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La distruzione della storia irachena

di materialiresistenti (30/04/2003 - 10:54)

Man mano che emerge la reale entità del saccheggio del Museo Nazionale di Baghdad, diviene chiaro che non è stato affatto qualcosa di accidentale. E' stato piuttosto il risultato di un progetto pianificato da tempo per far bottino dei tesori storico-artistici conservati nei musei iraqeni.
U www.wsws.org/articles/2003/apr2003/loot-a19.shtml www.rense.com/general37/impl.htm U.S. IMPLICATED IN PLANNED THEFT IRAQI ANTIQUITIES - Ann Talbot - 19/4/03 Man mano che emerge la reale entità del saccheggio del Museo Nazionale di Baghdad, diviene chiaro che non è stato affatto qualcosa di accidentale. E' stato piuttosto il risultato di un progetto pianificato da tempo per far bottino dei tesori storico-artistici conservati nei musei iraqeni. Se il Museo di Baghdad fosse stato messo a sacco da abitanti dei quartieri poveri ci sarebbe già stato abbastanza crimine, e la responsabilità sarebbe rimasta sulle spalle dell'Amministrazione USA, che si è rifiutata, nonostante ripetuti appelli, di provvedere alla sicurezza degli edifici culturali di Baghdad. Tuttavia, non appena il personale del Museo è stato in grado di comunicare con l'esterno, è risultato chiaro che il saccheggio non era casuale. Era opera di persone che sapevano cosa cercare e che erano venute con le attrezzature speciali adatte a svolgere il lavoro. Il Dr. Donny George del Museo di Baghdad ha detto: "Credo che fossero persone che sapevano quello che volevano. Hanno lasciato dov'era la copia dell'Obelisco Nero di Salmanassar, passando oltre. Questo significa che dovevano essere specialisti. Non hanno toccato le copie." Parlando a Channel Four, ha detto al Dr.John Curtis del British Museum che tra i pezzi rubati c'è anche il vaso sacro di Warka, un vaso d'oro di 5000 anni fa trovato a Ur, una statua accadica ed una assira. Il Dr. Curtis ha ribattuto dicendo che "è come rubare la Monna Lisa". Solo dopo una settimana dal saccheggio il Dr.George è stato in grado di allertare gli archeologi di tutto il mondo su ciò che era stato rubato. Le autorità militari americane non hanno fatto alcun tentativo per impedire che gli oggetti lasciassero Baghdad, né hanno promosso una indagine internazionale per i reperti rubati. La riluttanza statunitense ad agire non può essere spiegata dalla mancanza di avvertimento. Archeologi professionisti e storici dell'arte avevano già detto in anticipo al Pentagono del pericolo di saccheggio. Il Dr.Irving Finkel del B.M. ha dichiarato a Channel 4 che il saccheggio era "assolutamente prevedibile e avrebbe potuto essere facilmente fermato". Il museo è stato la vittima di un assalto pianificato con cura. I ladri che hanno preso i materiali più preziosi sono arrivati equipaggiati di attrezzature per sollevare gli oggetti più pesanti, che il personale stesso del museo non avrebbe potuto rimuovere dalle sale, e avevano le chiavi delle camere blindate dove erano sistemati gli oggetti più preziosi. Un crimine del genere non veniva commesso dai tempi della sistematica spoliazione nazista dei musei d'Europa. La rivista online statunitense Business Week ripete la tesi della premeditazione e della cospirazione nel sacco dei musei iraqeni in un articolo del 17/4 intitolato "Erano già pronti i ladri d'antichità?", con sottotitolo "Sapevano ciò che cercavano perché i mercanti d'arte avevano ordinato i pezzi più importanti in anticipo". Il B.W. scrive: "E' stato come se gli esecutori stessero aspettando la caduta di Baghdad per muoversi. G.J.Stein professore d'archeologia all'Università di Chicago, che ha condotto scavi in Iraq per 80 anni, è convinto che i mercanti avevano ordinato i pezzi in anticipo. "Stavano cercando esemplari molto specifici, sapevano dove guardare". Fin dalla precedente Guerra del Golfo nel 1991 gli antichi reperti iraqeni sono giunti sul mercato dai musei che furnono saccheggiati allora e dai siti archeologici spianati con i bulldozer. In questi siti le statue sono state tagliate in pezzi per poter essere esportate. Questa razzia dell'eredità culturale iraqena ha stimolato l'appetito dei collezionisti, che sono già responsabili del saccheggio di siti in Estremo Oriente, America Latina, Italia. Con la recessione dei mercati globali, le opere d'arte e le antichità sono considerate sempre più un sicuro investimento, andando ad alimentare un già vasto mercato sotterraneo. Il commercio illegale di antichità è altrettanto lucrativo del traffico di droga, a cui è peraltro sovente legato. Secondo il rapporto del 2001 dal titolo "Il commercio illecito di antichità: la distruzione del patrimonio archeologico mondiale", Londra e NewYork sono i principali mercati di questo commercio. La Svizzera, che consente l'ottenimento di un titolo legale ad ogni opera d'arte che rimanga sul territorio del paese per almeno 5 anni, è un punto di transito cruciale. Il Prof.Lord Renfrew of Kaimsthorn, direttore dell'istituto archeologico di Cambridge, ha dichiarato in una conferenza stampa di promozione del suddetto rapporto che "il commercio continua perché il governo è alla mercè del mercato dell'arte, che vuol mantenere ininterrotto il flusso di reperti. E' uno scandalo." All'arrivo delle notizie sull'ultimo saccheggio, il governo laburista di Blair ha organizzato una conferenza stampa nel British Museum, in cui il Segretario agli Affari Culturali ha promesso sostegno ufficiale alla protezione dei reperti iraqeni. Intanto, mentre parlava, la Biblioteca Nazionale iraqena veniva saccheggiata. L'edificio, sede di rarissime copie del Corano vecchie di secoli ed altri esempi di calligrafia islamica, così come insostituibili documenti storici dell'epoca ottomana, è stato dato alle fiamme e un numero indicibile di testi è stato distrutto. Il giornalista Robert Fisk, che vide le fiamme, corse dai marines USA nel tentativo di salvare parte della collezione, ma loro si rifiutarono di aiutare. Fisk ha scritto sull'Independent: "ho dato la mappa del posto, il nome preciso in arabo e in inglese, ho detto che si vedeva il fumo da cinque km di distanza e ci sarebbero voluti solo 5 minuti per arrivare là. Mezz'ora dopo non c'era neppure un americano sul posto e le fiamme erano alte 70 metri." Dopo il destino del museo di Baghdad, si può concludere che il saccheggio e rogo della biblioteca è servito a mascherare un crimine più sistematico, in cui selezionati manoscritti sono stati rubati per ricchi collezionisti. In questo quadro si spiega la connivenza nel rogo dei libri - un'altra pratica nazista. IL RUOLO DELL'ACCP Dopo questi due devastanti attacchi alla cultura, l'attenzione si è focalizzata sulle attività dell'ACCP (American Council for Cultural Policy). Anche la stampa inglese, che lavora sotto alcune delle più dure leggi antidiffamazione del mondo, ha riportato che l'ACCP può aver influenzato la linea del governo USA sugli oggetti d'arte iraqeni. L'ACCP è stato costituito nel 2001 da un gruppo di ricchi collezionisti d'arte, per far pressione contro la Legge statunitense di Regolamentazione della Proprietà Culturale, che tenta di mettere regole al mercato dell'arte, fermando il flusso di beni rubati verso gli Stati Uniti. L'ACCP ha difeso in giudizio il mercante d'arte F.Schultz, accusato in forza della Legge sulla Proprietà Nazionale rubata, e la medesima associazione si oppone all'uso in giudizio della sentenza del 1977 "U.S. contro McClain" come precedente legale nei casi riguardanti il possesso e il trasferimento di oggetti d'arte rubati. Nel caso McClain un giudice statunitense diede responso favorevole al fatto che tutta l'arte e i monili precolombiani portati negli USA senza l'espresso consenso del Governo messicano fossero proprietà rubata. La legge messicana considera tutti i reperti archeologici come proprietà dello Stato e ne vieta l'esportazione. Il Messico è solo uno di molti paesi che hanno questo tipo di legislazione. Ashton Hawkins, uno dei maggiori avvocati d'arte e fondatore dell'ACCP, considera questo tipo di legislazione "protezionista". Ha condannato i paesi "fonte" archeologicamente ricchi per il tentativo di proteggere con tali misure i loro musei e siti archeologici, lamentando che sotto l'amministrazione Clinton tali politiche protezioniste sono arrivate a dare impronta alla politica del governo USA. Hawkins ha gli occhi puntati ai grandi musei mediorientali. Ha auspicato che le antichità egiziane conservate al Museo del Cairo siano disperse: "Vorrei proporre" ha detto "che il Museo del Cairo offrisse l'opportunità ai musei di tutto il mondo di acquisire fino a 50 oggetti ciascuno per le loro collezioni. In cambio i musei esteri darebbero un cospicuo contributo per la costruzione del nuovo museo sulla piana di Giza, un milione di dollari ciascuno per esempio." Il meeting inaugurale dell'ACCP ha avuto luogo nella casa sulla 5°Strada di Guido Goldman, un collezionista di tessili uzbeki. Tra i presenti c'era Arthur Houghton, l'ex curatore del Museo Getty di Malibu in California, che è notoriamente un espositore di opere di dubbia provenienza. Hawkins stesso è andato in pensione nel 2000 come vicepresidente del consiglio d'amministrazione del Metropolitan Museum of Art di New York, museo che -secondo il suo precedente direttore Thomas Hoving- conserva molti manufatti saccheggiati da tombe etrusche. Prima che la guerra cominciasse, l'ACCP ebbe un incontro con funzionari del Pentagono, in cui hanno dichiarato la loro grande preoccupazione per le antichità iraqene. Cosa questa preoccupazione significhi è evidente dalle osservazioni di William Pearlstein, il tesoriere del gruppo, che descrive le leggi iraqene sul patrimonio archeologico come "protezioniste". L'ACCP nega di volere un cambiamento nelle leggi iraqene, ma i saccheggi del museo e della biblioteca di Baghdad avranno come effetto concreto di aggirare questo problema, se la Legge statunitense sul furto d'oggetti d'arte e materiale archeologico verrà modificata. Il Prof.John Merryman della Scuola Giuridica di Stanford e membro dell'ACCP, ha auspicato una "applicazione internazionale selettiva dei controlli sull'esportazione" nei tribunali statunitensi. In altre parole, sarebbe perfettamente legittimo importare oggetti trafugati a Baghdad se il tribunale USA sceglie di non riconoscere la legislazione iraqena. Merryman ha stabilito i principi dell'organizzazione in un testo del 1998, in cui sosteneva che il fatto che un oggetto artistico fosse stato rubato non era in sé stesso un impedimento all'importazione legale negli Stati Uniti. E va anche oltre nella sua rivendicazione: "L'esistenza di un mercato preserva gli oggetti d'arte, che potrebbero altrimenti essere distrutti o trascurati, fornendo loro un valore di mercato. Nel quadro di un commercio legittimo e aperto, gli oggetti possono spostarsi verso le persone e le istituzioni che li valutano di più, e che perciòstesso sono più adatti a prendersene cura". Questa è un'argomentazione autogiustificativa che puzza molto di ipocrisia. I ricchi collezionisti possono ora additare il caos per le strade di Baghdad, il saccheggio del museo e il rogo della biblioteca come prova che gli Iraqeni sono incapaci o non interessati a prendersi cura dei loro tesori, troppo poveri o troppo ignoranti, quindi i suddetti tesori sarebbero meglio protetti nei musei Americani o nelle collezioni private. Le idee dell'ACCP rappresentano gli interessi di settori particolarmente rapaci della classe dirigente USA, che operano sul principio che tutto -persino oggetti di incalcolabile valore artistico o scientifico- è definito dal "valore di mercato". Loro intendono il prezzo, dato che il vero valore degli oggetti trafugati dal Museo di Baghdad e dalla Biblioteca Nazionale Iraqena è incalcolabile. Questi sono letteralmente gente che capisce IL PREZZO DI TUTTO E IL VALORE DI NIENTE. L'auspicio che il mercato determini il possesso e l'accesso alle opere d'arte e ai reperti archeologici metterebbe questi oggetti nelle mani di una facoltosa minoranza, e renderebbe la possibilità di pubblico accesso dipendente dalla buona volontà dei ricchi possessori. Nonostante il fatto che molti membri dell'ACCP abbiano fatto parte di istituzioni pubbliche, il loro intento è profondamente contrario alla pubblica diffusione dell'arte e dell'archeologia. Stanno tentando non solo di cambiare le leggi degli altri paesi, ma lavorano contro le tradizioni più progressiste della società americana, che hanno sempre premiato i musei pubblici. UNA TRADIZIONE SCIENTIFICA Lo sviluppo dei musei pubblici è avvenuto di pari passo con lo sviluppo di una comprensione scientifica dei manufatti archeologici e delle società che li hanno prodotti. I musei a finanziamento pubblico hanno rappresentato una rottura con la vecchia tradizione di tesaurizzazione privata. Le esposizioni avevano lo scopo di mostrare gli oggetti del passato in modo scientifico e razionale. L'accumulo di reperti archeologici in mani private tende a disgregare il lavoro scientifico, dato che il materiale si disperde ed è perciò difficile da catalogare, senza contare che molto di esso rimane sconosciuto agli studiosi del campo specifico. I musei pubblici sono tali non solo per il loro finanziamento e per il fatto che aprano le sale ai visitatori, ma soprattutto nel senso che rendono disponibile a tutti la conoscenza, cioè qualcosa che è riconosciuto come requisito primario del processo scientifico, fin dalla rivoluzione scientifica del 17° secolo. Uno degli effetti del saccheggio del museo di Baghdad è stata la distruzione del catalogo cartaceo del museo e dei relativi dati digitali sul patrimonio conservato nelle sale del museo. Questo ha reso non solo più difficile il tracciamento degli oggetti, ma ha anche minato alla base intere generazioni di paziente lavoro archeologico. Distruggere un simile catalogo significa rendere privata una collezione, sia in senso simbolico che concreto, dato che il suo contenuto diventa sconosciuto al mondo esterno. Mentre gli oggetti più importanti sono ben conosciuti a livello internazionale, i dati contenuti in un museo vanno molto oltre queste spettacolari opere d'arte. Includono tutti i ritrovamenti minori degli scavi archeologici, che in sé stessi non sono appariscenti, ma se studiati tutti insieme producono l'immagine di una società che non potrebbe essere ottenuta altrimenti solo dalle opere d'arte. Gli archeologi passano il loro tempo a passare al setaccio i detriti delle civiltà passate, anche in senso letterale. Possono setacciare tonnellate di terra cercando ali di scarabeo o semi. Antiche latrine e mucchi di rifiuti producono ricchezza conoscitiva. Ciò che viene gettato o scartato fornisce il contesto dei reperti di grandi templi, palazzi e tombe reali. Un recente libro sulla Mesopotamia di Petr Charvat contiene immagini di pezzi d'argilla con impronte di stuoie di giunco intrecciate. Questa non è roba che può abbellire la teca di un collezionista, ma rivela importanti informazioni sulle capacità artigiane e il modo di vita degli antichi abitanti della Mesopotamia. UN DURO COLPO ALLA COMUNITA' SCIENTIFICA MONDIALE Il Museo di Baghdad era più di un semplice luogo d'esposizione di manufatti. Tutti gli scavi portati avanti in Iraq da squadre internazionali di archeologi vi erano riportati. Il museo possedeva un database di conoscenza accessibile a tutti i ricercatori del mondo, ed era il centro di una vasta rete cooperativa. Il saccheggio e la distruzione di tutti i dati sono un colpo per la comunità internazionale degli studiosi. Questo minaccia di riportare indietro l'orologio a più di 150 anni prima dell'inizio dell'archeologia scientifica in Mesopotamia. I primi scavi non furono "scientifici" per gli standards attuali, gli scavatori stavano ancora imparando la propria disciplina attraverso un processo per prove ed errori. Una delle lezioni più elementari di questo processo d'apprendimento fu che IL CONTESTO è tutto in archeologia. Un manufatto può raccontare la sua intera storia solo se è conosciuto il contesto in cui è stato ritrovato. Per contesto si intende la posizione fisica dell'oggetto nel terreno, la sua relazione con altri manufatti, e gli strati di terreno intorno. Da questa informazione è possibile determinare la datazione relativa di un oggetto e considerevoli altre informazioni sul suo uso pratico e sul significato sociale. Strappato dal suo contesto, perde molto del suo significato. Persino la più bella opera d'arte può essere meglio apprezzata quando il suo contesto e le condizioni sociali del suo creatore sono conosciute. In senso lato, la comprensione del contesto di un oggetto significa comprendere le sue relazioni con l'intero sito in cui è stato trovato, con altri siti vicini, e con l'ambiente storico di cui fa parte. Mentre i sentimenti nazionalistici vengono spesso evocati per giustificare il mantenimento dei reperti nel loro paese d'origine, la ragione scientifica più importante per farlo è che il contesto del manufatto viene preservato proprio mantenendolo vicino a dove è stato ritrovato. E' ancora possibile vedere nell'Iraq attuale case costruite con metodi simili a quelli usati dagli antichi costruttori, e vedere barche costruite con modelli simili. Il vero significato dei reperti mesopotamici può essere apprezzato solo guardandoli nel contesto dello straordinario paesaggio dell'Iraq moderno, un paese dove ogni collina che si alza sulla pianura è stata originata da strati e strati successivi di mattoni di fango che testimoniano intere generazioni di occupazione del sito. L'amministratore coloniale americano, il generale in pensione Jay Garner, ha tentato di cooptare l'impatto emotivo del paesaggio per i suoi scopi politici, tenendo i suoi meeting sotto una grande tenda eretta presso la ziggurat di Ur vecchia di 4000 anni, che serviva da piattaforma del tempio del dio lunare Nanna. Ma permettendo il saccheggio del museo di Baghdad, le autorità statunitensi hanno mostrato chiaramente di non avere alcun riguardo per la vera importanza dell'Iraq nella storia umana. Quando i cartografi medievali europei disegnarono nel 13° secolo la mappa del mondo, misero l'Asia in testa perché per loro era il continente più importante. C'erano le terre della Bibbia. Gerusalemme era al centro della loro visione del mondo, e poco oltre si stendeva Babilonia, il luogo della prigionia ebraica, la Torre di Babele e la casa di Abramo nella città di Ur. Nella mente degli europei l'immagine biblica del mondo era così scolpita che i primi scavatori di antichi siti in questa regione cercarono una conferma della Bibbia. Persino nel 20° secolo Leonard Woolley si riferiva ai suoi scavi a Warka con il nome biblico di Ur dei Caldei. Eppure il materiale che venne fuori dagli scavi scosse la visione biblica del mondo. Una importante scoperta fu che la storia narrata nella Bibbia di Noè e del Diluvio ebbe origine in Mesopotamia molto prima che la Bibbia venisse scritta. Quando la scrittura cuneiforme di migliaia di tavolette d'argilla fu decifrata, ci si rese conto che molte civiltà complesse ed avanzate erano esistite in Mesopotamia, e di una antichità mai immaginata prima. Il vero quadro della storia apparve chiaro solo con la messa a punto delle tecniche di datazione al carbonio14. Nella seconda metà del 20° secolo ci si rese conto che l'agricoltura stanziale in Medioriente risaliva a 11 millenni prima di Cristo. LA CULLA DELLA CIVILTA' [..] (N.d.T.:ho omesso le note storiche per non allungare troppo la lettura) In quel periodo in Iraq lo sviluppo delle tecniche di irrigazione aumentò di molto la produttività agricola, il surplus della quale a sua volta favorì l'emergere della prima civiltà urbana del pianeta, proprio in quella terra che oggi le forze militari congiunte di USA e Gran Bretagna stanno riducendo a un deserto. [..] Grazie alla produttività di questo sistema di irrigazione in Mesopotamia si sono succedute molte civiltà. Persino i Greci erano in soggezione davanti alle conquiste intellettuali della Mesopotamia. Uno dei ministeri che sono stati sistematicamente distrutti nei recenti giorni di razzia, è stato il Ministero dell'Irrigazione. Potremmo dire che con questo atto l'amministrazione USA vuole ricondurre l'Iraq ai secoli bui, tranne il fatto che l'Iraq non ha mai conosciuto secoli bui (nel senso in cui l'Europa li ha conosciuti). Gli imperi potevano succedersi, nascere e cadere, ma finchè il sistema di irrigazione continuava a funzionare la terra tra i due fiumi poteva produrre più cibo di quanto ne abbisognasse. Attaccando il sistema di irrigazione, l'amministrazione USA ha causato più danno in poche settimane di quanto abbia fatto ogni altro invasore nella storia. Il significato culturale dell'Iraq non terminò con la caduta dell'impero persiano. Attraverso le epoche buie dell'Europa, rimase un porto sicuro di cultura, preservando -sotto i Califfi Abbasidi- i testi classici ormai persi in Occidente. L'erudizione e il valore scientifico islamico si rivelò vitale per il riemergere della filosofia aristotelica in Europa e per il Rinascimento. La misura reale delle perdite si rivelerà pienamente quando verrà fatto il conto degli esemplari alla Biblioteca Nazionale. Ciò che è già chiaro fin da ora invece è che un enorme crimine è stato commesso, non solo contro il popolo iraqeno, ma contro L'UMANITA' INTERA, dato che la storia dell'umanità è stata attaccata. Per questa ragione il sacco di Baghdad segna un punto significativo della traiettoria dell'amministrazione Bush nel suo tentativo di sprofondare il pianeta nella nuova barbarie, che cancellerebbe tutto ciò che la storia ci mostra del passato. www.puk.org/web/htm/news/nws/news030417.html METHOD TO MADNESS IN MUSEUM LOOTING - by Eleanor Robson - 17/4/03 "C'è del metodo nella pazzia del saccheggio del museo" (dal Los Angeles Times, ripubblicato dal sito dell'Unione Patriottica del Kurdistan) E' ora quasi certo che le scioccanti spoliazioni dei musei di Mossul e Baghdad sono state organizzate da gang iraqene agli ordini di collezionisti stranieri. I ladri sapevano cosa cercare. Il bellissimo vaso di Uruk di 5000 anni fa è scomparso, mentre una convincente copia dell'Obelisco nero di Salmanassar III re d'Assiria è rimasta intatta al suo posto, in un mare di vetrinette vuote e spaccate. Schedari e computers rotti e bruciati senza speranza di riparazione, in ciò che appare una mossa deliberata per frustrare i tentativi degli esperti di catalogare gli oggetti mancanti. Intorno a questo furto centrale di oggetti di alto valore, c'è stata una vasta penombra di saccheggio opportunistico. Contenitori trascinati in strada, e i passanti si servivano. Oggetti sugli scaffali vandalicamente infranti. C'è da sperare che molti dei pezzi più piccoli e meno pregiati saranno restituiti alle moschee e ai centri delle comunità per effetto dell'amnistia generale sui beni rubati. Molti altri cambieranno di mano per pochi dollari, necessari a comprare cibo, acqua e medicine. Sigilli cilindrici, tavolette cuneiformi ed antiche monete lasceranno il paese in valige e zaini. La via d'uscita standard dall'Iraq è è attraverso Israele per la Svizzera, e poi successivamente Londra, Parigi e New York. Questi esemplari appariranno in vendita per 50 o 100 dollari nei negozi d'antichità in tutto il MedioOriente, Europa e Nordamerica, oppure su E-Bay (aste online). Gli ignari e i privi di scrupoli li compreranno come regali di Natale o soprammobili da casa. Fin dalla guerra del 1991, decine di migliaia di piccoli pezzi hanno lasciato l'Iraq in questo modo. Circa 4000 erano stati rubati dai musei delle province iraqene durante le rivolte del 1991, ma la maggior parte sono stati trafugati illegalmente da una manciata di siti che il servizio archeologico iraqeno non è stato in grado di proteggere. In merito agli esemplari di grande valore presi dai ladri professionisti, potremmo non rivederli mai più. Sono troppo ben conosciuti a chiunque per rischiare di portarli a un venditore o ad una casa d'aste. Diverranno collaterali al commercio di droga o rimarranno nascosti in camere blindate di banche. Alcuni dei furti possono essere stati commissionati direttamente dai collezionisti e andranno dritti al loro nuovo "padrone". Altre opere potranno essere deliberatamente danneggiate per evitare il riconoscimento, non somigliando più alle loro fotografie pubblicate. Per esempio, i saccheggiatori possono tagliar via il naso di una statua, affinchè sia diversa ma ancora valutabile per il mercato. Oppure possono usare martello e scalpello per togliere le iscrizioni da un pezzo, più o meno come un normale criminale farebbe rimuovendo il numero di serie da una pistola. Quando questi esemplari alterati verranno offerti in vendita sul mercato, sarà quasi impossibile identificarli, e perciò confiscarli e rimpatriarli. Il gioco vale la candela per le gang criminali. Dieci anni fa un bassorilievo assiro dell'850 a.C. fu venduto all'asta da Christies di Londra per 11 milioni di dollari, a quell'epoca il più alto prezzo mai pagato per un'antichità all'asta. C'è bisogno di efficaci divieti su importazione ed esportazione di tutte le antichità, e ne abbiamo bisogno ora. Ciò non sarà d'aiuto per tutti i reperti trafugati dall'Iraq, ma potrebbe prevenire il saccheggio in futuro. I Paesi si devono attenere alla Convenzione di Parigi dell'UNESCO del 1970, che proibisce e impedisce il furto e l'esportazione della proprietà culturale. Inoltre, gli Stati dovrebbero subito varare leggi che dispongono la confisca su tutte le frontiere nazionali. I funzionari delle Dogane dovrebbero essere addestrati nell'identificazione e nel trattamento degli oggetti d'arte, per evitare certi assurdi errori, come quello commesso da agenti delle dogane britanniche che l'anno scorso hanno trovato delle statue afghane che si sospettava contenessero droga. La droga non c'era, ma i buchi fatti col trapano dagli agenti per controllarle hanno mutilato le statue. Non siamo in grado di reintegrare il patrimonio storico archeologico iraqeno, ma possiamo almeno rimpatriare alcuni oggetti e prevenire i futuri crimini contro il patrimonio artistico mondiale. (Eleanor Robson è Professoressa ad Oxford e membro della British School of Archaeology in Iraq) www.theage.com.au/articles/2003/04/18/1050172756767.html ASH TO ASHES, BOOKS TO DUST - 19 aprile dal Los Angeles Times - Nella penombra della sala di lettura carbonizzata, Shakur Khozai raccoglie una manciata di cenere, rabbrividisce e la rigetta al suolo. In qualità di Direttore della Biblioteca Nazionale Iraqena, ha passato molti anni prendendosi cura della collezione nazionale di libri rari e archivi. Ora c'è rimasto ben poco, se non fuliggine e vetri rotti. La maggior parte del milione di volumi esistenti sono andati persi quando è stato dato fuoco alla biblioteca, deposito di libri antichi insostituibili, mappe e archivi di manoscritti. "Hanno bruciato la storia di questo paese", ha detto Khozai. "Ora siamo qui a ripartire da zero". Dopo essere sopravvissuti ai bombardamenti anglostatunitensi, molti degli oggetti storici principali della nazione sono andati persi nella rabbiosa rivolta. C'erano gli antichi esemplari del Corano ed altri testi sacri dell'Islam, che resistettero al sacco dei Mongoli, solo per finire bruciati questa settimana. Il museo nazionale, con le sue colossali sculture e il primo calendario conosciuto: razziato. Strumenti musicali: trafugati dal Conservatorio. Università: saccheggiate. Archivi statali: persi o bruciati. Molti iraqeni accusano gli USA per non aver protetto i loro tesori nazionali dalle folle che calavano negli edifici delle istituzioni culturali di Baghdad. Alcuni hanno incolpato del saccheggio lo scoppio di rabbia a lungo repressa sotto il regime di S.Hussein. "Fanno tutto ciò senza pensare perché odiavano il governo" ha detto Ehmad alAziz, 49 anni, guardiano del Teatro nazionale, anch'esso saccheggiato. "Avevano i fucili, cosa potevo fare?" Con le istituzioni culturali distrutte, gli intellettuali e gli artisti temono che la nazione sia stata derubata della sua anima. "Come possiamo costruire un nuovo Iraq dopo tutto ciò?" ha detto il bibliotecario Saib al Suhaib. "Possiamo comprare computers, possiamo costruire nuovi edifici. Ma non possiamo comprare un museo, o questi libri, o la storia". Al pianterreno della Biblioteca nazionale, il personale della biblioteca si trascina luttuosamente tra i mucchi di fuliggine. "Vogliamo la libertà, sì, ma non questa libertà" ha detto Abdul Rahmad Hamed, che insegna Storia all'Università di Baghdad. "Questa è distruzione, e mi sento terribilmente male per il mio popolo". http://www.boston.com/dailyglobe2/111/living/Reconstruction_time_again+.shtml RECONSTRUCTION TIME AGAIN - burned libraries make iraq's history a war casualty - 21/4/03 by David Mehegan - Boston Globe Nello shock per il saccheggio di opere d'arte di valore incalcolabile dal Museo Nazionale iraqeno, è stata data relativamente poca attenzione all'incendio delle biblioteche iraqene la settimana scorsa. Mentre non si conosce ancora la vera entità del danno, due grandi biblioteche con antiche collezioni senza prezzo sono state bruciate, ed altre due saccheggiate. "Sotto molti aspetti, ciò che è accaduto è la completa distruzione della storia", dice Traianos Gagos, capo archivista della Collezione di Papiri dell'Università del Michigan. "I manoscritti sono il materiale principale che viene usato per scrivere la storia - né è la prova. I libri pubblicati negli ultimi 30 anni possono essere rimpiazzati. Ma i manoscritti rari non potranno mai esserlo." "Il saccheggio e il rogo di tutte queste collezioni" dice Andras Riedlmayer, bibliografo di arte islamica alla Harvard Fine Arts Library e specialista di patrimonio culturale minacciato da conflitti armati, "è una perdita incalcolabile e e in larga misura non riparabile. Immaginate la Biblioteca del Congresso e gli Archivi Nazionali USA vandalizzati e incendiati". Secondo le notizie riportate, le biblioteche incendiate includono: (i contenuti sono descritti da Riedlmayer) - la Biblioteca Awqaf (Biblioteca del Ministro degli Affari Religiosi), che conteneva 8500 codici manoscritti islamici in arabo, così come centinaia di manoscritti in persiano e turco ottomano. Conteneva anche antichi esemplari di Corano. L'opera più antica era un commentario del nono secolo di Ibn Qutayba, copiato nell'anno 1079. - la Biblioteca Nazionale d'Iraq e il Centro Nazionale degli Archivi, noto sotto il nome di Dar al-Hikma (Casa della Saggezza), paragonabile alla Biblioteca del Congresso USA. Conteneva 417.000 volumi, 2618 periodici dell'epoca ottomana e moderna, e una collezione di 4412 libri rari e manoscritti. Secondo Riedlmayer, gli archivi nazionali "contenevano centinaia di migliaia di documenti che costituivano una registrazione scritta della vita pubblica e della storia dell'Iraq e delle regioni vicine, come la corrispondenza del 16°secolo tra i governatori di Baghdad e il governo di Istanbul, cinque secoli di relazioni, petizioni, lettere, su questioni che spaziavano da commercio e tassazione a carovane di pellegrini, ribellioni, riforme." Saccheggiata anche la Biblioteca dell'Università di Mossul, che aveva 890.000 volumi, inclusi molti libri rari e manoscritti, e la Biblioteca dell'Università di Bassora, con 190.000 volumi e 700 manoscritti. I bibliotecari USA che si occupano di raccolte specialistiche sono scioccati dalle notizie che arrivano. W.P.Stoneman della Biblioteca Houghton di Harvard, definisce questa perdita sia come intellettuale che simbolica. "Questi esemplari sono gli strumenti di base usati dagli studiosi per studiare una civiltà" dice Stoneman. Ma aggiunge che il valore simbolico di una cultura è al di là di ogni prezzo: "Se la Statua della Libertà fosse distrutta, significherebbe che non si avrebbe più quel legame col passato, che è importante per costruire il futuro." "Mi fa star male" dice C.T.Cullen, presidente della Biblioteca Newberry di Chicago, specializzata sull'Europa occidentale e le Americhe. "Schopenauer diceva che una biblioteca è la memoria di un popolo: la memoria è persa se queste cose scompaiono. Vengono usate dagli studiosi per portare ad una comprensione del passato. Nella Newberry ce ne sono così tanti che perderemmo molte chiavi del nostro passato se venisse distrutta". Se le antiche opere sono senza dubbio preziosissime, per molti studiosi la perdita dei periodici del 20° secolo è ugualmente devastate, dato che l'Iraq non è esistito come paese unificato fino al 1922. "La tragedia di tutto ciò è che conosciamo assai poco della storia iraqena dal 1920 in avanti", dice K.D.Watenpaugh, professore di Storia al Moyne College ed esperto della storia ottomana. "Esiste qualcosa di scritto, ma non abbiamo mai avuto la possibilità di esaminare la storia della società a livello più locale. Questi giornali e documenti erano testimonianze storiche. Immaginatevi se noi non potessimo più leggere i NewYork Times dal 1922 fino ad oggi. Se dovevamo aiutare gli iraqeni a costruire una nuova nazione, questo non si fa lasciando che il passato venga distrutto." Riedlmayer, che ha coordinato un progetto di restauro dei libri e manoscritti distrutti nella Biblioteca di Sarajevo durante la guerra in Bosnia, e spera di fare lo stesso in Iraq, ha il sospetto che il rogo non sia stato vandalismo casuale ma opera degli stessi organizzati ladri che hanno saccheggiato il Museo Nazionale. "Ciò costituisce sia speranza che orrore", dice, "E' del tutto probabile che siano andati per rubare dei rari esemplari, e dopo aver preso ciò che volevano, hanno gettato un fiammifero per coprire le loro tracce". E mantiene viva la speranza che almeno alcuni dei preziosissimi libri e manoscritti possano essere ritrovati. "La mia sola speranza è che il governo USA promuova immediatamente un'amnistia con un programma di riacquisto dei beni rubati", dice, "perché se ci sarà un divieto internazionale, molti oggetti saranno gettati via. Riedlmayer è furioso con i vertici militari che non hanno protetto le biblioteche e i musei, e spera in una inchiesta del Congresso. "Non solo è una vergogna, è un crimine. E' contro tutte le leggi di guerra." Prima della guerra, dice, "mi è stato chiesto dal Dipartimento di Stato quali erano i siti del patrimonio culturale che dovevano essere protetti. Tutti li avevano avvisati che il più grosso pericolo non sarebbe venuto dai missili Tomahawk ma dal saccheggio. Però il messaggio proprio non è arrivato." www.wsws.org/articles/2003/apr2003/muse-a16.shtml THE SACKING OF IRAQ'S MUSEUM: U.S. WAGES WAR AGAINST CULTURE AND HISTORY - 16 aprile By Patrick Martin Il saccheggio dei musei e della Biblioteca Nazionale iraqena, con la conseguente distruzione di gran parte del patrimonio culturale iraqeno, è un crimine storico di cui l'amministrazione Bush è responsabile. I funzionari governativi erano stati ripetutamente avvertiti del possibile danno a manufatti insostituibili, danno causato sia da bombe e missili statunitensi sia dall'instabilità postbellica dopo la rimozione del governo iraqeno, ma non hanno fatto nulla per impedirlo. La loro inazione costituisce una massiccia violazione della Convenzione dell'UNESCO del 1954 sulla protezione dei tesori artistici in tempo di guerra, adottata in risposta al saccheggio nazista dell'Europa occupata durante la II°Guerra Mondiale. Almeno l'80% dei 170.000 singoli esemplari depositati al Museo Nazionale di Baghdad sono stati rubati o distrutti durante l'ondata di saccheggi che è seguita all'occupazione USA della città. Il Museo era il più grande luogo di deposito di materiali delle civiltà dell'antica Mesopotamia, come Sumer, Akkad, Babilonia, Assiria, Caldea. Conteneva anche manufatti da Persia, Grecia, Impero Romano e varie dinastie arabe. Il museo conteneva le tavolette in cuneiforme recanti il Codice di Hammurabi, il primo sistema legislativo del mondo, ed altri testi cuneiformi che rappresentano i più antichi esempi di scrittura - poemi epici, trattati matematici, resoconti storici. Un'intera raccolta di migliaia di tavolette d'argilla non ancora decifrate o analizzate, in parte a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti attraverso l'ONU che hanno limitato la possibilità di viaggio verso l'Iraq. Il Vaso di Uruk in alabastro, di 5000 anni fa, è la più antica rappresentazione dipinta di un rituale religioso. Il viso di donna in pietra, scolpito 5500 anni fa, è uno dei più antichi esempi sopravvissuti di scultura figurativa. La più antica fusione in rame del mondo, il busto di un re accadico, risale al 2300 a.c. Un'altra perdita significativa è venuta dall'incendio della vicina Biblioteca Nazionale, contenente decine di migliaia di antichi libri e manoscritti, e giornali dal periodo ottomano fino ad oggi. La sala di lettura e gli scaffali sono state ridotti ad un ammasso di rovine fumanti. Ironicamente, l'unica speranza per la sopravvivenza di qualcuno di questi tesori è che potrebbero essere stati tolti dal museo prima della guerra, per essere esposti in qualcuna delle residenze private di Saddam Hussein e della sua famiglia. Una vasta collezione di manufatti in oro era stata immagazzinata per salvaguardia alla Banca Centrale Iraqena, ma anche quel servizio è stato ugualmente saccheggiato e incendiato. I FUNZIONARI USA HANNO IGNORATO GLI AVVERTIMENTI Le affermazioni USA di essere stati presi di sorpresa dal sacco degli edifici culturali a Baghdad, Mosul e altre città, non è credibile. Una tale tragedia non solo era prevedibile, ma era stata specificamente preannunciata. Alla fine di gennaio di quest'anno, una delegazione di studiosi, direttori di musei e collezionisti ha visitato il Pentagono spiegando il significato del Museo Nazionale Iraqeno e di altri siti culturali. Uno dei partecipanti ha riferito al Washington Post "Abbiamo detto loro che il saccheggio era il pericolo più grosso, e credevo che avessero capito che il Museo era il più importante sito archeologico nell'intero paese. Conteneva tutte le cose provenienti dagli altri siti." L'AIA (Archaeology Institute of America) ha fatto appello a tutti i governi per la protezione dei siti, ma sembra che solo il governo iraqeno abbia preso sul serio questo appello, non il governo USA nè quello inglese. Dopo i saccheggi del 1991 nelle rivolte che seguirono alla Prima Guerra del Golfo, il governo iraqeno varò leggi che limitavano l'esportazione di oggetti storico-archeologici. C'è una lunga tradizione di cura e amore per la storia e il patrimonio culturale in Iraq. Non appena l'indipendenza fu proclamata, nel 1920, il governo iraqeno richiese che tutti i rapporti di scavo venissero archiviati al Museo Nazionale. In tempi più recenti, tutti i reperti di scavo venivano consegnati al museo per la catalogazione, facendo di questa istituzione il database centrale per tutti i lavori di scavo e studio del paese. Allorchè cominciò a profilarsi all'orizzonte l'assalto statunitense, i funzionari del Museo Nazionale cominciarono i preparativi per mettere in salvo le preziosissime collezioni, riponendo alcuni esemplari in luoghi segreti e mettendo il grosso degli oggetti in stanze blindate sotto l'edificio, protette dalle esplosioni grazie a strati di mattoni e cemento. I pezzi troppo grossi per essere rimossi dalle sale sono stati accuratamente avvolti e coperti. I saccheggiatori hanno sottratto o distrutto tutto quanto nelle sale, poi hanno fatto irruzione nelle camere sotterranee e hanno razziato il contenuto. Hanno anche distrutto gli schedari e il sistema informatico del museo. Il Pentagono non solo conosceva in anticipo la potenziale minaccia al patrimonio culturale iraqeno, ma i militari USA hanno ricevuto richieste esplicite a proteggere il Museo quando è iniziato il saccheggio. Un archeologo iraqeno, Ra'id Abdul Ridha Muhammad, ha detto al NewYork Times di essere andato direttamente da un gruppo di marines su un carroarmato Abrams nella Piazza del Museo, meno di 400 metri dal museo, per chieder loro di fermare i vandali. I marines hanno cacciato via la prima ondata di saccheggiatori, poi dopo mezz'ora se ne sono andati. "Avevo chiesto loro di posizionare il tank sul piazzale del museo, ma hanno rifiutato e se ne sono andati". Prosegue, "Dopo mezz'ora i saccheggiatori sono tornati e hanno minacciato di uccidermi o di dire agli americani che ero una spia dei servizi di Saddam Hussein, così m'avrebbero ucciso. Ero spaventato, e me ne tornai a casa." L'archeologo ha aggiunto, "L'identità di un paese, il suo valore e la sua civiltà, risiedono nella sua storia. Se la civiltà di un paese viene saccheggiata, come lo è stata la nostra, la sua storia finisce. Ditelo al Presidente Bush, e ricordategli che ha promesso di liberare il popolo iraqeno, ma questa non è liberazione, questa è umiliazione." LE POLITICHE DI DISTRUZIONE CULTURALE Ci sono ragioni commerciali dirette nel fatto che l'amministrazione Bush abbia permesso la razzia dei tesori culturali iraqeni. Secondo un articolo del 6 aprile di un giornale scozzese, il Sunday Herald, tra coloro che si sono incontrati al Pentagono prima della guerra c'erano rappresentanti dell'ACCP, una lobby di ricchi collezionisti e mercanti d'arte che aveva cercato di flessibilizzare il rigido divieto dell'Iraq all'esportazione degli oggetti d'arte. Il tesoriere del gruppo, W.Pearlstein, ha criticato la legislazione iraqena come troppo protezionista, dicendo che avrebbe fatto in modo di spingere il governo postbellico a rendere più facile l'export dei manufatti verso gli Stati Uniti. Il gruppo ha tentato di far modificare la legge del Cultural Property Implementation Act, che regola il traffico internazionale di antichità. Secondo questo articolo "la notizia del meeting tra l'ACCP e il governo USA ha messo in allarme scienziati e archeologi, che temono gli scopi sottobanco della lobby, in base ai quali le autorità statunitensi faciliterebbero il movimento dei reperti iraqeni dopo la vittoria in Iraq". Il Los Angeles Times ha riportato la notizia che un collezionista californiano di arte iraqena sarebbe stato "surrettiziamente contattato prima della guerra, col messaggio che antichità iraqene sarebbero state presto disponibili. Ha ipotizzato che i ladri abbiano agito secondo un piano, non ancora rivelato". Placare la sete di gruppi di miliardari con il gusto per le curiosità orientali è qualcosa di certamente congeniale al profilo dell'amministrazione Bush. Assai più fondamentale invece, è la valenza politica, per la classe dirigente USA, del consentire la distruzione di tali depositi di storia e cultura dell'Iraq. Lo scopo dell'occupazione militare statunitense è l'imposizione di una dominazione coloniale sull'Iraq e la presa di controllo delle sue vaste risorse petrolifere. E' funzionale agli interessi dell'imperialismo americano umiliare l'Iraq e indurre la sua popolazione a sottomettersi agli USA e al regime fantoccio che verrà instaurato a Baghdad. Colpire le risorse culturali che connettono il popolo iraqeno a 7000 anni di storia è parte del processo di distruzione sistematica della loro identità nazionale. Il tragico risultato è che i tesori che sono sopravvissuti persino al sacco dei Mongoli nel 13° secolo, non hanno resistito all'impatto della tecnologia del 21°secolo e alla barbarie imperialista. Bush, Rumsfeld e la loro cricca personificano esattamente la nuova barbarie: un "leader" che è egli stesso semi-alfabetizzato e sguazza nella più bigotta arretratezza religiosa; un'amministrazione composta da ex-membri di consigli d'amministrazione di multinazionali, per i quali un manufatto dell'antica Sumer è di maggior interesse come bene-rifugio che non come chiave per la comprensione dello sviluppo storico e culturale dell'umanità. http://www.spectator.co.uk/article.php3?table=old§ion=current&issue=2003-04-19&id=3011 THE DAY OF THE JACKALS - disturbing questions about the looting of antiquities from the Iraqi National Museum in Baghdad - 19 aprile By Rod Liddle www.inq7.net/opi/2003/apr/23/opi_commentary1-1.htm WHEN A MUSEUM FALLS VICTIM TO WAR - 23 aprile www.sundayherald.com/32895 U.S. ACCUSED OF PLANS TO LOOT IRAQI ANTIQUITIES - Liam McDougall http://www.csmonitor.com/2003/0424/p11s02-woiq.html IRAQ AND RUIN - 24 aprile www.hrw.org/editorials/2003/iraq041403.htm LIBERATION AND LOOTING IN IRAQ - 14 aprile http://www.smh.com.au/articles/2003/04/22/1050777257800.html IRAQ'S LOOTED ARTEFACTS BEGIN TO EMERGE - 23 Aprile http://www.counterpunch.org/leupp04192003.html THE RAPE OF HISTORY - THE WAR ON CIVILIZATIONS - 19 aprile http://www.utoronto.ca/csus/pm/jensnote.htm MNEMOCIDE www.workers.org/ww/2003/plunder0424.php LOOTING IS WHAT THIS WAR IS ALL ABOUT - 24 aprile www.wsws.org/articles/2003/apr2003/iraq-a15_prn.shtml HOW AND WHY THE U.S. ENCOURAGED LOOTING IN IRAQ - 15 aprile http://www.counterpunch.org/brechin04212003.html HANG BLACK BANNERS MOURNING CULTURAL LOSS - 21 aprile

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La breve estate del keynesianismo

di materialiresistenti (29/04/2003 - 20:51)

di Robert Kurz. Dalla "coscienza infelice" all’amnesia collettiva della teoria economica.
John Maynard Keynes (1883 – 1946) fu forse uno degli uomini più interessanti del 20° secolo. Già all’epoca della Prima Guerra aveva goduto di notevole considerazione come specialista di teoria monetaria. Ma i suoi interessi erano assai più vasti. Matematico di estrazione, aveva dapprima conseguito fama internazionale con il suo Trattato sulla probabilità (1921). La sua vera passione era la filosofia. Ma non ebbe la possibilità intraprendere attività accademiche in questo ambito a Cambridge, come aveva sperato. Si buttò in politica, divenne un funzionario imperiale in India ed ebbe successo come esperto economico nel campo delle assicurazioni e della Borsa. Il suo patrimonio personale gli permise un’esistenza indipendente; fu un mecenate delle arti ed uno dei più grandi collezionisti. Acquistò il lascito di Isaac Newton, ne permise lo studio e pubblicò delle opere a questo riguardo. Tale ampiezza di orizzonti intellettuali non poteva essere confinata entro gli angusti limiti di una sola disciplina scientifica. Come nel caso di Marx troviamo negli scritti di Keynes ad ogni momento, considerazioni interdisciplinari, che realizzano un insieme di filosofia, politica ed economia. Tuttavia Keynes da economista, come lui stesso afferma, non travalicò mai i confini della sua disciplina tradizionale e della sua reputazione accademica istituzionale. In un certo senso la sua opera teoretica contiene un elemento di ciò che il filosofo tedesco Hegel definiva come "coscienza infelice". Anche la sua vita personale ne mostrava le tracce. L’illustre graduato di Eton frequentava i circoli più esclusivi della società ufficiale, ma finì con lo sposare la danzatrice russa Lydia Lopokova (e da allora si interessò anche di storia del teatro e del balletto). E questo nonostante manifestasse forti tendenze omosessuali, come era ampiamente risaputo. John M. Keynes era come un’aquila in una gabbia dorata. E forse la sua infelicità consisteva nel fatto di non avere mai potuto rivelare il lato ribelle della sua personalità. Questo elemento di "coscienza infelice" appare anche nella sua opera principale, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e del denaro (1936) che contrassegnò più tardi l’inizio della cosiddetta "rivoluzione keynesiana" nella teoria economica. Fino a quell’epoca nella scienza accademica era in vigore un teorema indiscusso, formulato da Jean Baptiste Say (1767 – 1832), secondo cui l’offerta avrebbe creato automaticamente la propria domanda e quindi l’equilibrio del mercato poteva essere indotto dal mercato stesso. Say aveva dato una veste sistematica ad una linea di pensiero fondamentale che era già riscontrabile nei due classici dell’economia, Adam Smith e David Ricardo. Secondo questa interpretazione, sproporzionalità del mercato, disoccupazione e crisi avrebbero dovuto originarsi per via di "cause extraeconomiche". La responsabilità era innanzitutto delle guerre, della politica e, non da ultimo, dei sindacati che falsavano il presunto processo "naturale" del mercato. Keynes fu il primo serio economista a mettere fondamentalmente in discussione questo teorema. Ma non fu il primo teorico ad averlo fatto. Già un secolo prima Karl Marx, l’"enfant terrible" della scienza moderna, aveva spiegato le crisi facendo ricorso non a "cause extraeconomiche" ma alle stesse leggi del modo di produzione capitalistico. Marx però non poteva essere preso sul serio; la sua teoria non fu mai ammessa nel Pantheon ufficiale e, come Keynes osservò, fu esiliata dal punto di vista della scienza accademica in una specie di Ade. Così Keynes si assunse il compito ingrato di formulare all’interno della dottrina economica accademica una critica a Say ed alla teoria classica che già da lungo tempo era stata elaborata da un "outsider". La "rivoluzione keynesiana" non fu affatto una rivoluzione contro la teoria dominante ma, paradossalmente, una rivoluzione all’interno dello stesso establishment scientifico. La fama di Keynes non sarebbe neppure immaginabile senza la grande crisi economica mondiale (1929 – 1933). Questo sisma economico sconvolse la società moderna così in profondità che anche i capisaldi della teoria classica iniziarono a vacillare. La "General theory" di Keynes può essere intesa come la risposta della dottrina economica accademica alla crisi mondiale. Keynes dimostrò che il teorema di Say rappresentava solo un caso particolare e quindi non aveva alcuna valenza universale. Un equilibrio relativo del mercato è possibile anche ad un livello molto basso e con un’enorme quantità di disoccupati. In altre parole: il mercato stesso può condurre ad una situazione in cui non c’è abbastanza domanda per i beni di consumo e di investimento, cosicché anche una gran parte dell’offerta sociale di forza–lavoro non ha sufficiente domanda, indipendentemente dall’azione sindacale. Però, contrariamente a Marx, Keynes non interpretò questo fatto come un limite della moderna economia. Egli riteneva possibile ovviare alla scarsità della domanda. Tuttavia questo poteva avvenire non solo attraverso le decisioni microeconomiche di individui ed imprese ma innanzitutto attraverso provvedimenti di natura macroeconomica all’interno del processo economico complessivo. Keynes pose l’accento anche sul significato autonomo della macroeconomia che era stato trascurato dai classici. Egli si basò così sul concetto di "domanda aggregata" della società, la cui massimizzazione veniva definita nella dottrina economica anglosassone, già prima di Keynes, come "Welfare economics". Keynes però sciolse questo concetto in modo più energico rispetto ai suoi predecessori da quello di semplice sommatoria di "domande individuali". Con Keynes il "Welfare economics" ha assunto un significato macroeconomico completamente nuovo. Come la maggioranza dei socialisti anche Keynes intendeva utilizzare lo Stato come una specie di "deus ex machina", per sconfiggere la crisi economica. Però a differenza che nelle teorie socialiste, lo Stato non doveva diventare un "imprenditore complessivo" ma soltanto stimolare una domanda carente attraverso misure macroeconomiche. Grazie ad un incremento della massa monetaria, alla redistribuzione dei redditi e ad investimenti addizionali, lo Stato avrebbe potuto conseguire questo obbiettivo. Affinché gli investimenti pubblici aggiuntivi non risultassero un gioco a somma zero, diceva Keynes, essi non potevano essere finanziati con tasse ulteriori, perché in questo modo la domanda statale maggiorata avrebbe finito con lo strangolare quella privata. Lo Stato avrebbe dovuto perciò finanziare gli investimenti addizionali con lo strumento del "deficit spending", cioè attraverso l’accensione di crediti e la creazione di denaro da parte delle Banche Nazionali. Keynes raccomandava iniziative statali fino ad allora ritenute poco serie o pericolose. D’altronde poteva invocare a sua difesa una prassi economica, divenuta comune nel corso della Prima Guerra Mondiale. Il "Welfare economics" keynesiano era fin dal principio strettamente correlato con il "Warfare economics" dell’economia di guerra. Il loro denominatore comune era il "deficit spending". Già all’inizio dell’epoca moderna molti Stati si erano indebitati in tempo di guerra, perché le loro entrate non potevano essere regolarmente assicurate con le tasse. Ma nel corso della Prima Guerra Mondiale questa prassi assunse una nuova qualità, perché i costi di una conduzione industrializzata della guerra si erano enormemente accresciuti fino a dimensioni allora sconosciute. In quei tempi si credeva ancora che l’enorme indebitamento statale fosse stato un fenomeno occasionale dovuto alla guerra. Ma sotto la pressione della crisi mondiale Keynes propose di introdurre il "deficit spending" anche per la messa in moto dell’economia civile. Sostenne perfino che, nei periodi di crisi, lo Stato avrebbe dovuto, in caso di necessità, mettersi a "costruire piramidi" o "scavare fosse per poi riempirle" così da produrre domanda supplementare. Involontariamente dimostrò come il carattere della moderna economia fosse quello di un assurdo scopo tautologico. L’utilizzo distruttivo ed insensato di risorse nelle industrie militari della morte si ripete nell’economia civile in modo da alimentare la dinamica autonoma del denaro. Anche da questo punto di vista la teoria di Keynes tradisce una "coscienza infelice". Il destino storico della "rivoluzione keynesiana" fu estremamente particolare. La prassi economica tanto del "New Deal" rooseveltiano quanto della dittatura fascista in Germania (entrambi i fenomeni erano una reazione alla crisi mondiale) presenta già una certa analogia con il pensiero di Keynes. Ma queste pratiche erano sorte in modo spontaneo e pragmatico, non ancora legittimate dalla General Theory. Dopo la Seconda Guerra la più giovane generazione di economisti era stata influenzata da Keynes. Al contrario la vecchia guardia, che ancora occupava la maggior parte delle cattedre accademiche, si teneva stretta alla teoria classica. Ma anche i sostenitori della teoria classica avevano nel frattempo reagito alla crisi economica mondiale ed in modo differente da Keynes. L’economista tedesco Walter Eucken (1891 – 1950) ricondusse la crisi al fatto che la concorrenza degli agenti economici non fosse stata garantita istituzionalmente visto che il mercato poteva condurre di per sé alla costituzione di monopoli. Anch’egli approvò l’intervento dello Stato, ma non nella forma del "deficit spending" a livello macro–economico come sosteneva Keynes, bensì in quella di una "politica di ordine" istituzionale che garantisse statalmente la libera concorrenza. Questa scuola fu denominata "neoliberalismo". Nel secondo dopoguerra i neoliberali divennero più influenti dei keynesiani. E l’inatteso boom degli anni’50 e ’60, in particolare il "miracolo economico" tedesco, sembrò testimoniare a sfavore di Keynes. Il ministro dell’economia tedesco Ludwig Erhard, una figura simbolica di quel periodo di prosperità, si richiamava alla dottrina neoliberale. Ma la prosperità aveva le sue radici non in una concorrenza più libera che nel passato, ma nello sviluppo strutturale delle industrie centrali (automobili, frigoriferi, lavatrici, televisori ecc.), che generò una domanda smisurata a tutti i livelli (forza–lavoro, consumi, investimenti). Oltre a ciò questo sviluppo era determinato indirettamente da un impulso statale nell’economia. Il punto d’inizio di questa nuova prosperità fu lo "Warfare economics" della Guerra di Corea all’inizio degli anni’50 e da allora gli Usa, nel loro ruolo di polizia mondiale, hanno sviluppato una "economia di guerra permanente" che può essere mantenuta solo a spese di un permanente "deficit spending". Ma l’epoca del "miracolo economico" fu solo una breve estate siberiana nel corso del dopoguerra. Già negli anni’60 i tassi di crescita diminuirono notevolmente e negli anni’70 fece capolino addirittura lo spettro del 1929. Sembrava finalmente giunta l’epoca d’oro del keynesianismo dato che i giovani economisti degli anni’40 avevano raggiunto nel frattempo posizioni eminenti. Nei maggiori paesi occidentali, soprattutto negli USA, in Gran Bretagna e in Germania, iniziava un’era di politica economica keynesiana. Il "deficit spending" fu adottato in gran quantità alla stregua di un "pacemaker" del capitalismo. Anche le principali concezioni riguardanti lo sviluppo del Terzo Mondo si rifacevano alle idee di Keynes. Purtroppo oggi sappiamo che l’estate del keynesianismo fu ancora più breve dell’era della prosperità neoliberale. Lo stesso Keynes aveva creduto che il "deficit spending" si dovesse limitare ad una specie di supporto iniziale alla dinamica autonoma del mercato. Ma ci si accorse ben presto che il cuore del mercato, senza pacemaker non poteva più battere. Il risultato fu un improvviso aumento dell’inflazione ed una crisi generale delle finanze statali. La nuova crisi all’inizio degli anni’80 determinò le esequie del keynesianismo. E venne così alla luce la sua "coscienza infelice": giunse troppo tardi per la grande crisi mondiale, non fu utilizzato nell’epoca di prosperità degli anni’50 e quando finalmente doveva diventare il "cavaliere bianco" dell’economia mondiale era ormai decrepito. Dove stava l’errore? Keynes, così come i suoi rivali neoclassici o neoliberali, non concepiva la moderna economia come un processo storico irreversibile, ma come una modalità di esistenza di categorie economiche atemporali. Questo fatto è sorprendente perché egli fu uno dei primi, in un saggio del 1930, a fare uso del concetto di "disoccupazione tecnologica" e a prevedere che "la nostra capacità di scoprire strumenti per risparmiare lavoro progredisce più rapidamente della nostra capacità di trovare nuovi utilizzi per il lavoro". Ma poiché credette che questo stadio non sarebbe stato raggiunto prima di almeno un secolo, egli non diede corso a questa linea di pensiero. Nella General Theory non abbiamo a che fare con lo sviluppo strutturale del capitalismo reale ma con la "psicologia atemporale degli agenti del mercato" e con i possibili "casi" di un sistema economico anch’esso atemporale. Il keynesianismo degli anni’70 non rappresenta una politica economica "erronea", naufragata su tale livello atemporale, il suo fallimento era piuttosto da addebitare al fatto che le industrie responsabili dello sviluppo storico si erano strutturalmente "esaurite" dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dopo gli anni’80 la rivoluzione microelettronica ci ha condotto a quei limiti dell’economia moderna che Keynes aveva preconizzato (sebbene la sua argomentazione in proposito fosse comprensibilmente imprecisa). Pertanto la sua teoria si è rivelata inessenziale. Lo stesso vale anche per le misure politiche da essa caldeggiate, che presuppongono economie nazionali relativamente chiuse. Keynes se ne era reso conto perfettamente e perciò aveva messo in guardia circa una violenta espansione del mercato mondiale. Ma gli economisti dopo la fine del keynesianismo soffrono di un’amnesia collettiva. Invece di riconoscere i limiti del moderno sistema economico hanno elaborato un neo–neoliberalismo e hanno rispolverato la vecchia, ormai confutata teoria classica, come se la crisi mondiale del’29 e quella degli anni’70 non si fossero mai verificate. Ma chi dimentica la storia invece di superarla criticamente, è condannato a riviverla un’altra volta.

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Contro la legge

di materialiresistenti (29/04/2003 - 20:46)

tratto da Comontismo. Il livello del moderno scontro di classe, scontro che è già in atto anche se in forme frammentarie e talora confuse, esige che i rivoluzionari prendano coscientemente e coerentemente posizione nei confronti del problema della legalità, poiché esso è contemporaneamente il problema dei nuovi connotati che la moderna lotta rivoluzionaria assume e delle strutture repressive in cui il potere tende a manifestarsi.
Il problema della legalità I discorsi che straripano dall'ultra-sinistra relativamente alle attività clandestine, alla guerriglia armata e simili, impongono inoltre una chiarezza assoluta su questo punto, pena il ricadere in un volontarismo neo-resistenziale ed in una idolatria cieca della violenza. La violenza è certo la "levatrice della storia", ma a questa violenza che è già in atto i rivoluzionari devono dialetticamente sintonizzare la propria coerenza senza sperare, con procedimenti di tipo tupamaroide, di spacciare per organizzazione cosciente della violenza la violenza incosciente dell'organizzazione, sostitutiva del reale ed anzi spesso costitutiva di una realtà fittizia fatta ad immagine del capitale, anche se con segni di valore ribaltati. La legge come struttura portante del potere È dire cosa ovvia che la legge, in quanto manifestazione della conservazione del potere ed in quanto organizzazione materiale della repressione, è l'espressione fenomenica del livello dei rapporti di produzione, così come è la risultante delle linee contrapposte di classe. La legge è sempre stata strumento del potere, non solo come manifestazione formale e sanzionatoria dei rapporti sociali di forza, ma anche come materialità precisa in cui il potere si è espresso nella sua concretezza di amministrazione, cioè di governo. Nella società capitalista moderna la legge ha assunto un senso ancora più pregnante e preciso. Nella misura in cui la produzione e la circolazione di ideologia hanno coperto uno spazio sempre maggiore nella produzione e circolazione di merci, nella misura in cui l'ideologia (vale a dire falsa coscienza del reale, norme comportamentali, "visioni del mondo", etc.) si è affiancata crescientemente al denaro in quanto equivalente generale dello scambio, in questa misura la legge non si è più posta come secrezione fenomenica della gestione del potere, ma è divenuta essa stessa struttura portante del sistema di valori capitalista. Naturalmente in questo processo dilatatorio vengono a mutare anche le basi materiali su cui poggiava l'organizzazione amministrativa della legge. La "norma" (il "nomos" greco), come criterio informatore dei comportamenti degli individui così come dei gruppi sociali, ha perso sempre più significato con il mutare dei cosiddetti valori morali (essi stessi, ovviamente, valori di scambio, nello scambio di dignità e rispettabilità, fondamentali per la "credibilità" degli individui ridotti a spettacolo mercificato di se stessi). Attualmente è assai difficile stabilire i limiti della "normalità", poiché il prosperare di ideologie formalmente contrastanti conduce necessariamente ad una situazione di tolleranza nei confronti della molteplicità dei comportamenti. Ciò che ad esempio è "sconveniente" se non intollerabile, in una cellula sociale di tipo autoritario e repressivo "vecchia maniera" diventa addirittura titolo di accettazione in cellule sociali auto-definentesi progressiste. Insomma a livello sociale il concetto di anomia si è sfrangiato. La tolleranza repressiva (in quanto tollera ogni situazione ideologicamente giustificabile e reprime ogni condotta deideologica, cioè essenziale per la costruzione della vita) ha preso il posto, nella presente società spettacolare, dell'intolleranza autoritaria e limitatrice della società precedente, fondata sul dominio formale del capitale, cioè su un capitale che non si è ancora fatto uomo e società contemporaneamente. A questo punto, di fronte a questo differenziarsi della "normalità" e dei valori etici ad essa connessi, la legge assume sempre più il significato di punto fermo, ponendosi come costante nel (e del) procedere sociale. La società spettacolare si fonda sulla molteplicità delle ideologie per riaffermarsi come ineliminabile "summa" di essa. La legge è il punto di paragone e di limite nel gioco delle ideologie concesse. La legge come paura della sanzione La legge è essenzialmente la paura della sanzione che giunge ai trasgressori della legge stessa. La gestione sociale della paura - di qualunque natura essa sia - è privilegio del potere. Nessuno ormai crede più in significati intrinsechi e morali della legge, poiché la molteplicità degli atteggiamenti concessi non può che provocare sfiducia in una morale "superiore" che fondi la legge e ne giustifichi l'esistenza. La legge, pertanto, si autonomizza da uno dei suoi fondamenti storici: la morale. E può farlo in quanto essa stessa è divenuta, per il solo fatto di esistere, morale, cioè fondamento etico di sé medesima. Infatti essa è divenuta parametro sociale di "valore" morale non in quanto principio astratto o in quanto specifico ordinamento codificato, ma nella materializzazione della sua ideologia, cioè il carcere. È il carcere - la sua realtà determinata in quanto restrizione e coazione - che determina il senso della legge e non viceversa. Questo il processo di autonomizzazione dell'ideologia che diviene materialità precisa con incorporato in sé tutto il bagaglio morale, culturale, filosofico, ecc. (ideologico insomma) che storicamente la determinò e giustificò, in quanto ideologia particolare ed in quanto materializzazione di essa. La paura del carcere è, al pari, la conseguenza a livello sociale della semplice esistenza della struttura-carcere, come organizzazione materiale ideologia-legge. In altri termini, se la legge è comprensibile solo se vista in funzione delle sanzioni (il carcere), il carcere è comprensibile per la sua ideologia, la dequalificazione sociale che la permanenza in esso determina. E questo non per vecchi motivi come "il marchio del carcerato" che ormai non scandalizzano più nessuno (anzi in certi ambienti sono motivo di vanto), bensì per la privazione del consumo dì libertà, che determina la dequalificazione sociale contenuta nella limitazione della libertà di consumo. D'altra parte nei gruppi sociali che esaltano il carcere in quanto esperienza (e si pensi oltre alla malavita classica, ai gruppi dell'ultra-sinistra in cui - e non illogicamente - il compagno detenuto assume posizione di particolare prestigio) , il "recupero" avviene per la funzione propedeutica che esso può avere rispetto alle attività future, funzione quindi "formativa" che potrà accrescere le "capacità" degli individui ex-carcerati una volta reimmessi nelle libertà di consumo (quello di ideologia politica non escluso). Ma quando questa particolare forma di "qualificazione" non si prospetta, allora il carcere riprende tutto il suo pauroso senso di dequalificazione effettiva. Ciò può capitare anche per i malavitosi e per i politici: per i primi nel caso di condanne particolarmente pesanti (che, togliendo dal "giro" per molto tempo, diminuiscono conoscenze e capacità), per i secondi nel caso di condanne per reati comuni o comunque non utilizzabili ai fini della propaganda. In sintesi il carcere ha la funzione da un lato di costituire il timore di essere privati del proprio ruolo nella sopravvivenza sociale, dall'altro di fornire la credibilità e l'accettabilità alla sopravvivenza sociale stessa. La legge fonda il suo sinistro potere su questo profondo timore, basato sul consumo di merci come di immagini, racchiudente, però, in sé le contraddizioni che determineranno non solo il suo crollo in quanto timore, ma il crollo delle sue fondamenta : la legge, il consumo, l'organizzazione della produzione come la viviamo in questa fase storica del dominio del capitale. La contraddizione insita nella libertà di consumo Un qualsiasi timore per essere realmente efficace deve essere minaccia nei confronti di un bene effettivo (o supposto tale), ma, nella misura il cui risulta efficace, valorizza, sempre più, il bene minacciato. Quindi è precisamente la minaccia della privazione di consumo che qualifica al massimo il consumo stesso rendendolo più che mai appetibile. Ciò determina in parte il dilagare di "delitti" compiuti proprio nell'ottica di un aumento del tasso di consumo. Insomma il discorso spesso inconscio del ladrone è questo : "la proprietà di molte merci, ed il prestigio che ne consegue (spesso anche viceversa), è fondamentale, perciò viene tutelata dalla legge che, a questo scopo, giunge anche a minacciare l'unica proprietà di tutti: la libertà di vendersi-possedere. Se io cerco di impadronirmi di merci o del loro equivalente generale, il denaro, posso essere sanzionato duramente ed essere privato della libertà; d'altra parte se io non possiedo merci o denaro non posso esprimere alcuna libertà reale; quindi rischiando il carcere rischio un bene potenziale - il consumo di libertà - per ottenere un bene attuale - la 1ibertà di consumo; il gioco vale la candela e i conti tornano." Ciò determina un forte aumento della delinquenza che possiamo chiamare ideologica, cioè consumistica. Ed è grossa parte. È chiaro che non si può parlare di questi delinquenti come di rivoluzionari, tutt'altro. Essi sono una base della produzione di carceri, giudici, avvocati e gente simile. Tuttavia questa spirale, tendente a stringersi sempre più, determina una contraddizione oggettiva nel sistema di valori capitalista. Infatti la società non può ammettere la verità che sta sotto questi episodi: che questo tipo di delinquenza è produttivo al pari di molti altri lavori. Non può ammetterlo perché squalificherebbe il senso stesso della legge e del suo braccio armato : il carcere. D'altra parte non ammettendolo (e non accettando la delinquenza come normale professione) tende a renderla realmente fuori legge ed obbliga i delinquenti, inizialmente ideologizzati al pari di altri strati di lavoratori, a radicalizzare lo scontro per autodifesa accettando l'inumanità capitalista, fino in fondo, ma stravolgendola in direzione antisociale. In questo modo si spiega l'efferatezza di certi crimini e l'inumanità capitalista (il disprezzo per la vita, valutata solo in misura quantitativa,cioè mercificata) che si mostra in tutta la sua ferocia. Solo una società che nega assolutamente la vita, inchiodando tutti alla sopravvivenza più degradata, può generare dei "delinquenti" che, come gli attuali, abbiano una così profonda disistima non solo della vita altrui ma anche della propria. Insomma questa delinquenza, proprio perché riafferma sì l'ideologia dominante ma stravolgendola parossisticamente, non è certo la rivoluzione in atto e i suoi membri non sono certo dei rivoluzionari coscienti, ma essa è il sintomo di uno sgretolamento progressivo, di una contraddizione esplosiva (la società che stimola consumi che non è in grado di soddisfare) che può diventare una base materiale per l'organizzazione soggettiva della rivoluzione proletaria moderna. La teppa come critica del consumo di libertà Ma questo aspetto appena descritto è solo una, e nemmeno la più grave, delle contraddizioni che la legge, cioè il timore del carcere, contiene in sé. Un'altra in senso più esiziale per l'ordine capitalista sta scoppiando. Infatti se è vero che una minaccia può valorizzare un bene, d'altra parte questa minaccia, resasi costante, può indicare se è il bene stesso a non avere alcun valore positivo. Se avesse valore intrinseco non vi sarebbe alcun bisogno di tutelarlo attraverso l'organizzazione delle minacce. In altri termini, si è detto che il timore del carcere è in realtà timore per la privazione di consumo. Ebbene, questa libertà e questo consumo possono essere desiderati come "beni" solo nella misura in cui siano considerati materialmente tali, e perché questa avvenga, bisogna che essi siano realmente posseduti. Ma il disprezzo capitalista per la vita (e la carcerizzazione ne è un chiaro esempio) dimostra come la "vita" stessa in una società capitalista non sia molto stimata come bene, mentre la "vita" dovrebbe essere la base per il costituirsi in "beni" di libertà e consumo. Se la vita capitalista tale non è, e non è appetibile, libertà di consumo e consumo di libertà diventano concetti vuoti di senso. Il timore del carcere non è maggiore del timore della sopravvivenza imposta. Così il disprezzo della vita umana dimostrato dalla società nel suo insieme diventa il suo opposto negatore: il disprezzo della sopravvivenza e la richiesta impellente della vita. È ciò che molti proletari, resisi coscienti dell'impossibilità di morire giorno per giorno, stanno manifestando. Ed è questa la moderna criminalità che sta già ponendo le basi per la costruzione di quella comunità realmente umana che spazzerà via l'attuale disumanità organizzata. Alcuni di questi criminali non rientrano PIÙ nel parossismo dell'ideologia. Essi stanno invece mostrando un estremo disprezzo per le condizioni generali in cui ognuno è costretto a sopravviversi. Se il primo tipo di delinquenza (quella ideologico-comunista) è una base materiale per la rivoluzione, questa teppa, poiché di ciò si tratta e non di delinquenza storica, è GIÀ lo scontro rivoluzionario in atto. E ciò è dimostrato non solo dal fatto che il potere non riesce a spiegarsi questi gesti rivoluzionari, ma soprattutto da una lotta continuata contro ogni forma di carcere, da quello dato dalla "normalità" della vita quotidiana fondata sul lavoro (poco importa di che tipo, poiché anche il furto è una lavoro quando si professionalizza) sino al carcere vero e proprio. Le recenti rivolte carcerarie, che stanno dilagando ovunque, come le sempre più frequenti esplosioni di rabbia collettiva ed individuale che sconvolgono lo squallore della vita di tutti i giorni, non sono certo il frutto della delinquenza storica, bensì di quella teppa che ha già in sé l'embrione della coscienza rivoluzionaria. Antilegalità come eversione È evidente a questo punto che il problema della legalità non si può più porre (se mai si è potuto) nei termini in cui le ultra-sinistre lo stanno ancora ponendo: Non si tratta cioè di giungere all'illegalità poiché essa già esiste. Casomai si tratta di trovare-inventare le forme specifiche dell'organizzazione eversiva affinché questi gesti criminali non si riducano alla rivolta, ma giungano alla rivoluzione. D'altra parte l'illegalità proposta dagli ultra-sinistri (con le tentazioni gappistiche e tupamaroidi) è in fondo una forma rovesciata di legalità, poiché si richiede di infrangere la legge per un'ideale particolare, per una nuova ideologia. MENTRE INVECE LA RIVOLUZIONE MODERNA È CONTRO OGNI LEGGE (compresa la sedicente legalità socialista), poiché ogni legge è estraniazione, mentre è già la affermazione dell'unica "legalità" possibile: la coerenza permanente con la propria essenza umana. Insomma se la lotta politica può divenire legale (poiché non riconosciuta da questi governi, ma riconoscibile da altri governi futuri), la lotta rivoluzionaria è essenzialmente antilegale, poiché mai potrà riconoscere alcun governo ed alcun potere che non sia la Comunità umana realizzata. È chiaro perciò che nella nostra condotta non solo devono essere battute tutte le remore di tipo legalistico, ma del pari tutte le tentazioni di tipo politico-illegalistico o, nuova mostruosità, gli scimmiottamenti di tipo teppistico o criminale (sarebbe il colmo che all'idiozia del "servire il popolo" si sostituisse quella di servire la teppa!) Non si tratta perciò di organizzare noi stessi e gli altri in bande di guerriglieri armati che mimino scioccamente la realtà di quello scontro armato che dovrà prodursi quando le forze proletarie saranno soggettivamente organizzate ed organiche, così come non si tratta di trasformarci in bande di ladroni che si danno ad ogni tipo di teppismo per imitare acriticamente una realtà antilegale che duri lo spazio intero del tempo, lo stravolga e ne rifiuti le determinazioni castranti dei tempi misurabili quantitativamente. Si tratta di non essere mai gli specialisti di una forma di lotta antilegale, non tollerare MAI che esista una separazione tra un nostro tempo legale ed un tempo antilegale, poiché sarebbe riprodurre una delle divisioni fondamentali in cui il dominio del capitale ci costringe. Essere antilegali nelle ventiquattrore non è ancora essere antilegali in assoluto, poiché esserlo in assoluto significa distruggere determinatamente ogni forma di legalità esterna, tempo compreso. Questa è l'organizzazione antilegale che è necessario costruire e vivere. LA LOTTA RIVOLUZIONARIA È ESSENZIALMENTE ANTILEGALE POICHÉ NON POTRÀ MAI RICONOSCERE ALCUN GOVERNO ED ALCUN POTERE CHE NON SIA LA COMUNITÀ UMANA REALIZZATA

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Snapshot of a Nation

di materialiresistenti (29/04/2003 - 18:49)

by Naomi Klein. In 1812, bands of British weavers and knitters raided textile mills and smashed industrial machines with their hammers. According to the Luddites, the new mechanised looms had eliminated thousands of jobs and broken communities and deserved to be destroyed. The British government disagreed and called in a force of 14,000 soldiers to brutally repress the worker revolt and protect the machines.
Fast-forward two centuries to another textile factory, this one in Buenos Aires. At the Brukman factory, which has been producing men's suits for 50 years, it's the riot police who smash the sewing machines and the 58 workers who risk their lives to protect them. Last Monday, the Brukman factory was the site of the worst repression Buenos Aires has seen in almost a year. Police had evicted the workers in the middle of the night and turned the entire block into a military zone guarded by machine guns and attack dogs. Unable to get into the factory and complete an outstanding order for 3,000 pairs of dress trousers, the workers gathered a huge crowd of supporters and announced it was time to go back to work. At 5pm, 50 middle-aged seamstresses in no-nonsense haircuts, sensible shoes and blue work smocks walked up to the black police fence. Someone pushed, the fence fell and the Brukman women, unarmed and arm in arm, slowly walked through. They had only taken a few steps when the police began shooting: tear gas, water cannons, rubber bullets, then lead. The police even charged the Mothers of the Plaza de Mayo, in their white headscarves embroidered with the names of their "disappeared" children. Dozens of demonstrators were injured and police fired tear gas into a hospital where some had taken refuge. This is a snapshot of Argentina in the week of its presidential elections. Each of the five major candidates is promising to put this crisis-ravaged country back to work. Yet Brukman's workers are treated as if sewing a grey suit were a capital crime. Why this state Luddism, this rage at machines? Well, Brukman isn't just any factory, it's a fabrica ocupada , one of almost 200 factories across the country that have been taken over and run by their workers over the past year and a half. For many, the factories, employing more than 10,000 nationwide and producing everything from tractors to ice cream, are seen not just as an economic alternative, but as a political one as well. "They are afraid of us because we have shown that if we can manage a factory we can also manage a country," Celia Martinez, a Brukman worker, said on Monday night. "That's why this government decided to repress us." At first glance, Brukman looks like every other garment factory in the world. As in Mexico's hyper modern maquiladoras and Toronto's crumbling coat factories, Brukman is filled with women hunched over sewing machines, their eyes straining and fingers flying over fabric and thread. What makes Brukman different are the sounds. There is the familiar roar of machines and the hiss of steam, but there is also Bolivian folk music, coming from a small tape deck in the back of the room, and softly spoken voices, as older workers lean over younger ones, showing them new stitches. "They wouldn't let us do that before," Martinez says. "They wouldn't let us get up from our workspaces or listen to music. But why not listen to music, to lift the spirits a bit?" Here in Buenos Aires, every week brings news of a new occupation: a four-star hotel now run by its cleaning staff, a supermarket taken by its clerks, a regional airline about to be turned into a cooperative by the pilots and attendants. In small Trotskyist journals around the world, Argentina's occupied factories, where the workers have seized the means of production, are giddily hailed as the dawn of a socialist utopia. In large business magazines like the Economist, they are ominously described as a threat to the sacred principle of private property. The truth lies somewhere in between. I n Brukman, for instance, the means of production weren't seized, they were simply picked up after they had been abandoned by their legal owners. The factory had been in decline for several years, debts to utility companies were piling up, and, over a period of five months, the seamstresses had seen their salaries slashed from 100 pesos a week to a mere two pesos - not enough for the bus fare. O n December 18, the workers decided it was time to demand a travel allowance. The owners, pleading poverty, told the workers to wait at the factory while they looked for the money. "We waited for them until evening. We waited until night," Martinez says. "No one came." After getting the keys from the doorman, Martinez and the other workers slept at the factory. They have been running it every since. They have paid the outstanding bills, attracted new clients and, without profits and management salaries to worry about, managed to pay themselves steady salaries. All these decisions have been made democratically, by vote in open assemblies. "I don't know why the owners had such a hard time,"Martinez says. "I don't know much about accounting, but for me it's easy: addition and subtraction." Brukman has come to represent a new kind of labour movement here, one that is not based on the power to stop working (the traditional union tactic), but on the dogged determination to keep working no matter what. It's a demand that is not driven by dogmatism, but by realism: in a country where 58% of the population is living in poverty, workers know that they are a pay cheque away from having to beg and scavenge to survive. The spectre that is haunting Argentina's occupied factories is not communism, but indigence. But isn't it simple theft? After all, these workers didn't buy the machines, the owners did - if they want to sell them or move them to another country, surely that's their right. As the federal judge wrote in Brukman's eviction order: "Life and physical integrity have no supremacy over economic interests." Perhaps unintentionally, he has summed up the naked logic of deregulated globalisation: capital must be free to seek out the lowest wages and most generous incentives, regardless of the toll that process takes on people and communities. The workers in Argentina's occupied factories have a different vision. Their lawyers argue that the owners of these factories have already violated basic market principles by failing to pay their employees and their creditors, even while collecting huge subsidies from the state. Why can't the state now insist that the indebted companies' remaining assets continue to serve the public with steady jobs? Dozens of workers' cooperatives have already been awarded legal expropriation. Brukman is still fighting. Come to think of it, the Luddites made a similar argument in 1812. The new textile mills put profits for a few before an entire way of life. Those textile workers tried to fight that destructive logic by smashing the machines. The Brukman workers have a much better plan: they want to protect the machines and smash the logic.

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Néo-impérialisme

di materialiresistenti (29/04/2003 - 07:32)

par IGNACIO RAMONET. « C'est un grand jour pour l'Irak ! », a déclaré le général américain Jay Garner en débarquant dans Bagdad bombardée et pillée, comme si son auguste apparition signifiait la fin miraculeuse des mille et un fléaux qui accablent l'ancienne Mésopotamie.
Le plus stupéfiant n'est pas tant l'indécence du propos que la manière résignée, apathique, dont les grands médias ont couvert l'installation de celui qu'il faut bien appeler le « proconsul des Etats-Unis ». Comme s'il n'y avait plus de droit international. Comme si nous étions revenus à l'époque des mandats (1). Comme si c'était finalement normal que Washington désigne un officier supérieur (en retraite) des forces armées américaines pour gouverner un Etat souverain... Prise sans même consulter les membres fantômes de la « coalition », cette décision de nommer un officier supérieur pour gérer un pays vaincu rappelle fâcheusement d'anciennes pratiques du temps des empires coloniaux. Comment ne pas songer à Clive gouvernant l'Inde, à lord Kitchener commandant l'Afrique du Sud ou à Lyautey administrant le Maroc ? Et dire qu'on croyait ces abus condamnés à jamais par la morale politique et par l'histoire... Cela n'a rien à voir, nous dit-on, il faut plutôt comparer cette « transition en Irak » à l'expérience du général Douglas MacArthur au Japon après 1945. N'est-ce pas plus inquiétant ? N'avait-il pas fallu les destructions atomiques des villes d'Hiroshima et de Nagasaki, bref presque l'Apocalypse, pour que l'Amérique décide de nommer un général administrateur d'une puissance rivale vaincue ? A une époque où l'Organisation des nations unies (ONU) ne fonctionnait pas encore. Or l'ONU existe, du moins théoriquement (2). Et l'invasion de l'Irak par les forces américaines (avec leurs supplétifs britanniques) ne vient aucunement parachever une quelconque troisième ou quatrième guerre mondiale... A moins que le président George W. Bush et son entourage ne considèrent les attentats du 11 septembre 2001 comme l'équivalent d'un conflit mondial... Certes, le général Garner a laissé entendre que cette occupation ne serait pas éternelle : « Nous resterons le temps qu'il faudra, a-t-il affirmé, et nous partirons le plus rapidement possible (3). » Mais l'histoire nous enseigne que ce « temps qu'il faudra » peut durer. Ayant envahi les Philippines et Porto Rico en 1898, sous le prétexte altruiste de « libérer » ces territoires et leurs populations du joug colonial, les Etats-Unis en vinrent très vite à remplacer l'ancienne puissance dominante. Après avoir réprimé les résistants nationalistes, ils ne quittèrent les Philippines qu'en 1946, tout en continuant d'intervenir dans les affaires du nouvel Etat et en soutenant, à chaque élection présidentielle, le candidat de leur choix, dont le dictateur Ferdinand Marcos, qui resta au pouvoir de 1965 à 1986... Et ils continuent d'occuper Porto Rico... Même au Japon et en Allemagne, cinquante-huit ans après la fin de la guerre, la présence de l'armée américaine reste massive. En voyant débarquer à Bagdad ce général Garner et son équipe de 450 administrateurs, on ne pouvait s'empêcher de penser que les Etats-Unis, en cette phase néo-impériale, reprenaient à leur charge ce que Joseph Conrad a appelé « le fardeau de l'homme blanc ». Ou ce que les grandes puissances, dès 1918, qualifiaient de « mission sacrée de civilisation » en direction de peuples incapables « de se diriger eux-mêmes dans les conditions particulièrement difficiles du monde moderne (4) ». Le néo-impérialisme des Etats-Unis renouvelle la conception romaine d'une domination morale - fondée sur la conviction que le libre-échange, la mondialisation et la diffusion de la civilisation occidentale sont bonnes pour tout le monde -, mais aussi militaire et médiatique, exercée sur des peuples considérés plus ou moins comme inférieurs (5). Après le renversement de l'odieuse dictature, Washington a promis d'établir en Irak une démocratie exemplaire, dont le rayonnement entraînera, impulsé par le nouvel Empire, la chute de tous les régimes autocratiques de la région. Y compris, assure M. James Woolsey (6), ancien directeur de la CIA et proche du président Bush, ceux d'Arabie saoudite et d'Egypte... Une telle promesse est-elle crédible ? Evidemment non. M. Donald Rumsfeld, ministre de la défense, s'est d'ailleurs hâté de préciser que « Washington refusera de reconnaître un régime islamique en Irak même si c'était le désir de la majorité des Irakiens et s'il reflétait le résultat des urnes (7) ». C'est une vieille leçon de l'histoire : l'Empire impose sa loi au vaincu. Il en est cependant une autre : celui qui vit de l'Empire périra aussi par lui. -------------------------------------------------------------------------------- (1) Inventé à la fin de la guerre de 1914-1918, le régime du « mandat » remplaça celui de « protectorat », terme considéré par le président américain Woodrow Wilson comme trop colonialiste... (2) Même si certains des « faucons » les plus fanatiques de Washington, tel Richard Perle, en annoncent déjà la « chute ». Cf. Le Figaro, 11 avril 2003. (3) El País, Madrid, 22 avril 2003. (4) Cf. Yves Lacoste, Dictionnaire de géopolitique, Flammarion, Paris, 1993, p. 964. (5) A cet égard, l'attitude de la France et de l'Allemagne, opposées à la guerre contre l'Irak, a permis d'éviter que, au sein des opinions publiques arabes, ce conflit apparaisse comme l'expression d'un « choc de civilisations ». (6) The International Herald Tribune, Paris, 8 avril 2003. (7) El País, op. cit.

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