolutamente non pratica. Ho capito che la cosa più meravigliosa che uno possa fare è perdere il proprio sé, vivere per gli altri. Cose come queste sono completamente aliene a ciò che il sistema educativo americano e occidentale in genere ci incoraggiano a fare.
Da giovanissimo ho vissuto assai intensamente e avevo già cominciato ad annoiarmi quando sono venuto in contatto con questi fratelli. Fui molto sorpreso dalla grande gioia che c'era nelle loro vite e ciò, credo, mi spinse unirmi a loro. Naturalmente non avevo un'idea precisa di ciò che stavo facendo. Come molti di noi ho fatto la cosa giusta per la ragione sbagliata, ma non ha importanza, è stata comunque una grande opportunità di uscir fuori dal mondo in cui mi trovavo, di aver accesso a un universo assolutamente nuovo. Per quanto riguarda i temi del peccato e della redenzione, della salvezza, non saprei cosa rispondere. Certo sono profondamente cristiano (e questa forse è sufficiente come risposta) ma, ci tengo a dirlo, non faccio più parte di alcuna chiesa organizzata. Sono un seguace di Gesù, colui che ha vissuto la sua vita nell'amore per gli altri. Sono assolutamente convinto che si tratti di una lezione da cui il mondo potrebbe ancora trarre un beneficio immenso. Il potere temporale della Chiesa cattolica, invece, mi sembra un effetto collaterale della missione di Gesù Cristo. Sono assolutamente critico verso ogni forma di potere umano. Il potere si esprime sempre in termini di controllo delle persone. Cristo ci ha insegnato l'umiltà, il sacrificio e l'amore per gli altri. Ricordo la mia prima visita a Roma nei primi anni '80. Essendo stato monaco, Roma aveva un posto centrale del mio immaginario ed ero molto eccitato all'idea di vedere il Vaticano. Eppure mi fece un effetto assolutamente negativo. È un palazzo che ci riduce al ruolo di spettatori: spettatori dell'enorme potere della chiesa sugli esseri umani, sulle anime. Il ruolo della chiesa non dovrebbe riguardare questo mondo ma il mondo dello spirito, il mondo al di là delle apparenze. Ciò che il Vaticano incarna è quanto di più lontano dall'insegnamento di Cristo.
9) In Koyaanisqatsi ci sono delle sequenze molto frenetiche in cui viene seguita la sorte di alcune merci (jeans, televisori, automobili, computer e cibi in scatola) dalla produzione alla messa in vendita in ipermercati affollatissimi. Un tripudio di confezioni multicolore, cromate, iridescenti: carte lucide, latte smaltate e soprattutto cellophane. Asettico per antonomasia, esso è il materiale della profilassi che impedisce all'uomo il contatto "erotico" col mondo.
In Naqoyqatsi, invece, è mostrato un supermercato inabitato, ordinatissimo, spettrale: si tratta della vittoria definitiva della merce sull'uomo?
In un certo senso si. In Koyaanisqatsi cerco di mostrare che l'accelerazione è diventata il nostro ambiente vitale, non si tratta di qualcosa che agisce sulla vita, ma diventa l'ambiente stesso in cui questa si svolge. E la vita che viviamo, che è mossa interamente dalla tecnologia, ruota tutta attorno alla produzione e al consumo di merci e nella misura in cui le consumiamo senza porci domande diventiamo noi stessi queste merci. Anche in Naqoyqatsi mostro tutto ciò, ma si tratta di un processo già ultimato, siamo ormai diventati le merci.
10) Vorrei tornassi su un punto sul quale capisco che ci troviamo d'accordo. Ogni artefatto, in se stesso, nella sua inerzia, fin dal momento della progettazione, è uno spazio per l'occultamento di regole e norme sociali: agente subdolo di un potere ovunque innervato.
Nella nostra cultura è ciò che possiedi a determinare il tuo valore, non ciò che sei ma ciò che hai. Si tratta della ricerca della felicità tecnologica, e il suo prezzo è la distruzione e l'estirpazione di molte altre specie, certamente di molte specie animali. Ma cosa sappiamo in fondo delle merci che consumiamo? Solo ciò che ci dicono coloro che le fabbricano. Il 99% di ciò che sappiamo della tecnologia non deriva dall'osservazione personale, ma da quel che ci racconta chi la progetta, chi la impacchetta per noi. Ci stanno vendendo un modo di vivere, ci promettono la salvezza, ci assicurano che ingoiando la pillola giusta staremo meglio, che comprando la macchina giusta saremo persone migliori, guadagnando molto denaro la nostra vita avrà davvero senso. Tutto ciò produce tristezza, isolamento. Più una società è opulenta più i suoi membri sono isolati l'uno dall'altro poiché hanno troppo da proteggere. Naturalmente non tutti hanno accesso al benessere e ciò produce ineguaglianza e ingiustizia. Dunque la ricerca della felicità tecnologica, come consumo di beni materiali, non può che rivelarsi fallimentare. Tutto il nostro sistema educativo è basato su questo, lo stesso titolo di studio è diventato merce, un mezzo per fare soldi. Non ha più niente a che fare con la ricerca della verità, l'andare in posti sconosciuti per scoprire cose che non sappiamo.
Marco Natoli: penso che ciò sia particolarmente vero negli Stati Uniti…
Certamente. L'America è il posto dove viene testato il futuro. È un paese desiderabile e biasimabile allo stesso tempo. È una contraddizione offerta al mondo. La gente ci vuole venire ma allo stesso tempo odia l'America per il suo strapotere. Possiamo guardare all'America per capire dove il mondo sta andando. La Cina sta diventando esattamente come l'America e anche l'Europa, mi dispiace dirlo, ha avviato un processo di mercificazione della vita per cui ciò che hai è ciò che sei.
Quella americana è una società di massa. Nessuno si preoccupa degli altri, non ha il tempo per farlo, verrebbe distolto dal suo lavoro, dalla possibilità di far soldi. Puoi vedere ovunque, per le strade, una povertà enorme, soprattutto fra la gente di colore. È ciò che il mondo sta diventando. L'America rappresenta lo stesso, essa appiattisce l'altro su di sé. In questo senso ci fornisce un chiaro esempio di ciò che ci si deve sforzare di non essere.
11) È questo che intendi quando parli di tecnofascismo?
Esatto. Il fascismo del XX secolo è simbolizzato dalla svastica; il nuovo simbolo del tecnofascismo, secondo me, è il "pianeta blu". Esso è ubiquo, è usato dalle Nazioni Unite, dalle chiese, dai governi, dalle società no profit, dalle ONG, dalle corporation, dalle scuole come la nuova immagine guida del mondo, ma per me si tratta dell'immagine quintessenziale dell'ordine tecnofascista. Un ordine che mantiene l'unità attraverso la tecnologia, l'omogeneizzazione. Non abbiamo più a che fare con Hitler o Stalin o Mussolini, che ancora molte persone in Italia sembrano enfaticamente amare. Il tecnofascismo ci offre la redenzione. La tecnologia è il nostro biglietto per la felicità, ci dicono, ma essa elimina l'individuo, elimina le comunità, elimina le lingue, elimina l'amore per la verità, la capacità di pensare ad altro fuorché a se stessi.
12) All'inizio di Koyaanisqatsi, come hai detto tu stesso, ci mostri "la Terra senza relazione con gli uomini, con la propria magnificenza, la propria coscienza." Dopo una ventina di minuti mostri alcune grandi opere dell'uomo: una scavatrice a lavoro, chilometri di cavi dell'alta tensione, pozzi petroliferi, tre imponenti ciminiere fumanti. E così fino a giungere nel cuore di megalopoli dominate da grattaceli e flussi esasperati di traffico.
La natura arretra incapace di reagire. L'uomo la sta spazzando via. Eppure le suo opere, così come ce le mostri, emanano una certa solennità, quasi come monoliti primitivi. Mario Perniola, in un libro in cui esamina anche il tuo primo film, parla a tal proposito di "sex-appeal dell'inorganico". La tecnologia contemporanea mostra dunque due facce di orrore e bellezza?
Si tratta di una questione per me molto importante. Ritengo che mostrare l'orrore solo nella sua componente di brutalità, e mi riferisco a ciò che avviene in Africa centrale, in Medio Oriente, o a quanto è accaduto al World Trade Center, non sia utile a cambiare la gente. Mi piacerebbe che servisse, che bastasse, ma non ha effetto. Vedere ripetutamente l'orrore della seconda guerra mondiale non ha impedito che ci fossero altre guerre. C'è in corso una guerra mondiale in Africa e nessuno vuole ammetterlo. È per questo che ho provato a mostrare non l'orrore ma la "bellezza della bestia", una nozione che credo corrisponda a ciò che Mario chiama il sex-appeal dell'inorganico. In Koyaanisqatsi mostro ciò che noi stessi celebriamo come i nostri più grandi successi e guardo tutto ciò con un punto di vista inedito. Chi vive immerso nella tecnologia è colpito dalla sua solennità, dalla sua imponenza. I grattacieli sono nuove cattedrali gotiche che impressionano la gente catturandone lo sguardo.
Chi vive nelle città industrializzate vede solo strati di merci impilate una sull'altra. Non siamo più in grado di guardare oltre, di accorgerci che ci siamo chiusi in un ambiente artificiale che sta rimpiazzato la natura. Non viviamo più con la natura, viviamo al di sopra di essa. La consideriamo solo una risorsa per mantenere in piedi l'ambiente artificiale che abbiamo creato. Powaqqatsi (dall'Hopi powaq stregone e quatsi vita) significa un'entità che consuma le forze vitali degli altri esseri per mantenersi in vita. La sequenza di immagini pubblicitarie che separa le due parti del film, mostra la natura seducente di questo stregone. Il modo in cui agisce un powaqqa, uno stregone nero, è attraverso la seduzione e l'allettamento. Non si tratta di un'aggressione frontale, ma subdola. È il modo in cui opera la tecnologia: crea desideri che divengono necessità, ci illude di abitare nel migliore dei mondi possibili. Ed è questo che intendo parlando di bellezza della bestia.
13) Naqoyqatsi si apre con un disegno di Brueghel the Elder della Torre di Babele. Un monito contro il tentativo di omogeneizzare il mondo, di ridurre l'altro nello stesso, che si esemplifica nella pretesa di una lingua unica?
La torre di Babele mi sembra più una straordinaria prefigurazione del presente che uno dei grandi miti del passato. Essa è fuori dal tempo e ha che fare con l'omogeneizzazione delle lingue. Brueghel realizzò quattro disegni preparatori della torre prima di dipingere il suo quadro. Si recò a Roma agli inizi del '600 per studiare il Colosseo facendone la base della sua versione della torre. Nella sequenza iniziale di Naqoyqatsi c'è un'immagine che segue la torre di Brueghel ed è l'architettura neoclassica, anch'essa ispirata al Colosseo, di una stazione ferroviaria che si trova a Detroit e per me simbolizza l'autorità della cultura occidentale, la civiltà occidentale rappresentata dai romani e dalla loro architettura.
14) Anche quando, nei tuoi film, la vita umana sembra rattrappirsi, sparire, ciò nondimeno sono presenti i corpi. Il corpo frenetico di Koyaanisqatsi, ridotto a ingranaggio della città-macchina che ha costruito, a frammento di un paesaggio artificiale. Il corpo a lavoro di Powaqqatsi (lavoro da te monumentalizzato al di là del suo proprio carattere costrittivo, e al quale tutta la prima parte del film canta un inno); ma anche corpo emotivo, che prova emozioni ed emoziona: penso alla carrellata sui volti dei bimbi indiani (l'infanzia del mondo?) con tutta la gamma di reazioni emotive di fronte alla cinepresa. E infine, in Naqoyqatsi, il corpo irreggimentato: corpo militare, corpo in parata, corpo atletico. Sempre più il corpo umano è il campo sul quale si esercita la tecnologia con le sue promesse di farci trascendere i nostri propri limiti… È vero che nei tre film mostro le persone in modi diversi. In Koyaanisqatsi esse sono molto stilizzate, le ritraggo in fermo immagine per sottolineare il loro essere bloccate all'interno della macchina in cui vivono; in Powaqqatsi ho provato a mostrare la verginità, l'innocenza, la curiosità di persone che ci guardano dallo schermo; in Naqoyqatsi mostro come il corpo umano sia diventato il nuovo campo di battaglia, la nuova regione selvaggia verso la quale ci spingiamo nella convinzione di dover partire da lì per potere riprogettare noi stessi. Il nostro corpo è umiliato dalla malattia e in ultimo dalla sua mortalità e l'uomo ha sempre cercato di depurare la vita dalla malattia e dalla morte. Penso si possa comprendere una società a partire dalle utopie che essa ha generato e l'utopia dei nostri giorni è l'immortalità virtuale. Ci viene promesso che potremo trasferire il nostro sé dal contenitore di carbonio a un contenitore di silicio e così vivere virtualmente per sempre. La spacciano per liberazione ed è la nostra moderna schiavitù.
15) In Naqoyqatsi c'è una lunga sequenza di atleti in azione soprattutto nei giochi olimpici. Se da un lato il corpo atletico libera prestazioni prima impossibili dall'altro vi arriva solo attraverso l'irregimentazione tecnologica. È questo che hai voluto esprimere?
L'atletismo, lo sviluppo olimpico, hanno oggi a che fare unicamente con la costruzione del superuomo, sono esempi di ciò che fanno gli stati nazione per indicare il loro potere al mondo. Le Olimpiadi del XX e del XXI secolo non hanno niente a che fare con le Olimpiadi greche. Le Olimpiadi moderne, iniziate dagli Stati Uniti alla fine dell'800 hanno il solo scopo di celebrare la gloria e il potere degli stati industrializzati e non è un caso, infatti, che i partecipanti dei primi giochi olimpici fossero solo gli stati industrializzati. Le nuove Olimpiadi ebbero inizio nel 1896, lo stesso periodo in cui cominciano le fiere e le esposizioni mondiali che avevano lo scopo di presentare alla gente il progresso tecnologico. Non si tratta di glorificare il corpo dell'atleta attraverso le sue prestazioni ma di glorificare il corpo dello Stato. È per questo che si vuole superare la fragilità umana e costruire un superuomo. Hitler articolò il discorso sul superuomo con parole mostruose e razziste che noi oggi condanniamo ma, di fatto, perseguiamo il suo stesso obiettivo: creare un mondo di superuomini.
16) "Ormai siamo divenuti cyborg", affermi spesso. E lo dici in un'accezione assolutamente negativa. Eppure c'è chi vede nella figura del cyborg, nel connubio con l'artificiale, una possibilità di rifondazione, di rinascita dell'uomo. Tu che ne pensi?
Forse, ma non sta accadendo adesso. Quel che accade ora è che la fantascienza ci parla sempre più spesso di cyborg e tutto ciò, secondo me, non ha a che fare con la finzione; il futuro prefigurato dalla fantascienza è già qui. Siamo dei cyborg già solo quando indossiamo delle scarpe da tennis, guidiamo un'automobile, viviamo immersi nel fuso elettromagnetico delle nostre società industrializzate. Siamo già fusi con la tecnologia. Siamo diventati la nostra tecnologia, le nostre apparecchiature senza porci la domanda di cosa queste apparecchiature ci stiano facendo. Tutto ciò, come ho già accennato prima, produce isolamento. Più una società è ricca più essa è isolata, più le comunità spariscono, ed è questo che io intendo quando parlo di divenire cyborg. Viviamo in una società di massa in cui le informazioni sono costantemente manipolate, in cui lo sport è diventato la nuova religione, in cui il lavoro e il denaro sono la cosa più importante, in cui gente si sposta in media ogni tre quattro anni senza stabilirsi in nessun luogo, in cui la velocità è diventata il vero ambiente in cui le nostre vite si svolgono. Viviamo in una società in cui la bandiera americana è diventata un bavaglio attorno alle nostre bocche piuttosto che un simbolo di libertà e giustizia. Criticare non è patriottico e ci si ammanta della bandiera al solo scopo di produrre conformità. Nel regno della cecità verso il quale la storia procede l'occhio è un martire, l'occhio viene assassinato, poiché esso vede delle cose che disturbano gli altri. Oggi dire apertamente ciò che si pensa, per amore di ciò che questo paese dovrebbe essere, sta diventando sempre più pericoloso.
17) I tuoi film hanno sempre suscitato reazioni opposte da parte di spettatori e di critica. Ormai ci sei abituato. Una critica particolarmente dura, all'indomani dell'uscita di Naqoyqatsi, ti è stata mossa da Ann Hornaday che sul Washington Post titola il suo articolo "qual è la parola Hopi per "film trito e noiso?"".
La Hornaday sostiene che "la realtà sta superando velocemente il punto di vista del regista" e ti accusa di ricorrere a manipolazioni digitali dell'immagine incapaci di sorprendere uno spettatore ormai ubriacato dallo stile di MTV e della pubblicità. Come rispondi a questa critica? Certamente puoi far notare come sia stato proprio Koyaanisqatsi a influenzare, col suo stile visivo, il linguaggio di tanti videoclip e spot, ma temo non basti…
La parola con cui in lingua Hopi si esprime il concetto di noia si traduce letteralmente con "già visto in tutti i suoi aspetti". Nella mia lunga carriera di educatore ho capito che la gente impara in termini di cosa già conosce. Naqoyqatsi è un film molto astratto. In esso cerco di mostrare ciò che già conosciamo ma da un punto di vista inedito, cosicché le immagini scelte sono iconiche e l'icona è, per definizione, ciò che ci è familiare. La sfida è stata proprio partire dal nostro "venerato familiare", da ciò che abbiamo visto fino alla nausea. Le immagini sono diventate una specie di carta da parati che tappezza interamente le nostre vite. Ho voluto partire da queste immagini ripresentandole, rimescolando il mazzo, allo scopo di mostrarle in modo nuovo, di rivivificarle. Diversamente dagli altri due film il tema centrale di Naqoyqatsi è la produzione digitale, l'universo digitale in cui viviamo, qualcosa di completamente straniero al mondo naturale che ci ha originati. Naturalmente posso aver fallito nel mio obiettivo e Ann Hornaday è proprio di questo avviso. Del resto si tratta solo di una recensione e dovresti vedere tutte le altre recensioni negative che ho ricevuto! Ho smesso di preoccuparmene più di tanto.
Per quanto riguarda Koyaanisqatsi, è vero che ha influenzato profondamente il linguaggio pubblicitario e di MTV e ancora non ho capito che effetto mi faccia la cosa. Tutto ciò che ha avuto anche solo un remoto successo viene ingoiato dalla bestia, non posso farci niente.
18) C'è un solo momento in Naqoyqatsi in cui è udibile un rumore d'ambiente (o almeno in cui esso viene ricreato dalla musica). Ci mostri un sito industriale spazzato da un vento il cui fischio amplifica il senso di vuoto suggerito dalla scena. Un'opera dell'uomo senza uomini: svuotata d'umanità.
Tutto il film mi pare in qualche modo incentrato sulla sparizione dell'uomo. Gli effetti digitali lo riducono spesso al negativo, alla radiografia, all'ombra, al fantasma di se stesso.
In una scena particolarmente poetica del colore bianco (forse il colore dominante del film, col suo andare dall'opacità, alla traslucidità radiografica, alla trasparenza) si spande su un fondo nero dissolvendosi come gocce di latte in un oceano definitivo.
Un'alba di nerità ci attende? L'uomo è destinato irrimediabilmente alla sparizione?
Posso solo far ricorso alla mia limitata intelligenza per provare a rispondere a questa tua domanda e, tragicamente, devo dirti si. D'altra parte, dal punto di vista della Terra e del cosmo, potrebbe essere una possibilità meravigliosa la nostra scomparsa, dal momento che stiamo estirpando qualunque altra cosa. Credo che gli esseri umani non appartengano a questo pianeta, siamo degli alieni che hanno portato distruzione e sarebbe un sollievo per il pianeta se scomparissimo. So che suona orribile ma siamo noi a non somigliare a nessun altro animale o entità sul pianeta, che stiamo distruggendo vite che sono importanti quanto le nostre e in definitiva l'unità e la tranquillità del pianeta. Ciò non vuol dire che questo pianeta non possa essere per sua natura un posto orribile, ma sicuramente la presenza del genere umano lo ha reso ancora più orribile. Di conseguenza, non posso predire il futuro e affermare che scompariremo, ma mi sembra proprio che non possiamo continuare di questo passo: ci stiamo moltiplicando come topi, nell'arco di cento anni la popolazione planetaria sarà raddoppiata: come potremo sopportare un tale aumento demografico apparentemente senza limiti? L'espressione "un'alba di nerità" mi sembra particolarmente appropriata, e la sottoscrivo pienamente: l'alba che possiamo aspettarci non può che essere buia, stiamo cominciando qualcosa che non sappiamo ancora come andrà a finire.
- Marco Natoli: La storia può comunque essere imprevedibile…
Certamente, ma di sicuro non possiamo permetterci di continuare con questo ritmo: stiamo eliminando esseri umani, stiamo causando moltissime sofferenze, stiamo estinguendo altre specie. Chissà quali saranno gli effetti di tutto ciò, ma indubbiamente noi umani non siamo animali benevoli: pensiamo solo a noi stessi, e vista la direzione in cui stiamo andando sembriamo proprio destinati a un'inevitabile scomparsa. Detto questo, le cose di cui non siamo a conoscenza sono ancora molto maggiori di quelle che sappiamo, e quindi chissà cosa potrà accadere in futuro.
19) I tuoi film (Koyaanisqatsi, Powaqqatsi e Anima mundi) circolano sulle reti peer-to-peer. Vengono dunque scambiati gratuitamente. Si tratta di una lesione dei diritti d'autore che condanni o un segnale che qualcosa in merito al copyright va ripensata? Oppure sei per la libera circolazione del sapere e ti fa piacere che, in un modo o nell'altro, i tuoi film vengano visti?
Di sicuro non sono favorevole alla pratica del copyright. Personalmente, non realizzo i miei film a fini di lucro, ma perché il pubblico abbia la possibilità di vederli. D'altro canto, nel mondo reale sono costretto ad aver a che fare con grandi compagnie i cui interessi sono ovviamente tutelati dai diritti d'autore, e questa è una grande contraddizione del mio lavoro che devo accettare. Ma se la gente vuole copiare i miei film o scambiarli sulle reti peer-to-peer, o acquisirli da altre persone, per me va benissimo.
Per quanto riguarda la libera circolazione del sapere, si tratta di un problema più complesso. Il sapere e la conoscenza sono diventati le armi più potenti del mondo: oggi chiunque (non solo gli Stati-nazione) è in grado di costruire un'arma di distruzione di massa. È la stessa ubiquità del sapere, disponibile attraverso le reti tecnologiche, a permettere la distruzione delle società che lo sorregge. È una domanda assai complessa, poiché è il sapere e la conoscenza che in ultima analisi ci distruggeranno.
20) Un'ultima domanda obbligatoria: c'è qualche nuovo progetto nell'aria?
Sto lavorando a un nuovo film, ma non vorrei parlarne molto per il momento perché il progetto non è ancora una realtà, ma esiste principalmente nella mia immaginazione. Non mi interessa realizzare altri capitoli della Trilogia qatsi, e ho intenzione di lavorare a qualcosa di completamente diverso. Diversamente dagli altri miei film, avrà una struttura narrativa, ci saranno degli attori ma anche materiale documentario; la narrazione però non procederà per mezzo di parole, ma principalmente attraverso gesti e "body language". E quando ci saranno parole, saranno come le parole nella testa degli schizofrenici, e avrà questo tipo di narrazione. Sarà in molte lingue, ma la lingua principale, che io penso sia in qualche modo universale, sarà quella dei gesti, dove in un certo senso risiede "l'ombra" di un individuo.
Contro lo Accordo di Ginevra
a cura del Centro Palestinese per il Ritorno.
Comunicato urgente
Il PRC (Palestinian Return Centre) denuncia la legittimazione dell'apartheid nell' Accordo di Ginevra
Il Centro Palestinese per il Ritorno (PRC), Londra, condanna senza mezzi termini la proposta dell'Accordo di Ginevra tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, per il raggiungimento di un accordo definitivo sullo stato finale.
Il documento proposto è in violazione della legge internazionale, pregiudica i diritti nazionali dei palestinesi e cerca di consolidare un regime di apartheid nella Palestina occupata. Il PRC invita i patrioti palestinesi, i governi responsabili e la società civile internazionale così, come le organizzazioni internazionali per i diritti civili, a porre resistenza a questo più recente tentativo di liquidare i diritti dei palestinesi.
Per avere validità, qualsiasi accordo che si proponesse di risolvere il problema della Palestina, dovrebbe essere formulato nel rispetto della legge internazionale, rispecchiandola. Ciò vale per le questioni della sovranità, della città di Gerusalemme, dei confini statali, degli insediamenti, delle risorse idriche e dei profughi.
Il PRC appoggia senza riserve il consenso internazionale attorno al principio che il rimpatrio dei palestinesi sia il requisito fondamentale per la risoluzione del conflitto con Israele, come ribadito dalla Risoluzione n° 3089 dell'Assemblea Generale dell'ONU del 7 dicembre 1973. La Risoluzione ribadisce "che il godimento da parte dei profughi arabi palestinesi del loro diritto di ritornare a casa loro e di rientrare nel possesso dei loro beni, come riconosciuto dalla Risoluzione n° 194 (III) dell'Assemblea Generale del 11 dicembre 1948 e ripetutamente affermato dall'Assemblea da quella data in poi, è indispensabile ai fini del raggiungimento di un accordo giusto sulla soluzione del problema dei profughi e per l'esercizio, da parte del popolo palestinese, del suo diritto all'autodeterminazione".
Nonostante le affermazioni che si tratterebbe, per ora, di un documento non ufficiale, l' Accordo di Ginevra, letteralmente ma anche nelle sue intenzioni, adempiendo ad una richiesta strategica di Israele, offre la rinuncia dei palestinesi al loro diritto di ritornare a casa loro - e ciò addirittura in anticipo rispetto all'inizio di quasiasi negoziato.
Il PRC fa presente che sino dal collasso dei negoziati di Camp David nel luglio 2000, l'Autorità Palestinese ha fatto sforzi notevoli per fare concessioni sul diritto di ritorno. A tale proposito ha rilasciato - per bocca di esponenti affermati - una serie di dichiarazioni pubbliche volte a preparare l'opinione pubblica palestinese ad accettare questa rinuncia come un fatto compiuto.
A tale fine, il Presidente Yasser Arafat aveva scritto sul New York Times in data 3 febbraio 2002 “Noi comprendiamo le preoccupazioni demografiche di Israele e siamo consapevoli che il diritto di ritorno dei profughi palestinesi, un diritto garantito dalla legge internazionale e dalla Risoluzione n° 194 delle Nazioni Unite, dovrà essere implementato con una formula che terrà conto di queste preoccupazioni."
L'annuncio della stesura dell'Accordo di Ginevra, in questo particolare momento, è riconducibile alla percezione errata - sia da parte dell'Autorità Palestinese che della classe politica israeliana - che i profughi palestinesi siano disposti ad accettare l'annullamento del loro diritto di ritorno.
Questa opinione è stata smentita dal risultato delle ricerche condotte dalla Commissione Congiunta d'Inchiesta del Parlamento Britannico nei campi profughi in Siria, Libano, Giordania e nel West Bank così come nella Striscia di Gaza nel settembre 2000. "Dovunque siamo andati, i profughi condividevano l'opinione che il diritto di ritorno sia pertinente a tutti i profughi, prescindendo dalle loro attuali condizioni fisiche o economiche, ovunque essi siano collocati". Di conseguenza, l'Accordo di Ginevra non costituisce una soluzione durevole per il problema dei profughi. Infatti, l'Accordo ignora il principio della decisione personale, non coatta, in materia di rimpatrio, affrontando la questione del rimpatrio come una materia di scambio tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, per ottenere uno stato palestinese.
Il diritto di ritorno è un diritto incondizionato e non è invece, un favore politico da concedere per grazia di Israele. Il diritto di ritorno è sanzionato da diverse leggi e risoluzioni internazionali e riguardanti i diritti umani, tra l'altro anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR), la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) e dalla Risoluzione n° 194 delle Nazioni Unite. Lo UDHR afferma che "chiunque ha il diritto di espatriare da qualunque paese, incluso il proprio paese, e di farvi ritorno" (art. 13).
Ai sensi della legge sui profughi, l'espatrio viene considerato il metodo più appropriato per risolvere il problema dei profughi. Le Conclusioni del Comitato Esecutivo UNHCR n° 18 (XXXI) e n° 40 (XXXVI) del 1980 risp. del 1985, stabiliscono che "il rimpatrio di profughi dovrebbe avvenire soltanto con il consenso non coatto degli interessati; le esigenze del carattere volontario e personale del rimpatrio di profughi e dell'assoluta sicurezza delle condizioni alle quali effettuare tale rimpatrio, preferibilmente verso i luoghi di precedente residenza nei paesi d'origine dei profughi, dovrebbero sempre essere rispettate."
L'Accordo di Ginevra è volto a chiudere il conflitto e porre un termine a tutte le rivendicazioni palestinesi, assicurando ad Israele il pieno riconoscimento quale uno stato ebraico, caratterizzato da una maggioranza ebrea e con un incontestato controllo sulle terre. Di conseguenza, Israele entrerebbe in possesso perpetuo della terra storica della Palestina, a favore di ebrei dovunque essi risiedano nel mondo, mentre la maggioranza dei profughi palestinesi verrebbe invitata ad abbandonare il loro diritto di ritorno.
Una tale politica discriminatoria è da considerarsi razzista, alla luce della definizione di razzismo formulata dalle Nazioni Unite. Ai sensi della Convenzione Internazionale sulla Repressione e la Persecuzione del Crimine di Apartheid del 1973, qualsiasi intervento legislativo od esecutivo volto ad imporre condizioni di vita atte a provocare la distruzione fisica di un determinato gruppo razziale o che cercasse di negare ai membri di detto gruppo il diritto di liberamente espatriare dal e ritornare al loro paese o che negasse il diritto alla vita ed alla libertà, è da considerarsi un crimine di apartheid.
Il rifiuto di concedere ai palestinesi il diritto di ritorno, adducendo il pretesto che ciò costituirebbe una minaccia al carattere ebraico dello stato di Israele, costituisce un crimine. 'Risponsabilità penale internazionale' ricade su individui, su membri di organizzazioni, istituzioni e rappresentanti dello stato che si rendessero complici, favorissero o collaborassero in un crimine di apartheid, e ciò prescindendo dai motivi dell'eventuale collaborazione (art. III). Ciò vale anche per gli autori e sostenitori dell'Accordo di Ginevra.
Il PRC rammenta ai profughi palestinesi che è illegale concedere un qualsiasi diritto a loro riconosciuto dalla Quarta Convenzione di Ginevra, cui articolo n° 8 stabilisce: "Le persone protette non possono in alcuna circostanza rinunciare in parte o interamente, ai diritti riconosciuti loro dalla presente Convenzione."
Il PRC rammenta alle Parti Contraenti la Quarta Convenzione di Ginevra i loro obblighi contrattuali assunti con l'art. n° 1, a mantenere ed 'assicurare il rispetto della Convenzione in ogni circostanza', nonché con l'art. 47 che stabilisce che 'persone protette che risiedono in territorio occupato, non possono per alcun motivo e in alcun modo essere private dai benefici derivanti dalla presente Convenzione in seguito all'introduzione di cambiamenti dovuti all'occupazione del territorio, nelle istituzioni o nel governo del territorio interessato ne da eventuali accordi conclusi tra le autorità del territorio occupato e della potenza occupante, ne da un'eventuale annessione, in parte o interamente, del territorio occupato dalla potenza occupante".
Infine, ricordiamo che Israele è stata ammessa alla comunità delle Nazioni Unite alla condizione di adempiere alla Risoluzione n° 194. Non avendo manifestato alcuna intenzione di adempiere a questo obbligo, ogni sforzo possibile dovrebbe essere fatto per ottenere la sospensione di Israele dalla comunità internazionale degli stati.
_________________________________
Il Centro Palestinese per il Ritorno (PRC) è un'istituzione palestinese che si occupa, in linea prioritaria, del problema dei palestinesi dispersi e della loro lotta per ritornare in patria. Il Centro PRC è, per la sua natura, un'istituzione accademica e di diffusione che intende svolgere compiti di informazione, di raccolta di documenti e di forum per la militanza politica in relazione alla questione palestinese e volta a realizzare il ritorno dei profughi palestinesi.
Obiettivi:
1. Promozione del diritto di ritorno, come impegno sia umanitario che politico.
2. Preservazione dell'identità palestinese e resistenza a tentativi di trasferire altrove i palestinesi dispersi
3. Promozione ed incentivazione della consapevolezza delle sofferenze dei palestinesi nei luoghi di esilio
4. Informazione dell'opinione pubblica in Europa ed, in particolare, in Gran Bretagna sulle dimensioni attuali della causa palestinese.
PRC, Crown House, North Circular Road, London NW10 7PN, U.K.
Tel : ++44 208 4530919 Fax : ++44 208 4530994
E-mail: info@prc.org.uk Website: www.prc.org.uk
(s-z)
Al Awda è membro fodatore del PRC.
28 novembre, 2003
traduzione in italiano:
Susanne Scheidt
Comitato Coordinatore Al Awda
Al Awda Italia
Contro lo Accordo di Ginevra
a cura del Centro Palestinese per il Ritorno.
Comunicato urgente
Il PRC denuncia la legttimitazione dell'apartheid nell' Accordo di Ginevra
Il Centro Palestinese per il Ritorno (PRC), Londra, condanna senza mezzi termini la proposta dell'Accordo di Ginevra tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, per il raggiungimento di un accordo definitivo sullo stato finale.
Il documento proposto è in violazione della legge internazionale, pregiudica i diritti nazionali dei palestinesi e cerca di consolidare un regime di apartheid nella Palestina occupata. Il PRC invita i patrioti palestinesi, i governi responsabili e la società civile internazionale così, come le organizzazioni internazionali per i diritti civili, a porre resistenza a questo più recente tentativo di liquidare i diritti dei palestinesi.
Per avere validità, qualsiasi accordo che si proponesse di risolvere il problema della Palestina, dovrebbe essere formulato nel rispetto della legge internazionale, rispecchiandola. Ciò vale per le questioni della sovranità, della città di Gerusalemme, dei confini statali, degli insediamenti, delle risorse idriche e dei profughi.
Il PRC appoggia senza riserve il consenso internazionale attorno al principio che il rimpatrio dei palestinesi sia il requisito fondamentale per la risoluzione del conflitto con Israele, come ribadito dalla Risoluzione n° 3089 dell'Assemblea Generale dell'ONU del 7 dicembre 1973. La Risoluzione ribadisce "che il godimento da parte dei profughi arabi palestinesi del loro diritto di ritornare a casa loro e di rientrare nel possesso dei loro beni, come riconosciuto dalla Risoluzione n° 194 (III) dell'Assemblea Generale del 11 dicembre 1948 e ripetutamente affermato dall'Assemblea da quella data in poi, è indispensabile ai fini del raggiungimento di un accordo giusto sulla soluzione del problema dei profughi e per l'esercizio, da parte del popolo palestinese, del suo diritto all'autodeterminazione".
Nonostante le affermazioni che si tratterebbe, per ora, di un documento non ufficiale, l' Accordo di Ginevra, letteralmente ma anche nelle sue intenzioni, adempiendo ad una richiesta strategica di Israele, offre la rinuncia dei palestinesi al loro diritto di ritornare a casa loro - e ciò addirittura in anticipo rispetto all'inizio di quasiasi negoziato.
Il PRC fa presente che sino dal collasso dei negoziati di Camp David nel luglio 2000, l'Autorità Palestinese ha fatto sforzi notevoli per fare concessioni sul diritto di ritorno. A tale proposito ha rilasciato - per bocca di esponenti affermati - una serie di dichiarazioni pubbliche volte a preparare l'opinione pubblica palestinese ad accettare questa rinuncia come un fatto compiuto.
A tale fine, il Presidente Yasser Arafat aveva scritto sul New York Times in data 3 febbraio 2002 “Noi comprendiamo le preoccupazioni demografiche di Israele e siamo consapevoli che il diritto di ritorno dei profughi palestinesi, un diritto garantito dalla legge internazionale e dalla Risoluzione n° 194 delle Nazioni Unite, dovrà essere implementato con una formula che terrà conto di queste preoccupazioni."
L'annuncio della stesura dell'Accordo di Ginevra, in questo particolare momento, è riconducibile alla percezione errata - sia da parte dell'Autorità Palestinese che della classe politica israeliana - che i profughi palestinesi siano disposti ad accettare l'annullamento del loro diritto di ritorno.
Questa opinione è stata smentita dal risultato delle ricerche condotte dalla Commissione Congiunta d'Inchiesta del Parlamento Britannico nei campi profughi in Siria, Libano, Giordania e nel West Bank così come nella Striscia di Gaza nel settembre 2000. "Dovunque siamo andati, i profughi condividevano l'opinione che il diritto di ritorno sia pertinente a tutti i profughi, prescindendo dalle loro attuali condizioni fisiche o economiche, ovunque essi siano collocati". Di conseguenza, l'Accordo di Ginevra non costituisce una soluzione durevole per il problema dei profughi. Infatti, l'Accordo ignora il principio della decisione personale, non coatta, in materia di rimpatrio, affrontando la questione del rimpatrio come una materia di scambio tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, per ottenere uno stato palestinese.
Il diritto di ritorno è un diritto incondizionato e non è invece, un favore politico da concedere per grazia di Israele. Il diritto di ritorno è sanzionato da diverse leggi e risoluzioni internazionali e riguardanti i diritti umani, tra l'altro anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR), la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) e dalla Risoluzione n° 194 delle Nazioni Unite. Lo UDHR afferma che "chiunque ha il diritto di espatriare da qualunque paese, incluso il proprio paese, e di farvi ritorno" (art. 13).
Ai sensi della legge sui profughi, l'espatrio viene considerato il metodo più appropriato per risolvere il problema dei profughi. Le Conclusioni del Comitato Esecutivo UNHCR n° 18 (XXXI) e n° 40 (XXXVI) del 1980 risp. del 1985, stabiliscono che "il rimpatrio di profughi dovrebbe avvenire soltanto con il consenso non coatto degli interessati; le esigenze del carattere volontario e personale del rimpatrio di profughi e dell'assoluta sicurezza delle condizioni alle quali effettuare tale rimpatrio, preferibilmente verso i luoghi di precedente residenza nei paesi d'origine dei profughi, dovrebbero sempre essere rispettate."
L'Accordo di Ginevra è volto a chiudere il conflitto e porre un termine a tutte le rivendicazioni palestinesi, assicurando ad Israele il pieno riconoscimento quale uno stato ebraico, caratterizzato da una maggioranza ebrea e con un incontestato controllo sulle terre. Di conseguenza, Israele entrerebbe in possesso perpetuo della terra storica della Palestina, a favore di ebrei dovunque essi risiedano nel mondo, mentre la maggioranza dei profughi palestinesi verrebbe invitata ad abbandonare il loro diritto di ritorno.
Una tale politica discriminatoria è da considerarsi razzista, alla luce della definizione di razzismo formulata dalle Nazioni Unite. Ai sensi della Convenzione Internazionale sulla Repressione e la Persecuzione del Crimine di Apartheid del 1973, qualsiasi intervento legislativo od esecutivo volto ad imporre condizioni di vita atte a provocare la distruzione fisica di un determinato gruppo razziale o che cercasse di negare ai membri di detto gruppo il diritto di liberamente espatriare dal e ritornare al loro paese o che negasse il diritto alla vita ed alla libertà, è da considerarsi un crimine di apartheid.
Il rifiuto di concedere ai palestinesi il diritto di ritorno, adducendo il pretesto che ciò costituirebbe una minaccia al carattere ebraico dello stato di Israele, costituisce un crimine. 'Risponsabilità penale internazionale' ricade su individui, su membri di organizzazioni, istituzioni e rappresentanti dello stato che si rendessero complici, favorissero o collaborassero in un crimine di apartheid, e ciò prescindendo dai motivi dell'eventuale collaborazione (art. III). Ciò vale anche per gli autori e sostenitori dell'Accordo di Ginevra.
Il PRC rammenta ai profughi palestinesi che è illegale concedere un qualsiasi diritto a loro riconosciuto dalla Quarta Convenzione di Ginevra, cui articolo n° 8 stabilisce: "Le persone protette non possono in alcuna circostanza rinunciare in parte o interamente, ai diritti riconosciuti loro dalla presente Convenzione."
Il PRC rammenta alle Parti Contraenti la Quarta Convenzione di Ginevra i loro obblighi contrattuali assunti con l'art. n° 1, a mantenere ed 'assicurare il rispetto della Convenzione in ogni circostanza', nonché con l'art. 47 che stabilisce che 'persone protette che risiedono in territorio occupato, non possono per alcun motivo e in alcun modo essere private dai benefici derivanti dalla presente Convenzione in seguito all'introduzione di cambiamenti dovuti all'occupazione del territorio, nelle istituzioni o nel governo del territorio interessato ne da eventuali accordi conclusi tra le autorità del territorio occupato e della potenza occupante, ne da un'eventuale annessione, in parte o interamente, del territorio occupato dalla potenza occupante".
Infine, ricordiamo che Israele è stata ammessa alla comunità delle Nazioni Unite alla condizione di adempiere alla Risoluzione n° 194. Non avendo manifestato alcuna intenzione di adempiere a questo obbligo, ogni sforzo possibile dovrebbe essere fatto per ottenere la sospensione di Israele dalla comunità internazionale degli stati.
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Il Centro Palestinese per il Ritorno (PRC) è un'istituzione palestinese che si occupa, in linea prioritaria, del problema dei palestinesi dispersi e della loro lotta per ritornare in patria. Il Centro PRC è, per la sua natura, un'istituzione accademica e di diffusione che intende svolgere compiti di informazione, di raccolta di documenti e di forum per la militanza politica in relazione alla questione palestinese e volta a realizzare il ritorno dei profughi palestinesi.
Obiettivi:
1. Promozione del diritto di ritorno, come impegno sia umanitario che politico.
2. Preservazione dell'identità palestinese e resistenza a tentativi di trasferire altrove i palestinesi dispersi
3. Promozione ed incentivazione della consapevolezza delle sofferenze dei palestinesi nei luoghi di esilio
4. Informazione dell'opinione pubblica in Europa ed, in particolare, in Gran Bretagna sulle dimensioni attuali della causa palestinese.
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(s-z)
Al Awda è membro fodatore del PRC.
28 novembre, 2003
traduzione in italiano:
Susanne Scheidt
Comitato Coordinatore Al Awda
Al Awda Italia
«LA CRITICA DELLA RELIGIONE IN SPINOZA» di Leo Strauss
di Augusto Illuminati.
Negazione della verità profetica,della Creazione e dei miracoli: tre «no» spinoziani su cui Strauss costruì un grande libro di critica della Modernità (da leggere a specchio con «il» Maimonide,anch'esso appena tradotto).
Molti libri tutt'insieme intorno a Spinoza. Alcuni caratterizzati dall'opposizione al dualismo cartesiano sul piano giuridico (Potenza e beatitudine. Il diritto nel pensiero di Baruch Spinoza, di Roberto Ciccarelli, Carocci, pp. 239, 18,00) o biologico (Antonio Damasco, Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti, cervello, Adelphi, pp. 424, 30,00), altri imperniati sulle premesse teologiche del discorso spinoziano e della modernità in generale. Discorsi complementari, ma che richiedono una trattazione separata. Affrontiamo per il momento il secondo versante, segnalando la simultanea traduzione di due testi giovanili dedicati, in stretta connessione fra loro, da Leo Strauss a Spinoza (La critica della religione in Spinoza, 1928-1930, a cura di Riccardo Caporali, Laterza, pp. 309, 24,00) e a Mosè Maimonide (Filosofia e legge Contributi per la comprensione di Maimonide e dei suoi predecessori, 1932-1935, a cura di Carlo Altini, La Giuntina, pp. 325, 15,00), cioè a due fra i tre autori di riferimento in tutto l'arco della sua produzione (il terzo è Hobbes). Ne emerge a tutto rilievo, grazie al rapporto di committenza di entrambi i lavori con l'Akademie für die Wissenschaft des Judentums, il rapporto costitutivo dello Strauss tedesco con le problematiche della filosofia ebraica del dopoguerra nel breve intervallo fra la rinascita con Hermann Cohen e Franz Rosenzweig, transfughi rispettivamente da Kant e Hegel, e l'annientamento nazista. Strauss, in aperta rottura con i suoi maestri e committenti (da Julius Guttmann a Fritz Bamberger), si volge a una tematica che trascende il programma originario per affrontare una critica complessiva della modernità a partire dalla questione ebraica e dall'impossibilità simultanea di un'ortodossia (religiosa o sionista) e di una declinazione esistenziale della Torah, elaborando così un vero e proprio terzo Talmud (dopo quelli palestinese e babilonese), ma un Talmud ateo.Non per nulla Gershom Scholem, nella lettera a Walter Benjamin del 29.3.1935, si era vantato di aver raccomandato a Gerusalemme un autore che proclamava l'ateismo come la vera parola dordine ebraica! Ben in consonanza con il suo futuro oggetto di studi, l'ateo Hobbes che fonda l'obbligazione sulla potenza assoluta del Dio che ha creato il mondo dal nulla e ivi a ogni momento può sospingerlo di nuovo. Dalla constatazione dell'impossibilità di un ritorno immediato all'ortodossia ebraica e dall'insoddisfazione per il relativismo nichilista, cui conduce lo slittamento ineluttabile dell'illuminismo in storicismo, Strauss approda prima alla riscoperta del razionalismo medievale di Maimonide, poi alla rivalutazione degli antichi rispetto ai moderni che è la cifra del suo pensiero più maturo e noto. Manca ancora in questi primi studi l'altro aspetto caratteristico di Strauss, l'enfasi cioè sulla necessaria doppiezza e dissimulazione del filosofo rispetto al potere pubblico e al pubblico, anche se già se ne pongono le premesse teoretiche.Il saggio su Spinoza, purtroppo amputato per ragioni editoriali della fondamentale Preface all'edizione inglese del 1965 (già tradotta in italiano, ma non agevolmente rintracciabile), che ricostruisce a posteriori tutto il percorso spinoziano dell'autore, prende subito le distanze dalla polemica coheniana contro il Tractatus theologico-politicus, visto come attacco non tanto al monoteismo ebraico quanto a ogni forma di religione rivelata, dunque facendone un problema di fondazione del moderno e non un capitolo della filosofia ebraica. Strauss comincia appunto con il ricercare le condizioni di possibilità di una scienza biblica e le rintraccia in una preliminare e radicale critica della religione, nella destituzione della credenza in un'origine divina del Libro e nella negazione delle tre ipotesi (reciprocamente convalidantesi) della creazione del mondo dal nulla, della verità profetica e dell'autenticità dei miracoli. La sostituzione della rassicurazione mediante la fede con la beatitudine (epicurea) della pura ricerca della verità è il gesto preliminare e infondato che fonda ogni possibile approccio razionalistico. Il vero avversario di questa opzione spinoziana non è Maimonide, ma Calvino e la giustificazione per fede. L'ortodossia contestata è quella cristiana e con geniale intuizione Spinoza ritrova in Paolo l'inapplicabilità teoretica dell'Antico Testamento e l'impossibilità di una sovradeterminazione teologica della politica. Lo scontro non avviene all'interno della comunità sefardita, ma nell'ambito olandese, ed è diretto contro le tendenze teocratiche e monarchiche che minacciavano la libertà di discussione nelle Province Unite. Dal punto di vista filosofico Strauss sostiene che Spinoza ha dimostrato non l'impossibilità ma l'inconoscibilità dei miracoli (indifendibili se si scende sul terreno dell'argomentazione logico-storica, ma resistenti se dichiarati inattingibili dall'esperienza ordinaria) e confronta il razionalismo moderno con quello premoderno di Maimonide, che considera del pari indimostrabili le tesi antinomiche (biblica) della creazione del mondo e (aristotelica) della sua eternità. L'esame spinoziano «senza pregiudizi» del pregiudizio religioso (i miracoli, per esempio) si fonda al contrario sull'esclusione (infondabile) della rivelazione.Come scegliere, allora? Il contrasto fra Spinoza e Maimonide rimanda alla natura della Legge, che per il secondo è Legge rivelata, in linea con una lettura teologica che prima ancora che biblica è platonica. Lo stesso discorso valeva per i filosofi islamici, da cui Maimonide dipende, rispetto al Corano. Per l'ateo Strauss (ma anche per Maimonide, come risulta dalle posteriori interpretazioni straussiane che mettono in rilievo le incongruenze e reticenze del grande Rabbi, ben consapevole del circolo vizioso fra Torah e miracoli), la rivelazione è infatti una metafora del primato della Legge della Città sulla speculazione filosofica, della salvezza collettiva sulla ricerca della verità - o vogliamo dire che è un'ultima eco della priorità nietzschiana della vita sulla conoscenza? Non dice proprio Strauss che «la Torah è - come il mondo, proprio in quanto «mondo» - prima della filosofia»? La Legge garantisce la convivenza umana, presupposto per lo sviluppo della filosofia, e quest'ultima è autorizzata, anzi invitata pressantemente a interpretare la Legge, eventualmente dissimulando e riservando ai soli sapienti l'individuazione dei punti di contrasto. Resta il primato della vita teoretica, purché non rovini le radici dell'ordinamento civile per le masse. La profezia ha un valore esclusivamente politico e pone le basi per la perfezione del corpo e della mente degli uomini: per la vita collettiva di tutti e la speculazione filosofica di una minoranza. Atene e Gerusalemme, filosofi e politici sono inconciliabili e tuttavia condannati a convivere. Solo così si può uscire dall'autodistruzione illuministica della ragione moderna e riproporre una dialettica liberale che rimoduli l'antica distinzione di élite e masse. Radicalismo filosofico e conservatorismo politico: qui subentra la lezione di Hobbes.
La rappresentazione come realtà
di Noam Chomsky.
Passi del libro ATTI DI AGGRESSIONE E DI CONTROLLO.
È necessario inoltre falsare radicalmente la storia. È un'altra strategia per sconfiggere le assurde inibizioni: far apparire le cose in modo tale che, quando gli Stati Uniti attaccano e distruggono un paese, sia chiaro che lo stanno proteggendo da mostruosi aggressori.
Fin dalla guerra del Vietnam lo sforzo per ricostruire la storia è stato enorme. Troppa gente allora cominciava a capire com'erano andate veramente le cose, tra cui moltissimi soldati e giovani impegnati nel movimento pacifista e in organizzazioni analoghe. Una pessima cosa: era necessario risanare quei pensieri malati, trasformarli in consenso e indurre il popolo al riconoscimento che tutto quel che facciamo noi americani è nobile e giusto. Se bombardiamo il Vietnam del Sud è perché lo stiamo difendendo da qualcuno, evidentemente dai sudvietnamiti, visto che lì ci sono solo loro. E' quella che gli intellettuali kennedyani, tra cui Adlai Stevenson, chiamarono difesa contro "l'aggressione interna": era necessaria una definizione ufficiale che fosse comprensibile, e questa funzionò perfettamente. Quando i media sono sotto controllo, il sistema scolastico e il mondo della cultura sono allineati, il consenso e assicurato.
L'università del Massachusetts ha condotto uno studio interessante sugli atteggiamenti nei riguardi della crisi del Golfo, allora in corso: l'intento era di conoscere la disposizione mentale con cui le persone guardavano la televisione. Una delle domande era: "Quante vittime vietnamite ci sono state secondo voi durante la guerra del Vietnam?". La risposta media del cittadino statunitense è stata: circa centomila. La stima ufficiale è di quasi due milioni, mentre la cifra reale si aggira probabilmente attorno ai tre o quattro milioni. Gli autori della ricerca proposero poi un'altra domanda: "Cosa pensereste della cultura politica tedesca se, domandando ai tedeschi di oggi quanti ebrei siano morti nell'Olocausto, rispondessero: circa trecentomila? Cosa ci rivelerebbe questa risposta sulla cultura politica tedesca?". La domanda è rimasta in sospeso, ma noi possiamo riprenderla. Cosa ci dice della cultura di noi americani? Che è necessario vincere le malsane inibizioni sull'uso della forza militare e le altre idee che esprimono dissenso. Nel caso della guerra del Golfo ha funzionato, e lo stesso si può dire per qualsiasi altra questione (il Medio Oriente, il terrorismo internazionale, l'America Centrale): l'immagine del mondo che viene presentata al popolo ha solo una remotissima relazione con la realtà. La verità resta sepolta sotto un enorme castello di bugie. Per scongiurare la minaccia della democrazia, in condizioni di libertà, si è dimostrata una strategia molto efficace; a differenza di quanto avviene negli stati totalitari, in cui si ricorre alla forza, questi risultati sono ottenuti in condizioni di libertà. Se vogliamo capire la società in cui viviamo, dobbiamo riflettere su questi fatti.
[per leggere altre parti:www.cunegonda.info/chomsky.htm ]





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