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Le ipocrisie del filantrocapitalismo

by materialiresistenti (01/09/2010 - 20:20)

Gates, Buffet, Skoll, Bloomberg, Rockfeller, Turner lanciano l'iniziativa Giving Pledge: puó "l'impegno a donare" dei miliardari filantropi aiutare il mondo?

Quaranta tra i miliardari più ricchi degli Stati uniti d'America si sono recentemente impegnati a donare la maggior parte del loro patrimonio per scopi filantropici. Mossi dall'ambizione di ispirare altri 'paperoni' in tutto il mondo e stimolare una vera e propria ondata di solidarietà, hanno costituito il cosiddetto Giving Pledge (L'impegno a donare), un'iniziativa filantropica che esemplifica la visione a lungo termine di questa nuova generazione di super-ricchi. Lanciato da Bill Gates e Warren Buffett, il gruppo del Giving Pledge include - tra gli altri – il fondatore di eBay Jeff Skoll, il sindaco di New York Michael Bloomberg, la famiglia Rockfeller, e il magnate dei media Ted Turner. La notizia, lanciata all'inizio di agosto, ha fatto il giro del mondo, suscitando un ampio dibattito anche in Europa, dove le iniziative filantropiche di questa portata sono senza precedenti. A tutti gli effetti, il Giving Pledge è il progetto filantropico più mastodontico mai realizzata nella storia, con un capitale complessivo che supera di gran lunga i volumi finanziari di uno stato di medie dimensioni. Inoltre, il Giving Pledge è stato lanciato nel mezzo della più grave crisi economica dai tempi della Grande Depressione e quindi si carica di un forte messaggio simbolico: il grande capitale può contribuire a rendere il mondo un posto migliore per tutti.



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Toni Negri

by materialiresistenti (30/07/2010 - 19:44)





             RASSEGNA STAMPA
 
Antonio Negri
Dentro/contro il diritto sovrano
Dallo Stato dei partiti ai movimenti della governance
 
pp. 240
€ 20,00
isbn 978-88-95366-69-2

il libro
"Il governo sovrano sul terreno nazionale non funziona più da decenni: per ristabilire un'effettività si affida allora a procedure di governance. Ma anche questo è insufficiente - lo stesso governo locale esige ormai qualcosa che vada al di là di uno Stato territoriale, qualcosa che sostituisca l'esclusività sovrana che lo Stato-nazione possedeva altrimenti. E quindi le forme di sovranità e di normatività che si producono non rispondono più a criteri di esclusività e di gerarchia; piuttosto troviamo delle procedure di governance che si determinano di volta in volta. Con capacità di innovazione costituente? Può essere immaginata la governance come capacità di creare potenze costituenti? È questa la questione su cui ragionare. Di contro, l'istituzionalismo pensato dentro la sovranità non ha più senso; come del resto non hanno più senso tutte le alternative normativiste e gerarchico-piramidali, tanto nella produzione del diritto, quanto nell'organizzazione dei poteri e nella difesa delle istituzioni. Ciò detto, siamo tuttavia consapevoli che la governance diffusa rappresenta un orizzonte tanto più oscuro quanto meno la sovranità è capace di agire; ed essa è assai frammentata: permetterà questo di trovarsi di fronte (quando ci si apra ad ipotesi innovative del diritto) ad una maggiore capacità di rivendicare autonomia, giustizia, libertà, o ad una più limitata espressione di queste? Pur mantenendo un approccio prudente nell'indagare questi meccanismi, si deve studiare la governance come pratica di trasformazione, tra comando tecnocratico, parziale inclusione nei procedimenti giuridici e spazi che si possono attraversare efficacemente da parte dell'autonomia sociale. La governance è divenuta probabilmente il terreno sul quale dobbiamo confrontarci e lottare". Tuttavia, "i movimenti reali possono imporre nuovi paradigmi e ampie trasformazioni giuridiche solo se esprimono una grande e originale potenza autonoma di trasformazione sul piano sociale, dentro le maglie del lavoro sfruttato - piuttosto che dentro la gabbia delle norme giuridiche" (Antonio Negri nella conversazione con il curatore).

l'autore
Antonio Negri, già docente di Dottrina dello stato all'Università di Padova, ha insegnato in diverse Università europee. La sua ricca produzione teorica ha avuto riconoscimenti in vari ambiti internazionali. Tra i suoi lavori più recenti: Goodye Mr Socialis (Feltrinelli, 2007), Fabbrica di porcellana (Feltrinelli, 2008) e, in collaborazione con Michael Hardt, Impero (Rizzoli, 2004), Moltitudine (Rizzoli, 2004) e Commenwealth (Belknap Press, 2009). Per i nostri tipi, la nuova edizione di Dall'operaio massa all'operaio sociale e Il lavoro nella costituzione.


Giovedì 16 settembre 2010, ore 16,30

Sede CRS, Via Palermo 12, Roma  

 Presentazione del volume:

 Antonio Negri

Dentro/contro il diritto sovrano.

Dallo Stato dei partiti ai movimenti della governance.

A cura di Giuseppe Allegri

(Ombre Corte 2010)

 

 Interverranno tra gli altri:

Giso Amendola, Sandro Mezzadra, Antonio Negri, Mario Tronti

 

 

 Ombre Corte                               Centro per la Riforma dello Stato

 

http://www.globalproject.info/it/produzioni/Dallo-Stato-dei-partiti-ai-movimenti-della-governance/5412
http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=251&tipo=novita
http://www.dts.uniroma1.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1077&Itemid=45

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Genova, 2001, Maggiani

by materialiresistenti (20/07/2010 - 15:48)

 
 
 
Zona Rossa Mercoledì
Tratto da “Secolo XIX”, 18. luglio 2001
Sono arrivato ieri notte, con l’ultimo treno. Non l’ultimo della giornata, l’ultimo della settimana. Ho cercato finché ho potuto di essere ragionevole, equilibrato, adulto, ma alla fine ho ceduto e ho asceso il primo gradino della paranoia: l’ultimo treno, come a Yuma, come a Stalingrado, come a Varsavia: sto entrando in una città che sta per essere chiusa. Mi sono specchiato nello sguardo della gente che è scesa con me: circospetto, impacciato.
Ho fatto il mio ingresso al varco di Piazza Matteotti; ho consegnato lasciapassare e documenti al posto di blocco illuminato in un certo qual modo inquietante: luci forti e concentrate, ombre lunghe e dure attorno alla porticina nella barriera. Carabinieri in tenuta da campagna, stanchi, nervosi, mentre rasente la bandiera della torre del Ducale un elicottero militare indugia a esplorare con la sua fotocellula non so quale budello di vicolo. Tutto questo l’ho già visto in qualche film, ma io non sono un film, non sto recitando, nemmeno i carabinieri sono attori. Tutto questo è realtà, compreso il sospiro di sollievo che esalo quando mi vengono restituiti i documenti. Di che cosa devo aver timore, io, cittadino incensurato, contribuente fedele? Di nulla, proprio di nulla. Allora perché mi sento sollevato se i tutori dell’ordine mi lasciano andare a casa a dormire?

qui il seguito

qui le cronache degli altri giorni

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Das Cyberkapitalismus

by materialiresistenti (15/07/2010 - 20:22)

Alla scoperta del moro


di Enzo Modugno (ilManifesto del 15 luglio 2010)

La crisi economica ha riportato al centro della scena Karl Marx. Tanto che in alcuni recenti volumi la sua analisi è usata per capire il perché la privatizzazione del sapere e il cambiamento delle università in agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza siano una necessità del capitalismo mondiale.

Uno stile di discussione «a un tempo spietato e di reciproca stima» caratterizza dal 1991 gli incontri annuali degli economisti e dei filosofi dell'International Symposium on Marxian Theory. Una decina dei loro interventi sono ora pubblicati dalla Città del Sole (Marx in questione, a cura di Riccardo Bellofiore e Roberto Fineschi). Sono molti gli aspetti del capitalismo che l'opera di Marx, un secolo e mezzo dopo, riesce ad interpretare con insuperato rigore: perfino la grande stampa, a proposito della crisi, ha dovuto riconoscerlo. E questo volume ne è un'ulteriore conferma. La logica capitalistica della «produzione snella» per esempio, era già analizzata nel secondo volume del Capitale, come ha mostrato nel suo intervento Tony Smith. E l'inseparabilità della teoria marxiana del valore dal suo versante monetario, esposta da Riccardo Bellofiore, può interpretare i più intimi meccanismi dell'attuale modo di produzione. Questo volume insomma mostra quanto la teoria marxiana sia rilevante anche per l'analisi delle più recenti trasformazioni del modo di produrre.

Il feticismo della scienza
Nel libro infatti si affronta anche la questione dei «lavoratori della conoscenza», decisiva per la comprensione di queste trasformazioni. Tony Smith ne espone due versioni. Da un lato l'interpretazione mainstream: molti teorici dell'impresa e molti scienziati sociali - si cita Womack e Tapscott-Caston - sostengono che il potenziamento delle capacità (empowerment) della forza-lavoro e la creazione di «lavoratori della conoscenza» pluriqualificati, trascendano le caratteristiche alienanti delle precedenti attività lavorative. Dall'altro lato invece lo stesso Tony Smith sostiene che anche i «lavoratori della conoscenza» possano essere considerati nei termini del primo volume del Capitale: ritiene cioè che la coercizione strutturale, lo sfruttamento e la sussunzione reale del lavoro sotto la forza aliena del capitale continuino a caratterizzare le relazioni tra capitale e lavoro. Qui di seguito si vorrebbe sostenere e argomentare questo secondo punto di vista, anche a proposito di due interventi di Franco Berardi Bifo e di Marcello Cini e Sergio Bellucci apparsi di recente su questo giornale (il manifesto 27 marzo e 18 aprile).

Per fondare materialisticamente un'analisi della produzione oggi è essenziale la critica del pensiero reificato e matematizzato condotta dalla filosofia del Novecento. La prima critica dell'economia della conoscenza infatti può essere considerata quella di György Lukács che nel 1923, in Storia e coscienza di classe, scrive che «la scienza è un istituto del mondo borghese»: sostiene cioè che la reificazione prodotta dalla scienza coincide con la reificazione prodotta dal capitalismo. In quest'opera, per la prima volta, sono legate insieme due linee di pensiero assai diverse: da un lato la critica dell'intelletto e della scienza, fino ad allora considerata soltanto irrazionalismo spiritualistico; dall'altro l'analisi della reificazione o feticismo condotta da Marx nel Capitale, fino ad allora totalmente ignorata anche dagli interpreti marxisti. Dunque questo libro che avrebbe poi dato l'avvio al «marxismo occidentale» e influenzato lo stesso Martin Heidegger, utilizza per la prima volta l'opera di Marx per l'analisi delle trasformazioni produttive che si stavano preparando. Anche secondo Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, che scrivono nel 1942 prima del primo calcolatore, il pensiero matematizzato si reifica in un processo automatico che si svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce per farsi finalmente sostituire. Questo pensiero, che si è ora definitivamente cristallizzato in un apparato materiale, ha quindi una lunga storia. Le tecnologie realizzate nella Silicon Valley infatti non vanno considerate come un inizio, à la Manuel Castells, ma come l'ultimo atto, l'entelechia della razionalità occidentale: la cui critica era dunque ben altro che una «reazione idealistica», come affermarono i custodi del sapere scientifico. Perché è diventato oggi praticamente vero che il pensiero messo a punto dalla critica kantiana come dispositivo contro il dogmatismo, invece di elevare alla maggiorità i suoi addetti (come aveva annunciato e come i kantiani del «popolo della rete» ancora si aspettano), si è reificato, matematizzato, «motorizzato» e con l'«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» li ha condannati alla minorità, li ha costretti al dogmatismo. Perché il lavoratore mentale trova ora un sapere già formato, il suo contenuto è sottratto alla sua esperienza, non può più indagare il modo in cui si forma.

Gli algoritmi del dogmatismo
Il procedimento matematico, che trasforma la cosa in pensiero e il pensiero in cosa, gli si contrappone ormai irrimediabilmente come utensile universale per la fabbricazione di conoscenze, come condizione oggettiva materiale della produzione, come una macchina capitalistica che ha reso obsoleto e inaffidabile il cervello umano. La sua esperienza non può più in nessun modo né guidare né controllare questi algoritmi che trascendono il suo mondo sensibile, che vengono «non si sa da dove, e sul credito di principi di cui non conosce l'origine»: per questo il pensiero reificato condanna il lavoro mentale alla minorità, al dogmatismo che non è più come prima solo un'affezione dello spirito ma è diventato una condizione materiale alla quale non è possibile sottrarsi. (A questo proposito si veda l'intervento di Tonino Perna sulla «dittatura dell'ignoranza», Carta del 4 giugno).

Questa condizione materiale è stata variamente interpretata. C'è una definizione lapidaria del processo storico che ha portato alle trasformazioni del modo di produrre: secondo Heidegger «l'uomo che pensa ha perso il centro». In realtà ha perso valore d'uso, e quindi valore di scambio, perché il passaggio dal non sapere al sapere non è più un problema critico. Con l'«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» infatti il sapere è diventato un algoritmo, si è reificato, si è autonomizzato, si è separato dall'«uomo che pensa», gli si è contrapposto come «ratio estraniata», come mezzo di produzione e prodotto di un nuovo capitale che lo ha ridotto a lavoro mentale salariato (sarà questo l'argomento di Das Cyberkapital, una raccolta di saggi in preparazione).

Un cybercapitale dunque che ha fatto delle conoscenze i nuovi valori d'uso, depositari come prima dei valori di scambio, che ne ha fatto la merce più diffusa - dalle informazioni minute alla ratio calcolante - il settore con più investimenti (dal 1992 negli Usa). Un cybercapitale che è passato dalla «macchina per filare senza dita» alla macchina per pensare senza cervello, che dunque possiede la macchina dalla quale ha preso l'avvio la produzione capitalistica di conoscenze, che sono diventate la nuova ricchezza sociale, la nuova comunità che i knowledge workers cercano di far propria e dalla quale invece «vengono ingoiati». Per questo, come sostiene Tony Smith, i «lavoratori della conoscenza» possono essere considerati nei termini del primo volume del Capitale.

Il calcolo cibernetico
Chi vede solo le cose prodotte non si accorge che questo capitale, a parte qualche supercreativo addestrato dalle corporation per produrre «nuove» conoscenze, ha invece prodotto la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche che «ri-producono» infinite volte conoscenze di cui non sanno e non debbono sapere nulla, ne rovinerebbero l'operatività, sarebbero un «fattore di disturbo nel calcolo cibernetico». Per loro è più che sufficiente un diploma al quale il sistema d'istruzione si è già da tempo adeguato con la riduzione di ogni ordine e grado a un'enorme scuola di avviamento al lavoro.
La privatizzazione del sapere non è stato l'esito di un errore dei ministri ma un tentativo di razionalizzazione capitalistica. È infatti antieconomico produrre nelle università statali «nuove» conoscenze che le corporation vendono sul mercato mondiale. Un cybercapitale dunque che oggettiva nelle macchine ogni competenza dei lavoratori mentali, che ne assorbe ogni virtuosità con un processo ininterrotto e con una rapidità senza precedenti, riducendoli alla precarietà, alla delocalizzazione, alla concorrenza mondiale tra lavoratori.

Non sono però di questo avviso da un lato quei marxisti «ortodossi» che considerano la produzione di conoscenze un'attività parassitaria dei paesi imperialisti; d'altro lato quegli autori nei quali sembra riaffiorare l'interpretazione mainstream riferita da Tony Smith, perché pensano che i knowledge workers posseggano qualità e competenze non oggettivabili nelle macchine e non misurabili col tempo di lavoro. Come ad esempio (ma si invoca «reciproca stima») negli interventi di Berardi Bifo e di Cini-Bellucci, ma anche nelle tesi dei teorici della moltitudine e in quanti nel «popolo della rete» considerano il cervello umano, cioè la facoltà di pensare e di parlare, come la vera macchina che produce conoscenze, segni. Questo significa che considerano «l'organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» come uno strumento a disposizione di intellettuali ancora autonomi proprietari del proprio lavoro, cioè come un mezzo di libera condivisione di informazioni, come uno spazio di cooperazione produttiva extraeconomica, insomma come possibilità di liberazione. Dunque non come una macchina che dequalifica i suoi addetti, ma come uno strumento che ne richiede la virtuosità. Quindi ritengono che il capitale, rimasto senza macchine, perciò senza più alcuna funzione nella produzione, senza più legge del valore per regolare il mercato del lavoro, sia ridotto a puro dominio, un parassita che sopravvive con la sopraffazione e la violenza.

La proprietà dell'intelletto
La situazione però potrebbe essere anche peggiore se «l'organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» non fosse lo strumento di liberazione da contrapporre al capitale dimezzato descritto da Bifo e Cini, ma al contrario fosse, come qui si sostiene, un mezzo di produzione irrecuperabile, saldamente in mano a una nuova forma di capitale. Ha scritto Dan Schiller - Capitalismo digitale (Egea), How to Think About Information (University of Illinois Press) -, documentando la lunga alleanza tra governi e corporation, che Internet è stato fin dall'inizio il mezzo principale a disposizione del capitalismo per far penetrare dappertutto la legge del mercato. I mezzi di comunicazione, scriveva Marx nel 1848, se facilitano l'unione dei lavoratori, sono però creati dai capitalisti per i loro scopi, riducono le differenze del lavoro e deprimono il salario quasi ovunque a uno stesso basso livello.

Questo sapere estraneo, altro, reificato, è diventato proprietà altrui, la proprietà del capitalista, il suo mezzo di produzione. Non sarà facile espropriarlo: messo a punto per estorcere plusvalore, questo sapere non è più riappropriabile con la riforma Gentile, come invece ancora vorrebbe qualche marxista «ortodosso», e nemmeno con Internet, come ha sperato il «popolo della rete» (sulla «retorica» del Web 2.0, «un impasto di determinismo tecnologico e libertarismo velleitario», il rinvio è a Cybersoviet di Carlo Formenti, Raffaello Cortina Editore, e al testo di Jaron Lanier You are not a gadget, Random House).

Questo sapere insomma è «un istituto del mondo borghese» e riprodurrebbe, come è già successo, «coazione e gerarchia». Proprio questo però potrebbe essere un indizio per il superamento dell'attuale forma dei rapporti di produzione, un'indicazione per il «che fare».

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Marc Augé

by materialiresistenti (12/07/2010 - 19:48)



I nuovi confini dei nonluoghi
Data di pubblicazione: 12.07.2010

Autore:

Cos’hanno in comune il razzismo nei quartieri, dei campi rom, l'enfasi di Maroni su Malpensa baluardo dell’Occidente? Lo spiega benissimo l’antropologo francese sul Corriere della Sera, 12 luglio 2010 (f.b.)

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti.

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