Grandezza e miseria della globalizzazione
di Antonio Lettieri. Saltano i miti liberisti e la teoria economica ne svela i fondamenti politici
Il nuovo secolo si è aperto con la rottura di alcuni miti che si erano potentemente imposti nell’ultimo decennio de XX secolo, dalla New economy alla Globalizzazione. La new economy era diventato un articolo di fede. L’economia non sarebbe più stata soggetta ai vecchi cicli, alle cadute improvvise della produzione, ai crolli dei mercati finanziari. Poi le cose sono andate diversamente, e si è tornati all’economia con i suoi alti e bassi, senza aggettivi e trionfalismi.
Qualcosa di analogo si è verificato per il mito della globalizzazione. La coincidenza di due eventi ha avuto un effetto dirompente. Da un lato, si riuniva a Porto Alegre, in Brasile il Forum sociale mondiale, erede del movimento di protesta di Seattle. Dall’altro, in contemporanea, si teneva la riunione del Forum economico globale che ogni anno, tradizionalmente sulle nevi svizzere di Davos, ma questa volta a New York vede il fior fiore del capitalismo mondiale celebrare i fasti della globalizzazione. Ma, proprio al Waldorf Astoria di New York, si sono levate insospettabili voci critiche che rompevano le tradizionali professioni di fede nella globalizzazione.
Dani Rodrik, economista di Harvard, ha messo in discussione il paradigma standard della globalizzazione neoliberista, teorizzato da Fondo monetario internazionale, secondo il quale la crescita di un paese dipende dall’apertura dei mercati e dalla riduzione del ruolo dello Stato. “Non vi è – ha affermato Rodrik - un semplice, un singolo modello di globalizzazione”, in pratica, quello teorizzato e imposto negli ultimi due decenni dalle istituzioni finanziarie internazionali. La Cina, l’India, Taiwan, la Corea, il Vietnam – che sono i paesi indicati dalla Banca mondiale come storie di successo della globalizzazione - si sono sviluppati – ha spiegato Rodrik - non aprendo indiscriminatamente i loro mercati alla concorrenza delle multinazionali, ma proteggendo le loro industrie nascenti.
E, se la povertà è stata ridotta in una parte del mondo sottosviluppato, ciò si è verificato, al contrario di quanto sostiene la Banca mondiale nel suo ultimo rapporto, in quei paesi che hanno saputo resistere all’ondata neoliberista, all’apertura incontrollata dei mercati interni, alla liberalizzazione dei mercati finanziari. Il contrario è avvenuto nei paesi che si sono esposti alle regole della globalizzazione. Basta guardare ai disastri dell’America latina, alla crisi del Sudest asiatico e della Russia di Eltsin, alla catastrofe sociale dell’Argentina, più che mai ligia, sotto la direzione di Menem e Cavallo, alle prescrizioni del Fondo monetario internazionale.
Se progressi vi sono stati questi si registrano, in quei paesi che hanno preso le distanze dall’ideologia e dai precetti della globalizzazione. Per Charles Sabel della Columbia University, la Cina e l’India costituiscono un ”esempio illuminante di un complesso intreccio fra apertura e protezione del mercato interno”. I governi finanziano la ricerca tecnologica e, attraverso di essa, favoriscono la crescita di imprese in grado di competere progressivamente sui mercati mondiali. E, sempre sullo stesso tema, Robert Wade della London School of Economics si stupisce della scarsa attenzione che “la letteratura sulla globalizzazione presta a queste esperienze”.
Si tratta di un’analisi che rompe lo schema astratto e ideologico della globalizzazione, come apertura incontrollata dei mercati e annichilimento del ruolo degli stati. L’esperienza dei paesi che hanno realizzato la maggiore crescita negli ultimi decenni, dalla Corea, alla Cina, all’India, alla Malesia sono quelli che hanno utilizzato l’apertura dei mercati, ma mantenendo salde le funzioni dello stato nel determinare la politica di crescita interna. Si potrebbe dire sinteticamente che hanno avuto successo i paesi che non si sono sottoposti alle regole delle istituzioni finanziarie internazionali.
In un recente libretto, Next, scrive Baricco, con la consueta verve, che è impossibile riuscire a dare una definizione della globalizzazione. Ha troppe facce per poterne cogliere e fissare una fisionomia compiuta. Che si tratti di un fenomeno complesso non c’è dubbio. Nessuno di noi, nel bene e nel male, potrebbe immaginare di viverne fuori. In questo Baricco ha ragione. Ma gli strumenti per interpretarne, da un lato, gli aspetti storici, dall’altro, le caratteristiche presenti non mancano. Due recenti articoli di Amartya Sen e di Joseph Stiglitz (American Prospect, supplemento, inverno 2002), pur diversi nella loro impostazione, ci consentono di mettere insieme i tasselli essenziali per dare al mosaico, apparentemente confuso della globalizzazione, una leggibilità sufficientemente chiara.
Il premio Nobel, Amartya Sen s’interroga sui significati storici e culturali della globalizzazione: “La globalizzazione non è nuova, non è necessariamente occidentale, non è una maledizione”. Oggi la globalizzazione è considerata il coronamento di della storia egemonica dell’Occidente. Ma non c’è, per Sen, un monopolio culturale nella storia della globalizzazione. La globalizzazione, come fenomeno culturale, appartiene alla storia del progresso umano. Nel corso della storia, la globalizzazione ha intrecciato culture provenienti dai diversi angoli del pianeta. A cavallo del primo millennio, fu la cultura araba a gettare le premesse del rinnovamento intellettuale che avrebbe fecondato, dopo secoli di stagnazione, la cultura prima rinascimentale, poi illuministica dell’Occidente. L’algebra nasce a Oriente. L’algoritmo, che è alla base della moderna scienza matematica, traduce il nome del matematico arabo Mohammad Ibn Musa-al-Khwarizmi. Si potrebbe affermare che siamo eredi di una storia mondiale della globalizzazione, e che essa è alla base del progresso della scienza, della cultura, della civiltà. “La tecnologia della stampa – scrive Sen - fu una conquista cinese. Ma il contenuto venne da altre culture. Il primo libro a stampa fu un trattato indiano in sanscrito, tradotto in cinese da un mezzo-turco”. Insomma, è un errore segnare la globalizzazione col marchio della superiorità storica della cultura occidentale.
Altra cosa è, secondo Amartya Sen - la questione della distribuzione dei guadagni e delle perdite, dal punto di vista economico. La critica alla globalizzazione connessa all’ingiustizia con la quale sono distribuiti i suoi risultati non significa il rifiuto dell’apertura e della cooperazione. “In effetti, molti di quelli che contestano la globalizzazione e che si battono per una diversa distribuzione a favore delle fasce più deboli “non sono, contrariamente alla loro stessa retorica e ai propositi che gli sono attribuiti dagli altri, realmente antiglobalizzazione”. E in effetti “non c’è contraddizione nel fatto che le proteste antiglobalizzazione siano diventate nel mondo di oggi eventi tra i più globalizzati”. Insomma, per Sen, “poiché la globalizzazione dei mercati è un approccio del tutto inadeguato a rendere più prospero il mondo, vi è la necessità di andare oltre le priorità stabilite dal capitalismo globale”.
L’articolazione di questo ragionamento è la dimostrazione del fatto che gli apologeti della globalizzazione pongono un’alternativa inconsistente: o la globalizzazione o una società chiusa e destinata a deperire nella ristrettezza dei propri confini. La questione riguarda il modo concreto di essere della globalizzazione oggi, i suoi processi, i suoi risultati.
E’ su questi punti che interviene Joseph E. Stiglitz sullo stesso supplemento di American Prospect – la rivista di orientamento democratico fondata da Robert Reich. Stiglitz non è solo un accademico insignito del premio Nobel per l’economia: è stato economista-capo della Banca mondiale e presidente del Consiglio degli esperti economici durante la presidenza Clinton. I tanti che parlano di globalizzazione con idee confuse o semplicemente corrivi al pensiero dominante dovrebbero misurarsi con la sua analisi. Vediamo.“La liberalizzazione del mercato dei capitali – scrive Stiglitz - è inevitabilmente accompagnata da una grande volatilità, e questa volatilità frena la crescita e aumenta la povertà”. Il Fondo monetario chiede prima la liberalizzazione dei mercati finanziari poi, per rassicurare gli investitori, impone con i programmi di “aggiustamento strutturale” la riduzione della spesa e il taglio delle reti di protezione sociale. Naturalmente, non mancano le critiche nei confronti di queste politiche, ma “nell’arena internazionale, le voci ascoltate sono solo quelle della comunità finanziaria”.
“La liberalizzazione dei mercati dei capitali non ha portato crescita. Com’è possibile –chiede Stiglitz - costruire fabbriche, creare lavoro con capitali che entrano ed escono da un paese da un giorno all’altro? (…)Non solo non ne risulta aumentata la crescita, ma è la povertà a diffondersi per molte vie. L’alta volatilità accresce la probabilità di recessione – e i poveri sono quelli che sempre ne sopportano il peso maggiore. (…)In nome della disciplina di bilancio e dell’esigenza di rassicurare gli investitori, il Fondo monetario chiede invariabilmente la riduzione della spesa che, quasi inevitabilmente, si traduce in tagli dei programmi di tutela sociale che sono già per loro natura inadeguati”. E tutto ciò non avviene per caso, o sotto la pressione di problemi contingenti. Nell’imposizione di questo tipo di scelte si riflette, per Stiglitz, la “mentalità coloniale” del Fondo monetario internazionale.
Arriviamo così a un punto decisivo dell’analisi e dell’interpretazione politica della globalizzazione. Il punto non è il giudizio su una generale e storica tendenza alla globalizzazione, ma sulla sua natura concreta, la sua direzione, le leve di comando. La domanda è: chi determina, chi controlla il modello di globalizzazione a cavallo fra il XX e il XXI secolo?
La risposta più evidente – ma anche troppo spesso negata o edulcorata anche nelle analisi della sinistra - è che la globalizzazione è oggi nelle mani del capitalismo occidentale e, in primo luogo, del capitalismo americano. Affermare questo significa che c'é un comando, in un certo senso un governo. Ma la tesi dominante è che la globalizzazione manca di un governo. Ma che cosa si intende per governo? Se s’intende un governo eletto da un parlamento a sua volta eletto dal popolo, è evidente che non c’è un governo mondiale. E’ questo che si vuole dire, quando una parte della sinistra afferma che non c’è un governo? Se si trattasse di questo, sarebbe solo una banalità, adatta più a confondere che a chiarire le idee.
Se, invece, s’intende affermare, quando si parla di mancanza di governo, che la globalizzazione si muove in un campo privo di regole, privo di istituzioni, allora si tratta di un’affermazione superficiale e sostanzialmente sbagliata. Se per governo intendiamo un insieme organico e coerente di linee-guida, di obiettivi, di capacità di imporre regole e accompagnarle con un apparato di sanzioni, allora questo governo esiste. In effetti, la globalizzazione è una delle cose più governate nel mondo di oggi. Il governo è nelle mani delle istituzioni internazionali. E queste sono nelle mani della comunità finanziaria internazionale. Stiglitz contribuisce a chiarire questo punto con una distinzione che è insieme terminologica e concettuale. “Nell’attuale processo di globalizzazione, scrive, siamo di fronte a un sistema che chiamo di governance globale senza un governo globale”.
La sinistra ha, nel corso degli anni novanta, confuso le diverse dimensioni della globalizzazione. Da un lato, la dimensione sulla quale si sofferma Sen, come momento d’intreccio culturale, di apertura delle civiltà, d’interscambio culturale, economico, tecnologico; dall’altro, la dimensione specifica che la globalizzazione ha nell’attuale fase storica. Questa confusione, frutto di un errore di analisi o di una visione politica opportunistica (o di entrambe), ha causato alla sinistra molti danni. Il primo è la sua separazione dal pensiero critico democratico e progressista. Il secondo è nell’incapacità di cogliere gli elementi di novità e di intelligenza politica emergenti nei movimenti a torto definiti antiglobal. Ma più grave di tutti è probabilmente il danno che n’è derivato per la costruzione dell’Unione europea. L’Europa era considerata in Africa, in Asia, in America latina, il modello regionale di un diverso tipo di integrazione, nella quale la dimensione economica dei mercati e della moneta s’intrecciava con una dimensione democratica e sociale, lontana dai precetti neoliberisti e dal dominio tecnocratico della “globalizzazione americana”. (Si veda l’articolo di Jeff Faux sulla possibile articolazione regionale della globalizzazione). Ma la sinistra europea ha finora dissipato questa occasione nella persistente ambivalenza fra modello sociale europeo e tendenze neoliberiste.
Eppure una critica lucida e al tempo stesso una proposta alternativa alla globalizzazione di inizio secolo non può che ripartire da un progetto europeo, da un modello di integrazione democratica, socialmente avanzata, aperta alla cooperazione con le regioni del mondo interessate alla cooperazione economica, all’interscambio culturale, a un mondo senza frontiere per l’informazione e la comunicazione, ma giustamente ostili alla globalizzazione come espressione di un potere unilaterale di comando e di sopraffazione.
Dopo Seattle, Genova, Porto Alegre, siamo di fronte ai primi vagiti di quella che Edgar Morin definisce “l’embrione di una società civile globale”. Certo, si tratta ancora di una realtà allo stato nascente. La novità è tuttavia importante. Essa non si muove più al margine di un processo considerato irresistibile, di teorie e istituzioni inattaccabili e incontaminabili, superbamente sicure di sé. Come abbiamo visto, non solo a Porto Alegre, nel forum dei contestatori, ma nella capitale stessa del capitalismo globale la teoria economica sottopone a un’analisi concreta il processo di globalizzazione, e ne svela la debolezza e gli artifici. Per la sinistra politica, per le forze democratiche, il campo dell’analisi critica è aperto. Il discorso con i movimenti critici della globalizzazione – erroneamente definiti “no-global” – non deve essere una concessione tattica, ma una ragione di arricchimento critico e insieme propositivo della sinistra nel suo insieme. Si può (probabilmente, si deve) ripartire dalla globalizzazione, per tornare con accresciuta consapevolezza ai problemi di una rinnovata strategia per l’Italia e per l’Europa.
"I stand for peace and justice"
appello. I stand for democracy and autonomy. I don't think the U.S. or any other
country should ignore the popular will and violate and weaken
international law, seeking to bully and bribe votes in the Security
Council.
I stand for internationalism. I oppose any nation spreading an ever
expanding network of military bases around the world and producing an
arsenal unparalleled in the world.
I stand for equity. I don't think the U.S. or any other country should
seek empire. I don't think the U.S. ought to control Middle Eastern oil
on behalf of U.S. corporations and as a wedge to gain political control
over other countries.
I stand for freedom. I oppose brutal regimes in Iraq and elsewhere but I
also oppose the new doctrine of "preventive war," which guarantees
permanent and very dangerous conflict, and is the reason why the U.S. is
now regarded as the major threat to peace in much of the world. I stand
for a democratic foreign policy that supports popular opposition to
imperialism, dictatorship, and political fundamentalism in all its
forms.
I stand for solidarity. I stand for and with all the poor and the
excluded. Despite massive disinformation millions oppose unjust,
illegal, immoral war, and I want to add my voice to theirs. I stand with
moral leaders all over the world, with world labor, and with the huge
majority of the populations of countries throughout the world.
I stand for diversity. I stand for an end to racism directed against
immigrants and people of color. I stand for an end to repression at home
and abroad.
I stand for peace. I stand against this war and against the conditions,
mentalities, and institutions that breed and nurture war and injustice.
I stand for sustainability. I stand against the destruction of forests,
soil, water, environmental resources, and biodiversity on which all life
depends.
I stand for justice. I stand against economic, political, and cultural
institutions that promote a rat race mentality, huge economic and power
inequalities, corporate domination even unto sweatshop and slave labor,
racism, and gender and sexual hierarchies.
I stand for policies which redirect the money used for war and military
spending to provide healthcare, education, housing, and jobs.
I stand for a world whose political, economic, and social institutions
foster solidarity, promote equity, maximize participation, celebrate
diversity, and encourage full democracy.
I stand for peace and justice and, more, I pledge to work for peace and
justice."
----
And here are the initial signers who are, as well, collectively
responsible for the future direction of the project: Ezequiel Adamovsky,
Argentina, Vittorio Agnoletto, Italy, Christophe Aguiton, Italy, Michael
Albert, USA, Tariq Ali, England, Bridget Anderson, England, Katherine
Anger, England, Jessica Azulay, USA, David Bacon, USA, David Barsamian,
USA, Phyllis Bennis, USA, Elena Blanco, Venezuela, Nadine Bloch, USA,
Bill Blum, USA, Peter Bohmer, USA, Patrick Bond, South Africa, Jeremy
Brecher, USA, Michael Bronski, USA, Dennis Brutis, South Africa, Paul
Buhle, USA, Nicola Bullard, Thailand, Scott Burchill, Australia, Leslie
Cagan, USA, Alex Callinicos, England, Daniel Chavez, Netherlands, Noam
Chomsky, USA, Tim Costello, USA, David Cromwell, England, Will Doherty,
USA, Brian Dominick, USA, David Edwards, England, Barbara Epstein, USA,
Bill Fletcher, USA, Eduardo Galeano, Uruguay, Susan George, France, Ted
Glick, USA, Gie Goris, Belgium, Andrej Grubacic, Serbia, Marta
Harnecker, Chile, Betsy Hartman, USA, Tom Hayden, USA, Evan
Henshaw-Plath, USA, Doug Henwood, USA, John Hepburn, Australia, Edward
Herman, USA, Pervez Hoodbhoy, Pakistan, Sut Jhally, USA, Robert Jensen,
USA, Boris Kagarlitsky, Russia, Jerry Kloby, USA, Sonali Kolhatkar, USA,
Saul Landau, USA, Joanne Landy, USA, Rahul Mahajan, USA, Dawn Martinez,
USA, Elizabeth, Martinez, USA, Antonio Martins, Brazil, Rania Masri,
USA, Bob McChesney, USA, George Monbiot, England, Hector Mondragon,
Colombia, Suren Moodliar, South Africa, Jonathan Neale, England, Adele
Oliveri, Italy, Pablo Ortellado, Brazil, Cynthia Peters, USA, Justin
Podur, Canada, Vijay Prashad, USA, Prabir Purkayastha, India, Milan Rai,
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Tanya Reinhart, Israel, Carola Reintjes, Spain, Arundhati Roy, India,
Marta Russell, USA, Manuel Rozental, Colombia, Lydia Sargent, USA,
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Tracy, USA, America Vera-Zavala, Sweden, Hilary Wainwright, England,
Peter Waterman, Holland, Robert Weissman, USA, Tom Wetzel, USA, Tim
Wise, USA, Howard Zinn, USA,
Resistere agli USA
di Harold Pinter. Alla vigilia del conflitto in Iraq, Harold Pinter (qui il suo sito ufficale), uno dei più prestigiosi autori inglesi del nostro tempo, ha tenuto un discorso alla House of Commons Speech.
Più trascorrono le ore, più questo appello alla resistenza diventa potente e irrinunciabile. Harold Pinter è nato nel 1930. Ha rivoluzionato il teatro contemporaneo borghese con un'attività drammaturgica che lo ha spinto, a più riprese, nel novero dei candidabili al Nobel. I suoi lavori, da The Room ('57) al celeberrimo The Caretaker ('60), da Monologue ('73) a No Man's Land ('75), insieme alle sceneggiature cinematografiche (L'ultimo tycoon di Elia Kazan e La donna del tenente francese di Karel Reisz, tra gli altri) ne fanno una delle voci più insigni della cultura anglosassone oggi. Pinter si spende con forte impegno civile, che data dal colpo di Stato con cui Pinochet e la Cia presero il controllo del Cile, assassinando il legittimo presidente Salvador Allende.
Appello contro la guerra
di Harold Pinter
Una delle immagini più nauseanti del 2002 è quella del Primo Ministro Tony Blair che si inginocchia in chiesa, il giorno di Natale, pregando per la pace sulla terra e per il bene dell'umanità. Nello stesso preciso momento Blair si preparava a partecipare e contribuire al massacro di migliaia di innocenti in Iraq.
Per parte mia, sono stato interpellato sulla protesta contro l'ambasciata americana in Inghilterra - laddove si definiva l'Amministrazione Bush "un animale selvaggio assetato di sangue". Il mio laconico contributo è stato: date un occhio alla faccia di Donald Rumsfeld e il caso è chiuso.
Sono dell'opinione che un atto bellico del genere non sia semplicemnte tacciabile di criminalità, perversione e barbarie - ravvedo in esso anche una forma di gioia nella distruzione. Il Potere, come spesso è stato sottolineato, è un grande afrodisiaco così come, almeno dalle apparenze, anche la morte altrui.
Gli americani si garantiscono il cosiddetto appoggio della 'comunità internazionale' attraverso varie modalità di fuoco protetto, esploso a mo' di intimidazione: condizionamento, corruttela, ricatto, mistificazione. La cosiddetta 'comunità internazionale' si è trasformata via via in un'entità degradata, totalmente dedita a legittimare e appoggiare un'istituzione militarizzata completamente fuori controllo. Quanto all'Inghilterra, ciò che appare più deprecabile di ogni altra cosa è il fatto che essa pretenda di stare a fianco alla pari il suo grande alleato americano - quando invece viene trattata alla stregua di un cane indocilito a forza di percosse, esattamente come gli altri Paesi. Siamo umiliati, disonorati e messi in gravissimo pericolo dal comportamento servile senza riserve che il nostro governo ha adottato nei confronti degli Stati Uniti.
Questa guerra che hanno pianificato può ottenere soltanto esiti come: il collasso di quanto rimane in piedi del sistema di infrastrutture in Iraq, la morte di massa, mutilazione e malattia, un milione circa di potenziali profughi, un'incontrollabile escalation di violenza in tutto il mondo. E tuttavia continuano a mascherarla come 'crociata morale', 'guerra giusta', un conflitto scatenato dalle 'democrazie in nome della libertà', al fine di portare 'democrazia' in Iraq.
Il puzzo di ipocrisia è soffocante.
Questa mascherata è un bel raccontino che dovrebbe coprire l'invasione di uno Stato sovrano, l'occupazione militare dello stesso e il controllo dei giacimenti petroliferi.
Noi abbiamo un compito irrinunciabile e chiaro: resistere a tutto questo.
La fine del "pensiero unico"
di Sbancor. Dalla crisi del neo-liberismo ai nuovi scenari geo-politici
Chi comanda alla Casa Bianca: Bush o Sharon ?
di Mesbahuddin Faruq. Le cause della prima e della seconda guerra del golfo; Bush Senior e Junior: il prezzo del petrolio e lo sharonismo; la guerra perpetua; gli ex-amici iracheni; la cospirazione; l'ONU interpretato come pare a Sharon.
George Bush Senior leggittimò la guerra contro l’Iraq nel 1991 sulla base dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam, cioè sulla base di una violazione della carta dell’ONU. La guerra non era giustificata né dal pericolo terrorismo né dal pericolo al-Qaeda.
L’Iraq aveva quasi il 33% della riserva petrolifera del Medio Oriente ed aveva bisogno di ricavare denaro dal petrolio per pagare i debiti della guerra appena conclusa contro l’Iran. Di conseguenza il petrolio iracheno veniva immesso sul mercato in quantità tale da abbassarne il prezzo.
Questa diminuizione del prezzo del petrolio, buono per l’economia e per i consumatori, era vista da George Bush e i suoi amici petrolieri Texani come una malefica malattia verso i loro interessi.
Per impedire una progressiva caduta del prezzo del petrolio e allo stesso tempo paralizzare ogni iniziativa militare dell’Iraq contro Israele, non restava a George Bush altra scelta che la guerra. E questo nonostante che egli abbia più o meno copertamente armato Saddam, fedele amico degli Americani durante la guerra contro l’Iran. Questa relazione simbiotica cessò dopo la conclusione della guerra Iraq-Iran. Allora gli Stati Uniti non avevano più necessità dell’Iraq ma solo del suo petrolio. Ancora oggi è possibile rivedere le immagini delle calorose strette di mano tra Donald Rumsfield, immagini che risalgono ai tempi in cui l’Iraq era considerato tra i paesi "migliori amici" degli Stati Uniti. D’altra parte che cosa c’era di più rassicurante per gli Sati Uniti che qualcun altro combattesse contro l’Iran?
Ma subito dopo la fine del conflitto Iraq-Iran, l’amministrazione americana voltò faccia e dipinse Saddam come una deplorevole canaglia, un assassino, un macellaio e un nemico degli USA.
George Bush aveva bisogno di un pretesto per iniziare una guerra in tempo di pace e convincere la comunità internazionale. Entro poco tempo, l’amministrazione di Bush offrì a Saddam un’esca che difficilmente egli avrebbe potuto ignorare e non mordere. Sotto il pretesto di ringraziare un amico che aveva contribuito a rendere marginale la potenza militare iraniana, George Bush inviò un messaggio a Saddam tramite April Glaspie, l’ambasciatore USA a Baghdad. Il messaggio assicurava Saddam che gli Stati Uniti non avevano ragioni per opporsi ad una eventuale conquista dei campi petroliferi del Kuwait da parte dell’Iraq. Tale intervento sarebbe stato incoraggiato dall’industria bellica americana in quanto Saddam Hussein avrebbe potuto far fronte agli impegni economici assunti con l’acquisto di armi, munizioni, armi chimiche e gas nervino importati dagli Stati Uniti durante il conflitto con l’Iran. Ironicamente, l’Antrace che tanto ha impaurito gli Americani era un prodotto Americano usato contro l’Iran. Saddam abboccò all’esca, prendendo la proposta Americana come un gesto di amicizia e inviò alcuni carriarmati per annettere una coppia di campi petroliferi del Kuwait. Ma non appena completata l’operazione, George Bush dichiarò in una conferenza stampa che Saddam aveva violato la Carta delle Nazioni Unite.
Si adoperò a persuadere tutte le nazioni ad agire contro Saddam e programmò con loro la distribuzione dei costi di una eventuale guerra. Mentre fu facile convincere altre nazioni a stare al fianco degli Sati uniti, l’opinione pubblica americana non era convinta della necessità dell’intervento, anche perché erano ancora ben aperte le ferite arrecate dal conflitto contro il Vietnam.
Qui nuovamente si rese necessario macchinare una qualche storia che convincesse l’opinione pubblica. E Bush commissionò ad una impresa di pubbliche relazioni, Hill & Knowlton, di mettere insieme una storia convincente da proporre come documentario televisivo inedito per stupire milioni di telespettatori. Per altro questa impresa, filo-israeliana, aveva la reputazione di trasformare in modo eccelente storie inventate in storie di vita reale. Ovviamente dette vita ad una storia come se fosse un reale documentario. La figlia dell’Ambasciatore del Kuwait fece la parte di una infermiera e narrò una storia orribile, dove i soldati iracheni venivano dipinti come mostri brutali che toglievano i bambini dalle incubatrici e sbattevano le loro teste sul pavimento. La storia dell’incubatrice apparve così convincente che nel giro di una notte George Bush guadagnò milioni di consensi in America e all’estero. Fu questa storia, condita da bugie e inganni, che aiutò l’esercito americano ad iniziare l’operazione "Desert Storm" e ottenere una decisiva vittoria con l’aiuto di Gran Bretagna, Francia e la maggior parte delle nazioni Arabe.
I principi etici della guerra, formulati dalla Convenzione di Ginevra, furono completamente ignorati dall’Esercito Americano: nessuno ha mai obiettato nulla alle azioni militari americane condotte contro un esercito in ritirata e al relativo massacro di più di 200.000 soldati iracheni.
Alla fine, gli obiettivi di Bush furono raggiunti. La produzione di petrolio da parte dell’Iraq si fermò completamente facendo guadagnare enormi profitti dalla salita del prezzo del petrolio.
Una azione punitiva delle Nazioni Unite iniziata dagli USA mise il popolo iracheno in condizioni di scarsità di cibo e medicine.
Nonostante la sconfitta di Saddam, George Bush Senior lo lasciò al potere perché suo figlio potesse combattere una nuova guerra alla prima occasione con lo scopo di occupare completamente l’Iraq per la gioia di Israele.
Anche oggi il Presidente Americano e i media stanno di nuovo ingannando il popolo americano. Le differenze stanno che adesso il Presidente Americano non è Bush Senior ma quello Junior, che la guerra viene fatta con o senza l’approvazione dell’ONU e che il 90% della popolazione mondiale è contro questa guerra. Bush (e nessun altro Presidente degli Sati Uniti) è stato ridotto ad essere un tale burattino nelle mani di un partito della guerra, influenzato da Israele, e insediato nei ruoli chiave della sua amministrazione.
Una personalità importante del Partito Democratico ha recentemente scritto "Ho messo in guardia che la tolleranza verso gli agenti di Sharon all’interno dell’amministrazione di Bush, è un grave impedimento per il Presidente a prendere urgentemente adeguate azioni, insieme con i nostri allleati europei e russi, per fermare Sharon nel suo tentativo di provocare questa guerra perpetua…Ho fatto i nomi degli Sharonisti dentro il Pentagono e dentro il Dipartimento di Stato - Paul Wolfowitz, Richard Perle, Doug Feith, David Wurmser - alcuni di loro prepararono la dottrina di politica estera della guerra perpetua per l’allora Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu nel Luglio 1996..". Oltre agli sharonisti nel Governo Bush, esistono altri all’interno del Comitato per la Difesa, diretto da Richard Perle, che consiste di 31 membri tra cui l’ex Segretario di Stato, Henry Kissinger. Un articolo del Time (26 Agosto 2002) sottolineava il contributo patriottico di questi consiglieri, che offrivano i loro servigi gratuitamente godendo solo di "accessi liberi".
I principali protagonisti sono: Richard Parle, Elliot Cohen, Henry Kissinger, Kennneth Adelman, Barry Blechman, Mark Kisneros, Jack Sheehan, Gerald Hillman, James Schlenger, Mal Sonnenfeld, Chuck Horner, Kiron Skinner, Ron Fogelman, Newt Gingrich, Harold Brown ed altri.
Per un analista politico è facile trovare somiglianze tra l’America di Bush e la Germania di Hitler. Come con Hitler, l’amministrazione di Bush non smette mai di avvertire dei pericoli di un nemico che perpetuamente sta sul collo della popolazione. E Bush, nonostante sia il più potente governatore nel mondo, continua a legiferare allo scopo di espandere il proprio potere e la propria autorità e tutto questo per far fronte alla crisi. Queste sue straordinarie misure prese con il pretesto di salvaguardare la democrazia in realtà hanno ottenuto lo scopo di eliminare molti dei dettami democratici che una volta avevano elevato il suo paese ai livelli più alti delle democrazie nel mondo.
L’immagine dell’America di oggi non è nient’altro che quella di un potere dittatoriale nascosto dietro la falsa immagine di una democrazia. Le sole differenze sono che le torture dei prigionieri di guerra avvengono a Guantanamo Bay e non sul suolo americano, la stampa è ancora libera di porre domande al presidente e che il presidente è ancora soggetto all’impeachment.
Richard Parle ha recentemente affermato che non vi sarebbe nessuna violazione della carta delle Nazioni Unite qualora gli Stati Uniti invadessero da soli l’Iraq senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza.
Sosteneva anche che l’invasione dell’Iraq era dettata solamente da scopi di auto-difesa.
Elliot Cohen, un altro Sharonista, affermava in un dibattito che il non fare nulla contro l’Iraq è un crimine più grande che fare qualcosa.
Tutte le espressioni retoriche degli sharonisti, che circondano la Presidenza USA, ci portano a pensare che vi sia un reale potere dietro la Presidenza USA. E’ Bush o Sharon? Presumibilmente, in questi giorni, ogni parola viene dettata a Bush da Israele. Molti telespettatori ricordano ancora che la prima persona a tirar fuori l’Iraq dietro gli attentati dell’11 Settembre fu Ariel Sharon ed esattamente quando inviò il proprio messaggio di condoglianze. Sebbene il governo americano non riuscisse a dimostrare il coinvolgimento dell’Iraq e che 15 dei 19 attentatori fossero Sauditi, Ariel sharon ha continuato a martellare l’amministrazione Bush sulla responsabilità dell’Iraq.
E questo scenario ci porta a domandarci se l’attacco terroristico dell’11/9 sia stato il "colpo di un genio", stretto amico degli Stati Uniti, o se esso fu realmente uno sporco lavoro di al-Qaeda.
Potrebbe essere che l’attacco dell’11/9 sia stato un calcolato progetto, teso a far credere ai cittadini americani di non avere altra scelta che cancellare l’Iraq dalle cartine mondiali e di rendere Israele il proprietario permanente dell’intera regione?
Il comportamento ostinato di Bush nel voler attaccare l’Iraq, anche senza il consenso dell’ONU, rende oggi ancora più credibile la "teoria della cospirazione".
D’altra parte, l’Iraq poteva essere un pericolo, anche se minimo, per Israele, ma sicuramente non era di alcun pericolo per gli Stati uniti.
Mesbah Uddin Faruq può essere raggiunto per commenti al seguente indirizzo: mesbah_uddin@hotmail.com





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