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Una filosofia in salita libera

di materialiresistenti (31/10/2003 - 12:28)

di Mario Megge. Il «filosofare dal basso» come teoria critica capace di indagare e svelare le forme di dominio e spoliazione della libertà. Una forma di resistenza che parte dalla pluralità dei soggetti e permea lo spazio pubblico della comunicazione Pietre d'inciampo Le categorie di «alto» e «basso» e la distribuzione ineguale del potere. L'eredità filosofico-politica di Giuseppe Semerari
La raccolta di saggi pubblicata da Giuseppe Semerari nel 1973 sotto il titolo Filosofia e potere (Dedalo) si apre con la seguente dedica: «Questo libro è idealmente offerto ai giovani delle scuole e delle università (...) che, traducendola in azione, hanno provato come la cultura possa diventare critica vissuta e vivente di ogni potere reificato, strumento di dominio dell'uomo sull'uomo». Insolite nel linguaggio accademico, queste parole non erano scritte da un attivista politico o da un giovane docente in cerca di popolarità. Passata la soglia dei cinquant'anni, Semerari esercitava una forte autorità sia nel suo stesso ruolo cattedratico sia nel dibattito filosofico nazionale e internazionale. Nel 1973 i sommovimenti studenteschi si erano già attenuati ma il filosofo barese non esitava a dichiararne il valore e la piena corrispondenza con il progetto critico delineato in Filosofia e potere. «Una critica filosofica del potere - scriveva Semerari nell'Introduzione - si identifica, al limite, con la progettazione di una democrazia reale e radicale, in cui il potere è valido soltanto nella misura in cui è giustificato dal basso, è universalmente partecipato e formalizza non rapporti irreversibili di dominio e sudditanza, bensì rapporti di reciprocità». La critica filosofica indaga e svela le forme di dominio e spoliazione della libertà da parte di un potere istituzionale reificato: «la reificazione è la pretesa della istituzione di esistere per se stessa». Ma, in relazione al potere, si apre anche la spaccatura tra due diversi procedimenti filosofici. In un caso la filosofia procede, per così dire, «dall'alto» e si adopera a descrivere e ratificare razionalmente l'ordine dato, «ignorandone o pacificandone le contraddizioni». Nell'altro caso, invece, la filosofia «non ritiene l'ordine dato aprioristicamente garantito nella propria razionalità e lascia che le contraddizioni esplodano». Il «filosofare dal basso» (oggetto del primo capitolo di Filosofia e potere), dunque, non prende forma di dottrina o di sistema ma è connotato da «un atteggiamento radicalmente empiristico», dal riconoscimento della finitezza, complessità e precarietà dell'umano (negli anni seguenti Semerari darà spazio al concetto di insecuritas); configura la conoscenza come un processo interattivo, o più precisamente (secondo la terminologia di John Dewey) «transazionale»; parte dalla pluralità dei soggetti, in vista della comunicazione reciproca, dando la priorità al «domandare». Infine si rivolge alle possibilità del futuro, in opposizione al filosofare «dall'alto» che totalizza la storia «come visione retrospettiva di un processo già concluso». La proposta critica di Filosofia e potere non si riduceva però ad una controversia tra filosofie. Dei concetti di feticismo e reificazione - elaborati da Marx principalmente nella critica dell'economia politica - Semerari si avvaleva in un quadro più articolato, che si estendeva alla politica (come già si è detto) ed alla scienza perché le forme dell'attività umana ed i loro comparti istituzionali si entificano e prendono a vivere di vita propria: i «predicati» diventano Soggetti e riducono ad oggetto i soggetti reali e viventi. A questo proposito Filosofia e potere segnala processi di inversione di senso. Se il procedimento sperimentale della scienza moderna costituisce un modello eminente di sapere aperto e problematico nel loro sviluppo, la scienza e la tecnica, sono poi divenute «potenze dominanti» e di conseguenza «campo di una ben distinta alienazione». L'altra inversione è quella del marxismo trasformatosi in ideologia di Stato. L'ultimo capitolo di Filosofia e potere si intitola, non a caso, «Burocrazia, tecnocrazia e libertà» e documenta la solidarietà attiva con i filosofi dissidenti della Jugoslavia e di altri paesi dell'Europa orientale. Scriveva Semerari: «Non è casuale che Gramsci abbia parlato di `feticismo' a proposito di quegli organismi collettivi (Stato, Nazione, partiti, sindacati, ecc.), che finiscono con l'esser sentiti e pensati dai loro stessi componenti come un'entità estranea». Vi è una forte sintonia tra gli argomenti affrontati in Filosofia e potere e le pratiche riformatrici che si svilupparono, negli stessi anni, in vari settori del lavoro e della attività professionale. Collegati alle strategie contrattuali dei sindacati, gli interventi «tecnici» di tutela della salute fisica e mentale dei lavoratori presero forma di azione collegiale e comunicazione reciproca tra gli esperti e i destinatari, ora riconosciuti come titolari di diritti, di conoscenza, di autonomia personale e di gruppo. I movimenti e le nuove associazioni qualificarono le rispettive aree disciplinari - della psichiatria, della medicina, della magistratura - con l'aggettivo «democratica», termine che potrebbe agevolmente essere completato o scambiato con la dizione «dal basso». Nel corso degli anni `80 e `90, i mutamenti del tessuto economico, del mercato del lavoro e delle relazioni industriali hanno poi rimosso quella «centralità della fabbrica» che aveva dato consistenza sociale alla prassi. Ciò nonostante, quelle esperienze, simultaneamente politiche e professionali, non hanno soltanto arricchito e trasformato i saperi ma hanno anche aperto la via e dato indirizzo a legislazioni di riforma (dallo Statuto dei Lavoratori alla legge 180 sui manicomi sino alla istituzione del Servizio Sanitario Nazionale). E che queste fossero vere riforme è dimostrato dal fatto che sono ancora costantemente sotto tiro, e oggi più che mai minacciate. Certo, nella congiuntura odierna non è affatto scomparso il recitativo delle «riforme» e del «riformismo». Ne è però evidente il capovolgimento di senso. Le iniziative e le pratiche degli anni `70 mobilitavano ed aggregavano una pluralità di soggetti (lavoratori e cittadini, operatori ed esperti, amministratori locali e dirigenti politici) al fine di innalzare i livelli di responsabilità sociale e di autogoverno, nel quadro di istituzioni pubbliche sempre riformabili. Come ricorda lo psichiatra Antonio Slavich (La scopa meravigliante, Editori riuniti, 2003), nel 1977, sopra la breccia aperta nel muro del manicomio provinciale di Ferrara venne scritto: «Con il lavoro di tutti ora l'ospedale è davvero aperto: perché diventi un problema per tutta la città e non solo per chi ci `vive' o ci lavora.» Le riforme di cui principalmente adesso si parla concernono invece l'efficienza di entità di tipo uniformemente aziendale. E, perché ciò accada, è primaditutto necessario che siano i singoli soggetti a «riformarsi». Solo liberandosi dalla rigidità dell'occupazione, dai contratti collettivi e dalle tutele sociali potranno diventare pienamente imprenditori di se stessi, organizzare e rispettare i propri «budgets» vitali: formativo, lavorativo, previdenziale, funerario. La Società può allora compendiarsi in pochi istituti essenziali: le agenzie finanziarie, che amministrano risparmio e credito valorizzando sul mercato i fondi-pensione e le agenzie di pubblica sicurezza. Le riforme, insomma, consistono nella demolizione sistematica di ciò che è stato conquistato e costruito in centovent'anni di storia del movimento operaio e democratico. Il «filosofare dal basso» avrà un destino analogo? La figura dell'«alto» e del «basso» riguarda innanzi tutto la distribuzione ineguale del potere. Poiché all'inizio del terzo millennio questo dato di ineguaglianza non solo permane ma si è aggravato nel mondo ed anche nel nostro paese e non è ancora giunto il tempo di esimere i filosofi da una qualche scelta di campo. Prendere posizione «dal basso» vorrà dire attenersi ancora al compito prevalente della «critica»? Certamente sì. Ma si deve aggiungere che l'esercizio della critica trova ostacolo nel fatto che (a differenza di quanto avveniva nel secolo di Hegel e di Marx, ed ancora negli anni della nostra gioventù) adesso «dall'alto» non discendono più affatto pensiero e ragionamenti ma soltanto cascami di precedenti dottrine (che un tempo furono robuste e bene argomentate), riciclati in messaggi pubblicitari. Questi messaggi cavalcano ed alimentano fenomeni di stupidità di massa, al cui riguardo l'attrezzatura diagnostica dei sociologi e degli storici appare superiore a quella dei filosofi - i quali, in tali circostanze, sono più facilmente inclini alla retorica della denunzia e dell'indignazione morale. Tuttavia non mancano alla filosofia specifiche risorse ed occasioni di resistenza. Le risorse, per lo più, non sono di recente acquisizione: risorgono da un lungo passato e non possono essere agevolmente catalogate per mezzo della opposizione tra l'«alto» e il «basso». Ciò non vuol dire che sia terminato il filosofare dal basso, bensì che, nella attuale desertificazione, il tracciato «dal basso» viene a coincidere quasi interamente con le ragioni del filosofare in generale. Ma, proprio in vista di un più ampio fronte di resistenza filosofica, devono essere ridimensionate (a mio parere) alcune discriminanti presenti nel modello di Filosofia e potere: in particolare quella che oppone all'«idealismo» (stabilmente associato al filosofare dall'alto) il «materialismo» (nella sua versione marxiana). Questa dicotomia attesta l'esodo del filosofo Semerari dai palazzi del Novecento filosofico italiano. Chi appartiene ad un'altra generazione ed ha avuto un diverso itinerario di formazione può invece pensare che la coppia oppositiva «idealismo-materialismo» sia altrettanto povera di significato quanto il vocabolario dell'odierno riformismo e della sua immancabile compagna, la «modernizzazione». D'altronde le carovane che cercano di resistere adesso ai briganti del deserto si avvalgono assai poco delle armi del materialismo storico: maneggiano preferibilmente quelle forgiate dai fondatori dello stato di diritto, dai teorici della divisione dei poteri, dai critici della democrazia plebiscitaria, che erano autenticamente liberali. A guisa di esempio vorrei segnalare infine due aree in cui può esercitarsi una resistenza filosofica. La prima riguarda lo spazio della comunicazione pubblica, la seconda le strutture del tempo. I governi liberisti, «deregolatori» e alla fine «neoconservatori» (pertanto interamente dissimili dai «liberali» precedentemente evocati), sono intenti non soltanto a smembrare e vendere patrimoni e servizi dello Stato ma anche a restringere gli spazi della comunicazione libera e della discussione aperta ai cittadini poiché non tollerano di essere contestati e contraddetti «sulla scena». Al contrario, la tradizione prevalente della filosofia consiste nella controversia palese e programmatica, che si svolge per lo più in forme e sedi pubbliche: tali sono non soltanto l'agorà ateniese o le gazzette dell'Illuminismo ma anche, seppure con più rigide barriere gergali, le dispute scolastiche del Basso Medioevo o le tenzoni della filosofia classica tedesca, che davano gran lavoro a tipografi e librai. Da questo punto di vista l'opposizione «dal basso» ha direttamente a che fare con le condizioni costitutive del filosofare. La filosofia ha scarse possibilità di sopravvivenza se non vengono difesi, ristabiliti ed allargati gli spazi, aperti a tutti, della discussione: ovviamente, nel confronto plurale tra i campi del sapere e tra diversi operatori, egualmente disposti a interrogarsi sul senso della propria attività professionale. Questo progetto, direttamente politico, esige però che i filosofi non indulgano all'esoterismo del linguaggio settoriale e che riescano ad opporre comprensibili argomenti di «buon senso» ad un «senso comune» manipolato, traviato ed afasico. Seguendo le indicazioni di Semerari, possiamo dire che il filosofare dal basso è connotato dall'orientamento al futuro, aperto ai tempi lunghi. Al contrario, il dominante modello economicistico concentra e riduce le dimensioni del tempo (presente, passato e futuro) nella brevissima durata dell'«atto puro» mercantile (l'operazione di borsa) o comunque in aspettative e progetti di corto periodo. Rafforzare e dilatare nuovamente le dimensioni del tempo diventa dunque uno dei compiti della resistenza dal basso. E la dilatazione si fa in avanti e all'indietro. Ora, questo andirivieni è un requisito essenziale del lavoro filosofico, che dialoga con i predecessori e li rende in qualche misura contemporanei, entro un arco di tempo di circa venticinque secoli (corrispondente in larga misura anche alle vicende storiche della Politica e del Diritto). La continuità di questa tradizione è assicurata non tanto dalla variabile sequenza delle costruzioni dottrinali quanto dalla persistenza dei problemi. E poiché non è vero che i problemi si pongano soltanto quando diventano materialmente possibili le soluzioni, o che le domande ottengano sempre risposta, proprio per questo la partita rimane aperta ad un futuro incerto. Il semplice esercizio storico-temporale del filosofare diventa in tal modo una pietra d'inciampo per i predatori del tempo.

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Mexicans Seek Alternatives To Socio-Economic Rot

di materialiresistenti (30/10/2003 - 20:02)

By Patrick Bond. 'We are becoming critical again,' said a delighted Maria de los Angeles of El Colegio de Mexico midway through an October seminar at this Mexico City university. 'Academic economists used to stop at analysis of causality. Now we are ready to propose policies. Especially after Argentina's fight against the International Monetary Fund, we can say the emperor is naked.'
The critique is long-standing and increasingly bitter, because Mexico was a guinea pig for what became known as the Washington Consensus: free-market economic policies. This partly stemmed from the high-profile 1994 North American Free Trade Agreement (NAFTA), but really dates to early 1980s pressure from the World Bank, International Monetary Fund, and manipulative donor agencies (especially the US Agency for International Development). If, as the Bush regime says, next month's Free Trade Agreement of the Americas (FTAA) summit in Miami heralds 'NAFTA for the hemisphere,' then visiting officials from tumultuous Latin American countries will get no joy from reciting the Mexican experience. (More likely is that due to unbridgeable gaps, the FTAA will deliver a merely symbolic statement of organizational intent.) The World Bank and IMF insisted to Mexican officials that abolishing controls on finance, liberalizing imports and exports, and shrinking the state would bring massive trade opportunities and foreign direct investment in manufacturing. In Mexico, unlike other countries--all of Africa, for instance--this pledge was kept. After Mexico's 1982 debt crisis, and especially after presidents Carlos Salinas and Ernesto Zedillo unquestioningly adopted Washington's mandates during the 1990s, the export/output ratio soared by 250% and tens of billions of dollars of foreign capital were attracted into new manufacturing. But here arises the main question: were trade and investment sustained, and did they trickle down, drawing the mass of impoverished Mexicans into the productive economy? That was the premise accepted by US president Bill Clinton in December 1994, when he welcomed Mexico to the Organisation for Economic Cooperation and Development, as a new member of the First World. To answer, consider information gathered by the Tufts University Global Development and Environment Institute, where three researchers--Tim Wise, Hilda Salazar and Laura Carlsen--have produced an excellent new book, Confronting Globalization: Economic Integration and Popular Resistance in Mexico (Kumarian Press), summarized in an article by Wise for the Interhemispheric Research Center (http://www.irc-online.org/). While I was not so impressed by the mild-mannered tone and the content of Wise's 'NAFTA's lessons' policy recommendations (such as adding labor and environmental clauses to free-trade deals), the information provides a damning case against Washington. Until the era of neoliberalism began, Mexico's elites had constructed a protected manufacturing sector and diverse agricultural economy that benefitted from 1930s-40s land reform and the consequent balancing of income distribution. For half a century, from 1933 to 1982, Mexico grew by just over 6% a year on average. Exports were only 10% of total annual economic output (GDP) during this period. From 1982 to the present, growth was only 2.3%, although exports grew to 26% of GDP. One reason for stagnant economic development since 1982 was, ironically, class war against lower-income workers, which reduced consumer purchasing power. Since 1980, the minimum wage has fallen 76% and the contract wage is down 51%. With labor productivity up 45% since 1995, corporations downsized their workforce. Indeed, Mexico has suffered a net job loss during NAFTA. And the quality and benefits of new jobs in the manufacturing sector are far lower than in the rest of industry. Sweatshop-style 'maquiladore' plants were set up on the US-Mexico border and near Mexico City during the 1990s. But wages are low, having dropped 35% in 1995 (the year total output fell 6.2%), and 60% of workers still do not receive benefits. In the Matamoros zone, more than half the workers have experienced injury or occupational health problems. As a result, three quarters of Mexicans now live below the poverty line. The share of household income that goes to the poorest 10% is 1.5% (down from 1.7% in 1984), compared to a massive 38.7% of national income enjoyed by the richest tenth of the society (up from 49.5% in 1984). Says Wise, 'In many ways, Mexico got what NAFTA promised: trade and investment. Unfortunately, these have not been translated into benefits for the Mexican population as a whole or into improvements in the country's fragile environment.' On the ecological front, even the Mexican government admits that since 1985, rural soil erosion worsened by 89% and air pollution by 97%. But thanks to fiscal squeeze, the government spent 45% less by 2000 than it did fifteen years earlier. In addition to violations of labor rights and environmental damage, gender violence has become a national issue in part because of the appalling rapes and murders of more than 300 maquila workers--all women--in Ciudad Juarez over the past few years. The maquila's defenders have always pointed to the employment and skills transfer to Mexico, but now it is more evident that the foreign plants are footloose and that they have few linkages backwards and forwards within Mexico's skewed economy. In spite of nearly $55 billion of foreign investment in Mexican manufacturing from 1994-2002, the total investment rate has fluctuated between a very low 16% and a mediocre 22% during the period, reflecting the lack of organic investment by Mexican capitalists. Perhaps they knew better than the foreigners how volatile the export sector would become. Maquilas are today suffering huge job losses--25% in some border cities--due to even more exploitative Chinese competitors that have stolen Mexican market share. From 1998 to 2002, Mexico's rank in the World Competitiveness Yearbook fell from 34th to 41st. The ability of Mexicans to invest in their own land is hampered by high interest rates, which succeeding in bringing inflation down from 42% in 1996 to 4% today, but also left millions in default on the consumer and small business debt. Moreover, manufacturing job growth is not nearly as impressive as proponents claim. According to a major study of Mexican foreign investment by two other Tufts researchers, Kevin Gallagher and Lubya Zarsky, the average annual number of manufacturing jobs created from 1994-2002 was 82,500 (virtually all in the maquila sector). This is better than most countries, but pales next to the annual entrance of 730,000 new job seekers. The informal sector may, as a result, be responsible for the survival of 60% of economically active Mexicans. Crucial to understanding the maquila sector's poor performance in lifting Mexico from poverty is the lack of locally sourced inputs. In 1990, these represented 4.7% of total value added, and in 2002 only 3.7%. Only food, beverages, furniture and wood products have increased the local content of production, with most other major manufacturing subsectors--such as machinery, chemical products and footwear--requiring ever fewer Mexican inputs. The deluge of foreign investment also appears to be blocking local innovation, with residents recording 1% of total patent applications from 1995-2002, compared to 51% in South Korea. As a percentage of total output, Mexico invests only 0.4% in research and development, compared to 2.6% in South Korea. A completely different strategy to NAFTA is required, focusing on a renewal of once successful inward-oriented policies, even if that requires a new round of subsidies and protection from imports, but minus the clientelism and elite market orientation of the past. Given massive unemployment outside the 1990s-era maquiladores, millions of poor people either migrated to the US or returned to the land, growing record amounts of maize. Thanks to the first option, wage remittances are now $10 billion per year, outpacing even petroleum exports as a national income earner. For those taking the second option, a formidable opponent has emerged: US agro-exporters who dump cheap corn in Mexico. The US government has subsidized 25-35% of the value of the crop since 1998. The cost of production in Mexico is the equivalent of $110/tonne, and the export price has steadily declined to $70/tonne. 'Meanwhile, other crop prices fell to even lower levels,' says El Colegio de Mexico economist Alejandro Nadal, host of the seminar and one of Mexico's most critical thinkers: 'Sesame, beans, cotton and soybean show strong price variations, but significant overall drops.' That fact, as well as Mexican taste for local--not imported--maize explains the rise in output notwithstanding falling prices. Regardless, many progressive Mexicans insist, the only responsible strategy given this conflict is to remove agriculture from NAFTA. With maize the main source of income for 8% of Mexico's 100 million people, and with 40% of the procuers working on a subsistence basis (by which is meant the bulk of their crop is for own consumption), this is an absolutely crucial component of daily life, requiring both decommodification and fair prices for peasants. Women are, obviously, the most affected by state policies, in part because in spite of falling prices paid to maize growers, the price of corn flour and tortillas went up radically during the 1990s, as a reflection of the monopolistic power of two major intermediary firms. According to Nadal, 'The fundamental flaw in the official pre-NAFTA studies was the assumption that only one variable, market price, would determine changes in the behavior of Mexican corn producers. However, producers' wage decisions are made in the light of many other factors, such as market prices for alternative crops, wage costs, and interest rates.' In addition to watching the industrial and agricultural sectors, Nadal along with Frank Ackerman of Tufts are publishing their deep-seated criticisms of 'general equilibrium theory,' which remains at the core of bourgeois economics, in a forthcoming book, *Flawed Foundations* (Routledge Press). One conclusion Nadal draws about Mexico's future is that until exchange controls are reinstalled, capital flight will intensify as the peso continues falling to record lows against the US dollar, itself an increasingly risky currency. Exchange controls? Not likely under the neoliberal regime of Vicente Fox. Indeed, Mexican's free-market bureaucrats were lent short-term resources during the early 1995 disaster so as to negate that option. According to St.Louis-based economist David Felix of Washington University, the Mexican bailout of $57 billion arranged by US officials Robert Rubin and Larry Summers was not only fast-tracked so that New York financiers would avoid a massive write-down, but also to prevent Mexico from imposing capital controls. Major protest movements--the Zapatista insurgency and 'El Barzon' (yoke) debtor-cartel movement in the mid-1990s, and other indigenous people, students and workers more recently--are one result. But with the Zapatistas in retreat under local pressures such as land squabbles with former civil society allies, synthesizing the geographically-specific or sector-based kinds of anti-neoliberal activism may now require a major effort. This would also logically include a search for an alternative economic strategy aimed at generating social justice. However, here's a depressing conclusion, perhaps, from left-Keynesian Marcos Chavez of Colegio de Mexico: 'Given the disaster in this country, turning it around will take a very long time.' Nevertheless, at least a core of economists now appear ready to join their comrades in the social movements and unions in search of policies that conflict with those responsible for Mexico's ongoing impoverishment. Whether the emerging availability of technical alternatives, as witnessed at El Colegio, helps to change the political terrain is--as ever--a matter for coming ideological struggle.

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Il segno della croce

di materialiresistenti (29/10/2003 - 18:36)

di Enzo Mazzi. Il crocifisso è un simbolo. Il suo significato sta altrove. Dalle pareti di una scuola, di un tribunale, di una chiesa, di una banca, di un carcere, di una caserma, come dalla sommità di una montagna, la croce lancia un messaggio.
Anzi ne lancia molti. In questi giorni di polemiche a causa della sentenza del tribunale dell'Aquila, che impone di toglierlo da una scuola, si sono moltiplicati i significati del crocifisso: sigillo dei valori di pace, fraternità, solidarietà alla base dell'identità italiana, testimonianza del dolore universale, riscatto del sangue versato per la giustizia. Tutto vero. Stringi stringi però a rigore di teologia e di storia tutti i significati finiscono per confluire nel grande mare del potere. Il crocifisso è simbolo non di un qualsiasi volgare potere, ma del potere dei poteri, potere assoluto, trascendente e quindi globale, potere di Cristo morto, risorto e trionfante, potere che vive e si manifesta in ogni tempo nella Chiesa cattolica e nella sua gerarchia. Si dirà che è riduttivo un simile modo di vedere. Come fa ad essere simbolo del potere l'icona della vittima per eccellenza del potere: Gesù pendente dalla croce? Semmai sarà simbolo del valore salvifico universale della sofferenza e della solidarietà. Ma allora com'è che Costantino ha messo la croce sui suoi labari e in quel segno ha ucciso e in quel segno ha vinto? Com'è che da quel momento la croce è trionfo e vittoria? E' vero che poi Costantino in omaggio alla croce ha abolito la crocifissione. Non però la sostanza del supplizio. Si potrebbe continuare sul filo della storia, dalla croce indossata dai crociati alla croce brandita dai conquistatori alla croce usata per accendere i roghi di eretici e streghe. Ma questo appello alla storia è talmente conosciuto da apparire quasi ovvio. Più stringente e meno conosciuto è l'appello alla teologia. La croce è lì a testimoniare un principio fondamentale della teologia cattolica tuttora dominante: il sacrificio dell'innocente è il vero fondamento della storia. Si chiama teologia sacrificale. Abele, archetipo dell'innocente, non può non essere sacrificato perché in realtà l'innocenza di Abele è solo apparente. Abele porta su di sé indelebile la colpa originale. E' questa colpa che rende inevitabile il sacrificio di Abele. Caino è solo uno strumento, perverso, del carattere radicalmente distruttivo del peccato originale. Sacrificio inevitabile quello di Abele ma anche insufficiente - continua la teologia sacrificale - perché la colpa è infinita in quanto colpisce il Dio infinito, mentre l'espiazione di quanti si voglia Abele è sempre espiazione di creature finite e quindi finita essa stessa. C'è un solo sangue che, pur non potendo sopprimere nella storia il sacrificio di Abele, può dargli però un senso e un senso pieno e positivo: il sangue del Figlio di Dio. La storia rimarrà segnata fino alla sua fine dal sacrificio degli innocenti-colpevoli perché il sangue di Gesù non cambia il corso della storia. Cristo riscatta di fronte alla giustizia divina il sangue di ogni Abele in modo misterioso e sostanzialmente invisibile. Il riscatto storico può e deve essere affidato alla dimensione non della giustizia ma della carità come anticipazione di ciò che sarà reale e compiuto solo alla fine della storia. Il grido del sangue di Abele può e deve sciogliere i cuori ma non deve intaccare i meccanismi del potere. La croce è stata elevata e amata non come vessillo del riscatto storico ma come simbolo supremo del riscatto trascendentale senza storia. La gerarchia religiosa può gridare quanto vuole contro l'ingiustizia, ma le sue parole sono svuotate in radice di significato e rese incoerenti dalla ostensione del crocifisso oltreché, s'intende, dalla ritualità eucaristica di tipo sacrificale. E' stato facile per ogni potere oppressivo, fino dagli inizi del cristianesimo, fin da Costantino, strumentalizzare la croce come invito alla rassegnazione di fronte alla sofferenza e di fronte alla ingiustizia. Su tale strumentalizzazione è stata costruita la ideologia del dominio e, nell'orizzonte del dominio, la cultura della carità cristiana nel Medioevo e nel tempo della Controriforma. Da tale strumentalizzazione è nata l'ideologia capitalista della guerra di tutti contro tutti. Ma non è proprio questa cultura della carità che torna a dominare anche nel nostro tempo in conseguenza del declino della cultura della giustizia e dei diritti? E, immancabile, insieme al dominio della cultura della carità torna il dominio della croce. Il decreto del giudice dell'Aquila lo ha messo in particolare evidenza con la sollevazione di scudi che ne nata. Ma la Moratti ci aveva già pensato: croce e opere di bene. La risposta della teologia sacrificale, sebbene da un certo punto in poi sia stata quella dominante, non è però l'unica. Nel profondo dell'anima cristiana si è da sempre sviluppata un'altra risposta: quella che il teologo della liberazione padre Ignacio Ellacuria ha chiamata «soteriologia storica» o teologia della salvezza storica. A differenza della teologia sacrificale, la soteriologia storica contesta il destino di perennità storica del sacrificio di Abele. E lo fa in atteggiamento critico anche nei confronti di un certo marxismo che nega fiducia al proletariato straccione (lumpenproletariat). Il grido del sangue di Abele non è solo lamento impotente senza riscatto storico. E' anche grido di lotta per non dire di rivoluzione. Di conseguenza i "poveri" e gli "oppressi" non sono solo destinatari del vangelo della salvezza trascendente e sul piano storico oggetto di solidarietà caritatevole. Sono essi stessi soggetti storici del proprio riscatto e del riscatto universale. E' così che nelle comunità di base, da cui quella teologia traeva ispirazione, la croce ha incominciato ad essere sostituita dal vangelo. C'è stato un momento in cui nei paesi dell'America Latina dominati da feroci dittature, come ad esempio in Salvador, Guatemala, Uruguai, era passibile di arresto o di sparizione chi veniva trovato in possesso della Bibbia, si noti bene non in possesso della croce ma della Bibbia, specialmente della "Biblia latino-americana", la cui traduzione era considerata sovversiva. Tanto che monsignor Oscar Romero, il vescovo di San Salvador ucciso all'altare nel 1979, poco prima di morire aveva consigliato ai catechisti e cristiani delle comunità di base di sotterrare la Bibbia. Ho portato l'esperienza delle comunità di base. Ma solo come esempio. Il processo critico verso la croce da parte del "cattolicesimo dei diritti e del riscatto storico dei poveri" ha dimensioni molto più vaste. Meno croce e più Vangelo valeva anche nella scuola di Barbiana da dove don Milani aveva tolto il crocifisso. E vale oggi per tante esperienze di fede cristiana. Il problema è che il sistema dei media non ne dà notizia. Cosa voglio dire? Sostanzialmente che è ingenuo e superficiale appellarsi ai valori della croce. Un po' più di dignità personale e di profondità sia storica sia teologica e un po' più di attenzione ai processi sociali di oggi non farebbe male neanche a sinistra e negli stessi movimenti. La croce è scandalo non solo per qualche appartenente ad altre religioni ma anche per tanti credenti, portatori di una fede cristiana come quella del gesuita ucciso in Salvador. La croce è scandalo per chiunque lotti per il riscatto storico dell'essere umano. (enzo mazzi)

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The Emperor Goes To Asia and Talks Terror

di materialiresistenti (27/10/2003 - 20:51)

By Aziz Choudry. Fresh from visiting California's Governor-Terminator, His Imperial Majesty jetted off to Asia ...
Congressman Crispin Beltran, from the leftwing Bayan Muna party, described the nature of George Bush's eight-hour Philippine visit, on the eve of the 2003 Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) Summit in Bangkok, as "one a master does to the home of his slave, an emperor surveying the territories of his empire, and inspecting the lay of the land". It is an apt description for the whole Asia/Australia trip. Beltran, a veteran trade unionist with the militant Kilusang Mayo Uno (KMU), was one of seven Filipino Representatives to walk out in protest at the start of Bush's address to the Philippine Congress. It has been 43 years since a US President - another tough-talking Texan - Dwight Eisenhower, addressed Congress in the Philippines to rally Philippine support against communism. USA Today journalist Richard Benedetto (20/10/03) noted the striking similarities between the two speeches, suggesting that Dubya's speechwriter had clearly read Dwight's Cold War address. Eisenhower had said: "Communism demands subservience to a single ideology, to a straitjacket of ideas and approaches and methods. Freedom of individuals or nations, to them is intolerable... They use force and threats of force, subversion and bribery, propaganda and spurious promises" This time the Emperor warned: "A new totalitarian threat has risen against civilization". The remark was clearly not meant to be taken as self-referential. "Like other militarists and fascists before them, the terrorists and their allies seek to control every mind and soul. They seek to spread chaos and fear, intimidate whole societies and silence all opposition," he said. Tellingly, it was opponents of Bush's militaristic and imperial policies who were facing intimidation and being silenced in Asia in honour of his visit. Philippine President, Gloria Macapagal-Arroyo, in her ongoing crackdown against progressive organizations and social movements critical of her ardent support for US economic and military dictates, is the latest in a long line of US-backed Philippine Presidents - from the Cold War to the War on Terror - which have waged wars of terror at home. In another part of his speech, Bush said: "America is proud of its part in the great story of the Filipino people. Together our soldiers liberated the Philippines from colonial rule. Together we rescued the islands from invasion and occupation." Millions of Filipinos would disagree with Bush's revisionist version of the history of US involvement in their country. In fact, one reason for the strength and resonance of anti-war sentiments in the Philippines is the fact that under the guise of "training and advising", in this "second front" in the "war on terror" the troops of its former colonial ruler, the USA, are back on Philippine soil, with a vengeance. And - especially in Mindanao - many people know the sickening realities of war all too well. Death, displacement, disappearances, rape, torture, and despair. On his visit, the Emperor promised yet more US military aid and thanked his loyal subject for supporting his imperial exploits. According to his national security adviser, Condoleezza Rice, the Philippines "is a very good warrior in the fight on terrorism." Beltran noted with irony that both Bush and Arroyo are the children of former presidents, both "became presidents not through victory in the polls. Mr. Bush became president through a decision of the United States Supreme Court. Mrs. Arroyo ascended to the highest office because of People Power 2 and also on the say-so of the Supreme Court. Both have been hounded by election-related scandals - Bush was haunted by the contributions made by Enron, while Mrs. Arroyo is being linked to money laundering charges". And both want to stay in office past next year's US and Philippine elections. Urban poor dwellings near Congress were demolished before he arrived. Thousands of police and armed forces turned Manila and parts of Central Luzon into a militarized zone. Surveillance and harassment of activists was stepped up. It is estimated that Bush's eight-hour stay cost the Philippines US $1.45 million. After all, the Emperor of the World was in town. And nothing is too much fuss to keep the Emperor happy. Then it was on to Thailand, which like the Philippines, has sent troops to Iraq and is viewed as a key US ally in the region. A rectal swab, anyone? It's OK, I will understand if you say no. But at least you have a choice in the matter. Hundreds of catering and waiting staff at the hotels accommodating dignitaries for the APEC Meetings in Bangkok didn't. They were forced to have rectal swabs to ensure that they were not carrying any infectious diseases that might contaminate the VIPs' food. The mice that were injected with samples of dishes before they were served to the Emperor didn't have much choice either. The Thai government excelled in the APEC summit security and sanitization stakes. Its attitude towards the homeless, the poor and its critics was little different from the treatment it meted out to the rodents. Or dogs. In the weeks leading up to the meeting, thousands of stray dogs were rounded up. Some 10,000 homeless people were pushed off the streets before APEC and the Bush state visit on the orders of Bangkok Governor Samak Sundaravej who likened them to "stray dogs". 900 street people, originally from Cambodia, one of the WTO's newest members, were rounded up and flown to Phnom Penh by a Thai Air Force plane. Sex workers and street hawkers were ordered off the streets, schools and many businesses were closed for a week, and sections of the city received a cosmetic makeover. As in Manila, a large US security contingent swept into Bangkok, with 20,000 Thai police, troops and other security militarizing large parts of the city. The Thai government has not divulged the costs of hosting this year's APEC Summit. As with other such operations, many locals have questioned the priorities of the government, which seems far more interested in projecting a contrived international image than addressing their needs. Writing in the Bangkok Post on 20 October Thai journalist Heamakarn Sricharatchanya expressed her irritation with the priorities of the Thai government: "As a Thai citizen, I can't help but feel that the leaders of my country care more about the health of foreign VIPs, who will only be here for a couple of days, than the health of residents who live here their whole lives. In all my life, I have never known the government to pay such serious attention to the food that its citizens consume". It is axiomatic for governments which advocate neoliberal model of development, to try to render all evidence of the failure of this model as invisible as possible when an international spotlight is shone on them. Repressive security operations go hand in hand with state visits and summit meetings all over the world. APEC summits are synonymous with security overkill, human rights abuses, and lavish expenditure. A huge banner featuring a giant picture of Bangkok grand palace, placed strategically to hide urban poor dwellings by Chao Phraya river was emblematic of the way in which advocates of free market capitalism will do almost anything to stop the facts getting in the way of a good story - or photo-op. Thailand's billionaire former police officer/telecommunications magnate-turned-Prime Minister, Thaksin Shinawatra, demanded that there be no protests during APEC and stepped up surveillance on a number of social movements, activists and NGOs. The Thai government warned that immigration police would stop foreign activists from entering Thailand to join anti-APEC and anti-Bush mobilizations. Displaying an adherence to a Bush-like understanding of democracy, Thai Foreign Ministry Spokesman Sihasak Phuangketkeow defended these moves in a media interview, saying demonstrations could deflect from the importance of the APEC Summit: "Thailand is a free country where democracy activities of this kind are allowed ... but I think that for this APEC event we want to concentrate on holding a successful APEC meeting." "We wouldn't want activities that would side-track us from the APEC meeting and that is the purpose of some of the steps we have taken with regards to the activities ban on NGOs." And what of APEC itself? It's the same 21-member forum, but not quite as we knew it at the height of regionwide mobilizations against its neoliberal agenda and its profoundly anti-democratic nature. Its goals of free trade and investment by 2010 for industrialized members and 2020 for developing ones remain. With the region's free marketeers licking their wounds after Cancun, the Bangkok APEC Leaders Declaration, "Partnership for the Future", and this year's APEC Ministerial statement threw their support behind the WTO multilateral trade system and sought to re-energize the talks. Among other things, the Ministerial statement promoted structural reform and agricultural biotechnology. While APEC meetings have been ridiculed for their lack of concrete achievement, they still function as opportunities for bilateral and subregional trade and economic deals to be discussed. Both within the Asia-Pacific, and beyond, these lower-profile agreements are proliferating. The three "pillars" of APEC - trade and investment liberalization, business facilitation and economic and technical cooperation - remain. But since 2001 they have become increasingly obscured by the long shadow of a new raison d'etre thrust upon the forum - security, according to the Dubya Doctrine. On the eve of her Emperor's departure, Condoleezza Rice had told journalists that he would "stress the need to put security at the heart of APEC's mission because prosperity and security are inseparable." Just as former Thai Deputy Prime Minister and current WTO Director General Supachai Panitchpakdi claimed after Doha that the September 11 attacks had been a "blessing in disguise" for the WTO, the Bush-led "war on terror" has breathed new life and meaning into the APEC forum which had barely managed to limp into the 21st century. Just as we argued in the 1990s that it was the US-driven neoliberal agenda that defined the dominant version of economic development promoted through APEC, so now Washington seeks to shape the forum for its own economic, military and geopolitical ends in the region. The empire continued to strike back, however. Besides the walkout from Congress, throughout the Philippines, in many cities and towns, tens of thousands took to the streets to oppose Bush's visit, US military and economic imperialism, and denounced Gloria Macapagal-Arroyo as the number one puppet of the US Administration. In Manila, protests, ignoring threats of violence from the police, delayed his speech to Congress by almost an hour while the government bussed in "pro-Bush" supporters to wave flags for His Imperial Majesty. In Manila, effigies of Bush and Philippine President Gloria Macapagal-Arroyo were burnt along with dozens of US flags. Despite the climate of repression and Thaksin's threats of "long and painful consequences" for organizations involved with protest actions, Thai activists in Bangkok and elsewhere took to the streets to protest Bush's visit, US war, and APEC's free trade and investment agenda. After a demonstration at the US consulate in Chiang Mai, in Thailand's north, a ceremony was conducted in which a shaman captured his spirit in a clay pot to be thrown into the Ping river in protest at US agricultural policy, US militarism, and a proposed US-Thai free trade agreement which Bush has pledged to begin negotiating next year. "This is a traditional northern Thai ceremony aimed at keeping his spirit down on the riverbed so he could not come and exploit our natural resources or suppress our (farming) brothers with his superior influence," Weerasak Wan-ubol, an executive of the Northern Farmers Alliance explained to reporters. As the Emperor climbs back onto his throne after smiling at Muslims in Indonesia and visiting his "sheriff" in the region, Australia's John Howard, and as Chile prepares to take on the hosting responsibility for APEC in 2004, two things are for sure. All the rectal swabs in the world won't protect us from contamination by Bush's belligerent bullshit. And resistance against imperialism, war and neoliberalism will continue.

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La guerra y el autonomismo

di materialiresistenti (27/10/2003 - 19:46)

di Ruth Wagner e Facundo Aguirre. La guerra puso a prueba a las distintas teorías y programas anticapitalistas. La concepción autonomista, influenciada por Toni Negri y Michael Hardt, ha entrado en crisis. La ilusión de un Imperio que superaba las contradicciones del imperialismo y de un contrapoder que surgido “desde abajo” podía evitar la lucha política por el poder del estado, se ha mostrado impotente ante la cruda realidad de la guerra. Quizás esta sea la explicación de la escasa actividad y del silencio ante un hecho de tal magnitud, de quienes en Argentina, como el MTD de Solano en la Aníbal Verón, se referencian como parte de esta corriente.
Acciones policiales del “Imperio” o guerra imperialista El pensamiento autonomista considera que hubo una “modificación de la naturaleza y el papel de la guerra en nuestra sociedad” . Para Toni Negri, la doctrina de “guerras preventivas” de Bush constituye una “nueva teoría estratégica (...) un nuevo arte de la guerra, esto es, de la policía” que serviría para construir “el orden, el lugar y la forma de gobierno que ejecuta las directivas imperiales. Ya no se trata de imperialismo, sino de una continua y permanente construcción del espacio de mando imperial” . Esta visión, elimina la definición de los estados como sujetos políticos y militares de la guerra. En el caso actual, el hecho de que son estados imperialistas los agresores de un estado semicolonial, oprimido, como Irak. Además, el objetivo de esta guerra no sería, según el autonomismo, la reafirmación de la hegemonía norteamericana y de un nuevo tablero mundial, aún contra otras potencias imperialistas, sino la acción de un Imperio, -una entidad que supera los antagonismos entre las potencias estatales- cuyo principal desafío es la articulación de un nuevo orden de mando sobre la sociedad por medios policiales. Estaríamos en presencia de una especie de supraestado que actúa como gendarme mundial. El imperialismo sufrió modificaciones importantes en su composición en las últimas dos décadas, reflejadas en las intervenciones militares de los ’90. En la primer guerra del Golfo logró una espectacular coalición multinacional que dio la sensación de superación de las contradicciones interimperialistas. A su vez, el elemento “guerrerista”, era revestido tras fachadas humanitarias. El apoyo de la ONU (en algunas ocasiones) y de diversas potencias a las incursiones norteamericanas, le dieron un manto de “legalidad” internacional que reforzó la apariencia de acciones policiales, atemperando los intereses políticos de dominación y materiales del conflicto y las pujas interestatales. Los que confundieron el manto ideológico de la apariencia con el contenido real cometían ya en ese entonces un grave error, asumiendo como válidos los argumentos imperialistas para justificar sus masacres. Pero frente a la guerra de Irak, reducir la invasión angloamericana, al mero hecho de “intervención policial” es una falta de proporciones, que no da cuenta de la escena contemporánea. En primer lugar, los objetivos de guerra norteamericanos retrotraen la política imperialista al terreno del colonialismo, en aras de mantener la hegemonía de su estado a nivel mundial. Es un conflicto diseñado en pos de consolidar y extender su dominio en Medio Oriente, para lo cual necesitan contar con una fuerza de despliegue rápido en la zona y un virrey en Irak que oficie de gobierno. En segundo lugar, el botín preciado son las reservas petroleras, lo que le da a la guerra, un carácter de rapiña y procuración. Las tropas de la coalición no respondían a un capital transnacionalizado, a un Imperio global, sino a los monopolios norteamericanos. Por otro lado, la ruptura del “consenso” internacional y las pujas interimperialistas son un elemento activo de la guerra , que dan por tierra con la apariencia de un mando imperial que aúna los intereses de las distintas potencias. Así, el “Imperio” se presenta como una fuerza concreta, los EEUU; y el agredido, un pueblo subyugado al cual se le ha negado el derecho a su soberanía. No se trata entonces de una acción policial –cuyo objetivo es disciplinar- sino de una guerra imperialista contra una nación oprimida. Por último, según los autonomistas, como veremos a continuación, existe un “estado de guerra permanente” que se manifiesta en todos los terrenos de la vida social con la misma intensidad. Considerar la nueva naturaleza de la guerra como policial es funcional a esta definición, que termina igualando a todas las acciones armadas y desjerarquizando el contenido concreto del militarismo imperialista y de la cruzada contra Irak. Es en momentos de aguda tensión cuando una teoría se transforma en una herramienta filosa que puede tomar cuerpo en la actividad de las masas, sino lo hace es un dogma, vacío de contenido, que no refleja la vida. Definir correctamente el carácter de la guerra -mucho más aún de la después de la victoria norteamericana- es una cuestión clave de la agenda política para luchar contra la continuidad de las “guerras preventivas” de Mr. Bush. Autonomismo y movimiento antiguerra Consecuente con la lectura anterior, el autonomismo plantea que el actual movimiento antiguerra, tan precisamente antinorteamericano, constituye un retroceso con respecto a los movimientos antiglobalización que cuestionaban al capital en general. Según Michael Hardt, la lucha contra las “fuerzas que dominan la globalización capitalista en nuestros días”, fue reemplazada por el “antinorteamericanismo”. Se lamenta que “desgraciada pero inevitablemente (...) las protestas contra la globalización se han reorientado ahora (...) contra la guerra”, advirtiendo que “tenemos que oponernos a esta guerra, pero al mismo tiempo debemos tener la vista puesta más allá de ésta, evitando vernos capturados en la trampa de su lógica política estrecha” . Podemos coincidir que el antinorteamericanismo de los gobiernos europeos es otro peligro imperialista pero igualarlo al sentimiento de un movimiento de masas que intenta detener, más allá de sus límites, la maquinaria bélica, es un síntoma de miopía política. Es no comprender que a diferencia de los gobiernos, para los pueblos movilizados de Medio Oriente, se trata de identificar al responsable de su sufrimiento; que para los manifestantes de las metrópolis europeas, implica señalar a los aliados de EEUU, por ejemplo Aznar y Blair, como blanco de sus protestas; y por último pero no menor, que en el corazón del “imperio americano” miles de voces se alcen cuestionando el patriotismo guerrerista. Lejos de lamentarse por los contornos del movimiento hay que poner el eje en el antiimperialismo, que supere al pacifismo, es decir, en la militancia activa, contra la ocupación militar de Irak y por la victoria del pueblo oprimido. Frente a la dinámica guerrerista hay que impulsar la intervención independiente del movimiento de masas y la constitución de una fuerza social que atraviese las fronteras, para derrotar el militarismo y a los gobiernos imperialistas que buscan un provecho del conflicto bélico. Por el contrario, para Toni Negri se trata de inspirar “las formas alternativas de vida social” las que “han de asumir el problema de la destrucción del estado (N. De R. situación) de guerra permanente, de todas sus condiciones y todas sus consecuencias” , en síntesis, un contrapoder que conviva en los márgenes del capital, un éxodo hacia nuevas relaciones solidarias, comunas libres, que eviten el enfrentamiento directo con el estado. Ingenuamente olvidan que el militarismo actual es una maquinaria bélica en movimiento, que nace de los monopolios y el estado norteamericano, una derechización de la escena política en EEUU y el mundo, una amenaza para los pueblos oprimidos y para todo intento de transformación social. Frente a esto la idea de un éxodo, se hace añicos. Hoy más que nunca la política internacional como producto de la guerra se dirime en el terreno de las relaciones de fuerza. A la enorme concentración de fuerzas y poder de fuego imperialista, hay que oponerle un contrapoder que asuma esta realidad y articule una potencia superior, la del movimiento de la clase obrera y los pueblos oprimidos, detrás del horizonte de transformar la guerra en revolución social. Las condiciones que siembra la guerra no son solo las de la barbarie sino también las de la subversión del orden existente. Se han trastocado los cimientos de la sociedad toda. No hay que olvidar que como citaba Marx hay momentos en que todo lo sólido se desvanece en el aire. Aprovechar la conmoción, transformarla en oportunidad revolucionaria, es una perspectiva no solo necesaria sino real. Es urgente asumir la alternativa de hierro lanzada frente a la primer carnicería imperialista: socialismo o barbarie.

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