Dietrologia e memoria storica
di Claudio Tullii. Può esistere una trasfigurazione dell'ontologia sociale che accetti nel suo "dentro-fuori" i percorsi antistatuali proiettati CONTRO il Potere ?
...forse sarebbe, inizialmente, necessario che io chiedessi: c'è qualcuno che
sa che vive GRAZIE al POTERE ? Cioè in virtù di una pre-condizione concessa dall'infrastruttura tecno-semio-capitalistica ?
Se solo ci chiedessimo, serenamente, IN CHE TIPO DI LAGER CIVILE viviamo,
potremmo rispondere a quesiti come quelli che hai proposto: "Ma dove si trova esattamente il confine tra dietrologia e memoria storica?"...
La dietrologia pare la psicosi dei perdenti che rintracciano, nelle maglie
dell'essere, qualche brandello di pseudo-informazioni e le sistematizzano.
Violando, loro per primi, il presupposto caotico che fa perno alle cose
umane.
Non può esservi una dietrologia TOTALE, però esistono, a mio avviso, delle
dietrologie "molecolari". Pensate allo stragismo nella storia d'Italia dagli
anni '60 agli anni '80. C'erano più intenzioni, statuali e anti-statuali, a
sovrapporsi e a dare l'idea del Grande Disegno Eversivo. Ovviamente lo
Spettacolo ha inseguito i piccoli anarchici e le formazioni
pseudo-guerrigliere per addomesticare l'opinione pubblica all'Ordine
Garantito dallo Stato.
La memoria storica è quel gesto che faceva impazzire Brecht allorquando
tentava di raggiungere la "pesantezza storica" del lavoro della lavandaia
nell'Opera da Tre Soldi. Lui voleva vedere, in scena, una lavandaia che
faceva si le mosse delle lavandaie antiche...ma voleva che si riuscisse a
far percepire la pesantezza storica di QUEL lavoro: le lenzuola lavate
"dovevano" incarnare la schiavitù millenaria...dovevano "pesare" del
fardello del non-riscatto...e, infatti, l'attrice le maneggiava bagnate...
La memoria storica è il fronte di conflitto tra le ricostruzioni del
Potere e quelle dei senza-rivoluzione. Dei senza-riscatto. Un limite sempre
sfuggente e un conflitto sempre più profondo tra il Potere e i senza-potere.
Nelle democrazie biopolitiche postautoritarie, il LAGER CIVILE assume le
fattezze dello squallido spettacolo della parodia: tutto pare qualcosa di
"già visto" e di copiato male. Di qualcosa che sta "accanto" al
"canto"...non proprio la "cosa" seria che vorremmo percepire... Sembra una
scuola ed invece è un carcere che sembra un ospedale che sembra una caserma
che sembra una fabbrica che sembra un supermercato...
Un rappresentare all'altezza dei tempi potrebbe mai farsi "tesoro storico"
senza annullare la anti-storia dei senza-potere ? E, lo potrebbe fare
generalizzando, nella cultura antropologica, le mille briciole di verità che
compongono i desideri schizzati dei senza-potere ? Quelli che nascono
proprio CONTRO il sistema macchinico del Potere ?
Cioè: potrà mai esserci una rappresentazione UNITARIA della storia e della
non-storia ?
"Nei primi giorni di Zurau, Kafka annotò queste parole: "O bella ora,
magistrale stato, giardino inselvatichito. Tu svolti dalla casa e sul
sentiero del giardino ti viene incontro la dea della felicità". Dea che
nominò soltanto quella volta".
R. Calasso, K., Adelphi, 2002, pag. 338.
...
di Valeria Noli.
Oggi l'esercito israeliano ha centrato con un missile un dirigente di Hamas,
vicino a un campo profughi nella striscia di Gaza. Feriti tre passanti.
Niente male come "incidente casuale". Alon, è difficile che le persone
muoiano per caso. Se così fosse, ti chiederei di spiegarmi l'innocenza di
chi taglia l'acqua ai villaggi palestinesi. Non mi sogno di dirti che un
terrorista è un innocente, perché ammazza consapevole di farlo per un
motivo. Mi piacerebbe capire se sia meno grave farlo per imporre il pensiero
unico occidentale o per difendersi da un modello, anche se imposto in buona
fede. L'innocenza è quella del bambino che muore in un lago di latte e
sangue. Gli adulti si assumano le proprie responsabilità.
Mi sento di parte palestinese perché attualmente perdente. Ma siccome
suddivido i morti in vittime o assassini, la politica locale mi sembra una
semplice base per pensare alle dinamiche geopolitiche. Localizzare le guerre
non mi sembra sufficiente, perché c'è una grande forza nella diaspora degli
oppressi o di chi si sente tale. Esemplari i roghi umani di Parigi e piazza
Farnese in rivendicazione della causa dei Mujaheddin del popolo in Iran.
Questo è il versante evidente e tangibile a tutti. Il versante non visibile
è formato dalla fitta trama di sovversione (terrorismo, jihad, guerre sante,
guerriglie) controbilanciato dalle eversioni di stato (nazionali, come in
Italia o in Argentina, o sovrannazionali, come gli USA e la GB, antichissime
come in Irlanda, poco analizzate come le rivolte silenziose dei boscimani
eccetera).
L'America e l'Inghilterra si sono rivelate deboli in casa e la vendetta gli
è arrivata a domicilio. Gli americani dicono "expect the unexpectable". Ma
siccome si aspettano l'inaspettabile, gli capita il prevedibile. Era ovvio
che prima o poi qualcuno si sarebbe scocciato di ricevere le bombe in
Afghanistan e avrebbe presentato il suo conto da pezzente. Anche fantasioso,
perché la fame aguzza l'ingegno. Mica il terrorista può sviluppare armi più
potenti di quelle del nemico. Allora cambia il livello dello scontro e si
inventa cose nuove (un aereo contro un grattacielo? maddai, al limite ci
mettono il gas nervino nella metro, come a Tokyo dieci anni fa). Anche
un'idea vecchia si rinnova quando cambia il suo contesto. Esempio: se gli
spray antiaggressione al pepe sono vietati in Italia, molte donne girano con
una bomboletta di lacca o d'insetticida dentro la borsa.
Perché prendersela con l'innocente turista di Jakharta? Perché siamo tutti
coinvolti, facendo parte di un modello di sviluppo marcio fino alle
fondamenta, pronto a saltare in aria per fare spazio al caos risolutore.
Apocalisse? Forse. Il pensiero unico occidentale non potrà mai prevalere
usando il singolo arrocco israeliano come trampolino. Perché il terrorismo è
più globale della Pepsi o della Nutella. Siamo immersi nel livello
antisistematico del sistema, che prevede la ribellione nel capitolo
"dissidenza" come "Non si possono pensare alternative a un sistema stando al
suo interno. Ci si prova invano anche stando in margine, perché i nessi che
servono a smontarlo non sono visibili finché non se ne esce totalmente
fuori". Mi sbaglierò, mica pretendo sia la verità provata. E' solo la mia
opinione.
Bin Laden aveva detto "lasceremo NY e Londra senza energia elettrica". Dopo
il blackout di NewYork, Pataki ha dichiarato forsennatamente che "IL
TERRORISMO NON C'ENTRA NULLA". Il leader di Al Mujahiron da Londra ha detto
ripetutamente: non sentitevi al sicuro, siamo tutti con Bin Laden. Ci
mettono pure un sacco di fantasia, i "terroristi". Devo anche dire che a me
il vero terrore lo fa il direttore della mia banca. Ogni tanto sogno che le
sue pretese di denaro possano naufragare con me che posseggo un chilo di
pane e lui che sta morendo di fame e mi offre inutilmente cento dollari per
una pagnotta, immersi in uno scenario alla Brazil. Forse è considerazione
stupida, ma non è affatto una battuta.
C'è poco da interrogare i viaggiatori "dove vai, hai fatto tu la valigia,
non è che per caso hai incontrato un terrorista in aeroporto". Questo è
stupido. Come dire che se ho una gamba in cancrena mi chiedono se mi sono
lavata i denti. Ma dove si trova esattamente il confine tra dietrologia e
memoria storica?
[www.urbanrat.splinder.it]
Lo uomo degli americani
di Fulvio Grimaldi. Oggi, per trattare il tema, mi soccorre l’intelligenza del bassotto Nando. Per sputtanare i cani, opina, non c’è di meglio che lo stereotipo: il cane è per sua natura servile.
Magari ha morso il padrone, ma siccome sta sempre lì, sull’aja o in casa o in giardino, resta inesorabilmente servile, servo del padrone. Ci vuole pochissimo a capire che questo, come tutti gli stereotipi, oggi padroni del linguaggio – e quindi delle idee - come mai in passato (ci vorrebbe un D’Annunzio, o un Weber, o un Barthes, per i loro diversi versi, a disintegrarli), nasce da osservazione superficiale, specista ed antropocentrica, totalmente ignara della psicologia ed etologia del cane.
Il pensiero di Nando bassotto è sollecitato da un fenomeno ricorrente che, come tutto il resto, non manco di sottoporre alla sua analisi. Appaiono siti che per qualche tempo catturano positiva attenzione sparando bordate di denunce e argomentazioni antimperialiste e antisharoniane (antisioniste no, per carità). Poi, un giorno, certi della credibilità conquistata negli ambienti-target, tra una cronaca di torture americane a prigionieri iracheni e lo strazio di una vecchia palestinese cui hanno sotterrato sotto le macerie della casa figli e nipoti, ecco che ti piazzano il colpo, il discorso che ti disgiunge le sconnessure del mondo. Ci resti sbigottito ma, tenuto conto di tutto il buon materiale che ti è arrivato prima, magari superi il dubbio e quel colpo lo prendi per buono. Rimani appeso all’amo. La crepa si è aperta e promette di diventare voragine, pronta ad accogliere ben altre nefandezze della disinformazione. Tattica vecchia come il cucco, ma sempre astuta ed efficace.
Successe con un sito USA, Emperors clothes, di Jared Israel. Questo Israel lo incrociai parecchie volte in Jugoslavia, prima e dopo la caduta di Milosevic e della Federazione. Era tra i più accaniti ed acclamati, dai compagni serbi, denuncianti della cospirazione imperialista anti-Jugoslavia. Dal suo sito, poi, si diffusero documentate accuse, non solo sulle tresche Nato e USA contro quel grande paese ucciso, ma addirittura sconvolgenti rivelazioni sui retroscena istituzionali degli attentati dell’11/9, cioè sulle dirette, poi anche altrimenti documentate, responsabilità della banda di golpisti al potere a Washington. Israel si rovesciò come un calzino nel suo opposto: un bel giorno incominciò a mitragliare i corrispondenti delle sue e-mail e i visitatori del suo sito con fantastiche accuse di nefandezze terroristiche ai palestinesi e agli arabi tutti, riscrivendo negazionisticamente una storia del conflitto che faceva degli ebrei la civiltà in arrivo e degli arabi poco più di ignoranti e sanguinarie belve. Poco mancò che riesumasse quello slogan che mi accolse in Palestina nel 1967, inviato alla guerra dei Sei Giorni, e che era affisso su mille muri e sopra cadaveri di soldati egiziani lasciati alle mosche: “L’unico arabo buono è quello morto”.
Qualcuno ci cascò: ma come, Jared era stato tanto bravo sulla Jugoslavia! Non poteva non essere credibile adesso! E le crepe si aprivano.
Non dico che lo stesso discorso valga pari pari per il sito Al Awda che da qualche tempo ci offre ampi e validi resoconti non solo sulla Palestina,. ma anche sugli altri gironi infernali dell’imperialismo USA.
Ma certo sorprende e sconcerta quando, tra tanta accuratezza e passione, spunta un bel giorno l’inusitato ma non insolito stereotipo dell’intossicazione Mossad-CIA: “Saddam, uomo degli americani”.
Vedete, quello di attribuire al leader di una comunità aggredita e ribelle il ruolo di un doppiogiochista è il sistema più raffinato e perfido per decapitare una resistenza e minare la solidarietà a sinistra che le spetta (Saddam si è venduto, ha contrattato il suo salvacondotto con gli USA in cambio della dissoluzione del suo esercito). Lo fecero anche con Slobodan Milosevic, attaccandosi al fatto che aveva fatto uno stage in una banca di New York e che aveva firmato, spalle al muro con tutto il suo popolo sotto embargo e minacciato di sterminio, la pace di Dayton. E ricordate come giocarono sul presunto conflitto Che-Fidel?
L’operazione “Saddam americano” è stata affiancata dall’operazione “Arafat tiranno”, poi malamente corretta, operazione per tempistica analoga ai clamori dirittiumanisti pro-società civile iraniana in simultanea con l’escalation aggressiva USA.
Sono questi tanto uomini degli americani che vengono perseguitati, incarcerati, uccisi insieme al loro popolo. Incongruo, vero? Ma veniamo ai fatti, alle accuse di “americanismo” a Saddam. “E’ un dittatore”. Me ne sono già occupato. Ecco il classico colonialismo eurocentrico della “Sinistra”. Incapacità di esaminare come un altro popolo percepisca il suo governo e la sua cultura, espressi da retroterra, percorsi, valori, tempi totalmente diversi dai nostri, e totale subalternità ai criteri di valutazione strumentali dell’imperialismo “dei diritti umani”. La tua democrazia, (*.*.), è il sistema perfetto e ultimo. Va totalitariamente imposto a tutti, che ne sentano la necessità o no. Anche se per diritti umani questi popoli – vedi anche Cuba o i bolshevichi – intendono per primo la conoscenza (istruzione gratuita per tutti), la salute (sanità gratuita per tutti), l’alimentazione (lo Stato che ha fatto mangiare gratuitamente il 75% per cento della popolazione fino all’ultimo giorno dell’embargo in quello che l’ONU ha definito “il più efficiente e meno corrotto sistema di distribuzione di cibo del mondo”), la protezione (casa garantita a tutti), la riproduzione sociale e biologica (piena occupazione con in sovrappiù, in Iraq, 2 milioni di lavoratori stranieri dal mondo arabo), la piena emancipazione delle donne. E magari più in là il diritto umano individuale e individualistico di dire ognuno la sua, anche a rischio di far crollare uno sforzo gigantesco e vittorioso di emancipazione nazionale, sociale e culturale. Facile predicare la democrazia, poi, dimenticando (ignoranza, malafede?) chi l’ha praticata nel proprio contesto specifico, governando in coalizione con comunisti e democratici kurdi fino al 1979, e poi si è ritrovato sotto un assedio micidiale di aggressori imperialisti, con terrorismi, guerre, infiltrazioni di spie e sabotatori, compravendita di quisling e ceti malavitosi. S’è visto cosa è costato a Milosevic l’insistenza a mantenere, perfino sotto le bombe Nato, una democrazia pluralistica, con tanto di diritto di associazione partitica e pluralismo di mezzi d’informazione: tutta l’opposizione comprata e corrotta dai tedeschi, prima, e dagli USA, poi.
Guerra Iraq-Iran, Iraq al servizio della Nato e degli USA. Saddam è stato tanto filo-occidentale da fare, nel 1958, una rivoluzione socialista antimperialista, da essere perseguitato e incarcerato insieme ai comunisti dalla dittatura di Aref dal 1963 al 1968, da fare una nuova rivoluzione con Baath, comunisti, nasseriani e democratici kurdi nel 1968, rispostando l’Iraq nell’area non allineata e filo-sovietica, da nazionalizzare il petrolio nel 1972, cacciando le multinazionali angloamericane dal monopolio del petrolio iracheno, da concedere ai kurdi un’ampia ed effettiva autonomia con autogoverno e parlamento a Irbil (prima che gli USA, Kissinger, riattizzassero la rivolta dei pashà fantocci Balzani e Talabani e che i curdi si schierassero con il decimatore di kurdi iraniani, Khomeini, per la promessa di spartizione dell’Iraq e indipendenza kurda); da riunire nel 1979 a Baghdad, contro la resa araba di Camp David (Sadat-Begin) e il tradimento della causa palestinese, il Fronte del Rifiuto, che raccolse la maggioranza degli Stati arabi e soprattutto tutte le organizzazioni sociali, sindacati, movimenti e partiti di sinistra, che da sempre avevano in Baghdad un punto di riferimento. Non per nulla immediatamente scoppia la guerra Iraq-Iran, certo istigata dagli angloamericani (Kissinger: “E’ necessario che queste due potenze, minacciose per Israele, si dissanguino a vicenda”). L’Iran aveva rimesso in discussione il confine tra i due paesi, avanzando richieste territoriali (Shatt el Arab) e aveva minacciato di strangolare l’Iraq laico e apostata chiudendogli lo stretto di Hormuz, vitali per i suoi scambi. Ero presente io, quando nel 1980, unità militari iraniane, in piena pace, facevano sortite provocatorie oltre i confini. L’Iran fu subito sostenuto da Israele (quello sì, strumento degli USA) che, bombardata piratescamente la centrale nucleare dell’”amerikano” Saddam, Osirak, fornì all’Iran, istruttori, piloti e mezzi. Ricordate l’Iran-contras: Israele fornisce armi a Khomeini e col ricavato, attraverso la banca mafiosa e narcotrafficante BCCI, sostiene i macelli dei contras in Nicaragua. Gli USA si limitano, per simmetria (Kissinger!) a fornire comprensione diplomatica all’Iraq. La storia di forniture di armi USA è una bufala: basta vedere l’armamentario iracheno nelle due guerre del Golfo: neanche un obice USA, tutta vecchia roba sovietica, francese, italiana e irachena. Fallita l’aggressione integralista e pari e patta la guerra, l’imperialismo USA si rivolge direttamente contro un nemico storico (dal 1958) che non pare né distrutto, né domo nel suo appoggio ai palestinesi (è il paese che in tutte le guerre arabo-israeliane ha fornito il maggior numero di caduti e, fino all’ultimo, i finanziamenti più cospicui alla resistenza palestinese). Tanto che Saddam è da anni per tutti i 300 milioni di arabi (escluse le cliques dirigenti) il punto di riferimento nella lotta contro l’espansionismo israeliano, la nuova colonizzazione imperialistica e la classi dirigenti proconsolati e compratore. Questa è la realtà di massa con cui un comunista, un rivoluzionario si deve confrontare.
E per venire alle elucubrazioni sulle “ambiguità” dell’attuale resistenza (l’esercito iracheno dissoltosi, ma, come si vede ora, saggiamente, per preservare le forze in vista di una guerriglia che è già poderosa) e sulle perfidie propagandistiche del sedicente Partito Comunista dei lavoratori iracheno, avanzate da un altro interlocutore, si chieda se una sinistra antimperialista debba sostenere i “nazionalisti” del Baath e islamici che, uniti, si oppongono con la lotta armata di liberazione, avendo per questo scopo sottratto le proprie forze al macello tecnologico degli angloamericani in fase di invasione, oppure un partitello “comunista” solidale, in esilio, con la banda di ladroni venduti del Consiglio Nazionale Iracheno di Londra e della CIA, che ora saluta l’invasione come necessaria alla caduta del regime e l’occupazione come utile per la fase di ricostruzione di un movimento operaio di massa (ma figurarsi cosa ne pensa Paul Bremer).
IL PCI se non è creazione della CIA, poco ci manca. La solita falsa sinistra, collaborazionista, che serve a depistare la lotta contro il nemico e che in nessuno dei suoi decennali documenti ha mai denunciato l’ecatombe dell’embargo angloamericano. Perché si ignorano le informazioni sui comunisti della Coalizione Nazionale Irachena, che hanno tenuto insieme ad altre forze progressiste il loro congresso a febbraio a Parigi e che hanno posto come contraddizione principale quella nazionale tra Iraq e invasori imperialisti, tanto che oggi lottano insieme a migliaia di volontari arabi con i partigiani del Baath?
Si denuncia il carattere “ nazionalista” della rivolta armata guidata dal Baath e da Saddam Hussein. E meno male che è nazionalista: non è una nazione che è stata aggredita, strangolata, disintegrata, squartata? Non è oggi una priorità assoluta, come nella lotta anticolonialista condotta in egemonia dal Baath contro gli inglesi, la cacciata dell’occupante dalla nazione tutta? Patria o muerte. Vuole suscitare scontri etnici? Peccato che, nonostante tutti gli sforzi USA per suscitare conflitti interetnici, finora il popolo iracheno (ad esclusione delle bande kurde narcotrafficanti di Barzani e Talabani) pare fortemente unito nell’obiettivo prioritario della cacciata del “liberatore” e, ahinoi, lo è sotto la guida di una resistenza ben organizzata, diffusa su tutto il territorio, la cui correttezza e sacrosanta giustezza può essere diffamata solo da un titolo inaccettabile come quello di Liberazione del 26/6, “Soldati inglesi linciati dalla folla”, passivamente e non innocentemente, temo, tratta dalle agenzie capitaliste, a rovesciamento non solo della realtà (vedi il Manifesto) di una battaglia con armi da fuoco tra inglesi, assassini di civili, e partigiani armati, ma anche del diritto di ogni iracheno di difendere, anche con le nudi mani, il proprio paese. Ricordo una pediatra irachena che, nell’imminenza dell’arrivo degli statunitensi a Baghdad, aveva affilato i propri coltelli da cucina (vedi il video “Un deserto chiamato pace”).
Per la sinistra, dopo l’imbarazzante guerra del bandito Bush alla “belva sanguinaria”, ora c’è l’imbarazzo di scegliere tra l’astuta e unilateralmente disarmante nonviolenza dei “moderati” e il sostegno a una lotta armata di liberazione popolare, necessariamente e ineluttabilmente “nazionale”, dove chi ci sta è un compagno e un patriota e chi non ci sta un rinnegato o un arreso, PCI o non PCI. PC iracheno che farebbe meglio a denunciare le stragi di civili in corso a opera degli angloamericani, la natura colonialista dell’occupazione, il carattere brigantesco e quislinghiano di Chalabi e Co., la minaccia mondiale dell’imperialismo (e non solo per mascherare il proprio sostanziale collaborazionismo), e a prendere le armi insieme ai compagni del Baath e agli islamici, che mettono la vita al servizio della sovranità e dignità della propria comunità nazionale e della resistenza mondiale contro gli USA motore del capitalismo e del’imperialismo. La storia è maestra di verità: la liberazione araba negli anni ’50 e ’60 è stata condotta dalle borghesie nazionali e dalle intellighenzie in collaborazione con le masse sfruttate dalle monarchie vassalle al soldo del colonialismo. Pare che questa situazione debba ripetersi. Chi ha più filo, tesse e fa egemonia.
C’è da trarre una conclusione non esaltante:palestinesi, iracheni, arabi, cubani, ecc. vanno bene, vanno sostenuti e compianti quando li si fanno a pezzi, se ne polverizzano le case, se ne fa un olocausto, se ne uccidono i bambini. Sono terroristi, nazionalisti, etnicisti quando combattono.
Intifada fino alla vittoria, in Palestina e in Iraq. Anche con Arafat e Saddam, visto che gli altri si è visto quanto sono credibili.
[www.uruknet.info]
East Timor - Indonesian Amnesia
by Andre Vltchek. Timor Leste: At 55 she looks shockingly old and frail. She lives in
Ermera - poor town lost in the green lush hills of East Timor -- Timor
Leste, the youngest country on earth. Of course she has a name, but it
is irrelevant to quote it here -- her fate is the same as that of so
many women of her land. I follow her with my eyes as she walks slowly to
the main street, to the market.
She looks more like a spirit than a living person. I was told that she,
as so many women of this land, had been gang raped by Indonesian
soldiers some twenty years ago. As if rape was not enough, she was
tortured, burned, humiliated. She survived, unlike so many others. As
tens of thousands of women of Timor Leste she lost her son and her
husband and her house.
After witnessing horrors of Indonesian occupation of East Timor several
times in the past, after being arrested and tortured myself for simply
trying to do my work -- to alert the world about the genocide - I
decided to return again to Ermera, to the area that witnessed some of
the fiercest resistance battles. I came to interview this woman, some
woman like her; to interview any woman that survived the horrors of the
occupation. But when I saw her in Ermera, I couldn't approach her, I
couldn't ask her to relive her past.
East Timor is free. It is living what can be described as "Year Zero".
It is still dirt poor, desperate, confused and in pain. Even combatants
of resistance get almost no help from the government. Recently, one of
the legendary commanders reduced to subsistent existence of selling
wood, drove to the house of the President Gusmao, almost running his
guards over and yelled: "Look at me, this is what I became. Buy my
wood". And Gusmao bought it with his own money and just stood there,
repeating to his former comrade in arms: "I don't know what to do. I am
a President, but what can I do?"
I had been asked by my Indonesian friends: "How is East Timor doing now?
With all that foreign aid they are getting, is the situation improving?"
This simple and innocent question shocked me. How can the nation that
lost over 30 percent of its population recover in two or three years?
And then I understood: 'They really don't know. They don't realize the
magnitude of the past extermination. They don't realize that the policy
of "transmigrasi" ("trans-migration", when those dead were 'replaced' by
the Muslims from Java and Sumatra and even Hindus from Bali) was in fact
an ethnic cleansing on enormous scale'.
Much bigger Chile lost during and after the coup 3 to 4 thousand people
and has still not fully recovered from the shock and nightmares of the
military dictatorship. And it is not expected to fully recover anytime
soon. If East Timor would be the size of Chile, it would proportionally
have lost over 5 million people.
"This country is being helped and to the certain extend controlled by
the foreigners", explain a student of political science. "We are
grateful to them, but they don't understand us. Their job is to make our
economy work, to establish our institutions as quickly as possible. But
this nation is still in shock, it is still in deep trauma. And people
who fought for our freedom - the soil and blood of this country - are
now close to starvation. Look at Indonesia.
When they won independence against Holland, Sukarno took to his
government and to the top military ranks those men who fought for
freedom, even if they were illiterate. Because he knew that his nation
trusted them and needed them. But when our resistance leaders come to
the UN people, they have to prove that they have "skills", that they
know how to read and how to write, that they speak the languages. There
are no emotions involved, no respect for our past."
Many former FRETILIN fighters still hold to their arms and recent riots
show how unstable is the situation. Called "extremist", a Marxist old
guard of FRETILIN is running for a head-clash with the present
government that is going out of its way to please its mighty neighbors
-- Indonesia and Australia -- and to reassure the United States that
there is no left-wing philosophy engraved in the present leadership of
the country.
In 2002 (then Presidential candidate) Gusmao explained to me that "a
good relationship with Indonesia is a priority". That 'people of East
Timor should forget the recent past and look into the future.' That they
should 'forgive'. In the meantime, Indonesia never put one single high
ranking official in prison for a substantial amount of time, in
connection with the genocide in East Timor. There has been no official
apology from Jakarta, not even one privately organized delegation from
Indonesia that would take pains of coming to Dili and offer condolences
to East Timorese people for what has been done to them.
With all due respect, President Gusmao is wrong. This sort of
"reconciliation" based on silence never worked. It was tried in
Argentina and in Chile after the dictatorship and it failed. It is an
obligation of the East Timorese government to demand an official apology
from Jakarta, to demand opening of the Indonesian archives and informing
the Indonesian public of the horrors their country inflicted on its
neighbors. Not for the purpose of revenge, but in order to help to heal
the wounds of those who were and are suffering tremendous injustice.
The truth about the past is almost as important for Indonesia as it is
for East Timor. Since 1965 when Indonesia endured massacres that took
between 500 thousand and one million human lives during the anti-Sukarno
coup led by the pro-Suharto military clique (which lied to Indonesia and
the world, claiming that it was fighting 'a Communist coup' that of
course never took place), successive Indonesian leaders have managed to
create myths and amnesia which are still plundering the nation's
intellectual well being. Lies about 1965 were followed by lies about
East Timor and later about Ambon, Iryan, Jaya, and Aceh.
It is insulting to tell East Timorese who survived rape, torture and
loss of their loved ones that they should forget and forgive. Even if
they would want to, they couldn't. Does anyone dare to say to Poles,
Russians, Yugoslavs, or the French right after the Second World War that
they should just "forget and forgive"? And they lost relatively lesser
amount of people than East Timorese. Could anyone be so cynical as to
tell Jews who survived the Holocaust that they should "just forget it,
forgive, and go on with their lives as if nothing really happened?"
And could they; could they ever forgive, after experiencing and
witnessing some of the most barbaric acts ever committed by mankind? My
Jewish friends who survived the Holocaust as children are still waking
up in the middle of the night. And they scream, covered by cold sweat.
And so do my East Timorese friends. And they still will twenty years,
fifty years from now.
My liberal Indonesian friends tend to endlessly repeat that in fact the
"East Timorese massacres would never happen if the United States
wouldn't give the green light to the invasion". True. The United States,
UK, Australia, all of us should live with the guilt for standing by, for
not intervening while the occupation took place, for encouraging
Indonesia to invade. We should speak about it, write about it as some of
us (though not enough of us) do.
But this time it was not the United States that did the actual killing,
raping, ethnic cleansing, and torturing. Should Soviets be blamed for
Nazism because Stalin ordered the Communist Party of Germany to withdraw
from the coalition with other leftists in an act that helped the
Fascists to win elections? To some extent, yes. But it was Germans who
were designing the crematoriums and camps and it was their army that
massacred tens of millions of men, women, and children.
The Indonesian people have to face up to their responsibilities. They
have to acknowledge their own past. Not only for the sake of their
victims in East Timor, but also for the sake of their own future. No
decent society can be built on lies. The past returns, it divides
nations, it haunts and eventually, if not faced honestly and with
dignity, it kills.
Until the crimes are acknowledged, until there is a sincere apology and
endless grief, until Indonesian children start learning at school that
their nation massacred the innocent people of a small nation that never
had a chance to resist but resisted nevertheless in one of the most
heroic acts of defiance known to history, the old woman from Ermera with
her back bent, will be climbing the hill, abandoned and forgotten,
alone. Her government can suggest a thousand times that she should
forget.
But the memory is all she has left; those whom she loved are all dead.
Each day that goes by, each day that cameras will be showing cynical
crimes of untouchable Wiranto and other Indonesian generals, she will be
descending deeper and deeper into her past, to her previous life
brutally interrupted twenty years ago. I was not brave enough to stop
her, too scared of the magnitude of pain that she was radiating.
Ground Zero
di Marc Augè. Un antropologo dell'inizio del XXI secolo non può non essere sensibile ai cambiamenti di contesto e di scala che oggi dominano ogni descrizione dello spazio. L'urbanizzazione del mondo è accompagnata da trasformazioni di ciò che possiamo definire "urbano".
Queste trasformazioni hanno naturalmente a che fare con l'organizzazione della circolazione, le migrazioni e gli spostamenti di popolazioni, il confronto fra ricchezza e povertà, ma più in generale possono essere considerate un'espansione della violenza bellica, politica e sociale. Proprio la violenza è infatti all'origine delle ristrutturazioni urbane, e in particolare dei cantieri che in diversi luoghi del mondo attestano gli scontri che hanno prodotto le rovine e al contempo il volontarismo che presiede alle ricostruzioni: violenza della guerra civile e internazionale a Beirut, violenza della guerra mondiale e dello scontro est/ovest a Berlino, violenza sociale nelle periferie parigine, dove si pensa di risolvere le disuguaglianze sociali e la ghettizzazione con l'implosione dei grandi complessi urbani. Il crollo delle torri di Manhattan è a questo proposito esemplare: traduce un mutamento di scala (nel bene e nel male, apparteniamo tutti allo stesso mondo) e di nuove forme di violenza.
È il frutto della guerra civile planetaria; inoltre, in un secolo che privilegia lo stereotipo, la copia o il fac-simile, diventerà ben presto l'esempio più convincente di ciò che potremmo chiamare "il paradosso delle rovine". Paradosso che esige un commento: le rovine scompariranno come realtà e come concetto proprio nel momento delle distruzioni più imponenti, nel momento della massima capacità di annichilimento.
Il mondo della globalizzazione economica e tecnologica è il mondo del passaggio e della circolazione, ed ha come sfondo il consumo. Gli aeroporti, le catene alberghiere, le autostrade, i supermercati (aggiungerei volentieri alla lista anche le basi di lancio missilistiche) sono dei non-luoghi, nella misura in cui la loro vocazione principale non è territoriale, non è di creare identità individuali, relazioni simboliche e patrimoni comuni, ma piuttosto di facilitare la circolazione (e quindi il consumo) in un mondo di dimensioni planetarie.
Questi spazi hanno tutti un'aria di "déjà vu". E tra i modi migliori per resistere allo spaesamento in una terra lontana c'è sicuramente quello di rifugiarsi nel primo supermercato che si incontra. Questi spazi hanno un'aria di déjà vu perché ovviamente si assomigliano (anche se l'iniziativa degli architetti ha trasformato alcuni di questi luoghi in singolarità notevoli), ma anche perché sono effettivamente già stati visti, alla televisione o su qualche dépliant pubblicitario: partecipano a quel mondo colorato, stuzzicante, confortevole e ridondante la cui immagine è fornita dalle agenzie turistiche. Si tratta allo stesso tempo di spazi ridondanti e "troppo pieni", due caratteristiche che si rinforzano a vicenda. Un grande aeroporto come Heathrow è un centro commerciale di fama mondiale. La televisione è presente ovunque negli aeroporti (con la notevole eccezione di Roissy). Le grandi catene alberghiere circondano gli aeroporti ed evitano al passeggero "in transito" di dover deviare fino alla città per trovare un hotel. Oggi gli aeroporti sono sempre più dei nodi autostradali e ferroviari. Negli ipermercati più importanti sono presenti tutti i servizi, in particolare le agenzie di viaggio e le banche. La radio e la televisione funzionano ovunque, ivi comprese le stazioni di servizio lungo le autostrade, che si trasformano anch'esse in complessi turistici con ristoranti, negozi e spazi di gioco per i bambini: immenso gioco di specchi che offre a ogni consumatore un riflesso della propria frenesia, da un estremo all'altro delle zone più attive del mondo.
Negli spazi del troppo-pieno anche gli esseri umani sono troppi. Le strade e le piste di decollo si ingorgano. Le file di attesa si allungano. Le sale d'attesa, che siano confortevoli o no (è una questione di classi), non si svuotano mai. Il mondo della velocità e dell'istantaneità fa a volte fatica a gestire il proprio successo, salvo quando un fatto di cronaca mondiale (la guerra del Golfo o l'attentato di New York) atterrisce e paralizza una parte dei consumatori, per la disperazione delle compagnie aeree e degli operatori turistici.
Mondo della ridondanza, mondo del troppo-pieno, mondo dell'evidenza. Gli spazi del passaggio, del transito, sono quelli in cui vengono mostrati con più insistenza i segni del presente. Vengono mostrati con la forza dell'evidenza: pannelli pubblicitari, nomi delle aziende più note inscritti a caratteri di fuoco nella notte delle autostrade che portano all'aeroporto (pensiamo alla tangenziale a nord di Parigi), ostentati palazzi dello spettacolo, dello sport, del consumo che all'uscita dell'aeroporto aderiscono alla città, ne fanno cedere le difese e la penetrano, imboccando varchi ferroviari, autostradali o naturali (i fiumi). Il "generico" caro a Rem Koolhas, il generico che sovverte la città storica, è uno spazio del troppo-pieno: come stupirsi che trabocchi nella città, la modelli a sua immagine, e la renda così conforme alla propria vocazione globale?
Gli spazi del vuoto sono strettamente mescolati a quelli del troppo pieno. Talvolta sono gli stessi, ma a ore diverse: l'aeroporto di notte o al mattino, poco prima dell'apertura; i parcheggi sotterranei quando l'affluenza è minore; la copertura calpestabile sopra la Gare Montparnasse, o le autostrade della Défense quando la pioggia e il vento le rendono impraticabili. Il non-luogo si percepisce, a seconda dei momenti, come un troppo-pieno di passeggeri, o come un vuoto di abitanti. In modo più sottile, il pieno e il vuoto stanno l'uno di fianco all'altro. Terreni incolti, abbandonati, zone apparentemente senza utilizzazione precisa circondano la città o vi si infiltrano, disegnando in negativo delle zone d'incertezza che non rispondono alla domanda su dove comincia e dove finisce la città. I paesi, in Francia, si ripiegano sul loro "centro storico" (la chiesa del XVI secolo, il monumento ai caduti, la piazza del mercato), con lo stesso movimento che proietta all'esterno le zone d'attività, mentre si moltiplicano le bretelle e i rondò che dovrebbero permettere al visitatore curioso di lasciare l'autostrada o la statale, per andare a dare un'occhiata. In alcune città sudamericane le bidonville o i quartieri poveri talvolta si infiltrano vicino a isolati che sono invece il centro della "surmodernità", difesi da barriere e guardiani. Il vuoto si insedia tra le vie di circolazione e i luoghi di vita, o tra ricchezza e povertà, un vuoto che a volte viene decorato, a volte si lascia in stato d'abbandono, un vuoto dove a volte trovano rifugio i più poveri tra i poveri.
Esistono altri vuoti oltre a questi vuoti residuali. Quanto meno lo spazio urbano riesce a definirsi, tanto più si estende (e viceversa, certo). La città si copre di cantieri che rispondono a una volontà di espansione (come nella Plaine Saint-Denis, verso Aubervilliers), di saldatura o di riunificazione, come a Berlino nei dintorni di Postdamer Platz, o di ricostruzione, come a Beirut. Nei cantieri urbani, l'evidenza del troppo-pieno è sfumata, foderata (come si foderano gli abiti) dal mistero del vuoto. Il fascino dei cantieri, dei terreni incolti in attesa, ha sedotto cineasti, romanzieri, poeti. Ciò deriva dal suo anacronismo, mi sembra. Contro l'evidenza, esso mette in scena l'incertezza. Contro il presente, sottolinea la presenza ancora palpabile di un passato perduto, e al tempo stesso l'imminenza incerta di ciò che può accadere: la possibilità di un istante raro, fragile, effimero che sfugga all'arroganza del presente e all'evidenza del "già qui". I cantieri sono - magari a costo di un'illusione - spazi poetici in senso etimologico: ci si può fare qualcosa; la loro incompiutezza ha qualcosa della promessa. Così l'interpreta anche il poeta Jacques Réda, in Les ruines de Paris:
"Abito qui dal '36, mi spiega il vecchio signore di cui ho appena incrociato il cane (uno di quei truci codardi di periferia che filano via senza nemmeno rispondere al vostro saluto, e che vi insultano non appena sono al riparo del loro cancello), e mi mostra tutta la distesa dove un tempo crescevano il grano e l'erba medica, ora stravolta dal cemento, infischiandosene. Gli dico che un giorno questi sobborghi raggiungeranno quelli di Marsiglia, cosa che sembra quasi divertirlo, e aggiungo che se, malgrado tutto, amo questa devastazione e questa invasione del disordine (la sua capanna, il suo giardino, una fabbrica, un ruscello, due edifici, un padiglione, un bosco, trecento gomme), è perché sono convinto che in essa sia racchiusa una rivelazione, o quantomeno la sua promessa. In fondo ai suoi occhi preoccupati scorgo che non mi sta più seguendo. Mi sento un po'confuso: quale rivelazione, in effetti, quale promessa di cui non so nulla, se non - qui, ora, su questo muro di fronte alla steppa dove attendo l'autobus che non passa mai - che finirà per essere mantenuta."
In questo senso gli spazi del vuoto si descrivono, in modo del tutto naturale, in termini temporali. Come le rovine, i cantieri hanno passati molteplici, passati indefiniti che vanno ben al di là dei ricordi del giorno prima, ma che sfuggono al presente del restauro e della spettacolarizzazione, a differenza delle rovine raggiunte dal turismo: non vi sfuggiranno senz'altro a lungo, ma almeno sollecitano l'immaginazione fino a che esistono, fino a che possono suscitare un sentimento d'attesa.
Le rovine non hanno altro avvenire se non lo sguardo che vi posiamo sopra. Tra i loro passati molteplici e la loro funzionalità perduta, ciò che lasciano percepire è una sorta di tempo puro, al di fuori della storia, a cui è sensibile l'individuo che le contempla, come se questo tempo puro l'aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui. Camus ha scritto prima della guerra la maggior parte dei saggi poi raccolti in Nozze e in L'estate. La felicità che prova a Tipasa nello splendore della primavera deriva dall'esperienza di un paesaggio in cui le rovine di una città romana, a una sessantina di chilometri da Algeri, si mescolano così intensamente alla natura che sembrano fondersi con essa, appartenervi:
"In questa unione dei ruderi e della primavera, i ruderi sono tornati ad essere pietra e, perdendo il lustro imposto dall'uomo, sono rientrati nella natura"(1).
Il segreto di Tipasa, il segreto delle rovine e di un paesaggio in cui si mescolano sole, mare, ulivi e pietre, ha a che fare con il tempo puro, che è diverso dal tempo della storia: "Avevo sempre saputo che le rovine di Tipasa erano più giovani dei nostri cantieri e delle nostre macerie"(2) , scrive Camus nel 1952, quasi quindici anni più tardi.
L'architettura contemporanea non punta all'eternità, ma al presente: un presente, tuttavia, insuperabile. Non anela all'eternità di un sogno di pietra, ma a un presente indefinitamente "sostituibile". La durata della vita normale di un edificio oggi può essere facilmente stimata, calcolata (come quella di un'automobile), ma è comunque previsto che, ad un certo momento, sia sostituito da un altro (un altro edificio che può avere lo stesso aspetto del primo, come nel caso di certi caffè parigini, o infilarsi dietro la facciata conservata di una costruzione più antica). La città di oggi è pertanto l'eterno presente: edifici sostituibili gli uni agli altri, e eventi architettonici (la piramide di Pei, il museo di Bilbao) che sono anche eventi artistici mondiali, concepiti per attirare i visitatori di tutto il mondo.
Almeno per il momento, però, i terreni incolti e i cantieri traboccano da entrambi i lati del presente: sono spazi in attesa che risvegliano anche dei ricordi, talvolta in modo un po' indefinito, riaprendo la tentazione del passato e del futuro. Fungono per noi da rovine. Queste oggi non sono più concepibili, se si può dire, non hanno più avvenire, dato che, appunto, gli edifici non sono più fatti per invecchiare, e si accordano invece alla logica dell'evidenza, dell'eterno presente e del troppo pieno. La ricostruzione perfettamente identica all'originale (realizzata dopo la guerra in città come Saint-Malo e Varsavia) e, più generalmente, le sostituzioni, sono agli antipodi della rovina, in quanto ricreano una funzionalità presente ed eliminano il passato.
Il dramma è che oggi applichiamo alla natura lo stesso trattamento che infliggiamo alle città, "preservandone" certi settori per lo spettacolo. Pretendiamo di sostituire una natura a un'altra (come nel caso del rimboschimento), ma la natura, come fino a poco tempo fa i fatti, è testarda: se maltrattata, reagisce. Ci sono ghiacciai che si ritirano, mari che si prosciugano, deserti che avanzano, specie che scompaiono. Ma soprattutto, quando avviene un incidente (per esempio Chernobil), la natura stessa si incarica di moltiplicare e diffondere gli effetti dell'imprudenza umana: l'uomo scopre di appartenere alla natura proprio quando deve fuggire dai luoghi che aveva concepito per dominarla. Soffermiamoci un istante sulla città di Pripiat in Ucraina, fotografata da Yann-Arthus Bertrand. Come fosse stata spazzata da una bomba "pulita" (quella che doveva eliminare gli uomini senza recare danni ai materiali), è ridotta alla propria glaciale geometria: strade che si incrociano e strade perpendicolari dominate da grandi parallelepipedi rettangolari dalle finestre allineate. Ma le strade sono deserte e non c'è nessuno alle finestre.
Apparentemente non si è "rovinato" niente, tutto è intatto. Qui il passato è datato. È stato decretato il deserto da un giorno all'altro (un po' troppo tardi, a quanto sembra). Si sa fin troppo bene quale era la funzionalità di questi luoghi a forma di caserme, e oggi sarebbe la stessa se non si fosse verificato l'incidente. Non si tratta di rovine, ma di una crisi o di un attacco, come quando si parla di crisi o attacco cardiaco: una morte improvvisa, imprevista. Forse da questo nasce la sensazione che la città abbandonata, sotto la neve, la città da cui la vita si è ritirata senza toccare nulla, ci guardi dalle sue migliaia di finestre vuote, ci guardi senza vederci, come un fantasma, senza aver nulla da dirci che già non sapevamo. Qui il tempo non sfugge alla storia; la storia l'ha ucciso.
Solo una catastrofe, oggi, può produrre effetti paragonabili alla lenta azione del tempo. Paragonabili, ma non simili. Infatti la rovina è il tempo che accompagna la storia: un paesaggio, un misto di natura e di cultura che si perde nel passato e risorge nel presente come un segno senza significato, senza altro significato, quantomeno, del sentimento del tempo che passa e che dura allo stesso tempo. Le distruzioni operate dalle catastrofi naturali, tecnologiche o politico-criminali, appartengono all'attualità e pongono problemi di gestione: come sbarazzarsi delle macerie? Cosa ricostruire? A New York per esempio ci si è presto chiesti se si dovessero ricostruire le Twin Towers esattamente come erano, o sostituirle con qualcosa d'altro (conservando evidentemente qualcosa del passato, un'allusione, una citazione, un po' come a Berlino, dove il campanile rotto della Gedächtnis Kirche vuole essere un richiamo del passato). Ad ogni modo le distruzioni, terroristiche o no, sono datate, e la funzionalità perduta (per la quale si cercano "urgentemente" soluzioni di ricambio) deve ritrovare il suo posto. Siamo lontani dal tempo puro che si insinua tra i passati molteplici e la funzionalità perduta, ma meno lontani dalla spettacolarizzazione che recupera sia gli eventi sia le rovine.
Alcuni artisti sono stati sedotti dal tema delle rovine, non senza una certa logica, essendo in un periodo che sa distruggere e vi si adopera intensamente, ma che privilegia il presente, l'immagine e la copia. Non più come i "pittori di rovine" del XVIII secolo, per giocare con malinconia o edonismo con l'idea del tempo che passa, ma per immaginare il futuro. Negli anni Settanta, il terrore nucleare impregnava l'immaginario, e l'agenzia americana Site ideava parcheggi e supermercati a forma di rovine, che prefiguravano la catastrofe imminente, e i vuoti che ne sarebbero conseguiti. Anne e Patrick Poirier, nella Francia odierna, immaginano città del futuro come fossero devastate da non si sa quale cataclisma e le fabbricano con materiali riciclati. È significativo che per restituire il tempo alla città gli artisti abbiano bisogno di rovine: quando sfuggono alla spettacolarizzazione del presente, le rovine sono, come l'arte, un invito a sentire il tempo. Ma è anche significativo che, per immaginarle, abbiano bisogno di renderle un ricordo a venire, di ricorrere al futuro anteriore e a un'utopia nera, quella di un disastro che avrà costretto l'umanità a "svuotare i luoghi", e che conviene pertanto rappresentarsi fin da ora, in anticipo, affinché ci sia almeno qualche testimone.
Alcuni grandi fotografi di città (penso in particolare a Mounicq in Francia, e a Basilico in Italia), hanno tentato di cogliere la città come una rovina, sorprendendola quando è vuota di abitanti. Sull'esempio di Pipriat, anche Parigi, Milano, Roma, Venezia diventano ai loro occhi città abbandonate; ma noi, sapendole vive, vi scorgiamo delle anticipazioni o dei fantasmi, delle città uscite dalla storia ma non dal tempo, che potrebbero essere nate dalla visione di Proust o di Thomas Mann, o di Freud che si perde tra le stradine di una città italiana, o ancora di qualche futuro romanziere della nostra surmodernità urbana.
Assistiamo oggi a un appiattimento del tempo e a una sovversione dello spazio che investono la materia prima del viaggio e della scrittura. Si è detto che l'età moderna ha comportato la scomparsa dei miti d'origine, e il XX secolo quella delle ideologie dell'avvenire. Le tecnologie della comunicazione pretendono di abolire ogni distinzione, di ingannare gli ostacoli del tempo e dello spazio, di dissolvere le oscurità del linguaggio, il mistero delle parole, le difficoltà delle relazioni, le incertezze dell'identità o le esitazioni del pensiero. Le evidenze dell'immagine, ritrasmesse da schermi molteplici, hanno forza di legge e instaurano la tirannia del presente. Le immagini vengono prima, sono spesso rincorse dal turista e spesso anche da chi scrive. Da questo punto di vista è emblematico il rovesciamento per cui oggi i romanzi sono scritti (rapidamente) a partire dalla sinossi di film, una scrittura che fa eco a immagini che essa non deve più far nascere e che si accontenta di ripetere, una scrittura plagio, una scrittura sotto-titolo, una scrittura pleonasmo.
Il rinvio di sé agli altri e degli altri a sé, che idealmente racchiude la definizione sia del viaggio che della scrittura, è oggi minacciato dall'illusione di sapere tutto, d'aver visto tutto e, soprattutto, di non avere più nulla da scoprire - minacciato dal regno dell'evidenza e dalla tirannia del presente. Eppure, anche se ne prendiamo coscienza solo in modo effimero e intuitivo, ci sono, nel mondo che ci circonda e in ognuno di noi, delle zone che resistono all'evidenza. Lo scopo del viaggio, lo scopo della ricerca letteraria, dovrebbe essere (e talvolta è), l'esplorazione di queste zone di resistenza. Esse esistono in noi stessi e fuori di noi, e non è escluso che tra questo interno e questo esterno esistano passaggi che bisognerebbe far emergere. Una delle conseguenze paradossali dell'attuale rovesciamento dello spazio è il bisogno di scrittura come forma di resistenza. Gli spazi nuovi hanno bisogno di essere scritti per ridiventare dei paesaggi. Forse è ciò che, a loro modo, intuiscono i graffitisti delle nostre città.
In un certo senso, i non-luoghi e le immagini sono saturi di umanità: prodotti da uomini, frequentati da uomini, ma da uomini esclusi dalle loro relazioni reciproche, dalla loro esistenza simbolica. Sono spazi che non si coniugano né al passato, né al futuro, bensì al presente, senza nostalgia né speranza - sono spazi di "time out", come si dice nel basket. Richiedono uno sguardo e una parola; uno sguardo per ricostituire una relazione minima che renda loro una dimensione simbolica, sociale; una parola che li integri in un racconto. Assomigliano all'ambientazione minimalista dei romanzi cavallereschi (un deserto, una foresta, un castello), che non esiste se non per lo sguardo del cavaliere errante in cerca di altre presenze. A volerci cercare un senso sociale, oggi rischiamo, come Don Chisciotte, di sbagliarci d'epoca e di lanciarci all'assalto dei mulini a vento. Ma Don Chisciotte aveva ragione. Ha ragione ancora oggi. Gli autori che riusciranno ad appropriarsi degli spazi di consumo, di circolazione e di comunicazione, a discernere negli spazi di solitudine (o di interazione, che è lo stesso) una promessa o un'esigenza di incontro, in breve a descriverli e a scriverli per altri, si iscriveranno nella tradizione di coloro che, dai tempi di Joyce, non cessano di ripopolare gli spazi di solitudine, di rifare paesaggi.
Così facendo, gli scrittori raggiungeranno quei cineasti che, come Wim Wenders o Nanni Moretti, percorrono con lo sguardo le periferie della città, ma raggiungeranno anche i comuni mortali, tutti coloro che, condannati alla solitudine, la rifiutano: vecchi che chiacchierano con giovani cassiere del supermercato per guadagnare (gli altri dicono perdere) un po' di tempo, profughi o esiliati che cercano di ristabilire uno "stile di vita" nei campi dove sono rinchiusi, autisti di mezzi pesanti che pensano alla prossima stazione di servizio come a una tappa dove faranno scalo assieme a altri. Gli uomini non possono vivere soli: hanno bisogno di legami, anche se capita di sentirsene prigionieri, di rassegnarvisi o di volerli rompere. Hanno bisogno di paesaggi e quindi anche di testi che li ricreano trasformandoli. La scrittura lega le parole e gli esseri, gli esseri tramite le parole, il lettore all'autore e i lettori tra loro. Per quanto riguarda invece i paesaggi da essa generati, anche quando l'origine è una porzione di spazio storico, non cessano di rinascere da una lettura all'altra. La scrittura e il paesaggio sono simbolici, ci parlano di ciò che condividiamo e che, per ciascuno di noi, resta diverso.
Note
1. Albert Camus, "Noces à Tipasa", in Noces, Paris, Gallimard, (1938) 1970, p. 15. La traduzione è tratta da "Nozze a Tipasa", in Il Rovescio e il diritto, Milano, Bompiani, 1959, p. 66.
2. Albert Camus, "Retour à Tipasa", in L'été, Paris, Gallimard, 1954, p. 169. La traduzione è tratta da "Ritorno a Tipasa", in Il Rovescio e il diritto, op. cit., p. 173.
[Narrazione, viaggio, alterità - Relazione al seminario presso la Scuola Superiore di Studi umanistici dell'Università di Bologna - Traduzione di Giacomo Festi e Adriana Soldati]
Pubblicato da giuseppe genna at Agosto 29, 2003 08:47 AM
www.carmillaonline.com





Ultimi commenti