Balibar
Democratizzare la democrazia
di Etienne Balibar
In questa fine anno - che è contemporaneamente già la fine del primo decennio del 21esimo secolo - l'attualità e la memoria si incrociano attorno ad alcune immagini, rivelatrici del modo in cui sta evolvendo la «questione europea». L'effetto è piuttosto discordante, sia che venga considerato dal punto di vista delle evoluzioni istituzionali o che venga misurato in base alle speranze di cui la costituzione europea era portatrice.
Torniamo al 1989. Per la metà dell'Europa fu una vera rivoluzione: apertura delle frontiere, rovesciamento di una macchina di potere, trasformazione dei rapporto sociali, mutazione dei discorsi, sovente su iniziativa dei cittadini stessi. La definizione di Lenin, «quelli in alto non potevano più governare, quelli in basso non volevano più essere governati» come prima, si applica perfettamente. Ma questa rivoluzione non è stata percepita allo stesso modo all'interno o dall'esterno. E ciò che ne è seguito non ha permesso di togliere le ambiguità.
Una parte essenziale di queste anamorfosi procede dall'effetto congiunto delle ideologie della guerra fredda e della mondializzazione economica.
La lezione che possiamo trarne è soprattutto la seguente: mentre gli «europei» hanno tendenza a vedere la loro storia come endogena, un'opera teatrale dove sarebbero i soli «attori» (cosa che significa, tra l'altro, che la rappresentano come la conferma di una identità, il compimento di un'avventura collettiva e la riparazione di ferite inflitte mutualmente), in realtà questa storia è ampiamente scritta altrove. Non si svolge «in Europa», ma in una provincia del mondo, dall'autonomia sempre più relativa. Questo è vero sia dal punto di vista dei rapporti di forza sociali che da quello delle risorse o delle influenze culturali.
Tra le conseguenze di questa evoluzione verso un neoliberismo in parte inconfessato, due sono considerevoli, anche se non bisogna confonderne la logica. La loro sovrapposizione, però, contribuisce oggi a fare della xenofobia un fattore determinante della politica in Europa.
Il secondo fenomeno è del tutto diverso: tratta della confisca della politica da parte dei governi, in particolare quelli degli stati-nazione (relativamente) più potenti, come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania. Un paradosso, certo, nel momento in cui si applaude al rafforzamento dei poteri di Strasburgo e dove molte norme, da cui dipendono l'ambiente, le attività professionali, i programmi di formazione, i ricorsi giuridici dei cittadini europei, vengono elaborati su base quasi-federale.
Siamo di fronte a un rischio significativo, in realtà, nel momento in cui l'entrata dei cicli economici in una fase di incertezza senza fine prevedibile, richiama urgentemente, in materia di controllo delle operazioni finanziarie e di rilancio degli investimenti, delle iniziative continentali, inapplicabili senza il sostegno popolare e senza legittimità transnazionale. Questa confisca si spiega con il fatto che la classe politica ed amministrativa che occupa i luoghi di potere postula sempre «l'ignoranza del popolo» e non ha altro orizzonte al di fuori della propria riproduzione. Si tratta, anche, di una sorta di rapina: quella operata dai governi che hanno messo a profitto l'allargamento, sviando il senso delle resistenze all'internazionalizzazione liberista.
L'effetto congiunto della disperazione delle classi popolari (prolungato dall'inquietudine delle classi medie, mentre trionfa l'insolenza dei nuovi ricchi) e della strategia auto-immunitaria dei governanti, è che non c'è più nessun potere «costituente», nemmeno un vero e proprio potere «legislativo» in Europa. Statalismo senza stato, avevo proposto tempo fa. In questo contesto, il discorso nazionalista invade tutto, come dimostra la strumentalizzazione in Francia del «dibattito» sull'identità nazionale. L'altro per essenza, non «europeo» o non «cristiano» (figura fantasmatica, incarnata però in individui reali, bersagli designati della violenza) è l'ossessione più visibile. Non bisogna però sbagliarsi, la xenofobia punta allo straniero in generale. Mira la differenza. Sotto molti aspetti, il razzismo anti-immigrati o anti-musulmano non è altro che l'estensione di una diffidenza fondamentale che non si dichiara tale, verso il vicino, verso il deviante - sempre che si possano tracciare qui delle linee di demarcazione nette.
Questo significa che stiamo vivendo la fine del progetto di superamento dei nazionalismi? In ogni caso, è la fine della sua utopia. Ma, si dirà, senza utopia, l'Europa di disgrega. A meno che dei cittadini, riuniti in un partito o in una rete attraverso le frontiere, si impegnino in una lunga marcia per la ricostruzione delle prospettive - una sorte di utopia senza utopismo, privata di ogni illusione se non addirittura di qualsiasi obiettivo. A parte «l'ipotesi comunista», che risolve tutto in un colpo, le formulazioni a cui pensiamo oscillano evidentemente tra l'inaccessibile e quello che va da sé, che è considerato il bene: lottare contro il monopolio dei politici e degli esperti; rendere alla rappresentazione del popolo la capacità di controllare i governi e di costruire le alleanze a tutti i livelli dell'istituzione politica; inventare dei modi di produzione, dei sistemi di previdenza sociale e di occupazione fondati sulla circolazione degli individui e sulla priorità accordata ai beni comuni; fare indietreggiare la xenofobia, cominciando da una campagna internazionale per i diritti civici e il riconoscimento delle minoranze; immaginare una scuola pubblica che restauri l'eguaglianza delle possibilità, generalizzi la traduzione degli idiomi e la mobilità di tutti gli studenti... In altri termini, democratizzare la democrazia e prevenire, nella misura del possibile, le strategie di innovazione del capitalismo, che vengono elaborate dietro le nostre spalle.
il manifesto
ALTREMENTI FESTIVAL

ALTREMENTI FESTIVAL
"Altrementi" è il nuovo festival, unico nel suo genere a San Marino, che annualmente affronterà un tema di interesse sociale con alcuni tra i più prestigiosi nomi della cultura italiana ed internazionale.
La formula è quella della "lezione magistrale" del relatore, a cui seguirà il dibattito con le domande dal pubblico.
Il tema scelto per questo primo anno è "Crisi. Verso un nuovo modello sociale?"
Con ciò non si intende la crisi contingente, quella finanziaria che ha colpito il mondo occidentale nel 2008, da cui ancora le economie occidentali sono assillate, ma il concetto più ampio di crisi, che ingloba in sé la stessa crisi finanziaria non come un evento a sé stante ed "imprevedibile", frutto dell'assenza di scrupoli di qualche finanziere come i media hanno tentato di far credere, ma come un evento prevedibile (e previsto) che si inserisce all'interno di un più radicale decadimento dei "valori" occidentali.
La crisi economica quindi, certo, ma anche la crisi democratica, quella rappresentativa, culturale, sociale, occupazionale e più in generale di ogni concetto di verità che avesse pretesa di universalità.
All'interno di questa cornice ampia, ogni relatore sviscererà un aspetto della crisi, delineando anche, nel suo campo di indagine, quali siano le strade e gli strumenti per uscirne.
Il Festival si terrà a San Marino, nella Sala del Castello di Domagnano, in Piazza F.da Sterpeto, 3 (vedi cartina) , da venerdì 22 a domenica 24 gennaio 2010
programma
Andrea Fumagalli
INTERVISTA ad Andrea Fumagalli
di Cosma Orsi
Una vita activa fondata sul debito
Il modello dominante di attività economica, basato sulla finanza e sulla conoscenza, ha la sua genesi nella deregulation dei mercati e i suoi necessari corollari sono la privatizzazione dei servizi sociali e una flessibilità produttiva e del lavoro La compressione dei salari aggrava la crisi. Servono interventi mirati a garantire continuità di reddito, l'accesso alla formazione e all'apprendimento.
La genesi della crisi attuale sta nella deregulation dei mercati finanziari degli anni Ottanta, che ha segnato il tramonto di un regime di accumulazione fondato sulla grande impresa, su un mercato del lavoro incentranto su un comprosmesso sociale tra lavoro e capitale. Da allora, il confine tra sfera produttiva e sfera finanziaria si è progressivamente dissolto e il capitale finanziario e la conoscenza sono divenute gli assi su cui far ruotare la produzione della ricchezza e, cosa più importante, a una precariazzazione dei rapporti di lavoro e una privatizzazione dei servizi sociali. La tesi presentata in questa intervista da Andrea Fumagalli, che si aggiunge a quelle già pubblicate nella serie «il capitalismo invecchia?», cerca di individuare anche delle forme di resistenza al capitalismo cognitivo.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
La crisi economica attuale è una crisi sistemica e una crisi globale. È la crisi dell'intero sistema capitalistico così come si è andato configurando dagli anni Novanta del secolo scorso. Ha quindi senso un confronto con la crisi del '29.
La maggiore analogia sta nel fatto che l'attuale crisi può essere definita, a differenza di quella degli anni Settanta, come «crisi di crescita». Essa trova i suoi prodromi agli inizi quando iniziano a configurarsi le caratteristiche del capitalismo cognitivo-finanziario e ha termine la fase di fuoriuscita dalla crisi del paradigma fordista-taylorista. La maggiore differenza sta nel fatto che il meccanismo di accumulazione e valorizzazione oggi dominante è strutturalmente diverso da quello industriale-fordista, fondato su una struttura sociale disciplinare, un modello omogeneo di organizzazione del lavoro (grande impresa, sfruttamento di economie statiche di scala, operaio-massa), sulla preminenza della produzione materiale manifatturiera e un meccanismo di sfruttamento centrato sull'estrazione di plusvalore relativo (sussunzione reale). Oggi, il sistema capitalistico si fonda su una flessibilità produttiva e del lavoro, sul ruolo centrale della conoscenza e dello spazio come fattori produttivi grazie alla diffusione delle tecnologie linguistico-comunicative, lo sfruttamento di economie dinamiche e sociali di scala (apprendimento e rete), l'allargamento della base produttiva anche alla riproduzione e al consumo, il peso crescente della produzione immateriale, la sussunzione totale della vita al capitale (accumulazione bioeconomica). Si tratta di cambiamenti che richiedono interventi di risoluzione alla crisi decisamente diversi da quelli sperimentati con il new-deal roosveltiano dopo il '29.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Molto, al punto che Roger Bootle, managing director di Capital Economics, uno dei più importanti centri di consulenza macroeconomica della City londinese, ha dichiarato che gran parte della moderna teoria economica «è un disastro e una disgrazia» (The Observer, 18 ottobre).
La scienza economica ha sempre rappresentato un «sapere» fondamentale per la gestione della governance politica e sociale. Essa è spesso stata presentata come «oggettiva» e «neutrale» e, a tale fine, la logica formale non si è limitata solo ad essere uno strumento di analisi ma è diventata anche «sostanza» con elementi autoreferenziali, con l'effetto di rendere i modelli teorici funzionali sì alla struttura di potere ma totalmente incapaci di leggere la dinamica del reale. Per quanto riguarda nello specifico i mercati finanziari, va registrata la crisi di gran parte delle teorie sviluppate negli ultimi quaranta anni e che sono alla base dell'operare di tali organismi; tali teorie hanno peraltro fruttato negli ultimi decenni tanti premi Nobel per l'economia a diversi tra i loro inventori. Nel 1997, il premio Nobel dell'Economia fu assegnato a R. Merton e a M. Scholes per lo sviluppo di «un nuovo metodo per la valutazione dei derivati» (modello di Black, Sholes, Merton). Nel 2003 il premio Nobel per l'economia è stato invece assegnato a R. Engle, e a C. Granger, per lo sviluppo di «metodi di analisi delle serie storiche economiche con volatilità variabile nel tempo», applicati poi ai mercati finanziari.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
La libera circolazione dei capitali è l'esito della deregulation dei mercati finanziari e non a caso si sviluppa appieno negli anni Ottanta, quando comincia la transizione al capitalismo cognitivo. I mercati finanziari ne sono oggi il cuore pulsante.
Provvedono infatti, al finanziamento dell'attività di accumulazione, soprattutto nel caso delle produzioni cognitive immateriali (conoscenza e spazio). In secondo luogo, in presenza di plusvalenze, svolgono il ruolo di moltiplicatore dell'economia e redistribuzione, seppur distorta, del reddito. In terzo luogo sostituiscono lo stato come assicuratore sociale (canalizzazione forzata di parti crescente dei redditi da lavoro: tfr, previdenza, istruzione, salute).
Da questo punto di vista, i mercati finanziari rappresentano la privatizzazione della riproduzione della vita. Sono quindi biopotere. Infine sono il luogo dove si cerca di misurare, capitalisticamente, il valore della cooperazione sociale (di apprendimento e di rete) che sta oggi alla base dell'accumulazione. Sulla base di queste considerazioni, occorre prendere atto che non vi è più separazione netta tra sfera produttiva e sfera finanziaria. La transizione al capitalismo bioeconomico cognitivo è stata la reazione politica (sia conservatrice che di centro-sinistra), per uscire dalla crisi del capitalismo industriale-fordista degli anni '70. È quindi chiaro che finché la politica oggi si limita a essere lo strumento di governance (meglio: il tentativo di governance) del capitalismo contemporaneo, parlare di regolazione dei mercati finanziari è del tutto fuori luogo e ipocrita. In tale contesto, parlare di democrazia è puro ideologismo. La democrazia (intesa, qui, come la supremazia della res pubblica/commonia sulla res oeconomica) è morta negli anni Settanta.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington - Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
La crisi attuale rimette in discussione l'egemonia finanziaria degli Stati Uniti. La fuoriuscita da questa crisi segnerà necessariamente uno spostamento del baricentro finanziario verso oriente e in parte verso il Sud (America). Già a livello commerciale, i processi di internazionalizzazione hanno sempre più evidenziato uno spostamento del centro produttivo verso oriente e verso il Sud del mondo.
In questa prospettiva, l'attuale crisi finanziaria mette fine a una sorta di anomalia che aveva caratterizzato la prima fase di diffusione del capitalismo cognitivo: lo spostamento della centralità tecnologica e del lavoro cognitivo verso India e Cina in presenza del mantenimento dell'egemonia finanziaria in Occidente. Il primato tecnologico e quello finanziario tendono a ricongiungersi anche a livello geo-economico. In tale contesto, cresce anche l'instabilità internazionale, dal momento che non sembra ravvisabile al momento una stabile gerarchia valutaria internazionale (un impero senza egemonia). In questa situazione di «contesa» l'Europa potrebbe giocare un ruolo fondamentale, ma è nelle condizioni di non poterlo fare, perché sconta il fatto di aver puntato esclusivamente sull'unione monetaria (primato della ragione economica sulla ragione sociale), senza preoccuparsi di creare le premesse per una politica europea fiscale con un budget autonomo dall'influenza degli stati-nazione membri. Non ci sono così gli strumenti per un intervento socio-economico coordinato in grado di poter attutire i contraccolpi della crisi economica. È un ulteriore sintomo del fallimento della costruzione economica dell'Europa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
L'utilizzo della spesa pubblica ha la finalità di ristabilire la capacità di governance dei mercati finanziari. L'attuale crisi finanziaria mostra che non è possibile una governance istituzionale dei processi di accumulazione e distribuzione fondati sulla finanza. I tentativi di governance (ex-post) che sono stati varati nei mesi scorsi non sono in grado di incidere più tanto sulla crisi in atto. E non può essere diversamente, se si considera che la Bri (Banca dei Regolamenti Internazionali) stima il valore dei derivati in circolazione in circa 556 trilioni di dollari (pari a 11 volte il Pil mondiale). Nel corso dell'ultimo anno, tale valore si è ridotto di oltre il 40%, distruggendo liquidità per oltre 200 trilioni di dollari. Ciò ha significato distruzione reale di liquidità per circa 18 trilioni di dollari (dati Bri). Ora, gli interventi monetari di iniezione di nuova liquidità finora realizzati in tutto il mondo non superano i 9 trilioni di dollari: una cifra insufficiente per compensare le perdite. È tale differenza che spiega come mai, nonostante i tanti timori, non vi sia stato finora nessun effetto inflazionistico. La creazione di nuova moneta è finora inferiore a quella distrutta dalla crisi.
Tuttavia, a partire da giugno 2009, il calo del Pil tende ad arrestarsi. La compressione dei salari e dei redditi ha l'effetto di peggiorare la situazione di crisi. Bisognerebbe invece rivitalizzare la cooperazione sociale alla base dell'accumulazione odierna con interventi mirati a garantire continuità di reddito, accesso ai beni comuni relazionali, di formazione, di apprendimento (commonfare). Ma tali misure (che si traducono in una regolazione salariale basata sulla proposta di basic income e in una capacità produttiva fondata sulla libera e produttiva circolazione dei saperi) minano alla base la stessa natura del sistema capitalista, ovvero la ricattabilità del reddito dal lavoro e la violazione del principio di proprietà privata dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza). In altre parole, un compromesso sociale (new deal) adeguato alle caratteristiche del nuovo processo di accumulazione è solo un'illusione teorica, ed è impraticabile da un punto di vista politico. Siamo dunque in un contesto storico in cui la dinamica sociale non consente spazio allo sviluppo di pratiche e soprattutto «teorie» riformiste. Ne consegue che, poiché è la praxis a guidare la teoria, solo il conflitto e la capacità di creare movimenti «dal basso» possono consentire - come sempre - il progresso sociale dell'umanità.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare è inversamente proporzionale alla loro capacità di mobilitazione e conflitto, oggi e nell'immediato futuro.
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L'epoca della flessibilità
Scritto da Enzo Rullani
Tratto da Diogene N° 14 intervista di Cesare Del Frate

Il termine new economy oggi non va più di moda, dopo i fasti degli anni Novanta. Ma di quella stagione, passata la bolla speculativa che l’ha “bruciata”, rimangono due cose. La prima è la fabbrica flessibile, primo nucleo di intelligenza artificiale insediato nei processi produttivi, che può fornire una produzione “a lotto uno” (pezzi singoli), o in piccole serie, senza eccessiva crescita dei costi. La seconda è la rete globale e al tempo stesso capillare di Internet, che fornisce una formidabile base tecnologica per la divisione del lavoro cognitivo a scala molto estesa, tale da esaltare le chances del networking intellettuale e di business.
il resto dell'intervista











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