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Limiti della globalizzazione, rivalità interimperiali, emancipazioni

di materialiresistenti (31/05/2003 - 20:18)

a cura di Altreragioni.
PREMESSA Questo seminario intende considerare i limiti conflittuali dell'espansione del capitale, in un momento in cui sembrano prevalere o ideologie dell'acquietamento, oppure ideologie postmoderne che trattano come discorso totalitario qualsiasi ragionamento che punti alla sistematicità. A noi sembra, per contro, che nell'incedere del capitale globale sia forse possibile scorgere più di qualche impedimento - né frammentario né tantomeno accidentale. Nel corso del seminario proveremo a esplicitare alcuni di tali impedimenti, cercando di separare le tendenze reali da quelle di comodo. In breve, all'origine di questa proposta vi sono diversi interrogativi: a quale punto è la cosiddetta globalizzazione, ovvero l'integrazione dell'economia mondiale? Può il lavoro vivo trarre vantaggio dalle crescenti rivalità intraimperiali? Qual è il punto di attacco, qui, nella cosiddetta Fortezza Europa, per costruire percorsi di emancipazione che non siano subalterni all'attuale blocco dominante? L'ideologia della fine del lavoro non è forse solo un altro aspetto dell'ideologia della globalizzazione? I Quanto al primo interrogativo, oggi l'economia mondiale risulta meno integrata di quanto fosse verso la fine del secolo scorso, ai tempi del gold standard. Il capitale esalta un suo presunto trionfo che gran parte della sinistra italiana accetta come un destino manifesto, mentre alcune sue frange estreme lo interpretano come una catastrofe senza rimedio. Oggi molti vengono abbagliati dai miti del commercio internazionale, in particolare del commercio internazionale intraziendale: che ormai un terzo del commercio mondiale consista nel commercio di componenti all'interno delle singole multinazionali è una voce priva di fondamento. In realtà, il commercio che ha luogo tra le multinazionali statunitensi e le loro filiali estere è rimasto costante negli ultimi quindici anni, costituendo circa il 10% del totale del commercio estero statunitense. Non sono in forte espansione neppure gli investimenti diretti all'estero, che pure, secondo i bolscevichi, avrebbero dovuto costituire il tratto differenziale dell'imperialismo contemporaneo rispetto a quello che essi etichettavano sbrigativamente come imperialismo del passato. In breve, gli investimenti continuano ad addensarsi nei paesi industrializzati. Agli altri paesi vanno prevalentemente o investimenti in materie prime oppure la distribuzione di briciole, poiché siamo tuttora in presenza di un capitalismo bianco, razzista e patriarcale. Un elemento di neutralizzazione della lotta di classe contemporaneo sembrava essere l'affermarsi nei paesi-guida di strati consistenti di superqualificati che avrebbero dovuto assorbire gran parte dell'attività di elaborazione e direzione, mentre alle periferie mondiali doveva toccare la semplice esecuzione. Tale costruzione piramidale comportava e comporta riforme dell'istruzione che rimangono allo stato di tentativi sporadici. Pare che soltanto qualche segmento di tale schema imperiale si sia imposto, anche se esso costituisce indubbiamente un tratto nuovo rispetto agli imperialismi coloniali che disponevano diversamente le loro gerarchie produttive. II Quanto alle rivalità intraimperiali, è ovvio che soltanto in qualche felice e nello stesso tempo disperata occasione il movimento operaio è riuscito a piegarle a proprio vantaggio, almeno nel breve periodo: la Comune parigina, il 1905 russo, il '17 sovietico, alcune fasi della decolonizzazione dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia, a meno che crescesse un movimento antistituzionale prorompente, le rivalità intraimperiali finivano per generare irregimentazione sociale, disciplina lavorativa, sciovinismo. Oggi, le rivalità intraimperiali assumono l'aspetto di conflitti commerciali tra blocchi di paesi che, contrariamente al primo terzo del XX secolo, non hanno finora scatenato rappresaglie generalizzate e contagi protezionistici, ma che hanno tuttavia catalizzato sindacati e partiti in senso corporativo e hanno teso a ridurre al minimo i flussi migratori, rivendicando per sé la libertà di movimento dei capitali. E' dunque assordante il silenzio in tema di libertà di migrazione internazionale da parte degli estremisti della globalizzazione. Se occorrerà riflettere ancora a lungo sul binomio razzismo-accumulazione, non va trascurato sul breve periodo il doppio tema degli strumenti di lotta contro la discriminazione dei migranti e dell'articolazione di reddito e democrazia, che può attenuare la chiusura difensiva di alcuni strati della popolazione dei paesi industrializzati e renderne meno inaccessibili i confini. Mentre è dimostrato che l'apertura dei paesi industrializzati al commercio internazionale è storicamente legato alla crescita e alla tenuta di un sistema di previdenza sociale che ha attutito le scosse prodotte dal commercio sulla struttura sociale, oggi il capitale pretende di aumentare l'interdipendenza commerciale internazionale - con i conseguenti squilibri sociali - tagliando drasticamente la spesa sociale. Non è una contraddizione di poco conto e va esaminata attentamente. III Quali allora i percorsi delle possibili emancipazioni? Adottiamo il plurale, poiché si scorgono sì alcune possibili convergenze, ma le loro strade sono ancora lunghe. Diciamo innanzituttoche è il lavoro vivo - e non le rivalità intraimperiali - a costituire il principale limite alla cosiddetta globalizzazione e alle relative spinte all'irregimentazione: il lavoro vivo, dunque, anche indipendentemente dalle istituzioni, bolli e tessere sindacali e di partito che ne sono stati al traino e anche indipendentemente dalla disponibilità di lavoro per genere, colore della pelle, età, grado di istruzione. E' in questa prospettiva che vanno respinte le ideologie dell'acquietamento, anche di quell'acquietamento che in apparenza riguarderebbe soltanto il passato prossimo della pretesa sequenza fordismo-postfordismo. Chi ritiene che il fordismo abbia conosciuto periodi irenici parla a nome dei molti che, dichiarandolo estinto, vorrebbero cancellare un orizzonte antagonistico il quale tuttavia persiste. Al fine di comprendere e anticipare i movimenti del lavoro vivo, pochi atteggiamenti sono tanto nocivi quanto la restrizione degli orizzonti al solo spazio europeo, una piega che gran parte della sinistra va prendendo con rassegnazione e catastrofismo. La dimensione internazionalista va recuperata pienamente ed è solo in tale prospettiva che l'enorme problema delle diseguaglianze crescenti e della precarizzazione della forza-lavoro - e in primo luogo del lavoro femminile - può venire affrontato. IV Il concetto politico di lavoro vivo permette ad un tempo di evidenziare la natura relazionale del capitale (tale per cui non si può parlare né di un'assoluta autonomia del capitale, né di una speculare autonomia del lavoro vivo), e di rifiutare uno dei maggiori presupposti ideologici del pensiero della globalizzazione, ovvero quello che tende a ridurre a residui precapitalistici le diverse crisi ed emergenze conflittuali che insorgono in tutto il mondo. Un affondo analitico in questa direzione è utile anche per far luce sulla confusione concettuale che attanaglia una parte significativa della sinistra non istituzionale, quando subisce l'ideologia dominante al punto di interpretare come fenomeni di uno sviluppo arretrato lo sfruttamento violento della forza-lavoro non soltanto in grande aree dell'Asia, dell'Africa e dell'America centrale e meridionale, ma anche nella nostra "civile" Europa. Il dialogo è aperto con quanti/e colgono nella simultaneità e nella simbiosi dei vari livelli di sfruttamento un tratto indispensabile dell'accumulazione contemporanea. Per parte nostra non ci sottraiamo alla tematizzazione del nesso marxiano tra plusvalore assoluto e relativo, a condizione che l'uno e l'altro vengano concepiti non come forme del processo di valorizzazione capitalistica logicamente e cronologicamente distinte, bensì come aspetti che si implicano reciprocamente. In altre parole, si tratta di comprendere l'intreccio tra plusvalore assoluto e relativo al di là e contro il paradigma storico a due stadi. Emerge, infatti, che in un'epoca che si pretenderebbe denotata dalla produzione di plusvalore relativo, questo può essere realizzato solo appoggiandosi su un differenziale di plusvalore, cioè su enormi quantità di plusvalore assoluto. Va notato che l'ideologia della fine del lavoro e dell'indifferenza del luogo di produzione (che in Italia diventano rispettivamente il "residuo operaio" e l'aspazialità del capitale) cerca costantemente di occultare tale intreccio. Affrontare il tema della costituzione del processo di estrazione del plusvalore significa insistere sulla specificità geografica e storica dello sviluppo capitalistico, contro la quale la globalizzazione sbatte di continuo il naso, e da cui derivano tutte le dinamiche di esclusione e di sfruttamento violento in atto ai quattro angoli del mondo (compresa l'Italia), nonché gran parte dei conflitti intraimperiali, che nascono dalla messa al lavoro in alcuni luoghi piuttosto che in altri. In questo quadro, la ricerca potrà ulteriormente proseguire: a) affrontando alcuni casi esemplari dei meccanismi di disciplinamento della forza-lavoro nel mondo, soprattutto nei suoi aspetti critici e ideologici, dal momento che è subentrata da un lato una forma asservente che non è più semplicemente quella della coercizione fisica, mentre dall'altra vengono fatti incombere scenari di guerra; b) cogliendo i punti focali dove la crisi ecologica e i processi di sfruttamento si combinano (il che significa innanzitutto tematizzare le contraddizioni della lotta per le risorse) e dove la lotta contro la distruzione della natura riesce a coniugarsi con la resistenza del lavoro vivo.

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non -corpo, non-mente

di materialiresistenti (31/05/2003 - 16:28)

di Itsuo Tsuda.
Che cos' è il movimento rigeneratore Il movimento rigeneratore si pratica mediante la sospensione momentanea del sistema volontario. Non necessita di alcuna conoscenza, né tecnica. Al contrario, bisogna liberarsene. La ricerca di una finalità preliminarmente determinata, non fa che ostacolare l' evoluzione naturale del nostro essere. Il principio che noi abbiamo formulato è dunque: " SENZA CONOSCENZA, SENZA TECNICA, SENZA SCOPO ". Per chi vede il movimento rigeneratore per la prima volta, lo spettacolo è abbastanza sorprendente. Poiché si è abituati a movimenti più o meno controllati, intellettualizzati, perfino ricercati, un movimento che supera l'ambito volontario fa pensare alla malattia, alla follia o all'ipnosi; il movimento rigeneratore sembra prestarsi a simili interpretazioni. La verità è tutt'altra. Durante il movimento , il conscio, invece di essere angosciato come quello di un malato, resta calmo e sereno.Invece di essere confuso come quello di un folle, resta lucido. Invece di essere imprigionato e limitato come quello di un ipnotizzato, resta libero. Non si esegue il movimento rigeneratore . E' esso che scatta, rispondendo al bisogno dell'organismo. Dato che questo bisogno differisce da un individuo all'altro, e, nello stesso individuo, da un momento all'altro, non può esservi nessun movimento uniformemente programmato. Per questa ragione, niente è tanto facile quanto deviare da ció che è naturale, aggiungendo degli "ingredienti seducenti". Teoricamente, esistono due forme di movimento rigeneratore : una esiste di fatto in tutti gli individui, sotto forma di reazioni naturali dell'organismo, come lo sbadiglio, lo starnuto, l'agitazione durante il sonno, ecc.; l'altra, la cui formula è stata messa a punto mezzo secolo fa dal Maestro Haruchika Noguchi. E' quest'ultima forma che noi pratichiamo alla Scuola della Respirazione. Per iniziarsi al movimento è auspicabile attendere che si sia raggiunto un certo grado di maturità mentale e che tutte le soluzioni proposte siano rimesse in questione. Non bisogna imporlo a nessuno, nemmeno alla vostra famiglia, né in un momento qualsiasi. E' essenziale che il desiderio per un ritorno alla naturalezza germini dentro di sé. Non si strappano i frutti prima che siano maturi. Il movimento non costituisce un apporto esterno. Esso traccia il cammino per la scoperta di sé in profondità. Questo cammino non è in linea retta verso il paradiso, è tortuoso. Sta ad ognuno, alla sua responsabilità, trovare la propria unità d'essere. Man mano che il corpo si sensibilizza, può prodursi il risveglio di sensazioni perturbanti, il che scoraggia le persone che non hanno una buona comprensione di partenza. Il movimento , dopo aver raggiunto intensità molto marcate, si calma gradualmente. Diventa più sottile. La respirazione si approfondisce. Il movimento finisce per coincidere con il movimento nella vita quotidiana, divenuto quest'ultimo, talmente naturale che non ci sarà più bisogno di fare qualcosa di speciale. Il terreno sarà allora normalizzato. Questa normalizzazione non è semplicemente fisica, ma anche psichica. Una nuova prospettiva si crea man mano che si sviluppa l'attitudine alla fusione di sensibilità che permea i nostri rapporti umani e le nostre reazioni all'ambiente circostante. Se questa fusione amplia l'apertura del nostro spirito, si raggiungerà la condizione del non-corpo e del non-mentale. E' allora che si scoprirà che l'uomo è fondamentalmente LIBERO. Itsuo Tsuda

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Un incontro con Régis Soavi.

di materialiresistenti (31/05/2003 - 16:25)

"Non ho bisogno della violenza per "dimostrare" che sono vivo. Non ho bisogno di "dimostrare" che sono vivo. Sono vivo, totalmente"

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Nostalgia dell'inflazione

di materialiresistenti (31/05/2003 - 15:20)

di Annamaria Simonazzi e Fernando Vianello. Gli economisti hanno la memoria corta. Ma quando due Banche centrali sono pronte a fabbricare inflazione e la paura della deflazione corre più veloce di quella della Sars, è il momento di rinfrescare le idee, di riavvicinare la teoria economica al buon senso. Dopo che per anni il «pensiero» insegnato nelle università e tradotto dalle Banche ha visto nella diminuzione dei prezzi la panacea di ogni male.
Chiusa la parentesi bellica, la paura che la malattia dei prezzi che affligge il Giappone (la «nipponite», com'è stata chiamata) possa contagiare gli Stati uniti e l'Europa è riemersa con prepotenza. A mostrare segni di inquietudine non è più soltanto la Federal Reserve, ma anche la Banca Centrale Europea. La prima cerca da tempo di rassicurare l'opinione pubblica (con il rischio di allarmarla, rivelando le proprie preoccupazioni) sulla panoplia di strumenti, ortodossi e meno ortodossi, di cui dispone per prevenire la deflazione. La seconda ha recentemente ridefinito l'obiettivo della stabilità dei prezzi in maniera tale da rendere chiaro che intende impedire non solo che il tasso di inflazione salga al di sopra del 2 per cento, ma anche che esso scenda significativamente al di sotto di tale soglia. Che due banche centrali si tengano pronte, se necessario, a fabbricare inflazione è un fatto straordinario. Ma che dire di una banca centrale, quella giapponese, che cerca d'impedire, senza riuscirci, la diminuzione dei prezzi? Se tuttavia nella caduta dei prezzi si ravvisa un male da evitare, e non un bene da promuovere, a dubitare di se stessi dovrebbero essere non solo i banchieri centrali, ma anche gli economisti. E particolarmente quelli impegnati nelle università. Poiché ciò che essi insegnano ai loro studenti è che la diminuzione dei salari monetari e dei prezzi è sempre in grado di garantire la piena occupazione. Gli argomenti usati sono di solito due. Il primo, oggi molto in auge, è basato sull'«effetto Pigou», o «effetto dei saldi reali». Il settore privato vanta dei crediti nei confronti del governo (incorporati in titoli di stato) e della banca centrale (incorporati per lo più in banconote), il cui valore è espresso in termini nominali. Al diminuire del livello generale dei prezzi, il valore reale di tali crediti aumenta. Divenute più ricche, e avendo perciò meno motivi per accumulare nuova ricchezza attraverso il risparmio, le famiglie aumentano i propri consumi. Dall'«effetto Pigou» sono invece esclusi i crediti che alcuni membri del settore privato vantano nei confronti di altri membri dello stesso settore. In questo caso il beneficio che la deflazione apporta ai creditori è controbilanciato, si ritiene, dal danno che essa infligge ai debitori. Il secondo argomento si basa su quello che viene chiamato «effetto Keynes» (ma che con Keynes ha, come vedremo, ben poco a che fare): la riduzione dei prezzi, aumentando il valore reale della quantità di moneta in circolazione, dà luogo, non diversamente da un aumento di quest'ultima quantità, a una diminuzione dei tassi di interesse, che a sua volta esercita un'influenza positiva sugli investimenti (e sui consumi, nella misura in cui sono anch'essi finanziati tramite l'indebitamento). A proposito dell'«effetto Pigou» si deve, prima di tutto, osservare che la tendenza della teoria economica contemporanea a trattare i comportamenti del settore privato come se fossero imputabili a un soggetto unico (l'«agente rappresentativo») nasconde la profonda diversità che esiste fra i comportamenti e il ruolo economico dei debitori e quelli dei creditori. Secondo una felice formulazione di J. Tobin, se qualcuno si indebita ha di solito una buona ragione per farlo. La buona ragione è ovviamente rappresentata da un'elevata propensione alla spesa -più elevata di quella di chi preferisce dare a prestito il proprio denaro piuttosto che spenderlo. A indebitarsi è chi desidera consumare più di quanto guadagni e chi intende rischiare il denaro altrui (oltre che, eventualmente, il proprio) nelle iniziative imprenditoriali. I debiti e gli interessi sono pagati dai consumatori con i redditi monetari degli anni successivi. E se i prezzi dei prodotti, e dunque i redditi monetari di chi partecipa alla produzione, diminuiscono nel tempo, il servizio del debito assorbirà una parte crescente degli introiti dei consumatori. A ciò va aggiunto che i consumatori non possiedono solo banconote e titoli di stato, il cui valore nominale rimane invariato, ma anche case e azioni, i cui prezzi, in condizioni di deflazione, tenderanno anch'essi a diminuire (quelli delle case di solito con un certo ritardo). Ed è ben noto che i prezzi delle case e delle azioni sono soggetti a diminuzioni assai più rapide e pronunciate di quelle dei prezzi dei prodotti. Così la deflazione, se da una parte arricchisce i possessori di banconote e titoli di stato, dall'altra impoverisce i possessori di case e di azioni. A un «effetto ricchezza» positivo (l'«effetto Pigou») fa così riscontro un più potente «effetto ricchezza» negativo: vedendosi impoveriti, i possessori di case e azioni riducono i consumi. Poiché, inoltre, case e azioni rappresentano spesso la garanzia sulla cui base viene concesso il credito al consumo, la caduta dei loro prezzi determina la contrazione di tale forma di credito. Le imprese, dal canto loro, pagano i debiti e gli interessi con i proventi della vendita delle merci che esse producono. E se i prezzi delle merci diminuiscono nel tempo, il servizio del debito assorbirà una parte crescente della produzione. Impoverendo le imprese, la deflazione colpisce il motore stesso dell'economia di mercato - i soggetti dalle cui decisioni dipende in larga misura il livello dell'attività produttiva e dell'occupazione. E ci è di scarso conforto il pensiero che la ricchezza reale sottratta alle imprese venga trasferita ai loro creditori. Per i quali si aggrava, d'altronde, il rischio che le imprese non siano in grado di far fronte ai propri impegni. Tale rischio assume un ruolo del tutto particolare quando le imprese sono indebitate con le banche, e non direttamente con i privati. Le difficoltà in cui le imprese si dibattono allarmeranno, infatti, le banche, le quali cercheranno di ridurre la parte del loro patrimonio formata da debiti delle imprese e, per la parte restante, tenderanno a prediligere impieghi il più possibile liquidi e privi di rischi. E se la banca centrale espanderà la base monetaria nel tentativo di rilanciare l'economia, assisteremo al paradosso di un credit crunch che ha luogo proprio quando le banche nuotano nella liquidità. Per quanto riguarda l'«effetto Keynes», va osservato che l'esborso monetario richiesto dall'investimento precede di molto gli introiti monetari che da esso ci si attendono. Ne segue che l'aspettativa di prezzi calanti deprime i saggi di rendimento attesi (l'«efficienza marginale del capitale»). Alcuni progetti di investimento verranno abbandonati, altri verranno rinviati per trarre vantaggio dalla diminuzione dei prezzi dei beni capitali (a un analogo rinvio potrà essere soggetto l'acquisto di alcuni beni di consumo). La conclusione cui Keynes perviene è che l'effetto negativo della caduta dei prezzi sulle aspettative si unisce a quello sull'onere reale dei debiti nell'esercitare un'influenza depressiva sulla domanda aggregata che come minimo compensa, e probabilmente sopravanza, l'influenza espansiva della diminuzione dei tassi di interesse. Nei termini dei moderni libri di testo, la posizione di Keynes può essere descritta mediante una «curva della domanda aggregata» (rispetto al livello dei prezzi) verticale, se non addirittura inclinata positivamente. Altro che «effetto Keynes»! Chi crede (diversamente da Keynes) nell'«effetto Keynes», ma è altresì consapevole dei guasti provocati dalla deflazione ha cercato di riconciliare la teoria con la realtà rispolverando il vetusto concetto di «trappola della liquidità», ossia facendo riferimento all'esistenza di un limite minimo (identificato ormai, sulla base dell'esperienza giapponese, con lo zero) al di sotto del quale il tasso di interesse nominale non può essere spinto né dalla caduta dei prezzi, né dalla politica monetaria. Benché i guasti della deflazione non richiedano affatto, per manifestarsi, che si verifichi la «trappola della liquidità» (né Keynes li metteva in alcun modo in relazione con essa), l'argomento ha il merito di richiamare l'attenzione su un problema reale: l'inefficacia della politica monetaria nel far ripartire gli investimenti. Inefficacia che ha però la sua radice ultima nella circostanza che la politica monetaria, come sapevano gli economisti del passato, svolge un ruolo puramente permissivo: essa consente di investire a chi ha motivi per farlo, ma non obbliga nessuno a investire se i motivi per farlo difettano perché la domanda è depressa e i prezzi cadono. Sicché la politica monetaria resterebbe inefficace anche se i tassi di interesse potessero diminuire (e le banche non fossero restie a espandere il credito). Ma se è così, qualche sollievo può venire solo da una politica fiscale espansiva - benché una simile politica sia comunemente descritta come buona solo a creare inflazione (in un'economia che s'immagina perennemente incollata al reddito potenziale), e si cantino piuttosto le lodi delle politiche restrittive, che non deprimerebbero la domanda aggregata, ma ne modificherebbero soltanto la composizione (a favore, in particolare, degli investimenti). Resta da accennare a un'altra via attraverso la quale si dice che la caduta dei prezzi potrebbe esercitare un'influenza positiva sulla domanda aggregata e sul livello dell'attività produttiva: l'accresciuta competitività dei prodotti nazionali sia sul mercato interno che sui mercati esteri. La difficoltà pratica di cavalcare il deprezzamento del cambio reale come strumento di sostegno della domanda nazionale a scapito dei concorrenti è, tuttavia, resa evidente dal disperato tentativo del Giappone di opporsi all'apprezzamento nominale dello yen nei confronti del dollaro. Ed appare concreto, più in generale, il rischio che una simile linea di condotta finisca per esportare la deflazione da un paese all'altro e per provocare una catena di svalutazioni competitive. Se la diminuzione dei prezzi è fonte di nefaste conseguenze, che vengono sempre più largamente riconosciute, e turbano in misura crescente i sonni dei banchieri centrali, com'è che la teoria economica la descrive invece come la panacea di ogni male? Come si è arrivati a una divaricazione così forte fra teoria economica e il buon senso? In un editoriale sui rischi della deflazione, l'Economist si giustifica per aver a suo tempo appoggiato con forza l'obiettivo di un tasso di inflazione compreso fra lo zero e il 2 per cento, con l'argomento che «la cosa aveva un senso a quei tempi, quando la priorità era ridurre le aspettative inflazionistiche e la deflazione era confinata a polverosi libri di testo». Polverosi libri di testo, ecco il punto. Com'è breve la memoria degli economisti! Quel che tutti sapevano benissimo negli anni '20 e '30, quando i prezzi cadevano, e di molto, è stato rapidamente dimenticato non appena i prezzi hanno smesso di cadere. (Parliamo naturalmente del livello dei prezzi osservabile nei paesi centrali; perché nei paesi periferici, esportatori di prodotti primari, i prezzi non hanno mai smesso di cadere rovinosamente ogni volta che nei paesi centrali venivano adottate politiche monetarie restrittive.) Ma si dimentica, nella storia dell'economia politica come nella vita, quel che si ha motivo di dimenticare. Alla base della strana dimenticanza di cui ci occupiamo vi è una linea di pensiero che, bollando la teoria keynesiana come «teoria della depressione», ne ha circoscritto la rilevanza a un caso particolare: il «caso keynesiano», appunto. Al di fuori del quale ritiene restino validi, sia pure su basi in parte nuove, i principi della teoria economica pre-keynesiana. [www.ilmanifesto.it]

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Imperialism and Iraq: Lessons from the past (part three)

di materialiresistenti (31/05/2003 - 08:34)

By Jean Shaoul.
Britain provided Faisal with RAF bombers, armoured car squadrons and officers to lead the local conscripts, with which to respond to any insubordination on the part of the local population. Any uprising was handled by the bombers, which first dropped warning leaflets on the illiterate villagers and then bombed property and livestock. Bombing was even used to terrorise the peasants into paying taxes. One the largest offensive operations mounted by the RAF was in 1923-24 in Southern Iraq. The tribal leaders responsible for collecting taxes from the semi-nomadic tribesmen and the peasants, who had become increasingly impoverished due to the diversion of the water channels by the most powerful sheikh, refused to pay up. The RAF was ordered to bomb the area in order “to encourage obedience to the government”. Over a two-week period, 144 were killed and many more were wounded. It was by no means an isolated incident. The RAF was used repeatedly in 1923-34 against the Kurds in Mosul province, who rebelled against taxation and conscription. One officer who had seen duty in the North West Frontier—no stranger to British brutality—feared that air control would only serve to inflame the situation: “Much needless cruelty is necessarily inflicted, which in many cases will not cower the tribesmen, but implant in them undying hatred and a desire for revenge. The policy weakens the tribesman’s faith in British fair play.” But the British played anything but fair. One report to the Colonial office described an air raid in which men, women and children had been machine-gunned as they fled from a village. The politicians took care to ensure that the British public never learned about that incident. Without the RAF, the regime could not have lasted, as Leo Amery, the colonial secretary, acknowledged. “If the writ of King Faisal runs effectively throughout his kingdom it is entirely due to British aeroplanes. If the aeroplanes were removed tomorrow, the whole structure would inevitably fall to pieces,” he said. But since the RAF could not carry out normal internal security and the British required Iraqi treasury resources be spent on suppressing its own people, Faisal had to create an army. The army was to serve as an important means of advancement and social power base, providing the government or whoever controlled the army with enormous coercive powers. The degree of social discontent may be gauged by the fact that by the end of the 1920s, when the RAF had largely subdued the rebellious tribesmen in southern Iraq, the government was still spending 20 percent of its revenues on the army and 17 percent on the police. Having established a regime that could secure the supply of oil, Britain could now dispense with Mandate rule and move to a treaty relationship that retained its substance. The Anglo-Iraqi Treaty gave Iraq formal political independence while retaining British control of foreign, defence and economic policy with military bases and a system of advisors. Iraq became “independent” in 1930 and was admitted to the League of Nations as a full member in 1932. But while the end of the Mandate gave the ruling clique a freer hand to do what they wanted within the country, real power rested with Britain and the Iraqi people knew it. Britain overthrows a nationalist government During the 1930s, the Sunni ruling clique’s dependence upon Britain became ever more difficult to square with popular sentiment. The Iraqi nationalists resented the IPC’s control of Iraqi oil, while the peasants and urban workers became increasingly impoverished. British policy in Palestine—its support for a Jewish homeland, Jewish immigration and the suppression of the Arab Revolt 1936-39—served to inflame tensions even further. This led some of the Iraqi politicians and the military that had become increasingly powerful making and breaking governments to orientate towards Nazi Germany. In part this was due to a belief that it would free Iraq from the hated British, but in part it expressed political sympathy with fascism and its exploitation of anti-Semitism, fuelled by the situation in Palestine and the British cultivation of the Jewish financiers in Iraq. This was further exacerbated with the arrival in Baghdad in 1939 of Hajj Amin al-Husseini, the Palestinian nationalist leader, who had fled from the British. The most prominent of the pro-German faction were pan-Arab nationalist Rashid Ali al-Gaylani and army officers known as the Golden Square, while the most prominent supporters of the British were Nuri al-Said and the regent for the four-year-old Faisal II. The regent, Faisal II’s uncle, was appointed on the death of the anti-British King Ghazi in a road accident in 1939 in which it was widely believed that the British had a hand. Under the terms of the 1930 Anglo-Iraqi Treaty, Iraq was bound to support Britain and break off relations with Britain’s enemies. When Britain declared war on Germany in 1939, Prime Minister Nuri al-Said immediately broke off relations with Germany—a deeply unpopular move. But he was unable to persuade the cabinet to declare war on Germany or break off relations with Italy. In March 1940, he resigned as prime minister but served in the government of his pro-German rival, Rashid Ali. By 1940, British positions in the Middle East were becoming increasingly beleaguered. Fascist Axis troops threatened Egypt and the Suez Canal. With the fall of France, French forces in Syria and Lebanon were under the control of the Vichy government. With Axis troops on Iraq’s doorstep, the British feared that Germany would invade Iraq and Iran upon which they were dependent for their oil supplies and wealth. Relations between Britain and Iraq deteriorated rapidly as Rashid Ali manoeuvred Iraq into a more neutral position in the war, bought weapons from Italy and Japan and refused to grant British military forces landing and transit rights as required under the treaty. The British forced him to resign in January 1941, causing political uproar. The Golden Square officers mounted a coup in April and Rashid Ali was returned to power. Nuri al-Said and the Regent fled to Transjordan. The new Iraqi government refused to allow the British troops to land in Basra, in effect ripping up the Treaty, and declared a “war of liberation” against the British. It was conceived as part of a wider pan-Arab attempt to get rid of French rule in Syria and Lebanon and put an end to the prospect of a Zionist state in Palestine. The British denounced the government’s action as a revolt and sent forces from Transjordan and India to Basra, overthrew Rashid Ali and restored Nuri al-Said and the regent to power. After that, with British troops occupying southern Iraq, the government cooperated fully with the British war effort. The following year Britain was able to use it as a base from which to invade Syria and Persia where it installed a pro-British government to support its war effort. In 1943, Nuri al-Said’s Iraq declared war on the Axis powers. Although the British despatched Rashid Ali and the Golden Square with relative ease, the short-lived regime was significant because it demonstrated how little popular support there was for Britain and its arch collaborators Nuri al-Said and the royal family. The pro-British politicians were henceforth spoiled goods as far as the Iraqi people were concerned. They were forever tainted by their return to power by British bayonets. As Louis explained in The British Empire in the Middle East, “The year 1941 represents a watershed in the history of the British era in Iraq, and its significance is essential in understanding the nationalist rejection of the treaty of alliance with the British in 1948 and the end of the Hashemite dynasty ten years later.” Britain’s decline in the Middle East—1946-1958 Although Britain emerged from World War II with its empire in the Middle East intact, it faced very different conditions to those of 1939. The pattern of oil production had changed dramatically and by 1951 the Middle East was providing 70 percent of the West’s oil. Most of the world’s oil reserves were believed to be concentrated in Saudi Arabia and the Persian Gulf. But at the same time as the region’s value was becoming ever more important, Britain faced rising political ferment in the emerging working class. In Palestine, Soviet and American backing for a Zionist state as a way of undermining British influence in the region and the widespread horror at the tragedy that had befallen the Jewish people at the hands of the Nazis had paved the way for the United Nations vote in favour of the partition of Palestine and the establishment of the state of Israel. It incensed the Arab world. In Iraq, Egypt and Iran, where Britain’s highhanded actions in 1942 mirrored that against Rashid Ali, almost all social layers were desperate to throw off the yoke of imperialist rule. In Iraq, with their collaborators so thoroughly discredited, the British sought out a new ostensibly more progressive stooge in the shape of the first Shi’ite prime minister, Saleh Jabr. The British hoped he would institute reforms, prevent social discontent from fuelling the growth of the Iraqi Communist Party and forestall the overthrow of the regime. They also tried to re-jig Anglo-Iraqi relations in a new treaty that would preserve their military bases and access to the oil wells and serve as a model for restructuring relations in the region. The incoming Labour government under Clement Attlee was no more adept at judging the political tempo in Baghdad than that of the arch imperialist Winston Churchill. When the terms of the treaty that Saleh Jabr and Nuri al-Said had agreed with Britain in January 1948—which would have extended the hated 1930 Anglo-Iraqi Treaty for another 20 years—became known, students, workers and starving townspeople poured onto the streets in protest. The police were only able to suppress the riots with an orgy of brutality that killed nearly 400 people in just one day. Nevertheless the regent was forced to repudiate the treaty. Saleh Jabr resigned and the incoming government inaugurated the most savage era of repression and martial law. Britain’s model for restructuring its alliances in the Middle East policy was in tatters. In 1950, the rising nationalist tide brought about an agreement between the US company Aramco and Saudi Arabia to share oil profits on 50-50 basis, setting up a chain reaction throughout the Middle East. The following year, the nationalist government of Mossadeq in Iran took steps to nationalise the Anglo-Persian Oil Company, forcing the British companies that owned the IPC to concede a 50-50 profit split with the Iraqi government or risk losing both the oil and its stooges, Nuri al-Said and his ministers. By 1952, Britain’s imperial interests in the Middle East were resting on an even more fragile base. The Hashemite King Abdullah of Jordan had been assassinated in 1951 and his son, mentally unstable, had ceded the throne to his 17-year-old son, Hussein. In July 1952, the Free Officers under the formal leadership of General Muhamed Naguib and the actual leadership of Second Lieutenant Gamal Abdel Nasser had overthrown the Egyptian monarchy and repudiated the Anglo-Egyptian Treaty. Against this background Nuri al-Said’s support for the British set him apart as a traitor in the Arab world. He was thus forced to carry out an unprecedented wave of repression, banning all opposition parties, closing down the press and handpicking a parliament to rubberstamp his decrees. It was under these conditions oil production finally surged ahead. Oil production doubled in the five years after the war, while revenues increased tenfold as a result of the Iranian crisis of 1951-53 and the 50-50 profit share agreement with the IPC. They rose from 10 percent of GNP and 34 percent of foreign exchange earnings in 1948 to 28 percent and 59 percent respectively in 1958. But instead of transforming the social conditions of the ordinary working people, the revenues went on agricultural developments that favoured the big landowners and swelled the bank accounts of the corrupt politicians. In February 1955, Nuri al-Said played host to the British-organised regional security alliance of Turkey, Iran, Pakistan and Iraq, known as the Baghdad Pact, that completed a network of alliances spanning the southern rim of Eurasia aimed at containing the Soviet Union. It represented a bid by the British to offset their declining power and give them a say in regional affairs. It was no more acceptable to the Iraqis than the 1948 treaty had been. The other Arab countries would have nothing to do with it. Egypt’s President Nasser, who was becoming a hero in the Arab world for his opposition to the British, denounced the pact vehemently as an attempt by Britain to assert its domination over the region and split the Arab world. The Anglo-French military campaign in support of the invasion by Israel of the Suez Canal in 1956, aimed at getting rid of Nasser and reinstating Anglo-French control of Suez, outraged the Iraqi people. There were massive anti-British demonstrations all over Iraq. No one doubted for a minute that Nuri al-Said and the regent supported the British. Notwithstanding some face-saving formal protests to Britain, the Iraqi government clamped down violently on the demonstrations and once again resorted to martial law. The Americans, in pursuit of their own national interests, forced the British to withdraw. The Suez crisis was a turning point. It marked a humiliating end to Britain’s hegemony in the region. Coming so soon after the CIA’s coup against Mosaddeq in Iran, it left the US the uncontested Western power in the Middle East. That in turn spelt the end of Britain’s client regime in Iraq. The opposition parties, including the Istiqlal (the nationalists), the National Democratic Party, the Iraqi Communist Party and the small Ba’ath Party, the Iraqi branch of the pan-Arab party founded in Syria, came together to form a national opposition front. In July 1958, as tensions and mass demonstrations against the regime mounted, a military group known as the Free Officers overthrew Britain’s venal political agents, the Hashemite monarchy of Faisal II and the government of Prime Minister Nuri El Said, in a military coup. The royal family and Nuri were assassinated. Such was the loathing of the ancien regime that his naked body was dragged ignominiously through the streets of Baghdad until it was reduced to pulp. Forty years of brutal exploitation and political repression by the British and their collaborators had come to an end. British imperialism had depended upon the political submission of the colonial people, control of the political system and the ability to prevail over or at least placate its imperial rivals. As the record has shown, it was only with the utmost difficulty that the British maintained their rule in Iraq in the 1920s and ’30s. By the late 1940s, although Britain had emerged from World War II as the strongest of the second ranking military powers, it was all but bankrupt and totally dependent upon American support to maintain its imperial interests. By the 1950s, when American interests diverged from Britain’s, Britain was edged or shoved out of Palestine, Iran, Egypt, Jordan and Iraq. Forty-five years on, the defeat of Saddam Hussein and the Ba’athist regime, by the US with Britain as its junior partner, signifies the return of direct imperialism and the most brutal forms of repression and exploitation that the Iraqi people thought they had got rid of in 1958. It is already apparent that many of the events of the past few months could have come straight from the records of the first imperialist occupation of Iraq. The lessons of history show firstly that the US will—with UN endorsement—impose a military occupation fronted by some corrupt émigrés, former Ba’athists and anyone else who can be bought to enable US corporations to take charge of Iraq’s oil industry. Secondly, the US’s determination to control the world’s most strategic resources will lead to further invasions and occupations. The re-emergence of wars and colonialism demonstrates more forcibly than ever before the need to build a broad international movement against imperialism and militarism. There is only one social force that can resolve the crisis for mankind created by imperialist capitalism and that is the international working class. It must fight for its own independent programme—the reorganisation of the world on the basis of a socialist perspective. Concluded Bibliography: Farouk-Sluglett, M., and Sluglett, P., Iraq since 1958: From Revolution to Dictatorship, I.B.Tauris, London, 2001. Gallagher, J., The Decline, Revival and Fall of the British Empire: the Ford Lectures and other essays, Cambridge University Press, Cambridge, 1982. James, L., The Rise and Fall of the British Empire, Abacus, London, 1994. Kent, M., Oil and Empire, Macmillan Press, London, 1976. Louis, W. R., The British Empire in the Middle East 1945-1951: Arab nationalism, the United States, and post-war imperialism, Clarendon Press, Oxford, 1984. Meljcher, H., The Imperial Quest for Oil: Iraq 1910-1928, Ithaca Press, 1976. Sluglett, P. Britain in Iraq 1914-1932, Ithaca Press, London, 1972. Workers League, Desert Slaughter: The Imperialist War Against Iraq, Labor Publications, Detroit, 1991. Yapp, M.E., The Near East since the First World War: a history to 1995, 2nd edition, Longman, London, 1996. See Also: Imperialism and Iraq: Lessons from the past—Part One [29 May 2003] Imperialism and Iraq: Lessons from the past—Part Two [30 May 2003]

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