lo spettro del capitale


Durante gli ultimi vent’anni il capitalismo ha conosciuto un cambiamento epocale: da un’economia prevalentemente materiale, veicolata dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla produzione di merci fisiche, si è passati a un’economia dell’immateriale e alla produzione di un bene intangibile e non “mercificabile”: la conoscenza. In questo passaggio si sta verificando però un pericoloso attrito: il capitalismo tende infatti ad assorbire nelle proprie logiche di privatizzazione e mercificazione il processo produttivo della conoscenza, che per sua stessa natura è un bene comune e collettivo, soffocandone così lo sviluppo. Sergio Bellucci e Marcello Cini studiano questo fenomeno da molto tempo; ne Lo spettro del capitale la loro analisi si concretizza in una denuncia e allo stesso tempo in una proposta. La denuncia è rivolta alla politica, soprattutto alla sinistra, incapace oggi di cogliere i segni di quanto sta avvenendo, e per questo di interpretare e farsi carico dei bisogni dei lavoratori. La proposta è quella di promuovere a sistema una nuova logica produttiva, che oggi sta già emergendo autonomamente dal corpo sociale, basata sugli stessi principi su cui si fonda la diffusione della conoscenza: condivisione, cooperazione e democraticità.
Una sinistra senza Rete
di Benedetto Vecchi
«Lo spettro del capitale», un saggio di Marcello Cini e Sergio Bellucci
sull'economia della conoscenza
olitica: perché il movimento operaio è
incapace di proporre una visione alternativa a quella dominante? È
attorno a questa domanda che il saggio di Marcello Cini e Sergio
Bellucci Lo spettro del capitale (Codice edizione) si sviluppa,
evidenziando come, anche chi esercita il potere, non dorme sonni molto
tranquilli. Lo testimonia la crisi economica, che da un biennio sta
ridisegnando i rapporti sociali e le relazioni tra Stati a livello
mondiale in una direzione che, più che costituire una soluzione,
rappresenta un problema aggiuntivo rispetto la possibilità di uscire
dalla crisi, perché le dinamiche e i conflitti sociali e geopolitici del
capitalismo contemporaneo non contemplano un esito riformista, come è
stato il New Deal e il welfare state dopo la crisi del '29 e la seconda
guerra mondiale. Dunque, un saggio ambizioso che concede ben poco allo
stile espositivo e molto, invece, alla radicalità dei problemi che la
sinistra, meglio quello che ne rimane, si trova di fronte.
La tesi dei due autori è presto riassunta. Negli ultimi lustri, il
capitalismo ha conosciuto un mutamento radicale che ha portato al centro
della scena la conoscenza, divenuta fonte primaria nei processi
lavorativi nonché settore trainante della produzione della ricchezza.
Una conoscenza intesa nella sua forma generica, ma tuttavia pervasiva
dell'attività economica. Non solo dunque il sapere tecnico-scientifico,
ma anche l'informazione, l'intrattenimento, l'immaginario collettivo
sono diventati il cuore del capitalismo. Questo non significa ovviamente
che le merci «tangibili» perdano importanza, ma ciò che produce «valore
aggiunto» nella loro vendita è il brand che le accompagna. Un marchio
che significa non solo griffe di successo, ma anche simulacro di uno
stile di vita appettibile. Vendere un'automobile o un paio di sneakers
significa dunque proporre una weltanshauung, nella cui elaborazione è
delegata una forza-lavoro altrettanto significativa di quella che
contribuisce alla produzione «fisica» dell'automobile o delle scarpe da
ginnastica. Altro elemento importante di questa «economia della
conoscenza» è la spasmodica ricerca di innovare tanto i prodotti che i
processi lavorativi.
Cini e Bellucci sono consapevoli dei limiti delle teorie dominanti sulla
«economia della conoscenza» nello spiegare la grande trasformazione che
è alle nostre spalle. Ed è per questo che invitano a fare i conti con
l'analisi marxiana del capitalismo per capire cosa occorra salvare
dell'opera di Karl Marx e cosa invece consegnare alla storia. In un
breve capitolo, ricordano tanto la teoria del valore che le pagine dei
Grundrisse dedicate all'intelletto generale, ma lo fanno per
sottolineare il fatto che non siamo all'anno zero della teoria critica,
ma neppure siamo giunti al termine del necessario lavoro analitico da
compiere.
Dunque la loro è un'analisi critica dellla realtà che si sofferma, ad
esempio, sui processi di appropriazione privata della conoscenza.
Significativa è così la messa a tema della proprietà intellettuale come
terreno di conflitto tra chi ritiene che la conoscenza è un bene comune
e chi la vuole recintare e sfruttarla per fare profitti. È noto che, nel
passato, il possesso di un terreno, di un computer, di un'automobile, un
capo di abbigliamento era esclusivo, ma con la conoscenza questo non
accade: conoscere una formula matematica, leggere un libro, un giornale
non impedisce che altri possano conoscere quella stessa equazione, che
l'informazione possa essere acquisita da molte persone. L'accesso alla
conoscenza e all'informazione non impedisce che altri possano usare
quella stessa conoscenza. Al medesimo tempo, ognuno può arricchirla in
una dimensione accumulativa che non prevede appunto una proprietà
esclusiva. Con le leggi e le norme sulla proprietà intellettuale la
conoscenza viene però ricondotta a un regime di scarsità. Le leggi sui
brevetti, sul copyright, sui marchi altro non sono che gli strumenti per
quel movimento di privatizzazione della conoscenza che gli autori
giustamente paragonano alle enclosures delle terre comuni agli inizi
della rivoluzione industriale.
È però sul crinale delle enclosures della conoscenza che assumono
centralità politica i comportamenti, le esperienze della produzione open
o free dei programmi informatici o dei movimenti sociali contro l'uso di
sementi geneticamente modificati o sottoposti al regime dei brevetti.
Esperienze di cooperazione sociale basate sul riconoscimento della
conoscenza come bene comune non privatizzabile. Ed è proprio facendo
riferimento alla reciprocità, alla condivisione, all'eguaglianza insita
nella cooperazione sociale che, nella parte conclusiva del volume, è
abbozzata la proposta di un «welfare delle relazioni» che preveda, anche
il diritto alla formazione permanente, alla mobilità, a un ambiente non
inquinato e degradato.
Un saggio dunque che prende le distanze da quanto la sinistra politica,
tanto quella cosiddetta di governo che quella «radicale», va declamando
sulla realtà contemporanea. Ed è quindi un libro che ha l'indubbio
merito di presentare una prospettiva «altra» da ciò che un'asfittica
discussione nelle segreterie di partito e del sindacato ci offre da
oltre un decennio sul capitalismo contemporaneo. E altrettanto positiva
è la proposta sul «welfare delle relazioni» avanzata dai due autori,
perché suona come un antidoto alle tesi di chi invoca una riforma dello
stato come riduzione dei diritti sociali di cittadinanza in nome dei
giovani precari. Per Cini e Bellucci, il welfare delle relazioni
aggiunge diritti senza toglierne a nessuno.
Ci sarebbe da discutere se l'«economia della conoscenza» coincida con
l'emergere di un settore e il declino di altri; o se piuttosto la
centralità della conoscenza abbia cambiato il capitalismo en general e,
dunque, anche i processi lavorativi preposti alla produzione delle merci
«tangibili». Oppure, se la produzione artificiale della scarsità della
conoscenza non renda il conflitto sui beni comuni un aspetto dirimente
del conflitto di classe nel capitalismo contemporaneo. Temi e argomenti
da mettere nell'agenda politica. Operazione che trova sicuramente il
consenso dei due autori.
il manifesto
Arrighi
I tortuosi sentieri del capitale / Giovanni Arrighi intervistato da David Harvey
Giovanni Arrighi, dall’inizio degli anni Sessanta fino al giorno della sua scomparsa, il 18 giugno scorso, è stato qualcuno che ha creduto, con tenacia illuministica, nella possibilità di penetrare nel fatum capitalistico. Per questo suo sforzo è considerato, a livello mondiale, uno dei massimi studiosi del capitalismo in un’ottica storico-comparativa. Avendo lasciato l’Italia per gli Stati Uniti, nel 1979, il nostro paese lo ha ricambiato prestando poco interesse alla sua opera. Non credo che questo sia mai stato per lui un dispiacere. Gli era perfettamente chiaro che gli strumenti intellettuali che aveva elaborato sarebbero stati usati da generazioni di intellettuali asiatici, africani o americani piuttosto che europei. Un bel ricordo di Arrighi da parte di Piero Pagliani qui. A. I.
Traduzione di Gherardo Bortolotti
[Presentiamo alcuni brani dall’ultima intervista di Arrighi, rilasciata a David Harvey e apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della New Left Review. Ringrazio David Harvey, Beverly Silver, Kheya Bag per la disponibilità, Nicola Montagna per i pareri sulla traduzione e la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna per le indicazione bibliografiche. Gh. B.][…]
per leggere tutta l'intervista
Lévi-Strauss
UN PEZZO DI CRITICA «POLITICA» RITROVATO NEL CASSETTO
di Alfonso M. di Nola
Non mi incanti Lévi-Strauss
In questo «coccodrillo» mai pubblicato, Alfonso M. di Nola contesta al padre dello strutturalismo (era il '94) di avere posto le basi alla dismissione della Storia, per infine approdare, dopo tanta fatica di schemi, nella disillusione leopardiana.
L'antropologo e storico delle religioni Alfonso M. di Nola è stato collaboratore assiduo e dialettico delle pagine culturali del "manifesto", fino praticamente all'anno della sua morte, il 1997. Il 2 agosto 1994 ci aveva consegnato questo articolo su Lévi-Strauss, in fin di vita in una clinica di Parigi. Ma non morì e l'articolo rimase nel cassetto. Se ne è ricordato l'allievo prediletto, Ireneo Bellotta, che oggi ce lo ha proposto. Lo pubblichiamo anche come testimonianza di una storica frizione della «scuola italiana» con il padre dello strutturalismo.
Il pensiero di Claude Lévi-Strauss, tutto appartenente, in ultima analisi, ad una filosofia logico-matematica, nella sua enorme produzione, nei suoi avanzamenti talora contraddittori, nel suo linguaggio talvolta criptico e poco comprensibile, in una sola parola nel suo tono decisamente elitario e aristocratico, esige per il comune lettore una premessa essenziale sui rapporti fra la storia e l'antropologia. La storia, come si sa fin dai tempi di Erodoto, è costituita di una serie di accadimenti, uno diverso dall'altro, non ripetibili, posti di solito nell'ambito di una disciplina idiografica, fondata cioè sulla singolarità dei fatti e sottratta per natura alle discipline cosiddette nomotetiche, quelle che, come avviene per le scienze naturali e per le matematiche, pongono delle leggi o norme nelle quali è possibile classificare e sistemare i vari materiali dell'esperienza.
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Bachmann
"Ho visto a Campo de' Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi sulla piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che di tutto è stato fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano nell'aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l'uomo sul basamento lo sa e perciò non ritratta"
Ingeborg Bachmann - QUEL CHE HO VISTO E UDITO A ROMA
class analysis
Close the IMF, Abolish Debt and End Development: A Class Analysis of the International Debt Crisis

Among the reformists, most of the critical commentaries written by those outside capitalist policy circles, however sincere their concern with the negative consequences of the crisis, have failed to understand the crisis in terms of the changing relations of power between business and labor. In case after case the analysis reflects businessÕ own point of view, most usually by accepting its definitions of the relevant actors: private banks (and other forms of private capital), nation states or national governments, and international agencies (such as the IMF or the World Bank). To the degree that everyday people make an appearance at all, they are seen as the victims of business or state predations and blunders.(1) For others, who have used a Marxist analysis, the problem has been much the same: by fetishistically understanding the "logic" of business without regard to the determining power of social activism, there is no analysis of that power which might provide a point of departure for an evaluation of useful strategy. Grassroots activism appears in such treatments principally as a response to falling standards of living.
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